ANNO VII MCMVl
ARCHIVIO STORICO
MESSINESE
PUin^LICAZIONE PKllIODICA
della " Società Messmese di Storia Patria
MESSINA
TIPOGRAFIA d'amico
MCMYI
'• "
?
SOCIETÀ MESSINESE DI STORIA PATRIA
Anno VII.
CONSIGLIO DIRETTIVO
Macrì Cav. Uff. Avv. Prof. Gi.aco.mo — Prcsideii'c.
Arenaprimo Cav. Giuseppe, Barone di Moxtechiaro
Vice Presidente.
Oliva Prof. Gaetano — Direttore delle Pubblicazioni.
Chinigò Prof. Gioacchino ì ^ . ,. .
Coìisif^lieri.
Sacca Prof. Virgilio )
La Corte Cailler Cav. Gaetano — Bibliotecario.
Martino Notar Luigi — Cassiere.
PuzzoLO-SiGiLLo Avv. DOMENICO — Segretario.
Mari Avv. Antonino — Mce Segretario.
Soci onorari
1 Arigò Comm. Avv. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina.
2 Cannizzaro Prof. Tommaso Messina.
3 Casagrandi-Orsini Prof. Vincenzo Catanin,.
4 Cesareo Prof. G. A. Pater ino.
5 Di Marzo INIons. Comm. Gioacchino Paleruio.
6 Fulci Avv. Prof. Ludovico Deputato al Parlamento Messina.
7 Lizio-Bruno Prof. Comm. Letterio Palermo.
8 Lodi Cav. Dott. Giuseppe Palermo.
9 Martino Comm. Avv. Antonino Messina.
10 Orioles Avv. Cav. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina.
11 Pitrè Comm. Dott. Giuseppe Palermo.
12 Salinas Comm. Prof. Antonino Palermo.
13 Tropea Dott. Prof. Giacomo Padova.
— IV — •
Soci effettivi
1 Alessi Italiano Papas Cirillo.
2 Alliata Domenico, Marchese del Ferravo.
3 Areiiaprimo Cav. Giuseppe Bar. di
Montechiaro (fondatore).
4 Bonetti Prof. Francesco.
5 Chinigò Prof. Gioacchino (fondatore).
6 Colantoni Sac. Angelo.
7 Crescenti Prof. Giacomo.
8 Dalla Vecchia Prof. Umberto.
9 D'Amico Prof. Agostino.
io D'Amico Letterio fu Ignazio.
11 De Pasquale Pennisi Antonio.
12 Del Pozzo Prof. Arturo Maria.
13 Di Bella Avv. Pasquale.
14 Fava Prof. Francesco.
15 Fleres Ing. Enrico.
16 Forzano Barone Cav. Salvatore.
17 Giunta Ing. Alessandro.
18 Inferrerà Prof. Guido (fondatore).
19 Labate Prof. Valentino.
20 La Corte-Cailler Cav. Gaetano (fondatore).
21 Macrì Cav. Uff". Avv. Giacomo.
22 Maiorca-Mortillaro Luigi Maria, Conte di Francavilla.
per gli scavi e monumenti.
23 Malandrino Ing. Pasquale, R. Ispettore
24 Mari Avv. Antonino.
Provinciale di Stato
25 Martino Notar Luigi, Direttore dell'Archivio
t
fondatore)
26 Marullo-Balsamo Francesco, Principe di Castellaci.
27 Miraglia Prof. Giuseppe.
28 Mondello Nestler Cav. Giacomo, Console d'Italia in Boma (Con-
go Belga).
29 Natoli Prof. Francesco.
30 Nunnari Dott. Prof. Filippo Aurelio.
31 Oliva Prof. Gaetano i fondatore).
32 Pagoto Prof. Giuseppe.
33 Perroni Grande Dott. Prof. Ludovico (fondatore).
34 Principato Giuseppe.
35 Puzzolo Sigillo Avv. Domenico (fondatore).
36 Ruffo Cav. Carlo dei principi della Floresta.
37 Sacca Prof. Virgilio (^fondatore).
38 Saftìotti Prof. Umberto.
39 Salvemini Prof. Gaetano.
40 Sammartino Raimondo, Duca di S, Stefano.
41 Sammartino di S. Stefano, Cav. Avv. Francesco.
42 Santacattarina Ing. Antonino (fondatore).
43 Strazzulla Prof. Vincenzo.
44 Toscano Avv. Angelo.
Soci aderenti
1 Alleva Tito Monteleoìie Calabro.
2 Archivio di Stato Palerttio.
3 Basile Mons. Can. Prof. Giuseppe Messina.
4 Biblioteca Comunale Palermo.
5 Borghese Cav. Dott. Gaetano A^ovara di Sicilia.
6 Borghese Ing. Ferdinando Patti.
7 Bruno Can. Francesco Messina.
8 Cali Can. Domenico Messitui.
9 Capialbi Conte Ettore Catanzaro.
10 Circolo della Borsa Messina.
11 Circolo del Gabinetto di Lettura Messina.
12 Circolo « TiNDARi » Patti.
13 D'Arrigo Ramondini Mons. Letterio, Arcive.scovo ed Archiman-
drita di Messina.
14 De Cola Proto Prof. Avv. Cav. Francesco Messina.
15 De Lorenzo Sac. Prof. Salvatore Reggio Calabria.
16 Deputazione Provinciale di Messina.
— VI —
17 Faranda Comni. Avv. Prof. Francesco Messina.
t8 Frassinetti Avv. Adolfo Massa Carrara.
19 Grill Cav. Adolfo Messina.
20 Istituto (R.) Tecnico e Nautico di Messina.
21 Luca Rag. Girolamo Messina.
22 Manganaro Rag. Letterio Messina.
23 Marchese Gregorio del Granatello Messina.
24 Marletta Prof. Fedele Firenze.
25 Mulfari Paolo Messina.
26 Municipio di Messina.
27 Municipio di Patti.
28 Municipio di kS". Stefano di Briga.
29 Nuovo Circolo Messina.
30 Oates Giorgio JMessina.
31 Pagano Dritto Francesco Messina.
32 Pirrone Cav. Domenico Messina.
33 Raccuglia Prof. Salvatore Palermo.
34 Rando Dott. Carlo Messina.
35 Riolo Arciprete Sebastiano Forza cf Agro.
36 Rizzo Prof. Dott. Gaetano Messina.
37 Rossi Prof. Dott. Salvatore Alcamo.
38 Ruffo Antonio Prìncipe di Scaletta Roma.
39 Ruffo della Floresta Duca Vincenzo Patti.
40 Salemi Cav. Carlo Arturo, Capo Archivista Comunale Messina.
41 Sa vasta Dott. Gaetano Paterno.
42 SoUima Prof. Francesco Messi?ia.
43 Tornatola Dott. Prof, Sebastiano Messina.
44 Vadala Celona Giuseppe Messimi.
45 Villadicani Avv. Giov: Battista, Principe di Mola Messina.
LOTTE DELLA CITTÀ DI PATTI
PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE
nel secolo XVII
IMTROOTJZIONE
La storia della città di Patti — una delle antiche città
demaniali del regno di Sicilia — è una lunga serie di con-
flitti per sostenere i suoi privilegi e le sue consuetudini,
che il re Federico , nel 1312, e il re Martino, nel 1402, ave-
vano confermati ed ampliati. Ma, nel gennaio del 1442, con
dolorosa sorpresa di quei cittadini, il re Alfonso di Ara-
gona concedeva in perpetuo il mero e misto impero, ossia
la capitania della città di Patti, a Enrico Romano, genti
luomo messinese. La città protestò altamente ; e avendo
alle sue proteste unito un'ofì'erta in denaro, il re Altonso,
nel luglio 1444, annullò la concessione fatta a Enrico Ro-
mano, restando il mero e misto impero alla città. Neil' ot-
tobre del 1535, riunendosi in Palermo il Parlamento generale
del Regno — ove la città di Patti aveva il quinto posto
nel braccio demaniale — i giurati della città fecero pre-
sentare supplica al re Carlo per la riconferma delle con-
cessioni e privilegi antichi, e della ricompra del mero e
misto impero, mandando come loro ambasciatore e pro-
curatore Arnaldo Albertino vescovo di Patti e inquisitore
del regno di Sicilia. Queste richieste essi riprodussero in
~ 2 —
Messina nel 1537; per cui, nell'agosto dello stesso 1537, il
viceré Fernando Gonzaga comunicò ai giurati di Patti che
Carlo V, oltre al confermare tutti gli antichi privilegi e
consuetudini della città, le aveva conferito il titolo di
magnanima (1).
Riconosciuti così anche da Casa d' Austria i diritti di
quest'antica città demaniale, non perciò essi furono sem-
pre rispettati sotto il governo dei viceré spagnuoli; ma, a
parlarne, sarebbe un ripetere la storia di tutte le città de-
maniali in Sicilia. Io non mi occuperò quindi degli eterni
conflitti dei giurati della città coi capitani d'armi a guerra (2),
capitani di giustizia, capitani d' armi ordinari e straordi-
nari, delegati, commissari, sindacatori, ecc. che si attri-
buivano poteri contrari alle antiche consuetudini ed ai
privilegi. Del resto, fino all' anno 1618, i giurati erano ar-
rivati varie volte a far valere le loro ragioni, e a fare ri-
(i) Questi fatti sono documentati nel libro intitolato : « Vrbis Ma-
o
gnanimae et Nobilissimae ryndaridis et Pactarv Ivs Mvuicipale; cvivs In-
colae reguntur » che si conserva nell'archivio municipale sotto il
nome
di Libro d'oro. Questo manoscritto — come ivi si legge —
fu com-
pilato neir anno 1561 dai giurati della chtà Giovanni Dominedò, Lu-
ciano Marescalco, Giovan Paolo Barbaro e Tommaso Stoppia.
(2) Il capitano d'armi a guerra differiva dal capitano d'armi ordi-
nario la cui missione era la persecuzione dei ladri e banditi nelle
campagne. In Patti la persecuzione dei ladri di campagna era affidata
al capitano di giustizia o capitano della città, che aveva a sua disposi-
zione i provvisionati con un caporale, addetti a tal servizio. La mis-
sione del capitano d'armi a guerra, come il titolo stesso Io dice, era
specialmente d'indole militare ; ma col tempo essendosi data a lui la
carica di capitano di giustizia, le funzioni si confusero. La capitania
d'armi di Patti abbracciava Patti, Montagna, Sorrentini, Librizzi, Rac-
cuia, Ucria, S. Piero, Montalbano, Casalnuovo, Novara, Tripi, Gioiosa
Guardia, Piraìno, Ficarra, Oliver! e Furnari.
spettare i privilegi della citta, alrn.ao nella forma, se non
nella sostanza. In og"ni modo le apparenze erano salve. Ma
sotto il governo del viceré don Francesco de Castro, conte
di Castro e duca di Torresano , la Spagna cominciò a
gettar la maschera, e si schiuse un'ora di spogliazione
per le città demaniali. Certamente, fu la ripercussione della
rovina economica della Spagna ,
prodotta dalla prodiga-
lità del duca di Lerma e dalla espulsione dei Mauri , ma
ancora più dalle continue variazioni del valore delle mo-
nete.
Il 5 aprile 1621 moriva il re Filippo III lasciando il
regno nella miseria, e gli succedeva Filippo IV, o meglio
il con(e di Olivares.
Il far denaro ad ogni costo fu allora la divisa del go-
verno spagnuolo: da ciò la vendita degli offici, delle terre
e beni demaniali, delle concessioni e dei privilegi. Tutto
si trafficava, tutto si vendeva. E che tutta la questione
fosse il far denaro, lo dicono tutti i documenti dell' antica
Corte giuratoria che a me sono passati sott'occhio nell'ar-
chivio municipale di Patti : il bando del conte di Castro
del 14 settembre 1620 per la vendita del titolo di don a
40 onze, le vendite fatte dal principe Emanuele Filiberto,
nel 1622, degli offici di secreto, di mastro notaro della corte
dei giurati e di altri ancora, la lettera del 31 agosto 1629
e il bando del duca di Albuquerque per avere la relazione
di tutti gli uffici ancora vendibili nel regno di Sicilia, i do-
nativi ordinari e straordinari alla regia corte. Ma tra quei
documenti umani, quelli che hanno un'importanza psicolo-
gica maggiore, sono le lettere dei giurati , nelle quali si
sente palpitare l'anima della povera città.
Tra i documenti che servono a ricostruire la storia di
un tempo, io credo che quelli che rappresentano gli atti
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della vita giornaliera traducano più facilmente le idee, i
sentimenti; i bisogni e le tendenze di un'epoca e di una razza.
Sono una manifestazione incosciente, quindi sincera di una
civiltà, e l'espressione di coloro che, impressionati dall'am-
biente nel quale vivevano, chiusi in una cerchia d'idee, di
tradizioni e di credenze, sono lo specchio fedele della so-
cietà del loro tempo.
Con la guida di quei documenti, io mi accingo a que-
sto lavoro, avendo di mira solamente la verità, senza pre-
giudizio storico, senza suggestione di nomi.
I.
Conflitto con la terra di Gioiosa Guardia e col vescovo don Vin-
cenzo di Napoli per la giurisdizione delle marine di Calcara,
Saliceto, San Giorgio e Zappardini.
La città di Patti, nell'anno 1628, aveva giurisdizione
oltre che nella città e suo territorio, nei suoi casali di Mon-
tagna e di Sorrentini, e sulla sua marina che dal golfo di
Oliver! si estendeva a Capo Calava. I giurati della città
avevano anche la soprain tendenza — per incarico della
Deputazione del Regno — delle torri marittime di guardia
dei capi Calava, Mongiove, Cifaglionc, e sulla torre forti-
ficata della Marina di Patti, ove stava anche un artigliere,
per guardare la costa dagli sbarchi specialmente dei cor-
sari barbareschi; e ciò non bastando , nel tempo di estate,
si ponevano altre guardie, dette cavallari, per maggior si-
curezza del littorale. Oltre al capitano ed ai giurati della
città, avevano giurisdizione sulla marina il vice almirante
coi suoi officiali, il vìcg portukmo, il guardiano del porto.
— —
e anche il capitano d'armi a guerra. Da ciò una confusione
di attribuzioni, che era spesso causa di conflitti.
Temendosi in quel tempo di qualche sorpresa della
squadra olandese o, con maggiore fondamento, di quella
turca, nella città, e nella Marina stava una compagnia di
soldati spagnuoli sul piede di guerra ; e si teneva pronta
alle armi la milizia urbana di piedi e di cavallo del terzo
di Patti, ossia della sargciilia di Patti , che comprendeva
Patti, Montagna, Sorrentini, Gioiosa Guardia, Librizzi, S.
Piero di Patti, Piraino. S. Angelo di Brolo, Naso, Mirto,
S. Marco , S. Fratello, Militello, Ficarra, Martini, Sinagra ,
Ucria, Raccuia, Montalbano, Tripi, Novara, ecc. comandata
dal saì'geìtte iiiaggiore, che poteva essere un alfiere, come
un generale (l). E siccome il mantenimento delle guardie
(i) L' officio di saigente maggiore della milizia' del terzo di Patti
fu spesso concesso dal Re direttamente, essendo un posto abbastanza
lucroso , a qualche suo favorito. Nel 1678 , il re Carlo II nominò a
vita in quell'ufficio il capitano don Francesco Colmonero , con la fa"
colta di poter sostituire. Il Colmonero tenne sempre in quel posto un
suo sostituto, 'seguitando sempre la sua carriera nell'esercito. Infatti ,
nel 1691 fu nominato colonnello, nel 1694 mastro di campo, nel 1697
generale di battaglia, nel 1703 mastro di campo generale e conte, se-
guitando sempre come sargente maggiore delia milizia del terzo d'
Patti. Nel registro del 1704-1705 della corte giuratoria di Patti si trova
una lettera del viceré cardinale don Francesco Giudice del 31 gennaio
1705 , ad istanza del mastro campo generale conte don Francesco
di
Colmonero , nella quale il cardinale .scriveva che il Colmonero per i
meriti e servigi del generale di artiglieria suo padre , don Blasco , e
per somme pagate a S. M., aveva nel 1678 ottenuto il posto di sar-
gente maggiore del terzo della milizia di Patti , avendo il suo sosti-
tuto esatto fino allora i lucri inerenti al posto ; ma che essendosi im-
pedito al sostituto, tutt' a un tratto, di riscuotere i lucri a lui concessi
da S. M. ,
gli veniva a mancare il mantenimento e decoro del posto
di mastro di campo generale, e precisamente in quei tempi di guerra:
quindi egli ordinava ai giurati D. Francesco Tibaldi , D. Nicolò Na-
- 6 -
marittime, della compagnia spagnuola, del capitano d'armi
a guerra, del sargente maggiore, della milizia urbana,
dei compagni e dei provvisionati del capitano di giusti-
zia, gravava quasi esclusivamente sulla Università, non
è a dire in quali condizioni miserabili si trovasse la città.
11 suo introito annuo non superava le duemilasetlecento
onze , ricavate in maggior parte dalle gabelle delle fari-
ne , e il resto dalle gabelle del vino , della carne , del
salume ,
delle carceri, delle buccerie , dell'opera di pigna-
taro ,
ecc. , e dagli erbaggi e ghiande dei suoi tre feudi
di Madoro ,
del Litto e della Rocca. Questo introito era
quasi totalmente assorbito dai pagamenti delle tande per
donativi ordinari e straordinari dalla Regia Corte e alla
Deputazione del Regno. Sicché la città si trovava , sul
toli , D. Filippo Accordino e D. Giuseppe Licari , che si lasciasse li-
beramente esercitare all'alfiere D. Andrea Fernandez Merino l'officio
di sargente maggiore , come sostituto del mastro di campo generale
conte don Francesco Colmonero, stante detto conte serviva S. M. nella
guerra di Milano.
Nel 1713 il re Vittorio Amedeo concesse il posto di sargente
maggiore a D. Vincenzo Mercante. Ma venuto il regno di Sicilia in
potere dell'imperatore Carlo VI, il segretario di guerra don Giuseppe
Navarro , in data del 7 luglio 1720 , indirizzava lettera ai giurati di
Patti per la reintegrazione nel grado di sargente maggiore proprietario
del maresciallo conte don Francesco Colmonero , nella maniera con-
cessa dal re Carlo li : prima ancora che il viceré duca di Monteleone
promulgasse il bando per dichiarare nulle le concessioni degli offici
fatte dopo la morte del re Carlo II. Sicché a 20 settembre 1720 il
Colmonero per mezzo del suo procuratore don Guglielmo Colonna e-
lesse a suo sostituto nella sargentia di Patti D. Francesco Florulli
barone d'Altomonte. L' officio di sargente maggiore restò di propriet.à
del maresciallo conte Debalderis fino al settembre 1734 ,
quando re
Carlo III ne abolì la funzione
finire del 162S, per rate di donativi scadute, in debito con
la Regia Corte di onze tremilacinquecento.
I giurati di Patti, per far Ironie alle spese delle guardie
per la difesa della città e custodia del littorale, avevano,
tra le altre, messa una gabella di grana due sopra ogni
rotolo di pesce che si vendeva nel mare e nelle marine di
giurisdizione della città. Questa gabella dette occasione a
sollevarsi questioni, sia coi padroni e affittuari delle ton-
nare ,
sia con la terra di Gioiosa Guardia per la giurisdi-
zione di quel tratto di spiaggia che prende i nonii di Cal-
cara, Saliceto, San Giorgio e Zappardini.
Nel maggio del 1628, il dottor Vincenzo Natoli, della
città di Messina, affittuario della tonnara di San Giorgio (1),
(i) Con rescritto del 27 giugno 1407 il re Martino concesse a Be-
rengario de Orioles, barone di San Piero, in perpetuo il mare di San
Giorgio , dal vallone Saliceto alla punta Fetente ,
per il calo di ima
tonnara o tono col diritto di marfaraggio e con tutti gli altri diritti
dovuti o abituali. Con rescritto del re Alfonso del 2 gennaio 1442
venne confermato a Manfredo de Orioles, barone di San Piero, figlio
di Berengario, possesso del privilegio della tonnara di S. Giorgio, col
diritto di ampliamento del mare fino a Mongiò: il quale privilegio fu
confermato da re Giovanni con rescritto del 24 giugno 1460. L'ultima
di casa Orioles a possedere la tonnara di S. Giorgio fu D.* Flavia
Orioles in Mastropaolo, la quale come si vede da una lettera dei giu-
rati di Patti del 5 agosto 1637 , era in quel tempo padrona di quella
tonnara. Nel registro del 16S0-16S1 dalla corte giuratoria di Patti , si
trova una lettera del viceré don Francesco de Benavides conte di
Santo Stefano per la maiiutenzione e possessione di don Giovanni
Mastropaolo Orioles y Salazar barone e signore della baronia e ton-
nara di S. Giorgio che in viriù dei privilegi concessi dai Re passati e
precisamente dal Serenissimo Re Giovanni a 14 agosto /^77 eseciito-
riato in questo Regno a ij gennaio 147S, lettera d' escorporazione data
iti Palermo a 22, marzo 16S0 presentate ed esecute 7ieW ufficio del Re-
gio Secreto a ig aprile, e investitura presa da esso esponente a 28 Lu-
_ 8 —
collaterale al territorio di Gioiosa Guardia, di proprietà
della casa di Orioles , e della tonnara di Roccabianca (l),
collaterale alla Marina di Patti ,
di proprietà della Mensa
vescovile, insorse, per il primo, contro il gabelloto del pe-
glìo j68o si ritrova nella sua quieta e pacifica possessione di detta sua
Baronia, tonnara e territorio, mare, fondaco et altro in detta Baro-
nia esistenti con le ragioni e pertinenze e giurisdizione et altro a detta
Baronia spettanti e precisaviente in proibire che nessimo venga a pe-
scare nel detto mare, co?i la creazione delti officiali et altri soliti farsi
e spettanti alli Baroni e del medesimo modo e forma che V hanno tenuto
e posseduto li soi antenati in viriti di lettere di mavulenzione di pos-
sessione date a Palermo a 8 ottobre. lójj presentate et esecute nella
7»
città di Patti a 22 gennaio 1638 e nella terra di Gioiosa Guardia a
marzo 1638.
(i) Con rescrkto di Re Martino del 2 giugno 1406 venne con-
cessa al vescovo di Patti — che era allora Filippo Ferrerie — il di-
ritto di calare una tonnara o tono nel mare di Roccabianca. senza
precisare i limiti estremi del campo acqueo; ma, per consuetudine, per
mare di Roccabianca s'intese il tratto compreso tra il torrente Saliceto
e capo Mongiò. Le due tonnare di S.
il Giorgio e di Roccabianca si
dividevano il mare tra la punta Fetente e il capo Mongiò, e la divi-
sione era allo sbocco del torrente Saliceto. Ma il rescritto del 1442,
confermato nel 1460 e 1580, che portava l'ampliamento del mare di
S. Giorgio, ledendo il diritto della tonnara della Mensa vescovile di
Patti, fini per assurgere a vero conflitto ne! 1785 tra don Francesco
Carlo r>'Aniico duca d' Ossada, barone della tonnara di San Giorgio,
e il vescovo di Patti Matteo Fazio. Questa questione che si prolungò
anche dopo la morte di quel vescovo, fu determinata con l'atto del
17 marzo 1795 , col quale il vescovo don Giuseppe Migliaccio dei prin-
cipi di Baucina concesse in enfiteusi perpetua al duca di Ossada la
tonnara di Roccabianca col suo golfo di tre miglia fino al capo Mangiò
e verso V oriente
Per maggiori schiarimenti si può leggere la relazione del consi-
gliere comm.''e Mortara sulla questione: « Limiti delle zone di rispetto
per le tonnare di S. Giorgio e Roccabianca nella marina di Patti
(Messina) ecc. » presentata alla Commissione consultiva per la pesca
nell'adunanza del 16 dicembre 1904 (Annali di Agricoltura 1905 —
Atti della Conmiissione consultiva per la pesca).
—9—
sce di Patti che voleva fargli pagare la gabella sopra la
tonnina fresca, e mandò un memoriale al viceré duca di
Albuquerque. In quel memoriale egli diceva che da varii
anni teneva in affitto quelle tonnare senza mai avere pa-
gato cosa alcuna; ma in queir anno i giurati di Patti ave-
vano messo la tassa sui pesci freschi , e intendevano di
farla pagare a lui, come padrone di tonnara ,
sopra ogni
rotolo di lattuììie, tarcìic, tonnina^ ecc. , venduto tanto ai
cittadini pattesi quanto ai forestieri. Egli riteneva, come
forestiero e come negoziante nei mari di Patti, di non dover
pagare : non solo perchè la tassa era stata imposta per ser-
vizio e utilità dei cittadini pattesi, ma anche /)^;' il privi-
legio e coiìsirliiiliìie iiuiiicìiiorabile die si concedeva ai pa-
droni e affiti ./ari di tonnare di poter vendere quello che Dio
li dona a sua volontà scusa essere soggetti a cosa verttna
a giurisdizione di giurati o catapani. Aggiungeva inol-
tre il Natoli che per il bando dei giurati lo si privava della
libertà di poier sbarcare nel suo jnalfarafe (l) i pesci, e
(i) Per marfarace , niarfaraggio o nialfaraggio, "eiieralnienre s'in-
tende, oltre il tratto di terreno a pendio, talvolta lastricato , ove le
barche vengono a scaiicare i tonni, l'insieme della loggia, magazzini,
arsenale, case, che serve per l'esercizio della pesca dei tonni, e anche,
secondo alcuni, tutta la distesa della spiaggia che sta davanti ai fab-
bricati della tonnara. L'avvocato Palmisano che trattò esaurientemente
la questione presso la Coììiuiissione consultiva per la pesca, nella su-
detta adunanza del i6 dicembre 1904, col titolo « Diritto di niarfa-
raggio {tonnara di Oliveri) », fa osservare che l'espressione « marfa-
raggio », sia che si latinizzi in aniaìifragium e mattn-faracliis da a inanu
/erre (dal trasportare a mano), sia che si derivi dall'arabo inutifarag^
o almtmfarag ^ che vuol dire intervallo, sia che si attenga alla espres-
sione sicula araba mari faraticii — intendendo per faraticu 1' nomo
addetto alla presa del toniì-o ad al suo trasporto a terra, — designava
in origine quel punto della spiaggia ove 1' uomo scende a mare per
tirare le barche e scaricare i tonni, e in seguito assunse un significato
pili vasto e generale dell'insieme dei locali e spiaggia addetti alla tonnara.
-- 10 —
che la gabella non era dovuta, infine ,
perchè in un capi-
tolo del Consiglio detento in Patti il 20 febbraio 1628 vi
erano le parole eccettuati i pesci tonni^ e in questo senso
era stato approvato dal Tribunale del Real Patrimonio.
Il viceré, con lettera del 22 maggio per via del Con-
siglio Patrimoniale ,
faceva note le ragioni del Natoli ai
giurati di Patti, domandando chiarimenti e ordinando che
nel frattempo costui non fosse molestato. Ed i giurati An-
tonino Donato , Geronimo Bertone ,
Giuseppe Barbaro e
Giovan Paolo Barbaro rispondevano, a 31 dello stesso mag-
gio, al duca di Albuquerque ,
non esser vero che il Consi-
glio del 10 febbraio avesse concluso escludendo i pesci
tonni freschi dalla tassa: quella era stata la voce del ca-
pitano della città don Lorenzo Pons de Leon, con la quale
non si concluse il Consiglio; ma si concluse invece con la
voce del consulente notar Antonino Ferrando che « a detta
gabella siano soggetti ogni sorta di pesci che si piglie-
ranno nei mari di giurisdizione, e che entreranno nel ter-
ritorio eccettuati i pesci tonili che si saleranno ». Le tonnare
si trovavano ambedue, nonostante le asserzioni in contrario
dtl Natoli, nella marina di giurisdizione della città di Patti,
e la gabella fu imposta per il pagamento delle guardie or-
dinarie e straordinarie di piedi e di cavallo e dei capi e
torri, per la difesa della città e della sua marina, e quelle
tonnare essendo in detta marina per la cui custodia la
città pagava onse 50 al mese, le gtiardie servivano anche
per la custodia delle tonnare, come si era visto con l'espe-
rienza negli anni passati che dette tonnare erano state di-
fese dai vascelli nemici che le volevano tagliare, sparandosi
da terra diversi tiri d'artiglieria, per il die i detti vascelli
si ritirarono e non danneggiarono le tonnare. 1 giurati ri-
spondevano anche alle altre considerazioni del Natoli che
-Il-
la gabella non la pagavano i padroni e gabelloti delle ton-
nare, ma coloro che compravano la tonnina fresca: nò al-
l'affittuario veniva impedito lo sbarco della tonnina fresca
nel suo malfarace ,
né di quella da salare , mentre la ga-
bella si esigeva direttamente dalle persone che venivano
a comprarla ivi stesso.
Il viceré, a 7 luglio dello stesso 1628, avendo il Natoli
fatto altre istanze, scriveva ai giurati di Patti di trasmet-
tere la consulta per stabilire il da farsi in ordine a quella
gabella. Risogna notare che il dottor Vincenzo Natoli, con
patente del 1° dicembre 1626, era stato nominato vice ai-
mirante di Patti da don Diego di Aragona, duca di Terra-
nova e principe di Castelvetrano, e grande almirante del
Regno: dietro di lui stava Gianìorte Natoli principe di Sper-
linga, coi suoi parenti Orioles, per la tonnara di S. Giorgio,
e il vescovo di Patti Vincenzo di Napoli ,
per la tonnara
(li Roccabianca, e perchè rivendicando la giurisdizione di
quelle marine alla terra di Gioiosa Guardia credeva poter
fare valere i suoi diritti come barone di Gioiosa^ e cam-
biare la giurisdizione reale in giurisdizione episcopale. Così,
mentre si dibatteva la questione con le tonnare, veniva a
sorgere quella più grave di giurisdizione con la terra di
Gioiosa Guardia per l' esigenza della gabella stessa del
pesce, nelle marine che lambivano il territorio di quella terra.
Il 4 gennaio 1629, dovendo il gabelloto del pesce esi-
gere la gabella da alcuni sciabacoti di Milazzo, che pesca-
vano nella marina della Calcara — marina di giurisdizione
reale di Patti, — un giurato della terra di Gioiosa, Gero-
nimo Barberi, e il capitano di detta terra, Giovanni Giuffrè,
con molti spagnuoli e comitiva di ufficiali e gente della
medesima terra, armata mano, si recarono in detta marina,
ove Bastiano Muciarello , commesso dell'appaltatore della
- 12 —
gabella dei pesci, trovavasi a domandare le ragioni della
gabella. Il padrone della sciabica voleva pagare, ma il giu-
rato e il capitano di Gioiosa Guardia minacciarono quei
marinai di carcerazione, se avessero pagato la gabella al
commesso, perchè quella marina — essi dicevano — appar-
teneva alla terra di Gioiosa, Gli uomini della sciabica fug-
girono allora verso Milazzo; e il commesso con poche altre
persone di Patti presenti protestarono, essendo quella ma-
rina di giurisdizione reale e della città di Patti : quindi si
ritirarono senza avere potuto esigere la gabella.
Questi fatti riferivano i giurati Francesco Licari , Ge-
ronimo Marziano, Baldassare de Arizzi e Antonuzzo Maien-
za — con lettera del 9 gennaio 1629 — al viceré don Fran-
cesco Fernandez de la Cueva duca di Albuquerque, invo-
cando provvedimenti per evitare rappresaglie e gravi in-
cidenti.
Non dormivano però dall'altro lato; e Lorenzo Fer-
lazzo di Gioiosa, per atto in notar Placido Tinghino di
Patti del 22 gennaio 1629, si faceva rinunziare la carica di
vice portulano di Patti da, Domizio Marescalco, durante la
sua vita, per onze duecento, pagate per mani di Vincenzo
Calcagno, suo procuratore, nella Regia Tesoreria generale.
Così, essendo il Natoli vice-almirante, il partito del vescovo
veniva a tenere in mano i due uffici più importanti per la
giurisdizione di quelle marine, e specialmente per lo scaro
di S. Giorgio.
Con lettera del 27 marzo 1629 , i giurati di Patti scri-
vevano al viceré : « Patria generare a questa città di S. M.^
sue marine et ginrisdisioìie reale gran pregiudisio V esser
detto officio in mano del Fcrlaszo dovendo restare ad Jiabi-
tarc con sita casa in detta terra, mentre oggi nonostante
che la città sta nella stia quieta e pacifica possessione delle
— 13 —
marine della Calcara, S. Giorgio et Zappardini, come reali
stare soggette tutte all' officio del detto vicc-portitlaiiu ,
ha
preteso detta terra et soi hcd)itatori — terra baronali' et
vassalla del A'.'"" Vescovo di questa città — volersi occu-
pare dette marine pretendendo esser baronali e non reali
di Sua Cattolica Maestà; et perciò facilissima cosa saria
stata che restando ad habitare in detta terra havesse detto
Ferlasso, come quello die e una delle potenti persone di
ricchessa et di picìia intesa col R.'"° Vescovo ,
per haver
stato più anni affiti alare di detta terra, ci di far et per-
mettere che si facesse alcuni atti pregindiciali alle delle ma-
rine et reali giurisditioni di questa città di S. M.^ ; ragioni
et cause bastanti che da per se stesse sensa altra lettera
mossero V. E. et TribM predetto a provvedere come prov-
vede et ordina che dovesse servire a commorare habitat ore
tu questa di dove è viceportulano, et dove è il ristretto del-
l'officio predetto et officiali come sono nmestro notaro, por-
tuaro e misuratore ».
Ma il Ferlazzo, favorito dal vescovo ,
— cui premeva
che queiroflìcio fosse in meno dei Gioiosani e lontano da
Patti — nonostante le intimazioni fatte dai giurati di Patti
e i loro reclami al viceré, tenne l'officio in Gioiosa Guardia (1).
(i) Ciò durò fino all'anno 1636, quando venne il regio visitatore
che , non avendo trovato 1' ufficio in regola, condannò il Ferlazzo a
pagare onze ottanta , e 1' ufficio fu venduto al primo offerente. Si
trova, nel registro 1635 1636 della Corte giuratoria di Patti ,
in data
del maggio 1636, un ordine don Luys de los Cameros, giudice or-
di
dinario del tribunale di Regia Monarchia (quello stesso che fu nomi-
nato nel 1652 vescovo di Patti , nel 1658 arcivescovo di Monreale ,
e
nel 1668 arcivescovo di Valenza, e di cui si dovrà parlare nel conflitto
tra la città di Patti e il reggente don Ascanio Ansatone) di eseguirsi
e di osservarsi 1' atto di compra al primo efferente dell' officio di vi-
— 14 -
La Deputazione del Regno aveva assegnato il credito
di scudi tremila — che l'Università di Patti le doveva per
tande arretrate — a Pietro Crispo in conto del capitale
della sua rendita, al quale i giurati dovevano corrispon-
dere l'interesse del 5%,, secondo l'ordine del vicerò: e ben-
ché il peso del capitano d'armi a guerra avesse ridotta la
città alla miseria, essi cercavano, nel febbraio del lò29, di
poter pagare ,
trovando il compratore delle soggiogazioni
delle gabelle. E il viceré che fin dal dicembre 1628 aveva
scritto ai giurati di fare un grazioso donativo al Re, non
vedendo arrivare il denaro ,
fave va orecchio da mercante
alle domande dei giurati, e scriveva nuovamente doman-
dando soccorsi di denaro per l'assistenza di Fiandra e di
Milano, per l'accasamento della regina d'Ungheria e per
molte altre urgenze. I giurati rispondevano, il 14 marzo
1629^ che avrebbero fatto il possibile, benché "gravati dalle
grcsse tende da pagarsi alla Regia Corte e alla Deputa-
zione del Regno. Infatti, essi si erano rivolti al vescovo
Napoli — col quale il dissiduo era ancora larvato — per
avere in prestito quattrocento onze, ed esso aveva accon-
sentito, contentandosi di averle pagate con l' introito dei
feudi della città. Quindi essi aspettavano l'autorizzazione
per fare detta obbligazione ; e pregavano il viceré di ac-
cettare questa somma per grazioso donativo al Re in
ceportulano di Patti in persona di Giovanni Giuffrè di Gioiosa , che
doveva tenere l'officio durante la vita di Ferlazzo. Ma il Giuffrè ven-
dette subito quell'officio ad Antonino d'Amico del casale Montagna,
e la vendita fu approvata con lettera del 20 agosto 1636 da don Luigi
Moncada principe di Paterno , duca di Montalto e di Bivona , ecc. ,
luogotenente e capitan generale del Regno.
- 15 -
Segno del loro affetto, e che la loro volontà di servire Sua
Maestà sarebbe maggiore, se non fosse la grande oppres-
sione e i pesi della città , dei quali se essa fo<^se sgravala
mostrerebbe Vajfello grande e la fedeltà al sito Signore.
In termini più chiari : il viceré diceva ai giurati che
se volevano ottenere qualche cosa dovevano mandare
graziosi donativi, e i giurati rispondevano che essi avreb-
bero fatto importanti donativi qualora fosse stata agevo-
lata la cittu.
La questione per l'esigenza della gabella dei pesci
nella marina della Calcara andava ingrossando, perchè i
giurati di Gioiosa Guardia avevano proibito all'appaltatore
di Patti di esigere la gabella in quella marina. Gl'interessi
di Patti erano seriamente minacciati, anche perchè il vi-
ceportulano Ferlazzo , naturalmente, agevolava le pretese
della terra di Gioiosa, sua patria, E i giurati di Patti scri-
vevano al duca di Albuquerque che essi finalmente difen-
devano la giurisdizione reale di quelle marine, e una città
tanto pronta alla obbedienza e fedeltà di S. M. non doveva
soffrire pregiudizio.
Il dottor \'incenzo Natoli , da canto suo, faceva un al-
tro reclanr.o, nel maggio 1629, dicendo che i giurati vo-
levano fargli pagare la gabella di tari sedici la salma sopra
il frumento. Questa gabella — egli diceva — non era ob-
bligato di pagarla come forestiero, padrone e arbitriante
di tonnara per amplissimi privileggi a lui concessi dal Tri-
bunale del Real Patrimonio e dalla Deputazione del Regno.
Ma i giurati, con lettera del 19 dello stesso maggio, ri-
spondevano al viceré che il Tribunale del Real Patrimonio
aveva esentato dalla gabella del frumento che si produ-
ceva nel territorio di Patti o che entrava per mare e per
terra — gabella imposta per pagare il soldo delle guardie
^ 10 —
di piedi e di cavallo, taiide e donativi regi — solamente
le persone ecclesiastiche e i padri di dodici Agii ; sicché
gii arbilrianti delle tonnare di S. Giorgio e di Rocca-
bianca dovevano pagare, come p;igava la tonnara d' Oli-
veri (l).
(i) La tonnara di Oliverl non solo pagava quella gabella, ma pa-
gava anche , nel tempo della pesca , le due guardie della torre del
capo Cifaglione. Nel registro dell' anno 1589-1590 della corte giurato-
ria di Patri , si può leggere una lettera dei giurati, in data del 26 a-
prile 1590 , diretta al molto magnifico signor Angustino Ciloni ,
pa-
drone della tonnara di Oliveri , ove essi dicevano che la tonnara di
Oliveri aveva sempre ab antiquo pagato i guardiani del capo Cifaglione,
e lo pregavano a soddisfarli della mesata di maggio e giugno. Infatti,
si vede anche la ricevuta fatta da Domenico e Giuseppe Grifo guar-
diani del capo Cifaglione al magnifico Angustino Ciloni , citttadino
della città di Messina, per maggio e giugno.
L' avvocato G. Palmisano ,
nella sua relazione sui « Dtrilti di
marfaraggio [tonnara di Otiveri] » già da me citata alla nota (6j, dà
alcuni cenni storici su questa tonnara traendoli dal registro delle So-
crezie e dal Capibrevio di Giovan Luca Barberi, conservati nell'Archivio
di Stato di Palermo , e dall' opera del D' Amico, patrizio messinese.
A me pare però che vi sia confusione tra la padronanza della tonnara
e la baronia del castello e terra di Oliveri. Nella concessione , fatta
il IO gennaio 1365 dal re Federico III in Catania , a Vinciguerra di
Alagona, si parla di terra e castro di Oliveri ( Liverlj ) , ma non di
tonnara : e sì che la tonnara di Oliveri era in piena attività al tempo
del re Ruggero : tanto che l'arabo geografo Efrisi nel « Libro di Re
Ruggero » scriveva di Oliveri : « È bello e grazioso casale con un
gran castello in riva al mare. Possiede anche un bel porto , nel quale
si fa copiosa pesca di tonno». Può darsi, come al tempo di Bartolomeo
Gioeni, che le due signorie fossero restate per qualche tempo riunite
sotto lo stesso signore ;
però le concessioni erano diverse. IMa non è
qui il caso di trattare questa quistione.
Il vescovo di Patti vantava la decima sulla tonnara di Oliveri , e
a questo proposito il D'Amico asserisce che , dopo un giudizio nel
quale intervenne anche il regio fisco ,
fu fatta una transazione tra
— 17 —
Per la gabella sulla tonnina, avendo insistito il Natoli
che si dovesse pagare dai soli cittadini pattesi, e non dai
forestÌLM-i, il viceré per via del Tribunale del Real Patri-
monio aveva deciso che si dovesse pagare la gabella sulla
tonnina fresca che si consumava in Patti e suo territorio,
restando esclusa quella che si esportava ; e a tale scopo
scriveva ai giurati di Patti d'informarlo della quantità che
si smaltiva dai cittadini di Patti, affinchè riconosciuta la
veritcì, si potesse provvedere dal Consiglio Patrinioniale. E
i giurati , con lettera del 21 dello stesso maggio, risponde-
vano che un terzo (10 cantarci) della tonnina trescasi con-
sumava dai pattesi, e due terzi (20 cautara) si esportava.
Benché il Natoli non si contentasse di quell'asserzione, non
pareva perciò lontana una soluzione.
Ma se la questione col Natoli si manteneva calma, non
era così per quella coi Gioiosani. Infatti, poco dopo, il giu-
rato Antonuzzo Maienza, nell'assenza degli altri tre giu-
rati, scriveva al viceré: « per la temerarietà delli officiali
ed agenti della terra di Gioiosa, terra baronale di NJ" Sig.''"
Vescovo RevJ^°, che intesero appropriarsi la giurisdizione
Ideale delle marine di questa città, prohibendo di riscuotere
la gabella dei pesci nelle marine della Calcara S. Giorgio
Bartolomeo Gioeni e il vescovo di Patti Filippo Ferrerio, 1' ii agosto
1406, in Notar Lorenzo di Nota di Catania, con la quale il Gioeni si
obbligava pagare alla Mensa \'escovile di Patti una prestazione di onze
cinque all' anno nel giorno della festa di S. Bartolomeo , invece della
decima dei tonni pretesa dai vescovo. Il canonico don Nicola Giar-
dina , nella sua « Crotiaca del Vescovato di Patti » , scrive che il ve-
scovo Bernardo di Figueroa — eletto da Ferdinando I di Castiglia per
lettere regie del 12 maggio 1414, e morto nello stesso anno — riven-
dicò alla aniiìiinistrazione della chiesa di Palli, i drilli sulla tonnara
dì Oliveri, allora posseduta da Eleonora Centelles.
— IS -=-
et Zapparditii, fu ordinalo per via del Trihuìiale del Recti
PatrinìOìiio al siiidiealore di questa s' iìiforiìiasse la detta
marina fosse giitrisditioiie Reale, et se così prendesse in-
formationi dei colpevoli, per il cjuale si presero et inviatosi
a detto Tribunale et parimenti havendo restato si è servito
della R. G. C. possedersi lettere di maniitentione di persone
di detta marina quali presentati al Z)'' Antonino Barresi
capitano d' armi in questa, fu per detto cap^ d' arme in-
giunto fra li altri il D'' Giovanni Domenico Barberi prò
giudice e sotto pena di onse duecento non debba perturbare
li gabelloli delti pesci in dette marine. Il quale poco conto
fece deiringinntione, perchè havendo andato il 23 maggio
Francesco Catanesi et altri compagni nella marina di S.
Giorgio ad esigere la gabella, si presentò il Barberi con
altre quindici persone con scopette scimitarre et bastoni pr ohi-
bendo l'esationi jninacciandoli di tagliarli a pessi ^ et se
fossero andati alla marina delti Zappardini per esigere la
gabella avertano trovato li Curlurilli, et presero detto Fra-
cesco Catanesi nella marina di S. Giorgio et lo disarma-
rono, et siamo informati quello essere nelle carceri della
città di Randasso, con gran comitiva di persone. Anche
fu necessario fare accusare et denunciare li presenti dal
Sindico di questa per la Corte Capitaniate, et furono prese
le debite informationi che si trasmettono affinchè V. E. si
accelerasse alla esecutione della giusti! ia acciò li malfat-
tori et colpevoli vengano puniti.
Bisogna notare^ per la verità dei fatti, che il giurato
Antonuzzo Maienza era il più spassionato tra i giurati;
ed anzi, nella lettera del 27 marzo 1629 contro il vicepor-
tulano Ferlazzo, i tre giurati Geronimo Marziano, Fran-
cesco Licari e Baldassare de Arizzi scrivevano al viceré
che mancava la firma del giurato Maienza per essere stretto
- 19 -
parente del Feri a 330 e dipei idei ite dalla terra dì Gioiosa
d'onde fu oriundo e tiene li soi beni in quel territorio.
* *
Mentre ferveva la lotta per la giurisdizione delle ma-
rine della Calcara, di S. Giorgio e di Znppardini, i giurati di
Patti cercavano fare una operazione finanziaria per potere
pagare alla Regia Corte e alla Deputazione del Regno le
tande arretrate, e per offrire un grazioso donativo al Re.
Si sarebbero così liberati del capitano d'armi D'' Antonino
Barresi, delegato dalla Deputazione del Regno per il paga-
mento del donativo, — il quale delegato doveva avere pa-
gate le giornate dalla città — e avrebbero attirato col do-
nativo, in quei difficili momenti, il favore del governo sulle
loro amministrazione. Infatti, per atto del 25 giugno 1629,
in notar Paolo Mulo, i giurati di Patti vendettero a Gian-
forte Natoli principe di Sperlinga la gabella di tari 2 grani 2
e piccioli 3 sopra ogni salma di frumento entrato nella
città di Patti, suoi casali e territorio per mare e per terra,
nonché prodotto e raccolto nel territorio suo e dei suoi
casali, per la somma di onze quattromila. Così furono pa-
gate onze tremilacinquecento alla Regia Corte e alla De-
putazione del Regno, destinando inoltre mille scudi per il
grazioso donativo offerto al Re ,
di cui il viceré ringraziò
i giurati con lettera del 29 giugno 1629 ,
autorizzandoli a
pagarsi le spese incontrate per questa operazione.
Ma il 30 giugno — essendosi sparsa notizia che il dottor
Alessandro Proto si era ingerito a prender processo per
giuliana delti terra^sani della terra di Gioiosa contro essa
città per la lite vertente tra essa città et quei tcrrassani
per la giurisdizione Reale delle marine di S. Ti/'" — una
grande folla di cittadini accorsa nella pubblica piazza della
- 20 -
città richiese ai giurati clic radunassero il Consiglio a suono
di campana. E poco dopo, formatosi il Consiglio pubblico,
ili deliberato che il dottor Proto dovesse essere destcrrato
dalla città di Patti, e che né esso ne i suoi eredi e suc-
cessori potessero essere pili ufìiciali della città , e che si
provvedesse acciò altro cittadino non venisse ad essere
contrario alla propria patria (l),
il dottor Alessandro Proto in un suo memoriale inviato
al duca di Albuquerque cercò giustificarsi accusando i giu-
rati Geronimo Marziano e Antonuzzo Maienza di averlo
infamato. Costoro avevano asserito che il Proto fosse av-
vocato degli ufficiali della Gioiosa contro i giurati di Patti,
avendo il procuratore fiscale Domenico Cicala consegnato
alcune scritture di detta causa a lui, e ciò essere contro il
servizio di S. M'-^ — poiché la lite era solo per difendere
la giurisdizione reale — e contro il bene pubblico della
città. 11 dottor Proto assicurava il viceré che tutto ciò era
contro la verità, e che egli non era stato mai avvocato né
procuratore degli ufficiali della terra di Gioiosa Guardia,
né mai egli era stato contrario al servizio di S. M., anzi
aveva servito in diverse occasioni e officii la giurisdizione
reale: quindi egli domandava al viceré che avesse dato or-
dine che i detti giurati e le persone che erano intervenute
al Consiglio fossero puniti , che fosse cancellata la dehbe-
zione del Consiglio come non avvenuta e reintegrata la
fama di lui.
Il duca di Albuquerque spedì il memoriale del dottor
Alessandro Proto ai giurati^ domandando informazioni del
(i) V. neir Archivio municipale di Patti i verbali dei Cofisigli
pubblici dal 1590 al 1670.
- 21 —
fatto; e i giurati Geronimo Marziano e Antonuzzo ^[aien-
za — nell'assenza degli altri due giurati che si erano recati
in Palermo — rispondevano, con lettera dell'S agosto 1629,
ove essi mettevano le cose a posto, esponendo i fatti. Que-
sti erano avvenuti ben diversamente da ciò che semplice-
mente rappresentava il Proto. Da qualche tempo gli uffi-
ciali di Gioiosa Guardia, terra baronale del vescovo di Patti,
avevano in m.ente di occupare le marine di Calcare, Saliceto
S. Giorgio e Zappardini, le quali essendo di Regio Dema-
nio , la giurisdizione reale di esse, tanto civile che crimi-
nale, era stata esercitata sempre dagli ufficiali ordinari
della città di Patti nella qualità di ufficiali regi. Sotto vana
pretensione^ gii ufficiali di Gioiosa Guardia, nsttrpaiidosi
la reale i^iiirisditionc d'officiali della detta terra baronale,
aiutati e fomentati dal favore del Vescovo di Patti , ave-
vano più volte impedito che si riscuotesse la gabella dei
pesci, imposta per il pagamento delle guardie di dette ma-
rine, ed essendo andato il gabelloto con alcuni ufficiali e
compagni del capitano della città per braccio di ginstisia,
essi percossero il gabelloto e suoi commessi non solo, ma
si dettero a perseguitare con vendette e incendio dei beni
detti ufficiali e compagni; e quando poterono, col soccorso
di molta gente armata, averli in mano, fecero subire loro
anche carcerazione e maltrattamenti. Per lettere viceregie
fu incaricato il Sinticatore, che si trovava in Patti, di as-
sumere informazioni, per le quali avendo egli veduto die
tutto quel tratto di ìiiarina era di giurisdizione della città
di Patti, fu mosso processo contro i colpevoli. Venuto il
procuratore fiscale delegato Domenico Cicala, i giurati di
Patti presentarono a lui l'incartamento necessario, per il
quale cliiaranientc si andava dimostrando quanto fosse stata
temeraria la pretensione degli officiali di quella terra ba-
22 —
rollale. « El — soggiungevano i giurati di Patti — avendo
citato il procuratore Cicala gli officiali di detta terra, si è
presentato il Sindico di Gioiosa et alcuni officiali ^ i quali
cercarono l'incartamento presentato dalla città di Patti al
Cicala per potere fare il loro contrario, dicendo che per ciò
havrebbero portato il loro avvocato o procuratore per pi-
gliare filo. Come furo licentiati dal delegato per venire col
detto loro avvocato o procuratore ritornarono et con essi il
/)/ Alessandro 1 roto cittadino di questa città, al quale a
instaura delti sudetti officiali di detta terra si consegnò e per
detto Proto pigliato per consegnato detto incartamento quale
per breve speditione di detta causa detto Proto lo portò con
avercivi fatto ricevuta nello stesso officio et dopo quello
haver restituito havendo portato detti officiali il proprio
loro incartamento »,
1 giurati di Patti proclamavano, nella loro lettera, tale
opera indegna di un buon cittadino ,
quale il Proto si van-
tava di essere nel suo memoriale, e seguitavano la] narra-
zione dei fatti.
« Fu tanto l'ardire del detto Proto — essi scrivevano —
che conferutosi nella piazza p*^'^ di questa città incominciò
fortemente a sclamare dicendo non esser vero che li offi-
ciali di detta terra si haviano usurpato la regia giurisdi-
tione, ma che li usurpatori di quella erano stati li officiali
di questa città passando piìi oltre in altre molte parole per
le quali si ebbe ad attaccare tra detto Proto et alcuni cit-
tadini religiosi et altri rumore et differenza tale che se non
fosse stato che da parte nostra si havesse andato rime-
diando facilissima cosa saria stata di aver successo cosa
di peggio; delli quali soi andamenti più chiaramente si
andò sempre scorgendo esser stato in detta causa il detto
Proto l'avvocato contro S. ÌNF^ et contro essa città sua pa-
— 23 -
tria in favore di detta terra di Gioiosa giungendosi a que-
sto tanto più essendo il Proto assessore del Vescovo il quale
foineìila detta causa et come padrone di detta terra quella
protegge et giuntosi di pili che nella stessa causa si havesse
detto Proto mostrato sospetto et contro affatto. Perciocché
altre volte in questo stesso tempo che ha preteso detta
terra dette marine havendosi in virtù di lettere di manu-
tentione di possessione di esse a nostra istanza da V. E.
ottenuto di ordine del D.'' Antonino Barresi delegato de-
gente in questa città fatto a nostra istanza ingiuntioni pe-
nali alli officiali di detta terra di non haversi a perturbare
le persone, fu d'ordine della Corte vescovile monito il detto
Barresi che sotto pena di scomunica non havesse da fare
dette ingiuntioni a detti officiali travisando, per aver a spo-
gliare affatto S'^ \P^ et questa terra della portione di dette
marine reali, il tenore di dette ingiuntioni , come per me-
moriale a V. E. dato per via della R. G. C. Criminale et
delle ingiuntioni fatta et monitorio in questo inclusovi è
stato altra volta quando fu destinato detto delegato Cicala
ne fu Y. E. informato et detto monitorio sottoscrivendovi
il Vicario di detta Corte et detto Proto come asses<^ore, per
la qualcosa fattane istanza et propostosi che per haversi
sempre mostrato in detta causa detto Proto contro S. M.
et contro questa città sua patria in favore di detta terra
dovessimo congregare Consiglio di haversi a desterrarsi
detto Proto et non haver a concorrere ne soi eredi piìi ad
officio di detta città. Pcrsuasimo noi intanto questo popolo
a che non dovessimo a questo divenire senza espresso
ordine di V. E. et così congregatosi questo Consiglio fu
comunemente accordato et concluso come per quello V. E-
resti servita ordinare che si confermi e si disterri detto
Proto e si dichiari non dovere nò potere esso e neanco i
— 24 -
suoi eredi più concorrere ad offìcii di questa città, con-
forme alla nota di detto Consiglio ».
In appoggio della loro conclusione i giurati aggiunge-
vano che sempre il dottor Proto si era mostrato contrario
alla sua patria in molti affari e negozi , massime in tutti
quelli che la città teneva col vescovo, dal quale egli di-
pendeva, e che altra volta il Proto era stato condannato
dalla R. G. C. come usurpatore della regia giurisdizione.
Che il vescovo don Vincenzo di Napoli fosse magna
pars nella iiuestione di giurisdizione, che apparentemente
si svolgeva tra la città di Patti e la terra di Gioiosa Guar-
dia, non si può negare in alcun m.odo, e verrà confermata
maggiormente dal seguito dell'esposizione di quella verten-
za. Infatti, nell'agosto del 1629 stesso, il vescovo Napoli fece
sua apertamente la questione della giurisdizione delle marine
di Calcara, Saliceto, S. Giorgio e Zappardini; e i giurati di
Patti, in data del 26 agosto scrivevano al viceré che per
causa della giurisdizione delle marine die il Vescovo vo-
leva appropriarsi, vi era bisogno per ranno venturo per
il Governo dei Giurati persone alle a difendere la giuri-
sditione Reale, quindi essi proponevano il dottor Andrea
Fortunato, il dottor Bonaventura Marziano, don Giuseppe
Cenere Regio Secreto della città e il dottor Antonio Chi-
tari, e per le informazioni avrebbe potuto il viceré rivol-
gersi al procuratore fiscale Gio-Domenico Cicala, il quale,
per essere stato a Patti, era a gioi'no di tutto.
Ma il vescovo per intimorire i giurati ricorse ai grandi
mezzi, e senza altro , il 26 agosto stesso, scomunicò tre dei
giurati, ossia Francesco Licari, Geronimo Marziano e Bal-
dassare de Arizzi. Infatti , il quarto giurato , Antonuzzo
Maienza, la sera stessa del 26 scriveva una lettera che
consegnava al frate Onorio Leto dei Minori Conventuali,
— 25 —
cittadino piittese ,
per recarla personalmente, e benché la
lettera manchi dell'indirizzo, io suppongo fosse diretta al
giudice di Regia Monarchia. Ecco qui la lettera:
« 111.'"° et Rev."^° Sig.''^' — 11 Padre Onorio Leto da
Patti Commissario provinciale del Convento di San Fran-
cesco di questa cittù narrerà a V. S. III.'"-^ l'aggravio fatto
dal Vescovo di questa città alli giurati miei colleghi quali
ha scoiìiiiìiicati in scviptis et con In campana maggiore
dopo l'appelatione legittima et per causa che consta tutto
il contrario per le scritture che vengono a V. S. 111.'"''^
quale supplico che attesa l'ingiustitia et oppressione iniqua
voglia dichiarare nulla detta scomunica come è di ragione
perche possino gli altri Giurati attendere al servigio di
S. M.'^ et alla difesa della giurisditione regia come hanno
fatto fin hora che perciò V odia mortalmente il Vescovo.
Raccomando a V. S. 111."" la prestezza di questo negotio
perchè tutta la città è tribolata, rimettendomi in ogni cosa
al detto Padre et senza più me l'inchino ».
Questa lettera è un bel documento del coraggio dei
giurati delle città demaniali nel difendere i loro diritti con-
tro chiunque, dell'oltracotanza episcopale e dell' antagoni-
smo tra preti e frati, specialmente dell' ordine di S. Fran-
cesco, i quali ultimi perciò spesso, in casi simili, si trova-
vano a parteggiare pei cittadini.
La vertenza, anchò perchè ben presto furono eletti i
nuovi giurati, pareva sopita, almeno nelle sue manifesta-
zioni rumorose, quando nell'ottobre del 1630, i giurati don
Michele F'ortunato (1) , Baldassare de Arizzi, don Giuseppe
(i) Don Pietro, don Michele, il dottor don Andrea e don Giuseppe
Fortunato e Huemada erano figli del dottor don Francesco Fortunato
e Fortunato oriundo spagnuolo della città di Granata, il quale fu in
,
Palermo avvocato fiscale del Tribunale del Real Patrimonio nel 1586 ,
mastro razionale del Real Patrimonio nel 159 1, e dopo qualche anno
Presidente del Concistoro nella qnale carica morì in Palermo.
,
— 26 -
Cenere (1) e Giuseppe Tinghino scrivevano al viceré che
avendo essi nomintito Andrea Cenere deputato alle guardie
delle marine durante il contagio morboso d'Italia, custui,
veduta una fregata nella marina di S. Giorgio ,
giurisdi-
zione della città di Patti, le fece intimare dalle guardie
l'ordine di partire. Il capitano della fregata mostrò allora
una patente di sanità della terra di S. Nocito (2), del regno
di Napoli, e questa patente portava dietro il visto con tre
firme, che egli assicurò essere le firme dei giurati e del
mastro notaro della terra di Gioiosa. Il deputato Cenere e
quattro guardie, veduto ciò, dettero ordine alla fregata di
partire, e restarono nella notte a S. Giorgio alla custodia
del posto.
« La mattina allo spuntare del sole — scrivevano nel
loro stile pittoresco i giurati di Patti — si videro assaltare
da una grande moltitudine di persone armate di scopette
et archibugi, in più di duecento persone, tra i quali Giov.
Pietro Cortolillo, Domenico Cortolillo, Alessandro Barberi
et altri che dicevano essere compagni del capitanio et con
essi molti parriiii armati con scimitarre et bastoni, et in-
cominciarono a gnÒRve ferma ferina a questi, correndo con
le scopette alle mani calando li cani et mettendo corde
alli archibugi, strinsero in mod() detto deputato et guardie
che r havevano soffocati, et attaccarono detto deputato et
Antonino Calcagno nonostante che li dicevano: « avver-
(i) Don Giuseppe Cenere Regio Secreto della città successe al
padre don Antonello , morto a ii marzo 162.1 , dopo aver tenuto la
carica di Secreto per quaranta anni , dal 1581 al 1621. Antonello
Cenere aveva ottenuto il privilegio di don con decreto del 30 marzo
i6is > che fu ripetuto il 3 ottobre 1630 in favore del figlio Giuseppe
e successori Don Giuseppe Cenere morì neli' aprile del 1653 , ed i
suoi beni furono incorporati dalla Regia Corte.
{2j S. Niceto, ora S. Lucido, vicino Paola,
— 27 —
tite a quel che facile die noi siiiìuo depiilati et guardie della
Sanila et citslodiamo questo nostro posto », se li portare
verso detta terra della Gioiosa , et non contenti di questo
trassero esso di Cenere deputato et di Calcagno soldato et
li mandarono carcerati nelle carceri di S. Angelo per stra-
pazzarli in dispregio di questa città e del Reale servigio.
11 che havendone stato riferito aggiuntatone col cap'"^ don
xMiquel Velasquez (l) capitanio et capitano d'arme a guerra
di questa città, deliberammo andar sopra loco in detto
scaro con quattro compagni et due porteri a prender veri-
dica intor."*' del latto; atteso prima a placare l'ira di questi
cittadini facendoli ritirare nella città, ne conducemo in d"
posto et marina di S Giorgi dove in arrivare tre persone
sopra la torre del fondaco, una delle quali si conobbe es-
sere Alessandro Barberi della detta terra, incominciarono
a far fumo sopra detta torre, a quel segno di fumo si vid-
dero apparire alquanto distanti da detta torre, una mol-
titudine di persone che calando abbasso andavano ingros-
sando sopra un' erta discoverta da detta torre, et molte
persone sparse per la campagna s' andavano ammassando
et chiamando 1'
un 1' altro dicendo « Calati Calati », spa-
rando alcune archibugiate da lontano accompagnando il
segno del fumo sopra detta torre; et domandando detto ca-
pitano al detto Alessandro Barberi per che causa havia
fatto detto segno di fumo — che siamo Turchi noi? (2)
—
1
1) Il capitano don INIichele Velasquez fu nominato capitano di
armi a guerra con patente del 27 luglio 1630 , e con patente del 31
dello stesso luglio capitano della città o capitano di giustizia (capitanio)
dal duca di Albuquerque.
(2) Nelle istruzioni dei viceré , comunicate per via della Depu» .
tazione del Regno , sulla sorveglianza delle torri marittime che custo-
divano il littorale, vi era che i guardiani delle torri , appena scorges-
sero a distanza vascelli corsari turchi o barbareschi , dovevano darne
— 28 —
et che significa detto abbassarsi di genti armate et sparare
di archibugi. Il detto di Barberi negò haver fatto detto
fumo, et ordinando detto capitano che calasse abbasso ad
informare esso capitano et giurati, tampoco volse obedire,
et perciò d° capitano et noi pigliato informatione d' alcuni
marinai di Milazzo che muravano in d» scavo e d' altri ci
parse ritornarci alla città, et non far altro motivo, ma av-
visare V. E. del tutto, perciò mandiamo copia di dette in-
formationi et lettere dell'ordine di V. E. al reg.*» della Sa-
nità et note di carcere di d' soldati et deputato supplicando
V. E. resti servito di ord.'» che siano castigati d' officiali,
cap.'" et persone di detta terra che han commesso un tanto
delitto disturbando la guardia di neg." tanto importante
della Sanità, provocando questi popoli ad alcun attacca-
mento di rissa notabile, come hanno fatto più volte, et sotto
la guida di detti Cortolillo, et particolarmente di d." Giov.
Pietro Cortolillo inimicissimo di questa città , a causa che
nel mese di maggio p. p. fu ad istanza nostra fatto pren-
dere dalli compagni del capitano d' arme Gaspare Lanteri
et posto carcerato a nome di V. E. et R. G. C. come per-
sturbatgri della Regia giurisditione et si haveva sotto le
ingiuntioni fatteli dal procuratore fiscale Gio. Domenico
Cicala allora delegato in causa, restando anco servita V. E.
ord.''° che d," di Cenere deputato et di Calcagno soldato
siano escarcerati da detta carcere di S. Angelo. Per ultimo
avviso , se di giorno , con far fumo , se di notte, con far fuoco ,
per
abbassare le milizie e tutti gli uomini, atti per la difesa, alle marine,
per impedire lo sbarco e possibilmente dare loro la caccia. Il mare
di Patti . per la vicinanza delle isole Eolie , ove i corsari turchi sole-
vano rifugiarsi per slanciarsi inosservati sulle spiagge di Oliveri, della
Marina di Patti e di San Giorgio , era infestato dalle navi ottomane,
Ecco la ragione della domanda del capitano Velasquez.
— 29 -
supplichiamo V. E. gciubqiie fìcxis voglia sopra questo av-
venimento fare giustiiia esemplare et con prestezza, perchò
detti della Gioiosa piglieranno tanto ardire et temerità, che
si dubita non sfochino la mansuetudine di questi popoli a
disordinato sdegno. Non permetta Iddio che non succeda
alcuna rissa fra li nostri cittadini et detti della Gioiosa
mentre li sangui sono caldi ».
Ad avvalorare sempre piìi l'opinione che, in fondo, la
questione fosse mantenuta viva dal vescovo di Patti, sa-
rebbe sufticiente il dire che i Cortolillo erano parenti stretti
del dottor don Martino Cortolillo canonico arcidiacono della
Cattedrale di Patti : se non lo dimostrasse quell'accorrere
di molti preti {parriiii) armati di scimitarre e bastoni nel
fatto di S. Giorgio, cosi vivamente descritto dai giurati
di Patti.
Dietro i provvedimenti che si dovettero prendere dal
viceré dopo i fatti narrati, la fase acuta dovette cessare,
perchè nei registri seguenti della Corte giuratoria non si
fa più parola di questa questione.
Nel Formario delle grafie domandate et concluse nel
Parlamento dell' anno 1633 et fatte et risolute a 10 gen-
naio 1634 per S. E. (don Francesco Afan de Rivera duca
di Alcalà) riportato nel registro del 1633-1634, ove la città
di Patti domandava la risoluzione di molte questioni im-
portanti, non si fa parola della giurisdizione delle marine
di Calcara, Saliceto, S. Giorgio e Zappardini.
Ma che le questioni col vescovo Napoli non fossero
finite lo dimostrano alcune lettere dei giurati, avendo egli
poco dopo sollevata la questione della gabella del salume
per la sua tonnara di Roccabianca. Infatti, il 23 agosto 1634,
- 30 -
il giurato don Giuseppe Cenere, il quale - come si è vi-
sto — era anche regio segreto, scriveva al duca di Alcalà
che egli aveva fatto carcerare Pietro Villapinta pleggiario
di don Giuseppe Fortunato ex-gabelloto del salume, debi-
tore di onze quaranta all' Università. Ma il Fortunato as-
seriva che questa somma doveva pagarsi dagli eredi di
Gianforte Natoli principe di Sperlinga per ^erta quantità di
tonnina ,
salata mentre egli teneva la gabella. Essendo il
fatto successo a tempo di altri giurati credettero i giurati
in carica di soprassedere per non entrare col Vescovo a
maggiori disgusti pretendendo detto Vescovo non lasciare
pagare detta gabella di estrazione di tonnina per essere
della Sita tonnara. La cosa faceva più impressione perchè
la tonnina salata, da che fu imposta la gabella del salume,
era stata sempre soggetta a pagamento, e il vescovo Na-
poli, che da venticinque anni era padrone della tonnara di
Roccabianca, non aveva fino aVora sollevata difficoltà per
quella esazione- Il giurato Cenere, anche a nome degli altri
giurati pregava il duca di Alcalà affinchè la povera città
non fosse abbassata con la potenza del Vescovo, avendosi
dimostrato il Vescovo contrario interamente a detta città
et a D. Micliele Fortunato giurato et fratello di detto
D. Giuseppe.
I giurati di Patti del tempo non a torto ritennero che
il vescovo don Vincenzo di Napoli fosse contrario intera-
mente alla città. Infatti, lo ebbero avverso non solo nella
questione della giurisdizione delle marine, ma in molte altre
questioni. L'opinione di quei giurati parrebbe urtare con la
fama lasciata da quel vescovo per le opere compiute; ma
questa contraddizione si spiega benissimo, poiché il ve-
scovo Napoli, pur restando uno dei più illustri vescovi della
diocesi di Patti, voleva la grandezza del vescovado sopra
— 31 —
tutto e contro tutti. Egli se avesse potuto avrebbe fatto
della città demaniale una città episcopale ,
usurpandone
la j;iurisdizione, rendendo nulli i suoi privilegi, spezzando
gli ostacoli che si fossero infrapposti al suo sogno mega-
lomane. È ben naturale quindi il continuo conflitto coi giu-
rati, che i diritti della città gelosamente vigilavano.
Se io non temessi di divagare, potrei citare altri fatti
a dimostrare come il vescovo Napoli non avesse altra mira
che il vantaggio del vescovado e l'asservimento della città
alla propria volontà: basterà perciò uno solo.
Non contento della questione delle marine e del rifiuto
al pagamento delle gabelle del pesce e del salume per la
sua tonnara, nello stesso anno 1634, egli sollevò un'altra
questione. I cittadini di Patti avevano diritti di pascolo, di
legnare e di far paglia nei feudi del territorio, (1) e tra
gli altri sul bosco e tenere della Lupa, pertinenza del ve-
scovado. Pensò il vescovo di spogliare i cittadini di questo
diritto, ed avendo ottenuto, fin dal 5 aprile 1634, lettera del
viceré per via della Regia Gran Corte — con la clausola
che se la città pretende cosa in sgravio abbia da compa-
rire — fece buttare bando a 20 ottobre, proibendo il pa-
scolo nel feudo della Lupa. In una lettera del 24 ottobre
al loro agente in Palermo, i giurati scrivevano che la città
faceva istanza per non essere spogliata del jiis pasccndi
che essa dacché vi è memoria di uomo ha tenuto e tiene
tanto per il bestiame usuale quanto per il gregge. Quindi
(i) Per il feudo della Masseria fu fatta una transazione tra la città
e don Giuseppe Balsamo barone della Masseria , cittadino messinese,
per atto in notar Giuseppe Brescio di Patti a 23 ottobre 1567, nella
quale si stabiliva che ogni cittadino ed abitante di Patti potesse iar
pascere una giumenta coi suoi seguaci, riserbandosi la città tutte le
altre azioni, giurisdizioni e pretensioni.
- 32 —
i i^iurati domandavano che il viceré facesse revocare il bando
del vescovo, o almeno che la città non fosse spon,liata del
j'/ts pasco/di' senza conoscerne le ragioni, e se il vescovo
pretendeva cosa in pregiudizio, avesse da ^//^;i!;/rY;'t' lui con-
tro la città Jitris et ritus ordine servato, e non i giurati da
convenuti diventare attori , il che pareva fosse lo scopo
della parte avversa. Ma torniamo a bomba.
In quanto all' esazione della gabella del pesce del
salume, il vescovo, messo su quella via, sosteneva dovere
godere la franchigia nella sua. tonnara. Nel 1635, essendo
stato nominato giurato don Giuseppe Fortunato , fu fatta
opposizione alla sua immissione nell' officio per il debito
che ancora aveva delle quaranta onze, come ex gabelloto
del salume , la quale gabella era allora applicata al re-
stauro della chiesa di S. Ippolito. Costui si scusava al so-
lito dicendo che era creditore di questa somma di Gian-
forte Natoli principe di Sperlinga per resto rimasto ad e-
sigere della gabella del salume , ma gli eredi di lui ave-
vano rifiutato di pagare, perchè pretendevano che, essendo
la tonnara del vescovo franca di gabella ,
il Natoli come
affittuario non era tenuto a pagare.
Con lettera del 19 dicembre 1635 il duca d' Alcalà de-
cideva che, se il debito del Fcrtunato era liquido, pagando
appena ricevuta quella lettera viceregia ,
si desse a lui la
possessione, e che , se non era liquido ,
prestando idonea
pleggiaria ,
gli fosse dato ugualmente il possesso. Cosi e-
gli fu messo in possesso del suo ufficio a 4 gennaio 1636.
Ma la questione si dovette trascinare ancora, come si vede
da una lettera del vescovo di risposta ad una dei giurati,
che si lamentavano di un monitorio minacciato loro dal
dottor don Andrea Fortunato vicario generale del vesco-
vato, durante 1' assenza del vescovo dalla città.
- B3 -
« Molto Spett." Sig.'* — In risposta della lettera delle
SS.'''- loro dico che il D.'' D. Andrea Fortunato per Io ne-
gotio del ìiioìiilovio quello che haveva fatto è stato di or-
dine mio perchè ben si ricordano le SS'''^ loro che mi dis-
sero che fariano tutto quello che di dovere ;
ma tra tanto
hanno fatto esigere la gabella. Sono contento che si so-
spenda il monitorio insino alla mia venuta con che le
SS/''' loro sospendano 1' esatione della gabella perche que-
ste sono cose di coscientia e di censure che è quanto mi
occorre dire per risposta alle SS''" loro alli quali pregho
ogni salute.
Delle SS-^ loro
Librizzi 4 di settembre 163S.
Aff.'"° ser/«
Il Vescovo di Patti »
Questa lettera era diretta ai giurati Antonino Donato,
dottor Mariano Marziano, dottor Francesco Arlotta e dottor
Andrea Proto, dalla terra di Librizzi^ di cui egli era conte.
A questi giurati ,
più fortunati di quelli del 1629 che eb-
bero la scomunica con la campana maggiore ,
non toccò
che un ìiioiiitorio sospeso sulla loro testa come la spada
di Damocle. In ogni modo nel 163S come nel 1629 il siste-
ma del vescovo era sempre lo stesso.
La quistione della giurisdizione della città di Patti col
vescovo Napoli e con la terra di Gioiosa Guardia non era
nuova. Nel 1445 ,
il viceré Lopez Ximenes — secondo il
canonico Giardina, che lo ha rilevato dal volume 2 de fan-
datioìie dell' archivio della Cattedrale ,
— ordinò agli offi-
ciali di Patti di non inlronicltcrsi ne esercitare alcuna gin-
— 84 --
SS. Salvatore,
risdimone nelle terre di Gioiosa, Lihri^zi e
di S. Giorgio appartenente
e specialmente nel territorio
,
mera sola giurisdizione
alla terra di Gioiosa, e:^sendo di
e
episcopale ,
spettando al vescovo la elezione dei giudici ci-
criminali, ed il diritto di esigere i rispettivi tributi
vili e
modo che praticano e possono praticare gli altri Ba-
nel
roni del regno.
Anche non volendo discutere qual valore possa avere
agli occhi
queir ordinanza viceregia del 144"^ salta subito
alle consuetudini di quei
di chi non sia totalmente profano
tempi, che quella questione di giurisdizione
non era preci-
samente la stessa di quella sorta nel 1628.
lo potrei dunque fare a meno di discutere l'ordinanza
del Ximenes, sapendosi da tutti quale valore provvisorio
avessero le lettere dei viceré, che spesso anche nel breve
tempo del loro governo venivano disdette le une dalle al-
tre, e in tutti i casi pensava il successore ad annullarle.
Che dire poi quando questa ordinanza veniva emanata
sotto
ilregno di Alfonso di Aragona, nel momento della più gran-
de confusione prodotta — come scrive il Palmisano (1)
—
dall'anarchia che si era insinuata in ogni ramo dclVorga-
nismo sociale negli ultimi anni della dominazione Angioina,
quando i baroni, non paghi di avere accresciuto con so-
la tirannia della loro potenza, vollero
persino cimen-
prusi
tarsi colVautoritcì regia, usurpandone le prerogative.
Il re Alfonso aveva pensato rivendicare quelle usur-
esibizione dei titoli delle loro pro-
pazioni, pretendendo 1'
ma essi si rifiutarono e porta-
prietà dai baroni e prelati,
rono le questione al Parlamento. E Alfonso, specialmente
(i) Relazione, già citata nella nota 6, sui « niri^ di marfarag-
gio [tonnara di Oliver i ».
nei primordi del suo regno, per non rendere odioso il nuovo
dominio, cedcf.te più volte alle pretese dei baroni e pre-
lati, per la qual cosa fu chiamato Maguauimo. Da ciò
quella serie di concessioni date e ritirate, quella instabilità
e confusione dei limiti tra la giurisdizione reale e baro-
nale^ che toccò la nota più acuta dal 1442 al 1446. Basare
dei diritti, non sopra un' ordinanza viceregia, ma anche so-
pra un rescritto regio di quel tempo^ è un voler fabbricare
sopra un terreno incerto e franoso. Lo storico moderno
ha bisogno di altro.
L' ordinanza fatta ai giurati di Patti, nel 1445 ,
di non
esercitare giurisdizione specialmente nel territorio di San
Giorgio, ammesso anche l'esattezza testuale della ragione,
ossia perchè di lucra e sola giitrisdisione episcopale , non
risolverebbe per nulla la questione della giurisdizione di
quella marina, di cui l'ordinanza non si occupa. Se la mera e
sola giurisdizione episcopale si riferisse alle terre di Gioiosa
Guardia, Librizzi e SS. Salvatore, io potrei anche accet-
tarla senza discussione — anche perchè non mi preme —
ma trattandosi per S. Giorgio, non bisogna scordarsi che
vi era stata la concessione della tonnara, territorio e mare
di S. Giorgio agli Orioles, con le ragioni, perlineìise et giu-
risditioni et altri spettanti a detta baronia , con la crea-
tione degli officiali et altri soliti farsi et spettanti ai baro-
ni. E ammesso anche che la concessione di re Martino del
1407 fosse più ristretta, e fosse stata ampliata ,
nel modo
espresso, dal re Giovanni nel 1460 e 1477, e che il vescovo
avesse potuto avere ancora nel 1445 giurisdizione sulla
porzione di S. Giorgio che non faceva parte della baronia,
non si può parlare di 7/z£';y/ e sola ginrisdisione episcopale.
Figurarsi quale giurisdizione avrebbe potuto esercitare
il vescovo, o chi per esso, nel 1628, all'epoca della que-
stione, di cui io ho cercato rintracciare la storia!
— 36 —
Ma torniamo al re Alfonso. Egli, che aveva dovuto
rinunziare per l'agitazione dei baroni a molte rivendica-
zioni, volle almeno rivendicare le usurpazioni baronali della
spiaggia per un tiro di balestra dalla riva del mare, sol-
levando un'altra agitazione dei baroni che presentarono la
questione al Parlamento del 1457. Alfonso col regio placet
dello stesso anno concedette una specie di sanatoria delle
usurpazioni feudali, riconoscendo in certo modo lo stato di
fatto preesistente, ma curò i diritti del regio demanio ri-
servando sempre nelle sue concessioni il tiro di balestra
dal lido del mare.
Fin dal tempo di Roma il lido del mare « gnoiisgiie
fìiaxiiiius Jliictiis a mare pervenit ->•>
era riservato allo Stato
come rappresentante del jiiris uiiiversitatis e per il jiis
imperii e anche che col permesso si costruissero edificii
sul lido, tale usurpazione non importava mai la proprietà
del suolo. Così stabilivano anche i diritti sassone ,
franco
e longobardo. Conchiude il Panzarasa, in una sua splen-
dita monografia (1) , che nessuna legge ne antica né mo-
derna ha mai consentito le usurpazioni dei lido del mare
se non a titolo di puro doìniiiio col consenso dello Stato
e il pagamento di un canone. Le leggi di Sicilia per gli
editti di re Ruggero, dell'imperatore Federico, di Giacomo
di Aragona affermarono sempre la imprescrittibilità e la
inalienabilità del demanio pubblico: come si può anche ve-
dere dalle ingiunzioni ai figli fatte nel testamento (2) dal-
(i) Sugli arenili, pubblicata nel Digesto Italiano, voi. 4°, parte
prima.
(2) Questo testamento fu fatto a Ferentino delle Puglie , ove Fe-
derico moriva il 13 dicembre 1250. Ebbero 1' onore di firmare, come
testimoni, quel celebre testamento due miei antenati : Serio Ruffo di
Calabria gran maresciallo del regno di Sicilia — che firmò subito dopo
— 87 —
l'imperatore Federica, e la prammatica di re Alfonso^ ove
si legge che le alienazioni « si facte sint retracteutitr » al
demanio. Basterebbe ciò a togliere ogni valore al regio
placet del 1457 dello stesso Alfonso. Anzi questo re andava
al di là delle leggi romane e del diritto comune, riservando
al regio demanio una zona maggiore del lido sin dove po-
teva giungere 1' jactus balistae. E questa riserva « in qitaii-
timi a litore viaris iufra tcrraui per jactiim balistae prò-
tendcrit » si legge nelle concessioni di Carlo d'Angiò, di
Giacomo d'Aragona, e in tutte le concessioni aragonesi. Do-
po Alfonso d'Aragona, il re Ferdinando il Cattolico volle ri-
vendicare al demanio regio le usurpazioni feudali che si
erano stese oltre il tiro di balestra; ma i baroni approfit-
tando delle grandi guerre, nelle quali era impegnato il re
Ferdinando, fecero poco caso dei suoi ordini. Di questa
questione si occuparono Giovan Luca Barberi prima, e
Andrea d'Isernia, Matteo d'Aflitto, Pietro di Gregorio, An-
tonino Capece nel secolo decimosesto.
La questione è stata di recente trattata esauriente-
mente dall' avvocato Palmisano dell'avvocatura generale
erariale per incarico del Ministero della marina, dal punto
di vista specialmente dei diritti dei padroni delle tonnare,
che pretendevano inclusa nel luarfarace la spiaggia tutta
davanti i caseggiati e magazzini delle tonnare. Dalla re-
lazione Palmisano io ho preso quel che poteva giovare alla
del conte di Caserta genero dell'imperatore — e Fulcone Ruffo fra-
tello del conte di Catanzaro e nipote di Serio. Essi assistettero alla
morte del grande imperatore, e secondo il Ritonio, non solo ne ac-
compagnarono la salma a Taranto, ove fu imbarcata sulle galee di Si-
cilia per trasportarsi a Palermo, ma non se ne divisero finché non fu
calata nella tomba di quella Cattedrale ,
presso al sepolcro di re Rug-
gero.
— 38 —
questione della giurisdizione reale delle marine di Patti, e
specialmente a quella di S. Giorgio.
Quindi si può stabilire che a S. Giorgio, nonostante la
concessione della tonnara, restava sempre la giurisdizione
di quella marina: come era di giurisdizione
regia il
regia
tratto di spiaggia che serviva alla tonnara del vescovo.
Se la questione dei diritti delle tonnare ha avuto bi-
sogno di un lungo studio, perchè poteva presentare qualche
difficoltà - trattandosi di concessione del mare e del mar-
farace —
per l'interpretazione e l'estensione da darsi alla
parola mnrfanice non si può dire così per le concessioni
,
di terre, ove non si può trattare che di sola
usurpazione ,
più o meno tollerata.
Al 1628 ,
quando si sollevò la quistione tra la città di
Patti e la terra di Gioiosa Guardia appoggiata dal vescovo
Napoli ,
benché ancora le usurpazioni feudali non fossero
totalmente rivendicate ,
la posizione era ben diversa dalla
epoca confusionaria di re Alfonso ;
e la città di Patti da
tempo immemorabile aveva esercitata la giurisdizione sulla
riviera di ponente come su quella di levante, non trattan-
dosi di questione di territorio, ma della spiaggia riservata
al regio demanio per il tiro di balestra. Patti come città
di regio demanio era rappresentante dQlVjuris universitatis
e i suoi officiali esercitavano la giurisdizione in quella ma-
rina nella qualità di officiali regi, l giurati della città ave-
vano anche la sovraintendenza per la custodia del littorale
del mare di Patti per la difesa del regno in generale ,
e
in particolare della capitania d' armi di Patti ,
dalle inva-
sioni nemiche e dalle epidemie contagiose come compo-
;
nenti la Deputazione di Sanità. La citta di Patti per so-
stenere le spese straordinarie che si richiedevano, in tempo
di pericolo o di sospetto ,
per la sicurezza pubblica o per
— so-
la pubblica salute ,
aveva imposto la tassa del pesce su
quelle marine di regio demanio , nell' interesse generale.
La causa che difendevano i giurati di Patti era dunque
non solo fondata sul diritto, ma rispondeva anche al prin-
cipio « snlus piiblica suprema lex esto »
Che la causa promossa dal vescovo Napoli fosse cat-
tiva, basta a rivelarlo il non avere egli affrontato diretta-
mente la questione della giurisdizione, facendo sostenere
invece dei Gioiosani che le marine di Calcara, Saliceto,
S. Giorgio e Zappardini, essendo nel territorio di Gioiosa,
dovevano essere di loro giurisdizione , e facendo fare op-
posizioni al pagamento delle gabelle del pesce e del sa-
lume dai suoi affittuari!, accampando la franchigia della
sua tonnara. E ciò, usando sempre dei sistemi di prepo-
tenza e d'intimidamento, sia armando i preti e i terrazzani
di Gioiosa contro gli esattori delle gabelle e contro i de-
putati di Sanità, sia fulminando le sue scomuniche. Egli
capiva benissimo non essere più il tempo di parlare di giu-
risdizione episcopale — specialmente per S. Giorgio — e
che la terra di Gioiosa non poteva in alcun modo inclu-
dere nel suo territorio il lido di demanio pubblico; ma vo-
leva raggiungere il suo intento ad ogni costo. Egli era di
mala fede, perchè conosceva gli editti dei re normanni,
svevi, angioini, aragonesi, che affermavano in modo asso-
luto l'imprescrittibilità del demanio pubblico, e sapeva che
« ìisucapioìiein rccipiiuit maxime res corporales, cxceptis
rebus sacris, saìictis, publici popiili rouiani et civitatiim ».
Vincenzo Ruffo della Floresta.
MICHELANGELO DA CARAVAGGIO
F» I T T O R E
STUDI E RICERCHE
DI
VIRGILIO SACCA
I.
I Biografi.
11 tempo è giusto giudice delle opere artistiche, e più
se gli autori distaccandosi dai metodi in uso presso i con-
temporanei batterono una via diversa da quella ordinaria-
mente seguita, per cui furon quasi sempre segno agli insulti
feroci e agli ingiusti attacchi di detrattori ignoranti o di
concorrenti maligni.
Uno dei più luminosi esempi di così avversa fortuna
ce r offre un grandissimo pittore lombardo^ Michelangelo
Merisio da Caravaggio (1) —il quale, vissuto tra la secon-
da meta del Secolo XVI e la prima del XVII, quando lo
studio del vero era — se pure lo era — fatto attraverso
(r) Scelgo Merisio, benché adottato dai meno, in seguito a ricer-
che d' archivio a Caravaggio.
Però è bene notar subito che il Bellori (Vite dei Pittori, Scultori
ecc. — N. Capurro — 1S21, lo chiama Merigi,
Pisa il Lanzi (Storia
Pittorica — Milano — G. .Silvestri 1823) Io dice Amerighi o Morigi — il
messinese storico Gallo nei suoi Annali Moriggi, Morigi il Baldinuc-
ci, e qualche altro Murigi o Muriggi. Esiste però tuttavia a Caravaggio
,la famiglia Merisio che par tragga origine dalla famiglia del pittore.
-él-
la fantasia spesso scorretta dei pittori ,
parve un anacro-
nismo ed un cervello artisticamente esaltato.
Eppure, dopo tre secoli, ecco fiorire intorno alle opere
del Caravaggio l' inno degli artisti e dei critici, i quali ve-
dono in lui un precursore dell'arte moderna, un paziente
adoratore del reale nelT arte^ un fiero avversario del ma-
nierato e dei manieristi, uno dei più forti e gagliardi co-
loristi italiani, che al dire di Annibale Caracci —e la fonte
non è sospetta — macinava carne viva invece di colori e
con essa dipingeva i suoi quadri.
E bene quindi chiarire alcuni punti oscuri della vita
di un così grande signore del pennello — dappoiché le
notizie che di lui si hanno sono varie e non tutte concordi
e molte difficoltà presentano alle indagini della critica se-
rena ed obbiettiva.
Per meglio riuscire nello intento riassumerò in questo
primo capitolo ciò che di lui hanno detto i migliori bio-
grafi, riserbandomi di discutere in seguito le loro esplicite
affermazioni, a cominciar dal Bellori (1), che più di tutti
distesamente ne tratta, e, parmi, con maggior competenza.
Nato a Caravaggio, il }3ellori non dice quando, Miche-
langelo Merisio aiutò nella sua fanciullezza il padre che
era un muratore. Incontratosi per caso a Milano, esercitando
tale suo mestiere, con alcuni pittori preparò loro la colla
pei freschi, d'onde un'ardente passione per l'arte, nella
quale riuscì poco dopo a farsi notare facendo vari ritratti.
Durò così quattro o cinque anni, quando per il suo carattere
(i) Giov. Pietro Bellori. Op. cit. pag. Voi. i Pag. 207 e seg.
Questo artista scrittore, secondo una nota tolta all'Abecedario Pitto-
rico dell'Orlandi (Bologna, per Costantino Pisani — 1774 — Pag. 225),
stampò la prima volta questa vita l'anno 1672 ;
non molto tempo,
quindi, dopo la morte del Caravaggio.
— 42 -
indocile dovette emigrare a Venezia dove studiò con im-
menso amore le pitture del Giorgione. Da Venezia passò
aRoma: quivi, in sulle prime, non ebbe di che tirare la vita
tal che fu costretto a servire il Cav. Giuseppe D'Arpino,
notissimo e difettosissimo pittore che era in allora ritenuto
come il principe dell'arte ;
m,a dopo qualche tempo, preso
in uggia il m.aestro, si allontanò dal suo studio proponen-
dosi di lavorare liberamente come gli dettava il proprio
sentimento artistico « non riguardando punto anzi spre-
« giando gli eccellentissimi marmi degli antichi e le pitture
« tanto celebri di Raffaelle » e proponendosi « la sola Natura
« per oggetto del suo pennello. Laonde essendogli mostrate
« le statue pii!i famose di Fidia e di Glicone, acciocché acco-
« modasse lo studio, non diede altra risposta ,
se non che
« distese la mano verso una moltitudine di uomini, accen-
« nando che la natura l'aveva a sufficienza provveduto di
« maestri », risposta che fu subito tradotta in atto nel quadro
della Zingara che predicela ventura ad mi giovane, lavoro
fatto con molta accuratezza sui modelli, e che fu poco dopo
seguito da una Maddalena, nella quale ritrasse una fanciulla
coi capelli sciolti, le braccia in camicia, la veste gialla ritirata
alle ginocchia della sottana gialla di damasco fiorato e con a
terra un vasello d'unguenti con monili e gemme. Dipinse
quindi una Madonna che riposa dalla fuga in Egitto e tre
mezze figure di Giocatori di carte \
poi, pel Cardinale Del
Monte che lo prese a proteggere, una musica di giovani
ritratti al naturale di mezze figure, una Medusa, una donna
in camicia che suona il liuto, ed una S. Caterina appoggiata
alla ruota del martirio. Progredendo nel lavoro, egli comin-
ciava a dimenticare le semplici tinte del Giorgione per un
genere nuovo e del tutto personale — campando le figure
quasi sempre in ambiente chiuso e scuro e illuminandole
- 43 —
a piombo o quasi, sulla parte principale del corpo. La trovata
fece gran chiasso: i novellini, animati dal successo del Meri-
sio si diedero ad imitarlo — i maestri non lo presero sul
serio, qualificandolo per indecoroso e per ignorantaccio.
Egli, però continuò la sua strada dipingendo pel cardinale Pio
un S. Giovanili nel deserto e compiendo bravamente i ritratti
del poeta suo amico G. B. Marino, di Monsignor Melchiorre
Crescentj e di Virgilio Crescenti, che lo elesse a dipingere
la Cappella in S. Luigi dei Francesi, affidandogli l'esecu-
zione delle tele per gli altari. « Qui — cito il testo — av-
« venne cosa, che pose in grandissimo disturbo , e quasi
« fece disperare il Caravaggio in riguardo alla sua reputa-
« zione; poiché avendo terminato il quadro di mezzo di San
« Matteo, e postolo sull'altare, tu tolto via dai Preti, con
« dire che quella figura non aveva decoro, né aspetto di
« santo, stando a sedere con le gambe incavalcate, e coi
« piedi rozzamente esposti al popolo. » Il Caravaggio ne
fu disperato : per sua fortuna il Marchese Vincenzo Giusti-
niani prese per sé il quadro e gliene fece fare un altro di-
verso che piacque e che tu seguito dalle altre due tele Gcsìi
che chinina Matteo all'apostolato ed il Martirio di S. Matteo.
Per la cappella dei signori Cavalletti nella Chiesa di
S. Agostino dipinse una Madonna col Bambino ; per la
chiesa nuova dei Padri dell'Oratorio la Dcposimone di Cristo
che é ritenuto il suo capolavoro; mirabile quadro per disegno,
colorito e forza di espressione; per la cappella dell'Assunta
nella Chiesa della Madonna del popolo, dipinta da Annibale
Caracci , la Crocefìsswne di S. Pietro e la Conversione di
S. Paolo; per il Marchese Giustiniani, /' Incoronazione di
spine, un S. Tommaso che pone il dito nel costato di
Gesìi, ed un Amore trionfante; per il Marchese Asdrubale
Mattei la Presa di Cristo nelVorto ;
pei signori Massimi un
— 44 —
Hcccc homo ;
pel Marchese Patrizi, la Cena di Ematis, che
ridipinse poi — variandola — pel Cardinale Scipione Bor-
«T^hese, a cui esegui inoltre un S. Girolcuiio che scrive, ed
una « mezza figura di David il quale tiene per i capelli la
« testa di Golia (che è il suo proprio ritratto) impugnando
« la spada, » ;
pel Cardinale Maffei Barberini, eseguì il
Sacrifisio di Àbramo ed un ritratto al naturale, ed ebbe
anche l'onore di ritrattare il Pontefice Paolo V al quale
venne presentato dal Card. Borghese,
Ma il Caravaggio non si contentava di essere artista
valentissimo ;
amava le avventure, le donne, il giuoco —
vizi che lo portarono ad uccidere in una partita di palla a
corda un suo giovane amico, per lo che dovette scappare da
Roma e rifugiarsi in Zagarolo, copertovi dalla benevolenza
del duca Marzio Colonna, dove colorì una nuova Cena di
Emaiis ed un'altra Maddalena, Poscia partì per Napoli,
dove il suo nome era assai noto e dove trovò subito di
che vivere. Quivi dipinse : per la Chiesa di S, Domenico
Maggiore, nella Cappella dei signori Franco, la Flagella-
sione di Cristo ; per la chiesa di S. Anna dei Lombardi la
Resurresione ; per la chiesa di S. Martino la Negazione di
Pietro; per la Chiesa della Misericordia le Sette opere
della misericordia, molto belle.
Ma sorge vivissimo un desiderio nell'animo del Me-
risio : egli vuol fregiare il suo petto della croce dei cavalieri
di Malta e si reca immediatamente nell'isola. Qui si pre-
senta al Gran Maestro dell'Ordine Alofio di Wignacourt,
francese, e lo ritrae in piedi ed armato, poi seduto e nel-
l'abito di Gran Maestro. Così ottiene, la desiderata croce
di cavaliere, non solo, ma la commissione di un quadro —
ch'egli compie mirabilmente — la Decollazione di S. Gio-
vanili per r omonima chiesa. Terminato il quadro, pel
— 45 -
quale ha dal Wignacourt una collana d'oro e due schiavi
in dono, dipinge ancora per la cappella italiana della stessa
chiesa due mezze ligure : la Maddalena e S. Girolaìuo
che scrive ;
più un S. Girolanio che medita su d'un teschio
per il palazzo del gran Priorato.
Viveva egli così in gran decoro^ ma un' importuna
contesa con un nobilissimo Cavaliere lo fé' restringere in
carcere dove fu ridotto a mal termine di strapazzo e di
timore : onde per liberarsi fuggì di notte scavalcando la
prigione e si ridusse inmantinenti in Sicih'a Pervenuto in
Siracusa dipinse per la chiesa di S. Lucia, la Santa morta,
col vescovo che la benedice, e quindi si trasferì in Messina,
dove compì la Natività e un S. Girolamo per la Chiesa
dei Cappuccini e la Resurresioìie di Lazzaro per la chiesa
de' Ministri degl' infermi. Ma sempre temendo la vendetta
del maltese cavaliere si rifugiò a Palermo dove dipinse
per l'oratorio della Compagnia di S. Lorenzo un'altra
Natività, e poi partì per Napoli dove sperava di sfuggire
al nemico e di ottenere il perdono del Gran Maestro e
del Pontefice. Dipinse pertanto una mezza figura di Ero-
diade che mandò in dono al Wignacourt per placarlo, ma
invano : un giorno alcuni sicari lo circondarono e gli sfre-
giarono il viso in un' osteria, della qual cosa ebbe dolore
e rabbia grandissime. Ma intanto, per intercessione del Car-
dinale Gonzaga, il pontefice lo perdonava, onde risolse di
partire subito per Roma. Però i suoi guai non eran finiti. Ar-
restato per isbaglio sulla spiaggia del Lazio, è liberato poco
dopo ma non ritrova piìi la feluca che portava la sua roba.
« Onde agitato miseramente da affanno, e da cordoglio,
« scorrendo il lido al più caldo sole estivo, giunto a Porto
« Ercole, si abbandonò, e sorpreso da febbre maligna,
« morì ir pochi giorni, circa gli anni quaranta di sua vita
— 40 —
« nel MDCiX (l), anno funesto per la PiUura. avendoci
« tolto insieme Annibale Caracci e Federico Zuccheri ». La
nuova della sua morte dispiacque a multissinii, e il Cava-
lier Marino, suo amicissimo^ se ne dolse e ne adornò il
mortorio con i seguenti versi :
Fecer crudel sventura,
Michele, a' danni tuoi Morte, e Natura ;
Questa restar temea
Dalla tua mano in ogni immagin vinta,
Ch' era da te creata e non dipinta ;
Quella di sdegno ardea ,
Perchè con larga usura.
Quante la falce sua genti struggea,
Tante il pennello tuo ne rifacea.
Qui non si arresta il Bellori; egli ta seguire per parecchie
pagine una discussione critica sul metodo del Caravaggio-
che è necessario riassumere per sapere in quale concetto
fosse tenuto il pittore dai suoi tempi e dal critico. Premesso
che il Merisio giovò alla Pittura perchè le tolse ogni bel-
letto e vanità nel colore^ rinvigorendo le tinte — afferma
ch'egli non usò mai cinabri né azzurri — o se li usò
qualche volta, li ammorzò sempre — dicendo eh' erano il
veleno delle tinte. « Professavasi poi egli inoltre tanto
« ubbidiente al modello, che non si faceva propria né meno
« una pennellata , la quale diceva non essere sua ma
« della natura, e sdegnando ogni altro precetto riputava
« sommo artificio il non essere obbligato all' arte Con
« tutto ciò molte, e le migliori parti gli mancavano, perchè
« non erano in lui ne invenzione, né decoro, né disegno,
« né scienza alcuna della Pittura, mentre tolto dagli occhi
(i) Nella citata edizione del Bellori per errore tipografico è detto
MDIX.
— 47 —
« suoi il modello, restavano vacui la mano e l'ingegno
« Così sottoposta dal Caravaggio la maestà dell'arte cia-
« scuno prese licenza e ne seguì il dispregio delle cose
« belle^ tolta ogni autorità alTantico ed a Raffaelle Al-
« lora cominciò l' imitazione delle cose vili, ricercandosi
« le sozzure, e la deformità,come sogliono fare alcuni
« ansiosamente.... Siccome dunque alcune erbe producono
« medicamenti salutiferi, e veleni perniciosissimi così il
« Caravaggio, sebbene giovò in parte fu nondimeno molto
« dannoso^ e mise sottosopra ogni ornamento, e buon co-
« stume nella Pittura Tali modi del Caravaggio accon-
« sentivano alla sua fisonomia ed aspetto. Era egli di color
« fosco, ed aveva foschi gli occhi, neri le ciglia ed i capelli ;
« e tale riuscì ancora naturalmente nel suo dipingere
« Non lasceremo di annotare i modi stessi nel portamento,
« e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per
« adornarsi ; ma quando poi si era messo un abito, non lo
« tralasciava, finche non gli cadeva in cenci. Era negligen-
« tissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di
« un ritratto, servendosene per tovaglia, mattina e sera.... »
Il Bellori chiude la sua biografia ricordando altri quadri
del Merisio : un S. Sebastiano, una Madonna del Rosario,
il ritratto di un giovane con un fior di melarancia in mano,
e parecchi quadri di fiori e frutta, ma non dà un elenco
completo delle opere dell'artista, come ha fatto per altri
pittori quali il Caracci e l'iVlbani.
E qui facciamo punto col Bellori, salvo a riparlarne in
seguito, e seguiamo le orme di un altro biografo^ l'Abate
Lanzi (l). che aggiunge qualche particolare alla vita ed al-
l'arte del Caravaggio. Uscito il pittore dalla scuola del D'Ar-
(i; Op. cit. Voi. 2° Pag. 139.
— 48 -
pino si diede, insieme ad Annibale Caracci, a criticare i
quadri del suo ex maestro. Questi se ne risentì e li rim-
beccò da par suo; il Merisio lo sfidò ma il D'Arpino non
accettò la stìda per non essere l'avversario un cavaliere
e sfidò invece il Caracci : ma questi gli rispose che la sua
spada era il suo pennello. Altro episodio più triste è quello
accaduto a Cristofaro Roncalli detto il Cav. delle Poma-
rance (1). Il Cardinale Crescenzi gli affidò le pitture della
Chiesa di Loreto in concorrenza del Caravaggio e questi
per vendetta sfregiò e fece da un sicario sfregiare la faccia
al pittore.
Fra i migliori dipinti del Merisio, il Lanzi ricorda anche
una « S. Anna, intenta a' femminili lavori, con Nostra
« Signora a lato : l'una e l'altra delle fattezze più volgari,
« e vestono alla romanesca ;
ritratti sicuramente di una
« donna e di una fanciulla, e le prime che gli si offersero agli
« occhi ». Ricorda inoltre un Agar con- Ismaele moribondo
ed un quadro della Friittajnola « naturalissimo nella figura
« e negli accessori. Più ancora prevalse in rappresentare
« risse, omicidi, tradimenti notturni ;
per le quali arti egli
« stesso, che non ne fu alieno, ebbe travagliosa la vita e
« infame la storia ». E altrove, discorrendo dei metodi
usati dal Caravaggio, dice : « Scorto dal suo naturale torbido
« e tetro, diedesi a rappresentare gli oggetti con pochissima
« luce, caricando fieramente gli scuri. Sembra che le figure
« abitino in un carcere illuminato da scarso lume, e preso
« da alto. Così i fondi son sempre tetri, e gli attori posano
« in un sol piano, ne v' è quasi degradazione ne' suoi di-
« pinti: e non di meno essi incantano pel grand' effetto
(i) Op. cit. Voi. 2^' Pag. 200
Ì2) Op. cit. Voi. 3« Pag. 178.
— 49 —
« che risulta da quel contrasto di luce e d'ombra. Non ò
« a cercare in lui correzione di disegno, né elezione di bel-
« lezza. Egli ridevasi delle altrui speculazioni per nobili-
« tare un' aria di volto, o per rintracciare un bel panneggia-
« mento, o per imitare una statua greca : il suo bello era
« qualunque vero ».
Il Lossada (l) aggiunge nulla di nuovo alle notizie
già date dai due precedenti scrittori : solo lo dà più a Paler-
mo che a Messina nella sua fuga in Sicilia e, anziché da
sicari, lo fa raggiungere a Napoli dall' offéso maltese che
lo ferisce alla faccia in modo da renderlo irriconoscibile.
11 Grosso-Cacopardo (2) dà qualche nuovo particolare
sulla permanenza del Caravaggio in Messina, ed a propo-
sito delle pretese stramberie artistiche del pittore parla
del quadro della Madonna del Parto eseguito per i Capuccini
dietro incarico del Senato — che pagò il lavoro mille scudi —
dicendo che « la Vergine è ignobilmente prostesa tutta lunga
« sul suolo, una delle solite sue stravaganze » Aggiunge
ai quadri già dati dal Bellori un Hccce ìionio per la Chiesa
di S. Andrea Avellino ed una Decollazione di S. Giovanni
per la chiesa omonima e lo fa^ non partire, ma fuggire da
Messina direttamente per Napoli in seguito a grave ferita
inferta ad un maestro di scuola (3).
(i) Iconobiologia dei più eccellenti pittori — Bologna 1852 Tip.
Sassi nelle spaderie — Biografia di Miclielangelo Amerighi di Giulio
C. Lossada.
[2) Meiìtorie dei Pittori messinesi. INIessiiia 1S21 pag. 77. seg.
(3) Basilio Magni ci dà un elenco dei quadri esistenti in Italia
del Caravaggio nella sua bella « Storia dell'Arte italiana dalle origini
al secolo XX » (Roma. Officina poligrafica romana. 1902. Voi. 3°
Pag. 402.) Perchè il lettore ne abbia conoscenza , riporto qui lo
elenco, che andrebbe corretto in qualche parte non trovandosi più
-so-
li.
Incertezze ed anacronismi.
Dallo insieme delle varie notizie biografiche, ricaviamo
quanto basta per determinare il carattere turbolento, irre-
quieto e pur troppo infelice del Merisio. Ricaviamo ancora
alcuni quadri nel luogo segnato dall' illustre A. « Si piacque anche
di passioni drammatiche di vivezza tragica, come si può vedere nel
suo capolavoro di Gesù portato al sepolcro nella Galleria Vaticana,
con forme ignobili e non gentili e delicate, e nei tre quadri della
Galleria Lateranense, in cui pur domina il nero, la Cena in E^maus,
Cristo col Fariseo, e un sacrifizio pagano, sperando di correggere così
un eccesso con altro eccesso. Nella quinta cappella a man sinistra di
San Luigi dei Francesi veggonsi del Caravaggio nelle pareti due grandi
tele opache con figure comuni lumeggiate. Nella sala, già cappella
del palazzo dei Conservatori in Campidoglio, sono del Caravaggio i
quattro Evangelisti di fosche tinte, bello il San Giovanni ; e in Santa
Maria del Popolo e in sant'Agostino veggonsi pur sue pitture. Nella
sesta Cappella a man destra di sant'Angelo a Milano è del Caravaggio
una Madonna di bel viso col Bambino in alto, e avanti san Giovanni
Battista con un ginocchio in terra, ed un santo genuflesso col piviale,
di efficace chiaroscuro ; e in un altare di santa Maria delle Grazie
una Deposizione, di visi non scelti, ma espressivi, massimamente
quello di Cristo ignudo deposto dalla croce. Nel primo altare a man-
cina della chiesa di san Rufto a Rieti è di lui TAngelo Custode con
im fanciullo ben aggruppato. E nel museo di san Martino a Napoli la
tela del medesimo che rappresenta san Pietro negante Gesi!i è nerissima,
con luce maggiore nelle vesti cincischiate dell'ancella, e minore assai
sul viso dell'apostolo. A Messina su l'altare maggiore della chiesa di
san Giovanni Decollato è dipinto il santo con fiera arte da Michelan-
gelo da Caravaggio, giacente nudo in iscorcio su la terra, tenendo il
carnefice, mostrante il dorso col braccio disteso, il capo alto, per de-
porlo in un vassoio sorretto da Salome figliuola di Erodiade. Quadro
tenebroso con vigore di chiaroscuro. E in un pilone della cupola di
— 51 —
vari strani episodi della sua avventurosissima vita : ma ciò
non basta per tessere la vera biografìa di un artista di così
alto valore. Tanto pii^i che gli scrittori si "sono dirò così
Santo Andrea Avellino vedesi del Caravaggio un Ecce Homo ia chiaro
con due figuro oscure di tono, di effetto di luce ; e nella chiesa dei
Caj^puccini il gran quadro della Natività. Una sua gran tela di molto
effetto, ricordata anche dal Bellori, è dietro l'altare maggiore della
chiesa di santa Lucia fuori di Siracusa, esprimente la santa distesa
morta, e avanti son due becchini con pale per iscavar la fossa della
sepoltura ; due figure seminude di risentiti muscoli a gambe aperte,
una delle quali ha nel tergo vestito di bianco una piazza di luce, sforzan-
dosi a scavar la terra : dietro è un vescovo ed un guerriero con
armatura d'acciaio lucente e popolo contemplante l'estinta, una figura
curva del quale ha la faccia tra le mani; un'altra la mira diritta con
le mani incrocicchiate, ed una donna con le mani parimente incro-
cicchiate su cui poggia la testa. Dietro altre teste più o meno visibili,
Il fondo è una parete bruna con porta ad arco ;
sicché l'effetto della
luce è tutto innanzi ed è giocata in più parti del dipinto, del resto
opaco. I visi sono tutti ignobili. Nell'oratorio della Compagnia dì
san Lorenzo a Palermo si scorge su l'unico altare la Natività di Cristo
del Caravaggio. Il Bambino è in terra e la Madonna pur seduta in
terra lo contempla con altre figure tutte di viso comune e con natu-
ralezza ed effetto di luce. Nel museo Nazionale di Napoli è del Cara-
vaggio Giuditta che recide il capo ad Oloferne ; fiera, d'ombre forti
e di effetto di chiaroscuro ; e nella pinacoteca di INIessina si osserva
di lui la Risurrezione di Lazzaro ben illuminata con eff'etto di luce
ed ombre forti ; manierate le pieghe e nere le ombre del lenzuolo.
Teste verissime della Maddalena di morbidi capelli biondi e quella
espressiva di Marta. Diritto in un lato Cristo con volto vero e da
pensatore, e teste da facchino di bruna carnagione e volgari. Del me-
desimo Michelangelo è la Nascita del Redentore con la Madonna
giacente in terra col Bambino ; san Giuseppe a sedere inchinato a
contemplarlo, e pastori. Nella galleria Comunale Brignole - Sale a
Genova è del Caravaggio una santa Francesca Romana con Angelo
insino al busto di bell'effetto di chiaroscuro, e un glande quadro che
raffigura la Risurrezione di Lazzaro pur di molto effetto di chiaro-
scuro, ma nerissimo d'ombre, anche nelle carni. Tale è ancora il
ricalcali T un siili' altro e spesso hanno, parlando di altri
grandi artisti del tempo accennato o descritti dei fatti di molto
riliev^o per la biografia del pittore lombardo dimenticando
però spesso con grande leggerezza una importantissima
cosa: la giusta coincidenza del tempo in cui il Merisio si
dà per assente da un dato luogo (o addirittura morto) col
tempo in cui tali fatti si dicono accaduti.
Questi episodi, adunque, noi andremo raccogliendo a
comento dell' insieme biografico esposto, e nel contempo
metteremo in evidenza parecchi anacronismi per avere
poi sgombra ed appianata la via per le ricerche a venire.
sonno di Amore e di Psiche nella gallerìa Durazzo-Pallavicini , e
nella Pinacoteca di Brera a Milano il Nazzareno al pozzo con la Sama-
ritana, ma di fisonomia comuni e d'ombre forti.
Nella pinacoteca di Torino vedesi del Caravaggio un sonatore di
liuto e un san Giovanni evangelista che legge, e in quella di Bologna
un'Erodiade di grande effetto e verità in mezze figure quanto il natu-
rale. È di lui nella Galleria di Verona un vecchio con altre figure,
manierato nelle pieghe e di ombre gagliarde ; e in quella di Cadini
del Comuni di Lovere un' Erminia tra pastori di tocco grossolano e
forte chiaroscuio; la Cena in Emanus di ombre nere e di molto
effetto come un guerriero con un vecchio ed una donna. Anche un
quadretto in tavola figurante il Signore in Emanus, di molto effetto
di chiaroscuro si mira di lui nella pinacoteca Borromeo nell' Isola
Bella sul Lago Maggiore : e in Comunale di Montepulciano
quella
una Maddalena con la testa posata su mani incrociate poggiando
le
i gomiti delle ignude braccia, espressiva, ma di viso comune e mal
disegnata, e con una manica al braccio sinistro bianca con pieghe
manierate, dura e scogliose. Nell'oratorio contiguo alla maggior chiesa
di san Giovanni Battista in Valletta a Malta si osserva del Caravaggio
la Decollazione del Santo; ii miglior lavoro ch'ivi egli fece. Nella
galleria .Sciarra si vedevano del medesimo i giocatori, e in quella
Barberini è di lui una Pietà veramente espressiva. Nel Museo Cam-
pana miravansi del Caravaggio un Cristo mostrato al popolo da Pilato,
ed una figura di contadino, con vivo contrasto di chiaroscuro ».
— 53 —
Michelangelo si dfi da tutti i biografi morto nel 1609,
di circa quarantanni, a Porto Ercole. É assoluta certezza
ch'egli era a Roma nel 1605 anno in cui vi giunse Guido
Reni e che fu eletto papa Paolo V di famiglia Borghese,
intimo del cardinale protettore del Caravaggio e per la qual
cosa questi potè fargli il ritratto. L'arrivo del Reni turbò
non poco la sua celebrità, dicono i biografi, ed egli — se ve
n'era ragione — diventò più scontroso e più turbolento.
A tal proposito il Malvasia nella vita di Guido Reni^
(P^elsina pittrice — Bologna 1678 — pag. 14 e seg.) narra
questi episodi : « Giunto colà Guido Reni assieme col sudetto
Albani, vi fu ben veduto , e servito massime dal detto
Arpini, che per far' anche contraposto al Caravaggio suo
dichiarato nemico, si era posto a portarlo ;
procacciandogli
anche quei lavori stessi che al Caravaggio intendeva esser
destinati; come poi avvenne del S. Pietro Crocefisso alle
tre Fontane fuor di Roma, promettendo egli al Card, Bor-
ghese che sarebbesi Guido trasformato nel Caravaggio^ e
l'avrebbe fatto di quella maniera cacciata e scura, come
bravamente eseguito si vede. Solo ad Annibale {Carnea)
non piacque questa prossimità di Guido, e non potè non
darne manifesti segni di poco gusto, dolendosi con l'Albani
che ve l'avesse condotto. Ma se non piacque ad Annibale,
tanto più spiacque al Caravaggio, che temette assai di una
nuova maniera, totalmente alla sua opposta, ed altrettanto,
quanto la sua gradila. Ne sparlava però egli con troppo
libertà, chiamandola leccata, e tutta fantastica: cercava, come
huomo brigoso eh' egli era, occasione di romperla, minac-
ciando di voler menar le mani un giorno con altro che
col pennello ; e 1' avrebbe fatto al certo, se Guido con gran
destrezza non avesse scansato ogni incontro, né si fosse
coperto colla protezione de' Grandi eh' el favorivano. In-
~ 54 —
centratolo un giorno gli disse, eh' ei non lo stimava punto ;
e che se fosse venuto a Roma con pensiero di competere
seco, egli era pionto a dargli ogni soddisfazione in qual
si fosse modo e gli avrebbe levato l'albagia di capo, ed inse-
gnato di starsene a casa sua, e non andare neir altrui a
fare da bell'umore, e cattar risse ;
al che rispose Guido,
che egli era servitore ;
esser venuto alla Corte per dipingere,
non per duellare, nò per sua elezione, ma per servire a'
Padroni che ve 1' avean chiamato: stimare il suo valore al
pari d'ogn'altro, né competere con alcuno, conoscendosi, e
confessandosi a tutti inferiore. Usò anche questa finezza,
che concorrendo dapoi il Caravaggio anch'egli co' gli altri
al lavoro della Cupola della Santa Casa di Loreto, ed es-
sendo a quello efficacemente portato Guido dalli Cardinali
Sfrondato, S nesio, Santi Quattro, ed altri, fece significargli
per Giov. Battista Croce, che avendo inteso ch'anch'egli
addimandava quell'cpera, se comandava si ritirasse egli dal
procurarla, volentieri l'avrebbe fatto ;
anzi che a lui tocca,
saria stato a fargli compagnia, od a servirlo, nel modo
che a lui fosse piaciuto di trattarlo ;
ma ò che dubitasse
di non essere in tal guisa burlato da Guido, del quale pubbli-
camente diceasi, dover'essere indubitamente quel lavoro
(ed accadeva certo, se maliziosamente non ne veniva escluso
da quel Prelato Governatore) ò che questo atto umile troppo
dasse maggior franchigia a quell'altiero, diede nelle scande-
scenze: rispose, che badasse a' fatti suoi, ne gli stasse a
scocchiar' il capo ;
ch'egli gli avrebbe rotto le corna da
dovero, e gli avrebbe insegnato il vero modo di burlare
il prossim.o. Che il lavoro ò non lo voleva, ò voleva farlo
solo, né per mezzo suo, o col suo aiuto, dandogli ben
l'animo d'uscirne in bene, senza tanti protomastri sopra.
Che s'egli professava d'esser sì grand'huomo, perchè dunque
— 55 —
tutto il giorno cercare quadri di sua mano, e comprarne
quanti gli ne dassero nelle mani? Che mistero era questo,
ed a che fine ciò facesse? Perche nel quadro di S. Pietro
Crocefisso alle Tré fontane rubargli la maniera, e '1 colorito ?
Che se gli avea tolto quell'opra, non gli avea però tolto
per anche la fama ;
ch'era egli ben huomo da tor la vita,
a quel maluomo dell'yVrpino, che ben sapea aver ordito quella
trama, e procuratogli questa tavola dal Card. Borghese
che doveva esser la sua. Stava perciò Guido con grande
apprenzione di costui, che ben sapea quanto mai fosse be-
stiale, e risoluto come in questo affare ben poi mostrò;
poiché toccata finalmente la Cupola sudetta (per opra del
Card. Crescentio^ che con lunghezza e vari pretesti, tutti
anco n'escluse) al Pomarancio, dimestico di quella casa, e
maestro de' suoi fratelli, gli diede, o fece dare un brutto
fregio sulla faccia ».
Eran queste adunque le condizioni d' animo del Cara-
vaggio quando gli capitò la triste avventura al giuoco di
palla a corda.
L'uccisione del giovane amico quindi — se vera — deve
accadere tra il 1605 e 1606 e la partenza per Napoli deve
avvenire in questi anni. Egli, però, non parte solo: è con
lui, altro stranissimo spirito di pittore e di poeta, il Leonello
Spada bolognese, che gli serve un po' di compagno d'arte
un po' di modello, ed un po' di compagno di vizi (l). Pare
(i) Secondo Hackert iINIemorie di Pittori messinesi) e il Lanzi, che
lo segue, egli ebbe altro allievo nel pittore siracusano Mario Mcnniti,
incontrato per caso a Roma. Anche qui, però, vi sono dei dubbi.
Altri, e competentissimi, vogliono che il Menniti sia stato incontrato
a Siracusa, nel ritorno da Malta. INIario Menniti fu valente pittore ma
non seguì, come suol dirsi, molto d'accosto il maestro. Egli, pare,
— 56 -
che a Napoli abbia avuto a discepolo Giuseppe Ribera
detto lo Spagiiolcllo. Il Ribera, nato verso il 1593 contava
allora circa tredici anni : età poco tenera per imparar
pittura ma trattandosi di un genio con molte probabità
attendibile. Il Merisio lavora parecchio tempo a Napoli —
dove il suo stile incontra l'approvazione di molti — ma
attratto dalla sete del guadagno, sicuramente, piìi che
dall'orgoglio di esser fatto cavaliere fi), come s'è detto,
parte per Malta, probabilmente fra il 1607 e 1608 sempre
in compagnia del suo Leonello.
Era a Malta, il 53'' gran Maestro dell'ordine Alof di
Wignacourt, francese — eletto a quel posto nel 1601 di
anni 54. I ritratti del Wignacourt, eseguiti dal Caravaggio,
ci confermano con molta approssimazione la data della
gita a Malta del pittore. Nel ritratto del Louvre di Parigi
il Wignacourt è ritratto in piedi armato di tutto punto. La
testa, d'un'espressione veramente nobile, è di uomo sulla
cinquantina. È bene femarsi su questi punti perchè da
questi anni in poi si perde la tracria delle vere date biogra-
fiche del Caravaggio. Il Wignacourt muore il 14 Settembre
lo abbia seguito più nella vita che nell'arte. Per iin incontro fasti-
dioso, scrive r Hackert ,
fuggì della Patria ed andò a Roma dove
studiò col Caravaggio ; tornato in patria per ìin omicidio casualmente
accaduto dovette sloggiare e ricoverarsi a Messina, dove visse lunga-
mente, dipingendo molti quadri, se non tutti in gran parte pregevoli.
(r) Alcuni sostengono ch'egli siasi recato a Malta per aver pro-
prio il titolo di Cavaliere e potersi al ritorno battere coi Cav. d'Arpino
il quale aveagli rifiutato un duello adducendo la non nobiltà dello
avversario. L'animo vendicativo del Merisio potrebbe anche dar peso
a tale affermazione, ma da nulla risulta eh' egli siasi recato a Malta
per avervi proprio la croce di cavaliere mentr'era noto esservi a Malta
del lavoro a fare essendosi in quei tempi iniziato P abbellimento della
nuova residenza dei gran Maestri.
— 57 -
del 1622, a 75 anni : ma non ò il ritratto di un vecchio,
quello che ci presenta il Merisio, è il ritratto di un uomo
maturo dalla barba brizzolata, dal portamento altero, con
una magnifica fierezza nello sguardo — una fierezza di
soldato provato alle battaglie. Accanto al Wignacourt ò
un ragazzo, un parente o un paggio, che porta in braccio
l'elmo piumato, e le insegne dell'ordine, e che ha al collo
la croce di cavaliere di Malta (1). Sono note tutte le peri-
pezie del Merisio a Malta e la conseguente sua fuga in
Sicilia, lasciando ivi il Leonello Spada (2). La permanenza
(i) La gentile e eulta signorina Maria Boulard alla quale debbo
le fotografie dei Merisii del Louvre di Parigi, e che mi è lieto ringra-
ziare qui pubblicamente, scriveva nella sua lettera di accompagna-
mento:.... « le très joli portrait d'Alof de 'NVignacourt grand maitre
de l'ordre de Malte. J'ai connu la famille de Wignacourt et la petite
Sophie rassemblait au petit gargon du tableau ».
(2) A questo punto nasce spontanea una domanda. Fu Veramente
il Merisio nominato Cavaliere di Malta dal V ignacourt ? I dati uffi-
ciali sembrano scartarlo. Il Conte Antonio da Mosto, attuale cancelliere
dell'Ordine, interrogato su mia richiesta dalla squisita cortesia del
Conte di Condojanni, così gli rispose: « Gr. Magistero delVord. Sov.
di Malta — Roma 31 Marzo igoj — 7//.™" SigJ Conte — Dall'esame
dei Ruoli dei Cavalieri della Lingua d' Italia che si conservano presso
questo Grati Magistero risulta che mi Fr. Stanislao Amerighi di Siena
fu ricevuto il 6 Ottobre i6g6. Non vi figura però un 3Jichelaugelo
Ameriglii o ALerigi da Caravaggio ». Anche il Prof. Attilio Micali,
residente a Malta, ha fatto dietro mie preghiere delle ricerche accura-
tissime ; esse confermano la superiore lettera : » Guanto alla data della
Jioniina di BHchelangelo Amerio hi o 3/origi, detto da Caravaggio, a
cavaliere, ho rovistato nell'Archivio parecchi volumi per una buona
giornata, ma, scovato finalmente r elenco dei Cavalieri, san rimasto
deluso, non avendovi trovata menzione alcuna del Caravaggio ».
Fu egli, adunque, nominato e poi cancellato dai ruoli come indegno
di appartenervi dopo i doplorevoli fatti di Malta ? Potrebbe anche
darsi, trattandosi di un cavaliere di grazia — nominato dal Gran Mae-
— 58 —
del pittore in Si( iJia è un pò buia: né può essere altri-
menti. Egli era continuamente perseguitato dai prezzolati
sicari dell'offeso cavaliere maltese che non gli lasciavano
pii^i pace e pare più volte gli abbiano segnata la faccia.
La persecuzione lo tenne in continuo disagio. Dalle incerte
notizie siciliane ben si desume eh' egli abbia dovuto parec-
chie volte nascondersi, cambiar nome, fuggire. Il paese
dove corre a rifigiursi è Siracusa (l) ma quello dove la-
vora di più ò Messina ,
quantunque ciò sembri quasi del
tutto anormale avendovi i cavalieri di Malta un Gran Prio-
stro — che poteva essere un non nobile, purché meritevole dell'alto
onore per virtù del proprio ingegno, e non di un cavaliere di giu-
stizia pel quale si richiedeva ai tempi del Wignacourt un processo di
nobiltà. Per altro, a chiarimento di tale quistione, diremo che Lionello
Spada vantavasi di essere stato anche lui nominato cavaliere di grazia.
Però i suoi amici, al dir del Malvasia, (Op. cit.) lo prendevano in giro
chiamandolo « scimìa del Caravaggio : dicevano che chiesto anch'egli
a Malta una Croce di grazia, il rescritto era stato, meritarla egli
molto più di giustizia ; che però non potuto ottenere di porsi la croce
in petto, s'era ridotto con la collana al collo, risoluto di cangiare nel
capitanato de' birri la disperata commenda ».
(i) Il Capodieci — Antichi monumenti di Siracusa, iSij Voi. II
p. 364. — parlando del quadro siracusano di S. Lucia lo dice eseguito
nel 1586 per commissione del vescovo Orosco. Da quale documento
abbia tratta questa notizia l'A. io ignoro perchè, secondo il Bellori egli
altri, il Caravaggio in quell' anno aveva appena 17 anni ed era forse
ancora garzone a Milano. Perchè il Capodieci non ha seguito gli au-
tori che andavano per la maggiore ai suoi tempi, assegnando il quadro
all'anno della fuga da Malta cioè al 160S, ventidue anni più tardi della
voluta commissione del vescovo Orosco ? Se a noi fosse dato di ve-
dere le fonti del Capodieci e di saperle autentiche avremmo una ragioae
di più, e validissima, per sostener subito che la data della nascita del
pittore è sbagliata. Ma bisogna andar cauti: perchf' molto probabilmente
l'A. ha messo li una data, senza controllo di critica o d' altro, come
spesso solevano fare gli scrittori della prima metà del secolo XIX.
- 59 -
rato, ricchissimo e in continua corrispondenza col magi-
stero generale. Egli qui lavora per chiese e per privati,
compiendo quadri che sono delle meraviglie, come : la
Naiivitò dei Cappuccini, il Lazzaro resuscitato dei Cro-
ciferi, VE':cc homo di S. xVndrea Avellino dei padri Tea-
tini, il Saìi Giovanili decollato della chiesa anonima, ecc.
ecc. Poi va a Palermo ,
indi a Napoli.... Però qui è bene
fermarci ed esaminare la data della presunta morte del
Caravaggio con gli anni abbisognevoli perchè egli ab-
bia potuto eseguire tanti lavori e compire dei viaggi
che, pel tempo , non erano ne facili né brevi. Nel 1608,
al massimo nel 1607, egli trovavasi a Malta ;
nel 1609,
d'està, egli moriva a Porto Ercole. Abbiamo un periodo
di due anni appena, a dir molto, nel quale periodo egli di-
pinse moltissimi quadri, fu messo in prigione, fuggì, tra-
versò qua e là dipingendo notevolmente, la costa orientale
e la settentrionale della Sicilia, ritornò a Napoli, andò a
Porto Ercole, vi morì....
E possibile tutto ciò in un tempo così breve ?
Una sola supposizione sarebbe forse possibile di fronte
all'enorme lavoro compiuto in rapporto alla brevità del
tempo concesso, ed è questa che il Merisio portasse con se
delle tele belle e dipinte che poi vendeva ai committenti.
Ciò, si comprende, non è possibile affermare così su due
piedi per l'assoluta mancanza di documenti di controllo (l),
(i) Se la tradizione orale ha un valore per gli storiografi, io qui
debbo riportar quella che è ancor viva in qualche confrate di S. Giovanni,
in IMessina : pare che il quadro dell'omonima chiesa sia stato qui por-
tato bello e dipinto e dal Merisio regalato all'albergatore o oste che
fosse, partendo da Messina, in cambio di denaro e per gratitudine di
averlo tenuto nascosto in un momento burrascoso. Dall'oste il quadro
passò alla chiesa, non si sa se venduto o regalato, mancando ogni
traccia dei vecchi registri della confraternita.
-co-
ma quand'anche questo fosse provato come si possono tenere
per veri gli episodi che portano il Caravaggio comphcato
in avvenimenti posteriori del tutto al 1609? La notizia della
sua morte a Porto Ercole potrebbe essere una invenzione
del pittore o dei suoi fidati amici per liberarlo dalla te-
nace^ assidua, violenta e terribile persecuzione del cavaliere
di Malta?
Un'affermazione darebbe validissima ragione a tale
dubbio, affermazione dovuta a Paolo Antonio Barbieri fi'a-
tello di Giov. Francesco , detto Guercino da Cento (1).
Scrive il Barbieri aproposito del proprio fratello : « Fu amico
« del Cavalier Marini^ e da quello ebbe lettere molte eru-
« dite, e di stima, scritte a caratteri d'oro.
« Ebbe stretta amicizia con Michelangelo da Cara-
<' vaggio, con Leonello Spada^ e con tutti gii altri pittori
« di quel tempo, essendo molto stimato per la sua virtù e
« rara modestia. » Tali periodi sono compresi tra le due
date 1622 1623. Ebbene : il Guercino era nato l'anno 1590
ed era partito per Roma il 12 Maggio 1521 ; l'anno 1609
egli trovavasi a Cento, alunno pregiato di Maestro Bene-
detto Gennari. Qualche pittore valente si mosse da Bologna
per andare a Cento a vedere i lavori del giovane artista
solo nel 1613 dopo la pubblicazione di bellezza fattane da
D. Antonio Mirandola Canonico Regolare di Cento. Queste
sono notizie autentiche date dello stesso Paolo Antonio
Barbieri. Ed allora ? Il Caravaggio abbandonò Roma nel 1605
quando il Guercino aveva appena 15 anni e macinava i
colori ad un umile pittore da guazzo. Come poteva un
(i) Felsina Pittrice — pag. 365.
- 61 —
grandissimo artista — e così strano per giunta — pensare
a stringere amicizia affettuosa col Guercino ? (1)
Autentica troviamo invece l'affermazione dell'amicizia
col Cav. Marino, il famosissimo poeta : il Marino che nel
16)5 era andato alla corte di Parigi, nel 1622 se ne distac-
cava invitato a Roma dal Cardinale Ludovisi nipote di
Gregorio XV quello stesso Gregorio che aveva chiamato
(i) A questo proposito dò qui una pagina tratta dal lavoro di
Duchesne primogenito « Ji/useo di pittura e scultura » Firenze, Paolo
Fumagalli e C. edit. ISjg — Fase. 2j — png, ig-io : « Nutrendo pur
desiderio di veder Roma (si tratta del Guercino), arrivò colà nel-
l'anno 1621, nel qual tempo Michelangelo Caravaggio godea di gran
credito. La sua maniera piacque molto al Barbieri, il quale, imitando
nella composizione il grandioso dei Caracci, avea nel suo colore una
forza simile a quella del pittor romano. Caravaggio gloriavasi dal
canto suo di veder adottato il suo stile da un artista di tanto merito.
Fattosegli sulle piime amico il carattere di lui sospettoso ed invido
reselo bentosto averso oltremodo al mansueto e timido Guercino. Era
Michelangelo stato scelto per dipingere la volta della chiesa della
Madonna di Loreto ; ma gli amministratori di quella chiesa, temendo
il suo bollore e la sua mancanza di congruenze, credettero dovergli
unire il suo amico Barbieri. Essendo questi andato a visitarlo, gli
disse che in quella circostanza non si terrebbe come suo compagno,
ma come suo scolare subordinato, rimettendosi interamente a quanto
avrebb'egli disposto. Ad onta di tante proteste e di tanti riguardi,
l'orgoglioso Caravaggio non seppe frenare la sua collera, dicendo che
non potea patire uno scherno simile, e che la volta sarebbe dipinta
per intero o dall'uno o dall'altro. Il povero Barbieri si ritrasse confuso,
e andò a partecipare il suo cattivo successo ai commissari! di Loreto,
i quali, temendo la giovinezza dell'uno e la stravaganza dell'altro,
lacerarono le scritte fatte con questi due artisti ; e divennero a nuovo
contratto con Cristofaro Roncalli, detto Pomarancio. » Questo episo-
dio, che confermerebbe le parole del fratello del Guercino, viene dal
Malvasia, come abbiam visto, riferito a Guido Reni, con delle piccole
varianti. Io non ho potuto, per l'assoluta mancanza di bibliografìa nel
lavoro del Duchesne, controllare la notizia, che parrebbe errata da
un verso e corretta dall'altra : l'ho voluto, però, qui citare per dare
un'altra prova della confusione esistente nella biografìa caravaggesca.
- 62 —
a Roma il Guercino. Ed autentica troviamo la notizia delle
amichevoli relazioni con Leonello Spada che, reduce da Malta,
s'era ridotto a Bologna (vicinissima a Cento) dove morì nel
1622.Fra tante notizie autentiche il ; fratello del Guer-
cino — così minuziosamente informato della di lui vita —
ci darebbe una notizia falsa di sana pianta. È possibile ciò ?
Un errore non ò impossibile : ma ricordiamo, a tal
proposito, che i tempi correvano assai burrascosi e molto
lacili ai nascondimenti, ai misteri, alle notizie false, A
tutti è nota la fine oscura, misteriosa di Giuseppe Ribera
inteso in arte col nome di Spagìioletto: scomparso da
Napoli, per domestiche infelicità^ nel 1649 di lui non si seppe
pili nulla. Errò, fu ucciso^ si uccise, morì serenamente in
un convento? É quello che non si è mai potuto accertare,
quantunque qualche biografo lo voglia morto in quell'anno
perchè * se fosse capitato in qualche parte lontana, la
singolare maniera dei suoi pennelli lo avrebbe certamente
fatto palese » (1)^ Ragionamento un pò incerto, come si
vede, perchè moltissimi quadri dello Spagnoletto non sono
citati dai suoi biografi contemporanei, come non lo sono
moltissimi quadri del Caravaggio.
Io non affermo, discuto. I critici, in attesa della com-
pleta luce sull'argomento, vorranno accogliere i miei dubbi
basati, per altro^ sulle recise affermazioni di un contempo-
raneo del valore di Paolo Antonio Barbieri (2).
(i) Iconobiologia Biogr. di Gius. Ribera.
{2) Un argomento
assia valido è nelle mani dei fautori del 1609
come anno morte del Merisio
di la prima edizione veneziana della
:
Galleria (1610) del Cav. Marino dov'è inclusa la famosa poesia sulla
morte dell'amico pittore. La prova sarebbe veramente decisiva se
l'avventurosissima vita de! poeta e i suoi continui viaggi nel nord
d' Italia non fossero tali da farci ritenere avere egli intesa la notizia
senza preoccuparsi tant'oltre di far delle ricerche per iscoprire la veri-
tà. Per altro la storia di quei tempi è ricca di menzogne che la docu-
mentazione degli archivi va a mano a mano snebbiando.
-- 63 -
III.
L' AUTORITRATTO.
Un'altra quistione sorge adesso davanti al sereno esa-
me della critica : la quistione del ritratto del ÌNIerisio dipinto
da se stesso e che si ti^ova nella Galleria degli Uffizi di
Firenze. Su questo ritratto si son levati dei dubbi : come
mai, si è detto, essendo il Caravaggio morto a quaran-
tanni abbiamo di lui un ritratto di uomo sulla sessantina,
con la barba e i capelli brizzolati ?
E si è subito detto che il ritratto della Galleria degli
Uffizi non è il ritratto del Merisio e che il suo autentico
ritratto deve essere quello della Galleria Nazionale di Buda-
pest (l), ritratto di non grandi dimensioni (0. 25 ^j.,
X 0. 44)
che porta in base la strana leggenda:
Da Caravaggio io son pittore meschino
Che il mio ritratto per un par di polU
Qua! lo vedette feci ad Sansovino {2].
(t) Il ritrattro apparteneva all'antica collezione del Principe Ni-
cola Esterhazy di Vienna e fu comprato nel 1873 dal governo Unghe-
rese.
(2) Questo Sansovuio di cui parla il pittore, e chi sa poi se i versi
sono suoi e dipinti da lui, non fu certamente 1' Iacopo Sansovino,
ricordato come grande scultore ed architetto dal Vasari, e morto in
Venezia nel 1570; probabilmente sarà stato il Francesco Sansovino,
figliuolo di Iacopo, 7iojno di lettere, così di legge come di uinanità, e
amico degli artisti veneti o che passavano per Venezia. Però, se il
Caravaggio ha potuto concedere per bisogno il ritratto per un par di
polli (dato che i versi non siano un epigramma contro la nessuna cura
che il pittore faceva delle cose sue o meglio ancora il frutto di uno
scherzo assai bizzarroi ciò non fa troppo onore al Sansovino, che — fi-
glio di artista — avrebbe dovuto ben apprezzare il dipinto del Merisio.
— 64 --
In questo ritratto il Merisio apparirebbe delTetà dai 35
ai 40 anni cor baffetti neri e piccolo pizzo a punta^ faccia
grassetta e con in testa un fazzoletto bianco messo in
forma bizzarra. Il tutto colorito alla maniera caravaggesca:
fondo scuro e luci vive sul corpo.
Per esaminare assai bene la quistione bisogna fare un
elenco dei presunti autoritratti del Merisio e dei ritratti
pubblicati nei lavori che di lui si occuparono, i quali han-
no anche la loro non scarsa importanza.
Primo. Ritratto della Galleria degli Uffizi. Rappresenta
evidentemente un pittore, avendo nella destra un pennello
e nella sinistra un mazzo di pennelli e la tavolaccia. E di
uomo sulla sessantina, capelli lunghi e lisci, occhio piuttosto
piccolo e sereno, naso aquilino, fronte ampia e rugosa,
baffi regolari e pizzo caratteristico. Maniera caravaggesca.
Secondo. Ritratto della Galleria Nazionale di Budapest
più sopra descritto.
Terzo. Ritratto adornante la l'' Edizione dell'opera del
Bellori. L' incisore ci presenta un uomo maturo con capelli
ricciuti, fronte rugosa, ciglia folte e contratte, baffi e pic-
colo pizzo, occhio aperto e fiero. Tiene al collo la croce
di cavaliere di Malta e con la destra impugna una spada.
Porta in base, tra i motivi decorativi la parola Praxis e
a sinistra in calce la firma dell' incisore /. de Grado scnlp.
Neap. Questo ritratto è stato ricopiato per la prima edizione
delle Memorie dei pittori messinesi del Grosso- C'acopardo
varie volte citata. Avendo il Bellori notato che la testa
del Golia del quadro Davide e Golia — era il ritratto del
Merisio, è da supporsi che tale incisione sia stata ripro-
dotta dal quadro (1).
(i) Non mi è stato dato, vivamente ricercandole , di avere no-
tizie del quadro in parola. Qualclie altro sarà piiì di me fortunato ?
- 65 —
Quarto. Ritiatto adornante la Iconobiologia e che pre-
cede lo studio del Lossada. É d'uomo maturo, capelli ricciuti,
baffetti e piccolo pizzo, cii^lia folte, occhio regolare. Anche
qui ò la croce di cavaliere di Milla, ma non c'è la spada (1).
Quale di tutti questi ritratti è il vero ritratto del Cara-
vaggio ?
Esistono altri ritratti autentici del pittore ?
Affrontare una tale quistione è stato per i critici argo-
mento scottante, perchè — a volerlo fare apposta — i
critici non han tenuto gran conto delle date ed hanno
assolutameute voluto morto il Caravaggio quaraìitainie, a
Porto Ercole.
Eppure il ritratto di Budapest, che avrebbe — per la
scritta in calce e per lo stile tutte le caratteristiche del-
i^i) Qualcuno, a Roma, crede esistere un quinto ritratto, anzi un
autoritratto, quello del Nicodenio nel meraviglioso Deposto. L'esser
la faccia messa in modo da potersi ritenere come dipinta allo spec-
chio quando forse l'azione del quadro la vorrebbe rivolta verso il Cristo
morto e con espressione più dolente che non sia, parrebbe dar ragio-
ne ai sostenitori dell'autoritratto, do e per altro non son pochi i
segni caratteristici del iMerisio. Però non avendo su ciò trovato con-
forto negli autori secentisti che del quadro parlano distesamente non
ho voluto metterlo in nota. La testa del Nicodemo è di uomo già
maturo, fronte ampia, sopracciglia folte e pronunziate, naso caratteristico
e porta la barba intiera e nerissima. Sarebbe un altro ritratto impor-
tantissimo, la firma — direi quasi — del Caravaggio nella meravigliosa
sua tela, giacché pare che di scrivere ei ne sapesse poco. Che se il
ritratto di Budapest porta i tre versi sopracitati — dato che li abbia
segnati col suo pennello — dovette copiarli a mo' di disegno. Così
pure le parole Ecce homo del quadro di INIessina poste nello scudo
della finestra del Pretorio, e le parole MicheV Angelo scritte — mi si
informa da Malta — presso il sangue che sgorga dalla recisa testa del
Battista nel famoso quadro dell'Oratorio dei Cavalieri, e che possono
anche attribuirsi al suo compagne Lionello Spada.
— 66 —
Tautenticitii — questo ritratto di uomo iìin trentacinque
ai quarantanni è stato fatto a Venezia, pel Sansovino e
per un par di polli. Ebbene il Caravaj^gio, andò a Venezia
subito dopo le prime armi di Milano e vi andò per stu-
diare le meravigliose tele del Giorgione. Prima del 1600
egli trovavasi a Roma : verso il 1600 vi giunse Annibale
Caracci ed egli era già nel folgore della sua carriera
artistica. É lui che giudica bene Un quadro di Annibale
con le cortesi e schiette parole : Mi compiaccio che al mio
tempo veggo alfine un pittore. Era già stato quindi dal-
l'Arpino, l'aveva rotta col maestro, si era librato sulle ali
della propria potenza artistica. Parecchi anni erano adunque
trascorsi dal suo ingresso randagio e miserevole di Roma.
•
Si ricordi, a conferma di ciò^ che il Caravaggio — come
scrive il Baglione — aveva col suo stile dato fiera scossa
alla celebrità di Federico Zuccaro, vecchio pittore, che fu
l'ultima volta a Roma reduce dalla Spagna verso il 1595,
allorché venne dichiarato principe della sorgente Acca-
demia di S. Luca (l). Se il ritratto veneziano è di uomo
dai trentacinque ai^quarantanni e siamo prima del 1595 —
Michelangelo morendo (dato che sia morto nel 1609) deve
avere dai cinquanta ai cinquantacinque anni — nò più, né
meno^ ed è sulla base di tali considerazioni che noi dobbia-
mo iniziare le ricerche per l'autenticità dei ritratti anteriori
e posteriori del Merisio^ eh' io affermo trovansi in due tele
del pittore, una esistente a Siena neh' Accademia di Belle
Arti dal titolo // giuoco della Mora e l'altra esistente in
Messina nel Civico Museo dal titolo Ecce lioino.
Il ritratto del giuoco della Mora è di uomo giovane :
siamo ai primi scatti innovatori dell'artista contro il ma-
(i) Lanzi — Op. citata — pag. 129 Voi. 2".
- G7 -
nierismo, qualche anno, adunque, dopo il ritratto vene-
ziano. In questo ritratto si hanno le caratteristiche del
Merisio : le sagome della IVonte, d-jlle sopracciglia, del
naso, dei baffi, del pizzo, del mento sono d'un'evidenza
straordinaria. È un autoritratto, perchè la figura, lo si vede,
è stata dipinta guardandosi allo specchio. Che riso mali-
zioso ò in quella faccia che comprende tutte le mnrachelle
del giuoco !...
Il secando ritratto è dell'età matura: gli ultimi anni,
dolorosi, accasciati, perseguitati di Messina. Tra il ritratto
di Siena e questo del Filato di Messina quante somiglianze !
Varia soltanto l'età, ma del lesto il tipo è quello, in ogni
suo particolare. Solo la posizione dello specchio è mutata
da destra a sinistra, i capelli sono incolti e la barba è
cresciuta.
Noi siamo nel vero affermando l'autenticità di questi
ritratti: Budapest^ Siena, Messina sono tre anelli di una
medesina catena, tre aspetti di una medesima fisonomia.
Il ritratto della Icoìiobiologia è molto abbellito ma trae
origine dal ritratto di Budapest ;
quello del De Grado è
perfetto avvicinandosi a quello di Messina, quantunque di
parecchi anni più giovane. L'unico ritratto che non conservi
intere ed intatte le caratteristiche del Merisio è quello di
Firenze. Vi è qua e là qualche ricordo fuggevole del tipo
Caravaggesco, ma l' insieme è troppo sereno, e non ha la
precisione caratteristica del ritratto di Messina. Ritrae si
o no Michelangelo la tela fiorentina? Non saremmo più
nel vero ritenendola il ritratto di qualche pittore amico
dell'artista lombardo? La quistionc non è delle più facili
a rivolsersi ma non è delle più importanti, dal momento
che abbiamo dei ritratti molto simili e che danno la cer-
tezza fisionomica del Merisio , ritratti che chiudono — e
— 68 —
forse per sempre — la quistione dell'età vera dell' illustre
pittore e scartano irremissibilmente esser la nascita avve-
nuta nel 1509 (1), pur lasciando sempre insoluta la quistione
della morte nel ló09 a Porto Ercole.
(i) Debbo alla cortesia grandissima del Prof. Camillo Terni, così
noto nel campo scientifico, ed al vivissimo affetto che ei serba alla terra
di Caravaggio, alcune notizie importantissime sull'argomento, che lorni-
rebbero una prima e sostanziale conferma alle mie ipotesi. Difatti ecco
la lettera che il 12 Maggio 1903 mi ebbi dal Terni, da Milano : « Il
volume più vecchio degli atti di nascita della arcipretura di Caravaggio
va dal 1569 al 1585. Il concilio di Trento che ha prescritto la tenuta
di tali registri ai parroci e pievani, come dice la bolla papale, si
(?hiuse nel 1563, e credo difficile quindi che vi possano essere regi-
strati anteriori. D'altra parte é colla data del 1569 che viene general-
mente considerata la nascita di M. A. Merisio da Caravaggio. €e
non che in tutta la serie delle annotazioni di quest'anno neppure
l'ombra di un Merisio o Blerighi o Amerighi pur che sia, maschio
o femina. Passando al 1570 si trovano : 29 Getmaio, è stato battezzato
Giov. Antonio di Bartolomeo de Mirisijs compare Bernardinus Siccus
de Cernaltis. — 18 Maggio^ Bartholomeus de Giov. dictus Merisijs. —
4 Settembre, Giov. Giacomo di Francesco Meris'js apellato ( sic ) il
Scotel. — E poi : 18 Novembre 1571 Andrea di Francesco Merisijs
apellato il Scotel — E poi, ancora nel 1574 : Micael Bauli Merisijs
bap. fuit die 14 Maij per me presb. Vincentìum Tadiui — Comp.
Franciscus loppettus. — 3O Agosto 1374, Giov. Mario di Giov. Me-
risio — 5 Maggio 7575, Giulio di Bartolomeo Merisio.... E così di
seguito fino al 1579 nou vi sono altri Merisii o Amerighi o altri co-
gnomi consimili. Non ho proseguilo poiché se è vero che Michelangelo
Caravaggio è morto nel 1609 a 40 anni doveva necessariamente essere
nato prima e non dopo quell'anno. L'unico elemento a cui appigliarsi
sarebbe quel Michele, ma è un filo troppo debole, perchè vista la faci-
lità colla quale quel presbitcruni Tadini registrava i nomi del battez-
zato, lascia il dubbio che sia il nostro quel caravaggino del 1574.
Non resta da pensare ad altro che egli sia nato in data anteriore ».
La conclusione alla quale perviene il Prof. Terni sulla scorta di
documenti irrefragabili e identica a quella cui pervengo io sulla semplice
scorta dei ritratti : il che vuol dire che pur troppo l'errore sulla età del
Merisio, che ha fatto tanto lavorare sulla ricerca del vero ritratto
caravaggesco, è una quistione se non del tutto già per metà risoluta.
- 69 —
Riassumendo noi possiamo ben dire che i rifratti del
Merisio recano un po' di luce nella biografia del pittore,
e se non fosse per gli episodi più innanzi citati, che gittano
un'ombra di dubbio suirultima parte della narrazione dei
biografi secentisti, noi potremmo afiermare di avere adesso
una pili esatta conoscenza della vita dell'artista , vita che
per le sue qualità psicologiche è stata vigorosamente im-
pressa col pennello nelle fosche tele che ci rimangono^ ma
che per la verità storica lascia tuttavia nell'animo nostro
dei dubbi che non trovano soluzione alcuna. Vedremo se an-
che pel Merisio si avvererà il vecchio adagio essere il tem-
po ìiìio scopritore della verità.
Nell'interesse dell'arie ciò sarebbe da augurarselo, po-
tendo allora noi assegnare all'artista dei lavori ancor dubbi,
frutto di una vita strana sì ma caratteristica.
{Continua).
V. Sacca.
-oc0>0<0oo—
CAPITOLAZIONE DELLA TERRA DI SAVOCA
DI FRONTE ALLE ARMI FRANCESI (1676)
AVVERTKNZ^A
Pubblichiamo nella sua lezione, correggendo talvolta la
punteggiatura , un documento non conosciuto da quanti
presero a narrare i memorabili eventi della città di Mes-
sina nel secolo XVII. Ce ne fé' dono l'estinto nostro amico
Avv. Carlo Toscano, il quale lo avea rinvenuto fra le carte
dell'avo! suo, cancelliere comunale di Savoca nel 1820,
quando in quel comune ,
fra i tumulti suscitati dai carbo-
nari, la plebe mise a fuoco 1' archivio.
Trattandosi di copia non autentica, è a credere che
l'antico cancelliere per sé medesimo, o per altri che ne
avesse vaghezza, trascrivesse la capitolazione dall'ori-
ginale ,
perito dipoi nell' incendio. Ed è per tale incen-
dio, che ci torna impossibile il raffronto, agevole solamente
in Parigi, dove si custodisce l'altro originale pel duca di
Vivonne. A cagione della vittoria riportata sul mare dai
francesi, contro 1' ammiraglio olandese Ruyter , i ministri
di Luigi XIV posero con ogni cura insieme quanto s' at-
teneva all'impresa di Sicilia.
Studi oramai ben lunghi di giure internazionale e di
storia, ci hanno apprestato occasione di legger molte con-
venzioni militari. Versano queste per solito , sugli onori
concessi o negati alle milizie capitolanti ; sulla consegna
— 71 —
delle armi, delle fortezze, delle provincie ; sullo scambio dei
prigionieri di guerra ;
sugli obblighi di coloro che si ritrag-
gono dalle ostilitiì.
Nel documento qui pubblicato, si conviene T escarce-
razione d' Antonio De Hox, condottiero dei savocesi, e si
patteggia inoltre che i francesi concedano le dovute capi-
tolazioni, al capitano ed alla soldatesca di presidio nel
castello. Ma tolti questi patti e pochi altri, la convenzione
meglio che alle cose militari ,
ha riguardo alle future
relazioni di Savoca con 1' archimandrita di Messina ;
alle
preminenze ed alle esenzioni novellam.ente concesse alla
terra; all'elezione dei giurati e d'altri ufficiali; alla ridu-
zione delle prestazioni annue, in danno de' creditori.
Perchè il Vivonne fu così arrendevole alle inopportune
pretese degli abitanti di Savoca? — Temevano quei di
Messina che gli spagnuoli, appena lo avessero consentito
gli avvenimenti ,
munissero di nuove armi e di piìi forte
nerbo d'uomini una posizione, che loro dava modo di
spinger le forze su per le giogaje de' monti peloritani, a
dominare e conquidere la città ribeile.
Ciò ben sapevano i savocesi , i quali traendo partito
da siffatti timori, attuavano ne' capitoli di resa, desideri da
tempo inascoltati, nella speranza di dare assetto migliore
alla terra, e di alleviar la miseria dei contadini. Per
amore del luogo natio, non s' accorgevano come i loro
scaltrimeiiti riescissero inutili, quasi due secoli prima che
una profonda rivoluzione e sanguinosa rinnovasse l'Europa.
Quanto poi al duca di Vivonne ,
nel sottoscrivere con
apparente leggerezza i patti proposti dai terrazzani, ei si
mostrò di gran lunga ^\i\ scaltrito ed accorto di costoro.
Tolse subito a se medesimo ed a Messina i temuti pericoli,
mentre gli rimaneva per contro abbastanza di tempo , a
spazzar via le capitolazioni , se pure a Spagna non fosse
tornato l'imperio di Sicilia. — E noto come il fratello della
marchesa di Montcspan fosse simulatore espertissimo, e
cinico dispregiatore di qualunque fede, di qualunque legge;
e non è a dubitare che Luigi XIV' e Colbert , ajutando i
messinesi, avessero precipuamente in animo d' indebolir
la Spagna , contro cui i francesi guerreggiavano ;
od in
ogni conto, di avvantaggiarsi nelle stipulazioni di pace, sic-
come in Nimega avvenne.
Non sappiamo se le promesse date con tanta solen-
nità in prò di Savcca, ottenesser la sorte toccata a quelle
verso la città nostra ; vorremmo attendere a tale indagine,
ma molte e dolorose cure ce ne distolgono. Chi vorrà
illustrare il documento cercando i fatti , non ometterà di
esporre quali fossero gli ordinamenti siciliani nel secolo
XVII, e quanto disagio cagionassero alle terre le signorie,
massime se appartenenti a lontani feudatari ecclesiastici,
com' erano nel caso di Savoca, gli archimandriti di Messina.
12 Marso 1906.
Prof. Giacomo Macn.
CAPITOIvAZIONld^
Jesus JiJaria Josepli
Ritrovandosi sog'getta da più tempo la Terra di Savo-
ca con soi Casali e tutto il Regno di Sicilia, sotto il governo
del Rè Cattolico; ed occorrendo in questi tempi che il
Rè Cristianissimo abij passato li eserciti in questo Regno,
avendo ricorso all' aggiuto della Città di Messina , di cui
questa Terra è distrittuale, e per 1' addietro non li è stato
permesso concorrere coli' intenzione di detta Città ;
Ulti-
mamente, ritrovandosi il Campo Francese in questi giorni
nella Marina di S. Alessio, trovandosi soggetto e reso
detto Castello di S. Alessio, con altre Terre a detta di
Savoca vicine ; ed essendo stato Inviato a detta Terra un
Tamburo, accompagniate con il Cavalier di Chiè sotto
li 23 ottobre p. p. ed altro sotto li 25 dello stesso ,
ante-
ponendocci da parte dell' Ecc.™'* Sig. Viceré, il Sig. Duca
di Vivonne, che dovesse concorrere a rendere Vbidienza
a dett^k Maestà Cristianissima, anteponendocci la molta
Clemenza e benignità d'essa, con tuttoché detta Terra si tro-
vasse in qualche parte provista di munizione, Bastimenti (1)
così di Vivere come di Guerra ,
presidiata di Soldate-
sca, di Cittadini di detta Terra , e munita di necessarie
fortificazioni e sito eminente precipitoso^ che dall' istessa
natura li è stato attribuito, per onde se stimasse abile a
potere resistere all'assalto del esercito Francese ;
non però
per queste cause, ha devenuto detta Terra con suoi Ca-
(i) Voce adoperata ad indicare ciò che è bastevole, ripetuta col signi-
ficato stesso nell'art. 2.
- 74 —
sali, a rendersi all'Vbidienza del Sig. Duca di Vivonne,
Viceré a nome della prefata Maestà Cristianissima, come
Terra distrittuale di detta nobile ed esemplare Città di
Messina ;
ma sotto l' infrascritti patti ,
privilcggi , exenzio-
ni (1), grazie ed altri, quali detto Ecc.""' Sig. Duca promette
Verbo Reggio {sic) che siano inviolabilmente osservati, e
dalla prefata Maestà e suoi successori, puntualmente man-
tenuti ed Illibati.
1. E primo che li popoli di detta Terra e suoi Casali,
e habitaturi in essi, etiamdio che fossero Messinesi, e loro
effetti e beni non siano in alcun modo e tempo, dalli Sol-
dateschi del Campo, condotti al acquisto di detta Terra e
del Regno di Sicilia, Saccheggiati, Molestati, Inquietati,
ò Castigati ; e che dovendo entrare Soldatesca in detta
Terra, debba entrare come Amica, e come se entrasse
nella Città di Messina, senza operare differenze. Doven-
dosi in detta Terra trattenere Soldatesca di presidio, si
debba trattenere nel Castello di essa, senza scommodare
ò perturbare per l'albergo o riggetto (2), a detti Popoli e
loro Case ; che siano trattati dalla Maestà Cristianissima,
e Sig. Viceré, e altri Comandanti e Soldatesche, conforme
se dal primo giorno avessero concorso con detta Città
di Messina; et ex uiuic prò tiinc ,
li popoli di detta Terra
e suoi Casali, promettono fedeltà e obidienza alla Maestà
Cristianissima, e per essa all' Ecc. ™° Sig. Duca di Vivon-
ne suo Viceré, ed a1 presenti residente nel Campo, all'as-
sedio della Scaletta.
2. Che li popoli di detta Terra di Savoca e suoi Ca-
sali, non possono essire costretti in alcun tempo, a dovere
(i) Testo : expenzioni, che non ha senso.
(2) Ricetto: la parola è sfigurata secondo la pronuncia di Savoca.
— 75 —
impugnare armi contro l'eserciti della Maestà Cattolica,
se non che a difesa di detta Terra, avendo però li basti-
menti così di Viveri come di Guerra ; e trattandosi di
Guerreggiare con l'altre nazioni, che detti Popoli debbano
servire alla Maestà Cristianissima in questo Regno, ed in
particolare in custodia di detta Terra e Casali, senza do-
vere imbarcare per fuori Regno di Sicilia, eccetto però di
quelli che volontariamente vorranno servire.
3. Che detta Terra stia neir osservanza di tutti soi
giurisdizioni, sopra li suoi Casali di Casalvecchio, Pagliara,
Locadi, Palmolivo, Missario, ed Antillo^ Casali soggetti al-
la Giurisdizione di detta Terra dominante ; li quali Casali
non possono domandare ò avere Segrecazione di dominio
di detta Terra, in alcun modo o tempo, ma sempre siano
soggetti a detta Terra ; e l'esercizio di giurisdizione delli
officiali di detti Casali si estenda solamente nelli loru Circuiti,
per la Form.a del libro delli Costituzioni di detta Terra e
Casali, seii Ih librii del Segretu ; delli quali Casali, caso
che alcuno o più d'essi si trovassiro soggiogati ò resi al
esercito (1) Francese, che quello o quelli s' intendono ò
siino restituiti alla giurisdizione e soggezione di detta Terra,
e che sempre siano Casali soggetti a quella, ed al eserci-
zio della Giurisdizione d'essa.
4. Che il territorio di detta Terra non si possi in
alcun tempo diminuire, ò aggregaVsi in parte con altra
Terra o loco, ma che stia sempre come per il passato,
Includendo in detto Territorio e giurisdizione, il Fego (2)
dell'Abazia di S. Pietro e Paulo ili Agro, esistente nel
Territorio di detta Terra.
(i) Testo : esercizio.
(2) Feudo, conforme al dialetto siciliano.
— 76 —
5. Che detta Terra di Savoca e predetti Casali, sia
e s' intenda come per il passato, terra distrittuale di detta
nobile ed esemplare Ciltà di Messina; e che goda tutti i
privileggi, prehemiiienze, exenzioni (1), franchezze ed altri
conform'e a detta Città ; e che per Privileggio speciale,
li popoli di detta Terra e soi Casali, godono come divino
godere, come fossero Cittadini di detta nobile et exem-
plare Città di Messina ; e che nelli parlamenti generali da
farsi, debba intervenire detta Terra e suo Procuratore, da
parte sua e soi Casali, conforme entrirà in detti parla-
menti detta nobile et exemplare Città di Messina ; e che
sempre siano esenti d' impositioni e Gabelle.
6. Che li popoli di detta Terra e soi Casali, e tutti
loro effetti e beni , si intendino e siano esenti di dovere
pagare qualsivoglia sorta di debiti correnti, e rendite di
cenzi bullali, e legati secunduiìt fovìiiain hiillae, et nd pias
Causas, li quali debiti, cenzi, e legati siano, e s' intendono
esenti e cancellati , etiaìu se fossero qnaliterciunqiie (2)
privileggiate, e si dovessero a qualsivoglia persona o Regia
Corte, overo Deputazione del Regno, ed altri assignatarij
di rendite, ò alla religione di Malta et altri; e questo stante
le tante soggiogazioni che si trovano fatti , che si hanno
andato corrispondendo tanto lungo tempo, con essere en-
trati a' Creditori per raggione d'interusurij (3), il quatruplo e
forse più della sorte delli Capitali, e mediante che li beni
stabili sono ridotti a poca rendita; per le quali Cause li
Popoli sono tutti ridotti in povertà; eccettuati però le sug-
(i) Testo : expensioni.
(2) Testo : quantunque.
(3) Interusurium fu detto dai giureconsulti romani l' interesse, o
l'utile dell'usura.
— 77 —
giogazioni dovuti alle Chiese et Conventi per loro manu
tenzione, e li legati lascati alle Chiese a raggione di dieci
per cento secondo la forma della Bolla , e celebrazione di
messe, li quali s' intendono discalati da oggi innanti alla
metta, alla raggione di cinque per cento ; con questo che
corrano a detta raggione da oggi innante, e che li. decorsi
maturati si intendono esenti; ed in caso di restituzione, si
debba solo pagare la metà delli Capitali, a detta raggione
di cinque per cento.
7. Che la creazione delli Giurati di detta Terra e suoi
Casali, la debbono sempre fare li popoli per scrutinio e
Casciarizzo , (1) conforme si à soluto fare per il passato,
essendo eletti Giurati, le due persone che averanno piià
voti; e che li Giurati debbiano esercitare l'officio^ dal primo
di Settembre, per tutto il mese d' Agosto ;
quale passato,
siano privi dell'amministrazione di detto loro officio, do-
vendo fare ogni anno la sua Creazione nella penultima o
ultima Domenica d'Agosto, sotto la pena di onze 100 a tali
Giurati, che lasceranno di fare tale Creazione, applicate al
Regio Fisco; con questo che l'Archimandrita che sarà, debba
intervenire o mandare Procuratore nell'una ò l'altra Do-
menica, e non mandando person'a 1' ultima Domenica, se
possi fare la Creazione con lo intervento dell'Arciprete di
detta Terra, in loco dell' Archimandrita, et in suo defetto
uno delli Priori o Guardiani delli Conventi di detta Terra;
(i) Voce del dialetto rispondente all'italiana Cas^etlofie. 11 Pasqua-
lino la definisce: « Arnese o masserizia di legname, in forma di cassa
« grande ma più alta, dove son collocate cassette, che si tirano fuori
« per dinanzi ».
Nelle pubbliche votazioni, si deponevano schede o pallottole di co-
lore differente secondo il sì ed il no, nel cassetto che portava il nome
delle persone in precedenza abilitate agli uffici.
— 78 —
et che TArciprete sempre debba sedere cliain come Arci-
prete, in detta Creazione, et in suo defetto come sopra,
conforme per il passato; e non intervenendo li Giurati in-
nanti che finisci il mese d'Agosto, possono in tal caso li
popoli, o nel ultimo giorno d' Agc sto ,
o principio di Set-
tembre, fare la Creazione con 1' intervento ,
in loco delli
Giurati, delli Guardiani e Priori, o superiori delli Conventi,
o di dui Cappellani li più antichi.
8. Che li Capitani di detta Terra si eligano ogni anno
dall'Archimandrita come al solito; e che si eligano persone
Circomspette, habili e sufficienti, di buona vita e farna ; e
che detto officio non si possa vendere , come si ha soluto
indovutamente fare per il passato; e che non si possa con-
ferire per mezzo di regali né dircele^ riè indirecte, nò per
via d'obbligazioni fatte per altri tanti contanti o polize ; e
constando (l) d'essersi conferito tale officio per via di prezzo
ò regalo, in tale caso l'officio di Capitano caschi in per-
sona dello Giurato di detta Terra il più vecchio ,
il quale
possa e debba exercitare l'officio per quella indizione, nella
quale occorrirà il caso ; tutto per non dar campo , e per
levare l'occasione d'essere vessati li Popoli.
9. Che l'elezione del Giudice, che dovrà ogn'anno eleg-
gere l'Archimandrita in detta Terra di Savoca , dovendo
esercitar 1' officio di Giudice e Giurato, non possa (arsi in
persona di persone , che prima dalli Popoli alcuna volta
non siino stati eletti e creati per Casciarizzo nel officio di
Giurato, Sindaco, Detentore, o Tesoriero di detta Terra di
Savoca; tutto ad effetto che detto officio si conferisse a
Persone di buona qualità; che l'Archivario e Conservatore
delli scritturi di detta Terra, si debba eliggere dalli popoli
(i) Testo : esortando.
- 79 —
per creazione e per scrutinio , il quale sia vitalizio , ed in
Caso di prosecuzione del Archivario , ruedio tempore (l)
che sarà provisto di giustizia , amministri detto officio
quella Persona, la quale averà avuto più voti nella Crea-
zione fatta, appresso la persona eletta, per sino che detta
persona sarà provista di Giustizia , ò morta in prosecu-
zione ;
Con doversi fare le solite giuliane (2), ogni volta
con r intervento delli Giurati , non obstante che per il pas-
sato detta elezione è stata fatta del Archimandita.
IO. Che li Mastri Notari dell'officio delli Giurati, e Corte
Capitaniale di detta Terra ,
si debbano eligere con dover
fare la nomina li Giurati di detta Terra, nominando quat-
tro persone virtuose e prattiche, di buona vita e fama per
ogni officio; e di quella nomina, l'Archimandrita debba fare
l'elezione di detti Mastri Notari, di due persone nominate.
II. Che l'Archimandriti che /)rQ/^w/>o;'e saranno eletti,
non ostante che l'Archimandritato non sia beneficio Curato
ma semplice, con tutto ciò per maggior beneficio di detta
Terra e suoi Casali, e di tutta la sua Giurisdizione Archiman-
dritale, per lo piìi dell'anno debbano far residenza in detta
Terra di Savoca, come Capo di tutta la Giurisdizione Ar-
chimandritale ; et il resto nella nobile Città di Messina
come Metropole; e che dell'Emolumenti di detto Archiman-
dritato, ne debbano conseguire trecento scuti l'anno, le tre
Parrocchie di detta Terra, mediante la loro necessità; e
questo per aversi esperimentato quanto inconveniente e
disservizio è stato ,
1' attribuirsi per il passato detto bene-
ficio, in persona che abitasse in Roma ; e che il clero di
(i) Nel testo, la parola tempore fu mutata in sempre.
(2) Giuliana si chiamò in Sicilia, il compendio per alfabeto degli
atti contenuti in un volume.
- 80 —
detta Terra, stante la su detta residenza, non sia obbligato
a pagare raggioni di Visita.
12. Perchè il territorio della terra di Savoca consiste
in quarantaotto Fcghi, di quali spettano all'Archimandrita
Ventiquattro , e l'altii 24 spettano a detta Terra chiamati
Zafari (1), avendone anche 1' uso detti Casali, con le con-
suetudini et osservanze contenti nel libro del Secreto (2)
quali stiano in suo robore, e si debiano osservare partico-
larmente per le trazzere Filaltò (3) , et appartati uso di
paschi, jus Incrciìidi, et altri in detto libro contenti; e pa-
gando detta Terra e soi casali e tutti i beni existenti in
detto territorio, a detto Archimandrita le raggioni di decima
di vettovaglie, musti, animali, et altri soggetti a decima, si
domanda per ciò che tutti le raggioni di decima di detto
Territorio, si dismembrassero delle rendite Archimandri-
tali, e si attribuiscono a detta Terra e suoi Casali; delli
quali in quanto a quelli che doveriano in fiiturum pagare
li Popoli di detta Terra e Casali e loro beni, siano esenti
e franchi, ed in quanto a quelli che doveranno pagare le
persone esteri in detto Territorio, restino per detta Terra
con l'infrascritti desposizioni (4),
(i) Zafara è nel dialetto 1' itterizia , tolta 1' altitna sillaba alia
voce zafarana. E come dal color zafferano degli itterici, ebbe nome la
loro infermità, così questi feudi furon chiamati Za/are dal colore gial-
lognolo delle terre , disadatte ad ogni cultura e nude anche ai dì
nostri.
(2) Secreto o Segreto era il ministro nobile delle dogane , ed in
genere qualunque uflìciale chiamato all'esazione delle regie imposte.
(3) Si chiamarono trazzere nell'isola nostra, le vie di campagna tal-
volta assai larghe ,
per le quali traverso beni feudali od allodiali, si
esercitava il transito dei pedoni, dei carri, dei bestiami.
(4) Testo: deposizioni.
— 81 —
13. E che per ricompenza di tali emolumenti di decima"
s'attribuiscano a detto Archimandritato li sudelti 24 fenili
nominali Zafari, li quali s'incorpoi^ino all'Archimandi-itato
deiristesso modo e maniera, conforme detto Archimandri-
tato ha tenuto detti 24 feghi nominati boscJii; e con lo
istesso ///5 di pascolare li Cittadini di detta Terra e Ca-
sali, nelli tempi soliti, conforme si ha costumato per il pas-
sato, e con ristessi Carrichi di Filatlb ,
appartati trazzeri,
uso di pascoli e Signorie, conforme per dette osservanze,
e prosecuzione (1) di coltivare, seminare, e usufruttuarc
li Padroni delli posessioni esistenti in detti Zrifan', del
istesso modo e forma conforme nelli sudetti 24 boschi, re-
stando solamente per detta Terra e suoi Popoli, la Zafara
di Moìidcllo ,
incominciando da me7za Zafara della con-
trada di S. Carlo, abasso fino alla marina, jncludendo tutte
le chiuse nobili, tino alla Fiumara delli Pagliara; con que-
sto però che li boschi di S. Mariìia e Cuoio, Mnìuiisa delli
Pagliara, l'acqua di Savoca e Marinili, non obstante che
siano delli 24 boschi dell' Archimandritato, perchè benefi-
cati in vigne, celzi, et esserci pochi alberi d' agliande, per
onde sono di poca rendita all'Archimandritato, restino per
detta Terra e suoi Casali e per li Padroni in quelli exi-
stenti, come chiusi nobili (2) ; con ijuesto che alli Citta-
dini di detta Terra e Casali, resti lo Jiis liguaudi^ e di co-
gliere agliande (3) et altri frutti salvaggi ,
come è stato
solito.
(i) Testo: csccuzioìie,
(2) Chiusa nobile vale òanJi/a , cioè un tratto del feudo , in cui
il signore vietava a tutti per bando, la caccia, la pesca, l'uccellagione,
il pascolo.
(3j Ghiande.
- 8:^ -
14. E perchè fra li altri bolli e debili esistenti, e can-
cellati come sopra, ve ne sono alcuni che si doveriano a
persone Messinesi, e volendo detta .Terra deportarsi con
detta Città e Popoli, con la dovuta ed antica Giurispru-
denza ,
pertanto si contenta detta Terra di Savoca, che
in compenza di detti debiti e bolle di dette persone Messi-
nesi, s'attribuisca a dette persone Messinesi , seti, a detta
nobile Città , la raggione di decima delli musti di tutte
le vigne di persone Messinesi, existenti in detto Ter-
ritorio, come d' altri qualsisia negozij soggetti a decima,
che persone Messinesi dovevano pagare a detta Terra;
e che per tal causa detta Terra e casali e loro popoli
siano obbligati a pagare li debiti , bolli , rendite , de-
corsi et altri qualsivoglia interessi, che prò 7}wdo sì ùovcs-
sero a dette persone Messinesi , li quali siano e si jnten-
dono esenti (l) , e non contentandosi detti Messinesi della
compenzazione e cancellazione sudetta, con attributione di
detta decima, in tal caso che detta decima di persone Mes-
nesi ed altri esteri, e loro beni existenti in detto Territorio,
li quali spettano a detta Terra, si mettano in depositione
e con quelli si vadano sodisfacendo li debiti, bolli, rendite,
che pretendono dovere avere dalli Popoli di detta Terra
e Casali, tanto le persone creditori Messinesi, quanto le
persone di detta Terra e Casali e le bolle delle Chiese co-
(r) Nell'art. 12, tolte all'archimandrita le decime, si cancellarono
quelle dovute da savocesi, lasciandosi alla terra le altre dovute da />^;'-
so7!e estere. Erano fra gli esteri i messinesi, i quali qui si esentano dalle
decime, in compenso di rendite , soggiogazioni , censi, a loro danno
aboliti per l'art. 7. Oltracciò la terra di Savoca si obbliga a pagar gli
arretrati di soggiogazioni o rendite dovute ai messinesi sino al giorno
della capitolazione, tuttoché ai debitori pel citato art. 7, fossero stati
rimessi anche i decorsi.
- 83 —
ine sopra discalate; e finita che sarà detta scdisfazione, le
dette rendite di persene Messinesi ed estere, vadano al
Patrimonio del Rè Cristianissimo come regalia e Donativo,
che detta Terra per li presenti Capitoli li fa gra/i's et gra-
tiose; et contentandosi detta Città di detta compenzazione,
in tal caso, restando a detta Terra le raggioni di decima
delle persone exteri existenti in detto Territorio, di dette
raggioni di decima detta Terra ne lece e la regalia e do-
nativo a detta Maestà Cristianissima, e suo Patrimonio
Reale.
15. Che rill.'"'' Sig. D. Giuseppe Castelli, Vescovo
eletto della Città di Patti e sua famiglia, D. Giovanni
Battista Castelli Governatore dell' armi di detta Terra,
D. Placido e D. Gasparo Castelli e loro famiglia, D"-' The-
resa Castelli e Galifi e sua famiglia, D. Giovanni Villa di
Cane^ lo quale si trova confinato in detta Terra per or-
dine del Governo Spagnolo e sua famiglia , Pietro ,
Vin-
cenzo e Felice lo Rò, et il Sig. Giovanni Triscritti . non
siano in modo ò in conto alcuno molestati, così essi come
loro beni, tanto per li coniravenzioni e disobedienze di
bandi, promulgati così per ordine dell' Eccellentissimo Se-
nato di detta nobile Città ,
come di detto Eccellentissimo
Sig". Viceré, e pene in esse contente, come per altra qual-
sivoglia colpa che se li attribuisce, delli quali siano e s' in-
tendano plenariamente assolti e liberati ,
come se mai li
avessero incurse, o per loro fosse stato permesso; e che a
quelli , non solo se li permette ridursi con loro cose e
famiglia in detta Città, ed il transitu in quella di loro robbe,
beni et effetti, arnesi, vittovaglie , seta, oro ,
argento, ap-
parati et altri, li quali non li possono esseri così per strada,
come in detta Città molestati ,
ma che ancora se li resti-
tuiscano li loro beni, per causa di tali contravenzioni, ino-
— 84 —
bedienza, delitti ed altri , da loro in detta Città ed altre
parti incorporati, così per la detta Citta, come di detto Ec-
cellentissimo Sig'. Viceré ;
il che si debba osservare per
tutti altri Messinesi oriundi, come per privilegio, che nel
tempo del presente arendamcnto (1), si trovano in detta Ter-
ra e Casali, che qiiocuìiique modo venissero comprisi nella
continenza di tali bandi, avvisi, ed altri, et che in quelli
potessero essere pregiudicati ò molestati per detta Città,
ò per detto Eccellentissimo Sig. Viceré et Governo Fran-
cese.
16. Che il Sig. D. Carlo e D. Xaverio Castelli ed
altri di loro famiglia, che si trovano carcerati in detta Città,
si excarcerassero; e che se li restituissero loro beni ed
effetti incorporati.
17. Che il Sig. Cavaliere D. Antonio De Hox, il quale
si trova prigioniero, preso nella Terra della Forza, quando
si trovava accompagnìato con cinquanta Vomini di Savoca,
che furono dtrbellaii da detta Terra di la Forza, e furono
forzati abandonarlo, con la perdita di trenta forzoti (2), fosse
excarcerato; e che se li concedesse il passaggio per dove
a detto Cavaliere piacerà, a contemplazione della Terra di
Savoca.
18. Che avendosi scarsezza di vittovaglie , in tale
caso detta Terra e suoi Casali sia preferita in tutta la sua
porzione, di quelli Iromenti e vittovaglie che vi saranno;
ed avendo modo detta Terra di portare in qaalche tempo
vittovaglie in essa, così per mare come per terra, non li
(i) Resa
(2) Nativi di Forza d'Agro.
— 85 -
possano essere molestati, impediti, sequestrati, o presi in
tutto ò in parte, quali si compenzeranno in loro porzione.
19. Che V Archimandrita non possa avere giurisdi-
zione temporale contro li popoli di detta Terra e Casali,
se non che spirituale taiitiini come è solito , e che non
possa molestare, carcerare, o aver manu eti'am colla Giu-
stizia temporale nò spirituale, sopra le persone di Giurati
Sindaco, ed altri officiali di detta Terra eletti dal Popolo,
mentre stanno amministrando loro officii ;
nel qual tempo
s'intenda sospetto ,
e che non possa prosequire persone di
detta Terra e Casali ad istanza del Fisco, circa delitti di
usuraria pra vitate, ma ad istanza di parti tantum.
20. Che li privileggi di detta Città e soi distrittuali,
si debbono interpetrare et sentire primariamente sempre
a favore di detta Terra e Casali di essa, posponendoli quante
volte occorrerà fra loro litigare.
21. Che al Capitano e soldatesca di presidio nel Ca-
stello di detta Terra di Savoca, si concedano le loro Ca-
pitolazioni dovuti e competenti, per aversi trattenuti indetta
Terra da circa anni due, e deportati da buon Gentiluomo,
e da boni soldati, non intricandosi a Cosa alcuna ,
che a
far l'esercizio del Rè Catolico.
22. Che caso in detta Terra, restasse qualche poco
di vettovaglia et altre cose commestibili, comprati col de-
naro della Reggia Corte, restano per peculio di detta Terra;
e che lo Illustrissimo Sig. D Giuseppe Castelli, in potere
di cui si trovano, li debba consegnare a persona eligenda
dalli Giurati di detta Terra di Savoca, per effetto sudetto.
23. Che la Terra di Savoca, dovendosi formare la
milizia del Regno , sia Capo di bandiera , e che tenga
sotto di se li Casali e terre d'Ali, Fiumidinisi, Itala, Man-
- 86 -
danice, Limina, Forza, la Mola, Ruccella, e tutte altre terre
che erano innanti sotto detta bandiera; e che li Casali deb-
bano abbassare, e prendere mostra in detta Terra, che debba
avere il primo luogo colla bandiera di Randazzo; e che la
piazza di detta bandiera sia nella Città di Tavormina ; e
dovendo marciare in Messina , abij il loco nel Castello
del Salvadoro, in tutte le preeminenze antiche.
24. Che il Casale di Locadi e suoi Popoli sii soggetto
alla giurisdizione del Capitano et officiali di Savoca; e che
il Capitano ed officiali delli Pagliara, non possono eserci-
tare giurisdizione in detto Casale, ma che il Capitano di
Savoca tenga in detto Casale di Locadi, un Caporale e com-
pagni.
25. Che il Fego della Batìa di S. Pietro e Paulo d'A-
gro^ existenti nel territorio di detta Terra di Savoca, per
essere beneficato in vigne, e per quelle non si possa ven-
dere l'Elrba, né si possano passare bestiami, ma che li sta-
bili existenti in detto Fego, si habbiano come chiusi nobili,
con pagare solamente a detta Terra, le raggioni di decima
di musti, vittuagli ed altri, more solito.
26. Che ogni volta che occorrirà conferirsi l'Archi-
mandritato, sempre si intenda conferito colle osservazioni,
e sotto la forma delle presenti Capitolazioni, sotto le quali
l'Archimandriti tutti si debbano deportare.
Sotto le quali Capitolazioni, dritti, privileggij, Gratie
ed altri , s' habia per detta Terra e popoli d'essa, divenuto
al rendimento di detta obedienza della Prefata Maestà Cri-
stianissima, e per mezzo dell'Eccellentissimo Sig. Duca di
Vivonne, suo Viceré alla conquista di questo Regno, acciò
quelli si osservassero sempre, in ogni futuro tempo in per-
petuo dalla Maestà Cristianissima e suoi posteri , e loro
Signori Viceré, che al presente è, et prò tempore saranno»
— 87 —
in vim rescripti et Privilcgii, con potestà di potersi ridurre
il presenti scritto in stampa.
Dato nel Campo Francese innanti la Scaletta, oggi
tre novembre 1676.
lo Marasciallo Dura di Vivonne. — Per ordine di S. E.
Dautiez.
Approbati dalla Terra di Savoca, oggi 4 novembre 1676.
Stefano Trischitta Capitano di Giustizia e Consolente
Giacomo Trischitta Giurato
Francesco Trimalchi Giurato
D. Bartolomeo Trischitta Sindaco e Consolente
Natale Trischitta Capitano di fantaria e Consolente
Lorenzo di Savoca Capitano di fantaria e Consolente
Giovanni Trischitta Capitano di fantaria e Consolente
Francesco Trischitta Capitano di fantaria e Consolente
Francesco Crisafulli Alfiero e Consolente
Notar Giovanni Salvadore Consolente
Felice Trischitti Consolente
Pietro Cuzzaniti Consolente
Giacomo Trimalchi Consolente
Francesco Maria Scarcella Consolente
Gioseppe Nicotina Consolente
Gio. Battista Coglituri Consolente
Dom. Pascano Consolente.
CENNI STORICI SU MERI
I.
Meri (latino Miriac, dialetto Liiuin) è un paesetto sito
in amena positura nella provincia di Messina, circondario
di Castroreale, mandamento di Barcellona Pozzo di Gotto.
La sua ubicazione, in terreno lievemente declive, è as-
sai regolare, alla moderna; relativamente moderna, rimon-
tando la costruzione alla prima metà del secolo XVI.
11 territoiio, nei primordi del XIV secolo, apparteneva
a certo Urso di Gritalco (1), di famiglia messinese, barone
di Rayneri e di Merli (2), la cui tìgliuola, pel matrimonio
con un certo Giovanni Andrea di Patti^ l'ebbe in dote. Passò
poi alla nobile famiglia messinese Sacco, e quindi, per do-
nazione, a un certo Giliforte de Arsis o Arces, dal quale
lo ricevette in eredità il (ìgiio Piclvisio, che, forse, co-
me i precedenti, per mancanza di prole maschia, ne fece
donazione a un certo Giovanni Antonio Rizzo; dopo la cui
morte il possesso passò alla moglie e poscia al figlio
Bernardo Rizzo (3). Costui, come meglio vedremo nel ca-
pitolo II, ove si farà la descrizione particolareggiata delle
(i) Vito Amico, Dizionario Topografico della Sicilia, Palermo,
1S56, V. 2°, pag. So.
(2) Crollalanza (Di) G. B., Dizionario Storico Blasonico, Pisa,
1S90, V. 3°, pag. 58.
(3) Queste e altre importanti notizie sulla successione del feudo
delli Mirti ho ricavate da un sommario di documenti inediti già pos-
seduti dal Dottor Sac.*'' Antonino De Gaetani da Meri ed ora presso
il Signor Cav. Antonino Maiinone, Sindaco di Meri, che vivamente
ringrazio.
— 89 —
varie famiglie, che possedettero il fauùo dclli M/ni, iweiióo
sposato donna Nicoletta Bonìiglio, si (.-bbe Giovanni An-
tonio, che ncmù suo crede e Cililoite Kizzu^ senza prole,
amministratore dei beni.
Da Giovanni Antonio nacquero Giovannella e France-
sco Antonio Rizzo, il quale, morendo elesse suoi eredi
i figli Bernardo e Girolamo, sotto la tutela della moglie
Bernardina.
Correva intanto l'anno 15_M, ed essendo sorte discordie
tra Giovannella Rizzo, maritata a Giovanni Filippo La
Rocca, che per la morte del fratello Francesco Antonio
pretendeva la baronia dr/li Blirii , ed il nipote Bernardo,
che voleva mantenere per so detta baronia , nel l'yJS si
ricorse al Tribunale della G. C., sede piccini, che verso il
1531, siccome Giovannella era già morta, compose la que-
stione, rappaciando il di lei marito Giovan Filippo, e con
esso i suoi due figli Nicolò e Paolo La Rocca-Rizzo. Que-
sto rappacianentJ poi, il 23 mìglio del 1333, portò ad
un concordato col quale Filippo La Rocca, tìglio di Ni-
colò, cedeva ogni diritto ed azione, e Visconte Rizzo, (ìglio
di Bernardo, diveniva assoluto possessore della baronia
delli Mirii.
Da Visconte Rizzo nacque Giovanna, che nel 1606 sposò
Girolamo Morra. Essa il 15 marzo 1610, avvenuta la morte
del padre, divenne assoluta padrona della baronia.
Da Giovanna Rizzo e Girolamo Morra nacque Visconte
INIorra, il quale, in prime nozze , nel 1640, sposò donna
Laura Marziani, ed in seconde donna Isabella Di Giovanni.
Da questo secondo m.atrimonio nacque Francesco Morra
Di Giovanni, che nel 1073 sposò tionna Felicia Cottone, da
cui ebbe una figlia, che si chiamò Isabella Morra, la quale,
a sua volta, nel 16S4, sposò don Domenico Dì Giovanni-
— 90 -
Piccichè, figlio di don Scipione. Dall'unione Di Giovanni-
Morra nacque Anna Maria, la quale sposò Giuseppe Al-
liata, principe di Villafranca, che, morendo , lasciò erede
universale il primogenito Domenico e tutrice la moglie.
Domenico Alliata Di Giovanni sposò donna Vittoria Di Gio-
vanni, e ne nacque Giuseppe Letterio Alliata, che, sposa-
tosi con Donna Felicia Maria Colonna, generò Fabrizio
Alliata Colonna.
Giuseppe Letterio Alliata-Di Giovanni morì prima del
padre Domenico, e questi premorì alla madre Anna Maria,
che rimase perciò la padrona dei beni, passati poi a Fa-
brizio Alliata-Colonna, al quale successe don Giuseppe
Alliata-Moncada, principe di Villafranca, signore delli Mirii
ecc., la cui casa è ora rappresentata da don Giuseppe
Alliata-Lo Faso, che vive a Palermo.
IL
Dopo di avere fugacemente accennato al passaggio
della baronia ddli Mirii nelle varie famiglie, è duopo in-
trattenermi più dettagliatamente sulla potenza delle fami-
glie medesime e sulla loro origine ; sicché, per seguirne
cronologicamente l'avvicendarsi, comincio con ladescrizione
della famiglia Grifalco, della quale si ha la più antica no-
tizia nella storia del possedimento del feudo dcìli Mirii.
La famiglia Giifalco, o Girifalco, di origine spagno-
la (1), ebbe principio nel regno di Napoli, ove un Anni-
bale fu Cavaliere e Signore del Castello di Grifalco in Ca-
labria, concedutogli da re Manfredi, ai cui servigi egli si
trovava. Morto senza prole Annibale, gli succedette il fra-
fi) V. Palizzolo, // Blasone in Sicilia, Palermo 1S71-75, pag. 200.
— 91 —
tello Antonio, il quale, in seguito, esiliato in Sicilia, per
servigi resi ai re Pietro e Federico, ottenne la baronia di
Comiso ed altri feudi.
Il tìglio Alaimo si ebbe pure le baronie di Passaneto,
di Murci e di Bulfusina, che poi perdette, a causa di rivol-
te baronali contro re Federico III d' Aragona.
Nella discendenza si notano un altro Antonio e i suoi
due tìgli Tommaso, letterato e segretario di detto F ede-
rico III , nominato barone di Limina, e Giovanni ,
che fu
Abate di Roccadia. Da un di costoro , senza dubbio , di-
scende Urso, barone di Rayneri e di ^lerii, la cui figliuola
nel matrimonio con Giovanni Andrea di Patti ,
portò in
dote la terra dclli Mirii.
Della famiglia messinese Di Patti o semplicemente Patti,
ascritta alla Mastra nobile di Messina (I), si hanno un An-
saldo, che fu dei primi baroni di Messina, ai servigi di re Lu-
dovico II;un Giammatteo, senatore di Messina nel 1414-15; un
Giulio, senatore nel 141617; un Giovanni, senatore nel 1438-
39; un Pellegrino, senatore nel 1439 40; un Antonio, senatore
nel 1440-11 (2); un Bartolomeo due volte senatore e barone
di Linguaglossa ; un Andrea tre volte senatore e Principe
dei Cavalieri della Stella; un altro Ansaldo, barone di Bel-
vedere e tre volte senatore (3).
Un Giovanni Andrea De Pactis, noi troviamo in un
contratto del 14 marzo 1496, in notar Matteo Pagliarino, ove
pure è detto essere egli di Santa Lucia (4), ma costui, mentre
'i) Crollalanza, Op. ciL, V. 2", pag. 297.
12) Giuseppe Galluppi, Nobiliaiio della Città di 'Messina, Napoli,
1877, pagg. 334-35-
(3) Palizzolo, op. cit., pagg. 300-301.
(4) L'atto è nell'Archivio Provinciale di Stato di Messina, proto-
collo del 149Ó 97, fogli 284 V. 285 V. S. Lucia, è città vicinissima alla
terra delti Mirii.
— 92 -
non potrà indicarsi quale sposo della figlia di Urso di Cri-
talco, che, come fra breve vedremo dalle epoche di suc-
cessione, dovette vivere verso la prima metà del seco-
lo XIV, è facile gli sia stato nipote.
Dai Patti il possedimento passò alla nobile famiglia
Del Sacco o Sacco, originaria di Milano, che godette no-
biltà in Eboli [{) e in Messina nei secoli XIII e XIV e pos-
sedette la baronia dclli Mirii (2).
Il '27 M;iggio 1443 vediamo quindi Urbano Sacco fare
donazione del feudo e baronia a favore di certo G ili forte
De Ursis, (sarà lo stesso che De Arsis, D'Arces o sempli-
cemente Arces), e, il 1° novembre dello stesso anno, Re Al-
fonso di Castiglia confermare la detta dona/ione.
La famiglia xA.rces, originaria della Spagna (3) e pre-
cisamente dell'Aragona, da dove un ramo di essa era pas-
sato in Sicilia, stabilendo la sua dimora in Messina, diede
un Matteo d'Arces, capitan d'arme del Valdemone (4).
Passato detto feudo deìli Mivii da Gililorte al figlio Bel-
visio Arces, questi il 13 novembre del 1462, ne fece dona-
zione (ó) [i certo Giovanni Antonio della famiglia Riccio,
o Lo Ricciolo, o Lo Rizzo o semplicemente Rizzo.
11 Palizzolo (6), sull'autorità del Mugnos, dice la fami-
glia Rizzo una delle piili antiche e celebri d'Europa. Passata
verso il 1300 da Napoli in Sicilia, si afferma con un Sergio
(i) Berardo Candida Gonzaga, Meiiiorie delle famigiic nobili
delle Provinci: meridionali d' Italia, Napoli, 1833, V. b'\ pag. 16.
(2) Crollalanza, Op. cil., V. 2°, pag. 464,
(3) Galluppi, Op. e il., pag. 196.
(41 Palizzolo, Op. ciL, pag. 76.
(5) Atti di notaro Andrea di fava da A/essina, ora non più esi-
stenti nell'Archivio Prov. di Stato di Messina.
(6) Op. cit., pag. 324.
- 93 -
Rizzo, che nel 1321 da Federico II d'Aragona ottiene di poter
fortificare il castello di Trapani. Da lui discendono un Tom-
maso, elle si SI abili in I^ilermo; un Pietro, che si recò a
Catania, e un Giovanni, che si stabilì a Messina, ove da
re Martino otter.ne la baronia di Ccmiso, e da cui deri-
varono i baroni di Ribino, di S. Giacomo, di Bosco, di S. Giu-
liano e di Meri,
Morto Giovanni Antonio Rizzo ,
detto AJilcs ,
nobile
messinese, che fu senatore negli anni 1464-65 e 1468-69 (1),
chiamò erede universale la di lui moglie (2) , dalia quale
aveva avuto un figlio per nome Bernardo , che , il 4 no-
vembre del 1492, sposò donna Nicoletta Bonfiglio (3\ Ber-
nardo fu Senatore nell'anno 1496 97 (4). Seguirono i di lui
figliuoli: Gilifortc senza prole ,
Giovanni Antonio Rizzo, e-
rede universale o) , che a 22 maggio 1507 s' investì del
feudo delli Mirii, e fu senatore nel 1510-11 (6); gli successero
la figlia Giovannella ,
che sposò certo Giovanni Filippo
La Rocca, e il figliuolo Francesco Antonio Rizzo, chiamato
dal padre erede universale (7), con la proibizione di poter
alienare i beni , che sarebbero dovuti andare alla sorella
Giovannella , se fosse morto senza prole. Ma Francesco
Antonio ,
che sposò una certa Bernardina e venne pure
chiamato erede dallo zio Gilifurte (8) ,
ebbe due figli : Gi-
(i) GALLurri, Op. cit., pag. 336; Villahianca, Sicilia Nobile, V.
4", pag, 220.
(2) Testamento del 2 luglio 14S0 in notare Giacomo Donato.
(3) Capitoli in notaro Antonio Maniaci.
(4) Galluppi, Op. cit.. pag. 337; Villabianca, Op. cit.. pag. 224.
(5) Atti del 20 luglio 1506, in notaro Francesco Di Silvestro, ora
non più esistenti nell'Arch. Prov. di Stato di Messina.
(6) Galluppi, Op. cit., pag. 338.
(7) Atti del 30 luglio 1522, in notaro Girolamo Mangianti.
(8'! Testamento del 27 giugno 1523. in notaro Girolamo Mangianti.
— 94 --
rolamo, senatore nel 1523 24 (I) e Bernardo, che ocnipò la
stessa carica senatoriale negli anni 1549 50; 1553-54 e
1565-66 (2), e da cui nacque don Visconte Rizzo, che Cu sena-
tore negli anni 1587-88 e 1592-93 (3) Con don Visconte,
barone dclli Mivii, con diiitto sulla popolazione e d'inter-
vento nelle parlate generali (4), occupando, come ap-
presso vedremo, un posto rispettabilissinno; Giurato in sedia
della Mastra dei nobili di Messina negli anni 1587 ^ 1592 e
1602 (5) ; Deputato del Regno nel 17)7 (6) ;
TondatGre e
principe dell' Ordine dei Cavalieri della Stella nel 1605 (7)
Confrate del Collegio del Grande Ospedale di Messina (8)
ecc. ecc., sebbene il Gallo indichi nel 1596 un altro ba
rone dclli Mirii nella persona di un Vincenzo Rizzo (9), no
vediamo estinguersi la linea mascolina della nobile fami
glia Rizzo , solo rimasta rappresentata dalla figlia Gio-
vanna , che nel 1606 sposò Girolamo Morra, trasportando
in questa casa e titoli e beni.
L' antichissima e militare famiglia Di Morra o Morra,
di origine gota (10), possedette baronie nell'Abruzzo e no-
biltà in Napoli (11), da dove il detto Girolamo venne in Si-
(\) Galluppi, Op. ciL, pag. 339.
(21 Galluppi, Op. ciL, pag. 341.
(3) Galluppi , Op. ciL, pag. 343.
(4) Privilegio del 4 dicembre 1593-
(5) Galluppi, Op. ciL, pagg. 380, 381, 385 e 393.
(6) ViLLABiANCA, Op. cit.; V. I. pag. 181.
(7) Galluppi, Op. ciL, pag. 282.
(8) ViLLABiANCA, Op. ciL, V, 4 ,
pag. 279.
(9) Oallo , Annali di Messina, V. 3. ,
pagg. 83-137, copiando da
Vito Amico, Op. cit., V. 2., pag. So, il quale confonde forse ; Vin-
cenzo con Visconte.
(io) Palizzolo, Op. ciL, pag. 273.
(11) Crollalanza, Op. cit., V. 2., pagg. 181-182 , dice che la fa-
miglia Morra pos.sedette 29 feudi, 2 marchesati, 7 ducati e 3 principati.
— 95 -
cilia. Costui nell'anno 1613 fu Cavaliere e Principe dell'Ordine
della Stella, e, oltre al titolo di barone delli Mirii, per conces-
sione di re Filippo W ,
il 20 marzo 1627 , esecutorio il 13
novembre dello stesso ;inno, prese il titolo di primo principe
di Buccheri (1), feudo, che apparteneva alla famiglia Montalto.
Da Girolamo Morra e Giovanna Rizzo nacque Visconte
Morra , che il 16 settembre 1640 s'investi della baronia
delli Mirii , e pel governo del suo stato comprò il mero e
misto imperio (2) ,
pagandolo scudi 6000 , come risulta dal
contratto del 12 ngosto 16-15. Nel 1649 fu Principe dell'Or-
dine della Scella ^3).
Don Visconte Morra nel 1640 sposò in prime nozze
donna Laura Marziani, morta la quale, in seconde nozze
si unì con donna Isabella Di Giovanni, figlia di don Pla-
cido, che nel 1632, per privilegio di Filippo IV era stato
creato primo principe di Castrorao. Da questo secondo
matrimonio nacque Francesco Morra (4), che^ oltre la inve-
ViLLABiA\c.\, O^'). cit., V. I., parte i.a, pag. 72.
(r)
Il mero e misto imperio dei Baroni ebbe origine dai Normanni
(2)
e consisteva nell'autorevole podestà che Signori tenevano nei loro i
stati e feudi, condannare
di rei loro vassalli fino all'ultimo supplizio
i
pe/ via dei Giudici. Vedi Arcangelo Leanti, Lo stato presente della
Sicilia, Palermo, 1761, V. 2", pag. 342.
Filippo III, con rescritto regio del 13 settembre r6io, permise ai baro-
ni di poter comprare il mero e misto imperio. Vedi G. Mastrilli, De Ma-
gistratibus ecc., Panormi, 1616, V. 2", lib. IV., cap. XVI, pag. 72, n. 14.
(3) Galluppi. Op. cit., pag. 282. Quest'ordine fu detto pure di
Orione stellificato. Giuseppe Bonfiglio - Costanzo, DelVHistoria Si-
ciliana, Venezia, 1604, pag. 6S0.
(4) Crollalanza, Op. cit., V. 2", pag. 182 vorrebbe che Giro-
Il
lamo Morra, venendo da Napoli in Sicilia, togliesse in moglie una Isa-
bella Montalto; gli è d'accordo il Pamzzoi.o, Op. cit., pag. 273, ed
entrambi erroneamente credono che Francesco Morra sia stato il figlio
di Girolamo^ mentre invece fu figlio di Visconte Morra - Rizzo e della
di costui moglie Donna Isabella Di Giovanni, il che risulta dal fatto
che Girolamo Morra fa solo per concessione di Filippo IV creato
Principe di Buccheri e non s'intitolò mai della baronia dei Montalto.
Vedi V1LLABIANCA, toc. cit.
.
-^ 0(] -
stitura ricevuta nel 165.^, nel 1681 (1) successe nell.) stato
e vassallairoio di Castrorao (2) e, il 2S frennaio detto anno
16S1, s'investi dei feudi di Fioristella e di Girgia, dei quali
il 22 a2;osto 1655 s'era investita la madre Isabella (3).
Don Francesco Morra^ il 25 marzo 1673, con capitoli
in notaro Maiorana da Messina, sposa donna Felicia Cot-
tone-La Rocca, fisjlia erede di don Carlo Cottone - Cutelli,
e da essi nasce Isabella Morra Cottone, che segna la fine
di casa Morra, famiglia illustre nelle anni, che diede alla
chiesa due Cardinali, Pietro e Dionisio e Alberto, che nel
11S7 fu Papa Gregorio Vili (4).
Isabella Morra nel 16S4 sposa don Domenico Di Gio-
vanni, figlio di don Scipione e di donna Anna Miccichc
o Piccichè, discendente da quel Marcantonio Miccichè, che
nel 1633 aveva comprato da don Luigi Naselli il feudo
della Mastra, del quale il Naselli s'era investito nel 1614 (5).
La famiglia Di Giovanni fu originaria di Spagna, pro-
priamente di Valenza, e discende da un Giovanni Centel-
les. Passò in Francia , nelle isole Baleari, in Padova, in
Venezia, ove fu detta Ziani o Zani ed ebbe due Dogi, e in
Napoli, al tempo di re Pietro II d'Aragona, Quivi si divise
in due linee, di una delle quali il progenitore fu certo
Tuccio Di Giovanni, che possedè la Parìa del Regno, i
principati di Buccheri, Trecastagne, Castrorao, Ucria, Ca-
stelbianco e Alcontres; il ducato di Caponara; i marche-
sati di Roccalumera e di Villazappata; il baronato della
(i) Palizzolo, Op. ci/., pag. 273.
(2) VlLLARTANCA, Op. CÌL, loC. CÌl
(3) VlLLABIANCA, Of>. CÌt., pag. 329.
(4) Palizzolo, Op. cil., /oc. ci/.
(5) Villablvnca, Op. ci/., V. y\ pag. 35-
- 97 ^
Mastra ed altri feudi. Di questa linea il ramo principi di
Castrorao si estinse con Giuseppe, fratello di Isabella Di
Giovanni, sposa di don Visconte Morra, principe di Buc-
cheri (l).
Un don Domenico Di Giovanni Giustiniani, primo Prin-
cipe di Trecastagne, per concessione di Filippo IV, del 15
febbraio 1641, esecutoria a 20 luglio detto anno (2), e ba-
rone di Grogiano, comprò la città di Castronovo; e dalla
R. Corte^ per 12500 scudi, acquistò il vassallaggio, della Pe-
dara. Sposatosi con donna Girolama Salvarezzo-Bada, ebbe
a figlio Scipione, secondo Principe di Trecastagne, che
acquistò il vassallaggio delli Mirti (3) e fu barone di Pe-
dara e di Viagiande (4), investendosi il 16 settembre 1666.
Costui, sposatosi con Anna Picriche, creò don Domenico
Di Giovanni-Piccichè, terzo principe di Trecastagne, si-
gnore di Pedara, di Viagrande e dei feudi di Graziano e
Solazzo, che, sposata donna Isabvrlla Morra-Cottone^ creò
Anna Maria; ma, essendo morto don Domenico, Isabella
si unì in seconde nozze con Francesco Bonanni del Bosco,
principe di Roccafiorita (5).
Anna Maria Di Giovanni-Morra, principessa di Treca-
stagne, Buccheri ecc., dopo la morte del padre, rimase e-
rede degli stati e dei beni, s' investì delia baronia dclli
Mirii il 27 luglio 1697 e il r27 febbraio del 1710, con capi-
toli in notar Alberico Pennisi, si unì in matrimonio con
don Giuseppe Agliata o Alliata-Paruta, principe di Villa-
(i) Candida Gonzaga, Op. cit., V. 6", pa<:j. 96.
(2) ViLLABiANCA, Op. cU., appendice al V. 2", pag. 54.
(3) VillAianca, Op. cit., V. I", pag. 3.
(4) VlLLABIANCA, Op. cit., V. 3", pag. 373.
(5) VlLLABIANCA, Op. cit., pag. 72.
- 98 -
franca, discendente da quel Francesco Alliata, che nel 1609
da re Filippo III era stato creato principe di Villalranca (l).
Don Giuseppe Alliata s'investì nel 169<s, fu Grande di
Spagna; Generale Tenente Maresciallo nelle truppe di Car-
lo VI e morì in Villafranca {2), ove venne sepolto, il 20
dicembre 1727 (3).
Don Giuseppe Alliata, morendo, chiamò suo erede uni-
versale il figlio primogenito Domenico, e tutrice Anna
Maria.
Don Domenico Alliata Di-Giovanni, principe di Villa-
franca, di Buccheri, Trecastagne, Castrorao, Ucria, e Mon-
tereale ; Duca della Salaparuta ;
barone e signore della
Pedara, di Viagrande, Mirii, Furia, Moarta, Graziano, Grasta,
Gelbirossa, Tavernola, Miano, Corvitello, Gatta, Consorto,
Mastra, Fioristella, Girgia, Sant'Anna, e Sant'Adriano;
principe del S. R. I., Corriere maggiore del Regno (4),
Grande di Spagna di prima classe. Cavaliere di S. Gen-
naro, membro del ruolo generale dei Confrati della Pace
in Messina (5) ecc. ecc., si sposò con donna Vittoria Di
Giovanni, duchessa di Saponara, da cui ebbe un figlio,
che prese il nome dell'avo paterno, Giuseppe, e che, per
donazione dell' ava Anna Maria, il 18 marzo 1751 prese la
investitura (6).
(i) Diego Orlando, Il feudalisìuo in Sicilia, Palermo, 1847, pa-
gina 91.
(2) Mario Mandalari , Ricordi di Sicilia, Città di Castello,
1902, pag. 161 scrive che Villafranca, iti Provincia di Girgenti, era
fortezza di Casa Alliata, riedificata da questi signori sulle rovine del-
1 antica Troccoli, alla fine del secolo XV\
i3j V1LLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. i'% pag. 31.
(4^ Diego Orlando, Op. cit., .pag. 69. *
(5) Galluppi, Op. cit.., pag. 305.
(6) V1LLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. i'^', pag 72.
- 99 —
Don Giuseppe Letterio Alliata-Di Giovanni sposò donna
Felicia Maria Colonna, da cui nacque Fabrizio AlIiataCo-
lonna.
Anna Maria Alliata-Dì Giovanni, donna di rare virtù,
nata in Messina nel 1692, appartenne all'Ordine di S. Gio-
vanni di Gerusalemme e fu Dama di devozione (1). Ultima
principessa di Trecastagne, di Buccheri ecc., il 20 no-
vembre 1700 godette l' investitura di signora di Pedara e
di Viagrande (2) e, il 9 dicembre 1710, quella di princi-
pessa di Castrorao (3).
Morì di 85 anni a Palermo, il 12 marzo 1777 e venne
sepolta all'Assunta (4).
xAnna Maria, che, per la morte dello sposo, del figlio
Domenico e del nipote Giuseppe Letterio, era rimasta asso-
luta padrona dei vasti domini, morendo chiamò erede il pro-
nipote Fabrizio Alliata-Colonna-Di Giovanni-Salviati-Paru-
ta-Morra e Zappata de Tassis (5), a cui nel novembre del
1764 era morto il fratello Domenico; onde il 16 maggio 1772,
si era investito del titolo di principe di Buccheri (6j.
(1) Galluppi, Op. ciL, pag. 269.
(2) VlLLABIANCA, Op. Clt., V. 3», pag. 273.
(3) VlLLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. 1°, pag. 133.
(4) VlLLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. 2^', pag. 54.
(5) Fabrizio Alliata nacque a INIilazzo il 24 luglio 1759, e morì a
Palermo il 24 giugno 1S04, restando sepolto nella chiesa di S. M. di
Gesù.
Questa e altre notizie sulla discendenza di Don Fabrizio Alliata,
mi sono state gentilmente comunicate dal .Signor Gabriele Alliata-Ba-
i^.n di Villafranca, da Palermo, cui sentitamente ringrazio.
(6) VlLLABIANCA, Op. ciL, Appendice al V. I, pag. 33. Un di-
ploma originale inedito, da questo Principe nel 1784 rilasciato ad un
Giurato della terra delli Mirii e da me posseduto, sarà pubblicato in-
tegralmente nell'appendice al presente lavoro.
— 100 —
Don P'abrizio, il 20 aprile 1777, sposatosi con donna
Giuseppa Moncada-Branciforti (1), figlia del principe di
Paterno ebbe: Giuseppe, Giovanni, Luigi, Teresa; Agata, e
Maria Felicia. Giuseppe AUiata-Moncada nacque in Napoli
il 24 giugno 1784 e morì a Palermo nell' aprile del 1844,
ove fu sepolto nel cimitero dei RR. PP. Cappuccini. Sposò
donna Agata V^alguarnera (2) e fu signore di Meri per
investitura presa il 19 dicembre 1804.
Da questa unione nacquero: Fabrizio Alliata-Valguar-
nera, rimasto nubile, nato a Palermo il 31 agosto 1812 e
morto a Parigi il 17 marzo 1876 \3); Alessandro AUiata-Val-
guarnera, secondogenito, nato a Palermo il 28 novembre
1813 e morto pure nubile il 20 dicembre 1894 (4) ; Eduardo
Eugenio Alliata-Valguarnera, terzogenito, il quale nacque
a Palermo il 10 gennaio 1818, ove morì il 4 marzo 1898 (5).
Costui sposò donna Felicita Lo Faso (6) ed ebbe un solo
figlio: Giuseppe AUiataLo Faso.
Giuseppe Alliata-Lo Faso, nato a Palermo il 6 luglio
1844, sposò Marianna Bazan-Trigona dei signori dei Sollazzi
di Troina (7). Egli, come legittimo discendente dei principi
di Villafranca , chiese ed ottenne il riconoscimento di
tutti i titoli nobiliari di sua famiglia, fra cui quello di si-
gnore di Meri (8), titoli che si perpetueranno nella di-
(i) Capitoli in notar Giuseppe Miraglia da Palermo.
(2) Capitoli in notar Girolamo Antonio Tomasino da Palermo.
(3) La salma venne trasportata a Palermo e sepolta nella Chiesa
di S. M. di Gesù.
(4) Fu sepolto nel Cimitero dei RR. PP. Cappuccini di Palermo.
(5) Pure sepolto nel Cimitero dei PP. Cappuccini di Palermo.
(6) Capitoli in notar Salvatore Cavallaro da Pelermo.
(7) Capitoli in notar Pietro Anelli da Palermo.
(8) Titoli ottenuti con Decreto del Ministero dell' Interno, datato
29 aprile 1904.
— 101 —
scendenza del suo illustre figliuolo don Gabriele AUiata-
Bazan.
III.
A pie dei monti Nettunei o Pelori e dirimpetto a tutta
la vegeta pianura, che dalla penisoletta di Milazzo va al
capo Tindari, bagnata dal mar Tirreno, che si stende tur-
chino e su cui, come gemme, sorgono le isole Eolie o di
Lipari, trovasi la terra delli Mirii, in amenissima positura
sul lieve pendio d'una verdeggiante collinetta, che guarda
verso occidente e tramontana, a circa cinque chilometri
dal mare, all'altezza di m. 56 sullo stesso e nella longitu-
tudine di 15'' E, di Gr. e 38° e 20' di latitudine.
Terra baronale, come abbiamo visto, passò di dominio
in dominio di potenti e ricchi signori, che, per circa tre
secoli, la governarono con le leggi create dal feudalismo
delle varie epoche (1).
I baroni (2) delli Mirii, che precedettero don Bernardo
Rizzo furono signori del feudo con qualche casa colonica;
il paese, certamente cominciato a sorgere sotto don Ber-
nardo (3), trovò in don Visconte 1' attivo continuatore del-
(i) II feudalismo in Sicilia rimonta al secolo XI, quando fu con-
quistata dai Normanni. Orlando Diego, Op. cit., pag. 30.
(2) Baroni si dissero i primi Signori dei feudi e vassallaggi. Leanti
Arcangelo, Lo stato presente della Sicilia, Palermo, 1761, V. 2°, cap.
VI, pag. 341.
(3) Per quante ricerche abbia fatte per sapere se il paese delli
3Iirii fosse esistito prima del secolo XV, non mi è stato dato di ve-
derlo mentovato né in occasione della venuta delle truppe di re Ro-
berto, che nel 1341, dopo l'assedio di Milazzo, si avanzarono fino a S-
Lucia (Maurolico, Sicanicaricin reruiìi compendiiun, pag. 272), né in
altre occasioni. Cosi, il feudo delti Mirii, non figura affatto tra quelli
esistenti sotto re Federico; Orlando, Op. cit.
— 102 -
l'opera del padre; il che, se non si vuole ammettere con
la disanima del carattere costruttivo, si rileva dal mille-
simo, che si ]eg^e su parecchi dei più antichi edifici.
Don Visconte Rizzo, barone di diritto della terra delli
Mi'rii, volle esserlo di fatto, costruendo il proprio palazzo
ed ottenendo, come abbiamo visto, l'autorità sulla popola-
zione, che poteva rappresentare nel Parlamento (I), ove
sedeva nel Braccio Militare.
Donna Giovanna Rizzo, figlia di Visconte, e il di lei
marito don Girolamo Morra, continuarono 1' opera di Don
Visconte, tendente a ingrandire il paese, e quest' opera fu
meglio continuata da Don Visconte Morra e dalla di lui
seconda moglie donna Isabella Di Giovanni, sotto cui si
completò la grande e bella chiesa parrocchiale (2), alla
decorazione della quale dovettero necessariamente atten-
dere i loro pili vicini discendenti.
La terra delli Mini, crescendo sempre d'importanza
sotto i suoi potenti baroni, che nel parlamento occupavano
il 19" seggio (3), dal medio evo arriva fino alla seconda
(i) 11 Parlamento rappresentava il paese e adunavasi costituito da
tre così detti Bracci che erano: il Braccio spirituale o ecclesiastico in
cui avevano posto i Vescovi, i Commendatori e gli Abbati; il Braccio
Militare in cui sedevano i baroni, e il Braccio Demaniale riserbato
agli Ambasciatori di città libere o regie. La Lumia Isidoro, Séudì di
Sioria siciliana, Palermo, 1870, V. 2°, pag. 69.
Componevano allora il Braccio spirituale: 3 Arcivescovi; 8 Vescovi;
un Archimandrita (quello di Messina); 2 Cappellani; 4 Priori, e 49 Abbati.
Costituivano quello Militare: 7 Principi; 4 Duchi; 13 Marchesi; 14
Conti; un Visconte, e 48 Baroni.
Sedevano al Braccio Demaniale i rappresentanti delle 43 città o
Terre Reali. Giuseppe Buonfiglio-Costanzo, Op. cit., pagg. 34 - 37.
(2) Nel centro del grande arco della navata vedesi, in istucco, lo
stemma Morra-Di Giovanni.
(3) Amico, Op, cit., pag. 80,
- 103 —
metà del secolo XIX, in cui si distingue per una pagina
gloriosa del Risorgimento Italiano.
Con la legge del 1841, che aboliva la leudalità (1), ve-
nuta meno la potenza dei baroni tanto favoriti sin dal
tempo di Filippo III, gli abitanti di // Mirii o Meri, come
quelli di tutta la Sicilia, cominciarono ad aspirare effi-
cicemente a quella libertà, che non si fé' molto attendere.
Il Parlamento siciliano, nonostante la legge abolitiva
cella feudalità del 1S06 e 1S07, nel 1812 si riunì a Palermo,
ma fu l'ultima volta. In quest' anno la legge, che istituiva
la Coiniìiissioìie degli strasatti, la legge del 1816, quella
del 1825, l'altra del 1838 e infine quella del 1841, di cui
sopra è cenno, diedero il crollo alla potenza dei baroni,
per cui ben 304 sopra 349 comuni siciliani si liberarono
del giogo del vassallaggio (2).
La maggior parte dei Siciliani si era liberata dalle
soperchierie dei baroni, ma rimaneva oppressa dal go-
verno borbonico, rappresentato da P'rancesco I fino al 1830,
e quindi da Ferdinando JI.
Il popolo odiava il Borbone e si preparava a rove-
sciarlo dal trono.
Con la rivoluzione del 1848 prima e coi moti del 60
poi, raggiunse lo scopo, conquistando l'agognata indipen-
denza, per la quale si battè da eroe Giuseppe Garibaldi.
Costui, dopo lo sbarco a Marsala, la mattina dell' 11
maggio 1860, coi Mille si dirige verso Palermo, combatte
le forze regie, comandate dal generale Lanza, le vince e,
il 29 dello stesso mese, diviene padrone della città.
( t) Archivio Storico Messinese, anno III, pag. 122.
(2) Archivio Storico Siciliano, nuova serie, anno XXIX, Palermo,
1904, pag. 69.
- 104 —
Il Gnribaldi, ricevuti a Palermo notevoli rinforzi, cioè
8500 volontari toscani e 8000 carabine rigate, al comando del
colonnello Giacomo Medici, che aveva con ?è il bravo co-
lonnello Malenchini (1), e altri 1200 uomini capitanati da
Enrico Cosenz, che sbarcava a Palermo il 6 luglio (2), si
pose in grado di compiere il suo piano, di scacciare cioè
quanto rimaneva dell'esercito borbonico nella parte orien-
tale dell'isola. Divise l'esercito in tre colonne delle quali,
la prima formante l'ala sinistra, al comando del Medici,
con l'obbiettivo di marciare su Milazzo; la seconda, centro,
agli ordini del Turr, che doveva per Missilmeri, Villafrati,
Caltanissetta e Catania giungere a Messina; la terza co-
lonna, ala destra, comandata dal Bixio, per Corleone^ Gir-
genti e Catania, doveva pure arrivare a Messina.
Com'è chiaro, il Garibaldi intendeva concentrare tutte
le forze al Capo Faro (3), e nel tempo istesso riserbava al
Medici la parte più importante.
Ciò disposto, affidata la prodittatura al generale Giu-
seppe Sirtori , anche lui lascia Palermo e cogli uomi-
ni del colonnello Corte, la sera del 18 luglio, s' imbarca
sul piroscafo City of Aberdeen, poi ribattezzato Rosolino
Pilo,e scortato dal Carlo Alberto inviatogli dall'Ammira-
glio Persano e dalla corvetta Veloce (4), ribattezzata Tu-
(i) Secondo F. Bertolini, Scoria Civile, Firenze, 1898, V. Ili,
pag. 154, il Medici coi suoi volontari sarebbe sbarcato in Sicilia la
sera del 16 giugno. A. Elia, Ricoì-di di tm garibaldino, Roma, 1904,
pag- 59» '^ice invece, lo sbarco essere avvenuto la mattina del 19 giu-
gno sulla costa di Partinico.
(2) Bertolini, Op. cit., loc. cit.
(3) A. Elia, Op. cit., loc. cit.
(4) Era un legno della marina da guerra borbonica, il cui capi-
tano Anguissola, tradendo il suo re, aiutava Garibaldi.
— 105 -
ckcrv (l) salpa per Patti; quivi giunto s' incontra col Co-
sen/., venuto per via di terra, e insieme continua invet-
tura direttamente per Meri (2).
11 Medici intanto, a marcia forzata, il 5 luglio arrivava
coi suoi a Bircellonn, il 12 eseguiva la ricognizione di un
battaglione a Meri, il 14 a lui si univa il reggimento Si-
monetta e il battaglione Guerzoni (3).
Il Medici, il 15 di luglio, al comando di tutte le truppe
si trovava a Meri, occupante la splendida posizione del
fiume Mela; quivi muniva di due cannoni l'imbocco al ridente
paesello (4) e distendeva verso l'altura le ali di difesa (5),
spingendo fino a S. Lucia del Mela il battaglione Guer-
zoni. Egli tutto preparava alla difesa della sua interessante
posizione^ per dare tempo all'arrivo dei rinforzi, conoscen-
do che l'esercito borbonico, forte di 7500 uomini (di cui 1500
stanziati a Milazzo, 2500 arrivati recentemente da altre
(i) Tuckery, in memoria del prode maggiore ungherese morto alla
presa di Palermo.
(2) G.ERZONi Giuseppe, Garibaldi, Firenze, 18S2, V. II, pag. 138.
(3) Da appunti inediti gentilmente fornitimi dal Signor generale
Barone Vincenzo Cianciolo, cui vivamente ringrazio.
(41 A. Elia, Op. cit., pag. 60 erroneamente dice che coi due
cannoni, Medici muniva il ponte di Meri, il ponte invece fu costruito
nel 1867.
(5) A. Elia. Op. eie., loc. cit.
Mi è stato affermato da testimone oculare, che, giungendo Medici
a Meri e spingendosi coi suoi uomini nel torrente Mela, per la lar-
ghezza del letto del lìume, resosi scoperto alla fortezza di Milazzo, te-
mendo di essere cannoneggiato dai borboni, aveva ordinato ai volon-
tari di allontanarsi, gridando: « su su giovanotti », ma siccome uno
degli artiglieri borbonici, che avevano defezionato dalla fortezza e si e-
rano uniti ai garibaldini lo assicurò che i cannoni del castello non tira-
vano così lontano, egli stette tranquillo.
— 106 —
parti dell' isola, e 3500, che, guidati dal colonnello Bene-
ventano Del Bosco, provenivano da Messina), gli avrebbe
potuto nuocere.
11 Medici a Meri non se ne sta inoperoso, e, allo scopo
d'impressionare i borbonici, evitare un probabile attacco^
ch'egli temeva pel giorno 17 ed avere così il tempo di at-
tendere l'arrivo del Garibaldi, il giorno 16, col Guerzoni
e il Cianciolo, stabilisce una sorpresa notturna, che riesce
perfettamente. A mezzanotte tre compagnie partono da Meri;
lacompagnia comandata dal Cianciolo (6'^ compagnia reg-
gimento Simonetta) favorita dalle tenebre, si spinge fin
sotto ai mulini presso Milazzo ed ò a contatto cogli avam-
posti borbonici; le altre due compagnie rimangono scaglio-
nate lungo la via. Gli squilli delle trombe a distanza fanno
credere ai borbonici la presenza d'un grosso esercito, sic-
ché, appena scambiati pochi colpi di fucile, la destra degli
avamposti borbonici si ritira precipitosamente.
All'alba del giorno 17 i Borbonici eseguono una rico-
gnizione sulla via, che la notte avevano battuta i garibal-
dini, giungono fino al villaggio di S. Pietro, scambiano
qualche fucilata con alcune pattuglie di garibaldini e quin-
di si ritirano. Segue altra ricognizione verso le 10.30; que-
sta volta però i due eserciti s'incontrano a Cordolo, ove
s'impegna un serio combattimento, che dura fino a sera,
con considerevoli perdite per entrambe le parti. Dei gari-
baldini presero parte la 5'"^
e 7'"^
compagnia reggimento Si-
monetta, la 1'^ e 3^ dei Cacciatori dell' Etna, e il 3° batta-
glione del reggimento Malenchini, che si battè sotto gli
occhi del Medici assai valorosamente.
11 capitano Cattaneo della 7^ compagnia rimase prigio-
niero, ma i borbonici furono respinti.
Il giorno 18 altro non avviene che un falso allarme a
- 107 -
Corriolo e l'occupazione di questa posizione da parte del
Duun con circa 350 uomini.
Il giorno 19 (l), verso le ore 11, il Garibaldi, accompa-
gnato dal colonnello Malenchini, dal capitano Statella, da
Nicolò Fabrizia dal Missori e da altri, giunge a Meri e pren-
de alloggio nel palazzo del Sac. Dott. Antonino De Gae-
tani, che in quella occasione non badò a spese, per onorare
degnamente il generale e il suo seguito.
I cittadini meriensi sono in festa e applaudono al prode,
il quale, lattosi al balcone, li arringa.
Dopo breve riposo il Garibaldi, montato a cavallo, se-
guito dai suoi dello Stato Maggiore, si reca nella vicina
S. Lucia del Mela, allo scopo di potere osservare da quelle
alture tutta la pianura di Milazzo e studiare il piano di
battaglia. Egli infatti, dalla piazzetta della chiesa di S. Fran-
cesco, ove ora una lapide ricorda 1' avvenimento, col suo
catmocchiale osserva e studia il piano d' attacco e quindi
fa ritorno a Meri, quartiere generale e centro delle opera-
zioni.
Suir imbrunire, Garibaldi rientra nel palazzo De Gae-
tani a Meri, convinto che il colonnello Bosco, sebbene non
avesse ai suoi ordini il numero dei soldati, che avrebbe vo-
luto e che più volte aveva inutilmente chiesto al generale
Tommaso De Clary, che a Messina disponeva di 22 mila
uomini (2), pur intendeva dare una forte battaglia. Egli
(lì II GuERzoNi, loc. cxt., erroneamente scrisse che Garibaldi a
Meri arrivò la sera del giorno i8.
f2) Il generale Clary, che prima e dopo del 13 luglio 1S60, giorno
in cui inviò a Milazzo il Bosco al comando di una brigata poco seria,
aveva dato prova del suo contegno equivoco, tanto che qualche scrit-
tore (il Butta, p. es., come afferma Stefa.ko Zirilli, appendice all'o-
puscolo Sulla conquisla Garibaldina di Milazzo, Napoli, 1SS4, pag. 151 ha
— 108 -
perciò decide per il domani l'attacco; scrive l'ordine del
giorno, nel quale aggiunge avere, la brigata Medici meri-
tato della patria, loda e stringe più volte la mano al Me-
dici, che col Cosenz, col Bixio e col Carini promuove di
grado (1), dà le opportune disposizioni, che si promette sa-
ranno eseguite con zelo, e quindi, dopo essersi ristorato
un po'; va a riposare.
La notte passa per tutti trepidante. Assai prima del-
l' alba, un ordine dal quartiere generale di Meri avvisa il
colonnello Corrao, comandante del corpo Cacciatori siculi,
che sin dal giorno precedente si era accampato a Barcel-
lona, di avanzare a marcia forzata su Milazzo. Il Corrao
col suo reggimento, a passo di carica, transita pel campo
di Meri (2), ove già si disponeva a marciare il grosso del-
l' esercito, si pone alla testa di esso e tutte le truppe alle
ore 4 sono in moto, così destinate: (3).
Alla destra estrema, sulla strada di Spadafora, Nicola
Fabrizì con una legione di siciliani, allo scopo di vigilare
detto che si è mostrato non nemico ma alleato di Garibaldi, volle
anche nei momenti difficili del fedele Bosco scherzale d' ironia, e ce-
dendo alfine alle richieste di lui, gli invia solo sette soldati
comandati
dal capitano Fonszeca ! Allora Bosco ebbe ad esclamare: « Sarò vinto
« ma la vittoria dovrà costare cara al nemico, e si saprà poi che se io
« avessi avuto il doppio dei soldati che comando, avrei vinta la ri-
« voluzione.
(i) Francesco Guardione, in giornale Z,' Ora, anno VI, N. 200,
Palermo 20 luglio 1905.
(2) Archivio Storico Siciliano, anno XXV, Palermo, 1900, pag. 137-
Per necessità mi tocca accennare alla battaglia di Milazzo, ma
(3)
per non uscire dal campo prefissomi dirò qui in succinto il meno pos-
sibile delle fasi della storica giornata. Dato però il prezioso materiale
nuovo raccolto, prometto trattare quanto prima a parte e ampiamente
l'importante fatto d'armi.
— 109 -
il possibile arrivo di rinforzi nemici da Messina. Seguiva
Filippo Alii^liavacca con un battaglione lombardo. Alla
destra Medici e Simonetta col battaglione « Gaeta ->.
Al centro Garibaldi con le guide e i carabinieri geno-
vesi.
Alla sinistra, verso San Papino, JMalenchini.
La riserba è formata dalla colonna Cosenz in viaggio
da Patti e dai battaglioni Duun e Guerzoni.
I due corpi d'esercito belligeranti hanno su per giù lo
stesso contingente, se non che, mentre Garibaldi ha tutti
i volontari sotto gli ordini suoi, e, nel momento critico
della battaglia, altri ne riceve trasportati dalla nave City
of Aberdeen; Bosco non può disporre di 4 compagnie, che
si trovano a inutile guardia del capo di Milazzo, né del
presidio della fortezza comandata dal colonnello Francesco
Pironti, il quale, nel forte della mischia, ad una urgente
richiesta di soldati fattagli dal Bosco, risponde inviando-
gliene circa un centinaio senz' armi; allo scopo di racco-
gliere i feriti e trasportarli nella fortezza! (1).
Brevemente trattando dell'azione delle truppe bellige-
ranti, abbiamo, che^ mentre Bosco si propone di tagliare a
<i) Butta, in Zirilli, Op. cit., pag. 14.
Pel Borbone tutto volgeva male, e, per l' infedeltà dei suoi uffi-
ciali superiori, e per le diserzioni dei soldati, e per le bizze tra i co-
mandanti. Nel caso Pironti abbiamo, che, mentre questi era colonnello
anziano, vedeva male dover sottostare al Bosco, che fino a pochi
mesi prima non era che un semplice capitano; da qui la manifestata
indipendenza e la non obbedienza al Bosco. La colpa di tutto, poi, va
addebitata al De Clary, il quale, per buona tattica, il io luglio, in-
vece di sostituire al colonnello Torrebruna il Pironti, avrebbe dovuto
mandare al comando della Piazza un ufficiale subalterno al Bosco già
destinato a quell'impresa.
- no —
Caribaldi la ritirata a Barcollo.-.a, Garibaldi intende pre-
cludere a Pjosco la via di Messina (1).
Dalle ore 6 alle 8 del mattino, avviene un vivissimo fuoco
di fucileria; ma alle 8, entrata in azione l'artiglieria borbo-
bonica, le cose volgono male pei volontari (2).
Bosco tenta girare Migliavacca, ma respinto assale la
posizione Malenchini, che è costretto a indietreggiare sotto
una grandine di mitraglia, benché soccorso dal Cosenz (3).
Nel contempo, Medici e Simonetta a destra e Garibaldi al
centro sostengono aspra lotta; ma non cedono all'artigliera
del nemico, sebbene subiscano grandissime perdite. Verso
le ore 9 si fanno avanzare le riserve, gli uomini di Corrao
e quelli di Corte e di Sprovieri; avvengono parecchi as-
salti, ma la peggio tocca ai garibaldini, che perdono i loro
posti avanzati e perfino il villaggio S. Pietro (4).
Il Cosenz, colpito da palla fredda, rade tramortito; ma
riavutosi, ripiglia il combattimento. I cavalli di Missori e di
Medici cadono morti, quello di Garibaldi è ferito; il tacco
dello stivale del Duce è portato via da una scheggia, il
maggiore Breda caie mortalmente ferito accanto a Gari-
baldi, che, chiamati a sé Missori, Statella ed altri si lancia
al soccorso (5). Cosenz, al comando della riserva, si spin-
ge di nuovo a proteggere Malenchini seriamente minac-
ciato; la brigata « Gaeta » assale dal centro; Medici ir-
rompe a destra, incalzato da Garibaldi, che gli grida: <^ Pro-
« cura di sostenerti come puoi, io raccolgo alcune frazioni
(i) W. Mario Iessie, Vita di Giuseppe Garibaldi, Milano, Treves
1882, pag. 240.
(2) Archivio Storico Siciliano, cit., pag. 134-
^3) Iack La Bolina ^Vittorio Vecchi) La vita e le gesta di
Giuseppe Garibaldi, Bologna, Zanichelli 18S2, pag. 168.
(4) Archivio Storico Siciliano,- cit. j pag. 135.
(5} A. Elia, Op. -cit., pag. 64.
— Ili —
« dei nostri e cercherò di portarmi con esse sul fiancò
« sinistro del nemico » (l). L'artiglieria e la cavalleria
nemica fanno strage , specie nella brigata dell' inglese
DuLin, che è decimata (2). V'erso 1' una avviene un ulti
mo assalto, Garibaldi e l^ronzetti catturano due cannoni
che la cavalleria nemica tenta il ca di riconquistare,
pitano Leardi è mortalmente ferito; Cosenz, Costa, Statella
Martini sono pure feriti (3), ma i Borbonici sopraffatti rien
trano precipitosamente in Milazzo, per rinchiudersi nel ca-
stello, e solo l'artiglieria piazzata in prossimità di Porta
Messina, tuona contro i volontari. Quivi appunto in un di-
sperato assalto cade mortalmente ferito il maggiore Miglia-
vacca, che, raccolto quasi esanime e adagiato su un carro,
su cui era stato posto un materasso, è trasportato a Meri,
ove nel palazzo Gaetani, ad onta delle più affettuose cure
prodigategli, sull'imbrunire cessa di vivere assistito e pianto
dalla sua ordinanza, un buon lombardo, il quale, nei
mo-
menti agonia, pietosamente lo aveva esortato ad aver
dell'
coraggio, dicendogli: « Courag m.aiour, courag maiour ».
La stessa sera, Filippo Migliavacca veniva sepolto
nella fossa comune
Madre Chiesa di Meri (4), ma
della
il domani, due incaricati dal Medici, ne facevano esumare
(i) Garibaldi, Memorie autobiografiche Firenze, G. Barbera, iSS8,
,
pag- 371-
(2) La Bolina, Op. ciL, loc. cit.
(3) A. Elia, Op. cit., pag. 66
(4) L'atto di decesso del prode maggiore leggesi al foglie i6S del li-
bro dei morti dal 1757 al 1S79 appartenente a quella Parrocchiale
Chiesa.
Eccolo integralmente trascritto: « Die vigesima mensis lulii Mil-
« lesimi Octingentesimi sexagesimi 1S60 ».
« Filippus Migliavacca Mediolanensis, etatis sue annorum
triginta
« quatuor munitus Sacramenty Confessionis et Extreme Unctionie
obyt
« cujus corpus sepultum fuit a dextra planitier hujus Parochialis Ec-
« clesiae: Assistente Sacte Don Pietro Vento » Girella Parochus.
il cadavere, dandogli sepoltura a pie del campanile della
stessa Chiesa.
Intanto, a Milazzo si comincia a trattare per l'armisti-
zio, prima, e per la resa del forte, poi. 11 22 luglio un par-
lamentario francese si reca al castello (l); il 23 arrivano
nel porto le fregate napoletane Fulminante, sulla quale
sventola il gagliardetto di comando affidato al brigadiere
Vincenzo Sanlazar, il Guiscardo, V Ettore Fieramosca ed
il Tancredi; il 24 avviene la capitolazione concordata tra
Garibaldi e il colonnello Anzani, e comincia l'imbarco del
Bosco e dei suoi in armi e bagaglio con gli onori di guerra;
il 25 luglio alle ore 11 il castello è in potere dei volontari
che issano il tricolore italiano.
Per la segnata capitolazione, col castello i garibaldini
s'impossessano di 44 cannoni da mura, mezza batteria di
campagna, 45 cavalli, 84 muli e molte munizioni (2). Gari-
baldi, nel ricevere la consegna del forte, trova parecchi
cannoni inchiodati e alcune strisce di polvere in prossi-
mità delle polveriere (3), evidentemente, poste dai borbo-
nici, allo scopo di far saltare la fortezza.
Conquistata Milazzo, Garibaldi lascia a guardia un
presidio di circa 800 uomini e seguito dai suoi si dirige
tosto per Messina, da dove, il 20 agosto, giusto un mese
dopo la sanguinosa battaglia di Milazzo, parte e approda
sulla spiaggia calabres?, presso Melito e inizia la sua se-
conda marcia trionfale.
Il generale Medici, non dimentica intanto il prode com-
(i) Archivio Storico Siciliano, cit., pag. 143.
(2) La Bolina, Op. cit., pag. 169.
(3) C. IDi Persano, Campagna navale degli anni 1S60-61, Torino,
1880, pag. 96.
— 113 —
pai2:no Migliavacca, e, per far conoscere ai posteri, ove ri-
posano le ossa di tanto martire, pone un marmo, che an-
cor oggi si vede murato sulla parete esterna del campanile
della Madre Chiesa di Meri e su cui, dettala dal poeta mes-
sinese P'elice Bisazza, si legge la seguente epigraie:
FILIPPO MIGLIAVACCA MILANESEMAGGIORE
TENNE FRONTE AL TEDESCO NEL 184S
IN TERRA LOMBARDA
DIFESE ROMA NEL 1849
RIBATTEZZÒ COL SUO SANGUE
LA BANDIERA DELLA LIBERTÀ
nell'epiche BATTAGLIE DI .MILAZZO
AL 1S60
MORTO IN QUEI CAMPI DI ANNI 3!
all' ESULE E MARTIRE ITALIANO
OV' EBBE LA TOMBA
VENNE DICATA QUESTA LAPIDE
DAL GENERALE MEDICI
SUO ANTICO COMPAGNO d" ARMI (l)
Su questo marmo, or sono dieci anni un altro Miglia-
vacca, ufficiale nell'esercito italiano, con nobile pensiero
deponeva una ghirlanda di fiori artificiali e vi segnava a
matita la seguente scritta:
27/5/896
Luigi JMigliavacca
7iipote
con divozione
Due anni addiètro, altro ufficiale dell' esercito, pure a
matita, così scriveva:
Eduardo Gabella
da lui chiamato il « Diudinello »
con affetto iniperitnro
con religione
Il maggio igo4
44 anni
dopo
.1) Questa epigrafe è riprodotta a pag. 649, n. XLI, delle opere
di Felice Bisazza, V. 3.", Messina, Ribera, 1S75; però con qualche
modifica. Nella prima linea manca la parola « maggiore »; nella set-
tima si legge: « nell'epica battaglia »; nell' ottava linea: « morto
in quei campi al 1860 di anni 31 »
— 114 —
La lapide in parola, nei pezzi tlecorativi un po' guasta
dal tempo, ò sperabile che sia presto restaurata a cura
del Comune di Meri, il quale dovrebbe pensare pure a col-
locare sulla lacciaia del palazzo De Gaetani due marmi,
per ricordare ai posteri che in quelle mura, alla vigilia di
una grande battaglia dimorò Garibaldi col suo Stato Mag-
giore, ed ivi, il 20 luglio 1860, ferito, vi tornava per mo-
rire, Filippo Migliavacca (1).
(Continua)
Prof. A. D'Amico.
(T) L'inaugurazione delle due lapidi potreblv- fissarsi per la ricor-
renza del 50" anniversario nel 1910.
MISCELLANEA
Donativi offerti dalia città di Messina dal 1535 ai 1664.
Da un volume miscellaneo del scc. XVII, acquistato tempo fa dal
signor Adolfo Frassinetti, tolgo con piacere questo elenco di donativi
che il comune di Messina offri e pagò ai sovrani di Spagna e di Si-
!ia per circa un secolo e mezzo, ammontanti complessivamente alla
nima di scudi 2.321.657. e tari 4 : somma considerevolissima anche
<gidi, e che par eccessiva mettendola in rapporto al valore della mo-
neta di quei tempi. E un documento storico interessante per rilevare la
generosità nello spendere della città, per tenersi in grazia della corte
di Madrid e dei viceré per mantenere l'autonomia del suo governo
municipale e la sua condizione privilegiata fra tutte le città della
grande monarchia spagnuola. Ma , a mio modo di vedere, si rende
ancor più prezioso a chi , rilevando le condizioni economiche e
commerciali ,
prospere in quei tempi in Messina per l'attività mer-
cantile dei suoi abitanti ,
per la industria ricchissima della seta e
per tutti i privilegi di cui essi godevano, saprà anche studiare l' indi-
rizzo amministrativo e politico della città nostra.
Messina era ricca e prodiga ; ma il metodo per procurare le som-
me era quello delle soggiocazioni sul patrimonio urbano, per soddisfa-
re le quali, capitali ed interesi, era sempre necessaria la imposizione
di nuove gabelle sui generi di consumo, le quali più direttamente
colpivano le classi infime. Pure 1' industria ne risentiva tal peso. Il
dazio sulla estrazione della seta, anzi, formava la base del bilancio co-
munale portando un reddito di gran lunga superiore a tutte le gabelle,
e del dazio d' importazione sui frumenti, detto del campo.
IMessina manteneva la propria autonomia, i suoi grandi privilegi,'
ma ciò pagava a caro prezzo, impinguando di sovente con vistosi do-
nativi le smunte finanze della corte di Madrid, e corrispondendo generosa-
mente in moneta sonante alla ingordigia dei viceré spagnuoli in Sicilia.
Ma, forse per pretender molto, tanti sacrifizi non valsero a raggiungere
l'indipendenza e la egemonia che furono le aspirazioni dei messinesi dei
secoli XVI e XVII. « I nostri Padri , collo sborso di tanto denaro
comprarono la servitù della Patria, l'odio intestino de' Ministri e fi-
nalmente la propria ruina, avendo voluto, per ottimo fine di sollevare
^ 11(5 -
ed affrancare i reijfnicoli, rendere schiavi se stessi ». ,E chi consideri
i primordi della rivoluzione di tiuesta città contro la Spagna del i672-7<S
e la restaurazione che ne seguì, non potrà che convenire in questa
considerazione verissima, sfuggita, anrhe in tempi di servitìi, ad uno
dei principali storici nostri (ii.
Fo seguire il documento, riprodotto nella forma originale, che pur
rivela le impronte ed il colorito nel tempo e la cura di chi lo com-
pilò, raccogliendone gli elementi dai registri dell' antico archivio del
Senato e di quelli del pubblico banco, detto la Tavola Pecuniaria.
Nota dellì Donativi fatti da questa Città di Messina di tempo in tempo
alti Suoi Sovrani Regnanti.
I. La prima volta che si fece conoscere generosa à favore di
suoi Sovrani con spendere somme ingenti, da quanto si ha potuto ca-
vare, si fu nell'anno 1535, domentre il Re Carlo Quinto si trovava
nella Goletta con il suo esercito in penuria di viveri li sopragiunsero
due navi grosse jnviate da questa Città, cariche di \iveri per ristoro
dell' Esercito di detto Re, che furono causa di grande sollevo ed ag-
giuto all'Esercito Reale, per essere opportuno ed inaspettato soccorso,
per il che detto Re ringratiò assai la Città nella sua venuta in Mes-
sina, come si vede dall'expensioni fatte nell'invio di dette na\'i al libro
Maggiore di d." Anno, signato A.
IL Nell'anno 1548 fece detta Città donativo al sud." Re Carlo di
Se. 13000, jn triunfi d'oro, inviati nella Città di Genova per mano
di Bernardo Faraone e D., Antonino Rijtano, come si vede al libro
mag.'"'' seg.*" B.
IIL Nell'anno 1551 e 1552 altro donativo di Se. 15000 alla sud.-"» M.tà
di Carlo V" in sussidio delle frabiche e fortificazioni fatte da d.^ M.tà
nella Città di Messina^ come si vede in detto libro B e mandati Sena-
torij nel Cedulario di d.° Anno.
IV. Neil' anno 1559 altro donativo di Se. Sooo alla maestà di Fi-
lippo Secondo dati per agiuto e soccorso dell'Armata Reale per l'im-
presa di Tripoli, occupata dall'infedeli, come si vede nel libro Mag.""'
signato D. f. 215 e mandati Senatori] reg." nel Cedolario di d." Anno
a 4 di Settembre 1559.
(i) Gallo C. D., Annali della città di Messina, voi. III. Messina
i8o4, pag. 398.
— 117 -
V. Nell'anno 1560 altro donativo di Se. 20000 d'oro alla sud.*
M.tà, offerto l'anno 155S per la renunzia fatta del Regno jn persona d'
d.-' M.tà, di Filippo II. dall'Imperatore Carlo Quinto, suo Padre, ese-
cuto in ù." Anno 1560, pi-r la ([uale somma vendè d.''- Città tt. i sopra
frumenti imposto nell'anno 1553, (piale fu denominato il tari novo,
come si vede in detto libro D. f 1S2 e lettere sotto li 26 settembre 156S.
VI. Nell'Anno 1561 fece altro donativo di Se. 20000 alla sud.^ M"tà
di Filippo II. per l'Armam.'" di due Galere, quali s'avevano preso
come si vede per mandato Senatorio nel Cedolario di d." anno.
VII. Neil' anno 1565 fece altro donativo di Se. 15000 per la fra-
bica del novo Arsenale fatto in detta Città di Messina, quale somma
fu presa dall 'Imposto di tt. 4 per ogni salma di frumento, per decreto
sotto li Xbre 1565 come si vede nel lil:^ro Maestro, segnato E. f. 313.
Vili. Nell'anno 1572 fece altro donativo di Se. 20000 d'oro per la
fattura di due Galere per servitio di questo Regno, per la qual somma
d.* Città vendìo il tari sopra ogni salma di frumenti, che si denomi-
nava il vecchio, per ficoltà concessali sotto li 12 giugno 1573, come
libro Mag.** sig. F. f 75.
IX. Nell'anno 1590 per aversi ritrovato in la d.^ Città nel piano di S.
Gio: Balt.* Gerosolimitano li Corpi delli SS. Martiri Placido e Compa-
gni, fece la d.-'' Città un reliquario à S. M.tà di Filippo II.''", per lo
quale si spese Se. 6ojo, e per le spese fatte nella solennità e fabrica
di Chiesa di d.' Santi s'impose tt. 2,10 per ogni salma di frumento,
jn virtù di lettere sotto li S Feb.'" 1590, come si vede nel libro Mag.™
sig.'" I. p. 634.
X. Nell'anno 1591, fece altro donativo alla M.tà sud.=^ di Se. 5S3.333.4
stante la grazia concessa da d.>' M.tà in aver abolito una gabella im-
\ esenzione di
posta dal Viceré contro la dispositione delli Privilegi d'
questa Città, per la quale somma la Città ottenne facoltà d' impo-
nere a se stessa una gabella di g."' 25 per lil)ra di seta cruda che s'e-
strahe da questo Porto, e per supplimento d' esse altre due gabelle di
piccioli 4 per ogni quarluccio di vino, che si consuma in d.'^ Città e
suo territorio, con aver soggiocato sopra dette gabelle un censo bul-
lale di Se. iS.666.20 l'anno a favore delle persone che sburzono d.°
capitale, come si vede per privilegio dato in .S. Lorenzo a 21 Sbre 1591
reg.'" nel libro ]\[agno f. 233.
XI. Nell'anno 1599 offerse un donativo di Se. 50000, esecuto nel-
l'anno 1600 alla M.tà di Filippo terzo per il suo real accasamento, per
la quale somma vendè gr. X sopra ogni salma di frumento e farine
— US —
in virtù di lettere patrimoniali sotto l'ultimo di Marzo 1599, come si
vede al libro Mag/'' sig.*" L. f. 543 e lettere Reali in ringraziamento
sotto li 25 Giugno 1600.
XII. Nell'anno 1604 la città fece altro donativo di Se. 50000 alla
detta M. tà di Filippo III. in nome di cui furono pagati detti da-
nari ali 'Ecc.'"" sig. Don Lorenzo Suarez Figuerroa e Corduba, duci
di Feria, suo Viceré in questo Regno, quali Se. 50000 furono presi delli
denari esistevano in Tavola della Gabella di piccioli 4 per quartuccio
di vino applicati per ridimere le soggiocazioni sopra la Gabella di
g."' 25, come si vede per partita di Tavola del mese di Nov.*^ di d."
anno 1604.
XIII. Nell'anno 1605 fece altro donativo di Se. 12500 alla sud.'='
M.tà e per esso al detto Sig."^'* Duca di Feria, quale danari si presero
dall' istesso conto come di sopra, come si vede per partita di Tavola
a 28 Genn: 1605.
XIV. Nell'anno 1612 fece altro donativo di Se. iSooo a d.* M.tà
di Filippo III con aversi aggravato detta Città di una gabella di gr. 5
per libra di seta s 'estrae da questo Porto, e con aver fatto nuove sog-
giugazioni alle persone da cui furono sborzate d.' Se. 180000 sopra dette
gabelle di gr. 5 e sopra gr. 13 per salma di frumenti che teneva di
Gabelle essa Città, come si vede per il Real Diploma dato nella sua
Casa Reale di Arajuez sotto li 15 Mag." 1616.
XV. Nell'anno 1616 fece altro donativo alla M.tà di Filippo 3" di
Se. 250432 quali danari si .presero di quelli che esistevano jn Tavola
depositate per conto della Gabella di gr. 5, e delli Lucchini della ga-
bella di gr. 13 per salma di frumenti, come si vede al libro maggiore
sig.to N.
XVI. Nell'anno 1620 fece altro donativo di se. 50000 alla sud.^
M.tà di Filippo 3° con aversi girato l'Ili." Senato di d.' Se. 50000 delli
denari esistevano in Tavola per conto della gabella di g.ni 25 e di
piccioli 4 a nome di diverse persone, per la qual somma soggiocò
nuove soggiocazioni denominate censi bollali s.'"^ tutto il patrimonio di
detta città, come si vede dal pagamento di d.^ Tavola a 1" nov. 1620
e 30 aprile 1621.
XVII. Nell'anno 1622 nell'Ingresso del regimento della M.tà di
Filippo Quarto fece altro donativo di se. looooo con aversi d." Citta
aggravato di nuove soggiocazioni di censi buUali sopra tutto il suo pa-
trimonio, come si vede al libro Mag.- seg. O, fol 373 e letteri Reali sotto
li 15 Gennaro 1622.
— 119 —
XVIII. Nell'anno 1622 fece altro donativo di Se. 150000 alla sud.*
M.à di Filippo IV, quali danari esistevano in Tavola dell'avanzi della
Gabella di g."' 25 e piccioli 4 a fine di reluirsi le soggiocazioni che si
pagavano sopra gabella di gr. 25 e picc: 4, come si vede per Privilegio
Reale dato in Madrid sotto li 5 sett. 1622, reg.'" in libro Magno f 245.
XIX. Nell'anno 1624 fece altro donativo di Se. 50 M. alla sud.*
Maestà di Filippo IV. per la qual somma impose la gabella di grani
due per libra di seta al uso, e con 1' Introiti di d."^ gabella pagava le
soggiocazioni fatte sopra detti Se. 50000, come si vede per lettere Reali
date in Siviglia a io marzo 1624.
XX. Nell'anno 162S fece altro donativo di altri Se. 50.000 alla sud.-'^
M.tà di Filippo Quarto in soccorso dell' armi Reali, quali denari si
presero dalli denari che esistevano in Tavola per la reluizione delle
soggiocazioni fatte sopra li gr. 25 e piccioli 4, come si vede per lettere
Reali date in Madrid, sotto li 4 di luglio 1628.
XXI. Nell'anno 1631 havendosi degnato la sud.^"- M.'*^ di Filippo IV
per replicate Reali lettere signilìcare a questa Sua Città l'urgenza
teneva, attento le grosse spese che l'erano di bisogno per dife.sa de
suoi regni, ci fece la città altro donativo di Se. 50.000 quali si paga-
rono con l'avanzi della Gabella di g.'" 25 per libra di seta, piccioli 4
per quartuccio di vino e gr. i3 p salma di frumenti, come si vede per
tre lettere Reali date in Madrid sotto li 12 febb." 1630, 5 Maggio 1630
e 5 febb. 1631.
XXII. Neil' anno 1636 fece altro donativo di Se. 60000 alla sud.^
-M.tà di Filippo IV, quali furono presi dalli danari esistevano in Ta-
vola à nome delli soggiogatarii per conto della Gabella di gr. 25 e gr. 5
per libra di seta e piccioli 4 per quartuccio di vino e delle grani 13
per salma di frumenti, come si vede al libro Mag.'*' sig. D. f. 368.
XXIII. Nell'anno 1637 fece altro donativo di Se. looooo alla sud.^'^
M.tà di Filippo IV, pagati a Gio: Ant. Luchini, per li quali d.'' Citta
obligò la gabella di g."' 25 e gr. 5 per libra di seta e di piee. 4 per
(juartuccio di vino come in detto libro.
XXIV. Nell'anno 1639 fece altro donativo di Se. 120000 alla sud"^
iM.tà di Filippo IV per le quali impose le due gabelle una di gr. X
per cantaro di salume e tt. 4 per salma d'orgio per pagarsi li soggio-
itioni fatte alle persone che sburzarono d.' Se. 120.000 come in detto
Ibro.
XXV. Nell'anno 1644 fece altro donativo di Se. 80000 alla sud."^
.tà di Filippo IV per le quali si presero li denari esistevano in Ta-
- 1!^0 —
vola a nome delli soggiocazioni e per sodisfarsi li soggiocazioni itn
posero tt. 2 per salma sopra li frumenti, come si vede per lettere reali
registrate in libro Magno 243, date in Madrid à f. 12 Sbre 1644. ',
XXVI. Nell'anno 1647 avendo capitato nella città di Napoli il
Serenissimo D. Giovanni d'Austria con l'Armata Reale, fu da d.-^ CÌ\tà
jnviato C.""' 200 di polvere al sud." Serenissimo per soccorso dell'Ai"-
mata, quale fu comprata dalla città per lo prezzo di Se. 6000, come
per lettere di ringraziamento fatta nella Città di Napoli dal d." Sere-
nissimo sotto li 6 nov. 1647 e lettere Reali date in Madrid, per 1^
quali dà la M.tà Sua il titolo ^'Esemplare alla citta di Messina sotto
li 16 ag.° 1648-
XXVII. Nell'anno 164S a 27 sett. havendo capitato in questa detto
Serenissimo d. Giovanni d'Austria Generalissimo dell'Armata Reale e
Viceré, detta città assignò Se. 6000 il mese per il guasto della sua se-
renissima Casa, pagati puntualmente in ogni principio di mese, per lo
spazio di un Anno e mesi novi per quanto fece sua dimora in questa,
quali ascesero alla somma di Se. 126000, quale assignazione fu molto
gradita da Filippo IV. come si vede per lettera Reale data in Madrid
a 7 Maggio 1649.
XXVIII. Nel sud." anno 164S essendo in questa il sud." Serenis-
sinio D. Giovanni d'Austria con l'armata Reale la Città li diede in
soccorso giornalmente [\) salme 6184 di frumenti forti facendoli panizza-
re dalli 15 Sbre 164S per tutto li 30 Giugno 1650, il prezzo del quale
frumento importò Se. 75306 , come si vede nelli libri del Peculio fro-
mentario di d.'"^ Citta.
XXIX. Nell'anno 1649 fece donativo alla INI.tà di Filippo IV jn
aggiuto della soprad.^ Armata Reale di Se. 20000 quali si presero
dall'avanzi della gabella di grani 5 per libra di seta e tt. X per C""
di salume e tt. 4 per salma d'orgio, depositati da Mario Musciarella
nella Tesor. gen.''^ sotto li 20 gbre di d." Anno di suoi proprj denari,
ed alli 23 di d.° mese di Nov. di detto anno li furono pagati per Ta-|
vola di questa città dell'avanzi delle soprad. Gabelle come si vede!
nelli libri di d.^ Tavola. \
XXX. Nell'anno 1651 fece altro donativo per 1' istessa causa d|
Se. 2000 quali si presero dell' Introiti della gabella di gr. 5 per librj
di seta che esistevano in Tavola per conto e parte, come si vede nel]
libri della Tavola per partita di espensione sotto li 2 marzo 1651.
(i) Intendi : per giorno , ma che complessivamente ascesero a
salme 6184.
— 121 —
XXXI. E finalmente nell'anno 1664 fece altro donativo di Se. 49.0S6
alla sud.'^ M.t' stante il Contento avuto per la nascita alla M. Sua di
Don Carlo secondo per le quali la Città soggiocò la (iabclla di tt. 10
per Cantaro di salume, compresi Se. 20000 di contante per il parlamento
latto in detta città in detto anno 1664, e lettera Reale in ringrazia-
mento data in Madrid a 25 febb. 1665.
G. Arenaprimo.
Due lettere inedite di Andrea Gallo.
Al Ch.Jiio
Sig. Direltorc dell' « Archivio Storico 3!cssincse »
Prof. Gaetano Oliva.
Palermo 27 Febb. 1906.
Nel rendere vive grazie a cotesta spettabile Società di Storia Patria
dell'onore fittomi coil'ascrivermi ad essa, comincio da ora ad invi.irle
due dei patrj documenti inediti dei quali dispongo, di cui uno riguarda
lo stato effettivo della nostra patria dopo i tremuoti del 17S3, e smen-
tisce molte cose scritte dall' Abb. Alberto Corrao nel suo opuscolo su
quella sventura; e l'altro descrive le ciurmerle che allora facea la pre-
tesa scienza di mutare i bassi metalli in oro, scienza che impoverì
tante famiglie non meno in Messina che in altre Città della nostra Si-
cilia. I due documenti sono due lettere di Andrea Gallo i cui auto-
grafi son posseduti da me.
Mi creda intanto con tutta stima
Suo dev.iiio
L. Lizio-Bruno
A Mons De Gavclli
Pesaro
Giunse in mia mano il foglietto delle notizie che voi date fuori in
ojni settimana, siccome sono giunti molti altri in varie parti di Eu-
ropa, ed a dirvi il vero sono rimasto sconcertatissimo (r) nel vedere
fin dove arriva la libertà che si arrogano i Gazzettieri in raccontare
delle sfacciate menzogne.
'i) Sicilianesimo, per turbato, rimescolato.
_ 122
Tn Messina dietro (i ) il terribile flagello de' 5 Febbraro. che inte-
ramente diroccò le fabbriche quasi sino ai fondamenti, senza lasciar
vestigio della sua antica forma, si è per due mesi vissuto e vivesi
ancora nel disordine, nella confusione e nella miseria. CAi stupidi ed
avviliti cittadini invece di pensare al pubblico bene con profittare del
generoso cuore di un Sovrano tutto inclinato a soccorrerli e felici-
tarli (2Ì, altri sono divenuti i vili adulatori di chi trionfa della loro
miseria, ed il resto languisce sotto la prepotenza e la oppressione, solo
contento del misero piacere di fare pietà.
Niente di soccorso ne dai proprj Paesani, né dagl' Incaricati del
Governo si è veduto sin 'ora porgere a questi miserabili, né un scflo
soldo si è loro distribuito. Quel poco di vettovaglia che mandò il Ve-
scovo di Catania parte restò in potere di chi dovea dividerla e parte
fu data a chi meno aveva di bisogno; ijuella che inviò la Città di Ari
fu venduta a caro prezzo e comprata dal popolo a denaro contante;
ciò che offrì generosamente la sacra religione Gerosolimitana le fu in-
dietro respinto senza volersi accettare (3).
Quali dimque sono stati o sono quegli aiuti, quelle liberalità, quei
provvedimenti che voi, con gli altri Gazzettieri vostri compagni dite di
essersi apprestati a Messina ?
Si sono sospese, è vero, le Gabelle che pagavansi sopra i Com-
mestibili, ma frattanto i generi pubblicamente si vendono al prezzo
medesimo di prima, eccetto che da questi non si tolga la carne (4); e
tutto è divenuto un traffico illecito ed un monopolio.
Giacciono i Cittadini in vili tugurj piantati senz'ordine e senza di-
scernimento, sparsi qua e là nelle piazze e nelle vie, e questi, costrutti
per la maggior parte di affumicati e neri pezzetti di tavole rubate allt
case dirute della Città e de' suoi borghi, e se alcuna baracca si vede
di mediocre o decente forma, è loro costata somma ingente di danaro,
ed indicibile pena di contraddizione e d' impegni.
Si è chiesto e chiedesi tuttavia un provvedimento di tavole, di
legname di calce, di gesso, affinchè i particolari potessero a loro spese
costruirsi gli alloggiamenti per abitare; ma sono già scorsi due mesi
e dieci giorni e nulla si è potuto ottenere.
(i) Cioè: do/>o.
(2) Qui fu saltata la proposizione principale.
(3) fu detto dal Corrao nelle sue Memorie,
Il perchè p. LVIII —
L'ordine venne dal Viceré, dal buon cuore del Viceré i
(4) Eccetto la carne.
-- 123 —
Si devastano piuttosto le case dirute per togliere il legname, e
resta sparso .
per le strade il calcinaccio senza nulla curare lo scolo
delle acque che impantanano nelle contrade: si demoliscono le mura-
glie degli edili/.j più eccelsi e cospicui senza discernimento e senza
previdenza veruna di ciò che in appresso dovrebbe di essi farsi e so-
vente senza un preciso bisogno, ma a solo oggetto di dare ad inten-
dere che si ha cura della pubblica sicurezza, e con ciò togliere a
Messina anche i segni e le memorie della sua antica magnificenza.
Si dissotterrano i cadaveri sepolti dalle rovine e si bruciano i
corpi di quei miserabili come se di gente si fossero o pagana (i) o in-
fame o appestata ! Rubansi tuttogiorno dai vagabondi le travi, le ta-
vole, le tegole, le porte, le finestre ed i ferri delle case cadute, e
vendonsi questi impunemente nelle pubbliche strade, quasi il rubare
ed il vendere le robe altrui fosse nn nuovo capo di commercio.
Si pubblicano dei bandi per proibire il guasto totale di questo de-
solato paese, ma niente poi si bada se vengono o no eseguiti gli or-
dini che si promulgano, e sembra che siasi accordata l' impunità ai
delitti più esecrabili. Un principio di vertigine nato dalla crassa igno-
ranza che vi è della vera e sana Politica e fomentata dallo spirito di
partito non lascia conoscere qual sia il pubblico bene, ne sa né lascia
trovare i veri mezzi per riparare all'imminente totale distruzione di una
Città così importante.
Le genti abbandonano continuamente questo desolato paese; e
(luelli che restano languiscono nella inazione, nella miseria e nella po-
vertà. Qui più non vi è traffico di sorta alcuna, cessarono le manufat-
ture, cadde il commercio, più non circola il poco danaro che trova-
vasi in Città e le professioni sono tutte neglette e condannate ad un
insoffribile ozio e ad una indolente non curanza.
Voi dunque che cosi coraggiosamente imposturate il mondo colle
bugiarde notizie de' vostri fogli periodici, astenetevi in appresso di
promulgare tante imposture quanti sono gli encomj che voi date a
coloro che travagliar dovrebbero al sollievo di questa Città, mentre
ch'essi o non fanno o non possono o non vogliono cosa alcuna ope-
rare che fosse di salute a un popolo oppresso ed afflitto e tenete per
verità certa e sicura che chi oggi vi sciive è un vero e sincero testi-
monio di quanto qui si contiene.
(^Senza data; ma s'intende: due mesi
e dieci giorni dopo i tremuoti)
(i) A quando a quando fa capolino la intolleranza dei tempi!
- 124 —
II.
A D. Ant." Lapis Noto
Dicembre 17S3.
Io sono stato un curioso osservatore di .quanto è accaduto al credulo
nostro amabilissimo Cavaliere, che ha voluto dar retta ad un solenne
impostore, il quale, prevalendosi della somma abilità e manualità che
ha nell'Arte chimica, gli diede ad intendere che sapea fare la celebre
decantata Pietra-filosofale.
Il nostro Marchesino fu d.i me parecchie volte avvertito a non pre-
star fede ad Alchimista povero; giacché se tutte altre ragioni mancas-
sero per avvertirci della ciurmerla, eli' è bastante quella sola che chi
ha o fa far dell'oro non ha bisogno della borsa altrui per vivere e per
operare; ma persuaso più dalla naturai pendenza che ciascuno ha di
creder possibile ciò che desidera, che dalla studiata nai razione degli
accidenti accaduti al suo Alchimista, indusse anche me ad assisterlo
come Ispettore dell'opera.
Cominciò dunque questi dal ritrovare o a dir meglio dal ricavare
la materia sulla quale far doveasi 1' operazione: e questa, secondo i
principj del nostro filosofo, dovett'essere la terra vergine, che si è
fatta venire non so da qual luogo nelle campagne del regno di Na-
poli; la quale a me è sembrata quasi una Puzzolana rossigna. Egli
asseriva che in essa stava rinchiuso cjuel Principio che gli Ermetici
tutti chiamano Mercurio o sale; e che questo Mercurio conteneva in
sé medesimo 1 ammirabile zolfo per mezzo del quale deve il tutto con-
dursi alla sua perfezione.
Posta adunque in una gran tina questa Terra, e caricandola di
acqua piovana a sazietà, cominciò per più giorni a rimescolarla con
una pertica, per estrarle diceva egli, la materia che cercava. Decan-
tata indi quell'acqua e postala in gran caldaia, a forza di fuoco
la dispumava e con un cucchiaio andava all' intorno raccogliendo quel
sale di cui naturalmente erasi impregnata; il quale essiccato al sole si
conservava da parte, fino che se ne raccolse una sufficiente ciuantità.
Purificato e lavato parecchie volte questo sale con acqua piovana di-
stillata e passata per carta emporetica, indi despumata al fuoco, si ri-
dusse alla candidezza ch'egli ha creduta necessaria. Frattanto la terra
rimasta in fondo alla Tina, dopo spogliata di questo suo primo prò-
— 125 -
ciotto, bisognò abbruciarsi in una fornace da mattoni sino ad un grado
che non arrivasse alla calcinazione; e quindi triturato su del Porfido,
e presone due parti ed una del ricavato sale, s' impastò insieme con
acqua distillata, e se ne composero delle piccole pallottine, che si
esposero al sole, sin che perfettamente restarono disseccate.
Indi posto queste in storta di vetro ben lutata, con fuoco validis-
biuio se ne cavò lo spirito e l'acqua; e si conservarono in vasi sepa-
rati. Poscia triturate nuovamente le pallottine citatevi, bisognò, nella
forma di primi, tirare da queste, per la seconda volta, quel sale che
era loro rimasto; il quile si ridusse appena alla settima parte di quanto
prima esso era.
Presa dunque una dose di questo sale, ed una data porzione del-
1 estratto spirito ed acqua, si posero in un wo\'o filosofico, dove tutti
si sciolsero, e si confusero, ed in quello si pose ancora un'oncia di
di oro purissimo raffinato e ridotto in tenuissima polvere secondo le
regole dell'Arte. Si serrò ermeticamente il collo all'uovo filosofico; ed
indi si collocò sospeso in un armadio espressamente architettato, in
modo che l'uovo stava penzolone su d'un vaso mezzo pieno d'acqua,
che lo abbracciava da tutti i lati senza però che il fondo dell' uovo
toccasse 1' acqua; la quale a lume di lucerna dovea tenersi notte e
giorno in un calore desfumatorio senza visibile ebuUizione. Tutto così
aggiustato, ci si disse ch'eravamo già alla metà dell'opera, giacché
quel che restava da farsi era optcs viulierum et litdus piieroruin.
Aspettavamo ciascun di noi di vedere in primo luogo la decantata
putrefazione delle materie, o sia il caput corvi; ma, grazie al cielo,
niente di tutto ciò è arrivato; che anzi cominciammo a vedere nel vase
una miscela di vari colori, che di giorno in giorno si cambiavano e
che il nostro adepto voleva a forza che fossero or il collo della Pa-
loììiba, or la coda del Pavone.
Passati erano parecchi mesi che la moglie del Marchesino, donna
avara di natura ed intollerante per sistema, aveva somministrato a
questo Laboratorio una cotidiana quantità d'olio per mantenere il
fuoco; ed aveva dovuto tollerare alla sua tavola il nostro ermetico fi-
losofo; onde, vedendo che le cose andavano alle lunghe e che dovea
tuttavia soffrire a suo dispetto questa seccatura, ordì una delle solite
cabale donnesche, e fece dal padre del Marchesino cacciar via il pre-
teso Alchimista.
Io non so dirvi se questo accidente fosse stato per lui infelice o
fortunato; so che egli partissene tranquillamente da quella casa e dopo
tre o quattro giorni spari pure dalla Città,
— 126 —
Il misterioso armadio, con tutto 1' ermetico apparecchio Cper con-
tentare il Marchesino) passò in casa di un mio e suo amico, non a-
vendolo io voluto presso di me, per alcuni miei riguardi; ed ivi con-
tinuasi tuttavia a mantenere il sacro fuoco delle Vestali , che già son
sette mesi senza niente farci vedere ancora delle tanto decantate tras-
formazioni che proml-ttono i signori Alchimisti. Se dir io la dovessi
come l'intendo, o il Lapis Jilospfornm è una delle tante dotte impo-
sture che hanno affascinato gli uomini anche grandi, o che la maniera
di farlo è quella appunto che descrive Pietro Giovanni Fabro in tutte
e tre le sue ricercatissime opere, e sopra tutto in quella postuma in-
dirizzata a Federico Duca d" Alsazia, che noi leggiamo n^W E/etneridi
de' Curiosi di Germania Decade li, A. Vili, 16S9; ed in questa sup-
posizione io avrei creduto che il sale neutro tirato dalia Terra vergine
potesse essere I' arcana materia che con tanti differenti nomi hanno
occultato i pretesi figli dell'arte, ed avrei anche creduto che le tre so-
stanze estratte da questo solo Piincipio potessero chiamarsi sale, zolfo
e Mercurio; onde confrontando ciò ch'egli faceva coi dettami di tanti
Filosofi ch'egli tutti avea in memoria, e che io mi divertivo a leggere
nelle Opere loro, mi lusingavo di vedere in questi tre principj tutto
ciò che bisognava per la grand'opera; e qui è dove potete farmi le
fiche alle spalle e beffarmi a vostro talento ;
giacché io non mi sono
mai profondato in cotesta pretesa scienza che possa vantare di saper-
ne quanto voi, che siete a miei conti Professore e INIaestro. Appresi un
tempo per mio piacere Principj della Chimica; ma nell' Arte erme-
i
tica non ho voluto mai muovere un passo; né metter mai in opera la
mia mano, contentandomi soltanto di leggere ciò che di essa hanno
scritto i pretesi Filosofi adepti. Oggi per la prima volta è toccata anche
a me la disgrazia di trovarmi senza volerlo in questo ballo; ma po'
poi mi consolo meco stesso riflettendo che ancor voi siete tinto della
medesima pece e che nel mentre barzellettate meco, sentite che la co-
scienza vi rimorde rinfacciandovi il tempo, il danaro e le fatiche chu
avete impiegato e perduto dietro questa vana ricerca
(1783J Andrea Gallo
Anacronismi da correggere.
Lettera alV Egr. Bar. Giuseppe Arcuafìrimo:
A Lei, indefesso cultore dello cose storiche messinesi, non sarà dis-
caro ch'io le comunichi alcune mie osservazioni sopra un passo d'un
nostro insigne storico e statista morto a 47 anni ! Or egli in un suo
— 127 —
discorso politico La Nazione ecc. (Torino 18541, toccando della pia
tradizione della Sacra Lettera della Vergine ai Messinesi, scrivea: « di
avere conosciuto, quand'era fanciullo, un vecchio artigiano di nome
Amato, il quale gli narrò più volte di aver egli fabbricato le due
mazze di ferro quasi coeve alla Vergine, sulle quali erano scolpite le
prime parole della lettera indirizzata a' Messinesi . . . mazze che l'A-
glioti disse di avere scoperto »... e delle quali 1' Amato disse al
Nostro il prezzo che ne aveva ricevuto.
Or io non infirmo la sostanza della parte che avrà avuto il nostro
Senato nel far comparire alla luce quelle due mazze che furon poi il-
lustrate da Paolo Aglioti e da un altro accademico peloritano, ma la
parte che si attribuisce all'Amato : e la infirmo per le seguenti ragioni
inoppugnabili.
Le due mazze, la cui illustrazione si pubblicò nel 1740 (tipografia
Lazzari) con la data di Venezia per L. Pitteri, furono scoverte (non
dall' Aglioti, ma da Luciano Foti. pittore ed antiquario messinese)
'
17.33-
Ora lo storico nostro nacque nel 1815. E se a circa io anni
r Amato gliene parlò, ciò dovett' essere nel 1825. In secondo luo-
go quando l'Amato fabbricò le mazze, doveva avere almeno almeno
25 anni. La sua nascita dunque dev'essere riportata all' a. 1708.
Ora dal 170S al 1S25 ne erano corsi ben 117. — Ecco come l'addotta
testimonianza dell' Amato se ne va in fumo come i giardini incantati
della celebre Maga !
11 citato autore che, lontano dalla Sicilia, non ebbe modo di ve-
data della pubblicazione dell'opera sulle due mazze, dovette
rificare la
aver creduto che avesse avuto luogo verso la fine del secolo XVIII,
anziché nel 1740. Quindi, giocando d' ingegno, avrà ricamato quella
novelletta che faceva bel giuoco al proprio assunto. E di questo suo
involontario anacronismo è chiara prova il soggiungere ch'ei fa, in me-
rito di quell'opera 'Aglioti aver avuto
l 1"
ufficio di Segretario del Mu-
nicipio, confondendo due tempi e due persone. E infatti Aglioti Paolo
non tu mai Segretario del municipio ma Giureconsulto, Assessore ;
ordinario del patrio Senato , « carica assai importante in quei tempi,
poiché dalle sue decisioni dipendeano tutti gli affari amministrativi >> (i).
L' Aglioti, eletto poi Segretario nel 1799 fu un altro, che allora
« più dei propri vantò i meriti di un di lui congiunto autore del libro
li) V. G. Grosso Cacopardo nel Faro A. IV, T, II 1836, p. 117.
- 128 -
spiegazione di due antiche mazze di ferro »,come si legjjc in una
nota ad alcuni Cenni biografici di Giuseppe Romeo, scritti da G. G. C.
nello Spettai. Zancleo (A. II, n. 37, 12 nov. 18341; nota apposta dal
Direttore di esso Giornale, D. Carmelo La Farina.
Non rilevo poi altre inesattezze nelle ciunli l'Autore nel luogo ci
tato inciampò, quando disse che le mazze eran quasi coeve alla Ver-
gine e che il trovato delle mazze fu creduto rimedio alle opposizioni
fatte dal Pirro, quando dal Pirro a noi tante scoperte (chiamiamole
pur cosìj ebbero luogo in molte parti del mondo a sostegno della tradi-
zione, scoperte il cui racconto darebbe luogo a più e più volumi, oltreché
a molte risate omeriche.
I\Ii creda sempre
Tutto suo
L. Lizio-Bruno.
A proposito deila Beata Eustdciiìa
(Uu «locunionto inedito)
La Leggenda della Beata Eustochia (i432?-86), scritta da suora
Jacopa Pollicino (i438?-i490?), ecco che cosa ci narra attorno al ma-
trimonio proposto, anzi imposto, dal padre, Bernardo Calefati, a quella
santa donna, solo innamorata di Dio e del cielo: « Era il padre dai
parenti molestato di maritarla, perchè avevano molte richieste e buoni
parentadi alla mano, in tanto che il padre fermò il parentado senza
consentimento della figliuola, la quale non volendolo, le andavano con
la spada addosso ed essa stava ferma e costante. E Dio vedendo la
sua costanza e pazienza, innanzi che lo sposo andasse a vederla fu
morto » (i).
Queste notizie, conformi all'indole della Leggenda, che è un vero
e proprio elogio biografico, un continuo inno di gloria sciolto alla
santità di Eustochia, al secolo Smeralda Calefati-Colonna, non sono
tutte in piena armonia con quanto legittimamente c'induce a conget-
(i) Cfr. G. Macrì, La leggenda della Beata Eustochia da Messina
(Smeralda scritta da Suora Jacopa Pollicino, sua
Calefati-Colonna),
prima compagtia. Testo a pennadel secolo XV
per la prima volta
pubblicato, Messina, Tip. D' Amico, 1903, p. 41. (Estr. dall' Archivio
Storico Messinese). Cfr. anche le pp. 37-9.
— 129 —
turare un documento da me rinvenuto, scorrendo gli atti del notaio
Matteo Pagliarino, esistenti presso 1' Archivio Prorinciale di Messina.
Difatti, in esso che è una donazione fatta da Mafalda Calefati Colonna,
madre di Smeralda, alla figliuola Mita, tra altro, si legge: « jtem do-
navi! etiam sibi hec alia bona hoc modo videlicet quod si filij eiusdem
donatricis non satisfacerent monasterio de basico de illis Unciis viginti
c]uas jpsa donatrix et filij tenentur dare prò jngressu jsmaralde filie
sue jn eodem monasterio quod omnia bona olim relieta per quondam
nicolaum de perrono eidem jsmaralde tunc sponse sue pcrveniant eidem
mite quia sic fuit de jntencione diete jsmaralde ea bona habere ipsam
niitam de quibus quidem omnibus bonis ut supra donatis ipsa isma-
ralda reservavit sibi usufructum jn vita sua ».
Riguardo alla Beata, dal surriferito brano risulta in modo ineccepibile:
i.'^ ch'ella fu fidanzata a un certo Nicolò De Perrono,
2." che questo fidanzato, morto prima delle nozze, la lasciò pa-
drona di alcuni beni;
3-" che questi beni ella ebl)e realmente, tanto che ne dispose per
sé e pe' suoi.
Ora, stando così le cose, domando: Che fede merita il racconto
della Pollicino ne' due particolari del fidanzamento all' insaputa e
della recisa avversione al matrimonio ? Senza dubbio, nessuna. Non
credo davvero che si possa immaginare una giovane d' animo nobile
e mite, d'animo sensibilissimo, la quale tragga profitto da' beni asse-
gnatile — e perchè poi tanta generosità ? — dal promesso sposo non
amato, non voluto affatto. Invece mi sembra legittima ipotesi questa,
che ogni tempo e in ogni luogo ha numerose corrispondenze nella
in
realtà:La Calefati-Colonna, scambiata promessa di matrimonio col De
Perrono, non potè poi avere nella casa di lui quel soggiorno lieto e
tranquillo di sposa, che si riprometteva, perchè egli scese innanzi tem-
po nella tomba, lasciandole a testimonianza del suo affetto i propri
beni. Allora ella, afflitta e desolata e forse — chi sa ? — fedele a qual-
che giuramento fatto al fidanzato o in sul punto di morte o anche
prima, in qualche istante di nere visioni, di luttuose fantasie, decise
di lasciare il mondo, nel quale invano aveva sperato di godere, e si votò
tutta al cielo, cercando nella somma adorazione di Dio ogni (T)nforto,
ogni sollievo, ogni gioia.
Suora Pollicino, sollecita nel raccogliere notizie misteriose e anche
nell'abbellire il vero con la sua fantasia, doveva, si capisce, tacere
una simile storia d'amore infelice, dato l'intendimento sacro posto
- 130 —
nello scrivere La les^genda, che è « un testo di prosa soavissimo e
rivaleggia per candore e schiettezza di dettato con le migliori prose
ascetiche toscane » (i}.
L. Perroni Grande.
xiij"' eiiisclem mensis mayi [Ind. 13.^, a. 1449-50].
IMaschalda mulier quondam bernardj calafatj civis
Vidua relieta
messane, Considerans et actendens puram affeccionem dileccionem et
amorem quas et quem gessit et gerit erga mitam virginem filiam suam
et dictj quondam bernardj donacione per eam facta jnrevocabiliter
,
jnter vivos sponte donavit dedit et liabere concessit eideni mite
jbidem presentj stipulantj et Recipientj donacionem eamdem prò se
suisque heredibus et successoribus jnperpetuum omnia jnfrascripta bona
videlicet jnprimis Riczolam vnam de perlis item restam vnam de perlis,
jtem schannaccam vnam de perlis, jteni choppam vnam de scarleto
persone ipsius donatricis, duo coperthoria de melioribus que sunt jn-
domo sua ad eleccionem ipsius mite, cannas xviij tele de qua potest
fierj facies vna copertorij, par vnum lintheaminum sfilatorum. et par
alìud jn tela cannarum xxiiij'"' jtem par vnum de cuxinellis ala jntagla
jtem cortinam vnam cannarum xxxj, et si ipsa non nuberet se ipsam
cortinam habeat paula soror ipsius donatricis solvendo precium vide-
licet Vncias novem et tarenos septem jtem cammiseas quinque spu-
santes tres completas'et duas complendas, fracitrigia quatuor messilia
tria, manutrigia octo jn tela jtem anulos duos vnum scilicet czaftirum
de lapergula et alium cum jntagla jtem donavit etiam sibi hec alia
bona boc modo videlicet quod si filij eiusdem donatricis non satisfa-
cerent monasterio de basico de illis Vnciis viginti, quas ipsa donàtrix
et filij tenentur dare prò jngressu ismaralde filie sue jneodem mona-
sterio quod omnia bona olini relieta per quondam nicolaum 12) de
perrono eidem jsmaralde tunc sponse sue perveniant eidem mite quia
sic fuit de jntencione diete ismaralde ea bona habere ipsam mitam,
de quibus quidem omnibus bonis ut supra donatis ipsa ismaralda re-
servavit^sibi (^3) usufructum jnvita sua. ymo quod durante vita sua
(i) Cfr. Giornale storico della leti, italiana, 1903, XLI, p.
(2) Segue un segno cancellato.
(3j Segue vs cancellato.
- 131 —
possit facere de eis jntoto et jnparte velie suum non obstante presente
donacione, post cuius tamen donatricis decessuni omnia ipsa bona (i) usu-
fructu proprietate consolidato ad eamdem mitam perveniant et pervenire
debeant, titulo donacionis, presenlis jtem dieta donatrix recognovit
honorabilem baldum romanuiii eius genitorem jure jnstitucionis jn ta-
reno vno tantum et omnes alios consanguineos eius et affinos jn ta-
reno vno tantum et non ultra iure predicto et quo etc. Reservans sibi
dieta donatrix posse presentem donacionem quandocumque revocare
et annullare ac cancellare ad suj beneplacitum et jura addere vel di-
minuere ecc. (formule d'usoi.
Presentibus czullo russo magistro antonio de cristaudo et matheo
ciiippulla.
Not. M. Pagliarino, Protoc. /-/^g-^o, ij^ Ind., f. 79.
Per una presunta tavola di Antonello.
Era, tra gli studiosi di cose d'arte, memoria di una presunta tavola
del celebre pittore Antonello da ÌNIessina, miseramente dispersa. Fin
dal 1853 il Grosso Cacopardo nel suo Saggio Storico delli varj Musei,
che in diversi tempi anno esistito in Messina (inserito nel Fase. VII
Anno I dell' Eco Pcloritano^ rilevava la dispersione del dipinto, che
egli aveva ben notato nel Museo del Messinese Andrea Gallo; e i più
moderni ed esatti biografi del grandissimo artista hanno ricordato il
lavoro, deplorandone la perdita 21. Ma il dipinto, cui accennava il
Grosso Cacopardo, non è andato perduto: esso trovasi tuttavia in Mes-
sina, proprietà della famiglia del Cav. Vincenzo Attanasio, ed ha così
chiari e non dubbi segni di autenticità, da non potere in nessun modo
supporre una frode.
(i) In sopralinea, al posto di prcnc cancellato. %
Una pittura
{2) « creduta d'Antonello, invece notò il Grosso Caco-
pardo come esistente sino ai principi del Secolo XIX nel Museo Pri-
vato del MessineseAndrea Gallo, dotto figlio del noto annalista Caio
Domenico, ma essa nel 1S53 già era stata venduta, ne altro ne sap-
piamo —
» G. La Corte Cailler Antonello da Messina Mes- — —
sina Tip. D'Amico 1903.
.
- 132 —
Della supposta tavola Anlonelliana esiste sicura traccia e negli
Anfiali di Messina di Caio Doni. Gallo e nei Cenni Biografici di An-
drea Gallo letti nella R. Accademia Peloritana dal socio D."' Pietro
Maria De Viiono nel 1S57 (ii.
Difatti negli Annali si legge che avendo Placido Giovanni Gallo
sventata una congiura tramata da certo Teobaldo di Siracusa contro
gli Aragonesi, venne dalla Regina Maria, sposa di Re Alfonso, la
quale trovavasi in Messina, regalato di un quadro. « Il quadro stesso
di S. Placido e compagni, scrive il Gallo, donato dalla Regina a Pla-
cido Giovanni Gallo col ritratto di esso in piede, e colle armi della
famiglia Gallo in mezzo a quelle del re d'Aragona, conservasi tutt'ora
in nostra casa: esso è dipinto in grossa tavola, alquanto logoro dal
tempo, ma non già in guisa che tutte le figure non si veggano bellis-
sime; e dietro al quale vi è fortemente attaccata la copia originale
dell'accennato privilegio ii) •>
(i) Messina — Stamp. I. D'Amico. 1^57
(2) Ecco il privilegio che il Gallo riporta per intiero: « Nos Maria
Dei Gratia Gubernatrix Regina Absoluta Plenipotentiaria super Con-
cilium nostrae Excelsae Camerae in absentia Serenissimi D. Sponsi
nostri Alfonsi D. G. Aragonesium Regis Sic. Citra, et ultra Pharum,
Valentiae, Hierusalem, M. C. et C.C. A.
Dum nobili Messanae adstaremus ad detinendum nostrae Excelsae
Camerae in opportunitatibus nostris consilium in defoctione Syracusiae
ad concitationem Teobaldi, cum aliis Catanae proditoribus, centra
nos contraque consilium nostrae Excelsae Camerae, ad hoc vero Mes-
sana suam magnani solitam interposuit fidelitatem, sicut in omni tempore
ostendit valorem suum, et nos dictae Civitatis vetera gesta, et recentiora
celeberrina perlegimus, et In Camerali thesauro attente consideravimus.
Nunc vero inter particulares comendamus animum, valorem, industriam,
amorem, et fidelitatem erga Serenitatem nostrani Placidi Ioannis de
Gallo nostri, et Patriae Benemerentissimi, qui industria magna celate
vitam per nos exposuit, finxit esse Catanae Excubia, et ad Teobaldum
proditorAn Syracusia pervenit, unde industriose, e proditore venenum
traxit, omniaq. de execrabili excidio simulavit, et ad nos fideliter re-
diit, Sanumgue de omni dedit ad nos consilium, et manus ad rebel-
lium destructionem sicut unitim cum Ioanne XX millio, et Ximenio
de Urrea Siracusiam appulerunt simulantes sub palliato praetextu, in
convivio necati fuerunt rebelles, et per manus benemeriti nostri de
— 138 —
E nell'albero genealogico della famiglia Gallo di Messina inserito
neir ultima pagina dell'opuscclo del De Vuono, il quale albero è stato
scritto dallo stesso Andrea Gallo , si legge : « Giov. Placido , Barone
« delle Saline delli Botticelli, il quale ebbe conceduti due Privilegi, che
« da me si conservano, e sono registrati nei libri senatori : l'uno della
« Regina iMaria del 1443, con un (juadro fatto appositamente eseguire
« dal piii valente artista di quei tempi su tavola. Veggonsi in esso di-
« pinti per intiero S. Placido, e suoi compagni martiri, al pie del quale
<i vi sono tre stemmi, cioè quello della famiglia Aragona in mezzo a
« quello della famiglia Gallo a dritta , ed a quello della Città di
Gallo interfectus fuit e proprio ferro Teobaldus, ad hoc omnes evanu-
erunt caligines ,
prestinaque apparuit Serenitas. Nos itaque attentis
servitiis dicti benemeriti nobis praestitis, nominamus dictum de Gallo
in Ducen Custodiae nostrae , et nostrae Excelsae Camerae Consilia-
rium, cum onere , et honore , et ut tanti benemeriti vivi memoria
non pereat, etiam augusto aere suum nostrunque stemma incidere fe-
cimus, et alacritate munificentiae nostrae, laudabilem dedimus tabulam
Sancti Placidi cum espressis fratibus, et soroie de mandato nostro pic-
tam , in ea delineare fecimus eandem benemeriti nostri effigiem aeri ,
extractam cumque Regiis nostris Stegmis suunque in medio ut apud
se detineri. et custodiri possit in testimonium nostri amoris suique
valoris, sicut etiam ad perpetuam suorum memoriam, et ad posteri-
tatem sic de mandato nostro jubenius sic volumus sic decrevimus.
Datum Messanae die XXII mensis Maij MCCCCXLIII.
I\Iaria Regina ex autoritate D. Spensi mei Alphonsi Regis.
Domina Regina. L. kJ< S.
Mandavit mihì N. D. H. »
A questo proposito il Gallo ricorda che altre persone ebbero, per
lo stesso motivo, ragion di premio e fra esse , una tal Majella Arena
che venne nominata gran Ca-ìiieriera della regina. « Ciò dice, lo scrit-
tore, abbiamo ricavato da un ritratto antichissimo di detta Majella, di-
pinto in grossa tavola, di mano (secondo i periti) del famoso Antonello,
il quale si conserva dal lodatissimo signor barone D. Francesco Are-
naprimo, patrizio messinese ». Ho visto la tavola in casa del Barone
Giuseppe Arenaprimo di Montechiaro, dov'è religiosamente conservata,
e ne ho riportata l'impressione non essere di Antonello. È di stile
molto posteriore, ne vi sono le caratteristiche del pittore nei pochi par-
ticolari che il ritocco ha lasciati integri.
— 134 -
« Messina a sinistra ('i\ Al di dietro poi vi è affissa copia mano-
« scritta del decreto di concessione (2j. Detto quadro conservasi pure
« presso di me. L'altro privilet;;io è del Re Alfonso nel 1444. ecc. ».
Il) Si noti: C. D. Gallo parla di « ritratto di esso in piede [Plac.
Giov. Gallo) earmi della famiglia Gallo in mezzo a quelle del
colle
Re d' Aragona » A. Gallo invece parla di « tre stemmi, cioè quello
;
della famiglia Aragona in mezzo a quello della fauiiglia Gallo a dritta
ed a quello della città di Messina a sinistra ». Vi è una diversità evi-
dentissima. Come spiegarla ? Coli' infamia del ritoccattore ? Potrebbe
darsi: ma è abbastanza strana la scomparsa del ritratto di Placido
Giovanni Gallo e la variante apportatavi col blasone aragonese.
Attualmente, però, si vedono lo stemma d'Aragona e lo stemma dei
Gallo: niente altro. A destra, guardando, è la larva di uno scudo ri-
coperto dal ritocco. Sana il ritratto ? lo stemma ? È quello che si vedrà
ciuando il quadro sarà ricondotto al suo primiero stato.
(2) Sul privilegio è il numero 41 in caratteri grossolani: però non
si tratta del numero del privilegio ma, credo, del numero d'ordine del
quadro nel catalogo del Gallo. E
notevole inoltre quanto è stato tra-
scritto à sinistra del privilegio e che riporto per intiero « Reducatur :
Actis et parti restauratur. Jurna .... —
Die octava lanury 175 ... —
Est sciendum quadrum ofì." 111.'"' Senatus h* Nob"" Adetiss. et D-xenip""'^
urbi Messanae fuit per D. Cajum Domenicum Gallo Civem Messanen-
sem exhibita et presentata p"'' antiqua Tabula, in qua adsunt depicte
himagines SS.'"" Martirum Placìdii Eutychij, Victorini et Flavie fratrum
et sororis habens longitudinem palmorum trius ^/.^ et latitudinem pal-
morum duorum \;o in pede cujus in parte de.xtera depictum vi-
detur stemma regum Aragonentium in sinistra efHgies Placidi Jonnis
Gallo in medio nero videtur Stemma gentilitium familie Gallo, quod
est in campo ceruleo, continens 'hon solem inde nero turrem,
. . . ,
supra cujus fastigium est Gallus lenens gladium quo fugienti Leoni ,
minatur cum hac epigre (V. Vidi et fugiti in parte nero postica
ejusdem p.'ìhus Tabulae adest fortiter conglutinata cha quedam . . .
coli.""'* scriptoria in qua antiquo charactere et literis fugientibus legitur
quendam originai is copia cujusdam regij diplomatis serenissimae olim
Mariae reginae Siciliae cuis diplomatus autenticitas per se apparet
,
cum ex cartae ipsius putis autiquitate ac forma caracterum nemen et ... .
ex antiquo urbis nostre sigillo quo charta ipsa est communitas in qua
q iicm charta manu at que in caractere III.'"' D. Hor. Tiirriano Senatoria
Hebd.'*^ appositum .... scriptum chirografum vid.^ reducatur in actis
et parti restauratur. Ouare vig."^ sup. ad mandati fuit annunciatum di-
ploma redactum in actis oft.' IH.'"' Sen.' Tabula vero ista cum
p."'' oli ... diplomate fuit eidem de Gallo restituita valet.
. D. Do- —
menicus Carmisino R. III."^' Sen.' ».
l
— 135 —
La tavola della famiglia Attanasio risponde perfettamente alle in-
dicazioni suesposte e porta tkwcox'a fortevientc attaccata la copia originale
del privilegio. Essa misura in altezz'a m. 0.86 e*d in larghezza m. 0,71
ed è racchiusa in una cornice barocca, aggiunzione del secolo XVIII.
Però, è bene notar subito, che un orribile ritocco ha rovinato l'antica
pittura, facendole perdere ogni caratteristica quattrocentista. Solo os-
servandola attentamente si può ricavare qualche particolare del primi-
tivo pennello, particolare cha dà all'animo nostro tutta l'amarezza per
la barbarie commessa.
La tavola rappresenta S. Placido, S. Flavia, S. Eutichio e S. Vit-
torino — <]uattro dei principali martiri della ferocia di Mamucca, nel
541. .S. Placido e .S. Flavia sono in centro, .S. Vittorino e S. Eutichio
ai lati e nel loro costume guerresco alla romana. Tutti e quattro por-
tano in mano la palma, simbolo del martirio. Sul fondo sono dipinti
degli archi e delle colonne e s'intravedono lembi di cielo e forse di
verde e di mare. Gli sguardi di S. Placido e del fratello che sta ac-
canto a S. Flavia son rivolti al cielo; l'altro fratello legge ,
mentre la
santa rivolge Io sguardo di fronte. Quantunque sciupate dal ritocco ,
che in alcuni punti ripeto ha raggiunto il massimo grado di orrore, le
quattro figure conservano tuttavia una grande nobiltà di portamento
ed una grande serenità di espressione : nello insieme rappresentano
un'arte molto progredita, degna di un valente pittore.
La tavola è di Antonello da Messina come suppose il Grosso Cacopardo ?
Con le notizie che attualmente si hanno di Antonello noi non pos-
siamo attribuirgli con «sicurezza assoluta la paternità del lavoro. Il
Di Marzo (i) ed il La Corte Cailler supposero nato il pittore nel 1430:
ammettendo ciò non è possibile ch'egli abbia dipinto a soli tredici anni
e per incarico della Regina una tavola così bella. Ma io ho fondati
dubbi sul 1430 come data di nascita del pittore, dubbi che sono in
parte passati anche per la mente di un altro studioso dell' Antonello,
il Prof. Agostino D'Amico f2i, il quale ha segnato come anno na-
(li Gioacchino Di Marzo —
Di Antonello da Messina e dei snoi
congiimti —
Palermo Scuola Tip. Boccone del Povero 1903. —
(2) Agostino D'Amico, Antonello da Messina, le sue opere e la
invenzione della Pittnra ad olio, Messina Tip. D'Amico, 1904. Ragio-
nandoci un po' su, anche il Di Marzo ed il La Corte dovrebbero uni-
formarsi alle conclusioni del D' Amico. Difatti come conciliare che
Antonello sia stato il propagatore della pittura ad olio in Italia, o per
meglio dire colui che introdusse il nuovo metodo in patria dopo il 145C,
— 136 —
talizio il 1424. Ammettendo ciò e traendone la logica consegnenza che
Antonello siasi recato in Fiandra nel 1442, a 18 anni, noi ben po-
tremmo attribuirgli questo dipinto, che è ad olio, e che fu eseguito
come dice privilegio nel il 1443. Ma pur non navigando nel mar pro-
celloso delle induzioni, a quale altro pittore potrebbe attribuirsi il di-
pinto ? Essendo eseguito ad olio, metodo esclusivo dei fiamminghi, noi
dovremmo assegnarlo ad uno dei maestri neerlandesi : ma purtroppo
lo stile, almeno da quel poco che il barbaro ritocco lascia intravedere, non
è quello dei maestri fiamminghi i cpiali hanno delle prerogative cosi
caratteristiche da non potersi confondere con nessun altro pittore. E
allora ? Un'ultima ipotesi sarebbe a farsi : che il cjuadro sia stato ridi-
pinto ad olio nel secolo XVI, sulle tracce del primitivo dipinto, nel cjual
caso sarebbe perfettamente inutile ogni nostro tentativo di scoprirne
l'autore, trovandoci di fronte ad un caso abbastanza strano, e difficile.
In ogni modo sarebbe necessario , nello interesse dell' arte , che
l'attuale proprietario facesse togliere al dipinto tutte le brutture di
un ritocco ricordante i tempi peggiori della decadenza artistica : così
facendo noi avremmo agio di studiar meglio il lavoro , se pure qual-
che sigla o qualche segno non ci porrà sulla buona via di più fortu-
nate ricerche.
V. Sacca.
quando nel 1449 e 1450 era in Italia un valente pittor fiammingo, il
Roger Van Eyck, che dipingeva ad olio senza tanti misteri ? Noi po-
tremo ben ritenere, invece, che Antonello sia stato in Fiandra nel 1442
o 1443, apprendendovi il nuovo metodo prima che altri l'avesse recato
in Italia, donde la fama di introduttore, propagatore, perfezionatore,
e che in seguito — attratto forse dalla fama dei maestri neerlandesi —
vi sia tornato qualche altra volta per ragioni di studio, donde cjuel
sentimento fiammingo che anima i suoi migliori dipinti. Ammettendo
ciò, noi potremo ben dire che il quadro della Galleria Reale di Ber-
lino è fattura del 1445, come vi si legge, senza sofisticare sulla forma
del secondo 4 che si vuole ad ogni costo far passare per 7.
Si ponga poi mente ad un fatto: Antonello vede un dipinto del
Van Eyck alla Corte di Alfonso il Magnanimo marito della Regina
Maria: egli adunque, almeno secondo la tradizione, frequentava la
corte. Non è quindi assai probabile che la fattura della tavola di S.
Placido sia stata affidata proprio a lui ?
Alcuni particolari, come le mani con le dita lunghe affiisolate ed
il darebbero una caratteristica anto-
pollice curvo, l'occhio vivacissimo,
nellesa : ma bisogna oramai andar cauti, molto cauti,
in fatto d' arte
per non ripetere vecchi metodi e vecchi errori.
NOTIZIE
La Sicild illus'rèe ))
Questa interessante rivista, origano ofHciale dell' associazione per
il bene economico, intesa ad illustrare l'isola nostra nelle sue vedute
più pittoresche, nelle sue bellezze naturali, nei suoi monumenti, oltre
a pregevoli e variati articoli letterari, ha pubblicato sul doppio fasci-
colo 1-2 dell'anno III le seguenti illustrazioni che riguardano la storia
e le arti messinesi: Emilio Faucjuet, in una rassegna sui Moiuuìients
normands en Sicile, si occupa delle caratteristiche architettoniche della
diruta chiesa di S. M. della Valle, detta la Bad!az~a. Del Principe Pietro
Lanza di Scalea va pubblicata la bella e smagliante conferenza su
Mar _s; lievita di Navarra, regina di Sicilia, consorte di re Guglielmo I.
Assai ben ritratto ci sembra l'ambiente della corte siciliana di tjuei
tempi. E una ricostruzione fatta con mano di maestro, da chi ha sa-
puto vagliare gli elementi che concorsero allo splendore di essa, sia
dipendenti dalla civiltà musulmana o nuovamente introdotti dai nor-
manni. L'illustre Monsignor Comm. Gioacchino DI Marzo riconosce
per opera di Antonello da Messina un quadro della Vergine seduta
col bambino sulle braccia, da lui altra volta veduto in Messina presso
ring. Arena, e poi acquistata dal Barone di Donnafugata, dalla cui
erede Donna Maria Marullo Manganelli, Principessa di Castellaci, ora
si possiede nel suo palazzo in Ragusa Inferiore. L'illustre prelato, tanto
benemerito della storia delle belle arti in Sicilia, fa cenno altresì di un
ritratto di Antonello, custodito nel Museo Mandralisca di Cefalù. Ce
ne congratuliamo con i suddetti scrittori, ai quali non possiamo che
essere grati per queste interessanti illustrazioni.
G. A.
La carrozza de! Senato di Messini all' Es.iosizione di Milano.
Alla mostra dei mezzi di locomozione antichi e moderni, che for-
ma una delle più interessanti sezioni dell'Esposizione Internazionale di
Milano, avrebbe - per espresso invito del Comitato Ordinatore - dovuto
figurare la magnifica carrozza del Senato Messinese, fattura dell'artista
Pietro Biondo, del secolo XVIII. Per ragioni di sicurezza di trasporto
— 138 —
l'Amniinistrazionc Cotminale non ha concesso laspcdizione della carrozza,
ma, auspice la nostra Società Storica, ha inviato una grande e bellis-
sima fotografia del lavoro, eseguita dal fotografo Diego Vadala, la
quale figura assai bene tra le tante che adornano il vasto recinto della
mostra. Noi siamo lieti che una nostra opera d' arte figuri almeno in
fotografia, in un grande centro come Milano, e che vi sia apprezzata
come merita: e vogliamo augurarci simile trattamento per tutte le
belle cose che possediamo e su cui spesso grava un' incuria e una
sonnolenza musulmana.
Per il Famedio messinese.
Un po' tardi, è vero, ma sempre in tempo, pubblichiamo la se-
guente deliberazione del 13 Gennaio 1903 della Giunta Municipale di
Messina, tanto più che la deliberazione la quale è stata mossa da no-
bilissimi intenti — ha avuta solo esecuzione per metà e nella parte
riguardante la tumulazione degli avanzi mortali di alcuni illustri estinti
nelle catacombe. A quando le lapidi ? A quando la tumulazione nel-
l'istesso luogo dei sacri resti di altri grandi messinesi sparsi ed ino-
bliati tuttavia pel Cimitero Monumentale ?
« L' anno 1903 il dì 13 Gennaio — La Giunta — sulla proposta
dell'Assessore D. Rodolfo Napoli; visto l'atto del 17 Ottobre [902
reso esecutivo dalla Prefettura con cui fu determinato concedersi una
cella nella Galleria del Gran Camposanto, allo scopo di darvi onorata
sepoltura allo illustre filosofo concittadino Professore Antonino Catara
Lettieri.
Vista la lettera seguente del 30 Dicembre ultimo del Prof. Virgi-
lio Sacca incaricato di dettarne la epigrafe:
« Nel ringraziare la S. V. 111.'"" dell'incarico conferitomi mi per-
<£ metto manifestarle una mia idea, condivisa da quanti tra noi amano
« la Città e le sue più pure glorie. È altamente lodevole il pensiero
« dell' Amministrazione Comunale inteso a raccogliere le ceneri degli
« illustri Messinesi in un luogo mio modesto parere,
distinto: però, a
« questo luogo Famedio o Panteon già iuiziato
dovrebbe essere il
« sotto portici esterni della Grande Galleria coi monumenti a La Fa-
i
« rina-Bisazza-Natoli-Bottari e con la lapide a Morelli, non mai la Gal-
« leria stessa dove il primo venuto possessore della somma bastevole
« all'acquisto dì una cella potrebbe collocare sé o uno dei suoi accanto
« alle ceneri sacre dei nostri grandi estinti.
- 139 —
« Quindi sarebbe assoluta necessità che 1' Amministrazione Conui-
« naie, modificando il precedente deliberato, ordinasse il raccojjlimento
« delle sacre ceneri possibilmente nelle cutacombe, e che poi nei qua-
« drifondi esterni o sotto i portici della Galleria si murassero delle
« lapidi o si ergessero dei ricordi marmorei, dando così luogo distinto
« alle nostre glorie e continuando le tradizioni del Panteon Messinese.
« Son sicuro che la S. V. 111."" con (jiieir alto patriottismo che
« la distingue vorrà fare accogliere dalla Onorevole Giunta la mia
« proposta, del che La ringrazio sentitamente ».
« Ritenuto che le proposte contenute nella lettera anzidetta meritano
di essere accolte, dappoiché si raggiunge meglio lo scopo di traman-
dare ai futuri la memoria degli illustri estinti collocando delle lapidi
sotto il colonnato avanti la Galleria e componendone gli avanzi mor-
tali più che nelle celle, in altri speciali e cioè nei sotterranei del Cam-
posanto.
« Considerato inoltre che nella occasione puossi anche disporre
uguale trattamento per altri preclari ingegni quali gl'illustri letterati mes-
ssinesi Vincenzo Amore e Riccardo Mitchel dimenticati nelle sepol-
ture comunali.
DELIBERA :
« Concedere onorata sepoltura allo illustre filosofo concittadino Prof.
Catara Lettieri tumolandone gli avanzi mortali anziché in una cella della
Gran Galleria del Camposanto, come fu disposto con l'atto del 17 Ot-
tobre 1902, che s'intende revocato, in sito speciale dei grandi sotter-
ranei da riservarsi per gli uomini illustri. L'na lapide con la epigrafe
che avrebbe dovuto scolpirsi sul marmo della cella sarà collocata a
cura del Comune sotto il colonnato o famedio nella parete esterna
della Galleria.
« Delibera altresì sieno praticate simili onoranze al Prof. Vincenzo
Amore e al Prof. Riccardo Mitchel illustri letterati concittadini.
« Le spese per esumazione, iscrizioni, casse e lapidi restano a ca-
rico del Comune.
« Dà mandato all'Assessore proponente per la esecuzione del pre-
sente deliberato. »
Noi vogliamo sperare che una non lontana Amministrazione Cit-
tadina vorrà completare la deliberazione mettendo a posto le lapidi
onorarie, tanto più che le epigrafi, dettate dal nostro Chiarissimo socio
Gioacchino Chinigò, (avendo il Prof. Sacca declinata in seguito 1' of-
— 140 --
feria per quella di Catara Lettieri) giacciono da tempo negli Uffici
Comunali.
La Sala dei Ricordi Storici al Museo Cittadino di Messina-
Ricordiamo tuttavia con vero compiacimento il successo riportato
dalla Sala di Messina nei Museo Nazionale di Palermo per le feste
cinquantenarie del 12 Gennaio 184S: ricordiamo anzi con orgoglio che
nella sala Messinese si sono lungamente fermati gli attuali Sovrani,
allora Principi di Napoli, rilevando 1' importanza della mostra. Dopo
Palermo, Messina teneva incontrastato il primato nelT esposizione re-
trospettiva patriottica, il che coronava le fatiche del Comitato Orga-
nizzatore locale. Si disse allora che tanto materiale non avrebbe do-
vuto. essere più disperso, frazionato com'era in cento possessori, e si
gittarono i semi di una sala del risorgimento italiano da accrescer lustro
e decoro al Civico Museo Si disse, e qualcuno fece subito spon-
taneo dono di oggetti pella desiderata sala, altri promise che subito
attuato il locale avrebbe donato tutto ciò che possedeva, non ultimo
ring. Antonino De Leo, geloso custode di memorie eroiche impor-
tantissime, ma dal dire al fare son passati di già otto anni e nulla si
è visto, a meno che non si vogliano passare per sale del risorgimento
la sala I e II del Civico Museo, dove sono in mostra poche memorie
storiche dovute all'insistenza tenace del segretario Cav. La Corte Cailler.
Perchè non tener la promessa ? È destino che ogni più bella e
nobile iniziativa debba tra noi venir fiaccata dalla indolenza e dall'o-
blio ? Ogni anno che passa è una miseranda dispersione di oggetti:
molta roba si disperde per ignoranza, molt' altra per bisogno e gran
parte per non sapere che cosa farne
Non si potrebbe invece raccogliere, classificare, esporre ? E una
domanda che giriamo agli amatori ed a tutti coloro che s'interessano
delle sorti del paese.
Note di storia e d' arie.
Nel Primo numero di Sicania, edito con mirabile cura dallo Sta-
bilimento messinese d' Arti Grafiche La Sicilia, è un articolo dell' il-
lustre G. Pitrè sulla Fiue della Pasquinata in Sicilia, pieno dì brio e
di notizie inedite. Altro articolo sul Ridotlo del Teatro La Muni-
zione in Messina vi ha scritto il chiarissimo Bar. Giuseppe Arena-
- 141 -
primo di Montechiaro, risuscitando costumi locali caduti del tutto in
disuso ed interessantissimi. Altro succoso articolo sulla censura bor-
bonica vi stampa il Perroni Grande, ed in ultimo vi è un breve cenno
riguardante Tinfelice e pur grande artica Pietro Inzoli, di cui la ri-
vista pubblica il ritratto, due pastelli veramente meravigliosi e la fo-
tografia del monumento che fra breve sorger.à sul Panteon cittadino.
Nel Fascicolo VII del corrente anno della magnifica rivista Na-
iura ed arte di Milano è un articolo di V. Sacca dal titolo Vecchi
CoUotivi quayeshnali, dove rilevansi dei costumi messinesi del secolo
XVII sulle predicazioni del Duomo.
Nel fascicolo IV Anno XXX dell'Archivio Storico Siciliano è uno
studio del Di Matteo su alcuni Conti Inediti riguardanti la coniazione
dei piccoli della R. Zecca di Messina neWanno J461.
Nell'anno III fase. 1° dell'Archivio storico per la Sicilia Orientale
sono notevoli alcune A'ote Storiche Siciliane del Cav. G. La Corte Cailler.
Nel numero di Aprile-Maggio della Sicile illustrée di Palermo, ma-
gnifico numero in omaggio dei Sovrani d'Italia e delle feste palermi-
tane, è un articolo di Fazio Allmayer sul nostro scultore Salvatore
liuemi. Vi è riprodotto inoltre il bellissimo gruppo Lo Sfratto^ uno degli
ultimi lavori dell'artista.
R.
Dizionario illustrato dei Comuni Siciliani.
I.
Il nostro concittadino, Prof. P^rancesco Nicotra, si è dato con lode-
vole cura alla compilazione di un Dizionario illustrato dei Comuni
Siciliani col concorso d'insigni collaboratori e dei Municipi della Sicilia,
e già ha consegnati vari fascicoli in 4" grande, di 64 pagine ciascuno,
con numerose illustrazioni. Ogni Comune è studiato, secondo le pili
moderne ricerche, nella storia, nell'arte, nell'archeologia, nelle scienze,
negli usi e nei costumi , nelle industrie e commerci ecc. ,
ed è illu-
strato da vignette riproducenti il panorama, lo stemma municipale, i
monumenti, i costumi, i ritratti.
Data l'importanza dell'opera, noi spigoleremo, — man mano che
i fascicoli saranno pubblicali, — le notizie che interessano IMessina e
la sua Provincia.
Alcara li Fusi, (pag. 217 a 225) di antica origine, presenta
ancora i ruderi di due torri tjuadrilatere, e due finestre arabe. Nella
— 142 -
Chiesa uiadre, si consti vano le inltressanti pergamene dei secoli IX-IX,
trovale nelle mani di S. Nicolò Politi, e delle quali abbiamo fatto
cenno altra volta (r\ ed in essa chiesa sono notevoli le colonne di
marmo locale, e la magnifica cappella di S. Nicolò Politi (1632) dipinta
a fresco dal Guasti , da Regalbuto, con un quadro del Santo, di-
pinto dal Damiano. A destra di questa cappella, vedesi quella dove
conservasi il corpo di S. Nicolò , chiuso in arca d'argento cesellata a
Catania nel 1581 : la statua del romito titolare è tradizione che si
debba a tal Giuftrè, gentiluomo messinese, scultore (2). In questa
chiesa il Nicotra però non ricorda i due pregevoli monumenti alzati
in memoria di due arcipreti, cioè del P'erretti, (1661) e del Mileti (1669J,
ricco quest' ultimo di statue e di bassorilievi, come si ha da una re-
centissima monografia del Prof. Basilio Bonterapo (3), della quale mi
occuperò altra volta. La chiesa stessa è ricca ancora di arredi sacri
antichi, e di valore, ed inoltre or conserva una buona tela dell' Epi-
fania, proveniente dalla chiesa di S. Michele già dei Minori Conven-
tuali. — La Chiesa del Rosario va osservata per una statua della Ma-
donna della Catena, e pel quadro della Visitazione, dipinto nel 1667 da
Giuseppe Tom masi.
Ali (pag. 235 a 261 1, tanto noto per le sue acque minerali, venne
fondato non si sa se dai greci di Elide {E/itn, Ali"! o dagli arabi, sul
monte Scuderi, dove si vedono ancora interessanti avanzi.
Interessante è la grandiosa Chiesa madre (15S2), dedicata a S. Agata,
decorata principalmente da un Coro con 25 stalli in noce intagliati
dai messinesi .Santi Siracusa e Giuseppe Controscieri , nella seconda
metà del settecento. Notevoli la statua di S. Sebastiano , il quadro
della Madonna delle Grazie ed una Via Crucis, in sagrestia : di Michele
Panebianco è la tela della S. Lettera (4).
(i) G. La Corte-Cailler Pergamene in Alcara e Adernò. (In
,
Archivio Storico Messinese, Anno VI pag. 16S, Messina, 1905).
(2) Degli artisti messinesi Giuffrè a me risulta che nel quattro- ,
cento e cinquecento lasciarono largo ricordo dell'arte loro in Messina
e Provincia.
(3) BoNTEMPO B. — Memorie patrie di Alcara li Fusi. Guida
storica e descrittiva. Parte pag. 29 l'Palermo, 1906).
I,
(4) Nel manoscritto di fra Serafino d' Ali si menziona in questa ,
chiesa anche una tela del famosissimo Catalano, esprimente S. Fran-
cesco d'Assisi e S. Chiara. II cjuadro però non mi è riuscito vederlo
e sembra scomparso, né so se desso era opera di Antonio Catalano
detto Vantico, o di suo figlio Antonino.
— 143 -
Nella Chiesa del Rosario è il sepolcro del nobile D. Pietro Fama,
morto nel 1668, e ima tavola del Rosario , di scuola messinese del
cinquecento ; in quella di .S". Maria del Bosco notevole è una statua
della Titolare, in alabastro.
Non sono queste però le sole opere artistiche degne di menzione
in Ali uè, osservo, la Bibliografia del Comune è completa. Non vi si
accenna alla pregevole monografia A I\Ionte Scuderi in Sicilia , di
questo Ing. Ludovico Molino-Foti (i) , né il Nicotra conosce un ma-
noscritto, conservato in copia nell'Archivio del Comune di Ali , tito-
lato : Della Sloria di Ali e suo terriIorio , ovvero sua fondazione ed
origine, e di quanto in essa si racchiude e si contiene. Trattato unico...
di Fra Serafino d'Ali., predicatore cappuccino.... diretto a D. Vito
D'Amico.... il I maggio 1754 (2). Da questi lavori, il Nicotra avrebbe
potuto trarre maggiori notizie- storiche.
Gli altri comuni dell'Isola, testé illustrati nel Dizionario \n parola,
hanno sovente relazione con la storia di Messina, massime per le opere
artistiche che i messinesi di nascita o di residenza vi lasciarono spesso.
Dalle notizie su quei Comuni, spigoliamo quindi :
Acireale — La Cattedrale, possiede la statua dell'Annunziata, di
S. Venera e di S. Tecla scolpite in marmo nel 166S-72 dal messinese
Placido Blandamonte; nel 1711 Antonio Filocamo vi decorava la ricca
cappella di S. Venera dipingendovi il quadro della Santa e varii af-
freschi; da Mario d'Angelo fu cesellata nel 1651 la statua d'argento di
S. Venera della quale vi dà la riproduzione (fog. 8r): dallo stesso d'An-
gelo e da Girolamo Carnazza fu cominciato nel 1659 il ricco ferculo di
argento per la processione di detta santa, che venne finito nel 1783
da Vito Blandano, tutti messinesi. Il quadro del Rosario è di Anto-
nio Catalano (non Catalani il quale non è morto nel 1630, come scrive
il Nicotra (pag. 68-6'-,). La chiesa di S. Venera ha un quadro della ti-
tolare, di Michele Panebianco (pag. 701 e l'ospedale S. Marta conserva
(i) Pubblicata nel Bollettino del Club Alpino Italiano pel 1900 ,
voi. XXXIII, N. 66 (Torino, 1900 1.
(2) Una copia di questo manoscritto da me si possiede, e mi au-
guro che la Società messinesedi Storia patria ne imprenda la utile
pubblicazione, corredando però l'opera di note critiche.
- 144 -
i busti delle sorelle Russo-Pennisi, benefattrici del luogo, scolpiti da
Giuseppe Priiizi (png. 71).
Aci S. Antonio — Nella Cattedrale, il quadro di S. Antonio Abate
(del quale si dà la riproduzione) è di Michele Panebianco (pag. 97).
Adkrnò — La chiesa di .S'. Maria La Catetia ha una statua di
S. Maria ad Nives, creduta del Gagiui ipag. 12S), rimasta ignota
al Di Marzo.
Agira — Nella Chiesa del SS. .Salvatore si conserva un cjuadro
di S. Filippo attribuito ad Antonello da Messina, ora per la prima volta
annunziato In quella dell' Abbazia di .S'. HJaria Latina il S. Filippo
morente lo credono dal Gagini (pag. 14S1, sebbene il Di Marzo nulla
ne dica.
Alcamo — La Chiesa di .S". Francesco d'Assisi contiene la statua di
S. Marco e quella della Maddalena credute di Antonello Gagini; (pa-
gina 186) del quale è pure la 6\ O/iva scolpita nel 1511 per la chiesa
di detta santa (pag. 190) ed altra opera del Camini (pag. 194). In
questa chiesa, vedesi la statua della Madonna di Trapani, scolpita da
Giovan Battista Marino (catanese non palermitano) nel 1730 (pag. 194).
Nella chiesa dei SS. Cosmo e Damiano si vedono le statue della
Pietà e della Giustizia, in stucco, opere di Giacomo Serpotta (1722),
del quale sono pure altre statue compite nel 1724 per la chiesa del
Monastero di S. /Francesco di Paola (p. 1S6 187). Nella chiesa di .S".
Maria del Soccorso finalmente, è notevole un quadro di S. Onofrio at-
tribuito a Filippo Palladini : parte del pubblico fonte è di Antonio
Gagini (1545) (pag- 188-1891, a' quale si debbono pure la statua di .S.
Benedetto (1545) nella chiesa del .iT^S". Salvatore, mentre nel monastero
di tal nome è una custodia grandiosa dello r.tesso Gagini (pag. 191),
ed altre sue opere sono nell'oratorio della Congregazione del SS. Sa-
cramento (pag. 194). Nell'abolita chiesa di 6'. Maria delV Idria è un
quadro di S. Antonio di Padova che il Meli attribuì a « qualche discepolo
del celebre Antonio Ricci di IMessina. detto il Barbalonga » (pag. 195;
ripetendo così lo errore dell' Orlandi, del Lanzi, e di altri, i quali
di Antonello Riccio (fiorente nella seconda metà del 500) e di Anto-
nio Barbalonga (1600-1649) ne fecero un solo pittore ! A quale dei
due è attribuibile quindi veramente il quadro?
[Conlinua)
— U5 -
Una Jtalua di Francesco Laurana.
Mons. G. Di Marzo — cui si devono varii e pregevoli stiulii sull'arte
siciliana — ragionando della statua della Madonna esistente in S. Ago-
slino a Messina, traeva argomento da una statua di ugual soggetto
commessa a Giovan Battista Mazzola nel 1542 per una terra di Fran-
cavilla in Calabria e, faceva notare che in questo contratto d'impegno
si voleva la xAIadonna uguale a quella di S. Maria di Gesù, scol|)ita
dal Gagini, ed il putto come ciucilo della statua di S. Agostino. E
poscia veniva alla conclusione, che era da sospettare « che 1' altra
« Nostra Donna in S. Agostino in Messina, da cui si dovea togliere
« come a modello il oambino, sia stata dal medesimo (Mazzola)
« scolpita pure dinanzi. La quale altra statua — contiiuia il Di Marzo
« — tuttavia esiste in detta chiesa, mostrando bravura di magistero e
« qualche simiglianza nel volt3 con 1' altra di egual soggetto nella
« chiesa di S. Francesco e recando ancor nella base pregevoli bassi
« rilievi, cioè l' Annunziazione in mezzo, e dall'un lato San Giuseppe
« col divin pargolo, e Adamo ed Eva coH'albero ed il serpe dall'altro:
« il tutto sul fare dell'età più fiorente dell'arte, comunque non mai
« toccando somma eccellenza. Laonde non credo improbabile, ch'essa
« ben rettamente sia pure ad attribuirsi allo stesso artefice (ij.
I messinesi intanto, considerato che la statua per Calabria dovea
essere uguale di altezza a quella eseguita dal Gagini per S. Maria di
Gesù, ricordavano pur essi la sonrglianza della Madonna di S. Ago-
stino con quella di S. Francesco d'Assisi, che or io rivendicai al
Gagini togliendola al ISLizzola cui l'aveva data il Di Marzo (2) e
sospettarono che quest'opera d'arte potesse appartenere invece veramen-
te al Gagini, ed a questi la attribuì la recente Guida di Messina^ che
dalla statua diede una prima riproduzione fotografica 13).
Ora però altro indirizzo piglia la critica artistica a proposito di
quella scultura, perchè il D.r Enrico IMauceri ed il Prof. S. Agati — oc-
cupandosi con amore e con cura d'un artista valoroso per quanto
Di Marzo, / Gagini ecc. L 759.
(i)
Vedi un mio articolo nella Gazzetta di flessimi e delle Cala-
(2)
brie del 20-2I Giugno 1905 (Anno /f3 N. 170). Di questa mia rivendi-
cazione, ne diede annunzio anche lo Archivio storico Messinese lAnno
VI (1905) pag. 163-1641.
3) 3/essifia e dintorni. Guida a cura del Municipio, pag. 340-341.
— 146 -
poco noto, del dalmata Francesco Laiirana — danno a cjuest 'ultimo
la Madonna in parola, riproducendone la figura accanto a quella d'al-
tra Madonna esistente ancora nel Duomo di Palermo (i). Madonne
completamente uguali tra di loro e — quel eh' è più strano — tanto
ben note al Di Marzo, il quale rivendicò al Laurana quella di Pa-
lermo (2), ritenendo invece del Mazzola quella di Messina. E i due rllu-
stratori del Laurana, ricordano pure che questa Madonna di Messina si
approssima a quella della chiesa della Crocifissione a Noto, ed alla Ma-
donna sul prospetto della cappella di S. Barbara nel Castel Nuovo a
Napoli.
Di Francesco Laurana aveva dato prime notizie il Di Marzo, ma
ora il Mauceri e lo Agati gli attribuiscono molte sculture sporse per
l'Isola, togliendole a Domenico Gagini, cui il Di Marzo le aveva gene-
ralmente dato, e concludono che in Sicilia molti altri lavori dovranno
esistere ancora, ignorati completamente , e che meriterebbero uno
studio accurato. Il che è da augurarsi che venga impreso, massime
ora che del Laurana si hanno notizie sicure, grazie alla competenza
ed allo affetto dei suoi due valorosi illustratori.
L'ex cappella del Rosario in S. Domenico.
Incendiata in settembre 1848 la monumentale chiesa di S. Do-
menico dalle truppe borboniche, i frati raccolsero qualche scarso a-
vanzo e provvisoriamente adattarono a chiesa pel culto del Rosario l'anti-
co refettorio, mutandone in sagrestia la cucina, salvo a provvedere in
seguito alla ricostruzione della chiesa incendiata. Però, avuto luogo
la soppressione dei corpi monastici, i locali venivano ceduti in gran
parte alla Provincia, la quale v'istallava il Convitto Normale Fem-
minile , ed ora vi aggiungeva tutti gli uffici della Questura Centrale.
Quest'ultima innovazione decise intanto della cappella del Rosario,
che fu necessità di occupare, ed allora la Provincia, con assai lode-
vole provvedimento, assegnava al Museo i seguenti oggetti che il 21
giugno 1906 veuivano consegnati, cioè:
I. Tre busti in marmo, esprimenti il Generale Visconte Cicala, il
Duca di Castrofilippo Visconte Cicala e il cardinale G. B. Cicala, fa-
ciente parte tutti e tre del grandioso monumento di quella famiglia.
(i) Francesco Laurana in Sicilia (In Rassegna cV Arie, Anno VI
N. I. Milano 1906).
(2) Di Marzo Op. — cìt. I. 46-47-4S-255.
— 147 —
attribuito al Montorsoli, che da molti anni era gi<à stato consegnato
al Museo.
2. Una lastra di marmo con a bassorilievo l'Annunziata.
3. Un Crocifisso d'avorio con due statuette e fregi in bronza.
4. Quattro quadri, due dei quali su tela, esprimenti l'uno S. Ca-
terina da Siena, e l'altro la Madonna della Lettera, e due su tavola
raffiguranti il primo il Martirio di S. Placido, e l'altro S. Vincenzo
Ferreri (non S. Domenico, come si era sempre creduto) tutti d'autori
ignoti (i).
Dalla Cappella poi, venivano dati per uso del culto molti oggetti
ad altre Chiese, e al Duomo si assegnavano le campane del campanile
che , eretto nel 1717 , ora lu necessità abbattere. Di queste campane,
le due più piccole sono assai moderne, essendo stata fusa 1' una nel
1S44, e l'altra nel 1S61 recando questa a lato:
OPVS lOSEl' {sic) COSTANTINO lS6t
Invece è interessante la più grande di tutte, elegante di sagoma,
slanciata, e d'uno spessore di undici centimetri. Essa venne fusa nel
1540 da Michele Salicola, per incarico di fra Giovanni Salvo de Li-
gnamine, priore del convento di S. Domenico, e reca in alto il mo-
nogramma IHS fra raggi ;
più sotto la data MDXXXX e più in
basso, a mezzo rilievo, la figura della Madonna del Rosario col Bam-
bino in braccio, e S. Domenico a lato. Sotto queste figure si legge
la seguente iscrizione, dove ancora una volta si ripete la nota invo-
cazione meiiteiìi sanclam ecc. tanto comune nelle campane, e che i.x
parte — come si sa — del sermone de Sancta ^Iga/ha, scritto da
Odone di Chateauraux :
JeSVS marie FILIVS SIT NOniS CLEMENS ET PROPITIVS
MEMTE.M S.\NTAM SPONTANEAM HO.XOREM DEO ET PATRIE LIBERATIO-
MESSANE NE.M ETC.
TEMPORE PRIORATVS FRATRIS IOANNIS SALVI DE LIGNAMINE
(i) Tutti questi oggetti erano stati da me additati pel Museo in
un articolo dal titolo: Un affresco della battaglia di Lepanto, inserito
nella Gazzetta di Messina e delle Calabrie del 27-28 febbraio 1906
(Anno 44° N.° 59). Giova però notare che nell'opera Messina e dintor-
ni (pag. 2S7) — per errore —
s' era detto che il quadro di S. Dome-
nico (s'c) risale al secolo XIV, mentre è di gran lunga posteriore.
-- 148 —
Sull'orlo della campana, è poi il nome del fonditore, sconosciuto
fino adesso:
MICHAEL SALICVLA ME FECIT
La seconda campana, grande anch'essa, venne fusa nel 1716 da
Alberto Lo Gullo, appartenente ad una sconosciuta e pur valorosa fa-
miglia di fonditori. Da un Iato, reca in un rettangolo la S. Famiglia
a bassorilievo, e sotto la iscrizione:
(j";ESVS PERFKCTISSIMA DE(/l PATKIS IMAGO
MISERERE NOSTRI
MARIA VIRGO DEI l'ATRIS FILIA ET
JOSEPH DEI EILV PVTATIVVS
PATER ORATE PRO NOBIS
Dall'altro lato, la campana ha un ovale con a bassorilievo la fi-
gura di S Caterina da Siena, e più sotto la leggenda:
SANCTA CATHARINA SENENSl
JESV CHRISTI SPONSA
ORA PRO NOBIS
MDCCXVI
Più in basso, è il nome del fonditore:
OPVS ALBETl {sic) LO GVLLO
La terza campana è di Giuseppe Lo Gullo, il quale la fuse nel
1757 esprimendovi un S. Domenico, e firmando:
1757
OPVS JOSEKPI [sic) LO (6"jVLLO
La volta dell'abolita cappella, intanto è decorata da un grandis-
simo rettangolo a fresco, esprimente Pio V sopra un carro dorato
sostenuto da leoni, che benedice la flotta cristiana a Lepanto sul de-
clinare della memoranda battaglia del 7 ottobre 1571. E si scorge la
nave ammiraglia con D. Giovanni d' Austria, il mare delle Curzolari
e la fiotta turca disfatta. L'affresco — lo dico subito — non è iin'o
pera d'arte; è in cattive condizioni; non si conosce di esso né l'autore
— 149 —
né l'epoca precisa ti) nn intere^sa — per il soggetto espressovi — la
storia nostra, anche perchè prova che, fino a ben tardi, Messina ricor-
dava la gloriosa battaglia e V additava ai posteri. Riattando i locali
per uso della Questura, la Provincia potrebbe conservare questo aftre-
sco, tanto più che abbattendolo niun vantaggio... serio ne risentirebbe
il paese ! (2)
Notevole è poi il magnifico atrio a portici dell'ex convento, dove
è una porta molto interessante per l'epoca, unico ricordo dei Templari
che qui avevano l'Ospedale e la Chiesa di S. Marco. L'atrio potrebbe
adattarsi per uso dell'annessa Scuola Normale Femminile, esproprian-
do la metà del portico già venduto alla Ditta Ford. Baller e C, e riat-
tivando la vasca sottostante alla statua di S. Domenico, quale vasca
io già vidi buttata — non so il perchè — nella ex chiesa di S. Elia.
E la Provincia — rendendo più adatto per uso di scuole un atrio attual-
mente abbandonato — conserverebbe al paese anche un magnifico
portico che è un'opera d'arte, e che è, nello stesso tempo, un grato
ricordo della bontà di sentire dei nostri maggiori.
Pria di finire, ricordo che a terra, nell'atrio medesimo, vidi but-
tate due lapidi sepolcrali provenienti dalla chiesa di S. Domenico.
L' una, decorata da un grande slemma, non reca iscrizione alcuna ;
(i) Lo Arenaprimo {La Sicilia nella battaglia di Lepanto, pag. 189
nota 2*) dice che questo afiresco è probabilmente di Tuccari, o dello
Scilla o del Suppa i quali lavorarono in S. Domenico, e lamenta che
oggidì esso ha assai perduto dall'antica bellezza. La Guida di Messina
già citata, invece lo attribuisce ai fratelli Filocamo, seguendo il Gallo,
il quale neW Apparato ai suoi Annali (pag. 118) assegna anche l'anno
1703. L'errore è venuto dalTaver confuso questa cappella (sorta dopo il
1848 nel Refettorio; con la cappella antica del Rosario, ch'eia in altro
posto, e dove il Grosso Cacopardo vide i menzionati affreschi del Fi-
locamo, esprimenti però tutt'altro che la battaglia di Lepanto.
(2) Sappiamo intanto che una sottocommissione della commissio-
ne di Antichità e Belle Arti di Messina hi già proposto alla Provincia
che l'affresco di cui sopra venga abbattuto. E forse già si è data ese-
cuzione alla proposta.
N. d. R.
— loO —
l'altra ha scolpito — sotto le armi del defunto — la sefjliente epigrafe
sino adesso sconosciuta :
D. o. M.
OCTAVIO VIGNOLO PATRICIO
GENVENSI AR IMMATURA
MORTI RAPTO
FLAMINIA VXOR AMANTISS.
NON SINE LACnR\MlS
TVMVLV HVNC ERKXIT
OniIT PRD. IDVS OCTOB. I59S.
G. La Corte Cailler.
Sulla Regia Zecca dì Messina.
NeWArc/iivio Sporico Siciliano (N. S. Anno XXX, fase. Ili) il Be-
nef. Ignazio di IVIatteo, traendoli dalle carte dell'Archivio di Stato di
Palermo, pubblica alcuni « Conti inedili riguardanti la coniazione dei
piccoli della Reggia Zecca di Messina nelPanno i^6i ».
È un bel documento, al quale 1' Autore fa precedere giudiziose
considerazioni sulle molteplici frodi adoperate in tempi anteriori a
quell'anno nella coniazione delle basse monete. Esso « in altro non
consiste che in un notamento di tutte le partite d' esito e d' introito
per la coniazione dei piccoli, ed è eseguito, però, con tanta diligenza
ed inappuntabilità da farci quasi dimenticare quei tempi, a dir vero, non
molto lontani, come si rileva da un dispaccio del re Alfonso del 1437,
in cui si muovono lagnanze in riguardo alla R. Zecca, anche perchè non
si rendeva esatto conto degli introiti e delle spese ».
^ 151 -
SOCI ESTirUI
GIACOMO GALATTI
Non eran che appena pochi mesi che il nostro Sodalizio lo aveva
eletto socio (il onore; e quando più questo Archivio storico aspettava
da lui vigore e lustro di opera, con tristezza pensosa ne deve regi-
strare la morte.
Egli aveva 56 anni. E chiuse la vita in un intenso lavoro intel-
lettuale, tra l'aspro travaglio di una avversa fortuna, e il muto dolore
di amarissinii disinganni; mentre i più lo credevano inoperoso e felice,
là, nella sua villa al Faro Superiore, dove si era da varii anni ritratto
con la sua famiglinola, nella casa degli avi che ebbe cosi lieto splen-
dore di sorti.
Giacomo Galatti non frequentò pubbliche scuole. Di cospicua e do-
viziosa famiglia, potè avere maestri particolari, e, fra gli altri, ne ebbe
due insigni, il T.izio Bruno, per le lettere italiane, e il Sac. Giuseppe
Crisafulli, per la filosofia. Nato da padre siciliano e da madre te-
desca, portava in sé la impronta delle due razze. E l'uomo era tutto
nello scrittore. Ingegno vigoroso e bizzarro, fortemente meditativo e
ad un'ora genialmente arguto, animo ardente di entusiasmi nobilissi-
mi e di idealità generose: egli, fin dalla prima giovinezza si mostrò
felicemente atto agli studii letterari! e storici, e li coltivò sempre con
dignità e con onore. Scrisse parecchi drammi e li fece rappresentare;
ma ebbero poca fortuna, né egli volle più ritentare la scenica prova.
E fu proposito di savio: poiché, a scriver pel teatro con eccellenza di
magisteri occorrano facoltà singolarissime e molteplici ; e tanto più
squisite, più argute e potenti ove si voglia recar sulla scena figure,
episodii o interi complessi fatti di altre età.
Si addisse invece tutto ai romanzi e alle storie, e vi divenne presto
scrittore valente e chiaro. Erano in lui concordanti varie forze per
sollevarlo dalla volgare schiera: la larga preparazione della coltura,
l'ampio corredo di una erudizione varia, la conformazione dell'intel-
letto e le attitudini agili ed energiche. Ne' suoi romanzi la finezza
della osservazione psicologica è lumeggiata dalla efficacia dell'arte co-
- 152 -
lorilrice : comunque non di rado quella finisca in un j^aradtisso stra-
namente afìfermato; e (luesta riesca indeterminata e ine,:;uaie. Ma
anche dallo scriver romanzi aveva cessato fin dal 1S83, come per
raccogliersi intero nella grave meditazione delle storie, non pure ita-
liane ma anche straniere, specialmente francesi, né politiche e civili
soltanto, ma altresì letterarie. I saggi sul Molière, così densi e pur
così freschi e arguti, così ricchi di erudizione e così briosamente spi-
gliati e fosforoscenti, attestano in lui una conoscenza perfetta della
letteratura francese, dell'ambiente storico in cui essa si venne formando,
e del mondo che essa ritrae in opere immortali; una special conoscen-
za di quel secolo XVI [ magnifico per tanta gloriosa primavera di geni; e
sul quale in Italia non si era ancora scritto veramente alcun lavoro pro-
fondo e geniale. E nel Telemaco di Fénelon, il Galatti, con genialità
arditamente originale vide un precursore inconsapevole della Rivoluzio-
ne francese.
Egli aveva il senso storico: né a' suoi studi falliva il metodo.
Filosofo era, e non raccoglitore e narratore inconscio. E se l'opera
sua talvolta riusciva incompleta per difetto di documenti, come nel-
V Italia al Mille (1870), nel Federico II. e l'Italia a' suoi tempi 11S71),
e nel Giulio /ìlberoni (18761; e per notizia non piena di tutti gli studi
già fatti intorno all'argomento da lui trattato, se ne potrebbe trovar la
ragione nelle speciali condizioni del luogo. .Senza i documenti non è
possibile la precisa ricostruzione dei fatti, uè critica che abbia autorità
e saldezza di fondamento. Non è possibile là, ove non siano biblioteche
ricchissime, o facile modo per avere libri bisognevoli, recar compiuti
i
certi lavori; ma resta pur sempre il mei ito a questi forti ingegni di
averli concepiti, e di essersi mostrati degni, per la luce lasciatavi, degli
altì cimenti intellettuali.
Ma questa povertà di documenti non si nota nell' ampio e pode-
roso lavoro sulla Rivoluzione e 1' Assedio di Messina (1674-78): uno
dei maggiori avvenimenti d'Italia nella seconda metà del secolo XVII.
E una illustrazione criticamente elaborata su copiose fonti sincrone,
per la pili parte inedite, che il Galatti varie volte ristampò, e sempre
con rifacimenti lodevoli, e giunte preziose, e documenti, quanti più potè,
nuovi di grande valore. Opera di lunga lena alla quale Egli dedicò molti
anni di ricerche severe, di studio e di amore, per cogliere, con alto inten-
dimento di storico dì filosofo di patriota, quella verità che i contem-
poranei per tristissimi e funesti odii di parte tradirono, oscurandola e
falsandola ; e i posteri per incuriosa ignavia trascurarono di cercare
e dichiarare.
- m -
E l' opera del ricercatore perseverante, del critico acuto, dello
storico spoglio di ogni passionale preconcetto, diviene nella sposi-
zione fortemente colorita un vasto dramma tumultuoso e sanguigno,
ma pur così splendido di patriotica gloria; e del quale se è principal
teatro INIessina. ancpr ne sono partecipi 1' Italia e 1' Europa. In codeste
scene fremono eroicamente i nobili spiriti ribelli, e si agitano furibonde
le plebi inconscie sostenitrici della straniera signoria; i Senatori, ma-
gnifici difensori di libertà, co' grandi maestri del diritto, sorgono tra le
ire faziose e le resistenze orgogliose del governo spagnuolo ; l' un
contro l'altro sono in armi il i e Cattol'co e Luigi XIV; e questi, per
i suoi interessi politici, e pei fascini e i fini reconditi della sua favo-
rita Madama di Montespan, concede ai nobili messinesi, a lui recatisi
in ambasceria, i chiesti soccorsi; ma dopo le vittorie, perfidamente, di
un tratto, li abbandona; ed essi fuggono al feroce furore dei ritornati
spagnuoli, mentre la Patria cade tra le rovine dell'estrema catastrofe....
Di questo gagliardo lavoro ho varie volte scritto, e scriver debbo
ancora in uno studio intorno al Galatti e all'opera sua, a cui attendo
come per assolvere una promessa fatta al suo spirito e al mio cuore.
Ma in questo Archivio, pel suo speciale istituto, più che altrove, mi
par debito e insieme onesto orgoglio affermare, e qui più solenne
sarà l'affermazione raccolta dal comune assentimento che : la illustra-
zione del Galatti, evocatrice mirabile di cosi memoranda riscossa, è
da annoverare tra le più pregiate monografie di scienza storica venute
in luce nella seconda metà del secolo passato. La critica alta italiana
e straniera fu concorde nel giudicare sì fattamente quel libro, che
parve a tutti non solo opera storica egregia, ma altresì, per i morali
intenti che lo governano, una insigne opera di verità e una singolare
azione buona.
E mentre il valente A. Levinck nella Revue Bleu, politiqiie e lit-
téraire^ dichiara questo libro une exceliente page d'histoire univer selle;
l'esimio scrittor madrileno Diaz-Perez saluta in Galatti un ilustre histo-
riador italiaiio. Altri storici avevano narrato la Rivoluzione messinese
contro lo Spagnuolo: con magniloquenza antica il Botta, e poi il La
Farina nostro ; ma erano narrazioni incompiute e non documentate.
Ne lo studio dell' Otto Hartwig pubblicato nel 1S67 a Gottinga, con
altri scritti, bastava alla piena illustrazione di quella sollevazione gene-
rosissima e famosa. Il primo a far di essa la storia compiuta, con rigore
scientificamente critico, ricerca del documento, esame delle fonti, inda-
gine delle cause e facoltà deduttiva, e, giova ancora principalmente no-
tarlo, con serenità non vinta né turbata da' suggestivi ricordi di antiche
— 154 —
gare di campanile; fu, per fermo, Giacomo Galatti messinese; e il
primo altresì ad innalzare la storia di quel gran moto nell'ampia luce
delle sue relazioni con tutta la politica europea di quell'ora.
In questi ultimi anni Egli collaborava assiduamente alla Rivista
d'Italia e alla Deutsche Reme di Stuttgart, e tra i più notevoli recenti
lavori pubblicati in quella ricorderemo : // Calvario di una Regina
fcioè, Maria Luisa di Borbone); ed in questa, il dotto e originale stu-
dio su: Friedrich der Grosse nnd die Gesellsckaft Jesu. L'onore che gli
veniva da sì fatta collaborazione confortava dolcemente la sua estrema
vita, che gli durò sempre infelice e travagliosa fino al 7 maggio
del 1806. Il suo ultimo scritto. L'Italia nelle Crociate e la politica co-
loniale italiana, apparve postumo nella Rivista messinese Sicania.
La morte spense questo nobile e vigoroso ingegno nella sua piena
maturità : da lui gli studi storici aspettavano niiovi contributi preziosi.
Degna del patrio compianto è la fine quasi improvvisa di questo
valente e dotto uomo : degna di onoranza è la sua memoria ; e a
ravvivarla tra gli studiosi ho fede che bastino i suoi libri, ove egli ha
lasciato la parte migliore e più splendente del suo spirito. A lui tor-
nerà spesso il dolente pensiero di quegli amici sinceri e non de la
ventura , così pochi ma così fidi, che poterono conoscere per lunga
e intima prova la nobiltà altera del suo intelletto, non meno che la
bontà della sua anima così onestamente e semplicemente ingenua ,
così candidamente affettuosa sotto apparenze e forme esteriori che
ai grossolani spiriti parevano indifferenza insensibile, o selvatichezza
di natura. Egli fu dotto , fu buono , fu sempre infelice. Né queste
parole mie pajano espressione di triste pessimismo; né suonino sulla
tomba dell'amico sventurato rampogna alla vita ed agli uomini ;
ma
piuttosto voce postuma di una sincera pietà, pur cominciata per Lui
vivente ed invano sperante nella perfezione morale del mondo.
G. Chinigò.
Il 12 maggio u. s, dopo breve malattia, estinguevasi in Palermo
l'illustre €omm. Kz\FFAEL,E STAKKABBA Barone di Ralbiato,
dotto diplomatista, storico sapiente, gentiluomo di antico stampo, che
spese la sua attività a vantaggio dei buoni studi ed a sostegno di opere
belle e generose, amministrando vari istituti di beneficenza, e disimpe-
gnando gl'importanti e fiduciosi uffici di Soprintendente dell'Archivio di
- 155 -
Stato, di Vice Presidente della Commissione Araldica Siciliana, della
R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti e della Società Siciliana per
la Storia Patria di quella città.
Profondo lutto ne vien con la sua dii)artita aj^li studiosi delle
memorie patrie, che in lui riverivano il maestro di dottrina ed espe-
rienza singolari, l'amico buono e gentile, largo di consigli e di aiuti
a quanti a lui ricorreano per essere illuminati sulle più intime que-
stioni storiche o degli antichi ordini costituzioiiali ed economici sici-
liani. « Pochi uomini — ha detto il Pitrè con tutta la maestà del do-
lore, nel dare l'estremo saluto alla salma dell'amico illustre e caro —
pochi sentirono al par di lui la sacra riverenza delle antiche memorie,
liete o tristi, gloriose o infelici, del nostro paese, perchè a pochi,
meglio che a lui, si fecero manifeste le ragioni intime dei fatti palesi
e le istituzioni di un popolo, che fu nazione fino a ieri (i) ». E della
storia nostra fu conoscitore profondo e sicuro, conducendo i suoi studi,
con spirito imparziale e con metodo positivo, mercè pazienti ricerche
negli archivi e con documenti inediti, che venivano da lui lumeggiati
splendidamente, per la conoscenza superiore che avea della paleogra-
fia e delle lingue classiche, e con tutto il corredo inestimabile di co-
gnizioni, apprese con serietà ed innata vocazione sin dagli anni giovanili,
rafforzate ed arricchite giornalmente, e maturate da un intelletto lu-
cido, penetrante, multiforme, quale il suo. Così la figura veneranda di
KAFFxVELE STAKISAUIS.V. come studioso e come scrittore, riluce
nella patria letteratura accanto a quelle di Michele Amari, di Salvatore
Cusa, di Isidoro La Lumia, di Giuseppe De Spuches, di Monsignor
Carini, suoi maestri e collaboratori carissimi, dai quali fu tenuto in alto
e meritato conto. Era nato in Palermo al 4 gennaio 1834.
Ricordare tutte le pubblicazioni del Barone STAKRAISltA sa-
rebbe impresa ben difficile, dappoiché egli, entrato nell' agone let-
terario nel 1863, con un Progetto di classificazione cC una bibtioteca,
sino agli ultimi giorni della sua vita, die costante esempio di opero-
sità intellettuale, studiando e lavorando indefessamente, dando alle
stampe elaborate monografie e collaborando anche nelle migliori rivi-
ste, fra le quali la Rivista Sicu/a, le Nuove Effemeridi Siciliane e XAr-
chivio Storico Sicitiano, che prescorse la nuova serie, inibblicata poi
dalla benemerita Società Siciliana per la Storia Patria, della quale lo
Starrabba fu tra i più zelanti fondatori e poscia degno Vice-Presidente.
(i) Z' Ora, 15 maggio 1906, anno VII num. 134.
— 156 "-
Egli ebbe per la storia di Messina una predilezione speciale, e
dei nostri antichi privilegi, delle consuetudini, delle opere dei nostri
storiografi fu illustratore e commentatore sapiente ed accuratissimo.
Diamo qui la bibliografia di queste opere — le più poderose uscite
dalla sua mente vigorosa e vasta :
// Conte di Prades e la Sicilia [i4'n-i4jg). Documenti inediti per
servire alla storia del Parlamento siciliano. Palermo, L. Pedone Lau-
riel, 1872. Interessante contributo per la storia del Parlamento Siciliano
di Catania del 147S, e delle rivalità fra gli ambasciatori di Palermo e
quelli di Messina per il primo posto e la prima voce in quel consesso.
/ Diplomi della Cattedrale di Messina raccolti da Aìitonino Antico^
pubblicati da un codice della Biblioteca Comunale di Palermo, Palermo,
Tip. Michele Amenta, 1888, nei Documenti per servire alla storia di
Sicilia per cura della Società Siciliana per la Storia Patria^ voi. I.
Scritti inediti o rari di Antonino Amico e documenti relativi al
jnedesimo. Palermo, Tip. dello Statuto, 1891. Documenti cit. voi. I.
IV serie.
Consuetudini e privilegi della città di Messina sulla fede di un
codice del XV. secolo posseduto dalla Biblioteca Comunale di Palermo,
Palermo, tipogr. del « Boccone del Povero », 1901. Di questo libro
avea dato precedentemente una diffusa notizia nell' Archivio Storico
Siciliano (voi. XXIV. fas. I-III}: Di un codice delle coìisuetudiìii e dei
privilegi della città di Messina, Palermo, tip. « Lo Statuto » 1899.
Come di tutti gli umanisti siciliani dei sec. XV e XVI lo Star-
rabba fu studioso ammiratore del nostro Francesco Maurolico, e
come gli fossero familiari le opere, e quanto apprezzasse il merito di
quel grande intelletto in rapporto alla cultura contemporanea, die
prova in una lunga e dotta disamina del volume pubblicato dalla
nostra R. Accademia Peloritana: Commemorazione del IV centenario
di Francesco Maurolico — MDCCCXCIV.
G. Arenaprimo.
* *
Appresasi la morte dell' illustre Barone STAKUABBA, che fu
socio onorario, sin dalla fondazione, della Società Storica Messinese, il
Consiglio Direttivo della stessa, ha telegrafato al chiarissimo Cav. Dot-
tor Giuseppe Lodi, anche egli nostro socio onorario, per rappresentarlo
ai funerali, eh' ebbero luogp a Palermo il 14 maggio, in forma solenne,
col concorso delle autorità e della più colta e distinta cittadinanza di
quella bella e gloriosa città.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
L. Lizio-Bruno, Di alcuni ingiusti giudizi sulla spedizione dei Sette-
cento Siciliani in Calabria nelVanno 184S. Palermo 1905 in 8°.
L'odissea dei 700 Siciliani, che, sotto la guida del gen. Ribotty,
mossi da Milazzo, il 13 giugno 1S48 sbarcarono in Calabria, non già
per promuovere, ma per aiutare la rivoluzione che colà si fece inten-
dere loro fosse già divampata , è stata oggetto di parecchi capitoli
nelle storie che di quell'anno si occupano; malgrado ciò non è tuttavia
stata finora su di essa pronunziata I' ultima parola, né è difficile che
per essa altri scritti ed altri documenti delucidativi saran posti alla
luce nell'avvenire.
È con piacere frattanto che sul dibattuto argomento vediamo por-
tata la dotta ed equanime parola dell'esimio prof. Lizio-Bruno. Fu egli
a ciò mosso da patriottico sdegno per l'ingiusto e superficiale giudizio
di alcuni scrittori italiani, che, male informati da chi forse avea biso-
gno di scagionare le proprie colpe, l'opera dei 700 Siciliani assai di-
versamente qualificarono da quella che i fatti stessi svoltisi in Calabria
mettono in evidenza.
Il Lizio-Bruno, che fra questi eroi disgraziati noverava due stretti
parenti, trovandosi in grado di correggere le inesattezze in cui inciampò
il Settembrini, e che finora ad onore di tanto illustre uomo nessuno
avea rilevato, discorre con brevità e precisione di quegli avvenimenti,
che, malgrado le gloriose giornate di Spezzano Albanese e di Castro-
villari, doveano risolversi in un disastro, non già per colpa de' Sici-
liani, ma della scarsa cooperazione loro offerta dalle calabresi popola-
zioni, presso cui il movimento rivoluzionario o non era maturo , o
veniva soffocato sul nascere dalla paura che destarono gli eccidi na-
poletani del 15 Maggio.
Saggiamente l'A. osserva contro il parere del Settembrino che la
spedizione non avrebbe potuto avere per primo obbiettivo la città di
Reggio, impedita com'era nello stretto di Messina ove imperavano le
forze borboniche, e trovando nella reggiana Provincia lo stesso spi-
rito fiacco e poco propenso ad osare una vera e propria sollevazione
che già sperimentò nelle popolazioni cosentine e cat^tnzaresi. E con
l'autorità di ragguardevoli persone che l'A. procede eziandio nella sua
dissertazione per distruggere due infelicissimi giudizii, uno del Poerio,
— 158 -
da Jacirierosi bonachi bravi militi siciliani, l'altro di
che qualifica i
certo Liipis-Crisafì, avvocato calabrese, che li accusa di aver fatto
abortire la protesta annata aW eccidio del 15 maggio! Ingiuste e
calunniose accuse tutte; perdonabili forse quelle del Poerio non scritte
])el pubblico, ma in lettera confidenziale,
e in momento di eccitazione
o di sconforto; insostenibili, perchè del tutto contrarie alla verità sto-
rica, quelle del Lupis-Crisafi, e che ben a
ragione il Lizio-Bruno chia-
ma melcusaggini.
Lodiamo quindi l'A. di questo lavoro accurato ed elegante come
tutte le pubblicazioni di lui, e assai più lo lodiamo per lo spirito patriot-
tico che lo informa e per il ^\\\^i nobilissimo a cui mira, che è quello
supremo della giustizi.i e della pul)l)lica moralità.
Die Insel Sicilien in volkswirtschafUicìier, kullare Iter und sozialer
Beziehuìig. Von Georg ÌVeniierl. Mit ciner Karte von Sicilien.
Berlin, Dietrich Reimer, 1905 in S" gr.
Ancora un'altra descrizione della Sicilia quasi ce ne fosse penuria!
Ciò non ostante questa che ci presenta il D.'' Giorgio Wermert è tia
le più degne di considerazione. Geografia, storia antica e moderna,
geologia, vulcanologia, idrografia, climatologia, agricoltura, industria,
commercio, usi, costumanze ecc ecc. tutto quanto ha attinenza con
l'isola nostra, tutto è minuziosamente e con giudizio esaminato e de-
non già per semplice impressione ricevutane come
scritto dall'autore,
viaggiatore, ma con la scorta di documenti ufficiali od altrimenti au-
torevoli, con più sana critica e co' dati statistici più accreditati.
la
È veiamente questo del dotto tedesco un buon libro, soprattutto
utile pe' forestieri che vogliano conoscere le nostre ricchezze e le
nostre miserie, o che ne abbiano bisogno per ragion di commercio.
Disgraziatamente anche quest'altro libro pubblicato al di là delle Alpi
non ha potuto sottrarsi al preconcetto d' una mafia siciliana che non
è sempre la vera, ma che è fondata sopra una superstizione abbastanza
condannabile, il che non può che scemar pregio all'opera intera, la
quale in tutto il resto non manca di equanimità.
DoTT. Vincenzo Finocchiaro — La rivoluzione Siciliana del 1S4S 49
e la spedizione del Generale Filangieri. Catania, F. Battiato, Edit.
1906 in S.' con tav.
Mancava fin 'oggi una storia critica delle operazioni militari svol-
tesi in Sicilia dal Settembre 1848 ad Aprile 1849, e a siffatta lacuna
— 159 —
sopperisce con amore e competenza l'autore di questo libro. Alcuni
capitoli di questa importante pubblicazione sono bensì dedicati alla
parte politica della siciliana rivoluzione, ma, benché fugacemente trat-
tino l'argomento, vi stanno tuttavia ben appropriati a migliore delu-
cidazione della parte essenziale dellopera, che è, come abbiam detto
la militare.
È qui appunto dove l'autore dà prova del suo ingegno e delle
sue larghe cognizioni: l'abilità tattica e strategica del capo dell'eser-
cito invasore, l'inettitudine dei ministri e dei comandanti l'esercito si-
ciliano sono ben dimostrate: il terreno dove gli attacchi più importanti
si sono succeduti è "da lui ben conosciuto e studiato, e le giornate di
Messina, di Taormina e di Catania son assai ben descritte. Molto en-
comiabili sono gli schizzi topografici de' campi di battaglia, i quali
riescono una vera primizie pel pubblico siciliano, come anche è una
primizie per esso la pubblicazione di Alberto Maag intorno ai Reggi-
nienti svizzeri nella spedizione di Catania^ ch'egli dà tradotta in Appendice.
I documenti poi che corredano il libro in parola, benché non tutti
importanti, che qualcuno è anzi addirittura risibile, accrescono il
pregio dell' opera, e pregio ancora le danno le note biografiche, con
precisione ed equanimità eseguite, de' vari personaggi eh' ebbero
parte precipua, prò' o contra, negli avvenimenti politici e militari di
quel tempo.
Malgrado però tanti e si svariati pregi, quest'opera che dovrebbe
trovare gran favore nel pubblico, attende ancora qualche ritocco. E
in primo luogo, a noi sembra che non tutte le fonti siciliane, alle
quali attinse 1' autore siano degne di troppo credito, essendocene
qualcuna in cui il romanzo è scambiato per storia, soprattutto nella
narrazione delle giornate di Messina dal 3 al 7 settembre; né tutte
le fonti straniere riferentisi ai fatti militari dei tragici avvenimenti
messinesi pare che sieno conosciute dall' egregio autore. Infatti ,
delle tìnte pubblicazioni A cui diede luogo la polemica succedu-
ta posteriormente alla presa di Messina, è strano che non sia te-
nuto conto di quelle delMiloro (x), del Calona (2), del Pellegrino (3)
(1) SiLgli avvenimenti di Sicilia osservazioni di Antonino Miloro.
Malta, tip. Cumbo, 1S49 in 8.*»
(2) Cenni storici e militari sulla rivoluzione e caduta di 'Messina
nel 1848. (Autore Ignazio Calon.\) Italia (Malta) s. n. di tip. 1851
in 8.0 con tav.
(3) Lettera di Luigi Pellegrino a Giuseppe La J/asa. Malta, s. n.
di tip. 1S50 in 8.<' con tav.
- 160 -
e del Palmeri 'i) che molta luce gettano su queiravvenimento. Ed è
da deplorare assai che la ricerca dell'opera del Colonnello Steiger '2)
gli sia fallita, potendo di essa 1' autore, assai meglio che di quelle
direttamente ispirate dal Filangieri, avvalersi per la conoscenza delle
cose passate nel campo regio; né in un' opera che discute fatti mili-
tari di tanta importanza ci sembra perdonabile 1' ignorare o il tenere
in niun conto le relazioni dei Colonnelli Riedmatten e Murali (3), del
Tenente-Colonnello Rediger (4), del Maggiore Von StiJrler (5), e so-
prattutto i documenti ufficiali sugli afìari di Napoli e Sicilia nel 1S48
e 49 presentati al Parlamento Britannico (6), vere miniere di notizie
e di apprezzamenti preziosi.
Ad ogni modo, le operazioni militari dall'autore descritte io questo
]ibro nella loro parte essenziale ci sembrano inappuntabili: completi i
capitoli dal IV alla fine dell'opera (tranne che nella bibliografia la lieve
omissione del libro del Cantalupo (7) sulla rivoluzione di Catania) :
non inesatta, ma alquanto monca la descrizione dei casi di Messina
nei capitoli II e III, soprattutto nel fatto estremo e decisivo dell'espu-
gnazione del Monastero della INIaddalena, che diede agio alla congiun-
zione delle due Divisioni attaccanti, e che decise della caduta della Città.
(i) Relazione storica delle operazioni de IP artiglieria siciliana nella
guerra di Messina nel 1S4S delV avv. Ignazio Palmeri. Messina, tip.
del Commercio, 1860 in 8."
(21 Les Réginients Suisses de Naples dans les annces 1S4S et 1S49
par un Officier du Régivient Bernois. (Colonel Von Steiger) Neuchatel,
s. n. de typ. 185 1 in 8.°
(3) Rapporti dei Colonnelli Riedmatten e Murali intorno ai lìiori-
iiienti co^ quali i Reggimenti j° e 4" Svizzeri han contribuito alla presa
di Messina. Napoli, tip. A&W Araldo, 1849 in 8.»
(4) Relation historique des opérations du. j.e Re'ginient Suisse à la
prise da la Ville di Messine per M. Hediger, Lieutenant-Colonel Co-
nmìidant le 2.t- Bataillon du j.e Régimeìit Suisse. Naples, Impr. de
V Araldo, 1849 '" 16."
(5) Die Ereignisse in Messina am 6 und 7 Septeniber IS48. Voti
einem Aiigenxeuger des 4.0 Schweizer Regiinents (Major A. von Stiir- - .
ler) Bern, Jenni Vater, 1849 in 8.°
(6) Correspoìidence respectìng the affairs 0/ Naples and Sicily
1848-4^. Presented to bolli Houses of Parliement by conimand of Her
Majesty. London, 1S49 i" 4"
(7) L' insurrection de
. Catane en 1S4S. Par Benedetto Cantalupo.
Paris, Garnier frères, 1853 in 8.»
- 161 —
Soiìo questi, a dir vero piccoli nei, ma che farebl)e bene l'egregio
autore se li facesse scomparire in altra edizione, che cordialmente gli
auguriamo di vedere al piti presto, perchè ne è meritevole l'opera di lui.
Per ora non ci rimane che dimostrargli la nostra simpatia, e por-
gergli le nostre più vive congratulazioni.
G. O.
Cronaca del Gabinetto di Lettura di Messina, Messina, Tip. F. Ni-
castro, 1906.
11 Gabinetto di Lettura di Messina è oggidì una associazione fioren-
tissima e frecjuentata da ben novecento soci. Venne costìtuila nel 1860
eil occupò sin d'allora i locali a pianterreno del teatro Vittorio Ema-
nuele, i quali erano stati prima ceduti alla Società Arazionale, fondata
da Giuseppe La Farina, moiti componenti della quale avean gettato
le basi del nuovo gabinetto. 11 Prof. Michele Basile, che era appunto
fra essi — che ne fu inag7ia pars insieme all' architetto Leone Savoja,
al cav. Luigi Benoit, al dott. Cambria, ai nobili e colti cavalieri Cala-
paj G. B. e Cianciolo Domenico, ai banchieri Leila Sitfredi e Mauro-
mati Giuseppe, all'avv. Vincenzo Picardi, poscia deputato al Parla-
mento, all'insigne poeta e letterato Riccardo Mitchell, e ad altri
valentuomini — ha fatto opera patriottica di ricordare in questa breve
e succosa monografia la costituzione della società ed il suo progredire
fino ad oggi. Diciamo progredire tenendo conto dei risultati oiierni;
ma certamente non vi mancarono alcuni incidenti e le solite colpe
che misero talvolta in pericolo la missione nobilissima ed elevata del
Gabinetto, che conta oramai una sceltissima e ricca biblioteca per
uso dei soci. E di questi incidenti l'A. s'intrattiene talvolta con molto
calore, difiondendosi sui particolari di maggiore importanza. Egli
prende le mosse dall'antico Gabinetto letterario messinese, istituito nel
1839, e che avea sede in ampli locali sulla piazza del Duomo, e
che venne sciolto dalla polizia borbonica dopo il 1848. In due sale
dello stesso fu trasferito il Caffè dei Nobili, è vero, ma questo non
venne fondato allora, come asserisce l'A. a pag. 3, esistendo sin
dalla fine del secolo XVIII, avendo raccolta la clientela dell' antico
Caffè Anconitano^ dove la nobiltà fra una presa e Vahra del buon rapè,
passava il bel tempo fra la conversazione istruttiva e la maldicenza,
fra il giuoco del faraone e della bassetto, e del rosso e nero, e fra la
lettura dei pochi giornali locali, che portavano le novità di avveni-
menti accaduti per lo meno un mese, prima : una specie di club, in-
— 162 —
somma. Ci rallegriamo vivamente di questa piil^blicazione con l'egregio
Prof. Basile, il quale ad ogni avvenimento o istituzione nostra non manca,
di connettervi il contribuito del proprio operato, e delle sue cono-
scenze personali, tanto più preziose in quanto che le notizie potrebbero
restare inedite o ignorate.
J^. Scuola di Arii e Mestieri di Messina. Cenno storico 18j 7-1^05. Mes-
sina. Tip. Siciliana. 1906.
E questa una pregevole monografia del Sig. Gaetano Santis, se-
gretario della scuola suddetta, il quale ha desunto dai documenti di
archivio la costituzione della scuola d' Arti e mestieri di Messina e le
trascorse vicende di essa dal 1S77 ai giorni nostri. Fa piacere di ve-
dere ricordati i nomi dei cittadini cospicui che, con fermo volere, ne
presero la iniziativa e che la portarono a compimento con largizioni
proprie e col concorso degli enti locali. Son da notare principalmente
il Cav. Vittorio Gonzenbach, il Comm. V. Picardi, il Comm. Fran-
cesco Rizzotti Lelia, che ne fu il fondatore, e di cui di recente
rimpiangiamo la perdita, ed il Cav. Prof. Luigi Queriau, che ne ha
tenuta la direzione sin dallo stabilirsi di essa. Seguono i cenni sto-
rici, l'elenco degli amministratori sin dal 1877, lo statuto, l'elenco
degli allievi ed il loro collocamento, il bilancio, e le onorificenze otte-
nute dalia scuola nelle varie esposizioni a partire da quella interpro-
vinciale di Messina nel 1S82.
E questo un libro che fa onore anche al paese che, mercè gl'inse-
gnamenti Tecnici di c^uesto istituto, può vantare una classe distinta di
operai ed artisti intelligenti e provetti, che vengono ricevuti da altri
punti dell' isola e delle Calabrie. Esso va dedicato, con opportuno
pensiero, all'Illustre Barone Salvatore Forzano, Presidente del Consiglio
di Amministrazione della scuola, a vantaggio della quale egli spende
con assiduità le sue cure affettuose di uotno colto e di benemerito
patriota. Ci rallegriamo con il Santis di questa utile pubblicazione
della quale si sentiva veramente il bisogno.
G. A.
BlBLIOdUAFIA .MESSINESE
1*11 111 a tei .sivstsi
[Coni. cfr. « Arc/i. », VI, 1-2. pp. 1^8-184)
207. AuiLX'APRiMO G., GÌQ\ Alfonso Bovclli a Marcello Mal-
pigili. Lcllcm iiicdila, Messina, Tipogralìa del Progres-
so L. De Giorgio, 1906; 8°, pp. 13. (Estr. dal Voliuue
pubblicalo in onore del Prof. G. Ziino, nel XL anno di
inscgnaincìilo).
11 Borelli s'adoperò con efficacia all'elezione del Malpighi a pro-
fessore dell' Università di Messina e questa lettera, opportunamente
messa alla luce e illustrata, « è la prova più manitesta del suo com-
piacimento, e della somma benevolenza che gli volea, manifestandogli
altresì notizie ed informazioni dello Studio Messinese e della città: in-
coraggiandolo per l'accoglienza che qui avrebbe ricevuto, e che ebbe
in seguito, consigliandolo anche del viaggio da seguire e della conve-
nienza della spedizione dei mobili di casa e del bagaglio » fp. 9).
206. BoN.AVENiuuA ARNALDO, Daiitc c In musica, Livoi'iio,
Raffaello Giusti, e^'itore - libraio tipografo, 1904; l()*^, pp.
[Vili-] 338.
Questo volume, frutto manifesto di eccellente preparazione, si
chii'.de con un Flciico delle composizioni vnisicali ispirale da Danle
(pp. 330-6). ove è ricordalo (p. 333) il messinese Francesco Maza,
che mise in musica, come tanti altri e prima e poi, V episodio di
Francesca da Rimini e, senza predecessori né imitatori, U episodio di
Sordello. E va bene. Ci dispiace però che non vi si trovi alcun cenno
riguardante Giovanni Krakamp e Calogero Ruffo. Il Krakamp, diret-
tore della banda cittadina a Messina, compose una marcia trionfale:
Danle, in ricorrenza delle feste dantesche del 1865 (cfr. Fesla liceale
del 14 ìiiaggio iS6^ in Messina, Messina, Tipi Ribera, 1S65, p. 8); il
Rufib. principe della Floresta, compose un'altra marcia intitola pure
— 164 —
a Dante, pel sesto centenario della viirabile visione, festeggiato dalla
R. Accademia Peloritana (cfr. i miei lavori: Della varia fortuna di
Dante a Messina, Messina, Libreria editrice V. Muglia, 1900, p. 20 e
L'anno santo di Dante Alighieri e la R. Acc. Peloritana, Catania
Tip. Sicilia di Monaco e Mollica, 1900, p. 8).
209. Callegari G, V., Una leggenda delle Lipari, nel voi.
/// memoria di Oddone Ravenna. Scritti, Padova, nella
Stamperia dei Fratelli Gallina, 1904; 8", pp. 15.
11 mito delle spade di fuoco eruttate dal cratere dello Stromboli,
di cui parla lo Scoliaste, chiosando il v. 761 del libro IV dell' Argon .utica
di Apollonio Rodio, trae la sua origine da una strana e appariscente
produzione metallifera del detto vulcano, notata per primo dal grande
scienziato italiano Lazzaro Spallanzani.
210. Cannizzaro T., Per Pietro Indoli, in Atti della R.
Accademia Peloritana, Messina, 1905, a. accademico
CLXXVIICLXXVIII, voi. XX. fase. 1, pp. 292 5.
Versi.
211. Cappellano Ernesto, Sulla venuta di Timoleonle in
Sicilia, Catimia, Tipografia editrice dell' Etna, 1903; 8%
pp. 67.
È un lavoro fatto con diligenza e con buon metodo. Pei rapporti
di Timoleonte con Taormina e con Messina si cfr. le pp. 32-40 e 63.
212. Chlnigò G., In memoria del socio Barone Ernesto
Cianciolo. Iscri.^ione e parole commemorative, in Atti
della R. Accademia Peloritana, Messina, 1906, a. ac-
cademico CLXXVH-CLXXVIII, voi XX, fase. II, pp.
299 309.
Fa un compiuto e garbato elogio biografico del Barone Cianciolo,
che nacque a Messina il 6 novembre 1856 e vi morì il 29 maggio 1905.
213. QjiANCLAFARA FRANCESCO, Per la fontana Orione, in
— 165 -
Gnssclld di' Messiìia e delle Calabrie, Messina, 14-15
giugno 1906, a. 44, n. 175.
Perchè la fontana Orione, opera insigne del Montorsoli, non vada
in rovina, propone che da essa non si faccia più zampillare l'acqua,
« potente veleno pel fragile marmo ».
214. Cicerone M. Tullio, Seconda asioiic contro Caio Verre.
Libro quarto {De Signis). Tradusione di Vittorio Bru-
GNOLA, Piacenza, Tipografia A. Del Maino, 1905; 16",
pp. 101. (Nella Nuova collc:zione di versioni dei classi-
ci latini e greci, diretta dal prof. A. Balsamo, n. IX).
Questa traduzione, fatta in forma efficace e viva, vuole essere qui
ricordata, perchè, com'è risaputo, nell'orazione, eh' è forse la mi-
gliore delle sei composte da Cicerone contro le angherie e i ladro-
neggi di Verre in Sicilia (73-1 a. C), molte pagine riguardano INIes-
sina.
215. Crino Sebastiano, Le prime indagini scientifiche sulla
« Fata Morgana » e sulle correnti dello Stretto di
Messina ,
{con documenti inediti) ,
in Atti della R.
Accademia Peloritana, Messina, 1906, a. accademico
CLXXVIl CLXXVIIl, voi. XX, fase. II, pp. 281-98.
In questo lavoro, notevole per diligenza e per ricchezza di noti-
zie, il prof. Crino, del R. Liceo di Girgenti, si propone di rilevare
che colui il quale nel sec. XVIII « intese dare una spiegazione scien-
tificamente nuova sulla Fata Morgana fu Andrea Gallo da Messina,
in un suo Discorso recitato nella Reale Accademia dei Pericolanti Pe-
loritana li 16 Seti. it68, che si conserva tra i manoscritti di detto
autore, posseduti dal Lizio Bruno » (p. 286).
216. [De Casam[chela GiovanniI, De LLerniocrate Syracusa-
noritm imperatore eiiis qne rebus gestis libri qumque^auc-
tore IoANNE De Casamichela philosophiae et litternrntn
doctore, Augustae Taurinorum, Typis Officinae Sale-
sianae, 1904; 8°, p. 77.
Questo lavoro, scritto con garbo in lingua latina e condotto con
m
- 16() —
sicura conoscenza delle fonti, noncliè di alcuni studi spiciali Tatti
prima da altri, nelle pp. 22, 24-26, 39, 65, interessi an':he la storia di
Messina nel secolo quinto a. C.
217. Df Vita Giusiìppe, Dìsìoììuvìo ii;co,Q;rafìcn dei coìiuuìì
(Iella Sicil/a e delle frazioni (.oìuhìuiU, coìi brevi 110-
lisic storiche, arricchito di iiotisic risullaiili dairnltiiìm
Inchiesta Ai^raria Ministeriale circa la superficie dei
singoli cornitni e le estensioni (ielle diverse colture e
aumentato di altre recenti notizie già pubblicate nella
Gazzetta Ufficiale del Regno e mi Bollettini ed An-
nuari dei Ministeri delT Interno, di Agricoltura, Indu-
stria e Commercio, delle Finanze, della Marina, delle
Poste e dei Telegrafi, della Pithbl. Islruz. ecc., Palermo,
F. Pravatà editore (Ofìlcina Scuola Tipografica della
Colonia Agricola di S. Martino presso Palermo). lOOò;
8°, pp. XXVIII 395.
Lavoro molto importante, per abbondanza ed esattezza di notizie,
nonché per rigore di metodo.
218. Dry A., Trinacria. Promenades et imf)ressions siciiien-
nes, Paris, Librairie Plon, Plon-Nourrit et C.'-, Impri-
meurs editeurs, 1903; 16", pp. [IV-]-352.
Per Messina, Taormina, Milazzo e Lipari cfr. le pp. 6-50, 54-6,
68-71, 147-56, 261-2. L'A., occupandosi sia de' tempi antichi, sia de'
nostri, raccoglie una copiosa serie di notizie, di osservazioni, di ap-
prezzamenti, che ognuno, senza lasciarsi vincere da dannoso spinto
di campanile, deve riconoscere conformi a verità. E anche vero però
che qualche volta la preparazione storica non è secondo gli ultimi
risultati della critica, come a proposito di Antonello (pp. 261-2), alla
cui biografia questo Archivio, direttamente o indirettamente, ha por-
tato notevoli contributi.
- h]1 -
219. GiuFFiJÈ F. liALo, Per il moìtumeiito a A/(ì:Z:~ùii in
Roma, Romn, Tipografia « La Speranza, » 1903; 8",
pp. IO,
Sono dieci sonetti, neirultimo de' quali il ,^entile e fecondo poeta
messinese rievoca una pagina gloriosa della storia della sua città na-
tale: l'elezione del Mazzini a deputato di Messina.
220. La Corte Cailler G., Per la storia delVarte in Mes-
sina dai pili antichi tempi sino al secolo XIV. Ap-
punti, in Ani della R. Actadenn'a f'cloritana, Messina,
1905, a. accademico CLXXVn-CLXXVlII, voi. XX,
fase. I, pp. 135 77.
Diligente rassegna di notizie vecchie e nuove. Solo mi permetta
l'A, di notare che a p, 153, a proposito del testo della famosa iscri-
zione osca della Via Cardines, non riproduce fedelmente il Mommsen,
al quale rimanda. Si cfr. un mio studio inserito negli j^t/i della stessa
R. Accademia, a. XIV, 1S99-19C0, p. 264; quello del signor A. Servi,
in questo Ardi., a. IV, fase. 3-/1, p. 245; una mia recensione pure in
questo Ardi., a. IV, fase. 3-4, pp. 458-9.
221. La Spina Antonio, L Apostolo della Sicilia il Ven.
P. Luigi La Nnsa d. C. d. G. Vita, virtù e miracoli,
desunti dai suoi processi di heatifica.^ione, Palermo,
Tip. Castellana Di Stefano e C, 1904; A", pp. X-432,
con ritratto.
Di questo libro, ricco di notizie, parleremo a lungo nel prossimo
fascicolo. Qui notiamo soltanto che il padre La Nuza, fiorito nel sei-
cento e ancora vivo nella tradizione popolare, fu in quasi tutti i paesi
della provincia di Messina, portatovi dal desiderio di diffondere le sue
idee.
222. MusoTTO Giuliano, Apollonia Sicilia. Ubicazione e sto-
ria attraverso i tempi, Palermo, Tip. C. Sciarrino (già
Puccio), 1906; S°, pp. 29, con una tavola.
A torto parecchi studiosi vogliono porre Apoltonia Sicilia a S.
Fratello, nel circondario di Mistretta; da un esame attento delle fonti
.
- 1(].^ -
antiche, che ne parlano con maggiore o minore cleterminate/'./.a, risiiha
ch'essa era dov'è ora Pollina, nella provincia di Palcrnio, nel circon-
dario di Cefali!
223. NicoTRA L., Vai-iasioni rccciili iicllu fiora ìjicssincsc,
Firenze, Stab. Pellas. Luigi Ciiiii successore, [1904];
8", pp. 16. (Estr. dal Nuovo giornale bolaìiico ilaliauo,
n. s., voi. XI, n. 1, gennaio 1904).
Notizie molto interessanti.
224. PiìRRONi Grande Ludovico, L' anno santo di Dante
Alighieri e la R. Accademia Peloritana , Catania, Tip.
Sicula di Monaco e Mollica, 1900; 16", pp. 8. (Estr. dalla
rivista Le Grasic).
Cronaca delle feste celebrate dalla R. Accademia Peloritana il 25
marzo 1900, in occasione del sesto centenario della mirabile visione.
225. Pro Calabria: Numero unico, promosso e edito dallo
Stabilimento d' arti grafiche « La Sicilia », Messina,
settembre-ottobre 1905; f., pp. b7 — oltre le pagine a
colori, con annunzi di vario genere.
Fra' numerosi lavori, che compongono questo fascicolo, stampato
con signorile eleganza, ricordo i seguenti, che riguardano la storia di
Messina: T. Cannizzaro, Messina (p. io: Versi, in cui il poeta fa una
sintesi delle varie vicende storiche della sua città natale); V. Sacca,
Fra Vulcano e Vulcanello (p. 17: Ricordi e fantasie;; G. La Corte-
Cailler, Una lettera inedita della regina Anna di Savoia (pp. 23-4:
Una lettera, che Anna di Savoia diresse all' abbadessa del Monastero
di S. Paolo, per ringraziare le monache d' una speciale prova di de-
vozione datale e per promettere loro il suo favore); G. Arenaprimo,
Un poeta cospiratore in Sicilia nel iSi8-i8ig (pp. 29-31: Bartolomeo
Sestini, che nel 1818-9 fi^i i" Sicilia, specie a Messina, ove s'adoperò
nobilmente a propagare la Carboneria e diede pii!i volte saggio della
sua valentia di poeta estemporaneo). Cfr. Ardi., a. VI. 11. 3-4, pp.
365-6, ove —e questo sia suggel che ogni nonio sganni — non potevo
ricordare, come non posso ricordare qui, perchè di soggetto estraneo
alla storia messinese, gli scritti di quelli altri valorosi messinesi, come
il
^^|H^ il Chinigò ecc., che figurano nel detto numero unico.
— 169 —
226. Raccuglia Salvator r, K'aili polis, Acireale, Tipogra-
fìa Umberto 1, 1904; S", pp. 31. (E.str. dal oior. Vi'/a
Nuova.)
Kallipolis, fondata circa il 725 a. C. da' coloni di Naxo, venuti
in Sicilia con Teocle, non si deve ricercare sopra Giarre, né a Ma
scali, né a Torrerossa, né a Gallodoro, né a Forza d'Agro, come da
parecchi studiosi sino ad oggi é stato fatto. Essa dovette sorgere sul
luogo opposto a quello, ove ora sorge Riposto.
227. Idem, Canti popolari siciliani raccolti a Fantina ed
a S. Basilio {frazione di Novara Siatla), Torino, Carlo
Clausen (Hans Rinck Succ), 1906; S'^, pp. 15. (Estr. dix\-
V Ardi, per le tradizioni popolari, voi. XXIII).
Sono XLIV, di cui i primi dieci raccolti a Fantina, gli altri a S.
Basilio. A p. 5 il Raccuglia avverte: « La parlata di S. Basilio, come
quella di Fantina, ha tutte le caratteristiche dei dialetti lombardi e di
Sicilia; ma si approssima più di essa al comune siciliano specialmente
in bocca agli uomini ».
228. Vitale Francesco, Di alcune nuove forme specifiche
di ciirciilionidi siciliani, in Atti della R. Accademia
Feloritana, Messina, 1906, a. accademico CLXXVII-
CLXXVIII, voi., XX, fase. II, pp. 175-209.
229. Xlmenes e. E., Epistolario di S. M. Umberto 1 di Sa-
voia, Cremona, Casa editrice libraria, con proprio sta-
bilimento tipografico, ditta Pietro Pezzi, 1904; 8", pp.
XI- 139, con ritratto.
Cfr. le lettere LIX-LX, scritte per la morte del questore Galim-
berti e del delegato Anelli, colpiti dal colera, che afflisse Messina nel
18S7.
Messina, giugno igo6.
L. Perponi-Grandei
CAJO DOMENICO GALLO
E
IL SUO GENIALE TRAVESTIMENTO DEL POEMA DELLE
METAMORFOSI
in ottava rima siciliana ancora inedito
Trar dalf obblio l'opre d'oiior sì degne
E patria carila !
Tra gli uomini che alla dottrina congiunsero nel secolo
XVIII in Messina un animo integro e retto e, tutti amore
alle patrie cose, furono zelantissimi dei vantaggi e del-
lonor della patria occupa luogo non ultimo Cajo Dome-
,
nico Gallo (1) del ((uale ci occuperemo in
questo scritto,
considerandolo prima come annalista e poi come
poeta.
E anzi tu:to diremo ch'egli, nato nel 1697
nel 1719
(2),
impugnò le armi per la difesa delle patrie mura contro i te-
deschi, nella guerra di Sicilia sotto Filippo V , allorché
Spagnuoli ed Alemanni si combatteano come feroci belve:
talché trovossi più volte sui baluardi della città, come a
(i) E chi sa se il nome Cajo gli venne dato perchè l'anìico di
Mecenate e di Orazio, Gallo (che vuoisi l'autore
del Ciris attribuito
a Virgilio) chiamavasi Cajo Cornelio ?
(2j Addì 28 Febbraio.
dire dell'Andria, della Spina, sotto il castello di Matagrifone,
dei Gentilmeni, del Segreto e di Santa Barbara M); ove tutta
la gioventù messinese, com'egli scrivea. « portavasi con
brio indicibile come se andata fosse al (estino, senza curarsi
del manifesto pericolo, essendo che per ogni dove lìschia-
van le palle dei cannoni e le bombe fioccavano dall' alto,
disprezzate da essa ».
Venuto innanzi negli anni, tanto si occupò e travagliò
a levar dalla polvere libii e manoscritti antichi, dei quali
andava formando volumi (2); ed a trascriver da quelli tutto
ciò che credea più utile di affidare alla sua memoria, non
già con intendimento di trarne gli Aìiiiali che scrisse poi,
ma per sola sua istniaione e divcrtiiueuto {?>). Però quando,
smesso il pensiero di darsi alla carriera legale, per cui si
era fatto alunno del D.'' Francesco Castelli, insigne per
la dottrina legale (4), si vide in possesso di tante notizie
quante gli erano sufficienti a comporre un lavoro storico,
a cominciar dal tempo della fondazione della Città, si diede
a scriver gli Annali, di cui pubblicò nel 1756 il T. I, con-
tenente V Apparato, che stampò sotto gli auspicj dell' Arci-
vescovo Monsignor Moncada e i primi Vi Libri degli An-
(i) V. Attn. T. Ili, L. I, p, 83; T. IV L. iir, p. 156.
(2) E quelle Collezioni ricorda spesso nei suoi Annali. V. T. in
p. 89, 165, 196, 199.
(3) V. la bì-eve pref. a\V Apparalo.
(4) A7in. L. IV, p. 321. — Nel L. Ili, p. 245 ricorda come suo
slrelto amico e inacslro nella ilaliana poesia G. B. Smorto e Bonerba,
dei più fecondi poeti dell' Accademia della Clizia, morto a 2>i ^""'
nel 1771.
- 173 -
)iali\ auspice la Signora Flavia Eustochio Duchessa vedovai
di Saponara (1).
Credette eoli allora di poter migliorare le sue ristrette
condizioni economiche, per le quali, a i iirar campamento (2),
dovea stillaisi il cervello come Ragioniere in alcune con-
fraternite e in Istituti di beneficenza , ovvero in alcune
famiglie patrizie (3). Ma ben presto egli ebbe a rimanere
deluso delle già concepite speranze. E se ne dolse ama-
ramente non solo nella Prefazione delle Mctaìuorfosi delle
quali discorreremo; ma anche nella Stanza quarta del
Canto Ed ecco le sue parole:
I.
« Oi a lu mundu lu maggiuri spacciu di libri è chiddu
di li favuli, di li Cumeddii e di li Storj di lu surici cu la gatta
e di la vecchia chi pirdiu lu gaddu, e l'opiri grandi dill' o-
mini giudiziusi su' misi di cantu. Si qualchidunu stampa
(i) Però nel 1725 avea pubblicato il rajiguaglio della solenne fe-
sta celebrata in Messina nell'inviare alla .Città di Trapani l'immagine
di Maria SS. della Sacra Let. ecc.; ragguaglio che poi riprodusse nel
V. IV degli Annali.
(2) Campamento non lauto, a giudicarne dall' ultima stanza del
C. XII delle Metamorfosi :
Ed iu dumani vi cuntu lu restu,
Mentri eh' è mezzanotti e Tura è tarda,
E iu mangiari a la tavula è lestu ;
Ce' è annordini un panettu cu 'na sarda;
E sentu diri via, facili prestu
:
Avanti chi vi azzicca la laparda
Un certu amicu
C3)'Una delle quali fu quella del Duca di Saponara, morto il
quale, continuò a far da Segretario alla Duchessa D. Flavia De Tor-
re e Pagano , che nel suo testamento del 13 Settembre 1757 non
lo dimenticò, avendogli legato O/ize venti e facendo obl)ligo all'e-
rede di tenerlo come segretario, con l'assegno di Oiize ventiquattro
all'anno o, non volendo servirsene, di pagargli tari uno al giorno ,
vita durante.
— 174 -
qualchi opira chi sarria di prufìttu a lu pubblici!, ci azzicca
li falighi e li dinari, comu successi a mia. . . . » (1).
« }u scrissi un tenipu di la Patria mia
Li fatti illustri e cosi memorandi,
E di fare una cosa mi cridia
Ch'avissi da piaciri a tutti l^andi ;
Ma videndu da poi la scurtisia
Di cui spirava aviri cosi grandi,
Mandai la Storia cu centn diavuli
E dissi : è mcgghiu mi ci cuntu f.ivuli ».
E fu proprio così, perchè la narrazione del IV ed ul-
timo tomo fu da lui condotta sino ali'anno 1745 e non con-
tinuata più oltre ,
quantunque in fine del volume avesse
egli scritto che si prefiggeva di esporre « le conseguenze
che tal disgrazia (della peste) apportò a Messina e gii op-
portuni ripari che la clemenza reale adottò per il suo ri-
storo ...» Ma fu scritto: la ?ìiorle glielo iiiipecn. Vt^dìamo
se la cosa andò in tal modo.
Il Gallo non cominciò il lavoro delle Metamorfosi prima
del Maggio 1763, data ch'egli segnò in testa del frontispi-
zio. E, avendo chiaramente detto nella quarta stanza : Tu
scrissi liti tcìiìpii, è evidentissimo che nel 63 dovea, già da
tempo, avere smesso di scriverli. Ma egli non cessò di vi-
vere che nel 1780. Adunque in così lungo volgere d'anni
non volle di Annali piti saperne. Si vede bene perciò che
quando l'egregio editore a cui il Municipio di Messina com-
mise la stampa del T. IV, nel 1875 scrisse nella sua breve
prefazione : » Il tempo e la vita non gli bastarono per
(i) In essa Prefazione è accennato il caso della pa7,zia del popolo
Ateniese, per la quale due Filosofi dovettero fingersi pazzi ,
per sal-
varsi : caso immaginato da Cajo e poi destramente riprodotto da An-
drea nella Cicalata del i6 Febbraio 1792.
- 175 -
condurre a fine quest' ultima parte , anzi particella del
lungo lavoro » , non si appose al vero. E se nel 1758 il
T. II fu stampato, ciò avvenne per opera del Senato della
Città; ma gli altri due, vivente l'Autore, si rimasero ine-
diti (1).
(1) Il T. Ili fu reso di ragion pubblica nel 1S04, 24 anni dopo la
morte del G:il'o i') e il IV non prima del 1S75, (juasi im secolo dopo !
E il povero C.ijo, toccando nel T. II, a p. 556, dell'assegno di scudi
cento annui fatto dal patrio Senato nel 1553 al Maurolico, perchè com-
pisse il suo Compendio della Storia di Sicilia {-) e le altre sue opere
matematiche, scrisse : » Così allora premiavasi la virtù de' Cittadini, ani-
mandosi ognuno ad impiegarsi a prò della Patria ». E poi , facendo
parola delle Notizie Istoriche del Reina, a p. 419 del T. Ili, lamentò
che i soli primi due si fossero stampati, vivente l'Autore. E il figlio
Andrea vi appose La medesima sorte è toccata
allor questa nota : «
agli Annali del nostro Autore ed è questo uno dei più atroci e gravi :
rimproveri che può farsi a' suoi Concittadini » (') Oh chi non dirà
veramente tristi quei tempi che le patrie memorie eran tenute sì a
vile da non trovar compratori ? . . .
[}) Sebbene Y albe i- ano per la stampa sia stato scritto il 15 No-
vembre 1796 (in firma del Segretario dell' Accademia dei Pericolanti
Peloritani Bar. D. Placido Arena e Primo Porzio e del libraio Luigi
Caccia Spadaro) ,
per il prezzo di tari sedici a ciascun foglio di 250
esemplari ! — E !iel programma pubblicato da Giuseppe Di Stefano
era detto che i soscrittori avrebbero ricevuto un foglio per settimana,
col pagamento di grani due ! . . .
;-i Si stampò la prima volta in Messina nel 1552 ; e in uno di
quegli esemplari il dotto Gio-Pietro Villadicani scrisse, nei larghi mar-
gini il suo Supplemento, che fu citato prima dal Reina e poi da Caio
Domenico Gallo con le stesse abbreviature del MS. E questo esem-
plare è presso di noi.
{';'•)
E nel preludio al Travcstiviento che nel 1800 avea cominciato
dell'Odissea d'Omero in ottava rima siciliana, scrivea :
Cosa ndappi me' patri chi scriviu
Quattru grossi Volumi di l'Annali ?
Campò pizzeuti, pizzenti muriu,
Pirchi cu è dottu a stu mundu non vali ....
- 176 --
Ora dei difetti e un po' anche dei pregi di questa Opera.
Quanto ai primi, dirò che essa qua e là si risente dei
difetti del secolo così ben rilevati da quella poderosa mente
del Canonico Rosario Gregorio nella pregiata Iiitrodìi^ioìie
allo studio del Dritto Pubblico Siciliano. E però, se talora
gli fa difetto la critica , se Vipse dixit a quando a quando
in lui tien luogo di ragione, a sostegno di tradizioni più o
meno sciancate, più o meno immaginarie ^1) o di racconti
altrui di cose inesplicabili (2); se a volte, cedendo ai pre-
fi) Fra i MS del Gallo, è presso me una sua Lettera autografa in
risposta alle osservazioni fatte da persona intelligente ed ertidita (il
D.'' Antonino Ardizzone) al T. II degli Amialì su alcune tradizioni
della Città.
(2 Ne citerò una, eh' egli aveva udita da suo padre : quella del
sangue puro che per ispazio di mezzo quarto (d'ora) scaturì, nel 1671
da una fonte privata nella contrada di S. Agostino, e per altro mezzo
quarto, posto nei vasi divenne acqua pura (T. Ili, L. V p. 443') —E
ancora un'altra, che ha del mirabile e dell'ameno. Parlando della
Duchessa di Saponara, morta nel 1691, racconta : « Ancor bambina
nelle fasce in un dì festivo, com'è consueto farsi per tutto l'anno dai
Padri di S. Domenico nella lor Chiesa, tratto a sorte il suo nome per
aver la corona del S. Rosario, ella che allora in Chiesa stava poppando
il latte della Nudrice, staccandosi dalle mammelle di essa, e rivol-
gendo il cipo verso il Pergamo, da dove il Padre nominato 1' aveva,
rispose a chiare note : è mìa, qua, Padre. E in età di cinque anni un
giorno di Venerdì si struggeva in pianto , inteso avendo che nelle
stanze della bassa famiglia era entrata una femina da partito, non po-
tendo darsi pace, dicendo a chi procurava racchetarla che grande era
l'ingratitudine si usava verso Dio in un giorno consacrato alla pas-
sione del Redentore » (T. Ili, pag. 49S) —A cinque anni dunque la
bambina s'intendeva di feniine di partito ed era dentro alle scerete
cose\ — Per buona fortuna, l'A. su quelle cose di cui non fu testi-
monio, lasciò libertà di contraddirlo, allor che scrisse : » Siccome de-
sidero il titolo di verace e fedele in ciò eh' io narro de' tempi a me
vicini, così di me stesso tanto invogliato non sono che pretenda di
non essere contraddetto in tutto il resto de' tempi di cui io non possa
farne testimonianza oculare » V. la Prefazione -dXV Apparato.
— 177 -
giudizi che correvano allora, narra senz' alcuna osserva-
zione che una Cometa fa appresa per Vaticinio d'infausti
accidenti (1) o che un santo Bambino in cera più e piìi
volte die lagrime (2), se i diritti o veri o pretesi del pro-
prio campanile gli pongono, a dir così, la spada in mano
contro chi gli aveva oppugnati, la colpa non era sua: pe-
rocché egli non facea che seguire l'andazzo dei tempi ; e
giustizia vuol che si dica che alcuni scrittori di cose stori-
che furono in questa nostra Sicilia di gran lunga più
aggressivi e più aspri di lui ,
anche quando la ragione
stava per lui ! Sempre così suol succedere : chi ha più torto
più strepita!
E chi consulta le opere di quei tempi sente proprio
stringersi il cuore, vedendo le guerre spietate che si face-
vano a tutta oltranza per le maledette gare municipali per
cui il messinese Monsignor Giacomo Longo (il dotto e be-
nefico uomo che legò alla sua patria la sua preziosa Bi-
blioteca) nelle addizioni all'opera storica del Maurolico, nel
secolo XVIII, alto levava la voce ,
per esortare allo mi-
tezza ed alla concordia gli scrittori siciliani! (3)
(i) T. IV. p. II —
Non così quando nel T. IV a p. 295, accen-
nato lo spavento che apportò un'aurora boreale nel i737. 'il popolo ed
anche al Parroco di S. Antonio, scrisse : uoìiio di gran dottrma , ma
poco versato nella filosofia nattirale. . .
(2)T. IV, p. 51.
(31Origine di quelle maledette gare municipali furono le opposi-
zioni, cominciate a venir su nel 1433 (Presidente del Regno il D'A-
smundo) alle antiche prerogative di Messina. D'allora in poi tal serie
di conflitti ebbe luogo fra le due Città contendenti, che il discorrerne
ancora sarebbe ad entrambi disgustoso. Oh se ne perda la memoria
per sempre E invece sieno ricordate quelle parole che Felice Bisazza
!
scriveva nel 1S36, in morte dell'insigne Giureconsulto Letterio Fenga:
Qui (in Sicilia) concordi son l'alme ed i desiri:
Qui un dolore o una gioja i petti inonda,
Una preghiera in tutte labbra, un core.
Una speranza ed una voce — Amore!
(Componim. in morte di L. Fenga — Messina, Nobolo 1836, p. 40)
- 178 —
Vuol però giustizia che fra gli scrittori palermitani
della seconda metà del secolo XVIII sia ricordato come
equanime e giusto ed imparziale il Benedettino Evangelista
Di Blasi, il quale candidamente scrivea che Palermo era
rivale di Messina (1), che il Mongitore « essendo Paler-
mitano, è sospetto quando scrive de' Messinesi (J) », perchè
« quando parlava di Messina, abbastanza appalesava di
avere, come suol dirsi, le traveggole agli occhi (3) » — Qual-
che volta però il Di Blasi non risparmiò a Messina delle
trafitture, anche in occasione di assai gravi calamità ; come
quando parla della ribellione (sic) contro l' ingordo ed in-
saziabile ed efferato spagnuolo e delle infami vendette da lui
consumate nel ló7y e ch'esso Di Blasi chiamò mcrilido casti-
go (4) e moìiuincnti della reità (5) dei Messinesi e trascrisse
senza alcuna parola di compianto e di sdegno l'avventata
ed oltraggiosa iscrizione latina posta a pie della statua
equestre di Carlo II, il cui cavallo corvettante mostrava
di voler calpestare coi piedi anteriori l'idra che stavagli
sotto, allusiva alla Città ! (6).
E si noti che quando il Di Blasi scrivea, Filippo V,
tuttoché nipote a Carlo II, avea non solo richiamati gli
esuli espulsi nel 1678, ma spontaneamente ordinato che fosse
tolta l'iscrizione (con rescritto dato da Madrid il 2 Ott. 1"07)
e levata l' idra, per non lasciare alla posterità nn neo che
offuschi lo splendore delle sue glorie! (7).
(i) Star. Cronol. dei \ icerè L. Ili, C. 9, p. 316
(2j L. IV, C. 5, p. 134.
(3) L. IV, C. 14, p. 325.
(4) L. III, C. 35, p. 457-
(5) L. Ili, C. 36, pag. 485.
(6) L. e. p. 4Si.
1,7) Gallo Ann. di Mess. T. IV, L. I, p. 39 Mess. 1875.
- 179 -
Dfl qual rescritto il Di Blasi non fé' paroki; e quando
a p. 4S5 del citato Libro III scrive che « l'idra e la iscri-
zione suddetta più. non si vedono » aggiunge queste pa-
role: « non saprei dire se per avvedutezza di quei cittadini
che le avessero di soppiatto levate ovvero per indulto reale,
come lasciò scritto il P. Abb. D'Amico nella continuazione
che te' alle Decadi del Fazelio ».
Se dunque 1' Abb. Amico nel T. Ili iìx:\V Auctariìtiii ad
res siculas p. 319 aveva detto il perchè della scomparsa
dell'idra e della iscrizione, e il Di Blasi ne avea notizia,
perchè non prestò fede all' Abb Amico ?
Conchiudendo, diremo che di quel nioìiiiiiicììto della
loro reità i Messinesi andranno sempre superbi dell'avere
i generosi padri loro sofferta la miseria e la fame e lotta-
to eroicamente contro l'infamia spagnuoìa e l'avere ve-
duto perciò demolito il palazzo municipale e seminatovi
del sale all'usanza barbarica e abolita la zecca e l'Univer-
sità degli studj ov'crciìio i più eccellenti maestri dell' Euro-
pa (1), dell'aver veduti finalmente confiscati i beni dei quali
le primarie famiglie degli espulsi erano tanto doviziose ! ...
Adunque di così gravi calamitai andranno sui)erbi, giova
ripeterlo, non meno che di quelle sofferte nel 184S, quando
la patria loro fu mezzo arsa dalle preponderanti forze na-
poletane ed elvetiche; alle quali non fu dato di espugnar
la città se non passando sopra i cadaveri dei generosi
combattenti che potevan salvarsi, fuggendo, ma vollero
tutti invece immolarsi alla santissima causa, perchè ai
Messinesi la patria ìwìi e stata mai nome vano 2).
(1) Di Blasi Op. cit. L. Ili, C. 36, fr. 463.
(2) SciNÀ Elogio di F. Maurolico Palermo iSoS, p. 96. — E l'A-
mari : « I Messinesi, eroica gente in tutti i tempi ». St. dei Musili,
L. 2, C. 6.
- 180 —
E, quanto al Gallo^ sarebbe ingiustizia il non ricordare
che il Gregorio medesimo, nel discorrere dei difetti degli
storici nostri, in onore di ess;) Gallo notava: « Veramente
i suoi AìiJiali di Messina mi hanno più frcque atemente ri-
schiarata la costituzione politica di quella città che la no-
bilissima Storia del Maurolico (1) ».
Per ciò che spetta alla lingua adoperata dal Gallo non
diciam nulla, perchè i nostri storici suppergiù avevan
tutti del barbaro, non escluso l' infaticabile Villabianca,
il quale nel lamentarsi della idiotaggine della dicitura
altrui, non pensava che ben gli si poteva rispondere: Me-
dice, cura te ipsitm ! (2).
Dirò ancora di alcuni altri pregi che mi sembra scor-
gere negli Annali del Nostro.
Prima d'ogni altro, da notizie che posson parere inu-
tili ed oziose, egli ci dà occasione di cavar giudizj per-
fetti su tutta un'epoca : come, ad esempio, quando all'anno
1497 narra che per la morte di Giovanni d'Aragona Prin-
cipe di vSpagna (avvenuta in Salamanca) il Senato Messi-
nese ordinò che « per nove giorni gli Artigiani chiuse
tenessero le loro botteghe e per sei mesi nessuno rader si
dovesse la barba o tosare i capelli ecc. (3) » Or chi non
vede in queste notizie come a dire uno specchio del basso
(i) Opere scelte — Pai. Garof. 1S45, p. io. — Leggiamo nell'o-
pera di G. Bozzo te lodi dei pili ili. sicil. dei primi 45 anni det Sec. XIX
(Pai. 1852, V. II, p. 26S) che il nostro insigne Monsignor Grano ap-
prestava affettuoso all'immortale Gregorio i documenti della .Storia di
Messina, quand'egli scriveva le sue Cunsid. allo SI. del Dritto Puhbt.
Sicit.
(2} V. la Sic. Noh. Introd. P. I, Palermo 1754, p. XVII.
(3) T. II, L. VI, p. 413. — Prima di lui questa notizia era stata
pubblicata dal Maurolico nel L. VI della sua Storia.
— 181 —
sentimento di soggezione che ai Re si aveva in quei tempi
nei quali, come direbbe l'arpinate, il regio nome aveva un
che di grande e di santo? (1).
Frequenti sono quei tratti in cui dalla narrazione di
cose topografiche l'A. fa scaturire sentimenti d' amor pa-
trio e di pietà che proprio toccano il cuore. Così, quando,
all'a. 1734, racconta che i Tedeschi abbandonarono il quar-
tiere di Terranova. « lasciando dell' intutto desolato uno
dei più belli quartieri della Città, dove altro non iscorge-
vasi che tremende e miserabili macerie e ruine di case, di
palagi, di monisteri e di chiese, dei quali al giorno d'oggi
nemmeno se ne scorgono i vestigi, essendo che sino a' fon-
damenti furono distrutti e discavati ,
per trasportare al-
trove gli avanzi e le pietre », da uomo di cuore soggiunge:
« Ed è ridotto oggi quel largo spazio una vaga e bellis-
sima selva di pioppi e di olmi, con larghe strade di pas-
seggio per delizia di quei cittadini, i quali ancor giovani
d'età, non ricordandosi di ciò che era quel luogo, godono
della presente bellezza; ma con amaro cordoglio di quei vec-
chi che, rammemorandosi delle magnificenze che ivi vede-
vansi, non lasciano di deplorare gì' im.m.ensi interessi e le
perdite gravissime e considerabili per le quali restarono
impoverite molte e molte famiglie, e talune ridotte a men-
dicare ! (2; »
E prima, narrando che per ordine del Generale Merci
comandante delle armi tedesche, i soldati, usciti dalla città,
si provvidero di legna da ardere col tagliare nelle vicine
contrade del Dromo, Moselle e Santa Marta gli oliveti e
gli altri alberi che servivano di nutrimento ai bachi da
(i) Per la legge Manilla IX.
(2) T. IV, L. IV, p. 262.
— 182 -
seta, avea scritto: « Universale fu il pianto, poscia che il
danno fu comune. Molti cittadini che comodi de' loro ef-
fetti si erano la sera ritirati senz'altro pensiero, all'appa-
rir dell'alba si videro impoveriti, e molti di loro in pochi
giorni finirono di vivere » (1).
Talora ,
pigliando occasione dai fatti che narra , dà
luogo a ben calzanti epifonemi che sono ammaestramenti
a chi legge — Così, dopo aver narrato i felici effetti del-
l'essersi mandati a trattare col Generale Merci due va-
lenti concittadini, scrive: « Tanto importa nelle Repub-
bliche che fossero (per sioio) i cittadini ben istrutti ed abili,
acciò nelle contingenze dar potessero non solo consiglio,
ma aiuto alla patria (2) ».
È poi giudizioso ed accurato nel rappresentare il ca-
rattere, l'indole, i costumi degli alti personaggi di cui gli
occorre di far ricordo. E allora si fa leggere con assai
gradimento: come ,
per esempio ,
quando scrive di Ferdi-
nando il Cattolico nel L. VI, del T. II, p. 431 2 :
« Principe invero savio, grave nei suoi discorsi, tem-
perato nei suoi passi^ modesto nei suoi abiti, forte e fermo
alle fatiche, inclinato ad intraprendere e capace ad ese-
guire. Difese non solamente i suoi stati ,
ma li accrebbe,
e benché in tutta la sua vita avesse le armi alla mano,
mantenne in casa propria la pace, e portò sempre la guerra
in quella dei suoi nemici. Ottenne molta parte delle sue
conquiste più col negoziare che con la forza. Preveniva
colla prudenza i buoni b i cattivi successi; e conduceva
con segretezza a buon termine i suoi disegni, disordinando
quelli degli altri Principi piii colla destrezza che col de-
^r) L. Ili, p. i6S.
(2) L. III. p. 162.
naro. Era feroce di natura , ma Tacile a placarsi : la sua
dolcezza non diminuì nei popoli il rispetto dovutogli , nò
la gravità l'amore che se gli portava (1). Dilettavasi del
giuoco dei dadi e della caccia; ne questi lo facevano meno
assiduo negli affari e nei consigli — Scacciò egli i Mori ed
Ebrei dai suoi Regni e tu protettore della Religione . , .
Tante belle qualità furono adombrate da alcuni difetti che
gli vengono dagli storici imputati (2) , come d' essere dif-
fidente^ dissimulatore, ingrato ed avaro , ma quest' ultimo
difficilmente può credersi, mercè che {per perocc/ic) appena
dopo la sua morte tanto ritrovossi che bastasse per la
spesa dei suoi funerali. La conquista di tre Regni, la sco-
perta di un nuovo mondo, lo stabilimento della fede nel-
l'Indie, l'estirpazione della Setta Maomettana e dell'Ebrai-
smo dalle Spagne furono la gloria del suo Regno. Era egli
ben fatto di corpo, di statura mezzana, d'aria nobile, forte
nel maneggio delle armi, perito nel cavalcare. . . » — Que-
sto giudizio è senza dubbio piia compiuto che non è nel
Guicciardini.
E quando riferisce atti di grande onestà compiuti da
persone volgari, ti consola il cuore, mostrandoti che la
coscienza non in tutti gli uomini è morta! Reco ad esem-
pio l'azione del domestico della famiglia Cicala, che dopo
24 anni del ritorno di essa in patria, disascose dalla fossa
e consegnò ai padroni il vasellame d'argento che, nel la-
sciar Messina, all'entrata degli Spagnuoli, quella famiglia
aveva aflidato alla sua custodia (3).
(i) Ebbe forse in mente quel luogo di Tacito (in Ag7-ic. IX): Ncc
UH . . . a ut faciliias auctoritaiem, aut severilas aiiioreiii deiiiinuit.
(2) Era meglio dire che imputati gli vengono dagli storici.
(3) T. IV, L. I, p. 17.
— isi -
Qualche volta, dovendo narrare che in occasione di
un morbo inlettivo, si ricorse al solito espediente delle
processioni, non sembra credibile ch'egli abbia, in quei
tempi di popolare ignoranza e superstizione, avuto il co-
raggio di scrivere ciò che segue: « Per quanto è cosa
santa e giusta il far ricorso a Dio ed ai suoi santi, con
preghiere e con pubbliche processioni, altrettanto è cosa
giusta e prudente di servirci nel tempo stesso della pre-
cauzione di non restare oppressi . . . Una fiducia che rende
scioperato ed ozioso l'uomo non è speranza, ma presun-
zione .. . Né intendiamo con ciò noi disapprovare l' uso
piissimo delle processioni e delle preghiere istituite a tal
fine dalla chiesa ;
ma l'usarle senza nessun riserbo non
rassembra ragionevole e giusto ;
polche appunto sarebbe
un pregar Dio a liberarci dalla morte nel tempo stesso che
colle proprie mani ci accostiamo alle labbra il veleno (1) ».
Molti non sapranno perdonare al nostro com'egli della
terribil guerra civile dei AJalvis.si (Toróì) e dei Merli, scop-
piata il 7 Luglio 1674 e duratn ben quattro anni, non abbia
scritto che poche righe. E certo gli si sarebbe schiuso bel
campo di esaltare le virtù cittadine che allora non furon
poche ;
di stampare un marchio d'infamia ai traditori della
patria, venduti anima e corpo all'ingordo e feroce Spa-
gnuolo; e bel campo altresì di far giustizia delle infami
prepotenze da lui, dopo la vittoria, consumate a danno
della infelice Messina! Ma convien riflettere che il vili-
pendere i traditori gli avrebbe suscitato le ire dei non pochi
(i) T. IV. L. V, p. 337. — Più tardi Evnng. Di Blasi nella S/o-
ria Cro7i. T. II P. II, L
C. 17 p. 107 scrivea
III, « Il ricorso al :
Supremo facitore delle cose ... è giusto e ragionevole ma può e ;
devesi in colali occasioni farsi negli angoli delle proprie case per ,
iscansarsi il commercio cotanto pernicioso in simili occorrenze ».
- 185 ^
discendenti di coloro che i tradimenti commisero — fra i
quali ve n'erano potentissimi! E il nostro Gallo era d'in-
dole così mite da dover rifuggire non che dai pericoli,
dai
contrasti (1). - Manco male che OH. Romano Colonna,
testimonio di quei fatti, se ne fece narratore con lo
,
stil tronfio del tempo, sì. ma con l'animo ardente di amor
di patria ! (2). Dissi teste che le virtù cittadine in quella
guerra non furon poche. E a conferma del mio giudizio
dirò che un egregio storico siciliano del secolo XIX, tut-
toché abbia dato l'odioso nome di fellonia alla sollevazione
di Messina contro la spagnuola tirannide, lealmente scri-
vea : « I messinesi non lasciarono di operare eroicamente
e dettero valide prove del loro grand' animo ... Di Mes-
sina sempre con onore si ricorderà la costanza e 1'
eroico
procedere ». Alle quali parole io, messinese, aggiungo il
grido che allora fu udito nel!' isola : Messina
Vinta non cadde, no; cadde tradita!
Consideriamo ora il Gallo come poeta. Uno dei suoi la-
vori in versi fu pubblicato nel 1720 in onore della Impera-
trice Eleonora, vedova di Leopoldo, morta in quell'anno (3).
(i) Il figlio Andrea, in una sua cicalata del 1792 :
Gli uoniin di Lettere per lor destino
Sono pacifici , fuggon le brighe . . .
(2) Dirò qui in nota che il Gallo vorrebbe lontanamente dare ad
intendere che la cagion del silenzio da lui tenuto sia stata ben altra:
quella cioè che si desume dalle seguenti parole scritte nel L. V del
T. Ili (all'a. lóSj,-) : « Messina fu messa in tali angustie che mettono
un Istoricoin confusione, non sapendo se tacer debba o pur narrarle,
dacché narrandole, non sarieno credute ».
(3) T. IV, L. III, p. 170.
Contava egli allora 23 anni, essendo nato, come diccmnio,
nel 1697.
E detto poi dallo Scinà che varj drammi per musica
furon da lui messi a stampa (1); ma non ci tu mai dato di
rinvenirne pur uno (2). E nel 1844 venne fuoii in Messina
(per la tipografia Fiumara) una sua vivace traduzione (o
meglio travestimento) in terza rima siciliana della Batra-
coìnioiuiichia (3): e il suo cominciamento ò questo:
All'armi, all'anni, tocca la campana,
Pigghia un tamburu, o Musa, e sona sona
Tubbacatubba, cu la janajana.
Pindu è misu in scumpigghiu et elicona,
Mentri mi vinni in testa di cantari
St'aspra battagghia cu lampi e cu trona,
Chi pri terra cci mossi ru e pri mari
A li Butìfi li surici furfanti,
Chi Giovi non ci potti riparar! ;
Guerra cchiù atruci di chidda d'avanti,
Quandu da Giovi 'ntrunati caderu,
Comu ribelli,, l'orrendi giganti.
Chista è 'na storia, vi dicu hi veru,
Scritta in green sirmuni, e la raccunta
Lu gran Pueta nominatu Omeru.
Musa, a la pinna mia facci la punta,
Dammi putiri, e mentri eh' iu ci pensu.
Tu cu Iu sali toi facci la giunta (4).
(i) Prosp. della SI. Lelt. di Sic. del Secolo XVIII, V. II, Pai. 1S25.
p. 196.
(2) Il Canonico Francesco Serio e Mongitore, nelle Addizioni MS
alla Biblioteca Sicula del Mongitore, ne reca i titoli : La Zenobia, i'j2'j\
l'Aurora del sole divino, 1728; Tobia, 1729; Giuda Macabeo 1729.
(3) Noi ne possediamo 1' autografo, legato insieme a quello delle
Metamorfosi.
(4) Del sale dei poeti siciliani Cajo Domenico scrisse altrove :
A paraguni di 1' otri cchiù vali
Di chiddi di Sigilla lu sali
{Metamorfosi C. V, st. 150)
— 187 ^
Finalmente, un assai vivace componimento ditirambico
fu da me nel 1865 pubblicato nella Sicilia di Palermo (A.
1, N. 9 — 15 maggio) con lettera all'Amico Prof. Vincenzo
di Giovanni, di sempre cara memoria. — Esso comincia
cosi :
Ole Ole Ole
Megghiii vinii chi Cafè !
Baccu sulu è In ristori!
Di \v. stomacu assitatu.
Lu Cafè è disiata
Da lu Tiircu, Araba e Moni.
Ma li boni ItalVani
E li nostri paisani
Vonnu vinii di lu Faru.
Non è veru, su Nutaru?
Ma è cchiù duci, s'è d'Ali.^
Sav' a tia, non è ccussì ?
Dimmi sì, chi cosa e' è ?
Ole, Ole, Ole
Megghiu vinu chi Cafè !
E chiude nel modo seguente
Dunca cantamu
Di lu Din Baccu
Li gran virtuti,
Chi sunnu a saccu.
L' ArcilTuti,
Li Viulini
Li ribbicchini
Mi fannu smaccu.
Cantati tutti
Ntra la cucina
Di la racina
Lu fruttu duci.
Chi d' ogni cocciu
Manda un rubbinu
Chinu di vinu
Arci divinu
E a lu spirnocciu
Di la gran butti
Curritì tutti.
- 188 -
Vaja a maUira
Cui dall' Arabia
Purtò la rabbia
Di hi Cafè,
Ch' è un friittu amaru.
Non è lu veru,
Signur Nutaru ?
Non è cussi ?
Dicìti sì.
Chi cosa c'è?
Gridati : ole !
Viva lu vinu
No lu Cafè !
"
Nel dar fuori la Batracoiiiioìiìacìiia, i' editore aveva
chiuso la breve prefazione a cìii Icgi^c , con le parole se-
guenti: « qualora sarù accolta con favore dal pubblico il-
luminato, pubblicheremo ancora le Metaiiwyfosi che pos-
sonsi chiamare opera classica ». Ma la pubblicazione non
ebbe effetto.
M inedita si restò lia piìi importante delle sue opere (1),
della quale l'insigne Abate Scinà, nel quinto lustro del se-
colo decorso, scriveva così : « Si trovano presso gli eredi
le Metamorfosi d' Ovidio, da lui tradotte in ottava rima si-
ciliana con facilità e lepidezza non comune ;
giacché gli
ameni studi e segnatamente la poesia siciliana formavano
la sua ricreazione e il suo sollievo (2) ».
Or questa assai pregevole opera di cui non esiste che
(i) E rimase anche inedita la Storia della Sacra Genesi di cui
diremo qualche parola più avanti.
(2) Op. e 1. cit. — E infatti altri versi ridevo)! abbiam di lui in
una sua Cicalata pel Carnevale del 1759, dal titolo la frittala. E negli
ultimi anni scrisse e poi ricopiò in un volumetto buon numero di
Canzoni Sacre e Canzoni Morali, che posseduto da me.
- 189 —
unico esemplare autografo (1) posseduto da me (che ne
feci acquisto nel 1S63) non è una traduzione, ma un tra-
vestimento del genere a cui appartengono la ben nota E-
ncide del Lalli, V Iliade giocosa di Francesco Loredano (2)
e r Odissea di Mons. Bali Gregorio Redi (3) ; lavori pic-
canti anch'essi di molta arguzia e lepore. Ma in quello del
messinese c'è assai piia libertà nel dipartirsi dal testo per
dar luogo a digressioni ed accenni, qualche volta, dicia-
molo pure, scurrili.
L'opera fu cominciata nel 1763 e compiuta nel 1765 (,4),
140 anni or sono. E chi pon mente ai tanti e tanti peri-
coli che ha corsi, in Messina dapprima per le tante vicen-
de, fra cui le pubbliche sventure di guerre, di tremuoti^
d'incendi e di cholera e poi nelle tante mie peregrinazioni
dal 1877 al 1903 (nel qual tempo tenni il governo degli
(i) È di carattere stampatello e contiene in ciascuna pagina, a
due colonne, dieci stanze ben compatte. Al volume sono poi annesse
delle incisioni (due delle quali di pitture del bolognese Domenico
Zampieri) e disegni ad acquerello assai ben fatti , lavoro di Andrea,
che aveva molta bravura anche nel disegno, come prova un fascicolo
di figure di cui, in una agli altri suoi manoscritti, sono io possessore.
Seguono poi aS stanze autografe di Andrea, che le avea scritto a
Napoli nel 17S6 ; e dopo, l'indice del Poema, un breve Dizionario
Siciliano e alcuni Motti propri del dialetto, con la loro spiegazione.
(2) La pubblicò in Venezia il Guerigli nel 1653; ma non va oltre
il L. VI.
(3) Fu stampata in due volumi a Torino nel 1790.
(4) All'inizio di quest'anno cominciò il C. XIII nel modo seguente :
Bon capu d'annu e bon capu di misi,
Ora chi semu giunti all'annu novu.
Dui anni arredi a scriviri mi misi,
E fìnu ad ora chi battu stu chiovu....
(E fìn'oggi son qui a batter questo chiodo).
,
-^ 190 -
studj in molte Provincie), non può non crederla scampata
quasi per miracolo a' testé accennati pericoli.
Io infatti mi tengo a gran ventura che l'opera enco-
miata dallo Scinà, cosi difficile e sobrio nel lodare, non
sia in così lungo ordine d'anni ita in sinistro e tutt' ora
sussista, per unirsi un giorno all'altro i\I. S. in folio del
medesimo Gallo, dal titolo: Storia della Sacra Genesi
secondo il senso obvio e letterale della medesima ed esposi-
zione delti SS. PP. Dottori ed interpreti , colla giunta di
varie erudisioni, posseduto dal Civico Museo.
E se oggi di quella ignota opera delle Metamorfosi io
per la prima volta discorro, son sicuro di far cosa gradita
a' miei concittadini, trattandosi di un lavoro geniale di un
uomo che mente e cuore consacrò sempre alla diletta sua
patria, la quale, in quei tempi di controversie, a lui faceva
ricorso per le necessarie oppugnazioni e difese (1).
E pria d'ogni altra cosa dirò che io credo abbia molto
influito sul Gallo, a fargli comporre un lavoro giocoso,
oltre alla sua naturale inclinazione al comico, la lettura
che far dovette del poema La Fata Galanti ù\ Giovanni
Meli, che, giovane ancora, smesso di scriver l' Italiano, lo
pubblicò nel 1759 e poi lo ripubblicò nel 1761, per gli alti
incoraggiamenti che si ebbe dal Principe di Campofranco
e dal Cassinese Gioacchino Monroy. Ma il povero Gallo
non si ebbe incoraggiamenti da Principe alcuno, né da al-
cun Cassinese ! Onde il Meli potè levarsi ad alto volo : e il
povero Gallo morì senza aver potuto dare alle stampe l'o-
(i) Fra gli autografi da me raccolti con lungo studio e grande
amore , un altro ce n' ho di Cajo Domenico , intitolato : Allegazio7te
dei Vescovi di Catania e Cefalh contro il R. Fisco per la franchi-
gia delle Dogane dei Messinesi con le risposte di C. D. G. . . .
\è
4
h
- 191 -
pera a cui aveva consacrato per ben tre anni se stesso !
Son questi i continui giuochi della fortuna, giuochi inso-
lenti, come chiamavali Orazio! (l).
Il lavoro impreso dal Gallo era ben arduo : ed egli
non se ne dissimulava le difficoltà. E infatti nella terza
strofa dichiarava non essere iinprisa di pocu nuiinentit ; q
soggiun'oeva:
III scrivirogghiii addunca lenta lentii,
E conni m'ò dittata ti la ciintii.
E sti 'mbrogghi stupendi ti 'mpistarrhiii,
Fri dari spasso a cchiù d'un barbalacchiu.
In esso poema la parte predominante è la nota comica
adoperata e per giuoco innocente o per burlevole frizzo o
per far risaltare, con opportune digressioni, delle morali
verità o per dar luogo ad utili avvisi, dettati dalla matura
esperienza.
Ne recherò alcuni tratti :
Scherzi iuuoccnti
{Dal C. I, st. I/o e lu).
D' alkira in poi tutti li Poeti
E chiddi chi sapianu cantari,
Scrivendu in lodi sì cuntenti e leti
S'andavanu in Parnassu a curunari :
(i) Così l'autore di queste pagine, che ha pronti per la stampa,
da ialiti anni, tanti suoi volumi, fra cui la versione illustrata dei cin-
que libri lirici d'Orazio, andrà a babboriveggioli senza aver potuto pub-
blicare tante carte per le quali ha sudato da tanti anni !
— 102 —
Ora non s' usa cchiù, stativi cheti,
Ciii s'usa pri li cosi di mangiari,
Nò servi chiù pri chidcki chi sirvia
Lu laura, tna pri signu all'osteria (l ).
Ora servi pri arrustiri 1' Anghiddi,
E di li Porci grossi ficateddi ;
Mutnru li stasciuni né su chiddi,
E li Poeti affritti e puvireddi
Morti di fami guardano li stiddi,
E curunati vannu di piseddi,
U' amenta, putrusinu e majurana,
E tocca 'nterra e vidi si ce' è lana (21
[Dal Canto slesso, 131 e 132)
O figghia, dissi, e comu fu st' amara
Casu, quand' iu accasari ti vulia
Cu qualchi gran Signuri ? Ora vutaru
Tutti li cosi di la casa mia (3,1,
Chi sarrà un Toru lu tò spusu caru ;
E tutti l'autri di la me inia,
Li Figghi, li Niputi e Proniputi,
Sarannu razza di becchi curnuti!
Gallo (nel scriveva sopra citati versi forse
(0 E mentre il 1763;) i
breve Novella il lauro, il cui prin-
il Parini potrà avere scritto la
cipio è questo :
Apollo passeggiò
ler altro per la via
1' ;
E suo lauro mirò
il
Appeso per insegna all' osteria.
(2) Il Pasqualino e il Mortillaro non l'hanno. — È frequente in
Messina nel popolo come chiusa d' un discorso.
(3) Si notino le paronomasie : casu, accasavi, cosi, casa. — Cosi
nel Pulci {Morg. Magg.).
Lu casa cosa parea bretta e brutta
Vinta dal vento ecc
-- 193 —
Ccussi dicendii, si carda la facci,
E si metti li mani a li capiddi,
E di la tigna si sciuppa (i) li tacci,
E mbofli si nni duna a niiddi a middi,
A pilli a pilli sciuppa li mustacci,
Manjandu buci pri fin' a li stiddi.
L'affritta figghia lu stava a giiardari,
Muggìa ogni tantii, in locu di parrari.
Quanto dicono specialmente questi ultimi due versi !
Chi legge crede già d'esser presente alla scena dolorosa!
(Dal Canto II, gì — Giunone assale Callisto)
Di ddà susu scindili cu 'na gran fretta,
Arrabbiata comu fussi un cani,
E pri la prescia (2) misi la faddetta
Avant' arredi, né ugnanti a li mani
Si pighiù ; e poi ch'appi la bavetta (3),
Ch'era in campagna da certi viddani,
Truvò a Calistu e nsubitu l'afferra.
Non ti moviri, dissi, cani perra (4).
(i) Estirpa, sradica, dallo spagnuolo descepar.
(2) Dallo spagnuolo priesa.
(3) Bavetta per notizia segreta di checchessia non e' è nei Dizio-
nari del Pasqualino e del Mortillaro.
(4) Questa espressione, adoperata anche in altri due luoghi delle
Metaniorfo'^i ,C. VI, 146; Vili, 92) ci può servire di chiave a com-
prendere il significato della voce ferracani o perracani con la quale
i Guelfi (per testimonianza di Saba Malaspinaj erano ingiuriati in Si-
cilia, e ch'era divenuta così ignominiosa da spingere il Parlamento
Siciliano, sotto Federico II d'Aragona, a sancir delle pene a chi d'al-
lora in poi l'avesse pronunciata (V. Cap. V Reg. Frider. de non va-
cando aliqueni ferracano vel guelfo).
La detta parola dall'Amari, nella Guerra del Vespro Siciliano
(C. Ili Fir. 1S.S6, p. 46) fu detta d' origine oscura. Ma se l'Amari
avesse posto mente che perro in ispagnuolo denota cane, avrebbe \\\ per-
ra cani potuto riconoscere un composto di due voci, l'una spagnuola,
r altra siciliana, entrambi indicanti lo stesso animale, quasi per dire due
— 194 -
{Dal Canto V, st. 71):
O Musa, chi cantasti sta canzuna,
Dammi, ti prejii, di lu tò divini]
Ajiitu ; e si mi dici ad una ad una
Quantu dicisti, stu ciascu di vinu
Io ti rigahi ; tu accetta e pirduna,
E veni a 'nfurgicarmi stu latinu ;
volte cagna, vera cagna (*). Cosi Mongibello . denota con voci di due
lingue monte; e Lingnaglossa è il nome del Comune
Cile due volte da lingua il nome prende (-)
L' anzidetto vocabolo fu anche adoperato dal Meli nella Paia Ga-
lanti ; in senso di scellerato e crudele.
Era sta cumpagnia di malandrini
Di cincucentu in circa
Ognunu veru ladru e caniperru,
E inquesto medesimo senso troviamo canipcrra (perra, come
vedemmo, in ispagnuolo è cagna) in un canto popolare messinese pub-
blicato prima dal Vgo e poi tradotto da me :
Ccussì fici cu mia sta cani perra.
Ch'ora mi strudi cu pena e duluri .;').
E cagna. (axiXÀaì troviamo nel senso medesimo in un Canto po-
polare greco e nei Canti Illirici della raccolta del Tommaseo (p. 47
;
e 222) leggiamo Mi tradisce la cagna di Vidòsara
:
O cagna, e no —
figlia mia, con Ini ti sei, cagna., indettata.
E così in un canto Vicentino (Pasqualigo Napoli 1SS6):
Così le fa ste cagne traditore.
Ora vDce canipcrra, (femminile^ in Sicilia non si ode,
la fuorché
in Messina, ove si suol dire: Ma chista è 'na cani perra!
Perchè poi siasi da psrracani fatto canipcrra congetturo sia stato
per non incorrere nella pena comminata dal Parlamento Siciliano a
chi avesse proferita quella parola.
(') Trovo con piacere, dopo molti anni nel Dizionario Siciliano ,
del Pasqualino una conferma alla mia induzione. Son queste le sue pa-
role: « Caìii perru, dicesi ad uomo e per lo più a fanciulli, e vale
cane cane, lo stesso che perracanvm o ferracannm, come si legge nei
capitoli del regno sotto Federico III « ut verno unquam vocet aliqnein
injuriose ferracanum {che dopo emendato si legge) perracanum Dallo
spagnuolo perro, cane ».
L. ]^izio-Bruno. 1 risii Sorrisi Caltan. 18S3, p. 76.
I'-)
(•') V. i miei Canti del Pop. Sic. posti in versi ital. ed illustrati —
Mess. 1867, p. 50.
— 195 -
Pigghiati la firrizza (ile cu mia sedi,
E alleggili alleggili sciùsciami d'arr^-di (2).
{Dal Canto A', si. S e g — poste in bocca ad Orfeo).
Gianna, Giannedda (3) di lu Pipiritu.
Chi fusti da la serpi muzzicata,
Ti manda salutandu tò maritu,
Chi tantu tempu t'avi ricircata ;
Si Diu Plutuni cu P onendu spitu,
In qualchi agnuni t' avissi lucata,
Dimmilki; niovirà lu min duluri
St' orrida Diu a farmi stu favuri.
Chi apposta su vinutu a stu paisi,
Né vinni forsi ccà pri stari a spassu,
Né pri vidiri sti facci di 'mpisi
Di st' umbri spavintusi pr' undi passu ;
Né cu smargiazzaria, pri fari 'mprisi
Coni' Erculi ; e memoria mi lassù 4),
Ch' arrubai lu gran cani cu tri bucchi,
O ch'andai a caccia pri ammazzari cucchi.
(i) Il Mortillaro 1" ha maschile. Significa : l'arnese fatto di gambi
secche di ferula, congiunti con vermene di vinchi, di sei facce qua-
drate, alla misura sufficiente per potervi sedere che si usa da' poveri
villici, o da altra gente dell'infima minutaglia. Un proverbio siciliano
ha : Cici va a la zito, senza nvitalu pìgghia nn firrizzu e si assetta di
lata. Il Meli nella Fata Galanti (C. I, 2) dice alla Musa: Pigghia nn
firrizxu e sedi a lu me' cantu.
(2) Significa ciò che nel!' italiano : soffiai- negli orecchi.
(3) Giovanna Giovannella ; ma, come è noto lippis et tonsoribus,
chìamavasi Euridice.
(4) Mi lassù in Messina denota a lasciare o per lasciare.
— 196 —
{Dal Canio Vili, si. ^j e 4g ~ ove si uarra di Dedalo e Icaro, vo-
lali li pel cielo):
Li piscaluri dinlra li barcliitti,
Crittiru chi passava un nuvulatii,
Di testa cci cadérli li birritti,
Guardandii ognunii ristava mbasatu.
Ogni pasturi ancora, chi li vitti,
Lassaru andari li boi e 1' aratu,
E rimirandu tutti ddi grand' ali,
Dicia : chi sorti è chistu d' animali ?
Ma certu amicu miu eh' è cacciaturi,
Allura quandu li vitti passari,
Pirchì valenti e fa lu beli' umuri,
Cu la balestra cci vosi sparari ;
Ma pirchì non nzirtò, cci fu un pasturi
Chi dissi: e ch'era corpu di sgarrari ? (i)
L' inibuccamuschi tutti li fracassa
E poi non nzerta n'aceddu chi passa?
E tutto questo il Gallo trasse da quelle poche parole
di Ovidio : qualche pescatore e cinalchc nuuidriaiio, stupiti,
li credettero Numi !
Or questa parte burlevole del lavoro del Nostro entra
pur là dove meno ti aspetteresti, dove cioè si narran cose
afflittive. Così, ad esempio, nella descrizione d' una tem-
pesta minacciante la morte, il Gallo vien fuori con una
scena che ti suscita il riso.
(i) Sgarro,ri, prendere errore, abbaglio. Presso gli Spagnuoli des-
garilar vale : traviare , e per metafora uscir di proposito. — Da che
il Menzini e il Salvini nei loro scritti l'adoperarono, sgarrare è di-
venuto italiano.
- ]97 -
(C AV, sL i25-\:
Pri alliggiriri la navi a ddu stanti
Ordinava chi fussi di misteri
Chi si ittassi ogni cosa pisanti,
Pri rendirsi chiù agili e leggeri.
V\\ marinaru, tocca di furfanti,
Tuffiti, ittò a mari a so muggheri,
E un Parrinu sarvossi lu lunaria
Ed a mari ittò la Breviariu.
E COSÌ altrove
(C. V. st. 16):
Perseu cu gran valuri l'assaltau,
E mittendasi in pianta cu distrizza,
Ci liei finta e poi cci quartiau,
E la spatazza a li scianchi cci drizza.
Unu e poi r otra quattru ndi nfilaa,
Comu quattru caddozza di sosizza.
Di forma tali, si cci mittia laura
E l'arrustìa, sintivi lu sciauru.
Certo quest'ultima ottava non cede a verun'altra delle
più vivaci ed argute che leggansi nel Morgaìitc Mdggiore
del Pulci o in alcun altro dei poemi cavallereschi che vanta
la poesia italiana.
Frizzi btirleroli
{Dal Canto II, sf. 140):
Tu (medico I sarai vincituri di la Morti,
Ch'ogni malata, pri lu tò sapiri,
A li tò mani, pri so bona sorti,
ÌSIentri chi campa, nun parrà nuiriri.
Ov'ò a notare che la forza del frizzo sta nell'essere
collocato a fine dell' ultimo verso, e preceduto dal comple-
mento mentri cìii canipa, limitante il significato dei ;/////
putrii mariri !
— 198 —
L'altra nota prediletta airautore, nell'opera di cui par-
liamo, sta nei ricordi che han per obietto Messina, l'amata
sua patria, V aiilicn Zciiicla, la città fannisn (l), Citali il-
lustri, grandi e niaistttsa (2', Città china d'Eroi, Risa J a-
fìiiisa pi li gesta soi {3\ Città che nel solo Canto XIV, in
gran parte consacrato alle antiche tradizioni di essa, è ri-
cordata ben undici volte.
E questi ricordi cominciano appena dopo la proposi-
zione del poema, nella stanza seguente :
O Musa, tu chi dintra li Miisedda {4;
'Mbiviri l'ortu (5) di In gran Parnasii,
E di sipala cogghi li muredda (6;,
Lii pifarii sunannu cu lu nasu,
Si di citrola (7) mi duni n'affedda (S)
E 'mbiviri mi lassi a lu tò vasu
Di l'acqua purtintusa di la Sena (9),
Aggiungirai a sii versi forza e lena.
(i) C. XIII, 160.
(2) C. XV, 52.
(3) Canto ultimo, penult. strofa.
(4) Secondo il Maurolico (Sica//. Rer. Coìiip. L. IV), Moselle de-
rivò da JMose, cimitero degli Ebrei : donde poi il titolo di 6". Maria
de Blosellis alla chiesa che nel secolo XVIII fu distrutta, allorché venne
demolito il gran quartiere di Terranova, che « conteneva una intiera
Parrocchia di giro un miglio e mezzo di quadro, nel piìi bel sito della
Città, popolatissimo e copioso di bellissimi Palazzi, Chiese, conventi e
Monasteri ». Gallo Appar. agli Ann. p. 93, Mess. 1756.
(5) Quella parte è tutta una continuazione d'ortaggi.
(6) I frutti del Rubns Caesiiis del quale quelle siepi son circondate.
(7) In quegli orti fanno anche i cetriuoli.
(8) Affedda e ffedda l'italiano /^//(r.
(9) Se7ia o Senta (dall'Arabo as-senya, ruota idraulica\ nota
macchina per tirar su l'acqua da irrigare e che italianamente si dice
Bindolo,
I
— 199 —
E continuano pcM* tutto il corso dell' opera ; come a
dire : /// borgn di' Saddcii (eh' è la parte della Città verso
tramontana) (1); la gran fontana del Nettuno di Giovanni
Angelo Montorsoli,
Undi cci vaiinu pri tutta la stati
Monaci e Preti pri stari assittati
(C. V, 1C31;
e il Faro e i suoi due laghi ricchi di chiocciole, le famose
Pcloridi di Lucilio e di Orazio; e la contrada di Terranova
e la Croce rossa in campo d' oro che la tradizione, origi-
nata da un racconto contenuto in un MS intitolato -pis^^;
Tov ^aaiXsov, vuole data da Arcadio alla Città di Messina ; e
l'antica frase Messinese rislari Giiiraln in birritta ; e la
campana del castello di Matagrifonc (2) Rocca Guclfonia,
la quale dava il segno degl' incendj (cosa da lui già detta
neir Apparato a p. 269) ;
1' Abbadia di S. Maria di Rocca-
madore (3), che fu il luogo nei cui pressi nel 1282 si ac-
campò l'Angioino e nel 1848 fecer sosta le truppe del Fi-
langieri, per r assedio di Messina, due volte nelle storie
famoso.
Né lascia in dimenticanza il tempio di Nettuno, che
sorgeva in uno dei laghi del Teloro; né la Fata Morgana; nò
la tradizione della gita dei Messinesi in Calabria, per ispin-
gere il Conte Ruggieri a scacciare dalla Sicilia i Saraceni
Ci) La pieve di S. Leone nel 1644 contava 17,000 anime.
(2) Ch'egli chiama Mairaffimi (C. II, 38).
(3) « Quattro miglia discosto da Messina nella contrada di Tre-
mestieri si vede il sontuoso Monastero e Tempio dei Monaci Cistcr-
ciensi sotto il titolo della Madonna di Roccnmatore » Samp. Icoiiol.
L. ir, C. XXVII,
— 200 —
(tradizione sulla quale parole non ci appnlcró)\ nò la guerra
dei Merli e Malvizsi sì fatale e al tempo stesso sì gloriosa
a Messina! Né la Scala fraudi; nò la Depitlazioue della
Illuminazione Pubblica; ne il m.otto dell'Accademia dei Pe-
ricolanti {\)\ né la peste di Messina (da lui sostituita a
alla Città 28,841 abi-
quella di Egina), che nel 1743 rapì
tanti ed ai villaggi 14,561; in tutto 43,402, secondo il P.
Diego Saverio Piccolo ;
ma, secondo il Gallo, che pur la
descrisse nel L. V degli Annali, 62,458 (2). Della qual peste
di cui noi non laremo regalo, come taceva Orazio (3), ai
Persi ed ai Britanni né a verun altro popolo della terra),
parlando uno storico siciliano, ebbe la poco felice idea di
scriver così: « Nuova Gerusalemme parve Messina essere
incorsa nell' ira del Signore e divenuta ludibrio e scherno
di lui ». Io non so che il Signore schernisca, quantunque i
profeti nel mistico lor linguaggio lo dicano.... Ma so che
nelle citate parole non è carità fraterna ! Ne queste parole
furono scritte nell' infelice secolo XVIII ma {con ;
sospir
Vìi rimembra !) nella prim.a metà del secolo XIX !
Ci) Ed altra volta ricorda che, mentre
Nell'Accademia, allura ragunati,
Li festi Baccannali cilibrandii,
Stavanu li cchiù dotti e li magnati
Fiijeru tutti quanti spavintati,
Pirchì lu solu e li mura, trimandu,
Davanu scossi tirribili e forti,
E a ogn'unu amminazzavanu la morti
(C. VII, 113).
Invece il Munter nel suo Viaggio in Sicilia esagera questo
(2)
numero a 70,000 !
(3) Ode 21 del L. I*
- ^01 -
Qual meraviglia se nel 1743 « taluni in quella funesta
occasione aveano avuto la tracotanza di asserire in l'accia
ai Messinesi, allora oppressi dal loro malore, essere
stata
la peste un castigo inviato da Dio? »
(1).
Ora recherò un saggio della descrizione di quella ter-
ribile pestilenza,
perche sempre più rilevar si possa la
bravura del Nostro nel dar vita alle scene che il Sulmo-
nese dipinse nella gran tela del suo poema :
Cci foru genti chi stettiru chiusi,
Cridendu di scappari (2) stu distimi,
Ma la cchiìi parti ristarti delusi (3),
Chi lu putenti fururi divinu
Trasiu pi li finestri e li cunfusi,
Appuntu coma trasi 'n assassina,
Undi fujendu fora a la campagna,
La Morti l'assicuta e l'accunipagna
(C. VII, 125).
Mentri chi allura non ebbi riguarda
A Cavaleri, nobili, o mastranza,
M'a tutti uguali tirava la dardu,
Firendu pura ca samma baldanza ;
Vecchia cadenti o giavini gagliarda,
Sia pri li strati o dintra di la stanza,
Siana dattari, siana ignaranti.
La morti era la stissa a tutti quanti (126).
(r) Ann. T. IV, p. 318.
(2) Quantunqae scappari sia intransitivo, qui è adoperato transi-
tivamente, come se si dicesse : fuggire il destino.
(3) Veramente non è vocabolo del dialetto iche sarebbe 'nganuaii),
ma è il delusi italiano.
^ ^02 -
Si da lu morbi! si fiissi guardati!
Chiusi! corch'unu, tnancandu lu vittu,
Pri la fami e la siti, svinturatu,
A nesciri di casa era cuslrittu ;
O puru chiusu dintra ed afiamatu
Da tutti abbandunatu e derelittu,
Senza d'aiulu e senza di cunortu,
Pri siti e fami, ndi rislava mortu i
127).
Quanti ricursi si fìciru a Giovi !
Quanti prieri a li gran Dei Penati !
Ma Giovi è siirdu, e nenti si oommovi,
E r autri Dei non d'annu cchiù pietati ;
Et a dilluviu la disgra^cia chiovi.
Chi ghinchi di cadaviri li strati,
Ntrà vivu e niortu non cc'è cui mi cangi (i),
Mentri cu è vivu, pri mortu si chiangi 112S).
Coniu quandu a lu boscu si matura
La ghianda, e casca in terra strascinata,
O comu quandu dinti'a 'na chianura
Si vidi granu o fava siminata ,
Chi da prittuttu surgi la virdui'a ,
Né e' esti unni ittari 'na pidata;
Ccussì cui caminava o avanti o arredi,
Mittia supi'a li morti li so pedi (130'. (2)
(i) Non e' è cui tu possa cangiare, cioè prendere a scelta.
(2) Delle cose dette nella strofa sopraccitata ecco ciò che si con-
tiene d' Ovidio :
A me d' intorno,
Dove che mi popol mio
volgessi, il
Era sternito, come son guaste le
Mele, piovute giù da' rami scossi
O le ghiande dall'albero abbacchiate.
(Vers. del Byaìnbìlla).
- 203 -
Or tutto questo non è tradurre ;
ma (og-jrjare di sana
pianta, gareggiando con 1' autore. E nei citati versi, qu^uiia
fluidità e quanta vivacità e snellezza e vigoria! E quei due
ultimi versi :
Ccussì cui caminava o avanti o arredi
Mittia siipra li morti li so pedi
non sono proprio una scultura michelangiolesca?
E così è una pittura fiamminga la strofa seguente ,
i
cui versi ha.no tutta l'agilità eh' è propria del razzo nel
sollevarsi ; e il primo e l'ultimo, coli' accento sulla settima,
sono di fattura assai bella :
Si mai vidisti sparari 'ntra 1' aria
Dii surfaloru (r) cu la longa canna,
Da nui chiamatu surfaloru all' aria ,
Chi ndi pari 'na stidda e 1' occhiu nganna,
Da poi chi acchiana fa 'na cosa svaria (2j,
Pirchì, sparandu, cu lu fumu appanna
L'aria d'attornu e pòi li spisiddi (3")
Vannu cadendo e cci parinu stiddi :
(L. II, \8)
la quale similitudine non è certamente in Ovidio, a cui il
Nostro liberamente aggiunse e levò secondo gli parve,
facendo così delle Mclamorfosi (ora è tempo di dirlo) un'o-
pera originale , anziché una vera e propria traduzione.
(i) Voce onomatopeica , significante razzo. Manca nel Pasqualino
e nel Mortillaro.
(2) Cosa svaria per bizzarra, fantastica, attraente non l'ha uè il
Pasqualino, né il Mortillaro.
(3j In altri luoghi di Sicilia faiddi, scintille, faville.
... 204 ^
Così nel Canto IX la lunga digressione intorno airincestuoso
amore di Bibli i"u dal Gallo saltata a piò pari, pel motivo
significato nella stanza 109, ch'è questa :
Lassù chi Ovidiu lu dica in latinu,
Chi non si sentì ccussì a manu a matìu (i)
E carchi testa, ch'è testa di vinu
T,u po' spiegari cu stili prufanu,
Chi n'è frumentu pri iu me' mulina
Cantarivillu cca 'n sigili'anu.
Sulu dirogghiu di Bibli 'nfilici
Miseramenti lu lini chi fici.
E per lo contrario nel C. X dai pi imi 74 versi di Ovidio
il Nostro, con la sua fantasia, cavar seppe ben ventiquat-
tro argute ed agili strofe, che io sarei ben lieto di trascri-
vere, se la via lunga non mi sospingesse.
Del pari dai poclii versi del testo (al L. Ili) che Giu-
seppe Brambilla tradusse egregiamente così :
Dai suoi compagni
Disgiunto a caso il giovinetto (Narciso) esclama:
C'è alcuno ? ed Eco gli risponde : Alcuno.
Egli stupisce; d'ogni intorno gira
Gli occhi, poi grida a piena gola : Vieni ;
E quella chiama il chiamator. Di nuovo
Qua e là si volge e guata ; e non vedendo
Persona viva ancor : Perchè mi fuggì ?
Disse; ed i detti replicar s'intese.
Al pie dà sosta, e della doppia imago
Vocal deluso : In questo loco uniamci,
Grida, e la Ninfa, che più dolce invito
Non aspettava, gli rispose : Uniamci. , . .
(i) Cioè : con parole che non si comprendono facilmente, da tutti.
- 205 —
il Galli cava le tre seguenti strofe, in cui le ripercussioni
dell'Eco son rese con assai più di energia, come può rile-
vare chi non sia del tutto insensibile alle finezze del-
l' arte :
Narcissu, chi l'aniici avia pirdiitii,
Andandii a caccia dintra la campagna,
Ohe non ce' è nuddii ? dissi, e rispundutii
Cci vinni : Nuddii, cu na vuoi magna.
A sta cosa lu giuvini allucciitii
Risto, guardandu attornu dda nmntagna ;
E a gridari turno : Veni undi mia ;
Veni undi mia la vuci rispundia.
Guardava attornu cu gran maravigghia,
Pri osservari dda buci d' undi uscia ;
Attentu ntra sé stissu sì cunsigghia.
Caminandu 'na pocu ntrà dda via ;
Poi grida : Nesci fora ; Ora, ripigghia
L' Ecu ; iddu aspetta, e nuddu cci vidia.
A lu fini gridò : quannu virrai ?
E ntisi la risposta chi dissi : Ai.
Oh chista è bedda ! — è bedda ce' è rispostu ;
Si tu sì bedda, nesci mi ti viu.
Ti viu, rispundi. E già chi tu sì a postu
Chi mi vidi (i), sai forsi cu sugn'iu ?
In ci replica. E nesci fora tostu
Quantu sodisfi stu me gran disiu. •
Disiu. E chi disii, Diu sarvi a tia ?
Allura l'Ecu cci rispusi : a tia !
A mia ? E stai ammucciata .' tu sì pizza
Nesci cca fora e gudemu. Gudemu
Replica l'Ecu
(i) In luogo da dove mi vedi.
-^ 20() -
Chi non vede che la madre natura aveéi dato al Nostro
il bernoccolo della testi v\a poesia? Proseguiamo. Si suol
citare come prova di destrezza d'ingegno quella stanza del-
l'Anguillara nella sua versione, o a dir meglio ,
parafrasi
delle Metamorfosi :
Pria che il ciel iosse, il mar, la terra e '1 foco,
Era il foco, la terra, il cielo e '1 mare ecc.
Ma le due seguenti stanze di Cajo Domenico sono ,
a
parer mio, nel loro genere, cioè nell'arguta vivacità del
dialetto siciliano, assai più smaglianti,
(C. I. 7 ed 8)
Era lu mundu in chiddi tempi anticlii
Tuiidu e bistundii, coma fussi un ovu.
Tuttu cunfusu, chinu di buscichi,
'Mbiscatu nsembra lu vecchia e lu novu.
Facianu uniti centu mila ntrichi,
Standu suspisi, 'mpicciati ad un chiovu
L'Aria lu Focu, lu Mari e la Terra,
Gridannu l'unu a l'autru: guerra guerra !
(\)
Lu Iriddu cummattia cu lu caluri,
Cu lì cosi pisanti li Uggeri,
Cumbattiunu li moddi cu li duri,
L'unu mannava all'autru a Trimmisteri (2) :
Facia guerra la luci a lu scururi
E l'unu a l'autru ci stava d'arreri ;
E guirriggiandu la facianu a pugna,
Squarciandusi li natichi cu l'ugna.
(i) Il lettore ponga in relazione quella stanza con l'altra del Meli
[POrig. di lu inunnu St. 6) ;
A tempu chi lu tempu 'un era tempu . . .
(2) È un allegro villaggio di Messina, al lato di mezzogiorno.
- 207 -
Queste due stanze non saprebbe dirsi se sieno più gio-
cose o più ingegnose !
Pongansi ora due luoghi della versione del Brambilla
(della quale testé abbiam recato un piccol tratto) in raf-
fronto con due corrispondenti della versione del Nostro.
Il primo è questo :
iC. Ili, 67-71)
Jò non mi tegnu pri chidda chi siignu,
Né Dia Giumini cchiù mi chiamiroggliiu,
Si a sta caiorda non rumpu hi grngnu;
E si sta mala prattica non sciogghiu :
Né mi sta beni hi scettri; ch'impugnu,
Si fari non purrù chiddu chi vogghiu.
Cci su Mogghi e Rigina, e si non basta,
D'assiri Som so cui mi cuntrasta ?
Guardati, caiurdazza (i) svirgugnata,
Chi gran contentu ch'avi 'intra ddu pettu,
Ch'é gravida di Giovi la sguaiata,
Ed iu non aju un figghiu pri dispettu.
]\Ia non ti veni janca la bucata.
Chi ti farogghiu spurcari lu lettu.
Ti farogghiu passari sti murritti (2),
Cu fariti attisari li palitti (3;.
(i) Dispregiativo di cajorda, sordida.
(2) Il Pasqualino e il Mortillaro hanno inurrili, in triplice senso :
d'enfiamento delle vene del sesso ecc. ; di verminuzzi che sono nel-
l'ano delle bestie; e di baja o scherzo immoderato, il ruzzo dei To-
scani, il latino ludus iinntodiciis, nìmins. In questo senso fu adoperato
dal Gallo. Anche il Meli (/' Orig. di lu mundu , st. i) : Jeti cantit li
murrili di li Dei.
(31 Nel dialetto messinese la frase denota, morire. — Il Pasqua-
lino ha : attisari li pajuli. Ha pure palitta, come « voce messinese,
paletta da giuocare : » ma in Messina per palitti metaforicamente, col
verbo attisari, s'intendono i piedi.
- 208 —
•
• Forsi non sacchi chiddu chi disidiri,
Chi comu mia vurrissi divintari ?
Ma ti pruinettti e vogghiu fari a vidiri
Comu mi sapirogghiu vindicari,
Da Giovi stissu ti farogghiu ocidiri,
E cu mani so t'avi a 'mmazzari.
li
E fari sapirogghiu chistu e chini,
E cu "na botta farro un corpu in dui.
Non c'è riparu, dissi, in ccussì vogghin ;
E risuhita, tutta furiusa,
Subitu si snrgiu da hi so sogghin.
Lassò la spogghia divina e fastusa,
'Na nuvu'.a pigghiò pri so cumbogghiu,
Si fa la facci di vecchia bavusa
Cu li capiddi janchi e senza denti,
Cu 'n bastuneddu ;
paria 'na pizzenti.
E paria giustn a Betta (i) chi fu Balia
Di Semili quand'era picciridda,
•
Ch'era 'na donna vinuta d'Italia.
E Semili, cridendu ch'era chidda,
Chi n'avia denti e rusicava calia t?),
Quannu cci vitti all'occhi la garidda (3)
Schifusa, non vos'essiri basciata ;
Ma dissi : ben vinuta, nudi sì stata ?
Io credo di non ingannarmi pensando che alle scene
del poeta sulmonese il Nostro abbia saputo infondere
(i) La sostituzione di Betta a Beroe è fatta in grazia della voce
dialettale Betta, accorciativo di Elisabetta.
(2) Fave o nocciule o carrube o ceci abbronzati. Rusicari calia
figuratamente significa soffrire di gelosia.
(3) Nel dialetto messinese garidda o jarìdda (che io credo venuta
dall'arabo) vuol dire cispa. — Il Pasqualino e il Moktjllaro non
rhaijqo,
— 209 -•
maggior vita. È però da osservare che nella stanza 67 il
senso deiruitima proposizione non è ben colto.
Sentiamo ora il Brambilla:
Se dalle genti
Sono detta a ragion massima Giuno,
Se ben lo scettro a la mia man s'addice
E se incedo regina e del Tonante
Sorella, tal chi può negarmi ? e sposa,
Io spegnerò costei. Paga d'amplessi
Furtivi io la credeva, onte fugaci
Al mio talamo ; ed ecco ella concepe.
Questo mancava ? e nel discinto grembo
Reca in trionfo la sua colpa, e vuole
Esser madre da Giove, onor che a stento
Io sola conseguii fi), tanto confida
Nel bel sembiante. Ma farò che il suo
Giove stesso l'inganni ; e più non sia
Saturnia prole, se da lui travolta
Ella non scende a Stige. In questi detti
Sbalza dal trono, e, chiusa in aurea nube,
Alla casa di Semele si avvia.
Ma prima di scoprirsi, una vegliarda
Si tinse : il capo di canizie, il volto
Fece annoso di rughe e la persona
Curva sui piedi e tremolante ; e quale
Essere ai vecchi suol, prese la voce.
Beroe in tutto divenne, la nutrice
Epidauria di Semele. Appiccato
(i) Questo pensiero è meglio reso dal Brambilla che dall' An-
GUiLLARA, le cui parole son queste :
Madre del seme ond'io madre esser soglio
Vuol farsi
ove il pensiero non solo non è ristrettivo, come richiedeva l'ovidiano
vi.v, ma è pur travisato.
- 210 —
Dunque il sermone e circuito in molta
Ciancia, a Giove il condusse : ed a quel nome
Sospirando esclamò : Quanto vorrei
Che fosse desso ! a sospettar di tutto
Appresi : ai casti letti ahimè sovente
Mentite Deità fecero insulto.
E non ti basti che sia Giove : un pegno
D'amor, se vero è l'amor suo ti splenda.
Chiedi che teco, come suol con Giuno,
Nella regal sua maestà si mischi.
Così la Diva ammaestrò l'ignara
Cadmeìde
[L. III. p. 77-8 iVil. iSSs)
Che questi versi corrano eleganti, disinvolti e spigliati
e perciò sieno da lodare, ognuno lo vede. Ma nel Gallo
quella dignità ch'è propria dello stil serio, essendo mutata
in bernesca piacevolezza, è divenuta brillante vivacità.
Quanto alla esattezza della versione del Brambilla ,
è
da osservare che dove Giunone dice :
Vuol essere madre da Giove, non mi pare che il vuol
esser possa stare senza \\ fatta ; e così negli altri versi
Farò che il suo
Giove stesso l'inganni, e più non sia
Saturnia prole, se da lui travolta
Ella non scenda a Stige ....
quel più non sia, senza soggetto espresso, potrebbe agl'ine-
sperti parere dipendente dal farò clic e quindi riferibile
non a Giunone, ma a Semele (1).
[) Con più chiarezza si espresse Clemente Bondi ,
quando rese
. . . . Né di Saturno figlia
Esser vogl'io
- 211 -
Oltre a ciò, invece di :
E non ti baiati che sia Giove . . .
convenh'a dire eh' egli ti affermi d' esser Giove, perchè ben
poteva e^li spacciarsi per Giove, sen/' esser Giove.
L' altro è questo :
(L. VII, 26):
Corni! quandi! amimicciata na spisidda
Resta Slitta la cinniri, si mai
Veni lu ventn e sciuscià, dda faidda
Pigghia viguri, e allura vidirai
Un grand' incendiu, cussi surtiu a chidda
Chi tandu cuminzaru li so guai,
Chi di Giasuni videndu l'aspottu,
Lu cori cci abbampò dintra lu pettu (i)
'd Imitò questo luogo d'Ovidio, ne! secolo XVII, un dotto e va-
loroso poeta messinese, oggi dimenticato (solita ricompensa al merito)
Mario Reitani Spatafora, nelle strofe 126 e 127 del L. IV del suo
Poema Eroico // Roggiero in Sicilia (Ancona 1698), che, se ha di-
fetti, ha pregi non pochi, nobile flutto del suo ingegno e della sua
fantasia, educati alla scuola dei Classici :
Qual da Noto vicin tenue favilla
Suol' in se ripigliar nuovo alimento ecc.
Il Reitani nel 1678, entrati gli Spagnuoli, esulò da Messina, tras-
portando con se la sua biblioteca e si stabilì in Roma, ove die prove
del suo sapere col pubblicare odi, epitalami, canzoni, epicedj, sonetti
e drammi che gli fecero onore. E quando agli esuli fu permesso di
ritornare in patria, tornò anch' egli in Messina, ove morì il 3 IMag-
gio 1714, lasciando le proprie sostanze a quel Grande Ospedale Ci-
vico. V. gli Ann. del Gallo T. IV, p. 78.
Oh perchè la spettabile Amministrazione di esso Ospedale non
ravviva la memoria del suo insigne benefattore con la stampa di un
libro , che potrebbe esser venduto a prò della pia istituzione ? Io
i>e ho in mente il disegno ; e ben volentieri presterei ai miei compa-
triotti la mia umile opera, gratis et amore, s' intende !
.
— 212 -
0, con variante men bella, secondo me :
Chi di Giasuni videndii hi vultu,
Ntra hi so cori sintiii un gran tumullu.
Sentiamo ora il Brambilla :
Come si desta
Ai conforti del vento una favilla
Sotto il cener quieta, e vigorendo
Mormora e surge in un' adulta fiamma,
Alla vista così del giovin bello
Medea, cosparsa di rossor le gote,
S' intese ravvivar di nuovi spirti
L' ardor eh' estinto già parea . .
Versi di forma sicuramente eletta; se non che quell'a/
conforti del vento e quella favilla quieta sotto il cenere e
queir aditila fiamma mi hanno aria di ricercato. Più schietti
invece e più gagliardi mi sembrano quelli del Nostro; spe-
cialmente y aminncciata spisidda, la quale dice assai più
che quieta . .
Ma non vo' tralasciare la stanza 49 del L, IX, che per
vivacità descrittiva è una delle più belle :
Erculi allura cci dà un puntapedi,
E in terra mortu ti hi fa cascari,
Doppu lu isa ntra l'aria pri un pedi
E ti lu metti in tundu a giriari ;
E poi chi desi quattru passi arredi,
Ti lu sbilanza ( i) e ti lu jetta a mari.
Lica vulò 'ntra l'aria conni un fogghiu
Leggiu e 'ntra mari, poi, divinni un scogghiu.
(i) Nel Di::ion. del Pasqualino c'è sbilanciari, Vaequilibrium tollere.
- 213 -
Or non sembra d'aver dinanzi il niaravigiioso gruppo
del Canova, Ercole e Lica ?
E per r istesso motivo, dall'episodio della scaltrita
Salmace che, innamorata dell'ingenuo Ermafrodito, fa di
tutto per sedurlo ed egli la scaccia da se, mi piace trascri-
vere le tre stanze seguenti, le quali proprio ci pongono
sotto gli occhi le cose :
l'Idda) . . fingili, pri non farilu fiiiri,
Chi si odi andava; e arretu 'na sipala
Si 'ngattò mariola pri vidiri
Chi mai facissi, e ddà nterra si cala;
Ermafroditi! non sapia chi diri,
E a poca a pocu cci passò la mala (j)
Ma era tantu cunfusu e fatigatii
Chi si sintia ntra un focu accaliiratu
^C. IV, Su.
Undi, cridendn chi non c'era nuddu,
Né previdendu chi ci fussi 'mbrogghia,
O chi ci fussi qualchi pidicuddu,
Va pri lavarsi a lu Lagu e si spogghia.
Salmaci dissi alkira : ora 1' azzuddu (2),
E mi lu godirò conlra so vogghia :
Dintra lu Lagu si metti ammucciuni,
Mentri chi chiddu si jetta a natuni (851.
(1) In Messina significa: la stizza, il dispetto, il corruccio e si-
mili. Manca nel Pasqualino e nel Mortillaro.
(2) In Messina- è adoperato per dire : lo percuoto, lo batto e si-
mili : ma qui par denoti: lo stringo. In questi due sensi manca al
Pasqualino ed al Mortillaro.
-
— 214 -
Vidi la Ninfa che fa la Bertuccia
Chiddu chi alliira va mi s' arrifrisca ;
Uiidi fuiendu sutt' acqua s' animuccia.
Idda va in fundu, hi cerca e lu pisca ;
E poi lu ncoccia, lu stringi e l'accuccia (i),
E comu 1' acqua a lu vinu si mbisca,
Pri'andu Giovi chi unita ristassi,
E in unu tutti dui li trasfurmassi (86;.
Dissi già che la parte predominante nell' opera è la
comica lepidezza. E ora dirò che il Gallo 1' attinse a di-
verse fonti; cioè: gli anacronismi, le etimologie arguta-
mente scherzose; gli storpiamenti di parole; le pseudo
versioni di parole latine aventi qualche relazione di suono
con le sicule.
Delle bizzarre etimologie ride voli recherò le seguenti
Diu Baccu è chiddu chi rendi ad ogn' unu
Supra d'ogn'autru insigni e singulari.
E r Etimologia di lu so nomu
Baccu voi diri Jetta Baccalari (2).
Bromiu si dici chi voi diri Bromu ^3),
Id est chi Bromi v'obbliga a ghittari,
Di fari asinità dà libertati,
Però si chiama lu Liberu Patri (4)
(IV, S)
(i) Questi versi han tutto l'andamento dì quelli di Luigi Pulci
[Morg. Magg. C. XXI, 76):
Ella si storce, rannicchia e raggruppa,
Poi si distende come serpe o bisce,
Poi si raccoglie e tutta s' avviluppa,
Ella si graffia e percuote e stridisce.
(2) In Messina questa frase ittarì baccalari significa : dire spro-
positi o sballarle grosse. Il Mortillaro non 1' ha.
(3) Polmone marino, rotta JMarina o di mare. .
(4) Qui il buon Gallo fa rima per assonanza, come fa il popolo
nei suoi Canti, intorno ai quali nel 1S67 io scrivea : « Talvolta la rima
E pri hi vimi di Sciiimidinisi (4)
Lu gran Din Baccii si chiama Niseil.
Pri eli ideili di lu Fani e Caiavrisi,
Chi metti Lena, si dissi Leneu...
(st. 9)
E degli storpiamenti di parole :
Pandrosa per Pandora, Minai per Mineo, Licotri
per
Leucotoe, Merdusa pei Medusa, Cupiddii per
Cupido, Ci-
tava per Citerà, filastocthi per iìlastrocche
Don Chicciotti ;
per Don Chisciotte; Pauluundii per
Palinuro Marvuni ;
per Marone Pittauvn per Pitagora
;
Lamhicu per Ludo- ;
vico ; Truncatu per Torquato.
Delle pseudo versioni citerò due soli esempi :
Carmina veni d' aninni sirena
(C. VII, 137)
eh' è l'ovidiano:
Carmina proveninnt animo dedncta sereno.
Dissi Virgiiin :
Arma d'anvirn, gran fighiu d'un cani,
Li primi tròi su ntra li lavuri.
(C. XII, i).
cede all'assonanza, specie di rima ancor essa, che propria è dei
canti popolari e che, mentre più libero fa il pensiero, dimostra, come
osservò il Tommaseo, la delicatezza dell' orecchio popolare, che di
meno
materiale corrispondenza s' appaga e coglie più tenui differenze »
Canti scelti del pop. sic. posti iti versi Hai. ed illustr. Mess. 1867. Al
cori. leti. p. XII.
("4) Sciumidinisi, Fiumedinisi
(Comune della Provincia di Messina),
r antica Nisa, colonia greca. Un tempo nel
suo bacino idrografico si
estraevano filoni argentiferi ed auriferi e il nostro Gallo scrive che
:
nel 1734 i Tedeschi, sotto cario VI
d'Austria, batterono nella Citta-
della alquanta moneta d'oro, con' questo motto :
Ex visceribos meis haec funditur
{Ann. T. IV, L. Ili, p. 325).
^ 2lG —
Qualche Volta il ridicolo sta in una o piij parole, tolta
o tolte le quali, esso ridicolo cesserebbe, come quando
scrive iii>iia per tesla\ il che avea pur fatto Dante, il ^ran
maestro dell'ira e del sorriso; o come quando fa dire a
Medea (C. VII, 16) :
Mi fazzu la me triiscia 'lì e mi la solu (2),
ove ridicolo andrebbe via, se si dicesse :
Mi pigghiu la me roba e mi ndi vaju ;
o come quando dice :
(c. xrii, 90-
Dui ursiceddi vitti 1' autru joriiu,
Misi ngattati dintra na spilunca,
Ed a la matri chi mi stava attornu
L'aju ammazzati! c'un colpii di ranca;
Mbrazza mi la pigghiai, e poi ritormi
A la casa e li metta 'ntra li junca,
Danduci pani e latti, e dissi allara :
Chisti li sarvu pri la me signura.
Or togliete la parola signitra e la parte ridevole non
è più !
Altra volta la facezia sta in un errore nel cui genere
inciampano gl'ignoranti, quando parlano di ciò che non
Secondo Giuseppe Vinci, la parola h-usn'a sarebbe venuta dalla
(i)
voce araba trusclasc. V. V Byrnol. Sic. Mess. I759-
Questo Etimo- —
talora felici, per lo
logico, a giudizio dello Scinà, è pieno di ricerche
più stentate, ma sempre ingegnose iProsp. V. Il, p. 37o> Tale è il giu-
dizio che può farsi di molte opere congeneri.
(2) Cioè : me la batto, me la do a gambe, me rie vado a la che-
tichella.
- 2i7 ^
ben conoscono: come quando (nel C. XIV,
1S3) mette in
Cipro la città di Salamina, confondendo
la Turchia con
la Grecia; o quando considera
Turpino come scrittore d:
cosa riguardante una narrazione di Ovidio:
E bilichi Oviddiii non l'avissi ditti,
Cc'esti Tiirpinu chi li lassò scritti
(C. XIV, 13).
Altra volta, inun accenno comico derivato da un prin-
cipio serio che si prefessa: come quando dice che Pitagora:
Avia mossu la guerra a cchiù d'un cocu
(XV, 12).
alludendo alla sua teoria relativa al cibarsi.
Qualche altra volta il riso è destato da certe incasto-
nature che il Gallo fa, nei suoi versi, di noti versi d'auto-
ri come, per esempio, nel C. IVstr. 41, parlando
;
della
povera Tisbe :
Vitti la faccia sculurita e bedda
Tisbi, e cadiu dda nterra puviredda (i).
(I) Siffatte
incastonature di versi di Classici trovansi
nei poeti
giocosi italiani o vernacoli. Cosi in Luigi
Pulci (Morg: 3/<7gg.\ C. XXIV,
st. 141) :
Qui si nuota nel sangue e non nel Serchio,
tolto dal dantesco :
Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;
• — 21S -
o dal porre con qualche lieve moilificazionc, come nel
testò
citato, qualche verso, non iscorrevole come
quello che
può dirsi temprato ai rulli del tamburo, del Petrarca:
Fior, frond,' erbe, ombre, antri, onde, aure soavi (i).
Conviene ora sogojungere che tra i tanti sorrisi di
celia o di scherno, nel poema del Nostro, non si fanno de-
siderare le batoste eh' ei dà all' eterno femmimno « questo
pur bello (come scriveva il Milton) di iiatìira difetto »: talché
saresti tentato di credere c\\' egli soffrisse di misoginia, al
pari di quel greco poeta che nelle sue Tragedie tanto si
sveleni contro le donne. E in una di quelle volte ch'egli
a loro rivolse gli strali del verso, prendendo occasione
dalla misera fine del tracio vate, scrisse cosi:
E in Mons. Rau Requesens (nato nel 1609, morto nel 1659):
Chiangiu hi jornu ; e poi la notti quandu
Hannu riposa l'omini e li feri,
Sul' iu senza riposu lagrimandu,
Misura 1' uri e spenda 1' anni interi.
(Canz. Sicil.)
V. il Sonetto del Petrarca :
Tutto il dì piango, e poi la notte quando ecc.
Il Tommaseo nel Dìzion. d' Estct. V. I, p. 134, discorrendo di G. Ce-
Requesens
sare Becelii, diceche nell'opera della novella poesia \oàb
il
e di lui recò una Canzone piena d' alti ardiiH67iti. Grandi encomj del
delle Lodi dei piti Sicil.
Requesens fece il Prof. G. Bozzo nel V. I ili.
precitate.
(i) Ce' è frutti, erbi, umbri, antri, undi, auri suavi (II, 74).
.
- 219 -
È veramenti razza maliditta,
China di falsitati e di maiizj,
Chi di hi beni nenti si approfitta,
Superba e vana, richina di vizj,
Fausa e tiranna, iiidina a la
vinditta,
E porta l'onui ntra li pricipizf,
Ingrata, senz' aniiiri e senz'
affeltii,
È lu cumpendiu d'ogni gran difetti!
(C. XI, ,5)
E poi. fìngendo di riparare al mal latto, ai^^giunge le pun-
ture dell'ironia, che fanno assai più amare le oflcsc Ed
ecco cjò che scrive nelle
stanze 20 e 21 :
Mi voi pirdiinari,
Amicn; non siign'iu chiddu chi parrii.
Ovidiu fu chi scrissi ; e trasJatari
Divu ogni cosa senza mi la
sgarru (n.
Mi divi dunca tu, sessu, scusari,
Mentri lu stissu chi dici iddu
narru.
Ch'in quautu a mia sii di cori teneru
E a li signuri fimmini li veniru.
Ultra di chistu cosi
sti si sannu
Che sunnu tutti invenzioni e fauli,
Muitu cchiù chi li fimmini d'avannu
Sunnu cchiù duci chi non su li
frauli,
Mudesti, saggi, massari
all'affannu (2):
Sulu hannu un vizziu. chi
su tutti ciàuli.
E chiacchiaruni 'na pocu furfanti,
E tantu basta. Ma passa mu avanti.
(rj Qui il mi sta in luogo di che: senza che io sbagli, s^n/a sba
ghare. In Palermo questo
modo non c'è.
(2) Sino ad affannarsi. Il Mortillaro
ha l'agg. al/affa,unlfu e
fannaUz.u, p.r affaticato, ^'
a^laf
ansante, trafelato.
E invece noi ci fermeremo ;
che se volessimo continuare
questo grand' orto di li Miisedila, ove il
ad aggirarci in
Gallo trovò U Musa, avremmo tanta materia da riempire
un volume. E trascriveremo l' ultima strota con cui il
poema si chiude :
In chistii locu, cu summa mia gloria,
Ecco finiitu sugna di cantari.
Sutta li mura di Turri Vittoria,
Undi si vidi Calafria e lu mari !
In chiddu misi, pri eterna memoria.
Chi accumenzanu 1' Asini a ragghiari,
A cui cedu lu locu in curtisia.
Giacchi vonnu cantari poi di mia.
Adunque il Nostro cantò le Metamorfosi sotto il famoso
Caperrina (vicino il Monistero di Montalto), ove
colle della
nel terreno adiacente al casino e sparso qua e là di ca-
pitelli, di marmi con iscrizioni e d'altri rottami archeolo-
gici, avanzo del suo domestico Museo (l), il figlio Andrea
alla che,
aveva piantato un orto botanico: possessione
Bot-
morte di Andrea, passò al genero di lui D. Giuseppe
al Sig. Letterio Parisi e da questo al Sig. Giu-
taro ;
indi
per la cui cortesia io potei nel 186ò (dopo
seppe Pitonte,
aver impiegato parecchi giorni a rintracciare quel
luogo),
in compagnia del mio carissimo e illustre
amico Tommaso
Cannizzaro, visitare quel casino, quei ruderi e quel
ter-
reno dove quasi ci parea di doverci veder comparire
,
di momento in momento innanzi agli occhi i due primi
Da lui ricordato nella st. 45 del C. II del poema.
(1)
~ 221 -
possessori, due valentuomini Cajo Domenico ed
i
Andrea,
che tanto amarono ed onornron
iMessina (1).
Ed ora un voto alla spettabile
Amministrazione della
Città, fra cui seggon persone che hanno in pregio gli
studj e li onorano con la ior valentia.
Se l'opera delle Metamorfosi che
all'autore costò tre
anni di lavoro indefesso e ch'egli
nel corso di altri quindici
anni, grande mortalis aevi spatium,
al dire di Tacito
(2),
per miseria dei tempi, procurò invano
la
dì porre a stampa,'
se l'opera, ripeto, è sotto ogni
riguardo assai pregevole'
non solo per se stessa, ma anche pei
continui ricordi che
vi si leggono delle cose di Messina,
opera stessa è più
1'
che meritevole di esser tratta dalla dimenticanza
a cui ò
stata condannata fin' ora!
M'è dolce quindi sperare che Messina
vorrà darsi pen-
siero di pubblicarla, come fece del T. IV degli Amiali , di
cui aveva acquistato dalla famiglia La
Farina il MS 'per
una somma considerevole (3).
Così vedrem tolta dal lungo e immeritalo oblio (4)
l'opera geniale e patriottica del
suo nobile figlio! Certo
(r) Da una istanza di Andrea Gallo al Senato di Messina
(9 Marzo
179SJ ricavo che Cajo Domenico nel 1758 servi interinamcnte da
Segre-
tario il Senato anzidetto.
(2) In V. Agric. IH.
(3) Son parole del Prof. M. A. Bottari, di fdice memoria , nella
sua breve Prefazione a quel Tomo.
(4) Di questa totale dimenticanza
avemmo assai spiacevole prova
nello splendido volume pubblicato nel 1902 dal patrio
Municipio col
titoloMesszna e dintorni, là dove si parlò
dei poeti dialett.di messi-
nesi ed ove il nome di Cajo
Domenico Gallo briUa per /'assen-a per
nsare una frase di Tacito. .Solo
il Gallo è ricordato a p. 115) come
autore degli Anna/i, « compilati
con mirabile e preziosa fatica ,> Ep-
-^ 222 —
gl'ingegni che sono stati decoro e lustro alla patria han
pieno diritto alla stima e riconoscenza dei loro posteri !
L. Lizio-Bruno.
R. Provved. agli Studi in ritiro.
pure l'opera geniale delle Metainorfosi fu sin dal 1825 rammentata e
lodata dallo Scinà ; ed altri poi nel 1875 ne fece in Messina ricordo
in un suo lavoro Andrea Gallo ed i sìioi tempi ; e nella stessa Città
sin dal 1844 era stata pubblicata del Nostro la Batracoinioiiiachia in
terzine siciliane.
Ma più mirabile e preziosa è certamente la fatica intellettuale e
poetica ch'egli impiegò, scrivendo il travestimento d'Ovidio. — A
buon conto, se la Città di Messina non perdonò a spese di sorta nej
dare alle stampe il bello ed elegante volume illustrato 3Icssina e din-
torni (come prima avea fatto , riproducendo i 4 volumi degli Annali,
sì egregiamente continuati dal Prof. Gaetano Oliva) , non negherà
all'opera di cui tenemmo discorso la spesa che occorre per farla di
ragion pubblica. E il dubitarne sarebbe un ofifendere nostri tempi e i
la Città di Messina !
NOVARA DI SICILIA
E LE SUE OPERE D'ARTE
(da documenti inediti)
Coni, e fifie v. amo VI, fase. III-IV.
Chiesa dell'Annunciata.
È assai elegante, di stilj dorico, a tre
navate e quattro
colonne in muratura e stucco con filettature e ornati in-
dorati. -Data la pDca differenza fra lunghezza e larghezza,
ariegia, in certo modo, un panteon.
Questa chiesa
è più antica di quanto appare dai
mil-
lesimi che trovansi sulla facciata:
infatti sulla porta mag-
giore è inciso sulla pietra 1697, che
può ricordare un Ri-
facimento e non altro, poiché ora è chiaro che una confra-
ternita di disciplinanti sin dal 1504
esisteva in questa chiesa,
come da un atto notarile comunicatomi dal
La Corte-
Cailler si rileva. Il 28 marzo 1504 infatti, in Novara stessa
i confrati Iacopo Zappiromo, Domenico Paratore e Simone
Sabato impegnavano il pittore messinese Antonino Cam.
polo, colà presente de fari iimi coufaluni per la loro
,
chiesa
secondo il disegno presentato però de megln manera
,
et
intagli di altro gonfalone di quella
confraternita di S. Gior-
gio, eseguito probabilmente del
Carapolo stesso. Il gonfalone
dovea recare da un lato la Madonna Annunziata con l'An-
gelo, e nell'altro la liccmia di Gesù, mentre a li conetti
d'un lato doveva avere SS. Pietro
i e Paolo, e nell'al-
tro S. Nicola e S. Sebastiano. In
basso poi, in una conetta,
la Pietà, e nell'altra la Madonna della Catena; a li couetti
de III spicit de sitsii doveansi dipingere il P. Eterno, S. Ca-
terina e S. Agata, e nell'altra parte S.
Antonio, S. Bernardo
- 224 —
e la Madonna ÙLAVAcconiaiidata', ai pilastri finalmente do-
vevano stare due Angeletti, e a In pissu una colomba.
li gonfalone dovea dipingersi in Messina e cola con-
segnarsi finito in ygosto, pel prezzo di Onze 8 (L. 102) di
qual sommi si anticipavano al pittore due Onze L. (25,50)
compreso un tappeto valutato 15 tari (L. 6,40); i confrati
poi dovevano curare a loro spese il trasporto a Novara,
il che aveva luogo, invece che in agosto, il 26 marzo 1505,
come si rileva da una nota in calce all'atto stesso quando
si saldava il gonfalone, presente anche Girobino Pilli, buon
pittore messinese di quel tempo (1).
(i) Il contralto, ancora inedito, mi viene gentilmente trascritto dal
La Corte-Cailler ed è il seguente :
xxviij niarcij, vij Itici. 150^. Apiid terrain noharie.
I\fagistcr antonìniis cainpiilu, picfor de n. e. in.., consenciens eie,
spovte corani nobìs se obìi,s:avit et obligat uiagistro Jacobo zapparomo et
dominico paraturi ac xiinoni sabato, inagistris confratrium discipline
sane te marie de la nunciata diete terre noharie, presentibns eie, de fari
unii confaliini ad opu de la dieta confratria in quillii inodu, maneri et
signi, caratteri et intagli acciissì conni si conteni per unii designu de In
die tu confaiuni desig natii in uno menzo foglo de carta, videlicei de
quitto modu., valitudini et grandiza chi e tu confaluni de la confratria
de sanili feorgi diete terre, et de meglu mane ra et intagli de tu dieta
confatimi; in tu quali confaluni divi fari li figuri infrascripti, videlicet:
a luna banda fari la figura de la gloriosa virgini maria de la nunciata
culli tu ungilo, et a laltra banda farinchi desìgnari la licencia de nostru
signuri fesii xristu; et a li conetti de tu cantu, de luna ban^a, sanctii
petru et sanctu pallili, et di laltra banda sanctii nicola et sancta sebastia-
nu; et a la conetta de tu pedi la pietati; et de l'altra parti la virgini
maria de Li cafina; et a li conecti de tu spicii de sitsii designati et
fari: a luna parli In dcii patri, sancta caterini (sic) et sancta agata;
et a laltra parti sane lo anlonio et sanctu bernardn., et la virgini maria
de la comandata; etiani chi divi fari dui angilecti a li pilastri, et
a tu pizii una paluniba; li (sic) confaluni divi fari a tucti soij spisi de
tu die fu mastro antonio; deoratu cuin. oro ginuijnu et constu. per prezu
f
- 225 -
Di questo lavoro perù , non esiste oramai traccia al-
cuna.
I libri d'introito ed esito di questa chiesa, nei quali non
poco si sarebbe potuto spigolare nell'interesse della storia,
cominciano intanto dal 1615, e questo dice una scrittura che
giova riferire : Io sottoscritto Don Antonino Salvo, arci-
prete, certifico che ricercato lo libro piìi antico della chiesa
Antiìinzidla, formato sotto l'anno 1620, ho trovato che An-
tonello Bona scia paga nn censo annuo di tari sette et e,
come da contratto fatto nel 1582 dal notaro Paolo di Carlo
di detta unità di Novara. Da documenti anterioni però,
resta assodato che nel 1523 Cola Maimone lascia alla chiesa
Gaza una (L. 12.75): Antonietta, vedova Puglisi, lega nel 1574
una casubra di damasco bianco, e così altri lasciti s' eran
di utizi otiti de tu pisu generali; In quali confaluni ipsu magislru an-
tonio dici fari in la dicla nobili chilali, et spacharilo per dieta per tuctu
lu misi de agustu primo da viniri; lu quali ipsi magistri de la dieta
confratria si lu dìvuno parlari de la dieta citati a spisi Ioni; di li quali
unzi ottu ipsu inagisiru antonio presenciahter et inattualiter recheppi et
happi une. ij inlercludendu unii tappitu prò prezu di tar. xv in la
dieta sitiniìia di une ij.... denunciando eie. reslans di pagavi in quista
vulnera, videlicet: une. ij infesto sancii fohannisbaptiste p. v., alias uncias
ij infesto sane te viarie de lu Tindaro p. v., et alias uncias ij ad covi-
pliutentuvi in festa nativitatis domini nostri fesu xristi p. v. etc.
Presentibus ven. presbitero angelo cabino, archiprebitero diete terre;
hon. petro lu gullu et ber nardo vianganazo.
in calce :
xxvj inarcij viij Ind. (stil nuovo 1505) supradictus magister antonius
sponte confessus est esse integre solutum et satìsfactuvi a supradictis
dominico paraturi et xiviuni sabatu de supradicto predo supradicti
confalonis, et voliiit presentevi contractum esse cassiuin, et sic cassus
est et z'acat.
Presentibus antonio de acanpi quondam thomasii, et magistro fero-
bino pilli, picturi, de civitate viessane.
(Atti di N.'' Pietro Funi (o Xunii voi. 1500-21, fol. xxxxiij).
— 226 —
verificati nel 1572, 1554 e 1536, fino alla costruzione di una
bella statua, di cui dirò in seguito, commessa in Messina
al Maz/fclo dalla pietà di un tal Valentino.
Nel 1697 intanto, la chiesa tu ingrandita ed abbellita,
ed allora si decorò la volta in legno di noce intagliato a
pentagoni, con in mezzo un quadro su tela che raffigurava
r Annunziata, quadro di non molto pregio, ma che circa 30
anni fa venne tolto, essendosi barbaramente surrogata la
volta con altra di stucco, e la tela passò ia sagrestia, dove
ancora si vede.
Pregiatissimi sono i paramenti sacri, ricamati in oro
e argento e con preziosi ed eleganti disegni. Uno sten-
dardo antico, di seta e ricamato con vero gusto, è logoro,
e si conserva fra altri arredi fuori uso.
Il quadro, la Strage degli Iiinocenli, tatto recentemente,
non ha alcun valore, anzi si può dire che deturpa la chiesa:
l'antico, era di qualche pregio.
Inutile fare menzione del quadro di S. Agata e della
statua di S. Rosalia e di S. Antonino. Questo santo, però,
colla sua espressione sorridente e promettente risponde
al concetto religioso che hanno i credenti, i quali possono
sperare non 13 grazie al giorno, quanto si dice, abbia po-
testà di dispensarne, ma ben 13 centinaia. Molto prege-
vole è invece la statua del Mazzolo, cui cennammo, in marmo
bianco, e che resta all'altare maggiore, ma l'atto d'impegno
per questo lavoro, redatto in Messina dove l'artista di-
morò lunghi anni, non s'è potuto ancora rinvenire.
Si ha però — e non è poco — che il 23 settembrvi 1530
Giovan Battista Mazzolo s' impegnava con alcuni delegati
della terra di Brugnaturi di S. Caterina, in Calabria, ad
frabicandiiììi et laboraudiim quendani ivnmaginem Nini-
date jjiannonc, hoc modo, vidclicet: una immaginem già-
- 227 -
riosce Marie Virginis cnm suo scannello in pede, longitndi-
iiis palniormn quiìiquc sine dillo scanno, proporcioìialani
PROUT EST ILLA LXMAGO NuXCLVrfi IfcRRE NoGARIE, FIENDE
PER
IP3UM MAGis FRUM Baptistam, cl luiuni niigcliiin cnin
suo scan-
no in pcde nuirniorc, longilndinis pnlniorum
qualuor, geni-
bus flcxis sino dillo scanno, et quoddain scannelluni in medio
cum suo libro, cl unum Dcopalrcm et Spiritum insancluni
(sic) el colunbani, circunidatuin seraphinoruni. Così nell'atto
d'impegno, ancor esistente in Messina (1).
Ed il Mazzolo certamente adempì l'obbligo suo verso
Novara, poiché la statua reca scolpito nello zoccolo, sulla
faccia anteriore, l'anno D531, mentre sul piedestallo dell'An-
gelo si legge:
A. QVISTA. OPERA. FV. PRICIPIV. M.
o
VÀLETI." ALTRI. BENEFACTVRI.
Questa pregevole statua ha una bara in legno com-
prendente quattro colonnette agli angoli che sorreggono
una volta decorata con ornati e ghirlande di liori. In mezzo
al ripiano vedesi la statua della Madonna con libro, e quella
dell'Angelo Annunziatore, mentre nel centro della volta
si libra lo Spirito Santo ed in un angolo soprastante alle
,
due statue, un mezzo busto del Padre Eterno.
sta
Non reca la nrma, è vero, ma in gran parte le misure ri-
spondono a quelle date nell'impegno della statua per le
Cala-
brie, e che doveva essere come questa. La Madonna in-
latti, che doveva esser alta cinque palmi (m. 1.75) senza
piedestallo, è invece m. 1.23, e lo zoccolo m. 0.24; invece l'An-
'
r) Registri di Notar Francesco Salvo seniore., voi. 152S-31 (Nell'Ar-
chivio Provinciale di Stato di
Messina).
— 228 -
gelo, che doveva alzarsi per palmi 4 (m. 1) è esattamente
m. 1.02, e sta genuflesso sopra un ginocchio, con le braccia
conserte al petto. Il libro, il P. Eterno, e lo Spirito Santo
tra serafini, voluti dal contratto, si vedono scolpiti a posto.
Concludo poi che la statua tu ordinata al Mazzolo nel
1530 e finita nel 1531 come dalla data appostavi si legge,
e dovette pagarsi Onze 32 (L. 408,), perchè tal somma si
prometteva da quei a Calabria per lo stesso lavoro, che do-
vea loro consegnarsi in Natale 1530, ma che forse subì an-
che un ritardo, come la statua di Novara.
Fra le scritture di questa chiesa ne abbiamo trovata
una davvero preziosa ,
in quanto che conferma una tra-
dizione, che a noi importava moltissimo mettere in sodo.
Si diceva, dunque ,
che anticamente un incendio avesse di-
strutto le scritture di tutte le chiese che si conservavano
nell'archivio della madrechiesa. Il fatto, se non certo, do-
veva essere probabile, perchè nessun documento esiste che
porti una data anteriore al 1509. Il registro dei battezzati
comincia dal 1543, quello dei morti dal lb55, quello dei matri-
moni dal 1591. E con analoghe date esistono pochissime scrit-
ture che non hanno molto valore storico, o che giovi al no-
stro assunto. 1 libri di introito ed esito, non sono che re-
lativamente recenti, e nulla, quindi possono dire sull'origine
delle chiese: essi datano dal 1600 in poi, quando cioè le chiese
erano state fatte, non restando che la parte decorativa e
l'ammobigliamento. La tradizione, dunque, parlava dellMn-
cendio, il fatto della mancanza di documenti antichi lo con-
fermava, ma la prova evidente, ripetiamo, si è trovata in
questa lettera che fedelmente riportiamo.
« il sacerdote Don Silvcslro Maimoiie e Riga, come prò-
« curatore sostituto della chiesa della SS. Annunciata, della
« terra della Novara, uìiiilinente espone a V.E. (l'arcivescovo
— 229 —
« di Messina) qitaliìieiite trovaìidosi la detta chiesa creditrice
« sopra diversi predi e lascili, e perchè imi si trovano le
« scritture orij^iiiali ndr archivio che fitrjiio ahr agiati nel
« secolo trascorso da un fululine, così domanda all' E. V.
« come deve regolarsi onde esigere ctc. Novara 26 Set-
« tenibre 1743 >.
Dunque è assodato l'incendio, con di più hi causa che
ne fu un fulmine.
Questa chiesa ha tre campane, una fatta recentemente,
nel 1875, un'altra tu>a dal Giuseppe Costantino nel 1834, la
terza ha caratteri antichi che non possono leggere che i
competenti. Caratteri simili trovansi in altra campana della
Madrechiesa, della quale dirò in appresso.
Chiesa di S. Sebastiano.
Chiesa ad una sola navata e cinciue altari. Già lesio-
nata in più luoghi, minacciava rovina, quando cinque ann-
addietro fu restaurata, ed il campanile, rimasto incompleto
tìn da principio, fu, se non completato^ coperto da una tet-
toja da simulare un' opera finita. Davanti di essa vi è un
largo, dal quale si ammira il più bel panorama che offra
il paese, avendosi di fronte un bel tratto del mar Tirreno
adorno dalle isole Eolie.
Data la quantità delle chiese che ha Novara, e data la
vicinanza della chiesa dell'Annunciata, questa di S. Seba-
stiano si poteva ben sopprimere, facendone del suolo, uni-
tamente al largo esistente, una piazza che, certo, avrebbe
adornato il paese, sia per la grandezza, sia per l' incante-
vole prospettiva e sia, anche, perchè non vi è alcuna altra
piazza. Ma essendo stata restaurata ,
chi sa quando i po-
steri si decideranno a smantellarla.
— 230 --
Non è possibile rimontare all' epoca in cui venne co-
struita, perchè, come si disse, incendiato l'antico archivio
delle chiese, l'origine di esse è rimasta nel bujo. In ogni
modo ò una delle meno antiche. Il registro d'introito ed
esito comincia dal ìbò'ó e dalle spese che si venivano fa-
cendo, pare che la chiesa fosse da poco terminata. Infatti ò
notata la spesa di onze 38 per uno stendardo, fatto da Don
Domenico Chiarello, in Messina, nel 1696. E nel 1698 altra
spesa di onze 3 per una fornace di calce che doveva servire
per la chiesa di S. Giovanni Laterano, che di poi fu sop-
pressa. L'esito seguita con le seguenti partite, delle quali
è inutile riportare le cifre, tranne di qualcuna.
Nel 1702 si spese per rifare il campanile, gli angoli
di pietra ed il cornicione, nonché la facciata della chiesa,
la relativa scalinata e la regolarizzazione del piano.
Nel 1732 si fece la cornice del quadro del Purgatorio.
Non si parla del quadro, perchè la spesa per esso fu fatta
dai divoti probabilmente.
Nel 1729 30 si allargò la sacristia, si fece la volta ed
il pavimento con 400 mattoni , allargandosi il piano e co-
struendo nel burrone il bastione.
Nel 1732 viene fatta la scalinata dell'altare maggiore
proseguendosi il bastione sotto del piano.
1737. Spesa per fare il pulpito, 1' arco della cappella del
Purgatorio e la porta laterale della chiesa, proseguendosi i
lavori del campanile.
1746. Spesa di onze 32 per una campana ,
e di onze
18 per la corona di argento di S. Sebastiano, nonché le frec-
cie, che furono lavorate da maestro Battista Moschella.
Nel 1750 per onze otto fu fatto il quadro dell'Addolorata
che fu benedetto, assieme all'altro della Madonna della Mercè
che costò del pari onze 8, due anni dopo. Nel 1752 s' isti-
- 231 -
tuìsce una confraternità, della quale fan parte frrt lei li e so-
felle, cioè ammette ambo i sessi, L'organo fu fatto in Mes-
sina nel 1753 e costò onze 30, più onze 6 per spese di tra-
sporto e regalo all'organista.
Attualmente in questa chiesa si nota la statuetta in
legno di S. Rocco, quella di S. Sebastiano, legato ad un'al-
bero e trafitto da numerose freccie, l' altra moderna di
S. Gregorio in cartapesta. Bisogna ricordare che questo
santo aveva già la propria chiesa (distante da questa 10
metri e convertita, anni sono in ospedale, nella quale erano
allogati pure altre due statue, cioè quelle di S. Lorenzo e
di S. Silvestro. Mezzo secolo addietro tutti tre uscivano,
assieme alle altre statue del paese, nella processione del 15
Agosto , festa dell' Assunta , ma in seguito la chiesa di
S. Gregorio venne chiusa al culto, le statue deperirono,
e solo quella del titolare fu ricoverata in questa , ma per
breve tempo, poiché consunta anch'essa, venne surrogata
da altra, fatta in Messina, la quale, perchè ritenuta, per
r opulenza delle forme e pel volto roseo, non corrispon-
dente all'originale che fu, in vita, come narra la storia, secco
e mingherlino, fu di nuovo surrogata da altra macilente e
con viso plumbeo, fatta in Barcellona nel 1890 e che costò
lire 150. Inutile parlar di pregi artistici, né di nomi di au-
tori, che del resto non risultano dalle ricerche fatte.
Di statue, finalmente vi è quella dell'Addolorata, fatta
dal Genovesi, in Palermo, nel 1854, e della quale parleremo
più avanti.
La chiesa contiene quattro quadri, cioè la Madonna della
Mercè, il Purgatorio, S. Vito e l'Addolorata, tele ordinarie,
senza nome d'autore né data. Quello però del Purgatorio è
degno di nota per un enigma che non abbiamo potuto chia-
rire - Tutte le figure han poco valore : ne hanno molto ,
-- 232 -
invece due, un'angelo, un ardito scorcio, nel centro del qua-
dro, che porge la mano ad un'anima che sta in giù, con
altre, nelle fiamme; ed un'altra anima colle braccia con-
serte, pure nelle fiamme, nell'angolo inferiore sinistro del
quadro. Sia per disegno, sia per colorito, ambidue sem-
brano fatte da altro pennello, perchè la bellezza dell'angelo
ed il colorito vero, vivo dell'altra figura non corrispondono
affatto all'intonazione che presenta l'insieme del quadro,
intonazione dove campeggia la tinta scialba e grigia. Ecco
l'enigma.
Il quadro attuale dell' Addolorata è degno, se non lo
è di fatto , della mano di un mestierante ,
mentre 1' antico
era assai migliore, e non sappiamo per qual motivo fu sur-
rogato.
La statua dell' Addolorata è veramente lavoro assai
bello: siamo, infatti, di fronte ad un vero, ed abbiamo da-
vanti la donna. Ma l'eccellenza dell'arte consiste, nelle opere
sacre, nel far scomparire od ecclissare la carne e la mon-
danitA, facendo risaltare un sentimento, una idealità, e nel
caso presente , un dolore supremo , scopo ben raggiunto
nella nostra statua, nella quale la donna è scomparsa,
restando solo l'espressione del più vivo e straziante dolore.
È la Niobe antica, è la Pietà del Duprè (1) con l'aggiunta
di una lacrima impietrita sul ciglio ed una spada d'argento
che le trafigge il cuore.
Così va espresso il vero, e Corrado Ricci ha ben ra-
gione quando dice che la riprodusione rigorosa e scìuplice del
vero ìioìi può aspirare all'alto nome di arie, ina die l'ar-
tista, studiando molto dal vero, debba procurarsi quella
abilità che gli consenta poi di produrre Vopcra vera, non
copiando il modello od il maìiichino.
(i) Nel camposanto di Siena.
O'-l
-- 233 -
Il verismo è condannato , anche come espressione di
concetto, e non ò dimenticata la giustji guerra che V arte
classica tece al Nerone del Gallori , il quale per presen-
tare un concetto vero, v'csti il suo personaggio da baldracca,
risultando dalla storia che con tali muliebri vesti appunto
Nerone andava gironzando di notte nei prostriboli.
Quanto lodato, invece, in quello stesso turno di tem-
po (1868) il ratto di Polissena del Fedi, che ebbe, anzi, l'o-
nore di stare accanto al Perseo del Cellini ed in compa-
pagnia del Laocooiite e del Ratto delle Sabine, nella Log-
gia dei Lanzi a Firenze.
E quanto giusto vero nel Tobia del Sarrocchi, nonché
in tante altre opere, dove è bandito il vero nudo e crudo.
Questa chiesa possedeva i più ricchi e preziosi para-
menti sacerdotali, ma furono rubati anni addietro e venduti
in Catania,
Delle tre campane, due sono recenti, cioè del 1844 e
1886, la terza è del 1710 e fu fusa da Paolo Costantino.
Chiesa del SS. Salvatore.
È una modesta chiesetta, distante circa 500 metri dal-
l'abitato, e che ebbe varie vicende.
Fin dal 184C circa era chiusa al culto, tranne che pel
giorno del titolare, in cui si celebrava una messa cantata,
e pel giorno di S. Filippo che dalla madrechiesa , sua re-
sidenza, vi veniva in processione. Fattosi, però, il cimitero
e sgombrate le ossa dalle sepolture delle varie chiese , fu
adibita come ossario, ma dopo qualche tempo cominciò a
rovinare per ridursi, infine, senza tetto.
Un mendicante, certo Angelo, figlio dell' amore ,
ebbe
r idea di ricostruire la tettoja, nonché di abbellirla, e si ac.
- 234 —
cinse a domandine elemosine a tale scopo, elemosine che
venivano volcnicrosamente date in denaro, ovvero in ge-
neri e materiali occorrenti, come legname, mattoni, calcina,
tegole ed altro. Così la chiesa risorse in condizioni assai
migliori di prima , coji pavimento in mattoni di cemento,
muri interni ed esterni intonacati, altare regolarizzato, con
r aggiunta di una sacristia che prima non aveva. La cam-
pana di S. Venera passò a questa chiesa ,
essendo stata
adibita per altra chiesa la propria. Ma il Mendicante, ter-
minata l'opera, impazzì ed ora trovasi nel manicomio di
Messina.
Chiesa di S. Giovanni Battista.
È chiesa piccola, di fronte alla madrechiesa , con cin-
que altari.
A prestar fede alla data che è incisa sull' architrave
della porta, si dovrebbe credere che fosse stata costruita
nel 1592, ma siccome vi sono scritture dal 1563-1577-1588,
così deve ritenersi che quella data segni qualche modi-
fica alla facciata ovvero il compimento, mentre la chiesa
era costruita e funzionava già da 29 anni.
Contiene due quadri importanti, cioè quello di S. Gio-
vanni ai piedi del quale è scritto : A. M. D. G. anno 1778 —
Sacerdote Sebastiano Bertolami procuratore. Non vi è nome
d'autore.
L'altro quadro, assai più pregevole ed uno dei migliori
che possediamo, fu fatto da Antonio Catalano nel 1598, come
è scritto nello stesso quadro, e rappresenta la Salita al Cal-
vario : in paese è detto il quadro del Perdono.
Il Catalano è pittore messinese (1560-1630), dove è di-
stinto col nome di antico per l' omonimo suo figliuolo,
" ^35 —
pittore valente anche lui; e fu allievo del Haroccio e del-
l'Alban I. Le due figure a mezzo busto, che vcdonsi espres-
se nel quadro, con le mani conserte in atto di pregare
sono
i ritratti dei committenti Cesare Mairnone e fratello Saverio,
accanto si legge :
HOC OPVS DEVOT'^
GRATIA CESARIS
MAIMONIS SUMP
TIBUS PER
FECTVM
EST
Il nome del pittore poi così vedesi espresso :
ANT.s CATALANVS
MESSANENSIS
PINGEBAT
1598
Questa bella tela, misura m. 2 per m. 1.27 ed era nella
chiesa di S. Giovanni, dove la vide e la descrisse nel 1833
il D.' Carmelo La Farina (l), ma non essendone colà ben
sicura la conservazione, do qualche anno, dopo
le nostre
insistenti e vive esortazioni, fu trasportata alla
madrechiesa,
ove occupa un posto nella cappella del Crocifisso, posto
non
felicemente scelto per la luce falsa che riceve, ma che tut-
tavia permette ai fedeli di vederla ed ai forestieri di am-
(i) La Farina C, De/Ze Belle Arti e degli artisti fioriti in va^
rie epoche in Messina. Ricerche ordinate in piit lettere, pag.
38-39
(Messina, 1835).
mirarla, cosa impossibile prima, essendo la chiesetta di
S. Giovanni chiusa già al culto da tanti anni.
Fino a poco tempo fa in essa si celebrava una messa
cantata il giorno 8 Settembre, ricorrenza della festa della
Madonna del Tindaro, ma ora non più.
Chiesa di S. Venera.
Chiesa piccola, a due chilometri circa dal paese, fu
costruita nel 1602 come appare dell'incisione che vi ò sulla
porta. Bisogna dire che doveva servire pei bisogni spiri-
tuali dei pochi ortolani che abitavano in quella contrada
ed averla, quindi a portata di mano, si direbbe, visto che
in paese ogni fedele aveva la sua chiesa davanti la porta.
Accanto alla chiesa vi è un piccolo locale dove ,
un
tempo, abitava un frate che vestiva il sajo dì lana grezza,
conforme al vestiario di S. Paolo, l'eremita.
È rimarchevole il pregevolissimo quadro su tela , che
raffigura S. Anna, S. Venera e la Madonna col bambino
in braccio. In basso del quadro vi è una fascia, divisa per
mezzo di tre cariatidi in quattro scompartimenti, in ciascun
dei quali il pittore dipinse episodi della vita e martirio di S.
Venera. Autore è Francesco Cardile alias Cardillo, pittore
messinese allievo del suo concittadino Antonello Riccio: l'ar-
tista, a simbolo del suo nome, dipinse nel quadro un car-
dellino recante nel becco un nastro bianco con la scritta :
ego feci. La data che leggesi nel quadro è 1607, e da essa
possiamo concludere col La Farina che questo dipinto è
forse l'ultimo compito dal valente artista, che in quell'an-
no precisamente mancava ai vivi nella patria sua (l).
(i) La Farina C, Delle Belle Arti e degli Artisli cit. pag. 12-13.
Ora intanto, è da deplorare che la chiesa da tempo ò
chiusa al culto, mentre fino a pochi anni fa vi si celebrava
una messa cantata nel giorno della festa di S. Anna, cosa che
non si pratica più. La campana fu tolta e data alla chiesa
del Salvatore, la tettoia è in rovina ed è facile che la piog-
gia spruzzi il prezioso dipinto. Da multi anni noi facciamo
istanza onde il quadro venga portato alla madrechiesa, ed
abbiamo anco promesso di fornire la chiesa di una oleo-
grafia di S. Anna che ne surrogasse il quadro, ma inutil-
mente (l).
Madrechiesa.
Più che chiesa è un tempio per grandezza architet- ,
tura, eleganza, armonia di linee, arditezza della
cupola, non
che per ricchezza di argenterie, paramenti sacerdotali, pro-
f'isione di marmi e stoffe preziose e numero di campane.
E di stile Corinzio a tre navate, in forma di croce la-
tina, con dodici colonne di pietra arenaria con meravigliosi
capitelli, specialmente all'ala sinistra. Contiene tredici al-
tari di marmo, compresi i gradini, fra i qu'ili il più ricco
e pregevole è quello del Sacramento, e quello maggiore.
Di marmo era pure il pavimento del terzo superiore
della chiesa, ma da pochi anni è stato completato il rima-
nente.
Ha un buon organo e 9 campane.
L'impressione che fa questa chiesa, anche a coloro che
sono sforniti di senso artistico, è meravigliosa, e noi che
abbiamo veduto molte chiese in tutte le Provincie del
re-
gno, proviamo una vera ammirazione guardando
questa,
che non ha eguali (s'intende, dello stesso genere)
per bel-
lezza, eleganza ed armonia delle varie parli. Né può dirsi
(i) Ora, però, fummo esauditi e la tela fu portata alla matrice
e
situata nella cappella di S. Anna, dove è ammirata da tutti.
-^ 238 -
che il nostro amor proprio (è il caso dire del campanile)
ci detta questo giudizio, perchè abbiamo la coscienza di
giudicare obbiettivamente. Del resto, questo lusinghiero
giudizio non ò solamente nostro, sibbene di tanti forestieri
che han veduto la chiesa , compresi gli appassionati del-
l'arte, i competenti e gli artisti.
11 coro, come l'arredamento della sacristia, è in legno di
noce, finemente intagliato e con ornati indorati.
A che epoca fu costruita la chiesa ?
S'ignora completamente, e né per tradizione, ne per
documenti si hanno notizie, anche approssimative.
È certo che da prima non sorse qual'è ora, ma dovette
avere proporzioni assai modeste, per come modesto, nella
sua origine, doveva essere anche il paese. La genesi di
di essa è quindi legata a quella di Novara ,
e chi cono-
scesse questa, avrebbe qualche conoscenza di quella. Ma
le nostre lunghe, persistenti e pazienti indagini su di ciò
non sono state coronate da molta luce.
Il paese, anticamente , era situato ai Casalini e si chia-
mava Noa, Di esso, lo storico Filippo Cluverio ,
nel li-
bro 3*^ pagina 385 dice : « Ultra Galatam, Inter Cantaram
« et Oliverium amnis, qua NeptuniO; seu Pelori monti ju-
« guntur Herae, sive lunonia juga, opidum, nunc, est voca-
4 buio Noara. Id nomine suo serbare videtur antiqui opidi
« quod Stcphani, epitomatorì et Suide ,
Favorinoque di-
« citur Noae, atque inde opidani ejusdem Noaei: qui Plinio,
€ lib. 3, cap. 8: in mediterraneis sunt Noaeni. Stephani epit:
« NoAE, gentilium Noaei est, autem, Siciliae opidum. Suida
« ac Favorinus: Noae, opidum Siciliae, cujus opidanus di-
ci citur Noeus ».
Ora, chi sapesse l'epoca in cui gli antichi Noeni ,
no-
stri antenati, lasciarono quell'alta vetta per istabilirsi qui,
ove noi siamo, saprebbe del pari qualche notizia sulla pri-
— 239 —
mitiva chiesa che sorse nel nuovo paese, perchè
non si
può concepire un popolo senza il suo locale pel culto re-
ligioso. Intanto questa data, ripetiamo, è ancora ignorata,
come nulla si sa delle cause dell'abbandono dell'antica Noa.
Noi fecimo, nel nostro lavoro storico sii Novara,
di-
verse ipotesi e ci attenemmo, infine, a quella di
terribili
tremuoti che avrebbero danneggiato in parte o
completa-
mente rovinato il paese, motivo per cui i pochi superstiti
alla catastrofe, cercarono rifugio più in basso, stimandolo,
forse meno soggetto ai cataclismi tellurici, e così scelsero
l'attuale sito di Novara.
Una vaga ed incerta tradizione dice che fu luogo del
loro rifugio contrada Cittadella, sottosi^iniQ e più vi-
la
cma a Noa, ed in vero esistevano coLà vesfgia
di antiche
costruzioni, ora scomparse, ma la posizione non avendoli
accontentati ,
vennero difinitivamente a stabilirsi qui, co-
struendo le prime case attorno alla roccia del castello e
dal lato di mezzo
giorno. Ma a che epoca successe ciò?
S'ignora, ripetiamo, ed è giocoforza ricorrere
alle ipotesi,
che volentieri lasciamo fare ad altri. -
E certo che in Novara documenti scritti anteriori al
,
1500, non ne esistono, essendo stato incendiato da
un ful-
mine l'archivio della madrechiesa, dove erano conservate
tutte le scritture religiose e che, certamente, dovevano
contenere preziose notizie che avrebbero svelato a
le
noi ciò
che con tanto interesse cerchiamo. E
queste stesse scritture
del 1500 non sono che documenti isolati, chi sa in qual modo-
scampati all'incendio. In Messina invece il La
Corte Cailler
mi comunica avere rinvenuto un documento
in cui si ac-
cenna alla nostra Madrechiesa, e che è il
più antico fino
adesso conosciuto. Il documento infatti,
in data 9 novem-
bre 1504, precisa che Wvenerabilis
presbiter angelus de ga-
— 240 -
bino, archipl'csbitcy terre nohnrie nec non et clcricus phi-
lippns de xin, prociirator, ut dixit, mntris ecclesie diete
terre, veudiderunt clerico bernnrdo de paruto,
de terra predicta iioharie tolniii et integrain quaindam
luedietntcm ciiittsdam clausure oliiii legate per quondam
philippuui de partito diete ecclesie^ sitain et positam in ter-
ritorio terre predicte, in contrai, i de li budini ecc. (1).
Se questa del 1504 è la più antica scrittura conosciuta
che si riterisca alla nostra madrechiesa, in Novara intanto
la più antica è; dtl 1508, e per mezzo di essa si sa che lo
stesso Angelo Gabbino lascia onze 12 alla comunità dei preti
per messe, agli atti del nolaro Placido Blando, il 25 Giugno
1508. Altra del 1509, consiste in un atto di Matteo Bur-
gisi che lascia alla chiesa alcune piante di ulivo il di cui
olio deve servire per illuminare la cappella della Madonna
(da esso fatta) ogni sabato, nella novena del Natale, nelle
altre feste e per tutti gli apostoli. In due altra ancora del
1524 e del 1589 il paese viene scritto Noharie, ed il notaro
è Francesco Caliri. Altri due, infine, del 1561 e 1562, ricor-
dano che il quel tempo era arciprete Don Antonino Burgisi.
Tutte sono scritte in dialetto siciliano, poco leggibile per la
calligrafia deforme e sbiadita.
Le notizie certe si avrebbero avuto dai libri d'introito
ed esito, ma sono appunto questi che mancano per le epo-
che antiche, cominciando solo ad aversene dal 1600 (2).
A quest'epoca la madrechiesa era compita nella co-
struzione delle sue fabbriche e situazione delle colonne.
(D Atti di N. Pietro Funi o Xuni, voi. 1500-ài fol. XV (Nell'Ar-
chivio Provinciale di Stato di Messina).
(2) Anche nell'archivio del Comune i documenti non datano che
dal 1500 in poi, anzi, questi sono pochissimi ed insignificanti pel
nostro assunto,
— 241 -
non restando a fare che la parte dt:corativa, altari, quadri,
scalini e quanto altro, insomma, costituisce la decorazione.
È probabile, perciò che tosse stata costruita fra il 1400 ed il
1500 sopra l'antica chiesa, perchè trovandosi quel lascito
del fu Filippo Paruto con la data anteriore al 1504, deve
ritenersi che la chiesa funzionava già benché grezza e disa-
dorna.
fi lavoro dovette durare lungamente, sia per 1'
esten-
sione assai vasta dell'edifizio, sia per la scarsa popolazione
del paese, che era, in quel tempo, di circa tre mi la -anime.
In questo momento Novara, col notevolissimo aumento de-
mografico avuto (superiore a quello dei paesi vicini) conta,
nel solo capoluogo 5,000 anime ed altrettante nei villaggi.
Comunque siasi, la chiesa cominciò a fornirsi di qua-
dri, statue, paramenti, altari e di ogni altro adornamento
dal 1600 in poi. E noi assisteremo, ora, riportando dai libri
di esito, quanto si trova a riguardo di questo arredamento.
Trascurando qualunque esigenza letteraria e rinunziando
a più conveniente forma, riporteremo tali quali si trovano
scritte le spese fatte. Ciò riescirà alquanto monotono, ma
vi guadagnerà la verità storica , mostran<lo, in pari tempo
usi e costumi che ora sono scomparsi e che neppure la
tradizione ha conservato il ricordo.
Nel 1629 Don Nicolao Antonio Burgisi lascia, con atto,
del notaro Mercurio Puglisi, rotoli otto di olio per accen-
dersi una lampada davanti l'altare della Madonna.
Nel 16ò4 si fa la spesa di onza una e tari 18 per un
Cristo resuscitato lavorato in Messina da maestro Antonio
Osiglia (1).
(i) Di questo artista messinese non si hanno ancora notizie, ed è
questa la prima volta che se ne fa il nome.
— 242 —
Nel 1665 spesa di quattro canne di tela per fare il
quadro della Madonna del Rosario, tari 16 — al pittore (è
omesso il nome) che lo dipinse onze 10: altra spesa per
fare la liiuiiiiaria (falò) davanti la chiesa nella notte di
Natale, usanza scomparsa da molto tempo.
Nel 1670 spesa per fabbricare il campanile e fare gli
angoli di pietra. Non si tratta dell' attuale che fu co-
minciato nel 1722, come si vedrà meglio appresso, cioè
52 anni dopo, bensì di quello che era attaccato alla navata
destra della chiesa, dove ora è il battistero.
1674. Spesa pel iabaranii all' altare del Rosario e di
S. Biagio.
Nel 16S0 spesa di onze 14 a maestro Antonio Parmi-
tano per fare 14 canne di pavimento di pietra nella chiesa.
1687. Arciprete Don Francesco Borghese, spesa per
far torcere la seta e fare il portale del Sacramento tari
24 : per tingere la seta tari 19, per tessere il drappo onza
una e tari 19.
1688. Spesa di tari 4 per fare accomodare la faccia alla
immagine della Madonna.
1689. Spesa di onze 30 ad Andrea lannelli per stuc-
chi dietro l'altare maggiore, cioè nel Coro
1696. Al signor Francesco, pittore (si tace il cogno-
me) (1), per aver ricontato il quadro della SS. Assunzione.
Esisteva, dunque, altro quadro dell'Assunta, poiché l'attuale
fu fatto nel 1805, come si dirà appresso.
169S. Spesa di onze 70 e tari 21 per fare la cappella
del Sacramento con marmi rabescati.
(i) Non è improbabile che si tratti di Francesco Cardile, alias
Cardino, nies::jinese, dì cui abbiam già visto la tela del 1607 nella
chiesa di S. Venera, e che nel 1603 era stato a lavorare a Castroreale.
- 243 —
1705. Per tre canne di pavimento di pietra lavorata
onze 3.
1706. A Don Antonino Cannavo pittore di Casalvec-
chio per aver fatto li quadretti dcllii casciai'i~~2n (armadio)
nella sacristia (1).
1711. Spesa per la statua di marmo di S. Biagio, fatta
in Catania (manca il nome dell' artista che forse fu Don
Giacomo Paratore); per trasporto in mare tino al Forte e
per 22 uomini che la portarono in paese.
1712. vSpesa di onze 3 date a maestro Gaetano Cullo,
messinese, per fondere la campana delti squilli (2).
1714. Spesa pei gradini di porfido alla cappella di S.
Anna e per la lastra di marmo che forma il davanti del-
l'altare.
1715. Fu fatto r organo in Messina da maestro Carlo
Grimaldi e da suo figlio Paolo (3) e costò onze 88 in denari»
più onze 7 prezzo delle canne dell'antico organo, che ven-
nero date al Grimaldi ;
piìi spesa pel trasporto da Messina
fino al Forte e poi a Novara, e spesa all'artista che venne
a situarlo, compreso il vitto, composto di galluzzi, galline,
conigli, pernici e formaggio. Più regalo di 3 cattisi di olio.
fi) Nel suo paese natio, il Cannavo lasciò il proprio ritratto e
molti dipinti ancora esistenti con altri sparsi anche nei vicini comuni.
11 La Corte-Cailler mi annunzia che l'Avv. Domenico Puzzolo-Sigillo si
occuperà quanto prima di questo sconosciuto pittore, di cui io faccio
il nome pel primo.
(2) Non si hanno memorie di questo fonditore, l'opera del quale
dovette spiegarsi al certo in Messina, dove esisteranno senza dubbio
delle opere.
(3) Quanto si è detto nella nota precedente, è a ripetere per
questo costruttore di Organi in Messina dove riesce nuovo perfino il
nome. Non è da tacere però che la Via Organavi in Messina ricorda
al certo una industria che dovette avere largo sviluppo, e che poi
venne completamente a mancare.
— 244 —
1716. A maestro Antonino Cangemi per situare li sca-
lini di porfido alla cappella della Beata Vergine del Sabato
che (era probabilmente, nel centro e in tondo alla chiesa,
da non confondere con 1 attuale che fu fatta fare da Don
Mario Sofia nel 1767, cioè dopD 41 anno).
1721. Spesa per andare a vedere (dove?), se la statua
di S. Filippo era buona, tari 8 per la mula e l'orzo: spesa
per mettere piìi indoratura alla detta statua tari 9 : tari 6
alli giovani che la portarono in paese. La statua, quindi,
dovette essere fatta in qualche paese vicino, come si ar-
guisce dalle lievissime spese del trasporto, ma in quale?
1722. Con questo anno comincia la costruzione del
nuovo campanile (cioè l'attuale) e noi trascriviamo con
la massima fedeltà quanto risulta,
« Principio seu relatione della fabbrica del nuovo cam-
«• panile della madrechiesa, procuratore Don Giuseppe Mi-
« chele d' Orlando.
« L'anno del Signore 1722, prima indizione, ad hore 13^
« con solenne suono di campane et magno concuì'su po-
« poli, primieramente il reverendo abbate Don Antonino
« Salvo, arciprete, abbassò nel fossato^ ed unitamente con
« l'associamento della maggior purte delli sacerdoti e del
« popolo assistente, intonò la Salve Regina, con la sua
« orazione seguente, e dopo il signor Abbate diede prin-
« cipio, seu gettò calcina e pietre per la costruzione del
« detto campanile, esercitando li maestri a tal ministero
« eletti, cioè maestro Antonino e Pietro Lembo, fratelli.
« I fossati furono d' altezza, seu profondi palmi 10.
« Incominciando dall'astrico del magazzeno sino a basso,
« essendo stato situato detto campanile in loco dove era
« il magazzino suddetto e due apoteghe, quale magazzino
« ed una delle due dette apoteghe sono della madrechiesa»
— 245 —
* e l'altra apotega del sacerdote Djn Giuseppe e di Gae-
« tano Melazzo, dalli quali venne comprata pel prezzo di
« onze 37, delli quali hanno graziosamente lasciato onze
« 17 ed intascate onze 20.
« Verso la chiesa di S. Giovanni Battista (seguita la
« relazione) si trovò pietra palombina ferma, e nella parte
« verso la sacrestia si trovò sasso forte, tanto che si do.
« vette adoperare il piccone ed il palo di ferro. La lar-
« ghezza di detto fossato, nella parte di basso^ fu di palmi 12,
4 ma. poi a fior di terra palmi IO ».
Esito pel campanile suddetto : a maestro Sebastiano
Cupitò e maestro Cono per 150 canne di pietra della per-
riera di S. Maria (di fronte all' attuale palazzo comunale)
a ragione di tari 2 e grana 10 la canna, onze 12 e tari 15.
Seguono altre spese per altra pietra e per sfabricare
la sacristia vecchia, il magazzeno e la bottega. Poi si ha
che il disegno del campanile fu fatto dagli ingegneri Arena
e Costa, di Messina, come risulta dai documenti.
1722. Il procuratore Don Sebastiano Puglisi fa istanza al-
l' arcivescovo « che stante 1' abuso già invalso, che molti,
« senza previo permesso escavano sepolture nella madre-
« chiesa, onde seppellirvi i parenti morti, emanasse ordine
« e proibisse l'abuso, perchè le fosse erano tante, che il
« pavimento era distrutto, e la gente non poteva agirarsi
« più per la chiesa, stante che le dette sepolture erano
« semplici fosse senza balata. Ordinasse che occorreva
« avere il permesso per poter fare sepolture, e dovevano
« essere ia muratura con lastra pjr coperchio e una lon-
« tana dall'altra non meno di palmi sette ».
172j. Introiti di donazioni e di vari cespiti propri della
chiesa; spesa pel campanile alla fine di quest' anno onze
81, tari 21 grana IS.
— 246 —
1735. Spesa di onze 31: 13: 10 date a maestro Antonino
e Pietro Lembo per fare la scalinata dell'altare maggiore.
1737. Per fattura del quadro di S. Michele Arcangelo
(ed ancora om?sso il nome del pittore) onze 10: regalo al
giovine del pittore tari 8. Cornice del detto quadro onze 3: 6.
1738. Spesa per lo cascialìs^o, fra legname, maestria,
chiodi, vernice, angeli, colla, onze 29: 12.
Siccome sono tre pareti nella sacristia, fornite tutte di
armadi, la presente spesa riguarda uno di questi, e probabil-
mente quello di fronte alla porta.
1744. Spesa di quattro campane fatte 'in Messina?)
017ZC 9: per muli 6 che le trasportarono tari 18.
1756. Fu fatto il quadro dell'Agonizzante, come risulta
dalla data scritta nel quadro stesso, ma nulla risulta nel
libro di esito, perchè, certo, fu fatto dai fedeli. Manca pure
il nome del pittore.
1767. Don Mario Sofia nel suo testamento dice :
« Lascio dei beni onde erigersi e fabbricarsi una cap-
« pella per in essa collocarsi la statua che si ritrova fatta
« a mie spese e per mia devozione di Maria Assunta, che
« al presente è situata all'altare maggiore (deve inten-
« dersi nella cappella del Coro, dove ora è il quadro della
« stessa Assunta) della madrechiesa, col permesso che chie-
« der si deve dalli detti fidecommessi al reverendissimo
« Arcivescovo: e se forse delta cappella si trovasse da me
« principiata, deve proseguirsi e finirsi secondo il disegno
« principiato, e se si dovrà principiare dai detti miei
« fidecommessi, ordino che prima si dovesse fare il di-
« segno da maestro perito, e poi, secondo il disegno, farsi
ond' essere o-
« la detta cappella, con tutti li requisiti l'
« pera perfetta, ad onore e gloria di Maria Assunta. Voglio,
« di più, che i miei fidecommessi prendano il mio argento
« tutto, consistente in una palangana, boccale alla francese,
- 247 -
« coppa, quattro posate, cocchiarelle e brocche, che dopo
« la mia morte si troveranno, e di tutto si deve fare una
« lampiera che deve stare davanti la nuova cappella del
« l'Assunta, senza potersi trasportare altrove per alcun
« motivo. Lascio, anche la rendita di onza una all' anno
« onde sia accesa » (Agli atti del notaro Eustachio Cala-
brese, anno 1767).
In paese, finora, si è ignorato chi fece la spesa per la
statua dell'Assunta e chi ne fu lo scultore. Ora da questo
documento si vede chiaramente che il denaro fu dato da
D.Mario Sofia; inquanto all'artista, siccome dice la tradizio-
ne che la statua fu fatta dallo stesso che fece il S. Giuseppe,
pare che si possa convenire, poiché a parte lo stile uguale
in entrambe le statue, risulta che il S. Giuseppe tu fatto
in questo stesso anno 1767, mentre l'Assunta era già stata
fatta da qualche tempo, come dice appunto il testamento
del Sofia. Certezza o probalità, il fatto è che avendo il Co-
licci fatta la Madonna e che dovette, senza dubbio, essere
riuscita una meraviglia agli occhi dei fedeli, dovendo farsi
il S. Giuseppe non vi era di meglio che dare l' incarico
allo stesso artista.
1771. Spesa fatta dal procuratore Don Sebastiano Pu-
glisi di onze 2: 22: 10 date a maestro Salvatore Parmitano
per una cantoniera di pietra lavorata al nuovo campanile,
ed onza 1. 22. 10 a maestro Nunzio Campo per l'altra can-
toniera, e ciascuna di canna una d'altezza.
1773. Date onze 3, più altre onze 3 di messe a Don Fi-
lippo Viscosi da Pozzodigotto per fare il quadro nuovo di
S. Placido (1).
(i) Sui pittori Viscosi, leggasi un cenno nel giornale La Lanterna
(anno V. N. io) pubblicato a Barcellona Pozzo di Gotto il 31 mag-
gio 1906. Filippo Viscosi da Sambuca (Girgenti) si ritirò a Barcel-
^ 248 —
1774. Spesa di onze 16 date a maestro Giuseppe Lembo
per fare i gradini di porfido all' altare della Concezione e
dell' Agonizzante,
1775. Spesa per rifondere la campana delle messe, la-
vorata in Messina da maestro Paolo (I) onza 1: 7: portato
e dazio onza 1:2!^. All'organista Don Sebastiano Puglisi per
suo salario onze 4.
1777. Spesa di onze 14 per compra di legname onde fare i
ponti del campanile e proseguire la costruzione. Più, spesa
di onza 1 e tari 5 pel viaggio che il procuratore Don Gio-
van Batt. Matteo Sofia fece in Messina onde far rivedere
e accomodare (modificare?) il disegno del campanile nuovo,
fatto dagli ingegneri Costa e Arena; spesa di onze 4 date
a maestro Giuseppe Scardino per fare i gradini di porfido
all'altare del Crocifisso e di S. Gregorio (2) spesa per due
calcari onde fare la calcina e proseguire la fabbrica del
Iona dove esercitò l'arte della pittura e dove ebbe un figlio, il Sac.
Antonino. Costui studiò col padre e poi passò a Roma: tornato in
patria, vi lasciò delie opere, e così a Patti, a Novara ed altrove. A
Messina aveva dipinto gli affreschi della volta in S. Maria La Scala,
essendo venuti meno nel 1783 quelli del Bova, ma il lavoro del Vi-
scosi non piacque' e nel 1856 venne sostituito da quello del Conti an-
cora esistente.
Antonino lavorava fino al 1821, ma d'allora non si hanno più sue
notizie.
(i) Non è improbabile che si tratti di Paolo Costantino, fonditore
che in Messina fuse nel 1792 con Vincenzo Giuffrida la gran campana
del Duomo, come già accennammo, e la cui famiglia a Novara abbiam
visto lavorare spesso.
(2; 11 quadro di questo santo stava nella cappella prima dell' ala
sinistra, entrando, ove fu posto nel 1S70 il quadro di S. Giuliano,
essendo stata demolita la sua chiesa, passando all'Abbazia quello di
S. Gregorio.
— 249 -
campanile. Seguono altre spese pel cornicione del campa-
nile,ed in ultimo è notato :
« Fine del primo ordine del campanile 1777-78 »
1778. Il procuratore Sofia apre il conto di quest'
anno
con la spesa del secondo ordme del campanile.
Le quattro cantoniere di pietra lavorata furono libe-
rate,per pubblico incanto, a maestro Venerando Parmitano,
a ragione di onze 2 e tari 2 per ogni canna d'altezza.
Bisogna notare che mentre si costruiva il nuovo, esi-
steva ancora il vecchio campanile, situato dove ora c'è il
Batistero, cioè fra la chiesa ed il nuovo.
1/79. Compra di legname di noce per proseguire il Coro
e spesa per fare due sgabelli di legno; per situare le statue
di S. Filippo e di S. Ugo, essendo vecchi primi, nonché i
spesa per quattro suonatori venuti da
Messina per suo-
nare nella festa della Vergine Assunta
il \b agosto.
Altra spesa per lavorare altri gradini da situare da-
vanti la chiesa e seguitare a demolire il campanile vec-
chio, nonché ristorare e imbiancare la facciata.
1780. Spesa di onze 24 date ad Antonino Bongiorno
e
Antonino Abadessa maestri di legname onde fare la mac-
chinetta (prospettiva) da mettere
davanti la cappella della
Madonna nel Coro. Più onze 9 per mistura*,
colore ed altro
onde indorarla. Si è detto che
questa prospettiva fu data,
di poi, alla chiesa di
S. Nicolò, ove ora si trova adornan-'
do la cappella della Immacolata.
Per quattro suonatori, fatti venire da Acireale, onze 4:
per cinque tambnnnieriQ la biff-era. onde suonare nei cinque
giorni della festa del mezzo agosto onza 1:27: trasporto
di cinquanta torcie per servire durante la
festa tari 5.
1780. Per compra di un ombrello ricamato, fatto in Pa-
lermo onze 8:16.
— 250 —
A Don Giovanni P'ontana per aver colorito di nuovo
la statua dell'Assunta , colori e suo lavoro onza una. Per
inverniciare e indorare il Coro, al maestro Bongiorno onze 4.
Per due pianete ricamate, una color verde , l'altra celestina
comperate da Badalato, on/e 5. Per la scalinata di marmo
all'altare di S. Michele Arcangelo onze 8; trasporto del
marmo da Ladoue (contrada ad un chilometro del paese)
onza una.
1781. Nota di vestimenta, ossia cappella ricamata dal
signor Giuseppe Cirona e d'Angelo, ricamatore di Messina,
sopra molla, a colori di perla, con oro e fiori, alla pittu-
resca operate. Per pianeta onze 20; tonicelle buone due,
onze 40 — Cappe magne onze 30 — palio, ossia davanti
altare, per l'altare maggiore onze 27 — quattro tonicelle
per li chierici onze 22 — ; Itre spese, ed in tutto Cirona ebbe
onze 117:20: 10.
1783. In quest'anno, ai 10 di marzo, ad ore italiane 21
successero fortissimi tremuoti, che lesionarono la madre-
chiesa e fecero nascere timori di maggiori danni , motivo
per cui la chiesa fu chiusa e le funzioni della settimana
santa si fecero in quella di S. Nicolò. Le campane di tutte
le chiese che ogni anno, al IO marzo ad ore 21 suonano a
martorio, comnriemorano come ringraziamento dello scam-
pato pericolo, tali tremuoti.
1788 Per due cappe magne pei due maestri di ceri-
monie ,
travagliate dal signor Pietro Villari, messinese,
onze 34: 10: 16.
1789. A Don Giovanni Lione, da Barcellona, con cin-
que altri per suonare nella festa di Agosto, onze 4: 15. Ob-
bligazione fatta da Don Giosuè Durante ,
di Palermo, con
Vitaliano e Montinoro di principiare a lavorare l' altare
maggiore in marmo, e darlo finito e situato e di nulla man-
cante nell'aprile del 1789 stesso.
— 251 —
1794. Nel testamento del notaro Djii Paolo Pu2:lisi e
Ferrara, fatto il 5 Novembre, 1794, tra le altre cose è detto:
« Voglio che il mio corpo fatto cadavere, sia seppellito nella
venerabile Madrechiesa, noìt ostante die si trovasse in fab-
brica, vicino la porta maggiore, dove fu seppellito il reverendo
Arciprede Don Antonino Salvo. Lasciò onze 70 onde si fa-
cesse un baldacchino sontuoso, eguale alle vjstimenta che
ha la chiesa , e sotto di esso ,
nelle processioni , stasse il
Divinissimo ». Il testamento fu depositato agli atti di notar
Carlo Rao.
1801. Spesa pel pavimento di marmo dal pulpito fino al
banco dei Giurati. Questo banco era formato da cinque gra-
dini di marmo che si estendevano da una colonna all'altra
nell'ala sinistra, sopra dei quali si ergeva un assito, al quale
erano appoggiati sei sedili ove dovevano sedere i Giurati
(Consiglieri od assessori) nelle solennità festive.
1802. Fu dipinto il quadro di M. Assunta (questa data
è anche sul quadro) da Don Giuseppe Russo ,
pittore di
Pozzodigotto (1) pel prezzo di onze 10 e tari 15. Spesa pel
telajo onze 11 e tari 15; cornice e zinefra di legno onze 2:
16:5; — buccole, ferri, chiodi pel portale tari 16: 15; tela
pel quadro canne 8, onza 1 e tari 18. Nel quadro non vi
è il nom.e dell'artista.
1805. Spesa per tre scalinate della porta maggiore, on-
ze 9; spesa pel pavimento di marmo davanti V altare del
Sacramento e dell'Assunta.
1806. Spesa per la scalinata grande, davanti la chiesa.
fi) Sarebbe lodevole se qualcuno raccogliesse le memorie di questo
e di altri pittori della Provincia di Messina, dove non pochi ne fiori-
rono, restandone sconosciuti i nomi.
— 252 -
1808. Fu fatto il pavimento di pietra alla navata destra
della cl'iiesa : fu latta la sepoltura, nel Battistero per sep-
pelire i bambini : fu fatto un nuovo sepolcro di legname
per la Resurrezione,
1809. Da Don Domenico La Spina-, argentiere messi-
nese (1), fu fatta la sfera di argento (lavoro assai prege
vole) per devozione ed a spese dell'arciprete Orlando.
ISU. Si comincia il lavoro per finire il secondo ordine
del prospetto della chiesa. Si foderano con tela e fascine
i gradini della scalinata davanti la porta maggiore, onde,
cadendo qualche pietra, non avvengano, guasti.. Spesa, per
portare a Barcellona la canape occorrente per fare il In^-
sone, per mezzo del quale si devono innalzare i pezzi di
pietra lavorati.
1812. Esito di onze 98: 15 pagate in acconto ai maestri
Parmitano e Ansaldo pel lavoro fatto a staglio del secondo
ordine della facciata, lavoro che fu convenuto pel prezzo
di onze 100.
1813. L'argentiere Don Domenico La Spina fece il to-
sello (trono) d'argento con la seguente nota di spese : ar-
gento libre 16, onze 71 — velluto rosso di seta onze 5 —
maestria onze 33 — altre spese onze 6: totale onze 115.
1815. Il procuratore, canonico Don Anselmo Borghese,
paga la spesa per quattro grastoni di pietra (acroteri) che
adornano il prospetto, ed i maestri Parmitano, padre e fi-
glio, ed Ansaldo rilasciano al detto procuratore Borghese
(i) Giuseppe La Spina, buono artista messinese, continuò con lode
le tradizioni della gloriosa scuola di orefici ed argentieri in Messina ,
dove lasciò rilevanti opere conservate ancora in quel Duomo e nelle
chiese delle Città.
- 253 -
ricevuta di onze 33, cioè per onze 30 come a saldo delle
onze 100 per la facciata, ed onze 3 pel lavoro del contorno
di pietra alla cappella situata fra le due vetrate.
1820. Spesa per fare il passetto della sacristia, cioè quel-
l-andito che da essa sacristia conduce al campanile. In que-
st'anno stesso a Don Filippo Bonsignore onze 6 per di-
pingere la cappella di Maria Assunta, e la banda Musicale,
già formatasi, suona per la prima volta nella festa del
Corpus Domini.
Crediamo superfluo notare le altre spese fatte da que-
st' anno 1820 fino al presente, poiché non si sono fatte
cose di grande importanza, se si eccettui la statua in legno
della Madonna del Carmelo e l' altra, pure in legno, di S.
Michele Arcangelo; il pavimento di marmo in tutta la chiesa,
essendo stato tolto quello che adornava la metà superiore
di essa, nonché la lastricatura in pietra che completava la
metà inferiore.
Il campanile restò al secondo ordine, anch'esso nep-
pure compito. Nella facciata le due coordinate che legano
il primo al secondo ordine fanno come una stonatura,
perchè essendo la detta tacciata tutta formata , nel di-
segno, da linee rette, quelle due curve sembrano imbastar-
dire lo stile. Ignoriamo se nel disegno originale l' autore
abbia posto questi due mezzi archi, ovvero se essi sia-
no un' aggiunta che, come felice ritrovato^ ha escogitato
qualche genio incompreso dal paese.
Dando, ora, uno sguardo al valore artistico delle tele
e delle statue, crediamo assai pregevole il quadro di S.
'Anna, senza data e nome d'autore ; del Rosario, di S. Mi-
chele Arcangelo, dell' Agonissante (del pari senza nomi e
date) nonché quello dell' Assidila del Russo. È deplorevo-
lissimo che in tutti questi quadri, come negli altri che
— 254 —
abbiamo, vi siano corone d' argento attaccate sulle teste
dei santi, uso, invero, barbaro, perchè oltre che si rende
incompieta la vista delle figure, e specialmente della testa
che è quella appunto che l'autore intende fare col maggior
studio, si lesiona la tela, ed ogni loro costituisce come
una pugnalata, la quale benché incruenta, non è tuttavia,
meno esiziale alla vitalità del dipinto. Delle statue, S. Fi-
lippo, S. Ugo e S. Biagio in nulla sono meritevoli d'es-
sere menzionate. La statua della Madonna del Carmelo
fatta di recente, ò lavoro discreto, l'altra di S. Miche-
le, del pari recente, rappresenta l'Arcangelo vestito da
guerriero, con elmo, scudo, corazza, coturni ed una spada
in mano. Il momento psicologico ò indeciso, perchè non
si comprende se sfida, minaccia, assale, ovvero se titu-
bante e timido cerca ritrarsi dal cimento. Indecisa del
pari è l'età, non apparendo se sia adulto o d'età infantile.
Bocca di una piccolezza inverosimile, come lungi da ogni
vero sono stati modellati gli altri membri. Il profilo della
faccia è concavo, cosa che dà al volto un' aria antipatica,
non solo , ma dinota, secondo i dettami fisiognomonici,
poco coraggio anzi timidezza, mentre il profilo convesso
è segno di ardimento e di audacia. Pare una statua fatta
senza l'aiuto d'alcun modello e si stenta a ritenerla lavoro
contemporaneo.
Abbiamo speso queste poche parole, perchè, in paese,
da taluni, questo scarabocchio è ritenuto un capolavoro.
Non intendiamo, tuttavia, inculcare il nostro giudizio a chi
la pensa diversamente, anzi ben volentieri permettiamo
che ci si risponda ingenuamente che de gttstibus, con ciò
che segue.
Delle nove campane, una fu fatta a spese del Comune,
perchè doveva servire per convocare il Parlamento (Con-
— 255 —
sigilo comunale). In essa sono incisi i nomi dei giurati del
tempo, e l'iscrizione dice :
A. S. M. U O P ...I...
Fraìicisctts Loinbanìo Joauìies Citrnro Anloiiiiis Ferra-
ra Iiirati. Anno Z)."' ì693 in quo 11 lamtari a tcrre-
iiwtibus media fare Desolala est — Don loanttìs Baplisla
Citraro, Archipresb: clcclns. Don Phiìippns Rao, Locnnitc-
ncns Archipresb. — f Cristnm nobisciiin slate. Gactanus
Zunibo.
La più grande è la più antica^ ed ha scolpita la se-
guente iscrizione :
AD MAIOREM RELIGIOXIS CUN'CTUM SUMPTIBUS MATRICIS
ECC.FUiAM. INTEGR. VIRO. DEIPAR.E. IN CyELUM
ASSUMPTAE. PNE. PIT. ME. DICAVERUNT. ABB. S.
AXTONINUS SALVO ARCHI. ABB. V. I. D.
T. D. D.
HIERONIMUS SOFIA ASSES. ET SAC. D. ANTONINUS
BORGESI PROC. ANNO DNI. 1644. OPUS ANTONINI
ET JOSEPH FERRAU n)
Più antica della precedente e meno grande è un'altra
di cui è illegibile lo scritto, benchò le lettere siano ben
chiare e nitide. Sono caratteri maiuscoli antichi, e, in paese,
non vi è chi sappia leggerli. Non è decifrabile il millesimo,
ma di questo si occuperanno altri più competenti. La tra-
dizione dice che essa venne portata dai Casalini, cioè
dall'antica Noa, quando gli abitanti abbandonarono quel-
l'alta vetta per costruire 1' attuale paese.
li; Il cognome Ferraù esiste ancora nel vicino comune di Mal-
vagna, nonché in altri paesi più lontani. Come però notammo a pro-
posito della Chiesa di S. Nicolò, Antonino e Giuseppe erano da Tor-
torici.
— 256 —
La più pìccola delle quattro che sono situate al primo
ordine del campanile e recente, essendo stata fusa nel 1898.
Nel secondo ordine vi sono cinque campane, cioè una
fusa nel 1556 e con inciso il nome del Sac. Giam Batt. Abra-
mo — la seconda è del 1754 e reca il nome di Giorgio
Giamboi, procuratore — la terza, del 1771, ricorda il rev. Se-
bastiano Pugiisi procuratore, e fu fatta da i\ntonino Co-
stantino (era prima nella chiesa di S. Antonio) — la quarta,
fusa nel 1844, ha lo scritto: Comune di Novara — la quinta
venne fusa da Giovanni Santoro, da Messina, nel 1893.
RIASSUNTO.
In riassunto si può affermare ehe le nostre opere d'arte,
in quanto riguardano la pittura e la scultura^ rappresentano,
qualunque ne sia il pregio, campioni delle diverse scuole,
anzi dei diversi concetti psicologici che hanno regnato nel-
l'arte cristiana dai tempi antichi fino ai moderni.
E perchè ciò sia evidente, basta premettere un fuga-
cissimo cenno di storia d'arte, cominciando dal guardare
le condizioni morali dell'operoso quattrocento, nel quale si
formano due grandi correnti in Italia. Da un lato il po-
polo, arrichito col commercio ,
vuole ogni godimento ter-
reno, dall'altro la popolazione credente ,
animata da fede
viva, ardente, cieca, vagheggia un puro e santo ideale.
Da un lato il Decauierone, dall' altro lo Specchio della
vera penitenza del Passavanti ; di qua le Poesie del Poli-
ziano ,
di Ica le Lettere di S. Caterina da Siena e così via
seguitando.
Fu allora, che cominciò a comparire nell'arte la forma
pagana a danno dell' idea cristiana la quale fi'i allora
era stata rappresentata, in pittura e scultura, con quanto
meno di materia era possibile, sicché le immaojini veni-
vano rivestite di tanta carne quanto bastava appena, onde,
assottigliata così la materia, venisse idealizzata la forma.
E così si videro pitture e sculture che presentavano forme
secche, ischeletrite, senza muscoli, quasi senza ossa, per
restare eterizzato il viso.
Del resto questo concetto non era punto nuovo, poiché
era stato espresso già dai primi e rozzi scultori greci del
950 e del 1000, scendendo giìi per aversi forme sempre piìi
sottili, che potevano ben chiamarsi larve. E di tal genere
sono le pitture di Giunta Pisano, Bartolomeo dei Servi, Fra
Margherittone d'Arezzo^ Berlinghieri. In seguito, ma con
forma migliorata, si hanno quelle di Cimabue, Buffalmacco,
Giotto, Orgagna, Cavallini, e poi con forma ancor più pura,
quelle del Beato Angelico, Timoteo da Urbino, Pietro Van-
nucci ed altri.
Intanto proseguendo la lotta fra la ragione e la fede,
fra cielo e terra, comincia a prendere un certo sopravvento
la ragione, la quale, in arte, ritorna ad accarezzare la forma
nella sua naturale bellezza, spingendosi sempre più verso
concetti più materiali è più veri. E crescendo l'amore della
vita reale, l'ammirazione della portentosa natura, lo studio
del vero, il desiderio della carne, la febbre dei sensi, fece
ritornare completo l'impero del naturalismo e trasformò la
fisonomia dell'arte cristiana in sembianze e atteggiamenti
pagani.
E così comparve Leonardo da Vinci, Ghirlandajo, Bo-
ticelli, Signorelli ed altri, che per più di un secolo domi-
narono. Fu dopo questi che venne Raffaello, il quale portò
al massimo ideale la figure ,
restando sempre umana la
forma.
Ma le idee avevano fatto molto cammino, e lo scetti-
— 258 -
cismo, unito alla corru;^ione dei costumi, aveva prodotto un
popolo osservatore dei riti della sua fede, ma senza ombra
di sentimento religioso , cristiano nella toima , incredulo
nella sostanza; simulatore di affetti non sentiti, zelante delle
magnifiche pompe esteriori del culto ;
popolo che avezzan-
dosi gradatamente a transigere con la propria coscienza,
preparava generazioni senza dignità e senza carattere.
E del pari, l'arte staccandosi completamente dall'ascet-
tismo del concetto cristiano antico e dando forme umane,
vere, naturali ai santi ,
alle vergini , ai martiri , alle ma-
donne, finì per scivolare, in ultimo, nelle forme voluttuose
e, financo, lascive.
E si fermò qui, forse, questo indecente verismo ? No,
anzi si accentuò di più e si fini col mettere nella faccia di un
santo o di una santa il ritratto preciso del modello, come
fece il Pinturicchio, che diede ad una sua Madonna le fat-
tezze della lussuriosa Giulia Farnese ; il Filarete che unì
Giove a Cristo e Maometto a S. Pietro nelle porte di bronzo
del Vaticano ;
il Pollajuolo che ritrasse la Teologia sotto
forma di Diana cacciatrlce, e m^Ui altri artisti che effigia-
rono martiri ed apostoli col volto dei cardinali loro pro-
tettori.
Superfluo seguitare con ciò che abbiamo ora, in fatto
di verismo, il quale ha toccato le forme più basse e ribut-
tanti, tanto in letteratura quanto in arte. Di questa baste-
rebbe citare , come scultura , il Nerone , e come pittura il
Supremo Convegno; di quella le nauseanti liriche, i romanzi
indecenti e gli stomachevoli drammi. Fortuna, del resto,
che vi siano ad esuberanza artisti e letterati che conservano
il pudore, non solo, ma che sanno ispirarsi a concetti ve-
ramente nobili ed alti.
Ritornando, ora, alle nostre statue ed alle nostre tele,
- 259 —
si vede chi:irn mente che appartengono e rapprc>~entritio
due diversi concetti che han regnato nell'arte. Infatti le
nostre opere più antiche sono informate al concetto cri-
stiano, le meno antiche al pagano , e ciò indipendente
mente dal merito artistico, perchè non sempre l'autore
è di spiccata eccellenza.
Sotto questi punti di vista, si osservino, quindi, come
appartenenti alla prima maniera la statua di S. Francesco
d'Assisi, magra^ stecchita e con tanto di c^rne in viso quanta
se ne richiede appena per aversi un volto umano ;
quella
di S. Antonio, più ben fornito di muscoli, ma esile nel viso
e con mani che permettono di contarne le ossj; quella del-
l'Annunciata in marmO; con faccia fine, delicata, cerea e
fredda, tanto che data la materia di cui è fatta, si può dire
doppiamente mai'morea ;
quella di S. Francesco di Paola
(l'antica) che oftre gli stessi caratteri di parvenza ed esi-
lità, e nella quale l'autore sciolse con certo quale spirito
il suo assunto, coprendo con folta barba il terzo inferiore
della faccia, nascondendo sotto un pesante cappuccio il
terzo superiore, non restando scoperti che gli occhi ed il
nas,"), membri modellati, anch' essi con le più assottigliate
proporzioni. L'Ecce Homo del Concina è anch'esso magro,
disseccato, cjmpresso, come se fosse uscito dal torchio, con
membri esilissimi, e la figura intera ridotta a men di quat-
tro quinti del naturale, onde così presentare meno materia,
E fra le tele, il quadro di S. Ugo (è piuttosto un ritratto)
rappresenta un ?anto diafano, secco, incartapecorito, al
pari dell'Addolorata dell'antico quadro.
Hanno, poi, un verismo tutto pagano tutti gii altri qua-
dri e statue che possediamo, verismo crudo, naturale nelle
opere del 600 700, come ne è campione notevole la statua
dell'Assunta, dalle forn:)e opulenti e giunoniche^ dalla bel-
— 260 —
k'zza tutta mondana del volto ,
dallo sguardo vivamente
cupido e dall' atteggiamento abbastanza voluttuoso; quello
di S. Giuseppe, del quale si è fatto cenno antecedentemente^
nonché altro di minor valore artistico. E fra le tele, hanno
lo stesso verismo quella di S.Antonio, raffigurato, assieme
a S. Paolo, grasso e tondeggiante, malgrado che vivendo
nel deserto della Tebaide e nutrendosi di radici ,
dovesse
essere allampanato (e questo sarebbe verismo reale) come
appunto lo dipinse il Morelli; tanto nel quadro Prime teii-
tasioiii, quanto nell'altro Seconde tentazioni. Trovasi, in-
fine un verismo temperato da purissimo sentimento in al-
cune delle nostre opere moderne. È così la statua dell'Ad-
dolorata, nella quale, il credente non vede affatto la donna,
sibbene l' espressione del più desolante dolore , nonché
quella di S, Francesco di Paola che condensa colla sua
posa e r ispirazione dello sguardo il sentimento della più
sublime carità.
A qualunque scuola appartengano le nostre opere, ed
a qualunque concetto siano informate, si possono ritenere
come assai pregevoli, fra i quadri: S. Antonio di Martino
d'Orlando, l'Annunciata dello Stetera, S. Anna, S. Venera
del Cardino, il Calvario del Catalano, l'Agonizzante, S. Mi-
chele Arcangelo, S. Giovanni. S. Gaetano, la Madonna del
Carmelo d'ignoti autori.
Fra le statue, quella di S. Giuseppe del Colicci, l'As-
sunta dello stesso, S. Francesco di Paola del Cardella,
S. Antonio, l'Addolorata del Genovesi, e l'Annunziata del
Mazzolo.
Appendicf.
Qualche aggiunta e qualche correzione:
Chiesa di S. Maria La Novara. — Trattando di que-
sta chiesa e convento, a titolo di pura curiosità aggiungia-
mo la notizia di un documento anche rinvenuto in Messina
del La Corte Cailler e comunicatoci. Esso ricorda quell'a-
bate Giov. Batt. Pujades in atto di provvedere a riparare gli
antichi locali del monastero a Vallebona dal limitrofo tor-
rente che — assai piìi tardi — finì coH'asportare tutto il
fabbricato. Con atto del 29 ottobre 15C4, comparivano in
Messina magistcr symoii di acauipit, pcrriator de terra
niicarie, ed il frate Geronimo Minaca pilli, procuratore del
monastero di S. Maria e rappresentante del commendatario
Giovanni Piixati (sic), e lo scalpellino s' impegnava ad
frattgeiidum quanidam r oceani intiis flunieìi existenteni
prope tnoìiastenim, perchè detta roccia impediva il corso
libero del torrente, e riversava l'acqua accanto il fabbri-
cato del convento. Lo Acampo prometteva dar finito il la-
voro per il venturo gennaio 1505 per 3 onze e mezza di
compenso (L. 44.62), ed era nel contratto lo impegno clii
lacqita si faza andari per aliam viaui qite ìion iioceat ino-
nasterio, e che // pecsi chi riunpira siami chi dui ìioniini li
pocsaiio pigiali et levari di loca. Whate finalmente consegna-
va in anticipo 10 tari in ferro et a^aro, ed a titolo di prestito
gli faceva consegna di una masa et triciigniet landideferru^
di proprietà del monastero: concludeva poi che, nel caso che
la roccia non si potesse rompere, allora due periti esaminas-
sero il lavoro compito da Simone perchè ne venisse com-
pensato (1). Come si vede, il Pujades provvedeva anche a
utilizzare la pietra che lo Acampo avrebbe tratta dal lavoro
(i) Atti di N. Matteo Pagliarino, voi. 1502-05 , Parte III. fol. 29
verso. iNell'Arch. Prov. di Stato di Messina).
— 262 —
cui s'impegnava, disponendo che ogni pezzo potesse venir
trasportato da due uomini. Ma — come notammo — il
torrente inesorabile, frenato ancora per altri due secoli
circa, finì coU'avere il sopravvento, e del monastero ora non
resta che la misera chiesiola già notata altra vulta.
— Abbiamo ricordato inoltre che in questa chiesa esiste
un quadro di S. Bernardo, notato dal De Ciocchis. Osser-
viamo ora che esso non può essere un pezzo della icona
di Giovan Salvo D'Antonio, come credemmo in sul prin-
cipio essendo, la pittura di proporzioni troppo grandi, e
di esecuzione assai posteriore di età, su tela.
Chiesa di S. Antonio. — Ci occupammo a suo tempo
del fonte qui trasferito dalla Badia vecchia e fatto scol-
pire nel 1506 dal Pujades. Ora aggiungiamo che detto fonte
in origine era più complesso e piìi ricco , ed infatti nella
chiesa di S. Maria si trovano, murati, altri cinque pezzi ad
esso appartenenti, cioè : nella Sagrestia l'Angelo Gabriele,
la Madonna Annunziata e lo Spirito Santo circondato da
cinque teste di Angeli, mentre nella chiesa si vedono due
figure identiche , cioè un Angelo che tiene sul petto uno
scudo dentro il quale sono scolpiti una mitra ed un pastorale.
Questi due pezzi restano murati sopra i due archi che stanno
a fianco dell'altare maggiore. — Tanto le cornici che gli or-
nati di tutti i pezzi hanno dorature, nò sappiamo se altri
frammenti andarono dispersi. Tutto ciò poi ci fa concludere
che il fonte in origine doveva essere addossato al muro,
con al di sopra ed ai lati le immagini descritte. — Conclu-
cludiamo poi, che la colonnetta sulla quale si erge la vasca,
non misura m. 0,75 di diametro, come scrivemmo, ma m. 0,12.
Chiesa di S. Giorgio. — Da osservare che il quadro di
Andrea Jannelli non esprime S. Agostino, ma S. Nicolò
Tolentino.
DoU. Gaetano Borghese.
CENNI STORICI SU MEUÌ
[Coni, e fine vedi Ann. VII, Fase. I-II)
IV.
Con un.'ì sì bella pagina di storia del Risorgimento
italiano, .Meri arriva a noi paesello ridente, circondato
da ubertose campagne, dove robusto giganteggia l'ulivo
accanto alla rigogliosa vite e ai sempre verdeggianti giar-
dini di agrumi, da cui in ogni tempo si sprigiona il soave
profumo della zagara.
Il suo tei'ritorio, misura appena circa cinquanta ettare;
si estendeva ancora meno prima del 1841 , fino al quale
anno buona parte del paese era aggregata al vicino comune
di Barcellona Pozzo di Gotto (1).
Meri, dalla sua origine ai nostri giorni, non può dirsi
abbia avuto un notevole progresso: scarso il commercio,
scarsissime le industrie. Solo la popolazione è venuta len-
(i) R. Decreto del 4 aprile 1840, esecutorio il i" gennaio 1841,
col quale « i fabbricTti posti l'uno e l'altro lato della strada Provin-
<i ciale, nel Baglio di Calorìa e nella parte di Calderaro e del Tirone »
restano aggregati all'amministrazione del Comune di Meri.
Vedi collezione delle Leggi e dei Decreti reali del Regno delle
Due Sicilie, ainio 1S40, semestre I. Napoli, 1840; pag. no.
— 264 -
tamente crescendo, come rilevasi dal fatto, che, mentre era
di 408 anime nel 1653, crebbe a 560 nel 1714, salì a 585
nel 1748, arrivò a 660 nel 1798 (1), Questa citYa salì ancora
a 758 nel 1831, ad 890 nel 1852, a 1433 nel 1881, e finalmente,
a 1514 col censimento del 1901 (2).
Gli abitanti di Meri, per la maggior parte, sono conta-
dini ed operai. Pochi sono i proprietari ;
pochissimi i pos-
sidenti : manca in quasi tutti lo spirito d'iniziativa.
L'aria, che a Meri si respira, è saluberrima, e l'acqua
potabile, che sino al 1898 mancava affatto (3), per intra- l'
prendenza dei vSignori Merenda e Tedeschi, messinesi, che
la ricavarono con la costruzione di apposite gallerie nella
vicina fiumara, da quell'anno si ha abbondantissima e fresca
alla temperatura di 13 gradi centigradi , come appunto si
(i) Il mio carissimo amico Dott. Prof. Sebastiano Crino, da me
incaricato per eseguire alcune ricerche negli Archivi di Palermo, con
carta postale del dì ii settembre 1904 gentilmente mi comunicava che
Meri non figura nei censimenti anteriori al secolo XVII, ma comincia
a comparire solo nel 1653 ecc.
Al caro amico, per le notizie fornitemi, giungano i miei ringra-
ziamenti.
(2) L'annuario d'Italia, anno XVIII, Edizione, 1902, pag. 2595,
fa salire la popolazione di Meri a 1630. Credo sia in errore, poiché la
superiore cifra l'ho rilevata dall'elenco della R. Prefettura di Messina.
D'altro canto deve considerarsi pure che, l'emigrazione, per
quanto non sia stata straordinaria come in altri paesi, pure, anno
per anno è sensibilmente cresciuta e noi rileviamo, che, mentre nel
1904 fu di sole 23 persone, nel 1905 salì a 60 e nei primi nove mesi
di quest' anno è arrivata a 64 persone. Cfr. un recente lavoro dei
Dott. Filippo Nunnari : V emigrazione nella provincia di Messina,
Messina, Tip. Micali, ottobre 1906.
(3) La popolazione si giovava dell'acqua dei pozzi e delle cisterne
e di quella assai poca invero, che nel 1855, a spese pubbliche, era
stata condotta dal luogo denominato S. Michele, a Nord del paese.
— 265 —
attinge alle tre fonti pubbliche; costruite lungo l'antica
strada provinciale, ora Corso Umberto I (l).
Monumento di discreta importanza è la Chiesa Par-
rocchiale, sotto il titolo della SS. Annunziata. Cominciata
ad edificare verso il 1596 (2), cioè all'epoca di don Visconte
Rizzo, la costruzione seguì piuttosto lenta ,
poiché , solo
verso la prima metà del XVII secolo , noi vediamo com-
pletato l'edificio, durante il governo di don Visconte Morra.
L'interno di questo tempio, a croce latina^ con quattro
porte, una nella tacciata, due laterali ed una nella tribuna
sull'aiise longitudinale, misura m. 35,30 di lunghezza per
m. 9,20 di larghezza. La pronave o martello è lunga m. 22,
e l'altezza è di m. 18.
Le pareti sono tutte decorate di stucchi barocchi di
discreta fattura ;
assai ricco è 1' arco principale , nel cui
centro, in alto , si vede ,
pure in istucco , il blasone Di
Giovanni Morra (3), il che c'induce a credere che la deco-
(i) Per l'acqua di queste tre fonti il Comune, al cessionario
Signor Felice Mazzìi, da Meri, paga annualmente L. 150, mentre
paga, a rate annuali, un debito di circa 40.000 lire per una nuova
conduttura della sorgiva S. Michele, lavoro eseguito nel 1896, ma che
non ha dato la prevista quantità d'acqua; essendo quella che giunge
.nel serbatoio, appena bastevole per alimentare una piccola fonte per
comodo degli abitanti della parte alta del paese, da due anni costruita
nei pressi della Madre Chiesa. Nel 1896, l'unica fontana pubblica ali-
mentata dalla detta acqua, era nella piazzetta dell' Idria.
(2) Questo millesimo si leggeva sul pilastro orientale della facciata,
inciso nell'intonaco a qualche metro dal suolo; la recente costruzione
di un muro di rinforzo lo ha coperto.
(3) Partito, a destra di azzurro con una spiga d'oro trattenuta da
due leoni affrontati, dello stesso, nodrita sopra una zolla al naturale,
movente dalla punta.
(Palizzolo. Op. cit., pag. 198).
A sinistra di spade d'argento impugnate d'oro a
rosso a due
croce di Sant' Andrea colle punte in basso accompagnate da quattro
rotelle di sperone di dieci raggi d'oro.
(Crollalanza, Op. cii., voi. 2", pagg. 181-82).
— 266 —
razione del tempio sia stata ultimata verso il lóSò da don
Domenico Di Giovanni-Piccichè e da donna Isabella Morra-
Cottone.
La vasta Madre Chiesa conta sette altari nella nave ,
di cui quattro a destra e tre a sinistra ,
poiclìè un posto
d'altare è occupato dal palchetto per l' organo , sotto al
quale, fino a pochi anni addietro, si vedeva una panca
intagliata , riserbata forse ai governatori o ai giurati d.l
comune (1), e cinque nel martello^ così disposti: il mag-
giore nella tribuna, due ai lati di questa ed altrettanti alle
estremità dell'asse trasversale. Di tali altari, il più impor-
tante, artisticamente ed esteticamente parlando, è il mag-
giore ,
ove , in un grande architettonico baldacchino di
legno intagliato e dorato si custodisce la preziosa tela
dell'Annunziazione^ opera pregevolissima di Antonio Cata-
lano l'antico.
11 baldacchino misura m. 4.85 di larghezza pei" m. 10
di altezza, e la tela m. 2.10 per m. 3. Alla base del dipinto
si legge
-S5t5' la seguente iscrizione :
ANTQ: CATALANVS MESSANESIS
PINGEBAT
1603
Quadri importanti sono pure quello di Sant'Antonio
Abate (2) nel secondo altare a destra ,
pittura di buona
scuola messinese ,
ove in base , in uno svolazzo si legge
la sola data: 1. 6. 0. 9; e l'altro di San Diego (3) nel terzo
(i) Meri nel 1813 era comune. Cfr. atto in notar Mariano Cassata
da Merìj sotto la data 25 febbraio 1813.
(2) m. 1.45 X 2.25.
(3j m. 0,95 X 170.
— 267 -
altare a sinistra, pure di eccellente fattura. Gli altri dipinti
sono di scarsissimo valore artistico. Importante ò invece
la decorazione dell'altare dedicato a S. \'ittorina, nel fondo
a destra del martello ,
decorazione a commesso di marmi
colorati e pietre dure (I), opera del 1679 fatta eseguire
dal nobile Filippo Jancuzzo, il cui stemma (2) si vede in
cima all'altare con la seguente iscrizione in uno scudo :
« Philippus: Jancuzzo — aftìtator HVIVS Terre — Miria-
rum : Hoc opus — lieri fecit prò : sua : Devotione : An.
D. IÓ79 ».
Dal lato storico è importante l'altare a destra della
tribuna, dedicato al S.S. Sacramento e fatto costruire , nel
1676, da un nobile spagnolo ,
di cui in alto si vede pure
lo stemma (3). Detto altare, nell'architettura è identico
all'altro, che, dedicato al SS. Crocifisso, si vede a sinistra
della tribuna e a quello per divozione eretto dal Jancuzzo (4).
Nel fregio e nel gocciolatoio della trabeazione, in carattere
romano, si legge la seguente scritta :
<' 11 Cap. di cavalli corazza D. P}^'^ Usan Colonma che
« venne di Spagna con sua compagnia — nella guerra di
« Messa e stando in questa terra delli Miri alloggiato fece
« questo cappella del SS.™° Sacramento a sue spese l'anno
« 1676 » (5).
(Il Tra i vari pezzi decorativi di commesso, notevole è il pal-
liotto, lavoro bene eseguito da ignoto ma valente artista.
12) D'azzurro con tre gigli d'oro in fascia sulla punta sormontati
da una colomba svolazzante al naturale.
(3) D'azzurro alla sbarra d'oro fiancata da due uccelletti al na-
turale.
i4) L'altare del SS. .Sacramento, costruito nel 1676, giovò da
tipo agli altri due.
(5) E da ritenersi perciò che nel 1676, durante la rivoluzione
di Messina contro la Spagna una compagnia di cavalleria spagnuola
dimorasse accampata in Meri,
- 268 —
Degne di ammirazione sono pure due statue in istucco
dipinto, una della Immacolata nel terzo altare a dcstia, e
l'altra dell'Annunziata nel fondo , a sinistra del martello ;
quest'ultima grandiosa, posante su un ricco ceppo di legno
dorato. Entrambe le statue sono della seconda metà del
XVllI secolo.
Di bella fattura è il magnifico lampadario in cristalli
di Boemia, opera del messinese Paolo Lanza, che lo costruì
nel 1905, a spese dei cittadini di Meri residenti in America,
i quali da quelle lontane regioni pensarono alla loro pro-
tettrice Maria SS. Annunziata , alla cui chiesa 1' offrirono
in voto.
Di monumenti sepolcrali se no ha uno solo, a sinistra
della porta maggiore. In esso si leggono le seguenti iscri-
zioni. Sull'urna :
D. O. M.
HIERONIMU.S DE MORRA
D.
MIRIORUM BARO, AC FURIAE, ET BUCCHERII PRINCEPS
VISCONTI RIZZO MIRIORU BARONI CARISSIMO SOCERO
, ,
AC VERI PARENTI, OCULISSIMISQUE NATIS SUIS
D. MARGARITAE AC D. AGATHAE, VITA FUNCTIS, MONIMETU
AMORIS, SIBIOUE, AC POSTERIS BUSTTj VIVÉS POSUIT
ANNO D. I\IDCXXX1V KALEDS AUGUSTI
Sul piedestallo:
CARE SOCER, GEMMAS, TUA OUAS MIHI FILIA PATRI
EDIDIT, ECCE TUO, IURE RECONDO SINU.
NULLA, VEL EOO MELIORES MARGARA MISIT,
VEL TRIQUETRA EST AGATHIS OUAE DECORATA BONIS n).
l'i) Questo sepolcro situato fra il terzo altare dell'Immacolata e il
quarto dedicato a Sant' Antoniuo (cappella fondata nel 1626 dagli an-
tenati delio scrivente e clie tuttavia si appartiene alla famiglia D' A-
— 269 —
Ad est della Madre Chiesa, alla quale è addossato,
sorge il campanile a torre quadrata alto m. 25, con guglia
ottagonale, costruito nel 1848. A canto alla porta di esso,
è sepolto quel Filippo Migliavacca di cui è stato fatto cenno
nel cap. III. La lapide è murata all'altezza di circa due
metri dal suolo.
Delle tre campane , di cui il campanile è dotato , la
prima, la più grande, porta la seguenie iscrizione :
« Ave gratia piena Spiritus S. Super Veniet ini. Ecce
« Ancilla Domini A. D. 1687 Opus Petri Sances ».
La seconda ha la seguente scritta:
« Santa Caterina. Op. anno 1718 ».
Sulla terza, la pili piccola, si legge :
« Opus Paces Bertoccelli Soror Hieronima Maria Ver-
« sac H. T. Abbatissa Anno 1718 ».
Pure ad est della Chiesa maggiore, addossata ad essa,
sorge un' altra chiesa , Confraternita sotto il titolo di
Gesù e Maria; ma non ha nulla di notevole. Attualmente,
essendo la Madre Chiesa per misure di sicurezza chiusa
al culto (1), vi si esplicano le funzioni parrocchiali.
micoì, a destra della nave, fu levato nel 1S64, per aprire colà un'altra
porta, di fronte a quella preesistente a sinistra, e venne collocato ove
ora si vede.
Nello smembrare i pezzi del monumento si scoprì la cassa di
legno rustico contenente il cadavere assai ben conservato del barone
Visconte Rizzo. A canto a lui in un'altra cassa rustica era una bambina,
pure ben conservata, e su un cartellino si leggeva: « INIargherita Ravi-
dà ». Forse una nipotina del nobile uomo, morta lo stesso giorno di lui.
(I) I terremoti del 16 novembre 1894 qua e là danneggiarono le
pareti del tempio. Si sarebbe dovuto subito riparare con applicazione
di catene e altro per consolidare le lesioni, ma, ciò non essendosi
fatto, i terremoti del di 8 settembre 1905 lo danneggiarono ancor
maggiormente, tanto che si è dovuto chiudere.
Per le urgenti riparazioni e gli opportuni restauri, nel maggio
— 270 —
Altra chiesuola, sotto il titolo della Madonna dell'ldria,
è nella piazzetta omonima. Era essa la cappella del palazzo
baronale e faceva parte dello stesso edificio, chiusa da un
grandioso arco che costituiva l'ingresso principale del pa-
lazzo suddetto. Circa trent'anni addietro, abbattuto quello,
la piazzetta dell'ldria, come tuttavia si vede, diventò parte
della piazza grande che si appellava « del Palazzo » e che
dal 1904 si noma dell'On. Marchese « di Sant' Onofrio ».
La chiesetta, dal Sig. Marchese Fiancesco De Grego-
rio-Fischer^ cui apparteneva, cinque anni or sono fu ven-
duta al Sig. Angelo Greco, da Meri : perchè cadente, non
si è aperta più al culto, e probabilmente ,
sarà mutata in
magazzino.
Nell'unico altare si vede una brutta tela della Madonna
dell'ldria, in cui, nell'angolo inferiore sinistro, è la figura
a mezzo busto di uno dei baroni di Meri, certamente il
committente del dipinto ,
il quale si fece ritrarre con le
mani giunte in atto di pregare. A pie del quadro leggesi :
« Tempore guberni D. Antony Brandner 1786 », e più
sotto : « Vitus Viscosi pictor renovavet », il che e' induce
a credere, che, la pittura, opera della metà del secolo XVIf,
sciupatasi, fu a cura del Brandner (1) fatta restaurare dal
Viscusi.
scorso si è costituito un comitato, per raccogliere i fondi necessari,
e, i lavori di consolidamento, cominciati in agosto con buone ripa-
razioni ai muri perimetrali della tribuna, e a tutto il tetto e con la
costruzione di un grosso muro a scarpa, di rinforzo alla parete est,
attualmente (ottobre 1906) continuano all'altro Iato, ed è sperabile,
che, presto, collocate le catene, la bella Madre Chiesa potrà riaprirsi
alla fede dei cittadini.
fi) D. Antonio Brandner fu governatore in Meri di don Fabrizio
Alliata-Colonna, dal 17S5 al 1795. Successe all'abbate Don Filippo
Mostaccio ed ebbe a successore don Alberto Melazzo.
- 2n -
Un'altra chiesetta, dedicata a S. Giuseppe, è sita in
campagna, nella contrada omuninia a sudest, nella parte
elevata del paese (1). Assai malconcia per incuria degli
uomini e per le ingiurie del tempo, se non riparata presto,
non sarà lontana la sua rovina. In essa nulla esiste di
notevole, e il quadretto del titolare è cosa trascurabilissima.
È da notarsi intanto, che vicino alla chiesa è un'an-
tica croce, la quale — se si consideri che essa veniva posta
in luoghi abitati , segnacolo di redenzione , come ci fan
fede molti paesi all'entrare dei quali essa si trova, e se si
considerino ancora gli avanzi costruttivi che si son tro-
vati — potrebbe essere stata inalzata dagli antichi per
ricordare che in quel luogo fu un abitato, che scavi siste-
matici potrebbero farci conoscere appieno.
Dopo le chiese, è duopo dir qualcosa del palazzo ba-
ronale, sito nella bella e vasta piazza che ,
come è stato
detto, porta il nome dell'On. Ugo di Sant'Onofrio del Ca-
stillo (2), deputato del collegio elettorale di Castroreale (3).
(i) In questa contrada e precisamente in un fondo allora di pro-
prietà Vento, oggi della vedova Manca, vicinissimo alla chiesa, verso
il i86o, dissodandosi il terreno, si rinvennero grossi mattoni romani,
monete, qualche oggetto di scavo e un frammento di lapide marmorea
che persone colte hanno dichiarata di scrittura indecifrabile.
Questo pezzo archeologico, per qualche tempo si vide collocato sulla
facciata della Casina D'Amico, nella stessa contrada, poi, non si sa come,
è sparito, e vuoisi sia capitato, prima in casa del Sig. barone Piaggia
da Milazzo, e quindi sia andato a finire nel Museo Nazionale di Palermo.
(2) Una parte dei beni dei baroni di Meri li possiede il Signor
Marchese di Sant' Onofrio, per avere sposato donna Giuseppa Impe-
riale-Colonna-Romano, discendente dei Signori di Meri ; un' altra li
posseggono gli eredi del fu Senatore Silvestro Picardi , cui erano
stati portati in dote dalla moglie donna Giovanna De Gregorio Fischer,
figlia al marchese don Letterio De Gregorio-Alliata.
(3) Comprende i comuni di Castroreale, Barcellona-Pozzo di Gotto,
Meri, Lipari e Salina.
- 2Ì2 —
Dell'antico edificio ben poco rimane, polche, frazionato e
censito ,
tutto il fabbricato è stato mutato in case di abi-
tazione di varia altezza e di varia decorazione interna ed
esterna. Conservano solo dell' antico, una specie di torre
quadrata, su cui si vedono tuttavia mezza dozzina di feri-
toie ; le solide volte dei pianterreni e qualche frammento
qua e là, ove non è stato dato di rinzaffo.
Meri , che possiede 1' ufficio telegrafico e postale d
seconda classe (1); il corso completo delle scuole maschili
e femminili ; una fiorente Società Operaia di mutuo soc
corso ;
l'illuminazione ad acetilene ecc. ecc., su moltissimi
paesi più grandi e piii ricchi ha il vanto di belle, diritte e
pulite strade parallele fra loro, sia nel senso longitudinale^
e sono tutte piane, che in quello trasversale ,
lievemente
a monte, sino al livello della Madre Chiesa ,
che domina
il paese ; il quale, per la sua giacitura, per l'aria salubre,
per l'acqua abbondantissima fresca e potabile (2), pel pano-
rama che da esso si gode (3) , estendendosi ai suoi piedi
e per una lunghezza di parecchi chilometri tutta la ver-
deggiante pianura di Milaz/.o, meriterebbe invero di essere
(lì II primo ufficio postale nel comune di Meri veniva istituito
con decreto del 25 febbraio 1S20. Cfr. Collezione delle leggi e dei de-
creti reali cit., anno 1820, pag. 437.
(2) Per la quantità e bontà delle acque, nell' agosto del 1901 in
Meri si accampò per otto giorni il 48'^ fanteria allora di stanza a Ca-
tania, e nell'agosto del 190Ì, per un mese intero 1' 83° Reggimento,
di guarnigione a Messina, che fece le esercitazioni sul vicino colle
denominato Landò.
(3) Stupendi, indescrivibili, unici sono i tramonti che da Meri si
godono nel mese di settembre.
- 273 —
meglio apprezzato dagli stessi meriensi , e conosciuto da
quanti amano i luoghi ameni (l).
Ciò che a Meri fan difetto sono le industrie. Non più
l'allevamento dei bachi e l'industria della seta, molto svi-
luppata nei primordi del secolo XVIII e della quale rimane
un ricordo nella via detta dei « Manganelli » ove appunto si
trovavano i mangani e il filatoio. Né piìi lavora l'unico
ed antico mulino ad acqua, che, nel 1SS4 per iniziativa del
proprietario Signor Felice Mazzii da Meri, era stato tra-
sformato a vapore.
L'unica industria, che stentatamente vive, è quella
della filatura della corda di agave {.ssanimara), che si
esporta per tessere i fondi delle sedie ;
ma anch' essa è
forse condannata a perire, data la grande ricerca delle
sedie col fondo uso Vienna o coli' impiego della paglia
ritorta.
Il solo commercio che abbia segno di vita, è quello
dei vini e degli olii, entrambi di eccellente qualità. Per un
poco vi entra pure il commercio degli agrumi, ma, agli
uni e agli altri, per il vero sviluppo manca il potente sof-
fio dell'attività dei cittadini, tra i ciuali, molti, pur disponendo
di mezzi, si lasciano vincere dall'inerzia, che si risolve a
tutto danno della vita paesana. Importante ed esteso è il
premiato vivaio di viti americane impiantato dal meriense
Sig. Antonino Alleruzzo, che ne fa largo e lodato commercio.
Ma Meri è ben degna di migliore sorte : la sua posi-
zione sulla via provinciale Messina-Patti, la tramvia a
(i) Il Chiarissimo Cav. Vochieri, in una delle sue conferenze sulla
Sicilia, tenute a Roma nel gennaio del 1905, parlando delle naturali
bellezze della piana di Milazzo, ben a proposito cita il paese di Meri.
Cfr. Giornale di .Sicilia, Palermo 30-31 gennaio 1905, pag. i«, col.
3=^, anno XLV, N. 31.
- 274 -
vapore Messina-Bnrcellona che passa proprio nel paese, e
r abbondanza dell'acqua subalvea potranno, in un tempo
non lontano, farla sorgere a nuova vita industriale e com-
merciale e darle un assetto economico, che valga a farla
gareggiare coi paesi più progrediti.
Prima di chiudere questi cenni ò duopo che anche
qualche parola si dica della fiumara che minacciosa scende
alla destra di Meri (l), guardata però da forti ed alte bastie-
11 fiume in esame è forse il Mclas o Facellìito deli' A-
mico, oppure il Pacliisos di Vibio, o il S. Basile del Fa-
zello^ o il Longaìio di altri antichi scrittori ?
La risposta non è facile, non breve la discussione ed
esorbiterebbe dagli impostimi « cenni ».
Per la storia di Meri ci basta ora dire soltanto che
esso — prima comunemente chiamato fiume di Milazzo, per-
chè scarica poco ad ovest da questa città, e da altri intesa
fiumara (2) di S. Lucia, perchò bagna a destra le basi del
colle, su cui s' erge quest' altro abitato — oggi, dai piii;
meglio s'intende col nome di fiume di Meri. Tal corso
(i) Questo torrente, d' inverno scorre spesso minaccioso per la
parte più bassa del paese, appunto perchè il livello del Corso Um-
berto I si trova circa cinque metri più basso del letto del torrente,
che s' alza sempre più.
(2) Fiumara è cosa tutta siciliana : Nota la differenza tra fiume e
torrente il Prof. Michele Basile nel suo Latifondi e Poderi (Messina.
D' Amico, 1S98, cap. Ili), ove scrive :
« Finalmente la terza categoria è costituita da quei corsi d'acqua,
« che non sono propriamente fiumi, né torrenti, ma hanno caratteri
d'entrambi » ecc.
Cfr. atK:he Archivio Sierico Messinese, anno III, pagg. 8-9, nota.
à
d' acqua è larofo un centinaio di metri ed è attt'a'efsato
da un alto e bel ponte in muratura ,
formato da nove
grandi luci con solidi archi poggianti su otto robusti pi-
loni e su due solidissime spalle estreme. Fu costruito nel
1866 a spese dt-ll'Amministrazione Provinciale e costituisce
oggi un delizioso punto di passeggio pei meriensi.
Il fiume di Meri nasce tra le alte vallate dei Pelori-
tani, sicché il suo corso approssimativamente raggiunge
i quaranta chilometri , e questo ci diì ragione a credere
che il suo antico e vero nome etimologicamente guardato
sia Longano (1), nome che s'è voluto appiccicare all'odier-
no piccolo torrente che scorre tra Pozzo di Gotto e
Barcellona, non sappiamo con quanta buona ragione.
Questo, infatti, ha un corso così breve da far ritenere, in-
vece, che i geografi del tempo, e siamo a tre secoli avanti
Gesù Cristo, naturalmente non lo avessero degnato di
menzione.
Ma v' è dell' altro ancora a conferma di quel che noi
osserviamo: se si tien conto che alla battaglia sul Lon-
gano parteciparono oltre ventimila combattenti^ fra cui pa-
recchie migliaia di cavalieri (2), è da ritenersi che lo
scontro dei Mamertini coi Siracusani sia avvenuto nel
punto pili larg ) della pianura di Milazzo, e precisamente
vicino a questa città, ove scorre l'attuale fiume di Meri.
fi) Lontano o Lungano, nome storico per la famosa battaglia nel
269 av. G. C. su esso fiume combattutasi fra Jerone di Siracusa e i
Mamertini.
12) Mentre è noto che Jerone comandava 10,000 fanti e 1500
cavalli e che i fanti Mamertini comandati da Kios ammontavano a
8000, nulla si sa di preciso sul numero dei cavalli mamertini. Cfr. Am-
leto Servi, // Dominio mamertino nella Sicilia , in Archivio Storico
Messinese, Anno IV, fase. 1-2, pag. 187.
Un solo dubbio potrebbe sollevarsi sulla identifica-
zione del fiume Longano, che esso cioè sia fattuale Patri
o Termini, che scorre ad ovest di Barcellona, fiume
que-
st'altro, al pari di quello di Meri, assai largo, ma di corso
meno lungo. Il fatto, però, che alcuni scrittori ritengono
il Longano doversi trovare
ad est di Barcellona, e l'Holm
si spinge a identificarlo nella fiumara di Monforte, è vero
che non distrugge l'ipotesi che il Patri possa essere il Lon-
gano degli antichi, ma dà a noi nuova ragione per ricer-
identificarlo
care lo storico fiume vicinissimo a Milazzo, di
forse nelfattuale Meri, ma questo è argomento che merita
più severa disamina.
Prof. Agostino D'Amico.
N
COLONNA, GIOVANNI, SALVIATI,
DI
PRINCIPE DI
TRE CASTAGNI, BUCCHERI, CASTRORAO,
Duca di Snlaparnta^e di Sapoìiara, Barone e Signore
Salerno, Santa Domenica, Gnraji, Gramano, Grasta,
Maestra , Conforto , Mangiavacche Morbano
,
Adriano , Taja , Commaiita , Troc coli, Vigna
Pergola , Sinapa , Comnni , Salavecchia ,
Porrito, Grande di Spagna di prima Classe,
Poste di questo Regno di Sicilia , delle
del Real
Vendo pienoin forme dell'abilità, fede, ed a
in virtù della presente Teeleoianio, e de])ntian
eon tutte le facoltà, pesi, onori, esenzioni, pr
i nostri Ministri ali, Università e P
,
scano stimino, e rispettivamente nbbic
,
li sia cara la grazia nostra, e sotto a nostro
di nostra mano, soseritta dal nostro Segretario, ed
Dat. in Palermo dal nostro Palazzo 7 Mag.^ /7(
Patente di Giurato della nostra terra di Merij ili
,
A L L TATA;
PAHUTA , MORRA , E ZAPPATA DE TASSIS,
YILLAFRANCA.
VERI A, K DI MONTKRKALE,
di San f Anita, Merj, ì^iagrande, Pedara , Foria di
Gebbia rossa, Tavernola .aliano, Gorbitello^ Gatta^
Rìb^oIo, Frascino , Piano del Monaco , Sani'
della Corte, Pagano, San Giorgio, Mintina
Cusnntano, Pnzzoleo, Villano, Jiincara , e
Supremo Prefetto del Publico Corso delle
Isole adiacenti , e delle Felnghe
Dispaccio dtc.
squisiti,che concorrono nelhi persona di Lifterio di Gaetano
irato della nostra T.V^ di Merij da Mag.' i'/84 a tutto Ap. l'jSfi
o'i, e prerogative solite, e consuete: Ordiniamo perciò a tutti
Tari del nostro Stato, a' quali spetta che per tali lo ricono-
, uè si faccia da alcuno di loro il contrario i^er quanto ,
rio : A
qual'eff etto abbiamo fatto spedire la presente firmata
;icata col nostro Sugoello.
Felice ferraloro
Ferdinando . . Vitale Seg/^'o
ona di Litterio di Gaetano
y. B. Nel diploma originalo , di formato doppio , in più
punti lo scritte è corroso
;
abbiamo perciò supplito con puntinii
LOTTA DELLA CITTÀ DI PATTI
PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE
nel secolo XVII
{Coìit. vedi Ann. VII, Fase. I-II)
IL
Prodromi della separazione del casale della Montagna — Lettera del
re Filippo IV — Morttagna Reale terra di Regio Demanio — Il
feudo della Rocca — Per il grazioso donativo al Re — Ascanio
Ansatone vicario generale del Valdemone residente in Patti Ven- —
dita della terra diMontagna —
D. Ascanio Ansatone duca di Mon-
tagna Reale —
Incorporazione e vendita del feudo di Madoro —
Lettera del Senato di Messina — Stato di difesa di Patti e sua
marina — Primi tentativi per il distacco del casale di Sorrentini —
Timori dell' ar inala nemica — Stato finanxiario della città — Ca-
restia e tumulti del 164J.
La città di Tatti, nell'anno 1637, aveva ancora i suoi
due casali della :\Iontao;na e dei Sorrentini . e i feudi dì
Madoro, della Rócca e del Litto, del quale ultimo portava
il titolo di baronessa. Noi vedremo in seguito come fosse
spogliata dei suoi casali e di quasi tutti i suoi beni.
Il casale della Montagna ,
giunto a una certa prospe-
rità e importanza, mal tollerava di dover dipendere dalla
città di Patti, e da qualche tem.po l'idea di separarsi, e for-
mare un'università a sé, solleticava l'amor proprio di quei
terrazzani. I sobillatori non mancavano, i quali, sotto il
manto di scuotere il giogo secolare di Patti , facevano la
causa di chi aveva da tempo gettato l'occhio su quei casali
,
- 278 -
per impadronirsene. Staccati dalla dipendenza della città,
sarebbero diventati più facile preda, venendo loro a man-
care l'unico sostegno, poiché il Regio Demanio era poco
tenero delle sue terre , e se ne sbarazzava volentieri ven-
dendole al primo offerente.
Nell'anno 1632, i Montagnari facevano presentare un
memoriale al duca di Alcalà don Fernando Afan de Ri vera,
esponendo che nel casale della Montagna ,
paese di circa
mille fuochi, si era formata una congregazione dell'Orato-
rio dei frati di S. Filippo Neri, nella chiesa della SS.''^ An-
nunziata concessa dal vescovo di Fatti don Vincenzo di
Napoli. Quei frati avevano cominciato la fabbrica di quel-
l'oratorio con loro denaro e con elemosine raccolte ; ma
esaurita la somma disponibile^ gli abitanti della Montagna
domandavano che la città di Patti concorresse con un
aiuto di denaro , tanto piij. che il casale contribuiva alle
tasse, donativi, gabelle e pesi della città.
1 giurati di Patti , riconoscendo le ragioni dei Monta-
gnari, assegnarono a tale scopo la gabella della frasca del
Prato comune della città per cinque anni. Questa gabella
della frasca era appaltata per on.^e 13 lari 16 e grciìii 13
all'anno, e la sua assegnazione per cinque anni alla fab-
brica dell'Oratorio della Montagna fu approvata con lettera
viceregia ,
per via del Tribunale del Real Patrimonio, del
16 dicembre 1632. Ma anche prima che scadessero i cinque
anni, non essendo ancora finita quella fabbrica ,
i giurati
don Giuseppe Cenere, dottor Giovan Domenico Chitari
dottor Francesco Proto e don Francesco Fortunato con ,
lettera del 26 maggio 1637, manilestavano a don Luigi
Moncada principe di Paterno, duca di Montalto , etc. ,
di
aver confermato , dopo di aver tenuto pubblico Consiglio
l'assegnazione della gabella della frasca del Prato comune
i
— 279 —
per altri cincjue anni alla fabbrica dell'Oratorio della Mon-
tagna ; e quel Presidente del Regno approvava con lettera
del 28 luglio 1637, per via del Trib. del R. P., quella con-
ferma di assegnazione.
E poco prima si era presentato nella corte giuratoria
Geronimo Muni del casale della Montagna — il quale era
stato citato di comparire alla Regia Gran Corte — per
allegare che la citazione era contraria agli antichissimi
privilegi delia città di Patti (1), la quale esercitava il mero
e misto impero con molte cause ahdicative di non potere
i suoi cittadini essere estratti nel priìiio e secondo ghidisio
dagli officiali ordinari della città ad istanza di qualsiasi
persona anche privilegiata. I giurati , come si soleva fare
in simili casi, passarono le carte al dottor Francesco Li-
cari, procuratore deiruniversitù, affinchè desse il suo voto:
e costui votò che quella citazione latta al Muni ledeva i
privilegi, poiché il casale di Montagna facendo parte della
città di Patti, gli abitanti di esso godevano gli stessi suoi
privilegi. Ciò sorge da una lettera che i giurati scrivevano
il 1° marzo 1637 al principe di Paterno.
(i) La città oltre ai privilegi dipendenti dal mero e misto im-
pero e dai Capitoli del Regno, oltre le concessioni di re Federico
d'Aragona del 13 12, aveva anche avuto concesso da re Martino nel
1402 gli stessi privilegi che godeva la città di Messina. Ma uno dei
privilegi, che non dispiacerebbe anche al giorno d'oggi, era quello
che qualunque forestiero venuto ad abitare in Patti, dopo dodici anni
di dimora, non potesse essere costretto né molestato per qualsivoglia
debito anche privilegiato. Questa quistione fu sollevata ai tempi del
principe Emanuele Filiberto, il quale ordinò con lettera del 21 giugno
1624 che non si molestassero i coniugi Antonino e Balsama Calcagno
della terra di S. Angelo debitori di diversi censi privilegiati, perchè
da più di dodici anni dimoravano in Fatti.
,
- 280 —
Questi due ultimi fatti io ho voluto citare per stabilire
che nell'anno 1637 il casale di Montagna non si era ancora
staccato da Patti, e ne godeva gli antichi privilegi.
*
* *
La cittiì di Patti con l'operazione delle onze quattro-
mila [^\tta nell'anno 1629 con Gianforte Natoli principe di
Sperlinga, nobile messinese , al quale — come si disse —
aveva ceduto la gabella di tari 2 grani 2 e piccoli 3 a
salma di frumento, si era tolto le vessazioni della Regia
Corte e della Deputazione del Regno. Nell'anno 1633, don
Geronimo FloruUi barone d'Altomonte , cittadino pattese,
per fare un benefizio alla città , offrì di sborsare le onze
quattromila al principe di Sperlinga, contentandosi che la
gabella fosse ridotta a far) uno e ^rn;;// diciotto per salma.
Il duca di Alcalà dette ordine, con lettera del 7 marzo, che
si mettesse all'asta , ed essendo rimasto aggiudicatario il
barone d'Altomonte per la detta offerta, questi, con atto
del 4 aprile 1633 in Notar Giovan Paolo Cenere di Patti
ricomprava la gabella dal principe di Sperlinga. Quella
diminuzione di gabella era di sollievo ai cittadini ,
e fu
approvata dal duca di Alcalà e Tribunale del Real Patri-
monio con lettera del 23 dello stesso aprile.
Ma i bisogni della corona di Spagna si facevano sem-
pre più pressanti per la lotta che essa sosteneva contro
la Francia. Il cardinale duca di Richelieu che voleva abbas-
sare la Casa d'Austria, nell'anno 1635 attaccava aperta-
mente la Spagna, gettandosi nella guerra dei Trent'anni:
e già nel 1636 le sorti della guerra volgevano malamente
per gli Spagnuoli nel ducato di Milano. Il re Filippo IV
stesso si rivolgeva alle città dei suoi stati implorando soc-
corso di denaro, come può vedersi dalla seguente lettera:
— 281 —
« A los fìcles y ainados iiiiestros los Jiirados dcla
Ciiidad de Patti.
El Rey
MagS°^ fielcs amados n.ros — Del Principe de Paterno
mi primo Presidente y cap:^ general en esse Rey no enten-
dereis ci cstado en que el y los de mas de mi Monarchia
se hattan por las g iter ras tan continnadas que estos anos
se han t enido cètra los emalos desia Corona y enimigos de
liraSancta Feè Catholica; y por los accidentes tan extre-
mos que amenasan par tic ni armeni e en Italia con la eni-
bassion que los Franceses han hecho en mi estado de Mi-
lan, de cpte resulta scr urgente y precissa la netessidad,
que insta estando aventurada no solo mi Monarchia si nò
y su
la Religion liberi ad ^
lo qual obliga ci qui todos mis
Reynos ngan lo possible enlanse tan apprétado para ac-
cudir csto ano que vien al reparo de tanto daiìo corno se
previene à cxemplo delo que se hase en estos mis Reynos
de Cast Illa ymas que Diosme ha encomeudado, pues
los de
sobra mas de dose millones con que mi servieron el ano
passado, me serven agora con otros dies y mas, y assi me
ha parecido de mas delo que el dicho Principe os dirà
cerca desto significaros la satisfacion y confiensa con que
quedo de que conforme a v.ra gran fìdelidad y amor mi
scrvireis conia cantidad ajustada alo que entendieredes de
dicho Principe fiandolo assi dela fineza y prontitud con
que sicmprc accudis a mi servicio. — De Madrid à 27 de
Agosto 1636
Yo ci Rey
VJ- Neapoli Reg. VJ Yanuarius Reg. V/ Neyla Reg.
D. Inicus S^f,"«s
- 282 —
E il principe di Paterno duca di Montalto fu, il 27 set-
tembre 1636, in Patti, ove avrà certamente esposto lo stato
miserando della Corona e le diflìcoltà nelle quali versava
per sostenere la guerra ,
quando ancora la lettera del re
non era pervenuta ai giurati (1). In ogni modo per tutto il 1637
non si prese dai giurati della città alcuna risoluzione per
sopperire ai bisogni della Corona.
Frattanto era insorta la questione col casale della
Montagna, che voleva separarsi dalla città di Patti , e da
tempo lavorava a quello scopo con l'appoggio di don Asca-
nio Ansalone ,
di nobile famiglia messinese (2) , il quale
faceva allora parte del Consiglio Patrimoniale, come mae-
stro razionale. Infatti , nei primi del dicembre 1637 don
Orazio Strozzi marchese del Flore , maestro razionale e
conservatore del Real Patrimonio, faceva sapere ai giurati
di Patti che l'università della Montagna aveva supplicato
e fatto offerta nel Tribunale del Real Patrimonio per
levarsi dalla giurisdizione della città, e darsi a quella di
Sua Maestà, ed egli chiedeva loro che informassero quel
tribunale , affinchè potesse prendere la decisione più con-
veniente. I giurati dottor Francesco Arietta, dottor Andrea
Proto , dottor Mariano Marziano e Antonino Donato , con
(i) Di questa visita oltre la data dell'arrivo e un accenno in una
lettera del 14 ottobre 1637 , si ha notizia nel conto particolare del
tesoriere Paolo Spitaleri dell'anno V. Ind. 1636-1637 in alcune partite
d'esito «per V alloggiametito si fece a S. E. nella Marina di questa
città per cinque sere ». E di questa partita si trovano i mandati di
rimborso in data 30 luglio 1637 e le apoche in notar Giovan Dome-
nico Merescalco del 2 e 17 settembre 1737.
(2) Di questa stessa famiglia era stato in Patti Antonio Ansalone
come capitano della città per l'anno 1610-1611, come da patente del
6 novembre 1610 fatta dal cardinale Giannettino Doria arcivescovo di
Palermo e luogotenente generale del Regno,
— 283 —
lettera del 26 dello stesso dicembre ,
rispondevano che
sarebbe stata la rovina della città di Patti quell'attentato
di alcuni interessati che volevano la separazione del casale
della Montagna, « il quale per essere stalo sempre deìli
membri et pertinente del distretto di essa città non può
patire divisione alcuna, poiché è talmente unito alla gin-
risditione di essa che tal prdesa separai ione altro non
potrà causare se non cìie totale desolatione di essa città,
tanto perche la distanza di detti lochi in che l'itua et V al-
tra habitationc si stanno situati non eccede la distanza di
un miglio, per lo die niaiiifest aniente appare sudetto casale
stare habitato nel territorio di essa città, quanto pure che
alcuni officiali perpetui di detta città tengono comprati
loro uffici con giurisditione sopra tutti i casali di detta
città, etc. » (1). E i giurati concludevano che la città senza
quel casale non avrebbe piìi potuto sostentarsi per 1' am-
manco della resa delle gabelle, e non avrebbe potuto più
usare v^rso la Corona quei puntuali servigi che per lad-
dietro si erano praticati da quei cittadini, « poiché gli abi-
tatori di Patti per la vicinità di detti lochi in occasioni
gravanti si potriano facilmente conjerire per habitare in
detto casale, et difatti abbandonare la sudetta città marit-
tima ».
(i) Nel maggio del 1622 il principe Emanuele Filiberto, allora vi-
ceré in Sicilia, vendette iji Patti a vita gli uffici : di segreto a don
Giuseppe Cenere, di mastro notare dei giurati al dottor Giuseppe
Florulli (barone di Villareaie al 1634), e di mastro notaro della corte
civile ad Antonino Giardina. L'ufficio di mastro notaro della corte
capitaniale nel 1638 apparteneva anche a vita a don Francesco For-
tunato. Se l'ufficio di segreto non aveva che vedere con la separa-
zione della Montagna, non restringendosi la sua giurisdizione al ter-
ritorio della città e suoi casali, vedevano però diminuire di molto i
loro proventi i mastri notari delle corti giuratorja, capitaniale e civile.
— 284 —
Ma prima ancora di rispondere alla lettera del conser-
vatore del Real Patrimonio, i giurati, allarmati, avevano
convocato il pubblico Consiglio (l) al 10 dicembre: il quale
aveva deliberato, secondo il voto di don Antonio de Rian-
no, capitano della città e primo dei consulenti, di mandare
in Palermo persona capace per assistere alla ditesa delle
ragioni della città per la lite contro V università della
Montagna, affinchè questa non tosse tolta alla giurisdizio-
ne di Patti. Il principe di Paterno e il Tribunale del R. P.,
che erano prevenuti contro la città, fecero attendere l'ap-
provazione a quel deliberato per undici mesi; e solamente
in data del 28 ottobre 1638 consentivano che si potesse
mandare persona in Palermo per assistere a quella lite,
con la condizione che non potesse conseguire più di otto
tari al giorno, né potesse vacare più di due mesi dal gior-
no della partenza.
Questa approvazione veniva data quando già la sepa-
razione del casale della Montagna era stata deliberata.
La lettera del re Filippo IV doveva arrivare dunque
in Patti quando la città era minacciata dalla separazione
ilei più importante dei suoi casali, e mentre il principe di
(i) Il Consiglio si convocava in giorno di festa e a suono di cam-
pana (in Patti suonava quella della chiesa di S. Ippolito), a cura dei
giurati, i quali dovevano poi mandare al viceré e Tribunale del Real
Patrimonio le sue deliberazioni. Al Consiglio pubblico poteva inter-
venire chiunque, ma avevano diritto al voto solamente il capitano
della cittcà, i giurati, i deputati eletti e i quaranta consulenti nomi-
nati a vita; i quali consulenti coi deputati — come da ordine del 1596
di Giovanni conte di Ventimiglia marchese di Ceraci principe di Ca-
.stelbono, etc. — potevano tenere e conchiudere qualunque Consiglio.
- 285 —
Paterno e il Consiglio Patrimoniale tenevano in sospeso la
deliberazione definitiva del distacco del casale della Monta-
gna, per poter spillare denaro alla ciità per la Regia Corte.
Ma urgendo alla Corona avere un forte donativo per
sostenere la guerra, specialmente nell'alta Italia, fu deciso
di convocare per il 20 maggio 1638 il Parlamento generale
straordinario in Palermo : e con avviso del 27 febbraio i
giurati di Patti venivano invitati a intervenirvi o a man-
darvi un loro procuratore speciale. Allora il Presidente del
Regno per ottenere qualche cosa di positivo dalla città di
Patti, vi spedì il procuratore fiscale dottor Silvestro Randelli
a mostrare il piacere di lui perchè la città facesse qualche
donativo a Sua Maestà. E i giurati per servire S. E. convo-
carono il 10 marzo pubblico e solenne Consiglio, nel quale
si concluse « di dare a S. M. per li bisogni due graziosi
donalivi: uno di scudi seimila da pagarsi fra sei mesi
contati dal giorno della coiìferiiia et altri scudi tremila
con conditione che non si separi dalla giurisditione di
questa città il casale della Montagna con facoltà di poter
soggiogare infino al sette per cento con dispensa della
pragmatica die proibisce il soggiogare piìi di cinque per
cento ,
et per tal sogg.'" s'impongìu gabella di tar) due et
grani due per salma di frumento et farina che si produce
nella città et suo territorio et che estrae di fuori, etc. ». E
in data del 10 stesso i giurati scrissero una lettera e un
memoriale per il principe di Paterno , consegnandoli al
dottor Randelli, che, compita la sua missione, doveva tor-
nare a Palermo. In quella lettera essi davano l'annunzio
della deliberazione del donativo complessivo di novemila
scudi , sei liberi e tre condizionati , e raccomandavano il
loro memoriale. E siccome questa volta il deliberato del
Consiglio di Patti era secondo il piacere del Trib.'o f^Q\
- 286 —
R. P., la conferma non si fece attendere , essendo stata
data a 29 dello stesso marzo.
Ma la separandone del casale della Montagna era già
stata accettata dal re, a condizione che quei Montagnari
pagassero alla Regia Corte quattromila scudi. L' urgenza
di denaro era estrema, e tutto si concedeva al primo of-
ferente.
Io ricorderò a questo proposito il andò del 3 aprile
163S, nel quale si avvisava ciie, per provvedere denari per
la guerra in difesa degli Stati di Sua Maestà, si vende-
vano gli effetti del Patrimonio Reale: città, tei're. secrezie^
tonnare e qualsivoglia altro effetto della Regia Corte « con il
patto di poterseli ricattare o a tutto passato con titolo di
Barone et di nobiltà, facoltà di potere esperinientare ton-
nare, giìirisditione di mero e misto impero, facoltà di poter
popolare et iufendare tcrrilorii, beni confiscati ». Si vendevano
pure « città ,
terre , vassallaggi del Demanio di S. M. in
quanto a S. M. con il patto di ricattarsi o scusa, et in quanto
all' Università di dette terre demaniali si preserverà termini
competenti Jra li quali si possano ricattare, che non pa-
gaiulo fra detto termine il prezzo che sarà sborsato dcdli
compratori et lo interesse da tassarsi dal Real Patrimonio
con il presso dei benfatti componendo coi frutti prò rata
quantità che avranno perceputo mentre avranno tenuto
dette terre li detti compratori, e te. ».
P'ino al settembre 1638 i Pattesi tennero speranza an-
cora di poter evitare quella sciagura. Infatti, con lettera
del 27 di quel mese, i giurati scrivevano al principe di
Paterno per avvisarlo che sarebbe venuto don Benedetto
Florio canonico della cattedrale di Patti a supplicarlo in
particolare della grazia di non separare il casale della
Montagna dalla giurisdizione di Patti, perchè per parec-
— 28? -
chic ragioni che molto importavano al servi^-io del re —
le quali a nome della città avrebbe spiegato il Florio —
era necessario che le cose si conservassero come per il
passato.
Ma nell'ottobre di quello stesso anno, già la terra della
Montagna si era resa autonoma, e assumeva il nome di
Montagna Regia o Reale, a indicare la sua dipendenza di-
Tetta dal Regio Demanio; mentre la città di Patti comin-
ciava a sentire le conseguenze dello smembramento. I giu-
rati pattesi in una lettera del 20 ottobre scrivevano al
Tribunale del Real Patrimonio che avendo latto bando
continuato per tre mesi della gabella di tav) 18 e grani '1
che si pagava sopra ogni salma di frumento e farine che
si smaltivano nella città e suoi casali, non si era trovata
offerta conveniente: e tutto per causa della divisione della
giiirisdisioue del casale della Moiitagtia, e per l'esorbitan-
za della franchessa che si pretendeva dalle persone pri-
vilegiate ;
sicché la città non poteva piìi corrispondere
come per il passato ai pagamenti delle tande regie e do-
nativi.
Si può precisare ancora meglio 1' epoca del distacco
della Montagna da Patti. I giurati di Montagna convoca-
rono pubblico Consiglio il 28 marzo 1638, nel quale deli-
berarono di pagare a S. M. i quattromila scudi richiesti
perche il casale fosse disgregato dalla giurisdizione della
città di Patti, domandando alcune grazie e condizioni.
Questo Consiglio fu confermato dal principe di Paterno,,
per via del Tribunale del R. P., il 30 giugno; e a 13 luglio
furono spedite lettere per via del Real Patrimonio, ove si
concedevano le grazie richieste, includendo nel territorio
dell'università di Montagna il feudo della Rocca, che ap-
parteneva alla città di Patti ; e queste lettere furono inse-
— 258 -
rite nel contratto di separazione fatto negli atti del Regio
Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro del Regno, a 9
ottobre 1638.
La notizia ufficiale della separazione fu data alla città
di Patti dal principe di Paterno nell'ottobre stesso. Infatti,
si trovano, nel registro dell'anno 1^ indizione 1638-1639,
due lettere dei giurati del 3 novembre (1). Nella prima essi
scrivevano essere tristi le condizioni della città « dovendo
anche litigare coi gabelloti che vogliono abbonata l'esi-
genza del casale della Montagna, c]ie al presente s' inten-
de da V. E. essersi disgregato, o almeno ritornarsi quanto
l'avesse importato sudetto casale, ciò che verte ad irrime-
diabile danno della città, come noi avevamo previsto et
avvertito V. E. ». Per la qual cosa essi domandavano il
permesso di poter prendere il denaro al dieci per cento,
non avendolo potuto trovare al sette, per poter col capi-
tale preso a mutuo soddisfare in tutto il grazioso donativo
al re, e andare in parte soccorrendo le occorrenze della
città
Nella seconda lettera i giurati, esponendo che si era
sempre usato levare le guardie straordinarie per la custo-
dia del littorale all'ultimo di ottobre, soggiungevano: « Per
ciò V. E. resti servito levare dette guardie per disgravare
la citttà, ora che il suo patrimonio è stato diwessato per
aversi segregato la Montagna dalla sua giurisdisione ».
È certo che la divisione della Montagna, la cui popo-
lazione eguagliava quasi quella di Patti, aveva recato alla
città un interesse rilevante, specialmente perchè, essendo
fi} La divisione effettiva della terra di Montagna da Patti si fece
a 2 novembre 7^ Ind. 1638, come si trova nel libro dei conti della
città. Le lettere dei giurati furono scritte all'indomani del distacco.
— ^89 —
state appaltate tutte le gabelle con 1' antica giurisdizione,
e gli abitanti della Montagna essendosi rifiutati al paga-
mento delle gabelle, i giurati dovevano ridurle o inden-
nizzare gli appaltatori. Oltre a ciò i Montagnari si erano
impadroniti del feudo della Rocca percependone i frutti,
essendo stato incluso nel territorio assegnato alla nuova
università, benché ciò non fosse una ragione sufficiente
per assumerne la proprietà assoluta. Il feudo della Rocca,
secondo i giurati di Patti, valeva circa ottomila scudi, e i
Montagnari che ne avevano pagato quattromila per la
loro autonomia, venivano a fare finanziariamente un ec-
celente affare. Se si aggiungeva alla perdita la minore
resa delle gabelle, l'ammanco del patrimonio civico veniva
a raddoppiarsi.
Queste ragioni cercavano di far valere i giurati di
Patti nella lettera del 10 novembre 163S, pregando il prin-
cipe di Paterno a volere ordinare che la città fosse con-
servata nella quieta e pacifica possessione del feudo della
Rocca e dell'esigenza delle gabelle anche nel casale della
Montagna, poiché era impossibile pagare le tande e dona-
tivi, le guardie, e provvedere a tutte le altre occorrenze
come per il passato, mentre il patrimonio e le risorse della
città erano stati così ristretti.
E le doglie andavano stringendo rapidamente, poiché
il giorno dopo i giurati così scrivevano al principe di Pa-
terno: « Per r istanza del D.'' Don Francesco Cenere sin-
daco (1) della città, con giusta ragione ricercato per la
(i) Benché alcune città avessero il sindaco prima dell'anno i6oo,
r istituzione del sindaco obbligatorio per ogni università del Regno
di Sicilia data dal 6 marzo i6oo, quando si pubblicò 1' istruzione ed
ordine sopra l'amministrazione dell' ufficio di sindaco e procuratore
generale della università del Regno, in firma del viceré duca di I\Ia-
- 290 -
relazione di tanto interesse che giornalmente la cittti si
vede che li asserti giurati della Montagna non vogliono
rispondere delle gabelle che furono imposte su quello che
queda. In data del 12 marzo dello stesso anno si trova nei registri
municipali di Patti una lettera — istruzione ai giurati della città, ove
dicesi che dovendo ogni università del Regno avere un sindaco e
procuratore generale, essi giurati dovessero a suono di campana con-
vocare il Consiglio generale per proporre l'elezione del sindaco che
doveva durare in carica tre anni, e per stabilire il suo salario. Il sin-
daco veniva eletto dal Consiglio pubblico e confermato dal viceré. Il
primo sindaco eletto in Patti fu nel 1600 il dottor Alessandro Proto
con onze 16 annuali di stipendio, come si legge in una lettera dei
giurati Francesco Marino, Biasio Villapinta, Francesco Virgilio e Pie-
tro Stoppia, in data 8 dicembre 1602, in risposta ad un ordine del
viceré duca di Feria, che diceva doversi eleggere il sindaco per il de-
creto del 1600. I giurati scrivevano che il sindaco era stato eletto die-
tro ordine del duca di Maqueda nel 1600, e che l'elezione era stata
spedita per la conferma , ma questa non essendo poi venuta , vole-
vano sapere se il viceré volesse confermare quella nomina o si do-
vesse fare altra elezione. In seguito però il Consiglio pubblico non
eleggeva direttamente, ma proponeva al viceré tre persone che aves-
sero riportato il maggior numero' di voti, tra le quali costui sceglieva
il sindaco. Ciò che si continuò a chiamare conferma della nomina di
sindaco.
Non é qui il caso di dire quali fossero allora le attribuzioni del
sindaco e procuratore generale delle università, potendo ognuno leg-
gere le istruzioni del 6 marzo 1600. Ma sarà bene notare che il sin-
daco doveva controllare l'amministrazione della città e difendere i suoi
interessi come procuratore di essa, ma non aveva autorità sui giurati,
che non avevano bisogno della sua approvazione dei conti, essendovi
per questo il mastro giurato del Valle ; anzi i giurati avevano sul sin-
daco la precedenza, e rappresentavano la città anche nel Parlamento
generale del Regno, ove potevano farsi rappresentare da un loro pro-
curatore ad hoc, mentre il sindaco non poteva comparire come procu-
ratore generale dell' università fuori del territorio di quella , la sua
azione non potendosi espletare al di fuori delle corti locali. Era in
fondo un sindacatore degli ufficiali civici e un procuratore del popolo.
— 291 -
consumava la citti\ con Montagna e Sorrentini, et aldine
ad effetto di soddisfare il grazioso donativo offerto a Sua
Maestà, li giurati sono costretti a mandare a notificare la
legittima petizione del sindaco alli asserti giurali della
Montagna tutto quello e quanto in esso si andasse propo-
nendo in beneficio di S. M. essa città e suoi casali, aven-
dosi destinato serio a questo notaro Giovan Domenico Ma-
rescalco con due portieri de' giurati chiamati Francesco-
Cappotto e Giovanni li Martini, li quali partitisi a detto
effetto intimarono a Francesco Pallotta e Bernardino Spa-
tola, due di detti asserti giurati della Montagna, li quali
stavano giocando alle carte nella contrada Allegrezza, nel
luogo denominato Passo del Romito, territorio di questa,
alli 11 del corrente novembre. Volendo fare la sudetta
notifica, conforme all'acclusa per informare V. E., si man-
darono il detto notaro et li due portieri, e li detti Pallotta
e Spatola dettero loro di mano con ogni violenza et chia-
mato Giovan Battista Pizzuto asserto loro Delegato, An-
tonio Amico et altri loro ?,Iontagnari,
d' li fecero attaccare
e mandarono nella Montagna, ove sono carcerati; e perchè
sono andati pjr servigio di S. M. et beneficio della città
supplicano V. E. voglia subito fare escarcerare li su-
detti, e prendere li provvedimenti opportuni ».
Non contenti di ciò, il 16 novembre partivano da Patti
per Palermo i giurati dottor Mariano Marziano e dottor
Francesco Arietta per conferire per affari urgenti col Pre-
sidente del Regno. Ma nulla ottennero perchè il Consiglio
Patrimoniale si era dichiarato interamente ostile alla
città di Patti, per la quale si preparavano ancor più tristi
giorni.
202 -^
*
Data la poca entità delle rendite dei feudi, il patrimo-
nio civico era basato sulle gabelle (1), che erano applicate
(i) Le gabelle erano imposte dalla città, fuori di quelle della seta
e dell'olio. Però vi era un'antica gabella di grani tre per ogni libra
di seta cruda, che apparteneva alla città di Patti, e da questa era stata
applicata da moltissimi anni al monastero di S.^^ Ch.iara, e confermata
dai viceré. Nel 1567 i giurati volevano esigere per conto della città
quella gabella, ma ad istanza delle monache di S.^ Chiara don Carlo
di Aragona , luogotenente del re Filippo II , ordinò con lettera del
21 aprile che le monache fossero mantenule nel possesso di quella
gabella; e nel 1583 volendo i giurati Barnaba Stoppia, Andrea Proto,
Biasio Villapinta e Galeotto Bellacera fare lo stesso, il viceré Marcan-
tonio Colonna duca di Tagliacozzo ordinò loro, con lettera del 12 mag-
gio, di non fare novità. La gabella di gi-ani tre fu nel [62,6 dall' ab-
badessa Antonina Leto appaltata per un quinquennio al D.'" D. Giu-
seppe Florullì barone di Villareale per onze So annue.
Nel Parlamento generale del 1612 fu imposta la gabella di un
tari sopra ogni libbra di seta cruda al mangano , e fu prorogata nei
Parlamenti del 1624 e 1630. Per nuove urgenze della Corona si dili-
berò nel Parlamento del 16 giugno 1633 d' imporre altra gabella di
grani io detta del carlino, sopra ogni libbra di seta ,
pel pagamento
del donativo di scudi 300 mila deliberato in quel Parlamento ; e con
bando del 28 ottobre 1634 , ripetuto a 31 marzo 1635 , fa messa in
vendita dalla Dep. del Regno insieme a quella del tari. La gabella
del carlino per Patti e suoi casali , Taormina ,
Gallidoro , Tortorici ,
Linguaglossa, S. Angelo, Librizzi, e casali di Randazzo , fu venduta
il 20 giugno 1635 a don Lucio Denti Pres. del Concistoro , deputato
eletto nella vendita del marchesato di Motta d'Affermo e feudo di
Spataro lasciato da don Modesto Gambacorta al Monte della Pietà di
Palermo, e per detto Monte e suoi governatori , col consenso di don
Gregorio Castelli, conte di Gagliano. E dal Monte di Pietà di Palermo»
proprietario della gabella del carlino , fu fatto promulgare bando in
Patti per appaltarsi, a 5 agosto 1635. La gabella del tari per la città
di Patti e suoi casali e per la terra di Montalbano e suo territorio ,
fu venduta, a decisione del Parlamento del 4 ottobre 1635, per scudi
36 mila a don Francesco Natoli e Orioles principe di Sperlinga per
— 293 -^
al pagamento delle regie tande e dei donativi
ordinari e
straordinari concessi dal Parlamento generale
del Regno.
Venuta a diminuire la resa delle gabelle per il
distacco
della Montagna, e restando il ripartimento
dei donativi
inalterato, la città non poteva più fare fronte ai suoi im-
pegni. Cile dire poi per il gra-;ioso donativo che, sperando
attirarsi il favore del Governo , Patti aveva offerto nel
Consiglio del 10 marzo lò3S?
Se, successa la separazione, non vi era più ragione di
farsi il donativo condizionato dei tremila scudi, restava
sempre pagare quello libero di scudi seimila. I giurati
a
dottor Giovan Domenico Chitari, dottor
Antonello Proto,
don Giuseppe Cenere e dottor Antonio Chitari
facevano
osservare al luogotenente cardinale Giannettino Doria che,
non potendo più la città pagare per intiero
seimila scudi, i
sarebbe stato giusto fare contribuire al donativo l'univer-
sità d! :\Iontagna. Ciò venne accettato, restando solo a
stabilire la somma da pagarsi dall'una e dall'altra. Il Car-
dinale Doria, con lettera del 3 ottobre ló39
(1), per via del
contratto del 26 febbraio 1636 presso il R. Luog.te nell'iifFicio di Pro-
touotaro, con lettera osservatoriali di manutenzione di poss."'- del piin-
cipe di Paterno, per via della Dep."e del
Regno, del 15 aprile J636
,
e presentata nell'ufficio dei giurati di
Patti a 9 giugno 1636. La ga-
bella dei tari per Patti e suoi casali fu
assegnata dal principe dmi
I-rancesco Natoli, a don Geronimo Natoli, in virtù di transazione con-
venuta negli atti di notar Biasio Filosi di Patti del
19 marzo 1643.
La gabella dell'olio di tari 6 a caniàro fu imposta nel Parlamento
straordinario del 22 maggio 163S (Bando del 29 ottobre 1638 .
(I Nel libro dei conti del tesoriere Giovanni
!
Tinghino, dal 5 mag-
gio ai 30 ottobre 1639, sono riportate le spese pagate al dottor
Fran-
cesco Proto mandato a fare
l'ambasciata a don Francesco de .Mello
viceré e capitan generale del Regno, come da mandati del 3 e 4 ot-
tobre 1639. Ivi si trovano anche le spese pagate ai giurati dott.
An-
^ 294 -"
R. P., scriveva che avendo ricevuto lettera dai giurati di
Montagna Reale, e considerate le ragioni di ambedue le
università, ordinava che si eseguisse alla lettera la richie-
sta dei giurati di Montagna Reale, ossia che si avesse as-
segnato la porzione che toccava loro del don ed ivo che la
città aveva offerto a S. M. prima che si dividesse dalla
terra di essa, e che di detto donativo la città di Patti
avesse pagato per la sua rata onse luillesettecentociuquanta
tari 23 grani 18 piccoli 2, e detta terra della Montagna
le restanti onse seicentoquarantasei grani 1 piccoli 4.
Si riteneva pure dai giurati di Patti che avendo gH
abitanti di Montagna nel loro tetritorio il feudo della
Rocca a loro disposizione, non dovessero più godere del
jus pascendi et lignandi che godevano i cittadini pattesi
nei feudi del territorio della città. Ma questa non era l'o-
pinione dei Montagnari, i quali ricorrevano al vicerò e
al Trib. del R. P. che trovavano sempre favorevoli.
In una lettera del viceré don Francesco de Mello conte
di Assumar, in data del 23 gennaio 1640 (1), si legge : « I
tonio Chitari e dott. Giov. Domenico Chitari per andare e venire da
Messina, ove si trattennero parecchi giorni per trattare con S. E. e
Trib. del R. P. per la separazione della Montagna, come da mandato
del 30 settembre 1639 e apoca in notar G. D. Marescalco. Ma don
Francesco de Mello non andò a Palermo a prendere possesso ufficiale
della sua carica prima dell'anno nuovo ; come può vedersi da una
partita dell' anno 1639-1640 del tesoriere Tommaso Stoppia « per al-
loggio di 25 cavalli che andavano a Palermo per la venuta di don
Francesco de Mello » a 28 dicembre 1639, ^ dai bandi del Doria del
dicembre.
(i) Nello sfogliare gì' incartamenti dell'archivio municipale di Patti,
non poteva sfuggirmi un fatto notevole, ossia che i registri dall'anno
1639 al 1642, 8^ 9^ e 10=^ indizione, sono in carta bollata. Questo fatto
merita uno schiarimento.
Nel parlamento generale ordinario tenuto in Messina il 23 marzo
1639 fu conchiuso di servire S. M. con un donativo di 150 mila scudi
— 295 -
giurati della Montagna a 28 marzo 1638 detennero Consiglio
per il quale diedero a S. M. quattromila scudi per disgre-
garsi dalla giurisdizione della citta di Patti con alcune
gratie et conditioni contenute in detto Consiglio, et pre-
cise che per detta divisione non s'intendessero private le
genti della Montagna del Jits pascemìi et ligtinndi che li
restasse in virtìi di detto Consiglio, non è stata però mai
in essa per ostare alla sua domanda il patto del contratto
l'anno da cavarsi dall'arbitrio della carta bollata seu sigillata dalla R.
Corte di Sicilia, a cominciare dal i'^ settembre 1639. La carta bollata
era di cinque sigilli : primo di tari sei, secondo di tari quattro, terzo
di tari due, quarto di tari uno, quinto o di registro di grani due. Na-
turalmente per i registri dell' ufficio dei giurati si usava il sigillo di
grani due, come si vede nel registro dell' 8* indizione. Dapprima vi
furono varie esenzioni dall' usare carta sigillata, come da dichiarazione
del 23 settembre 1639 del Real Patrimonio, nella quale vi era anche
che si dovessero ricevere in tutto il Regno e in tutte le Corti civili
e criminali gli atti che venissero da Messina e suo territorio e suo
costretto in carta ordinaria. Ma con bando d'ordine del viceré don
Francesco de Mello del 15 febbraio 1640 questa esenzione fu abo-
lita. E con circolare del 26 maggio 1640, per via del R. P., venne
detto che, in esecuzione dell'ordine del 17 dello stesso, nel quale si
fa menzione dell'ordine di S. M. del 14 febbraio che dichiara essere
regalia l' imposizione della carta sigillata, non sono esenti né ministri
né cavalieri di abiti, nei quali sì comprende anche il viceré, e devono
usare la carta sigillata tutte le città e terre del distretto di Messina,
giacché essendo regalia non possono pretendere esenzione.
Per il bando del 23 luglio 1640 viene aumentato di un altro grano
ogni folio della carta di registro, non avendo raggiunto la carta sigil-
lata i 150 mila scudi, e ciò dal i" settembre 1640. Infatti i registri
della 9^ e 19* portano il sigillo quinto di grani tre. Ma il Parlamento
generale del 1642 tenuto in Palermo, che abolì anche il famoso due
per cento, decretò per il i« agosto 1642 la fine della carta sigillata,
avendo riconosciuto essere di peso e impedimento al pubblico com-
mercio e alla consecuzione della giustizia. Beati tempi !
- 296 -
quanto a novilcr li giurati della città di Patti hanno pro-
mulgato bando che nessuna persona potesse uscire legna
dal territorio di essa città per privare li ?»lnniagnarj di
quello che li tocca e che sempre hanno tenuto, colorando
questa novità con dire che all' offerta della terra sudetta
si era risposto Accettetnr cimi claiisiilis, et non si veggo-
no che siano le clausole .... che il dette jus Ui^ìiciìidi et
pascolili fu domandato per il Consiglio sopra il quale si
dette confermamento senza clausola alcuna. I giurati della
Montagna domandano che si cancelli detto bando, e che
sia osservato il contratto della divisione di detta terra ».
E il viceré e il suo tribunale collaterale ordinavano che i
Montagnari non ostante il bando seguitassero a godere
del jus pascendi et lignandi.
Lo stesso viceré scriveva il 6 marzo 1640 ai giurati della
città per avere una relazione molto chiara dell'int; oito ed
esito, con le gabelle e altri effetti, nonché una relazione
separata di quanto la città doveva di maturato e non pa-
gato, e di quello che doveva riscuotere. E il 17 dello stesso
mese veniva nominato vicario generale del Valdemone, per
l'aggiustamento delle università, don Ascanio Ansalone ma-
stro razionale del Real Patrimonio (l).
Quella nomina dell' Ansalone era stata fatta special-
mente per la città di Patti a scopo di obbligarla a pagare
(i) L' Ansalone succedeva al Principe di Venetico ,
il quale si
era fermato in Patti per circaun mese nel febbraio 1640, come si
vede dai conti del tesoriere Tommaso Stoppia, dai mandati e dalle
apoche di notar G. D. Marescalco. Si trovano in data del 13 febbraio
1640 due mandati per spese per la tortura, e per compenso al lioia
mastro Lorenzo Firino chiamato per ordine del Principe di Venetico
per la giustizia fatta in -persona del bandito Daniele Ravidà.
,
— 297 -
il grazioso donativo. Ed egli si recò subito in Patti (1)
ove dimorò pochi giorni, recandosi spesso alla Montagna,
e ritirandosi dal 5 al 21 aprile nel casale di Sorrentini,
come si può vedere da varie sue lettere datate da Patti^ da
Montagna e da Sorrentini dal 30 marzo al 12 maggio 1640.
Da una lettera del 1 aprile scritta da lui da Montagna Reale,
nella quale riporta una istanza di don Geronimo Florulli ba-
rone di Altomonte, ex collettore del due per cento, si ricava
che don Ascaìiio Aiisaloiie M. i?. del R. P. e vicario generale
del Valdentonc residente in Patti, si era gabellata e affit-
tala la terra della Montagna per onse duecento air anno.
Parrebbe che tra i Montagnari e l' Ansalone dovesse
preesistere un accordo^ spiegandosi così il favore che essi
godevano nel Consiglio Patrimoniale ; e potrebbe anche
supporsi che egli volesse approfittare dell' occasione per
volgere a suo beneficio il distacco della Montagna e ten-
tare forse quello di Sorrentini. La sua nomina a vicario ge-
li) Nei conti del tesoriere Tommaso Stoppia, in una provvista
dei giurati del 19 aprile 1640, in un mandato del 24 dello stesso mese
e nell'apoca in notar G. D. Marescalco del 13 luglio 1640, si fa men-
zione di una provvista fatta da don Ascanio Ansalone M, R. e Vica-
rio generale « degente in questa città di Patti a 21 marzo 1640 ». Tra
la sua venuta e ritorno l' Ansalone dimorò in Patti solamente otto
giorni, poiché si legge nel mentovato libro dei conti: « Al D."" Fran-
cesco Proto per avere fornito cinque letti regalati per spazio di un
mese all' 111.'"'' Principe di Venetico, e per otto giorni a Don Ascanio
Andatone nella sua venuta e ritorno ». Negli ultimi di aprile il Vicario
generale dovette partire da Patti e suoi dintorni, mentre si legge an-
cora: « Al chierico Francesco Arlotta andato corriere a Cafa?iia vian-
dato dai spett} giurati alVIll.'>'<' don A?,canio Ansalone V. G. per por-
tare il Consiglio de tento alti 29 di Aprile del presente anno appare per
mandalo spedito a 2S gingJio S"- Ind. 1640 et apoca in d.^ atti di Mare-
scalco a j luglio 1640 ».
— 298 -
nerale del Valdemone sarebbe stata l'etichetta per coprire
la merce.
Avendo il vicario Ansalone con lettera del ?>0 marzo,
da Patti stesso, scritto ai giurati della città perchè si tra-
mutasse la gabella della macina di co^se due a tiiniolo m
tari sedici a salina per pagare il grazioso donativo e
quanto altro la città doveva alla Regia Corte, costoro
convocarono Consiglio per imporre la tassa di tre tari e
per cambiare quella di due cozze a tumolo in un tari a
tuinolo. I giurati dottor Francesco Chitari, dottor Damia-
no Caglio, Ceronimo Bertone e Francesco Russi rende-
vano conto di quel Consiglio, il 12 aprile 1640, al viceré
conte di Assumar, scrivendo: « Si tenne Consiglio lu-
nedi 9 aprile a suono di campana e facendo chiudere le
porte della città con farsi le solite solennità e chiamando
tutte le genti, e fattosi la proposta d'imporsi detti tari tre
per salma, quattro persone addivennero e gli altri non
vollero, ma proposero vendere li feudi della città e pa-
gare S. M., al che si concluse per la vendita dei feudi,
non potendo rimediare altrimenti ».
Ma Ansalone con lettera da Sorrentini del 21 dello
1'
stesso aprile invitava giurati di Patti a convocare nuo-
i
vamente il Consiglio per deliberare sulla trasmutazione
della gabella delle due cozze a tumolo per soddisfare il
donativo.
Il 1'^ maggio quei giurati si rivolgevano al viceré don
Francesco de Mello per dire che la città aveva molte
spese oltre al pagamento delle tande e donativi, perchè il
capitano d'armi a guerra don Antonio de Haro oltre alle ,
guardie straordinarie, aveva ordinato di accomodare il
-pezzo di artiglieria, la piattaforma e gli attrezzi della
torre della Marina, le mura e le porte delle città ed altre
— 299 —
cose ancora. Ma essi aggiungevano che, con lettera del 5
aprile dal casale di Sorrentini, il vicario generale Ansa-
Ione aveva ordinato che non si dovesse spendere somma
alcuna se prima non fossero state pagate le tande del do-
nativo: pregavano quindi il viceré a provvedere in alcnn
modo.
L' ultima lettera dell' Ansalone, datata da Patti^ è del
12 maggio, per ordinare ai giurati che fossero pagate
onze settanta a Giovanni Dominedò tenitore della posa-
ta (1). E la sua missione, ter.minata poco dopo, doveva
avere per risultato l'incorporazione del feudo di Madoro
per conto della Regia Corte, e T acquislo della terra di
Montagna Reale al proprio baronale dominio^ passando da
afifittatore a padrone di quella terra.
Gli abitanti dell' università di Montagna, desiderando
sciogliersi dalle mani della città di Patti, credevano se-
guire un naturale sentimento d'indipendenza, e raggiun-
gere un rilevante miglioramtinto col dipendere diretta-
mente dal Regio Demanio; e perciò si erano rivolti a don
Luigi Moncada e Aragona Presidente del Regno, offerendo
per le desiderate libertà quattromila scudi. La quale of-
ferta — come si disse — essendo stata accettata, e pagata
la somma, essi ottennero l'atto di dismembrazione del 9
(i) La posata era la casa che serviva specialmente per alloggiare
gli officiali, delegati, commissari e altri, che per ragione di servizio
dovevano venire nella città, i quali avevano diritto alla posata franca.
La posata di Patti era stata gabellata il 13 gennaio 1636 a Gio-
vanni Dominedò per onze 36 all'anno; il quale si obbligava di tenerla
in regola con otto letti, dodici sedie, sei buffetti, etc, senza obbligo
di dare alloggio alla fonteria spagnuola, ma solo alle persone alle
quali la città era obbligata a dare posata e a quelle indicate dai giu-
rati, senza poter alloggiare altri passeggeri.
— 300 -
ottobre ló38. Ma si erano lasciati abbindolare, non sapen-
do forse che le terre demaniali erano un tastidio per la
Corona di Spagna, che le tollerava finché poteva smun-
gerle^ per disftirsene poi.
Intatti la terra demaniale di Montagna Reale ebbe
pochi mesi di vita. Non erano ancora trascorsi sei mesi
dalla separazione da Patti, quando don Ascanio Ansalone
fece avanzare offerta da don Giovanni Ambrogio Scribani,
prò persona nordinanda, sopra i! territorio già per l'atto
di affrancamento accordato, di scudi diecimila, cioè quat-
tromila scudi da restituire all'università sudetta, e scudi
seimila da pagare alla Regia Corte. Lo stesso giorno in
cui fu accettata l'offerta, lo Scribani -dichiarò in persona
dell'Ansalone; il quale si pose in possesso senza che i quat-
tromila scudi fossero restituiti da alcuno all' università di
Montagna.
Nel contratto di vendita della terra di Montagna si
diceva che stante la grande urgenza di denaro che aveva
la Corte per sostenere le guerre, fu data facoltà al viceré
e Sacro Consiglio non solo di prender denaro a cambio,
ma di vendere città, terre, castelli e feudi, come dai molti
dispacci, bandi e circolari. In seguito di ciò furono prese
a cambio onze ottomila, cioè onze cinquemila da Giovanni
Ambrogio Scribani e onze tremila dall' illustre Gregorio
Castelli, con l'ipoteca pel pagamento tra gli altri di scudi
diecimila da introitarsi con la vendita della terra di Mon-
tagna. Quindi Giovanni Ambrogio Scribani offerse voler
comprare la Terra e il feudo della Rocca per persona no-
minanda, col pagamento di scudi diecimila da depositarsi
nella Regia Tesoreria, avuta la possessione, senza obbligo
di fare pagamento veruno alhi università. Egli dichiarò
anche di avanzare la detta offerta, e divenire alla sudetta
-
-- 301 -
compra di poco introito, all'oggetto di venire soddisfatto
delle somme che in forza di pubblico contratto di mutuo
avanzava dalla Regia Corte; però non avendo trovalo al-
tri che volesse accettarsi una tal nominnsioue se non V il-
lustre D. Ascanio Ansatone maestro ragionale del R. P.,
^ egli domandava al vicerò e Sacro Consiglio tale facoltà e
dispensa, accordata loro in virtù di Reali lettere,
da qua-
lunque prammatica, capitolo del Regno e ogni altro or-
dine contrario. L'offerta fu accettata e fu stipulato il con-
tratto di vendita con la nominazione in piedi in favore
dell'Ansalone, il quale pagò scudi diecimila a Scribani per
depositarli in Tesoreria, dal medesimo contessati in detto
contratto; e in seguito furono spedite a 13 luglio 1639 le
lettere ossequatoriali. E 1' Ansalone ottenne la conferma
col titolo di Duca, dal re Filippo IV.
In detto contralto era fatta riserva perchè non venisse
pregiudicato il diritto di seminare, di pascolare e di fare
legna che accampava l'università di Montagna (1).
(i) Sul principio del Secolo XIX« sorse una causa per detti di-
ritti tra I' università di Montagnareale e il duca Giuseppe Vianisi e
Porco, come si vede da un memoriale rivolto dai Montagnari al re
Ferdinando, per via del Consiglio Patrimoniale, nel 1807, ove si as-
serisce che non solo 1' Ansalone e suoi successori pagarone mai i i
quattromila scudi all'università di Montagna, né i sei mila scudi alla
Regia Corte, ma avevano spogliato in seguito 1' università dei diritti
di seminare, pascolare e fare legna. li Tribunale del Real Patrimonio,
con lettera del 9 ottobre 1S07, diretta al Senato, sindaco e procon-
servatore di PaUi chiedeva informazioni sull'origine della dismembra
zione dell'università di Montagna e suoi diritti. Il senato di Patti
dette le notizie richieste, con una tinta poco favorevole all' università
di Montagnareale.
Dall'insieme si può affermare che l' Ansalone pagò effettivamente
i dieci mila scudi allo Scribani, che doveva averli dalla Regia Corte; e
la morale di tutto quell'aff'are è che la città di Patti perdette il suo feudo
della Rocca e la università di Montagna i suoi quattromila scudi.
— 302 —
Se la città di Patti soffrì seriamente della divisione di
quel suo casale, m;intenne, anche mezza rovinata, la sua
indipendenza, per la quale lottò fieramente, tracciando dal
1655 al 16Ó5 le più belle pagine della sua storia, le quali
saranno più oltre da me riprodotte, se non nella loro vi-
vezza, nella loro verità certamente. Il Casale di Montagna
avrà forse potuto guadagnare un favoritismo maggiore,
per la protezione di cui godevano allora le terre baronali
a detrimento di quelle demaniali, ma esso col suo distacco
dalla città di Patti, della quale per tanti anni aveva diviso
i lieti e tristi giorni, iniziava storicamente una evoluzione,
regressiva.
Non correvano liete, nell'anno 1640-1641, le sorti della
Spagna che perdeva il Portogallo e la Catalogna, e per
riflesso se ne sentivano le conseguenze anche in Sicilia.
La città di Patti, per far denaro, aveva venduta la
gabella di tari 2 e grani 2 sopra ogni tumolo di frumento
germano, f^irina e pane al dottor Giuseppe Florulli baro-
ne di Villareale, commissionato del dottor Antonio Proto,
per mille e quattro onze. Ma non avendo potuto saldare
il grazioso donativo, oltre le onze 906 annuali che doveva
pagare per altri donativi alla Regia Corte e alla Deputa-
zione del Regno, il feudo di Madoro a 16 luglio 1640 fu
incorporato. Le molestie del percettore del Valdemone
non erano però cessate. Allora giurati Antonino Donato, i
Ambrogio Barbaro, Antonino Bertone e don Geronimo
Florulli barone di Altomonte si rivolsero al vescovo di
Cefalù Presidente del Regno, e questi ordinò con lettera
del 23 gennaio 1641 che per quattro m.esi i giurati di Patti
non tessero molestati per il pagamento delle tande. Era
- 1J03 -
allora vicario generale del Valdemonc don Giuseppe Bran-
cifbrte conte di Raccuia.
Infatti, ai quattro mesi precisi, il vescovo di Cetalù,
con lettera del 24 maggio, annunziava ai giurati che la
Regia Corte, a 27 febbraio 1641, negli atti del R. Luogo-
tenente neir officio di Protonotaro, aveva venduto a don
Vincenzo di Napoli vescovo di Patti, prò nome suo ed
eredi e successori, il feudo di Madoro, sito nel territorio
di Patti, giusta i suoi contini, pagando il vescovo le tande
e donativi maturati che la cittcà doveva aUa Regia Corte
e alla Deputaz'one del Regno. Il vescovo e suoi succes-
sori dovevano essere mantenuti nel quieto possesso e do-
minio del feudo di Madoro (1) infino a tanto che fosse
pagato e integralmente restituito dalla Regia Corte o dalla
città di Patti il prezzo insieme ai benfatti. Nella vendita
fu riservato jus pasceudi et lignaudi che avevano i citta-
dini Pattesi (2).
(i) Il feudo di Madore fu dal vescovo Napoli donato e ceduto al
Capitolo della Cattedrale di Patti per gli atti di notar Placido Tin-
ghino del 13 luglio e 31 agosto 1642 ; e dal Capitolo fu concesso ad
enfiteusi al dottor don Vincenzo Natoli — quello stesso che era stato
affittuario delle tonnare di S. Giorgio e Roccabianca — per atto dello
stesso notaro Tinghino del io aprile 1647. Il Natoli si era sposato in
Patti con Antonia Proto ; e con patente del io ottobre 1647 fu anche
nominato capitano della città di Patti dal viceré marchese de los Ve-
lez. Egli mori in S. Piero di Patti nel 165 r, lasciando i figli Caterina
e Vincenzo in tenera età, dei quali assunse la tutela don Geronimo
Natoli dei principi di Sperlinga, della città di Messina, padrone — co-
me si é visto — della gabella del tari sulla seta di Patti, Montagna
e Sorrentini.
(2) Pei feudi del territorio di Patti sorsero sempre liti, special-
mente quando essi appartenevano a forestieri, come il feudo della
Masseria che per secoli fu proprietà delle famiglie messinesi Balsamo
e Minutoli. Nel 1655 e nel 1662 sorsero questioni tra Clara Maria
- 304 —
Il prezzo del feudo di Madoro fu stabilito per scudi
settemila, e con questo furono compensate le tande at-
trassate a tutto l'anno 1641, come per lettera di liquida-
zione e aggiustamento del prezzo del feudo di Madore
deiril dicembre 1641, spedito per via del Real Patrimonio
dal viceré don Yuan Alfonso Erriques de Cabrerà almi-
rante di Castiglia duca di Medina de Rioseco. etc, re-
Balsamo baronessa della Masseria, vedova di don Pompeo Romano
Colonna, e i giurati di Patti per la tassa di biionatencnza e per quella
sul frumento. E nel 1662 si unì a lei per la questione del frumento
D."^ Francesca Proto padrona del feudo Moreri Mortizzi e Porticelli,
la quale aveva sposato don Giovanni Balsamo che interveniva mari-
tali nomine , accampando 1' esenzione per la cittadinanza messinese.
Ma il feudo di Moreri Mortizzi e Porticelli fu confiscato nel 1676
dalla Regia Corte, come La questione però
tutti i beni dei ]\Iessinesi.
del jns pasccndi et lignandi si sollevò, per un bando dei giurati del
4 dicembre i6So, con D^ Ortensia Minutoli nuova baronessa della
Masseria; e per altro bando del 7 febbraio i68r riguardante il feudo
di Moreri Mortizzi e Porticelli si sarebbe sollevata altra lite, se la
Regia Corte, che aveva ancora quel feudo in suo potere, se ne fosse
curata. 11 jns pascendi et lignandi per il feudo della Masseria nasceva
dal capitolo di re Giovanni del 1460, e l'accordo stabilito dai giurati
Giovan Paolo Barbaro, Filippo Bellacera, Giuseppe Stoppia, col barone
Giuseppe Balsamo per l'atto del 23 ottobre 1567 in notar Giuseppe
Buscio di Patti, limitava il diritto di pascolo lasciando impregiudicati
gli altri diritti. La questione fu ripresa dal 1696 al 1722 col barone
di Calieri don Giovanni Antonio Minutoli. Il feudo di Moreri Mor-
tizzi e Porticelli essendo stato dato nel 17:0 dalla Regia Corte alla
marchesa di Condagusta, il marchese di Condagusta don Cesare Ma-
rullo ottenne un ordine del R. P. in data 27 ottobre X710, comuni-
cato con lettera di segreteria dell' 8 novembre 17 io, per farsi ban-
do proibitivo di pascolo e di far legna in quel feudo. Nel 1724 il
rettore della Compagnia di Gesù sotto il titolo di S. Ignazio e di S.
Francesco Saverio della città di Messina, proprietaria del feudo, ot-
tenne lettera dal viceré il bali conte di Palma per ripetersi il bando
proibitivo ottenuto già del marchese di Condagusta nel 17 io.
— 305 —
stando la città di Patti creditrice di onze 1031 tari 22 e
£?rani 3 da compensarsi sulle future tande.
Ma la misera città col reddito delle s-^belle diminuito,
con la perdita del suo casale di Montagna e dei suoi feudi
della Rocca e di xMadoro, navigava veramente in cattive
acque; tanto più che non aveva potuto provved.-re a tem-
po i frumenti necessari alla provvigione della città, ed
ora non poteva più trovarne, causa la carestia. La città
nell'aprile del 1641 cominciava a patire la fame. A propo-
sito io voglio riportare una lettera del Senato di :^Iessina
indirizzata « AUi Giurati dt-lla Città di Patti ^ la quale è,
io credo, uno dei più preziosi documenti della st'jria pat-
tese.
« Molto lllìislri Signori
Pel rilevaiilissiìiio segno di affdto che le SS. VV. M}-'
III/' lì haiiìio diuwstralo con lasciai' uscire li fnunenli die
SI havevan lasciali costì, in tempo di così gran necessità
in che si ritrova cotesta città, non solo ci vien comprovato
V affetto, che sempre ne siain persuasi delle SS. VV.
Molto
Illustri, ma ci si avrebbe mostrato V obbligai ione et il de-
siderio che conserviam di servirle sempre in qualsivoglia
cosa per cotesta città e per molto illustri SS.
le loro. Onde
annuntiandole quanto deviamo le supplichiamo a non la-
sciar otiosa la volontà per gli obblighi della
nostra corri-
spondenza. In segno della quale habbiamo dato ordine
che per hora si consegnino per condurre in cotesta città
salme ottanta di frumento assicurando loro che con tutto
che noi stiamo in molta penuria [ariamo anche
lo stesso
quando anche non avessimo niente di piti. Gradiscano le
SS. VV. J/.'" Illustri per hora questo segno del nostro
af-
fetto e ci porgano occasione di mostrarne loro maggiore
— 30G -^
Mentre preghìniiio alle SS. VV. M}" III:'' ogni felìcila e ba-
ciando loro le mani. — Di Messina li 5 aprile 1641.
Il presso del frumento non sarà se non quanto costa
a noi et è il frumento di Puglia.
Delle SS. VV. M}^ III:''
Il Senato di Messina »,
L'atto di noa impossessarsi del frumento delia città
di Messina era più che un bel gesto^ e il Sen to di Mes-
sina lo apprezzò al suo giusto valore. L' operato dei giu-
rati di Patti, in quei tempi di pochi scrupoli e di grande
bisogno, era realmente ammirevole: tanto più che la città
di Patti era stata più volte alleggerita delle sue provviste
di frumenti dai brigantini di Lipari sul mare che bagna
la costa da Cefalù al capo di Milazzo, verso la marina di
Tusa, a Capo d'Orlando, nel golfo stesso di Patti, come
può rilevarsi dalle relazioni che i giurati Antonino Ce-
nere, dottor Alessandro Proto, Pietro Stoppia e Giuseppe
Leto fjAcevano al conte di Olivares a 12 marzo 1593, e da
un' altra del 15 aprile 1603 diretta al duca di Feria dai
giurati Francesco Marino, Biasio V^illapinta, Francesco di
Virgilio e Pietro Stoppia.
Sembrerà forse strano che di un tratto di onestà, che
dovrebbe parere tanto naturale, io mi sia servito per ad-
ditare all'ammirazione dei posteri i giurati di Patti. Ma
questa osservazione potrebbe farsi solo da chi non sa cosa
volesse dire la carestia di quei tempi, la quale raggiunse
il colmo nel 1647 con le insurrezioni del 7 luglio in Na-
poli e del 15 agosto in Palermo, precedute dal tumulto di
Palermo capitanato da Nino della Pelosa, e da quello di
Patti, forse totalmente ignorato, del quale io darò notizie
tra breve.
— 3Òt —
E in quegli anni infelici , ad accrescere i guai , erano
continui allarmi^ temendosi ctie potessero sbarcare nemici
sul littorale di Sicilia. Già una lettera del vescovo di Ce-
falù, in data S giugno 1641, recava l'avviso che dodici ga-
lee, un galeotto e dieci brigantini erano usciti da Biserta
a danno del Regno con animo di metter gente a terra, e
ordinava che dovesse abbassare la milizia di piedi e di
cavallo alle marine, per la difesa del littorale. E poco dopo
i giurati di Patti avevano notizie dall'isola di Lipari che si
erano scoperte sette galee di nemici , e da .Maso che si
erano vedute sulle coste di Cefalii undici galee ,
mentre
ogni sera avevano segni certi che le galee nemiche erano
nell'isola di Lipari. Il capitano d'armi a guerra don Gero-
nimo Roque Cabreros ordinò tosto di abbassare alla com-
pagnia di milizia di S. Piero di Patti , allo Stendardo dei
cavalli di S. Angelo di Brolo e a tutta la milizia urbana
della comarca che doveva riunirsi alla bandiera di Patti.
Ma la città restava indifesa, con le mura di cinta in parte
rovinate e senza artiglieria^ la gente armata ridotta a metà
per il distacco di Montagna. Essa essendosi venduta a don
Ascanio Ansalonc non intendeva ^iù abbassare in difesa
della città^ sicché i soldati della milizia urbana calati, in-
vece di trecento erano appena duecento ,
perchè anche
quelli di Piraino non erauo venuti , non avendo voluto il
loro padrone ,
figlio del presidente don Lucio Denti , che
abbassassero ; e della milizia a cavallo ,
invece di 44 ne
erano calati solamente 10 con lo stendardo e senza alfiere.
Fortunatamente era stato un lalso allarme, e nell'ago-
sto di quello stesso anno si ritirò la compagnia della mi-
lizia di S. Piero e le altre milizie abbassate; né si sentì
altro per allora ne per l'anno seguente. Ma i pericoli au-
mentavano per i rovesci che subiva continuamente la Spa-
,
^ 308 -
gna ; mentre in data del 15 dicembre 1642 arrivava un
ordine del viceré Grande almirante di Castiglia di farsi
nei santuarii una messa cantata per l'entrata in campagna
del re Filippo IV. E il 9 gennaio 1643 usciva il bando per
la mostra generale della milizia, per la quale i giurati di
Patti ordinavano a tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni della
loro giurisdizione a riunirsi nel piano di Santa Maria di
Gesù.
In data pure del 9 gennaio 1643 i giorati dottor Giovan
Domenico Chitari, notar Placido Tinghino e Geronimo Ber-
tone facevano una relazione sullo stato di difesa della città
e della sua marina , spedendola il 4 febbraio al viceré
Cabrerà.
La città di Patti per essere vicina alle isole di Vul-
cano e di Lipari era molto soggetta agli attacchi dei cor-
sari. Essa, all'istituzione della nuova milizia, fu designata
città di presidio, e per difesa sua e della sua marina, oltre
la gente di milizia di piedi della città , in numero di 98, e
di cavallo , in numero di 11, in tempo di necessità le fu
assegnata la compagnia di soldati di piedi della terra di
San Piero forte di 304 uomini e lo stendardo di soldati a
cavallo della terra di Sant'Angelo numero di 42.
al
In occasione poi di soccorso generale dovevano di-
verse altre terre vicine abbassare altre genti nominate //
nuovi iìigiuntìy i quali erano prima in numero di 720. Ma
nel 1641 si erano scusate di abbassare ,
per lettere vice-
regie e del Tribunale del Real Patrimonio, S. Angelo, Pi-
raino. Naso, Mirto, San Marco, San Fratello e Militello ,
e
ciò per la potenza dei loro padroni , e queste terre con-
tribuivano 270 uomini; quindi non ne restavano più che 450.
Anche nella milizia di piedi di Patti , alla fine del 1642
mancavano 18 soldati , sia per morte ,
per assenza o per
— 309 —
altre raoioni, e i soldati di rispetto erano solamente 11.
Degli undici cavalli ne mancavano sei, sia per morte, per
assenza o per essere gli eredi ecclesiastici o esenti come
officiali. La milizia che poteva abbassare da S. Piero era
ridotta a 150 uomini , e lo stendardo dei cavalli di S. An-
gelo a 15. La terra di Montagna era stata pure dispensata
di abbassare, con lettera del R. P., ed aveva più di 20 mi-
liti. Gli stessi nuovi ingiunti , restati per le esenzioni su-
dette in numero di 450, non potevano abbassare in numero
maggiore di 100, per essere gli altri a lavorare fuori paese.
Prima gli abitanti della Montagna in numero di 500 , es-
sendo quella terra a un miglio da Patti . venivano a guar-
nire il castello e le mura insieme ai cittadini pattesi , ed
avevano buone armi da tiro; ma dopo la separazione non
abbassavano più, e la gente di Patti non era sufficiente a
guarnire le mura.
La città, distante un miglio dalla Marina, era tutta cir-
condata di mura con cinque porle, (1) ed aveva un antico
castello regio, nel quale in caso di guerra si rifugiavano
(r) Le cinque porte della città erano: Porte della Morte, Porta-
nuova, Porta S. Michele. Porta delle Buccerie o di juso^ Porta reale
o Porta maggiore della città. Le mura che riunivano queste porte an-
davano ad attaccarsi ai due lati del castello dominante dall'alto la città.
Tra la Porta della Morte e la Porta nuova stava la torre di Polla o di
Polline ; tra la Porta nuova e la Porta S. Michele vi era la Guardiola
dopo la Porta di .San ^lichele s' innalzava la torre di San Giacomo, e
quindi defilavano le sette torri fino alla Porta delle Buccerie. Le sette
torri dovevano guardare i borghi di S. Domenico e di S. Nicolò che
erano sottostanti alle mura della città. Il castello aveva due porte : la
Porta del Castello e la Porta falsa', e due torri : Torre tonda e Torre
del Palombaro. Si vuole che questo castello fosse stato inalzato accanto
al monastero dei Benedettini per volontà di Adeiaida di Monferrato
contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme, al suo ritorno in Sicilia
nel II 15, e in esso si crede che si ritirasse, e morisse nel 11 18.
- 310 —
donne, vecchi e fanciulli, benché fosse stato adibito quasi
interamente a dimora del vescovo, che come castellano (l)
ne teneva le chiavi. Ma tanto le mura, in parte diroccate ,
quanto il castello, erano in pessimo stato di difesa , man-
canti in alcune parti di sparatoie e di parapetti, totalmente
sprovvisti di artiglieria. La sola torre della Marina, ove
risiedeva anche un artigliere nominato dalla Deputazione
del Regno, aveva un sacro reale che tirava dieci libbre di
palle e due sincrigliotti, con provvista di ottanta rotoli di
polvere e venticinque palle per il sacro, con suo nicccio.
Il nemico avrebbe potuto facilmente sbarcare nello scalo
di San Giorgio e sotto il capo di Mongiò, e danneggiare
Gioiosa e Sorrentini^ giovando l'artiglieria della torre della
Marina più per avviso che per difesa di quella spiaggia.
Questa relazione veniva accompagnata da una lettera
(i) Il canonico Giardina nella sua cronaca del vescovato di Patti
scrìve che per regie lettere date in Catania a 3 Settembre 1402 il re
Martino concesse al vescovo Filippo Ferrerie per sé e suoi successori
il regio castello, per la quale concessione il vescovo di Patti assunse
il titolo Magnus Castellatius Civitatis Pactarum. Questo titolo di ca-
stellano era un titolo ad honorem, che i vescovi portarono quando fu
loro concesso di poter allargare la loro abitazione, limitata prima all'antico
convento dei Benedettini, perchè non essendo più il castello adatto a
tenere una guarnigione, non vi era più bisogno di un castellano mili-
tare, e quella carica diventava una sinecura, una sopravvivenza. Del
resto il castellano di Patti, città demaniale, non poteva essere altro che
un custode del castello, un ufficiale regio. Io ho letto negli Annali
della città di Messina del Gallo che don Raimondo Villadicani, venuto
dalla Spagna in Messina, fu nominato castellano di Patti nel 1470. Ciò
farebbe supporre che fino a quell'epoca il re nominasse ancora i ca-
castellani di Patti. Però nel 1479, avendo il papa Sisto IV nominato
a vescovo di Patti Giovanni de Cortellis, il re Giovanni non volle ap-
provare la nomina, e quindi per non lasciare il castello abbandonato,
avrà potuto neW interim, mandarvi don Raimondo Villadicani,
— 311 —
in data del 4 febbraio stesso, ove i giurati dicevano che
la città si trovava esausta tanto da non poter mantenere
persona presso il viceré, quindi essa non era stata mai
intesa, mentre i signori e padroni di vassalli delle terre
assegnate alla sua difesa, con la potenza del Tribunale del
Real Patrimonio, ottenevano quello che volevano per esen-
tare i loro vassalli dal servizio, avendosi piìi riguardo alle
terre baronali e di montagna che alle città marittime e
demaniali, con tanto pregiudizio di S. M. Quindi i giurati
pregavano il viceré che avesse in mira particolare la po-
vera città^ la quale era una delle antiche del Regno e delle
pili fedeli a S. M. Cattolica, e, oltre i servizi prestati, aveva
in quegli ultimi tempi fatto forze straordinarie per la sua
real corona soccorrendola con molta fedeltà e prontezza
con donativi ordinari e straordinari, e nell'anno 1638 co
grazioso donativo di scudi seimila, i quali furono pagati
vendendo alla R. C. il feudo di Madoro; mentre essa, per
essere anche chiave delle terre convicine come città ma-
rittima, fu sempre guardata con occhio particolare dai
viceré e governatori del regno.
Un'altra minaccia piti positiva per la città, passata
quasi inosservata in mezzo ai preparativi di difesa, fu
l'offerta per la compra del casale dei Sorrentini (1) , fatta
(i) Nel giugno del 1642 venne in Patti, delegato del viceré AI-
niirante di Castiglia, il dottor don Placido Brigandì per dividere il
territorio del casale di Sorrentini da quello della città, e vi si trat-
tenne ventidue giorni, come si rileva dai cónti dall'anno 1641-1642,
dal mandato del i» luglio e dalle apoche del 2 e 4 luglio 1642 in
notar G. D. Marescalco. Fin dalle prime notizie della pretesa divisio-
ne e vendita del casale di Sorrentini, ossia nel mese di aprile 1642,
i giurati di Patti avevano mandato in Palermo il dottor don Bene-
detto Florio per combattere quella separazione disastrosa per la città.
Si possono vedere i conti 1641-42, i mandati del 15 aprile e del io
agosto, le apoche del 20 luglio e io agosto 1642.
o 1
'>
alla Regia Corte, come si rileva da una lettera dei giurati
al vescovo don Vincenzo di N-rpoli del 29 ottobre 1642.
Antonio Marescalco procuratore della città aveva comu-
nicato loro quanto il vescovo avevagli detto per quel!' ai-
fare, e i giurati ringraziavano il vescovo, e lo pregavano
di proteggere la città nel caso che il negozio di Sorrentini
andasse avanti. Essi dicevano che si doveva tener conto
dei danni ed interessi che avrebbero prodotto alla città la
vendita di quel casale, specialmente se ad esso fosse stato
aggregato qualche tratto della marina : perchè non si sa-
rebbe potuto più fare conto delle gabelle , inabilitando la
città, la quale non avrebbe potuto più corrispondere alle
tande e donativi. E siccome colui che aveva presentato
l'offerta era don Giacomo di Battista, col quale il vescovo
teneva molta mano ^ i giurati lo supplicavano a volersi
interporre per aggiustare tutto col Di Battista, che gliene
sarebbero restati obbligatissimi insieme alla città (1).
(i) II vescovo don Vincenzo di Napoli prese allora a cuore la
causa dei Fattesi, e si recò in Palermo a difendere le ragioni della
città. Fu specialmente per l'influenza di lui che essa conservò, ancora
per alcuni anni, il suo casale di vSorrentini. In quella circostanza la
figura di don Vincenzo di Napoli, che si era rimpicciolita nell' osti-
nata lotta per la giurisdizione della marina, assunse agli occhi dei
cittadini pattesi una imponenza, di cui è rimasta la tradizione. Infatti
al suo ritorno da Palermo in Patti fu accolto dai cittadini con feste
e manifestazioni di gioia. Nei conti del tesoriere Giovanni Tinghino
sono notate le spese fatte per fare venire alcuni maschi dalla terra di
Tripi e per spararli « per la venuta del R."'" Vescovo di questa città
il quale nella città di Palermo favorì essa città in diverse occasioni e s^
particolarmente nel negotio che si trattava di vendere il casale di
Sorrentini e detto Mons R.™° haver fatto che non si trattasse per il
danno ne risultava ad essere città ». Ciò sorge anche dai mandati del
9 dicembre 1642 e 15 gennaro 1643 e dalle apoche in notar G. D.
Marescalco a 11 dicembre 1642 e 24 gennaro 1643.
— 313 ~
Pare che h\ sotto vi fosse la mano di don Ascanio An-
salone, e il Di Battista non tosse altro che un suo pre-
stanome. Perù l'aliare non ebbe seguito per il momento ,
e il casale di Sorrentini fu ancora per qualche tempo con-
servato alla città di Patti.
Del resto, i Pattesi non si erano ancora dato pace per
il distacco della Montagna, come si può vedere dalla let-
tera che il 10 dicembre 1642 i giurati scrivevano a Paler-
mo al dottor Andrea Muscarà per ringraziarlo specialmente
per la consulta della iMontagna e per altri affari , come
aveva loro riferito il canonico don Benedetto Florio. Egli
saggiungevano che non essendo ancora spedita ì' ultima
consulta si ponevano sotto Vale della sua protettionc dalla
quale si proiueltcvano ogni buon successo e forse che la
ragione di quella povera città dalla mano di un tanto
padrone e signor loro superasse ogni potcnsa. Per le spese
di procuratore e altre che occorressero i giurati avevano
scritto al procuratore della città Antonio Marescalco per
provvedere.
Il dottor Andrea Muscarà rispondeva ai giurati di Patti,
con lettera del 22 dello stesso mese , accettando con pia-
cere la difesa dell'ultima consulta che essi dovevano spe-
dire al viceré per il negozio della Montagna, e promettendo
di attendervi con la maggiore diligenza. Più tardi fu inca-
ricato il dottor don Benedetto Ferrando, avvocato agente
in Messina- presso il viceré e Tribunale del Real Patrimo.
nio, per ottenere di potere riunire il Consiglio per la rein-
tigramone della Montagna. E inftUti il viceré don Fedro
Faxardo de Zuniga y Requesens marchese de Los \'elez,
con lettera del 13 ottobre 1644 da Messina , ordinava ai
giurati di convocare il Consiglio pubblico per riunirsi di
nuovo la Montagna alla città di Patti ,
come antico suo
- 314 -
casale. Questo Consiglio fu tenuto il 16 dello stesso ottobre^
decidendo di doversi aggregare nuovamente il casale della
Montagna ; e fu spedito il corriere Vincenzo strano in
Messina per ottenerne la conferma. Un'altra deliberazione
del Consiglio si ebbe a 27 novembre \6^A per la reintegra-
zione della Montagna , che dal corriere Cono Bonanno fu
portata in Messina al procuratore Ferrando per farla con-
fermare dal viceré e Trib. del R. P. , come si vede dal
mandato del 3 dicembre 1644 e dalle apoche in notar G. D.
Marescalco del 19 gennaro e 9 febbraro 1645. Ma le cose
restarono lì per l'influenza dell' Ansalone ; e le speranze
che la terra di Montagna potesse ricongiungersi a Patti
dovevano rimanere deluse.
E l'anno 1644 si chiedeva con le ingiunzioni fatte nel
dicembre da don Bernardo Requesens vicario generale del
Valdemone, perchè la città di Patti pagasse il s^ao debito
della Regia Corte, per tande e donativi arretrati , e coi
funerali per la regina Isabella di Borbone ,
ordinati con
lettera da Messina dell' 11 dicembre dal marchese de Los
Velez per essere S. M. passata, il 6 ottobre, a miglior vita.
{continua)
Vincenzo Ruffo della Floresta.
MISCELLANEA
statuti dell'Arte del sarti di Messina del 1522.
La storia delle maestranze messinesi è ancora da farsi. Eppure in
nessun'allra città di Sicilia come in Messina, le mastranze hanno avuto
largo sviluppo e grande influenza nella vita politica, economica e com-
merciale. La loro organizzazione dovette esser completa nel secolo XV,
da essere ammessi loro consoli nei consigli straordinari della città
i ,
per privilegio del re Alfonso d'Aragona del i8 marzo i^6i.
L'arte dei sarti in Messina fu tra le più distinte e godeva la
precedenza fra tutte le altre dopo i droghieri e gli argentieri.
Gli statuti che qui pubblichiamo per la prima volta sono del
1522. Ve ne furono altri precedenti del 31 ottobre 15 13, né probabilmente
questi saranno stati i primi. Col progresso dei tempi e delle esigenze
del costume la corporazione si divise in due arti : quella dei sarti ,
mastri custm-eri, per il taglio e la cucitura degli abiti delle classi ele-
vate e per la borghesia facoltosa , e dei gipponari per i vestiti della
gente di mare e del popolo minuto. Questi statuti ,
inspirati da pro-
fondo sentimento religioso ,
tendenti a mantenere il prestigio del-
l' arte ed a regolare i rapporti fra garzoni e maestri, e fra maestri e
clienti, danno chiaramente il carattere delle antiche organizzazioni
operaie , che tanta parte ebbero nelle vicende economiche, politiche
ed artistiche della città nostra.
A lo nome di Idio e de la Gloriosissima Vergine Madre Maria e
di lo Glorioso Santo Hironijmo collo assenzo di li quali si pozza fari
cosa à loro placita e beni communi di la Republica et utilitati di li
Citatini, amen.
Capitoli contratti e firmato infra tutti li INIastri Custureri esistenti
in la nobili Citta di IMessina cum consensu licentia et beneplacito e
volontate di li Signuri Jurati di la dieta Nobili Citta di Messina, li
quali Mastri sunnu nutati ut infra :
In primis lu honurabili Mastro Antonino di Tiveri , Mastro Anto-
nio di Paschali, Mastro Evangelista Varaco, Cunsuli di la ditta arte
in annu presenti, Mastru Petru di Amico e Mastru lieo Baruni, Mastru
Joanni di Accardo , Mastro Cola Antoni Mancuso ,
Mastru Placitu di
Castelli, Mastru Clementi Jordanu, M.™ Franciscu Prochi, M.'" Martino
di Vinchi, M."'" Nardu di Tavormina, M.''^ Joanni Caulso, M.'"^ Joanni
— 216 -
di Taranto, M.''" Salvu Calandra. M/" Mariano di li Volti, M.'» Ant.""
Campagna, M.'" Antonio Crimano, M.""" Miandro di Cusenza, M.'" Co-
letta Mancuso, M/'' Liotto Catalano, M.'" Matteo d'Urbano, M/" Va-
nello la Pietate, Mj° Baldo Piccolo, M." Ximuni Pichulo, M.''° Marsilio
Abati, M.'"<' Angelo di li Mari, M ''°
Coletta di Jallopo, M.'" Frane. '^
Martello, M.™ Lorenzo lo Sardo, M-''" Joanni di Cagliari, M.-"» Petro
Cali, M.'o Janni Matteo Perchi, M.'» Cola di Viso, MJ" Minico Saraco
et M.'"" Joanni di Staccafica, li quali prenominati M.""' pretendine fari
loro Cerei ad onuri e laudi di la Gloriosissima Vergini Maria, et quillo
offeriri quolibet anno alla Majuri Ecclesia di dieta Nobile Citta in la
luminaria solita, cosi comu si costuma fari e fannu l'antri Artixiani (i)
ad onuri e gloria di la Gloriosissima Vergini Maria per li meriti di
la quali Diu ni conceda ogni bona gratia, amen.
Item, che tutti li supradetti Mastri, tanto Citatini quanto Furisteri (2";,
(i) Era antica usanza dei re di Sicilia di offerire un cerco alla
Vergine nel giorno dedicato all'Assunzione di Lei, cioè nella solenne
festività del 15 agosto, celebrata in Messina con pompa solenne. L'im-
peratore Federico II ne osservò la consuetudine e re Federico III ,
d'Aragona trovandosi in Messina nel 1368, offeriva in tal giorno alla
,
Metropolitana due grandi torce. I loro successori ne furon del pari
devoti fino a Carlo II di Spagna, ed ogni anno da parte di essi era
presentato dal Regio Segreto il cereo relativo.
Costituite in Sicilia le maestranze nei secoli XV e XVI, sull'esem-
pio della offerta reale, divenne per esse obbligo di presentare annual-
mente uno o pili cerei all'altare della Assunta quale cerei venivan ,
prima portati in processione su piccole barette di legno adorne da ,
sculture, dorature, da pitture, pendagli e banderuole. Ciò ha dato ori-
gine alla /esi!a dei cerei, che è tuttavia in uso in molti paesi dell'isola
e del continente. Le mastranze messinesi sia dal loro sorgere imposero
la prestazione di tale cereo nel dì dell'Assunzione. Queste offerte ve-
nivano esposte nella processione della Bara. « Seguono questa ri- —
corda il Samperi —
alcuni cerei molto grandi di diversi artisti, ornati
con l'insegne delle loro Arti, ch'offeriscono ogni anno, picciol tributo
dalle loro fatiche alla B. Vergine ». Iconologia della Vergine, Messina
1644, pag. 50.
(2) Tanto dei cnstoreri, che dei gipponari, molti erano forestieri ed
esercitavano « Un Cinnamo de Marco di Majuri
le loro arti in Messina.
(Amalfi) gepponaro esercente Messina, a 24 sett. 1540 prende a
in
discepolo per due anni Luca Conte de Majori con 1' annuo stipendio
di ducati 24 e con le spese del viaggio da Majuri a Messina». Docu-
menti per la storia le arti e le industrie delle Provincie napoletane
raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangeri, Principe di Sa-
triano, voi. V., pag. 124.
— 217 —
|')ozzanO e vogliano oc^n'nnno in la Festivitati di N/"^ Donna di Menzu
Agustu criari e fari dui Ciinsiili à buchi di issi M.", così come si co-
stuma fari e fannu l'autri M.''' Artixiani di la nostra dieta Nobili Ci-
tati, li quali Cunsuli sempri si intendanu farsi M.""' di Putiga di la
di la dieta Arti.
Item, si supplica alli SS. Vostri (ri per parti di li dicti Mastri Cu
storeri di la dieta Nobili Citati, pri la utilitati universali et beneficio di
chista Citati insurginu ogni jornu multi inconvenienti infra la Ma-
stranza di li custoreri pri la moltitutini di li juvini lavoranti, che vo-
lino tiniri Potiga . taliter che la dieta Citati xidi veni ad aviri mal
nomu , che ognunu lavoranti di la Potiga di li Custureri chi ad mala
pena sa tiniri la auguglia à li mani voli tiniri putiga , lo che è in
gravi dannu di la Mastranza predieta di li Custuren , et mal nomu
di la Citati, che quotidianamente guastanu sajuni, giuppuni e manti
et ogni altra sorti di vestimenti per causa che non sannu tagliari, per
tantu si supplica li S.'" vostri comu Patri di la Citati, à cui spetta lu
guvernu et amministratione di quilla, vi piazza cumandari e per lo
bando publico providiri che da oggi jnnanti non sia persuna veruna,
tanto citatina quantu furastera, chi digia mettiri putiga di Custureri,
ne pozza tagliari qualsiasi robba, che prima et ante omnia non sia
esaminato per li Cunsuli di Custureri e per quattro altri mastri eletti
per li dicti Cunsuli, e quandu controvenissero fussiro e siano in pena
et ogn'unu che controverra di Onza una, prò medietate applicanda alla
Maramma di la Majuri Eecl.*'-^ di Messina, e l'altra metate alla loro Cap-
pella di S. Geronimo (2) eletta pri Cappella di detta arti pri li Cunsuli
e Mastri predicti in remissibiliter.
Item, che tutti li M.'' Cusloreri, tantu Citatini comu forasteri,
quolibet anno siano obligati in la festa di N.""^ Donna di Menzo Ago-
sto con lo chilio di Custureri, e fari la solita luminaria con loro jn-
torchi, sub pena di Carlini quindici obligati alla Maramma di la Ma-
juri Ecclesia di Messina.
Item, che nissuno Mastru abia da tagliari ni.xunu pezzu d' opera
di qualsivoglia pirsuna pri cusirila altro che lo detto Mastro e suoi
Cioè i Giurati della città.
(x)
Questa chiesetta era nell'istesso sito dove fu in seguito il con-
(2)
venco domenicano di S. Geronimo, nella via Amalfitania, poi d'Austria
ed oggi Primo Settembre. Neil' ex convento han sede oggidì il Tri-
bunale e l'ufficio del Genio Militare.
lavoranti, sub pena di Oz. una applicata alla Maramma di la Majurl
Ecclesia di Messina.
Item, che tutti quelli persuni che saranno licenziati da li detti
Ciinsuli una cu lu jnterventu di li detti Mastri eletti da li Cunsuli ,
da putiri tiniri putiga siano tenuti dari tt. 15 alla Maramma di la
Majuri Ecclesia di ^Messina , et altri tt. 15 alla dieta Ecclesia di S.
Hieronjmo, et simiiiter tutti li furisteri chi vorranno inettiri putiga non
la pozzano mettiri senza licenza di li dicti Cunsuli , e quattro Mastri
eletti ut supra et paghira Oz. una obbligata ut supra.
Item, che tutte quelle robbe che saranno guastate per alcuno di
li ditti Mastri, li Cunsuli siano tenuti ad querelam di lo Patruni di li
robbi farinsilli pagari in fra termino di mesi dui ,
quibus elassi li Pa-
truni di li ditti robbi non si pozzano chiù querelarsi , e quandu uno
Mastru più di una volta guastassi robba staja ad elezione di li Cun-
suli di projbirlo dir [non] teniri putiga.
Item, quando per avventura insurgissi alcuna differenza intra li
Mastri et lauranti Custureri di unza una applicata a cosi pertinenti all'arti
loro, per detta tali differenza lo pozzanu decidiri e pagare li detti
Cunsuli qui tempore saranno, quali Consuli pozzanu decidiri e pagari
detti differenti] comu loru arbritrio crederà a tutto incarico di la Cu-
scienza loro, e per tali causa e differentia fi) dicti Cunsuli
pozzanu fari carcerari per uno di li servienti di dicti Mag.<^' Sp.'' Jurati,
et uncia una infra de rebus pertinentibus ad dieta arte ut supra.
Dat. Messanse XX Sep.'>^''* !.-''«
Jnd. 1522.
Ex Actis Magnìficorum Doininoriini Jiiraioriiin Nobìlìs Chnlatis Mcs-
sance ex tracia est praesens copia, in. s. Nat. Gilius Procopi Pro.
3Iag.° Noi.''.
Et essendoni stato supplicato da parti di li honorabili Cunsuli pre-
senti supra la osservanza di li detti Capitoli ed ordinationi , fu per
nui tale negozio remissu à lu Mag. Reg. Cons.' infra per R. P. , lu
quali vidissi et riferissi , et facta ad nui relacioni cum eius voto , et
deliberatione, avimo deciso e per la presenti ni dichiaramo committe-
mo ed espressi comandamo che atteso li detti Capitoli ridundano in
utilitati e beneficio universale di questa Nobili Citati ad augumento di
(i) Parole che mancano nel manoscritto , e per cui ne resta poco
chiaro il senso.
— 219 -
quest'arti, digiati adunque eseguire et obediri et osservarsi la forma,
continenza e tenuti di quilla, permittendu si fazza, in omni futuro tem-
pore osservarsi et eseguiti iuxta eorum serie, continenzia et tenore ecc.
Dat. in Nob. Civitate Messanae ultimo ott.*""'* II. Ind. 1522 ex quo-
niini prò quanto forma secundum Capitutum ex quo procedit ex volun-
tate dictorum Magnificoruin Juratorum.
D. Ugo de ISIoncada.
Archivio delia Maramma della Cattedrale di Messina , voi. 52 ,
pag. 113 V. a 117.
G. Apenappìmo.
Franchigie e regalie del Senato di IVIessina.
Il Senato di Messina, « primo magistrato della città » (i), e « non
inferiore, in virtù, a quello di Roma » , come dice accademicamente
un panegirista (2 1, esercitava, prima dell'anno 1678, un potere politico-
amministrativo veramente straordinario per una citta soggetta al dominio
spagnuolo e in tempi così nefasti alla libertà. Nonostanti le molteplici
e gravi cure pel governo d'un Comune così esteso e popoloso, i sena-
tori messinesi non avevano un emolumento adeguato all' alta carica.
Godevano, però, in compenso, di molte franchigie, esenzioni , immu-
nità, che valevano bene un lauto stipendio, tanto più che non manca-
vano gli abusi , dei quali si fa cenno dagli scrittori del tempo e che
costrinsero talora il governo spagnuolo a poi vi un freno , come fece
nel 1622 il viceré Filiberto di Savoia (3). Lo scrìtto che pubblichiamo
è una nota delle franchigie che godeva il Senato prima della guerra
del 1674-78, nota che trovasi manoscritta nella biblioteca comunale di
Palermo, nel volume segnato Qq. G. 45, p. 232.
L'olim Senato godea oltre dell'amministrazione del Peculio for-
mentario, 22 gabelle. Estrazione di set.'i, e Tavola Pecuniaria, li patti
e presenti da cgni Gabella delle dette 22 Gabelle che annualmente si
accensavano, quale diritto di patti e presenti d'ogni Gabella importava
per ogni senatore onze 1.9.
Di più li salari di onze sei l'anno per ogni senatore. Di più per
ogni sera che si pernottava rotoli due di cera bianca lavorata ad ogni
Gallo, Apparati, voi. II, p. 56.
(lì
G. Basilico
(2) Discorso accademico sopra
, la Lettera scritta da
M. V. ai Mesiitiesi; Messina 1630.
(3) Gallo, Annali, voi. Ili, p. 23S.
— 220 -
senatore. Di più la franchezza di tutte le Gabelle per quante persone
aveva di fami(.i[lia ogni senatore. Di piìi la mostra di cose salate, cioè
sopra Anguille, Caviale, Arenghi, Sarachi, Bacalari , Sorra , Tunnina,
ed altri pesci salati, rotolo uno per ogni bilancia che s'arma, ad ogni
senatore. Di più da ogni barca di sale di salme sedici in su Tumula
due per ogni senatore. I-i più la veste d'allegrezza onze 30, e mezza
veste di lutto di onze 15 per ogni senatore. Di più ogni vascello che
veniva da Levante ogni volta che mandava a prendere relazione o per
dar pratica tari 15 la volta, però sortendo andar più di due volte non
toccano più ragioni. Di più le mostre di tutte le cose comestibili della
settimana del senatore ebdomadario. Di più nella festa di Mezz'agosto
dono del Piliero , la confettura , Tovaglie, Canestre n.« io per ogni
senatore, ed in fiera li veiri (?) che pagava il Maestro di piazza per
onza una e tari sei per ogni senatore e li vetri che pagava la città
per conto correnti (?), insomma tari 20 per ogni senatore. Di più la
franchezza del vino per botti sei per ogni senatore. Di più la fran-
chezza della carne di Porco per onze 2.12 per ogni senatore. Di più
la franchezza del vino che si pagava onze 2.8 per ogni senatore. Di
più nella settimana delle mete ad ogni senatore ebdomadario la mostra
pel Pesce spada che era per ogni Senatore da ogni barca tari 5 in
ogni giorno che ammazzava pesce spada. Di più come gran cancelliere
dell'almi studi tari 24 per ogni scolaro. E ciò si cava da lungo libro
alfabetico degli Emolumenti e ragioni che toccano alli Signori Senatori.
E più solea l'ohm senatore ebdomadario di Processo, godere per
ogni Processo una piatta consistente in un Filetto , in una spinella ,
una medulla e suo chiodo, un orco (?) di gola, una friscia, un zalataro
ecc., tari 16 per ogni macello, e li paggi, staffieri e cocchieri d' ogni
senatore. Al presente li senatori altro non godono senonchè onze 16
l'uno ogn'anno.
Dalia Vecchia Umberto.
CURIOSITÀ STORICHK
tratte dalla Tavola Pecuniaria <1i Messina.
I.
Vettovaglie alle galere della Repubblica di Genova.
E noto come negli anni 1601-1602 transitarono per il porto di
Messina le galere della Repubblica di Genova dirette e tornanti da
un'impresa guerresca (andata miseremente in fumo) contro i turchi.
— 221 —
Dò quindi come curiosità la seguente nota di vettovagliamento alle
navi genovese. Le vettovaglie (biscotto) vennero fornite in parte dalla
R Corte — che aveva delle fabbriche e dei depositi a Messina, a Pa-
lermo, ed a Termini, come più chiaramente appare dalla nota :
a XXIII di Luglio martidi — Alla caxia unci centosettantadue
et tari deci et setti et grana otto da don petro lanza Reg.° Secr.*'' et
m.""" prore della Reg.-"* secr.'^ et doghana di questa cita di m.-'^ et suo
destritto et per conto extr. di secr.* contanti per mano di fran.° di
di arzebue canegra reg:" monicionero jn questa cita di Messina dissi
li paga per tanti pervenuti jn suo potere da il conte Gio : thomaso
di Oria capitan generale delli galere della republica di Jenna et sonno
per lo prezo di cantara 172 rotola 28 di biscotto che la Reg.^ corti li
vendio araggione di unza i lo cantaro che li ha consig.*« detto moni-
cionero di bocca negra corno appare per apoca di detta consignatione
di biscotto fatta per li acti di not. Gioseppi plutino a di 26 di maggio
XV ind. 1602 et sonno a complimento di e.'"'' milli di biscotto stanti
che li altri c.""^ S27.42 si extrassiro cioè c.''=^ 200 nella cita di palermo
alli 21 di maggio preterito et C"^ 627.42 nella c.*=* di termini alli 23
di detto misi di maggio et questo ]n vertu di due lettere viceregie
date jn palermo a 18 et 21 di maggio preterito XV ind. 1602 delli
quali n. 1 72.1 7.8 se ni haveranno da comprari tanto frumento per
fabricarni altratanta summa di biscotto per conto di detta R. C.
II.
Come si trasportava il denaro nei secolo XVII.
La difficoltà dei mezzi di comunicazione, la poca o quasi nessuna
sicurezza delle strade, rendevano nel secolo XVII assai difficile il tra-
sporto di forti somme — onde si pigliavano tutte quelle precauzioni
che potevano dare affidamento di buona riuscita. Difatti dovendo a
16 di Giugno 1609 spedirsi al Capitano Don Giovanni Sandonal onze
1200 (pari a lire 15.300 di moneta nostra, somma abbastanza forte) si
sono eseguite le seguenti operazioni sulla Tavola che trovo notate
.sotto le date del 16 e 17 Giugno.
230
« Alli deputati
*^ del regno u. 1200 p. conto del donativo di u. 4 m.
230
p. lo stipendio della cavallaria legiera p. loro polisa a don petro
a
- 222 —
lancza sec." di questa citta quali sele pag."° ad effetto che con una
persona sua confidente, mandi a pagare nella terra della noara secondo
l'or."'' che da noi li sarà dato la compagnia di cavalli legieri che ivj
risiedi il Cap." don ( iiov : sandonal p. mesi sei contati dal p." di set-
tembre p. tutto frev." px.'' pass." et ciò p. execotione di mandato di
S. E. spedito p. via del tribunal del real patrimonio a 8 del pr.''^ il
quale ha ricuperato oratio panano c.'"° u. 1.200.
230
Et pio alli detti deputati p. d." conto al d." don petro u. cinque
230
quali se li pagano ad effetto di pagarne le giornate alla persona che
haveva vaccato si portare li dinari della paga dilla compag.-"^ alla sud.
terra della noara et p. 1" accesso et recesso a rag. di tt. 15 il giorno
et altre spese p. la cundutta di d.'' u. 1200 u. 5. —
230
A don petro lancza sec." delli
.....
dman girati a nome suo
.
in
,
d.^*^ ta-
230
vola dalli deputati del regno u. 1.200 boni p. sua poliza a Giovanni
Ciranna et se le pagano ed effetto di pagarsi nella terra della novara
la compagnia di Don Giovanni di sandonal il quale pagamento l'haveva
a fare in mano propria di ciascun soldato ovvero aleg.™° proc.""' di
quelli che saranno assenti o agli eredi e testamentarij di defonti con-
formi al remaste che sarra fatta dagli offici] delli sp. cons."^ et indi.*=
g."''' il quale pagamento e p. sei misi dal p. di 7 bre 7 ind. 160S p.
tutto gen.'» 7 ind. 1609 e quel denaro che li fossi restituito p. conto
di soccorsi li habia di ricevere ricevendo cautela del pagani." p. atto
di n.'" pubolico sott.'"* fatta con lo intervento delli sud. off.'' di cons.®
et viditori G."'' il qual danaro chaveva di portare con la scorta di 14
cavalli della medesma compagnia stanti che non si hanno potuto baveri
li cavalli del cap." di arme p. esser andato in paler.'' il quale denaro
haveva vardare arisico del tinente martin d'Allui come p. atto di not."
Giovanni Aranna a 17 di Giugno presenti il quale Cirazza (Ciranna)
La vita di ricuperare detto rimatto et questo invirtu di lettera vicer-
regia data in palermo a 11 di aprile V ind. 1609 . . . u. 1200 »•
Dai quali documenti risulta in modo irrefragibile il fatto che ogni
garenzia era presa per evitare le frodi ed i furti e che solo in linea
straordinaria, e per essere a Palermo i cavalieri del Capitan d'arme,
era concesso a 14 cavalieri della compagnia del Sandonal di far la
scorta alle 1.200 onze di valore che viaggiavano verso la terra di No-
vara. Come sempre, colui che portava la vistosa somma , doveva du-
rante il tragitto essere un uomo infelice , temendo ad ogni istante di
- 223 —
essere assalito derubato ed ucciso, quantunque la scorta dei 14 cava-
lieri gii era stata data per infondergli coraggio
Ma se quattordici cavalieri spagnuoli bastnvano per milieducento
o'.?ze e per il tragitto Messina-Novara, non bastavano più per somme
maggiori e per il tragito Messina-Palermo. Difatti dovendo trasportare
dalia zecca di Messina alla R. Corte di Palermo /a mone/a nuova ,
si
dette incarico a ben quattro Galere , su cui prese posto buon nerbo
di fanteria spagnuola per la debita tutt'la dell'erario. Le spese di vitti-
tatazione per tale trasporto non furono indifferenti, ed eccone un som-
mario tratto dallo stesso volume della Tavola :
A dì ultimo di Agosto il R. Secreto D. Pietro Lanza paga a Paolo
Marino onze 116.2 per il prezzo di salmi 36 e tumula 13 di frumento
forte ad effetto di fabbricarne tanti biscotti « per provisioni dclli qiialro
regij galeri della squatra di questo regno che erano in questo porlo et
se Iratteniano per pigliar la vara moneta et portarla nella città di Pater. '^
eie. — quali biscotti furono da esso mon/" (tal Sebastian Paulo sopra
sopranominato) consignati a Giov. d."" castellano come proc.'"' di
baldassari barruto et vetim.-'^ mon.'" delli regij galeri di questo regno
con lintervento di emanueli di adamo, niartin della rasuàua y ardonez
che sonno gli off." proved.'' vid,'' et cont." sopra li quatro galeri di
d.'^ squadra etc. ».
A di primo di Settembre lo stesso paga onze 280 ad Alessandro
Sacchetti et Giov. Frane. Vaij per cento cantara di riso da servire per
per la stessa causale.
A due detto mese paga onze 204.2 j. a lacino Russo per « botti 16
di vino di Savoca e di Siracusa, per cantara 16 di formaggio, per
cafisi 16 di olio ,
per botti 2 di aceto per vieto et provisione delli
soldati di infant.=^ spagnola delli genti di capo et remeri delli quatro
galeri ecc. » ; lo stesso giorno paga onze 219.16 allo stesso per altra
simile roba; il giorno 4 paga a Giov. Leonardo Forgiato onze 42.14
per « 50 pezi di cannavaczo trino di genua » e spese di cucitura per
farne dei sacchi onde mettere « fave , cecire et riso per provigione
della squatra ».
A 12 di ottobre paga a lacino Russo onze 89. iS « per il prezzo
di salmi 32 di favi » ; oltre onze 46.6 che paga a Francesco Adamo
« per il preczo di 33 remi di galera cap."-"^ ord.ria » ; un insieme ,
adunque, di circa onze r,ooo, pari a L. 12.750 di moneta nostra. Spesa
enorme, come ben si vede, e che dà un'idea abbastanza chiara del
numero delle persone che formavano il personale delle 4 galere.
"
— !^24 -
III.
Pane peGuniaria d'annona.
Uno dei cespiti d'entrata per il conto a parte « costruzione delle
Cappelle marmoree del Diiodio » era in sul principio del Secolo XVII
rappresentato dalle multe che i signori giurati infliggevano ai contrav-
ventori dei regolamenti municipali.
Io non so da quale motivo i nostri avi furono indotti a destinare
questo introito ad un'opera religiosa ma se mal non immagino dovet-
tero partire dall' idea che i colpiti dalla sferza pecuniaria avrebbero
trovato meno duro e meno vessatorio pagare per un abbellimento
chiesastico anzi che per una qualche opera profana. Con tutto ciò la
poesia dialettale dei tempi ci serba degli epigrammi popolari accusa-
tori della eccessiva gravezza delle multe, ma i giurati non se ne davano
per intesi e condannavano irremissibilmente i malcapitati che cadevano
sotto le unghia dei Catapani o, come sì direbbero oggi , vigili muni-
cipali. Do' qui un breve elenco delle multe più caratteristiche inflitte,
non senza sorridere per la leggerezza dei rigattieri moderni , i quali
nel deplorare i tempi attuali benedicono quelli passati, cosi clementi.
Altro che clemenza, quando non si dimentichi che un'onza equivaleva
a L, 12,75 !
Dal giornale contanti — 1602 — ^ Parte II Introiti :
a /j di viaggio — Alla Caxia unci Dui da petro faraone et frane."
bonina deputati delli novi cappelli marmorei delli S.''
Apostoli exnti jn la maggiore ecc.^ di questa cita di
Messina contanti per mano di Alesandro Catanzaro
dissi li paga et deposita per nomo et parti di Ma-
riano Catanzaro per una pena contro ditto Mariano
condennata per li S.'' Jurati di questa cita per haviri
venduto carni di boi per jenco.
a 7° di Luglio — Alla Caxia unci tre da petro farone et frane.
bonina ecc. ecc. contanti per essi da Vittorino dalfino
pastizaro dissi li paga in curilo di quello che deve per
li peni contra esso condennati per lo off.° delli S.*"'
Jurati.
id. id. Alla Caxia unci ciuco da petro faraone et frane." bo-
nina ecc. ecc. contanti per loro da crimi di crimi
panitteri et esso di crimi li deposita per la pena contra
— 225 —
esso condennati per lo S. Jiiannj Peli."" Jui-ati di questa
cita di Messina hogi p. haviri fallo pani bianco a 4 a
;•.•* manco di piso pigiato p. Joaiini falcimi catap.'"^.
a 3 di Luglio — Alla Caxia mici ciuco da petro faraone et frane.'»
bonina ecc. ecc. contanti per essi da Gio : Batta ia-
chiiila apolicaro dissi li paga per la pena contro esso
condennata per li S. Jurati et stanti lo p.'"' pag.'°
ne li sia cassa.
a 4 di Luglio — Alla Caxia uncia una da petro faraone et fran.°
bonina ecc. ecc. contanti per essi da filippo sindoni
bultaro dissi li paga per la pena centra esso conden-
nata per li S.""' Jurati.
a iS di Luglio — Alla Caxii uncia quattro da petro faraone et frane."
bonina ecc. ecc. contanti per loro da petro mauro
panilteri dissi li paga per contro di li peni contra esso
condennati per li spett. S.'' Jurati.
a ig di Setlembre — Alla Caxia uncia una da petro faraone et fran.'"°
bonina in contanti per mano di bernardo finochio
catap.'"^ dissi denari di marco di lena piscaluri et d.°
di lena per la pena contra esso condannata per li
S.'i Jurati di questa cita p. baveri venduto // pixi
sauri a un lari lo rotolo pili di mela.
a 7 di Ottobre — Alla Caxia uncì quattro da petro faraone et fran."
bonina ecc. ecc. contanti per mano di Gio : batt :
Gabarino quali paga per una pena contro esso con-
dennata per lo S. Gioanni pelleg."° Jurato p. baveri
venduto lo vino piii di meta.
E così via. Panettieri , macellai ,
pasticcieri . pescatori ,
tavernai,
bottai, fruttivendoli, ci son tutti. Mutano i tempi ma pur troppo, con
tutte le conquiste della nostra civiltà, il lupo ha cambiato il pelo ma
non il vizio.
IV.
Strenne.
L'uso delle strenne, lo si sa, é vecchissimo : ma adesso abbiamo
nelle pubbliche amministrazioni perduto 1' uso di farne — per quel
senso di ribellione al passato o alle vecchie cose che caratterizza lo
spirito amministrativo moderno. Ma nel secolo XXll e precedenti noi
- 226 -
troviamo le strenne in tutto il loro vigore e non solo per il capo d'anno:
si davano anche delle strenne per nuovo reggimento dei signori
il
giurati che aveva principio col i" maggio di ogni anno, giorno in cuj
si faceva la cavalcata d'insediamento. Ecco alcune note di strenne
pagate, tolte dal primo giornale contanti 1609.
l\Iercordi a 28 de gennaro - Al detto p. detto conto isi tratta
del Tesoriere del Comune i^.sco di (^gn g p^y ^ conto correnti) unzi dui
p. sua polissa ad Ant."" tricomo disse chi li paga juxtu lu mandato
fattogli dal senato al di cinco de genaro p."'' disse se li donano p.
repartersili con altri soi compagni trpmbetti [si trattava dei trombet-
tieri del Senato) p. la strina che la cita li dona de p." de anno de lo
anno presente 1609 et che non sia debitore de la cita ne abbia avuto
detti denari appari ecc.
Mercodi a 28 de gennaro — Al detto p. detto conto unzi quattro
tari sei p. sua polissa ad joseppi sferzacavallo et se li
pagano justu lu m.<> del senato fatto a 3 de gennaro 1609 p. repar-
tirseli con li altri soi compagni in questo modo
u. I t. 6 p. ognuno de loro p. la strina del possesso de li S.'' jurati
de lo anno p.'"'' et tt. sei per ognuno de loro p. la solita strina del
capo de anno de lo anno p.""' 1609 et tt. 9 p. ognuno de loro p. la
franchezza delo anno p."'* sul loro reggimento de essi jurati pet.° fa-
raone don jac.° campulo etc. [la franchezza era per il vino e Vavevano
tutti gli impiegati e salariati del Senato).
Giovedì a 29 de gennaro — A Frane." de Celi tesoreri p. conto
correnti de lo anno presente j^ ind. p. sua polissa a jo. batt. Cremona
disse chi li paga justu le m.» del Senato latto a 2 de gennaro i6o9
p. repartirseli con altri soi compagni piffari [si trattava dei pifferi del
Senato) p. la strina de capo d'anno nello anno presente 1609 ecc. ecc.
Mercordi a 29 de aprili — A frane, de celi tesoreri p. conto cor-
renti de lo anno p."''' 7^ ind. cuntanti p. sua polisa a frane." mariu
cavaturi u. dui e tt. nove et se li pagano justu de mandato del Senato
fatto a 16 de febraro 7^ ind. 1609 cioè u. una p. la cavalcata de p."
maggio 1608 u. una p. la strina del p. de gennaro 1609 et tari novi
ad compimento di detti u. dui tari novi per la franchezza del vino
de lo anno 1609 dello regimento de petro faraone et che non sia debitor
della città ecc. ec. u. 2.9.
V.
Un ladro.
Anche un ladro nei registri della tavola ? Un ladro, sì, ma di stra-
foro — e sarebbe stato più profizio intitolar questa nota all'emerita
persona che si è pigliato il beveraggio di 12 onze per averlo arrestato.
La nota non dice se coli 'arresto del ladro siasi recuperato il panno di
velluto carìnixino raccainalo de oro appartenente al Palazzo Comunale
e che doveva essere ben preziosissima cosa se si davano 12 onze dj
regalia, pei tempi veramente vistosa somma ; ma è facile supporlo da
(\\\Q\Vaveva messo nella nota, il quale indica un'azione che non è più....'
Ecco intanto la nota, per disteso :
Dal i" Giorn. cont. — 1609.
Mercordi a 28 de genaro.
A detto p. detto conto (Francesco de Celi tesoriere />. conto cor-
renti) unzi dudici p. sua polissa a joseppi Sayia et se le pagano in
virtù de mandato del Senato de essa cita fatto a 17 decembro 1608
p. tanti che la cita li vole dare p. suo biveragio p. avere preso lo
latro che aveva arrobati il panno de velluto carmixino raccamato de
oro dentro la camera del palaczo de essa cita et che non sia debitore
de la cita ne abia avuto detti denari appare p. fede de don cesare
pi.xi detemp.*^ et p. sua retroscritta q.'' a mi.''° de galteri q. u. do-
doci u. 12.
VI.
Per un lieto evento del 1602.
S'erano spese moltissime onze per una preghiera collettiva nei
conventi e monasteri della città di Messina onde avesse Filippo III
prole regale.
E le preghiere non fallirono al loro scopo : nei primi di Gennaio
(erra il Gallo nel dire Maggio) giungeva in Messina la nuova della
nascita della infante Donna Anna Maria, con grandissimo giubilo dei
fedelissimi sudditi i quali avevano così modo di novelle feste e di
grandi luminarie, come volevano i costumi dei tempi. Dal Giornale
Contanti 1602 traggo alcune note caratteristiche di tali feste , le quali
costarono parecchio al Senato.
A xxiij di Febraro mercordi. A Giuseppi Maria minutoli thesau-
reri per conto currenti dell'anno p."'^ XV^ ind. unci quindici per sua
polisa a Vin.° de Angelica come sindico di questa cita di Messina
— 228 -
dissi li i>aga juvertii di m.^' Jiiratorio fatto a 24 di {^eiliiaro XV itid.
i6j2 dissiru darceli per altri tanti die di ordini di essi S.' lurati ha
speso per la vesti che si feci per lo felici parto della Regina n.^ S.^
per la allegreza et luminaria si fece jn questa cita et ce li pagano
p_niai;i
stante la dispensa di sua ex^ ^.^ registrata jn lo off." di essi S.i
Jurati a 21 di x.'"'" i6or et che non li abbia conseguitato ne sia debi-
tore della cita appare per fede del m.° bonfiglio Bufalo per detenip-
tore et per sua sottoscritta a saliimbeni pancaldo dissi p. altritanti
havuti da lui contanti et per sua sottoscritta cunlanti a nino stagno
dissi per altritanti avuti da lui cuntanti.
A x.riij di Febraro — mercordi. A Giuseppi Maria minutoli
thesaureri delli denari di conto correnti dello anno p."''' .XV=^ ind.
unci quindici per sua polisa à Gilormo di mazeo dissi ce li paga in
vertu di un m.'^ jur." fatto a 8 di gennaro XV ind. 1602 dissero dar-
celi p. altritanti che spese per la meza veste come credenzero del pa-
trimonio della cita che la cita li voli dari per il felici parto della regina
n.*" S.'"^ ecc. ecc.
A ij di marzo — sabato. A Giuseppi Maria minutoli thesaurero
delli denari di Conto Correnti dell' anno p."'*^ XV jnd. a suo nome
ex."''^ jn questa tavola unci setti et tari quindici per sua polisa a cola
s.anso uno delli servienti dello off." delli S. Jurati di questa cita dissi
se li pagano jn vertu di m.*" jur.° fatto a V di gennaro XV* ind. 1602
dissiro darceli per la vesti che li tocca per la lumenaria et festa che
si fece per il felice parto della Regina n.'^ S.* ecc. ecc.
a xvj di inartìj — inartidi. A Giuseppi maria minutoli thesaurero
p. conto di censi perpetui et bulli ordinarij dell' anno prox." passato
XIIII^ ind. 1601 unci ottantanovi tari ventiquattro et grana sei p. sua
polisa contanti a m." nino ferrara dissi ce li paga jn vertu di m.*° jur.°
fattoli a 29 di gennaro XV-"^ ind. 1602 dissiro darceli p. lo prezo di
tanti lanterni di taula carta et Ugnami dati alli ofiF." della e.'* et per
multi altri spesi per esso di ordini di essi S. jurati fatti nella lumina-
ria che si fece jn questa cita per lo felici parto della regina n.'^ S** li
giorni passati come di tutto particolarmenti appari p. memoriali sot-
toscritto di sua mano et del m.° Geronimo di mazeo credenzeri della
cita et ce li pagano di detto conto stanti le lettere di sua ex.^ datj
jn pal.° a xxx di ottobre XV ind. 1601 ecc. ecc.
a xxvjj di Martjj — inercordi. A Giuseppi maria minutoli the-
saurero delli denari di conti correnti dell'anno p."^*^ XV ind. a suo
nome esistenti jn questa tavula unci trenta per sua polisa contanti a
Marcello Cosimo et Jo : batta Jordano dissi seli pag."" jn vertu di
— ^29 —
tn.'*' jiir.'^ fatti a 12 di getinaro 1602 dissero darceli u. 15 per ogni uno di
loro quali sinci denaro come con/' delli municioni dell'anno p."''' che li
toccano p. la allegrezza che si feci per lo felici parto della regina ecc. ecc.
a xxvjj di J/arfjj — n:ercordì. A Giuseppi maria minutoli the-
saurero per conto correnti dell'anno p.""^ XV ind. unci setti et tari
15 per sua polisa contanti ad Antonello gallo dissi ce li paga jn verta
di m.*" jur." fattoli a V di gennaro XV ind. 1602 dissiro darceli per
la vesti che li tocca per la luminaria et allegrezza che si ha fatto per
lo felici parto della regina ecc. ecc.
a xvii di martij — mercordi. A Giuseppi maria minutoli thesau-
reri delli denari di conto correnti dell'anno p."''= XV ind. a suo nome
ex."''^ jn questa tavola unci setti et tari 15 per sua polisa contanti a
petro organanti uno delli S.'' dilo off." delli S.^ jurati di questa cita
per lo suo vestito che li tocca per la luminaria et allegrezza ecc. ecc.
a xvii di viartij — mercordi. A Giuseppi maria m.inutoli ecc. —
unci deci per sua polisa contanti a Melchiore lo restivo uno delli
mazeri di questa cita dissi se li pagano jn vertu di m.*° jur.° fattoli a 10
di gennaro ecc. dissiro darceli per altritanti che spisi di ordini di detti
S.' jurati per la sua veste che si fece jn la luminaria et allegrezza ecc.
a xvii di martij — mercordi. A Giuseppi maria minutili ecc. unci
setti et tari quindici per sua polisa contanti a salvaturi mangano mag-
giori uno delli S.*' dello oft.'^ delli S.' Jurati di essa cita dissi se li pa-
gano jn vertu di m.'° jur." fatto ecc. per altritanti che di ordini di detti
S.^ jurati spisi per la vesti che si fece per lo felici parto della regina ecc.
E, riassumendo per amor di brevità, essendo l'elenco già abba-
stanza lungo, noto, per finire che lo stesso giorno 27 marzo il Tesoriere
pagava a Petro Santiglia agenti et sollecitatore della cita onze 15 per
la solita veste e a Cristofaro Glippari , Francesco Costa, Giov. Batta
Bosco e Colantonio Messina sostituto di Mastro notaro , secretarij et
prosecretarij dell'ufficio dei giurati onze 60 (15 per ciascuno) sempre
per la solita veste).... Ma ciò non fu tutto, perchè il costo della cera
per la luminaria portò via dagli scrigni del senato, sempre con la di-
spensa del Viceré, il quale approvava ad occhi chiusi per rendersi prò-
prizia la corte, onze 112 tari 8 e grana io pagati a Mercurio Curseri
« dissiro darceli p. altritanti che di ordini di essi S.' Jurati spisi di
propri contanti jn torchi di chira bianca per la luminaria che la cita
fece a sei di gennaro 1602 per lo felicissimo parto et nascimento della
ser.""^ may.*'=^ della Regina nostra S.^ ».
V. Sacca.
N T I Z I E
Un ritratto dell'architetto Filippo Juvara.
II nome di Filippo Juvara, dell' insigne architetto messinese che
adornò alcune città italiane e Madrid di palazzi, di templi superbi, è
stato ricordato in questi ultimi tempi a proposito della commemo-
razione bicentenaria della grande battaglia del 7 settembre 1706, vinta
dagli alleati austro-piemontesi contro i gallo-ispani, e dell'eroico epi-
sodio di Pietro Micca , che fu tanta gloriosa parte della liberazione
dell' assedio di Torino. È noto che il Duca Vittorio Amedeo di
Savoja, re di Sicilia, commise ali 'Juvara la costruzione di un tempio
magnifico sull'altura di Superga , dove era stata eretta la cappella
votiva alla Vergine per l'ottenuta vittoria, in quel sito istesso da dove
egli ed il cugino Principe Eugenio di Savoja avevan studiato il campo
nemico. Ed il magnifico tempio, dalle linee geniali e severe, ben degno
di rammentare ai posteri la pietà e la fede dei Duchi di Savoja e
l'eroismo dei soldati piemontesi, surse in 14 anni di lavoro, costando
non poche fatiche al suo architetto, che, con ragione, lo considerò cotrie
una delle sue migliori opere.
La nostra Società di Storia Patria, avuta comunicazione dal chia-
rissimo Prof. A. Telluncini dell'esistenza in Roma di un bel ritratto
ad olio del Juvara presso l'Accademia di S. Luca , ha fatto eseguire
alcune fotografie, di cui una è stata offerta alla Basilica di Superga.
Il Prefetto di essa Comm. A. Brielli , con lettera del 29 ottobre us.
volgendo ringraziamenti alla nostra Società, ha espresso di accettare il
dono, che, « sarà custodito , come cosa preziosa nella R. Basilica di
Superga, opera insigne del grande artista ».
Promettiamo, frattanto, ai nostri soci alcune interessanti notizie e
nuovi documenti riguardanti il Juvara, che ci furono gentilmente trasmessi
dal chiar. Prof. Telluncini. Li pubblicheremo nel prossimo fascicolo.
Un quadro di Antonello da Messina.
Da recente è stata legata al Museo Nazionale di Palermo una
mezza figura, dipinta ad olio su tavola, rappresentante la Vergine An-
nunziata, la quale, con molta probabilità par che sia opera del nostro
— 231 —
Sommo Antonello D'Antonio o di qualcuno dei suoi migliori disce-',
poli. Ne ha fatto dono la signora Francesca D. Giovanni in Tambu-
ello , sorella ed erede del dotto ]\Ions. Prof. Vincenzo Di Giovanni.
Essa , con atto munifico degno di grande elogio volle cosi onorare
la memoria del compianto prelato, il cui nome sarà sempre ricordato
dagli studiosi delle discipline storiche e filosofiche.
Su fondo oscuro appare la Vergine in mezza figura quasi di pro-
spetto col manto azzurro abbassato sulla fronte
, , che contornandole
il viso, scende a grandi pieghe sulle spalle, fermandosi d'ambo i lati
sul petto fra il pollice, nascosto da ripiegatura, l' indice ed il medio
della mano sinistra, restando lievemente sollevate le altre due dita.
Ravvolta nel manto, quasi in atteggiamento di nascondere le proprie
fattezze, — scorgendosi solo piccola parte del colio e del seno — la
Vergine appoggia al leggìo di legno che le sta dinanzi , su cui è
un libro aperto ,
mirabilmente ritratto nella compagine dei fogli e
nella pagina aperta. Dal viso bellissimo ,
pieno di luce e di vita ,
dalla espressione dolce e serena, dalla bocca quasi sorridente , come
se avesse di subito interrotta la lettura, essa volge gli occhi verso destra,
mentre che con la palma spiegata di quella mano, uscente dal manto,
sta per benedire. È il momento della salutazione fattole dell'angelo
Gabriello.
Intorno a questo pregevole dipinto , ci piace riportare quel che
ne scrisse V Ora di Palermo, — Anno VII, num. 213, venerdì 2 ago-
sto 1906 :
« L'ipotesi, accolta dai donatori, che questa sia di mano di Anto-
nello, oltre che dall'esame stilistico, è sorta evidentemente dal con-
fronto colla Annunziata, quasi identica, della R. Accademia di Belle
Arti di Venezia (i), la cui firma a grandi caratteri lapidari : ANTONEL-
(i) Primo a dar notizia di questa somiglianza è stato l'infaticabile
illustratore della storia delle arti in Mons. Comm. Sicilia , il chiar.
Gioacchino Di Marzo Di Maggio
in una lettera al P. L.
inserita ,
nG\V Archivio Storico Siciliano, Anno XII, pag. 151. Nel recente suo
studio di Antonello da Messina e dei suoi congiunti (Palermo 1903 ,
,
pag. 42) egli conferma questo giudizio aggiungendo che il dipinto ,
acquistato allora dal Di Giovanni era prima in casa Colludo. Aven-
do sott'occhio la riuscita fotografia della tavola palermitana, favorita-
mi dal ch.^o Prof. Comm. Antonino Salinas, Direttore di quel Museo
Nazionale, anche io ho potuto rilevare nello scorso ottobre u. la per-
fetta somiglianza di essa all' altra tavola antonellesca (0,45 X 0)33)
— 232 —
LVS MESANIVS
. . PINSIT, mancante nel quadro di Palermo, sembra
con ragione sia stata aggiunta in epoca posteriore per creare una
autenticità abbastanza provata, ne sufficiente a distruggere altre pre-
sunzioni.
Si tratta quindi di un problema non facile , ma intorno al quale
nuova e feconda luce potrà farsi, poiché la tavola palermitana, entrata
nel patrimonio artistico dello Stato, è ormai facilmente accessii^le alle
indagini degli studiosi.
I quali debbono sincera e profonda gratitudine alla Signora Fran-
cesca di Giovanni, che spontaneamente, e non obbligata da disposi-
zione alcuna testamentaria, ha arricchito questa Pinacoteca di un pre-
gevole dipinto, che il fratello ebbe carissimo e che gioverà a ricordare
degnamente un aspetto men noto della molteplice attività intellettuale
dell'insigne erudito e filosofo siciliano ».
G. Arenaprimo.
proveniente dalla collezione del Palazzo Ducale che è ora nelle gallerie ,
della R. Accademia di Belle Arti di Venezia dove è segnata col ,
num. 590. La soscrizione appostavi nello spessore del tavolo su cui è
il leggìo ANTONELLVS MESANIVS PINSIT sembra in questa
: . .
apogrifa o almeno ih parte e mal ritoccata ma comunque sia di ciò ;
non credo dubitare del carattere e dello stile di quel grande maestro,
che nella bella città della Laguna si affermò gloriosamente nell'arte.
Il Prof. P.ETRO Paoletti nel suo accuratissimo Catalogo delle RR.
Gallerie di Venezia, Venezia, 1903, pag. 172 afferma che il caratte- ,
ristico originale di Antonello si trova adesso nella Pinacoteca di Mo-
naco (n. 1029 a). Un confronto preciso ed un esame della tecnica fra
le due tavole di Palermo e di Venezia, che credo pure di uguali pro-
porzioni, potrebbe essere utilissimo per definire quali delle due possa
essere uscita dal pennello del messinese d se siano copie del figlio,
Jacopello o di altri suoi discepoli trattandosi indiscutibilmente di due
,
antichi dipinti. 11 Dott. Enrico Brunelli ci ha fatto notare che quella
di Palermo è un « esemplare molto superiore per finezza d'esecuzione
e vigorìa di colore ». La Madonna di Palermo egli osserva ha — —
tunica rossa e manto azzurro mentre le vesti della Madonna di Ve-
,
nezia sono di un'unica tinta, monotona e liscia. La prima ha carat-
tere schiettamente antonellesco la seconda è una copia veneziana
, ,
di un pittore che ricorda Alvise Vivarini ». Ma in tal giudizio occorre
andar cauti, crediamo noi, ritenendo probabili le sorprese che protreb-
ber nascere da un confronto immediato delle due tavole e più ancora
da nuovi documenti.
— 233 —
Un nuovo giudizio sul quadro attribuito ad Antonello.
Leggiamo neWOra. Anno VII, n. 354, venerdì 21 Dicembre 1906:
« Uno Studioso di cose d'arte — V. Fazio Allmayer — ci invia su
un quadro donato di recente al nostro Museo, e la cui attribuzione ad
Antonello da Messina ha suscitato vive discussioni, le seguenti note
che ci piace riprodurre :
« Gli eredi Di Giovanni regalarono ultimamente al nostro Museo
una tavoletta rappresentante « La Madonna Annunziata » attribuita
ad Antonello da Messina. Questa attribuzione (dichiarata dubbia da
vari studiosi) aveva il suo fondamento nel confronto della tavola con
un quadretto del medesimo soggetto che è nella R. Accademia di
Belle Arti a Venezia, firmato:
Antonellvs Mesanivs pinsit {sic).
Ma il Jacobsen, il Brunelli, il Frissoni ed altri studiosi italiani
hanno sospettato della autenticità di questa firma che è a caratteri
sfacciatamente grandi, quali il messinese non usò mai. Oltre a ciò il
tipo della Madonna ed il modo di dipingere son molto differenti dal
modo e dal tipo d'Antonello. A questo fatto si aggiunga che risulta
da documenti di recente venuti in luce che altri usò la firma di An-
tonellus Messaneus.
Uno di questi (sarebbero tre secondo il Brunelli) fu Antonio de
Saliba o de Saliva (e non Resaliba) che come il grande Antonello si
recò a studiare ed a lavorare a Venezia, e fu pittore non del tutto
mediocre.
Le sue Madonne riproducono il tipo preferito da Cima di Cone-
gliano.
Essendo questo il tipo della madonna Di Giovanni (chiamiamola
così) venne a me il sospetto che questa potesse attribuirsi al sopra
detto Antonio de Saliva.
Esaminato più attentamente il dipinto ho avuta la fortuna di po-
ter leggere in esso ciò che io non esito a chiamare la firma dell'au-
tore.
Infatti nel libro posto dinanzi la Madonna mentre nell'un foglio
i caratteri son visti dal riguardante a rovescio e nella dovuta incHna-
zìone, nell'altro foglio svoltato a margine essi sono posti nel senso
di chi guarda ed in una inclinazione artifiziosa. Leggesi in questo
— 234 —
rigo chiaramente: aliva pinsit me; ed innanzi la prima a la coda del-
VS cancellata in alto da restauri o da altro.
Confortato da questa segnatura e dalla assolata somiglianza dei
tipi, che per me è ragione altrettanto valida, credo di poter fare le
seguenti ipotesi:
1. Che il quadro piuttosto che ad Antonello appartenga ad An-
tonio Saliva (e preferisco Antonio a Pietro de Saliva perchè per
quanto il quadro non sia scevro di scorrezione specialmente nel di-
segno delle mani non è privo di qualche bellezza".
2. Che esso appartenga all'età giovanile di questo pittore quan-
d'egli dipingeva con maggiore accuratezza ed abilità, cioè nello scor-
cio del sec. XV.
3. Che il quadro di Palermo sia 1' originale e quello di Venezia
una copia. A questa ipotesi mi conduce prima il fatto che in questo
quadro avremmo la firma dell' autore vera in quanto che posta in
luogo tale e con caratteri tali da non ingenerare dubbio di falso,
mentre nell'altra è evidentemente falsificata; secondo l'esame del la-
voro (per quanto m' è possibile vedere da una fotografia) dal quale
esame apparisce che le pieghe del dipinto veneziano sono molto più
dure di quelle del nostro, come è proprio d'una copia dove il pittore
invece di osservare il gioco graduato delle luci traccia il percorso e
limita la lunghezza delle righe ombrate, che il collo della nostra Ma-
donna termina con un leggero arco in alto così che meglio attacca la
testa,mentre non essendo stato dal copista notato quest' arco nel-
r ombra, nel dipinto veneziano il collo è tagliato in linea retta in
alto attaccando male la testa »,
Scoperta archeologica a Tindari.
In occasione di lavori agricoli nella proprietà dei fratelli Greco a
Tindari sono state di recente scoperte sei tombe dell'epoca romana. Lo-
devolmente i proprietarii hanno sospesa la continuazione dei lavori,
denunziando l'importante scoperta alle autorità superiori. L' ufficio re-
gionale per le antichità e belle arti si è mostrato premuroso di pro-
cedere alla constatazione del caso.
Per la conservazione dei monumenti-
L'ing. Rao ff. direttore dell'ufficio ragionale per la conservazione
dei monumenti in Sicilia ha comunicato il risultato della ispezione
eseguita dall'architetto Valenti sulle condizioni della chiesa delle Ani-
— 235 —
me del Purgatorio in Messina di patronato Cassibile. Egli propone
che a norma di legge s' impedisca la demolizione della cupola conte-
nente gli affreschi del Giordano, i quali (quelli specialmente non tor-
mentati dai ritocchi del Celi) si rivelano d'un certo pregio e segnano
un periodo della storia dell' arte messinese nei secoli XVIII e XIX.
La cupola, malgrado fosse stata sensibilmente danneggiata dagli ultimi
terremoti, trovasi in uno stato non deplorevole e facilmente riparabile.
Il che trovasi ora in via di esecuzione sotto la direzione del no-
stro socio Ing.<= Enrico Fleres.
E.
L'incendio delia Parrocciiia del villaggio Gesso-
Nelle prime ore del mattino del 25 dicembre 1906 — in seguito alle
lunzioni sacre della notte di Natale — un violentissimo incendio dan-
neggiava assai gravemente la chiesa madre del villaggio Gesso , nel
nostro Comune, distruggendo del tutto la nave traversa.
La chiesa di Gesso, dedicata a S. Antonio Abate, è forse la piìi
bella tra tutte le chiese dei villaggi di Messina , tanto per le decora-
zioni a stucchi , che per le pitture e per la vastità. Essa è a tre na-
vate ,
con colonne di granito di Bauso, e presenta sei altari per lato,
più altri cinque nel T : in centro alla volta della nave centrale ha un
grande quadrone rettangolare (or danneggiato dal fumo) nel quale gli
artisti Salvatore e Giuseppe Mazzarese dipinsero il tradizionale arrivo
del quadro di S. Antonio a Gesso.
La antica chiesa parrocchiale del villaggio però non era questa,
ma quella di S. Francesco di Paola (nel convento ora soppresso) fon-
data l'anno 1587 come si ha documenti. La chiesa di S. Antonio fu
iniziata il giorno del Santo (17 gennaio) dell'anno 1612, come si legge
nella base dei due pilastri esterni della chiesa, e dopo i lavori — non
brevi al certo — si trasferì in essa la parrocchia ed il quadro di S. An-
tonio. Questa tavola or più non esiste, essendo rimasta distrutta dal fuo-
co: essa era ritenuta del 500 (i) ed andò perduta con una statua del Ti-
tolare stesso, in legno, giudicata buon lavoro del 600.
(r) Così nell'opera Messina e Dintorni. Guida a cura del Muni-
cipio, pag. 401 (Messina, 1902). In quest'opera però; il quadro di
S, Antonio è detto raffigurante S. Nicolò, il che non è esalto.
— 236 —
L'incendio che ora ci privò di questi lavori, non risparmiò intanto
la tettoja delia nave traversa, tutta a rosoni in legname, e con in cen-
tro un S. Antonio, dipinto da Antonino Catalano. Non si salvarono nem-
meno gli afireschi di Giovanni Tuccari, e andò anche perduto il Coro,
intagliato nel 1714. Restò generalmente danneggiato il resto della chiesa,
ma si risparmiò una statuetta della Madonna del Soccorso, lavoro del
secolo XVII, in marmo bianco, qui trasferita dalla chiesa del Soccorso, or
diruta. Si salvò pure una grande tela di Giuseppe Paladino, poco in-
teressante, dipinta nel 1769. ed esprimente la Strage degl' Innocenti.
La Sagrestia della chiesa venne rispettata, per sorte, dall'incendio.
Così, non danni la tela della Madonna del Soccorso, dipinta per
soffrì
la chiesa dei Cappuccini da Onofrio Gabriello, e che si rende anche
interessante perchè allude alla rivoluzione dei Merli e Malvizi in Mes-
sina. Si salvò pure una tela di Giovanni Tuccari (1667-1743), espri-
mente S. Antonio, e così firmata:
JOVANES TVCCARI PINXIT
V
PRO SVA DEOTIONE
Chiudo poi coli 'annunzio che andarono salvi, per sorte, i Registri
antichi della parrocchia, che ci danno l'atto di nascita e quello di morte
di Onofrio Gabriello (1619 — 1706) il valoroso pittore ed ingegnere
che lasciò tanto buon nome — oltre che in Sicilia — a Venezia, An-
cona, Padova, Mantova, Roma e fino in Francia, quando dovette esu-
lare per aver difeso la patria contro la Spagna (i). Restituitosi in Mes-
sina dopo l'indulto di Filippo V, non volle più assistere alle sventure
della patria, e preferì ritirarsi nella quiete di Gesso, dove chiuse i
(i) Ecco l'atto di nascita, già conosciuto dal D."" Carmelo La Fa-
rina :
Anno domìni millesimo sexgentesimo decimo nono, die quarta
mensis aprilis.
Ego, D. Nicolaus Antoninus de Gregorio, Cappellaniis hujus ma-
tricis ac parochialis ecclesìae Sancii A7itotiii Abbatis, ruris Gypsi, bap-
tizavi infajitulum nalimi sub die secunda praesentis mensis mi impo- ,
situm fuit nonien Onofrius, filius cujtisdem Ioannis Maria et Fran-
cischellae Gabriele, hujus diclae Pareciae. Et compater fuit niagnificus
Hyeronimus Taranai, messanensis, E
dieta parecia obstetri.r Vincentia
Raffa,
— 287 —
suoi giorni, restando sepolto nella chiesa di S. Francesco di Paola (i),
dove nulla lo ricorda. Forse pur le sue ceneri non vi ebbero completo
riposo e vennero disperse dai frati, poiché costoro nel 1747 rifecero
dalle fondamenta ed ampliarono la chiesa del loro convento, e nes-
suna traccia di antico in essa or si rileva !
Il Comune ed i fedeli intanto, animati dai bisogni della Chiesa
Madre or sì danneggiata, già provvedono al riattamento dei locali,
mentre la parrocchia è stata trasferita temporaneamente nella vicina
chiesa di Gesù e Maria, fondata dal P. Antonio Fermo, nativo del
Gesso, II 574-1 636) e tanto noto in Messina come fondatore di chiese.
G. La Corte-Caiiler.
(i) Ed ecco l'atto di morte, che ci precisa anche la chiesa dove
fu sepolto r artista :
Anno Domìni ìnillesiino septingentesitno sexlo, die vigesiina sexta
septembris, D. Onofrius Gabriele, hiijus terrae Gypsi, migrarit ex hac
ad ìiielioreni Z'itani, cmn reccpisset ciincta sanclae vialris ecclesiae sa-
cramen/a. Cujus corpus sepultum fuit in ecclesia venerabili conventus Sancii
Francisci de Paula, hujus praedictae Terrae Gypsi.
—JoO^X^c»—
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
L. Lombardo, L'Alemanna nelV architettura medioevale (In Atti della
R. Accademia Peloritana, Voi. XXI, fase. 1-2 (Messina, 1906).
Tutti gli scrittori messinesi, in epoche diverse, hanno fatto cenno
della chiesa di S. Maria dell'Alemanna, ma, come spesso si è veri-
ficato fra noi, gli scrittori tutti si sono copiati 1' un con l'altro, e
senza curarsi d'indagini nuove in archivi o di studi sul posto,
han data assai scarsa e disparata luce sulla storia di quella chiesa.
Anzi, mentre il Morabito ha creduto che questa sia stata già un
Pantheon dei Gentili, il Samperi si affretta a ribadire l'argomento, ed
addita sulla porta della chiesa alcune divinità mitologiche che non
esistono affatto ! Di questo passo quindi, si sapeva che 1' Alemanna
era un monumento di valore; gli scrittori anche recenti la notavano
nelle loro Guide, Comune comprava il
il locale per conservarlo, affi-
dandolo ora ad un custode, ma nessuno fino ad oggi si era data la
cura d'illustrare largamente il monumento, dimostrando al pubblico il
perchè del suo valore.
A mettere in evidenza l'importanza storico-artistica dell'Alemanna,
si accinse ora assai lodevolmente l' Ing. Luigi Lombardo-Pellegrino,
il quale, con vero entusiasmo, si è dato a frugare in archivii pubblici
e privati e, dopo aver lungamente studiato anche il monumento in
tutti i suoi dettagli, ora ci offre un prezioso studio che riesce del
tutto nuovo e che irradia d'una luce affatto sconosciuta questo gioiello
d'arte che noi possediamo.
Spigoliamo dal lavoro del Lombardo.
Nel 1197 i cavalieri teutonici fondarono in Messina un loro Ospe-
dale, ed occuparono una chiesa già esistente; chiesa e ospedale che
presero nome di S. M. dell'Alemanna, dai tedeschi che li possedeva-
no. Dietro la soppressione dell'ordine medesimo, tutto venne aggre-
gato alla Commenda di Palermo, ma nel 1605 il culto della chiesa
restò affidato alla vicina Casa di S. Angelo dei Rossi. In seguito al
terremoto del 1783, caduto il tetto e la facciata, cominciò l'abban-
dono della chiesa e questa fu ceduta in affitto ad uso di magazzino
,
di doghe sebbene autorevoli ed amorosi cittadini abbiano alzata la
:
voce per tanta incuria il Comune non si decideva che nel 1874
,
— 239 -
a comprare il monumento ed allora lo riparava provvisoriamente dalle
intemperie.
Dallo studio del Lombardo, si trae chiaramente che il prospetto
della chiesa, ora perduto, comprendeva due toni quadrate con in
mezzo un portico sul quale si apriva una finestra; sotto il portico era
r ingresso principale decorato dalla porta a figure e rilievi che è ora
al ]\Iuseo. — L' interno , attualmente , è privo della volta antica : la
chiesa è tutta in pietre squadrate , con pianta a sala , divisa in tre
navate con archi a sesto acuto , il tutto di sorprendente effetto per
il movimento e la grande armonia dell'insieme. I capitelli delle co-
lonne, a forma di calice, sono riccamente e delicatamente scolpiti.
Gli avanzi architettonici di questa chiesa, — fino ad ora guardati
quasi con indifferenza — vengono rivendicati intanto alla loro alta
importanza dietro lo studio del Lombardo , il quale viene alla con-
clusione che r Alemanna è il più interessante tipo architettonico del
secolo XII che forse esista in Sicilia. Questo tipo, che è del tutto
nuovo, riunì e fuse l'elemento greco e quello latino, e riproduce
quindi anche il momento storico dell' Isola al secolo XII, nel mentre
ci offre il tipo più completo del gotico primitivo, con i suoi capitelli
a iorma di calici preludianti i capitelli gotici. L'Alemanna finalmente
non è una importazione tedesca , come s'era creduto, ma è creazione
nostra, è un raggio luminoso — scrive il Lombardo — della grande
anima di questo popolo siciliano tanto geniale quanto sventurato.
Ed ora l'augurio che 1' Alemanna , illustrata così da competente,
venga conservata dal Comune in modo più adeguato alla sua alta
importanza, e che quei ruderi maestosi restino ancora per documen-
tare alle generazioni future il grado di civiltà cui seppe assurgere
Messina nei secoli passati.
V, Raciti-Romeo, S. Venera V. M. nella storia e nel cullo dei popoli
(Acireale, 1905).
Era le fonti alle quali è da attingere per la compilazione della
vita di S. Venera, Veneranda o Parasceve, occupa per noi di Sicilia
il primo posto il testo greco del 1308 scritto dal monaco Daniele,
basiliano del SS. Salvatore dei Greci di Messino, sebbene esistano
altri codici più antichi. Questo nostro — or conservato nella R. Bi-
blioteca Universitaria —è anche pregevole per i disegni ed i fregi che
lo adornano, e contiene pure un commento anonimo del Salterio Davi-
— 240 —
dico, nel IV secolo, in caratteri onciali
scritto in un foglio : reca il
monaco Daniele.
ritratto del
Animato dalle tante discussioni, anticlie e moderne, sulla vita e
martirio di S. Venera, e spinto ancora da patrio affetto, il dotto Can.
Vincenzo Raciti Romeo, da Acireale, si è dato ad illustrare con com-
petenza la vita della Protettrice della città sua e, pubblicando per
intero il testo greco del monaco Daniele con a Iato analoga tradu-
zione, consegnava un bel volume di ricerche lunghissime, ricco dì
critica e di notizie storiche.
S. Venera adunque nacque in Acireale, e non a Castroreale,
come una tradizione — sfatata pur dai Bollandisti — aveva asserito.
In epoca assai antica, Aci iniziò un culto speciale alla sua concittadina,
e nei primi anni del seicento lo aumentò, fino a quando i Giurati
della città ottennero una reliquia, che venne riposta nel Duomo in
apposita teca d'argento lavorata da Andrea de Mauro '16511. Allora
S. Venera venne acclamata protettrice di Acireale.
Non mancò intanto Messina — con i suoi numerosi artisti — ad
aiutare la consorella città nelle manifestazioni di tanto entusiasmo
religioso. Il 10 luglio 1651 i Giurati di Acireale deliberavano di do-
versi fare una statila (V argento della vtìglior forma et modo che sia
possibile, dove si havcrà da inestare la reliquia, ed il 31 luglio 1654
ne davano l'incarico all'orefice, argentiere e cesellatore messinese Mario
D'Angelo (\), il quale la consegnai in luglio 1655, riuscendo una vera
opera d'arte che poi andò ad arricchirsi di doni , tra i quali è note-
vole uno smalto con la Madonna della Lettera , donato dalla città di
Messina. (2).
Non bastava però la statua per le rituali processioni, ed allora si
pensò alla costruzione di un ferculo d'argento^ del quale fu dato in-
carico allo stesso D'Angelo ed a Girolamo Carnazza, anch' egli mes-
sinese, (1659) ma questi non lo completarono, e venne finito invece du
(i) Atti di N."" Fabio La Leotta, in Acireale.
fa) Il Raciti Romeo
documenti intorno questa costru-
pubblica i
zione, e dà la l'iproduzione della statua medesima. Ricorda poi che
la incarnatura di essa venne ritoccata dal pittore Giovan Francesco Boc-
caccini da Messina. Osserviamo che il Boccaccini, valoroso tenore e
buon pittore, non era messinese ma pistoiese, ma che in Messina visse
lungamente e morì.
- 241 -
rante gli anni 1780-S3 da vito Blandano ,
pur da Messina, (i) mentre
più tardi gli artisti Rocca, da Aci, compivano la coppa delle reliquie.
Nel Duomo intanto, si pensava a rizzare una cappella alla Santa,
ed a decorarla veniva dato incarico ad altro messinese, ad Antonino
Filocamo, scolaro di Carlo Maratta. Questi dipingeva nel 171 1 tutta
a cappella, e la fregiava anche d'una tela all'altare, in sostituzione di
quella che vi aveva dipinto Giacinto Platania. E in quella cappella
sono custodite anche le reliquie di S. Venera, tra le quali una, con-
servata in teca d'argento, che fu dono dei Basiliani del SS. Salvatore
di Messina.
Ricordo ancora che il 26 luglio 1665 ebbe luogo una festa solenne
in onore di S. Venera, e tale festa si effettui emulando, per quanto gli
è possibile, gli aìumirandi fasti e gloriose pompe della Nobile ed Esem-
plare città di Messina nella solennità della Sagra Lettera. Così Messina
veniva in quei tempi additata a tipo per la ricchezza e sontuosità dei
suoi festeggiam.enti !
Chiudo con una osservazione. Il Raciti-Romeo dopo avere pas-
sato in rassegna le chiese erette in Sicilia ed altrove in onore di S,
Venera, accenna a quella di I\Iessina, servendosi delle notizie assai
sparute del Pirri, ed accenna poi ad una immagine di S. Venera nella
distrutta chiesa di S. Caterina dei Greci.
. La chiesetta di S. Venera — assai antica d' origine — ancora
esiste in IMessina, ma è dedicata ora a S. Onofrio anacoreta e resta
in Via S. Lucia, quasi rimpetto la chiesa di S. Lucia all' Uccellatore.
Questa chiesa passò ai greci per atto notarile del 21 marzo 1550,
e nel 1629 accolse i becchini per fondarvi una cappella col titolo del
S. Sepolcro. Essa conservava un bellissiiuo ed insigne quadro di Cristo
al monumento, opera di Alfonso Rodriguez, notato dal Gallo, ma questo
andò perduto per terremoti del 17S3 che danneggiarono assai la
i
chiesetta. Siccome in quella catastrofe cadde e non fu piìi ricostruita
la chiesa di S. Onofrio, allora questa di S. Venera venne ceduta ai
confrati di S. Onofrio quali le mutarono il nome, ed ancora la pos-
i
siedono.
Quindi in Messina la chiesa di S. Venera esiste ancora, sebbene
dedicata ad altro Santo. — In quanto al quadro della Santa acese
notato in S. Caterina dei Greci, non so dove sia andato a finire dopo
(i) Il ferculo è riprodotto anche in fotoincisione.
— 242 —
la demolizione della chiesa medesima. E chi sa qual sorte abbiano
avuto tante altre pitture di stile greco e molto antiche che colà si
veneravano !
D.il complesso di questo cenno ,
può arguirsi che il lavoro del
Raciti-Romeo interessi anche la nostra Messina : nel suo insieme poi,
è d'interesse generale, ed è condotto con molta dottrina e critica non
comune.
BoNTEMPo B. , Memorie patrie di Alcara li Fusi, Guida storica e
descrittiva. Parte I (Palermo, 1906).
Il Prof. Basilio Bontempo — noto scrittore che io additai a pro-
posito del Dizionario del Nicotra -- si è dato con lode alla patriottica
impresa d'illustrare il suo paese natio, Alcara li Fusi, nella Provincia
di Messina, ed ha già consegnato alle stampe una Parte I del suo
lavoro.
Alcara sorge a 350 metri sul mare, a pie d'una gigantesca roccia,
in una posizione amena ed incantevole per i suoi panorami ; essa
conta circa 4000 abitanti, e dista 17 Cm. di via mulattiera dalla più
vicina stazione ferroviaria, che è quella di S. Agata di Militello. Fon-
data in epoca assai antica accanto ad un castello, Alcara occupò forse
l'area dell'antica Demenna, ma nulla si sa di preciso. Solo è note-
vole che in tutto il territorio del Comune si rinvengone spesso cera-
miche, bronzi, monete ecc. che, convenientemente raccolti e studiati,
potrebbero dare ampia luce sulle origini della città.
Assai interessanti sono gli avanzi dell'antico Castel Turio o 7"?^-
riano, con a nord-ovest altri ruderi di abitazioni non meno antichi :
attaccata al castello è una antica chiesa dedicata alla SS. Trinità.
Altre antichità notevoli erano sino a pochi anni addietro nella con-
trada Crasto (dove si vuole sia stata la città di Demenna) e dove il
rinvenimento di antichità sepolte è più numeroso. La grotta detta del
Lauro è di assai bello effetto per le stallattiti che vi si trovano.
Alcara ha ancora 17 chiese, ed aveva due conventi ed un mona-
stero ora soppressi. I Minori Conventuali avevano eretto un con-
vento dedicato a S. Michele nel 1523 , ed altro convento si dovette
ai Cappuccini (1574) ; il monastero di Benedettine era stato fondato
nel 15S0. La Chies.\ dei Cappuccini , abbandonata, conserva una
— 24a -
bellissima Custodia in legno, scolpita ed intarsiata da un ignoto frate,
e vari quadri interessanti sono sugli altri altari ; la sagrestia è ricca di
arredi e paramenti sacri.
Più notevole è la Chiesa madre, con bella porta intagliata, sulla
quale sta una statuetta dell'Assunta. L'interno è a tre navate, e contiene
due belli mausolei, l'uno eretto all'arciprete D. Pietro Angelo Ferretti
(1661) e l'altro — piià ricco di statue e decorazioni — alzato in me-
moria dell'arciprete D. Francesco Mileti (1669). — Interessante e la
Cappella di S. Nicolò Politi il quale — come notammo altra volta —
era un santo romito da Adernò vissuto sul monte Calanna, nei pressi
di Alcara. Morto nel 1167, nella grotta venne rinvenuto il libro delle
sue preghiere scritto in pergamena , ed allora quei fogli furon divisi
tra Adernò e Alcara dove ancora si trovano (i) mentre da recente
furono tradotti dal Matranga. La fede adunque per il romito Nicolò,
decise la erezione di una bella cappella nel 1632 , ornata di statue ,
dorature ed affreschi del Guasto, da Regalbuto. Il quadro del Santo
fu dipinto dal Damiani. —A destra di questa Cappella sorge 1' altra
più antica, nella quale è il corpo del romito chiuso in una cassa d'ar-
gento lavorato a Catania nel 1581 ; la statua, letteralmente coperta di
doni, è scultura del Giufìrè , messinese. — T,a chiesa madre poi è
ricca di arredi sacri di molto valore, ed ora conserva un quadro del-
1 Epifania, già in S. Michele dei Minori Conventuali , notato dal Ni-
cotra ma Bontempo medesimo (2). Il quale inoltre non
sfuggito al
ricorda, nella Chiesa del Rosario — dove c'è una pregevole statua
in marmo della Madonna della Catena il quadro della Visitazione —
dipinto da Giuseppe Tommasi nel 1667, ed ancor citato dal Nicotra.
Il Bontempo menziona ancora la Chiesa di S. Pantaleone, ricca
di marmi, con artistico quadro all'altare maggiore e con bel simulacro
del Cristo morto, solito portarsi in processione il Venerdì santo. Ac-
(i) Da qualche tempo si sta provvedendo a riunire gli avanzi di
questo libre e di conservare il tutto convenientemente considerato ,
anche che —
a parte la fede religiosa quelle pergamene sono tra —
le più antiche di Sicilia. Ma, Adernò dovrà cedere ad Alcara le sue
pergamene, o viceversa ? S'è scatenata già una bufera tra i due Co-
muni, e fino adesso nulla s'è concretato.
(2} Nicotra F., Dizionario illustrato dei Comuni Siciliani, pag. 217
a 225.
^ 244 —
cenna alla Chiesa del Monastero, già dalle Benedettine , che ha
marmi, stucchi ed un altare maggiore artistico e belio, mentre quella
di S. Michele (dov'era il quadro dell'Epifania ora nella Chiesa madre)
ha un bel soffitto in legno dipinto, ed una bella statua dell'Immaco-
lata. Nella chiesa di S. Nicolò di Bari (chiusa al culto) è un prege-
vole Crocifisso a rilievo ; in quella di S. Vincenzo è un antichissimo
Ecce Homo; in S. Giovanni il quadro dell'altare maggiore è anti-
chissimo.
Avanzi medioevali si osservano poi in Alcara nella Fm Donadei,
in Via Cosmano^ in Vìa S. 'Martino e in l'ìa Forno. In casa del Sig.
De Bartolo Manfredi fu Francesco esiste la copia della concessione
dello stato di Alcara fatta da Re Ruggiero all'Arcivescovo di Messina,
transuntata nel 1422 agli atti di Notar Bartolomeo Bc Siicaratasi da
Messina. Osservo che dovette essere mal letto il cognome di tale
notaro, che invece è De Zuccaratis : gli Atti di costui però in Mes-
sina più non esistono, ed or la copia posseduta del Di Bartolo assume
maggiore importanza. Meriterebbe di essere studiata e — se del
caso — pubblicata.
Lo studio del Bontempo non si ferma però a quanto si è esposto
fino adesso. L' A. ricorda — con molti particolari — la rivoluzione
del 1860 in Alcara, notando vittime e patrioti!, colpevoli e prodi ; dà
poi uno sguardo all' epoca odierna additando le industrie i commerci
locali, e dopo aver trattato di usi, costumi, pregiudizi, ritiene che Ai-
cara sia stata sede vescovile, e che abbia dato i natali a Papa Leone II
che tante città ci contendono. Dà uno sguardo quindi alla Igiene, alla
Istruzione pubblica, alle Opere pie, all'Amministrazione Comunale, e
chiude con un breve cenno biografico dagl'Illustri alcaresi.
In complesso, il lavoro del Bontempo è prova d'immenso amore
al paese natio, ed è frutto di numerose indagini. Auguriamo intanto
che presto Egli possa completarlo , fornendoci la Parte II che già ci
ha promesso.
G. Savasta, Memorie storiche della città di Paterno. Parte I. Paterno
civile (Catania, 1905) pp. 465.
Il nostro Socio D.'' Gaetano Savasta da Paterno — noto già nel
campo letterario per altri scritti — si occupa con amore e profitto
della storia del suo paese, alla quale nessuno aveva mai pensato, essendo
rimasti inediti o poco noti alcuni cenni più antichi, non sempre fedeli.
— 245 -
Rovistando archivi pubblici e privati, esaminando monumenti , rievo-
cando tradizioni , il Savasta riesce a completare la Parte I del suo
interessante studio, e descrive la Città di Paterno ed i dintorni, ne
discute le origini , ne passa in rassegna le vicende dai più antichi
tempi sino ai nostri giorni , e poi ricorda gli uomiiìi illustri , il tutto
corredato di numerosi documenti editi ed inediti.
La storia di quella Città — tanto legata a Messina anche per le
nostre Famiglie che l'ebbero in feudo — è condotta con criteri scien-
tifici moderni , con serenità di giudizio e con la sicurezza propria di
chi conosce a fondo la storia siciliana dalla quale deve trarre ausilio
per r argomento che tratta. E di tanto amore e dottrina noi esterniamo
le più vive congratulazioni, augurando che presto 1' opera venga com-
pletata con la stampa della Parte II che riuscirà - non ne dubitiamo
— di non meno interesse che la prima.
L. Micali-Arichetta. // soggiorno degV Imperiali di Ger maina iti
Sicilia. (Palermo, 1906;.
In un elegante volumetto edito dalla Società editrice S. Maraffa
Abate e C, il nostro Socio Cav. Letterio Micali Arichetta descrive
minutamente il soggiorno di Guglielmo II e della sua Famiglia nel-
l'Isola durante la primavera del 1905.
L' Imperatore — come ognuno ricorda — giunse nella città nostra
tanto a lui simpatica, il 26 marzo, e dopo due giorni si recò a Taor-
mina, dove prese alloggio all'Hotel Timeo: l'8 aprile era di ritorno a
Messina e da qui si recava di nuovo a Taormina, ritornando e poi
partendo per Palermo (24 aprile) da dove lasciava l'Isola il 28 aprile.
Durante questo soggiorno, abbastanza lungo a Messina e a Taormina,
Guglielmo II e l'Imperatrice visitavano i monumenti più importanti,
gli Istituti di Beneficenza, alcune Famiglie aristocratiche ecc. In Mes-
sina si intrattenevano nel villino del Signor Roberto Sanderson, lungo
la deliziosa riviera del Faro, (contrada Contemplazionei costruito ricca-
mente da poc'ni anni in sito incantevole.
Il Micali, raccogliendo la cronaca di questa dimora in Sicilia, ha
impreso opera utile, ed il suo libro va generalmente lodato per la
copia di notizie messe assieme con cura. Da osservare però che di
Messina — principale soggiorno dell'Imperatore moltissime volte — il
Micali non riproduce che pochi monumenti e non dei più importanti:
Messina infatti non è quella riprodotta a pag. 6, tutt' altro !
- 246 -
Non sappiamo poi da dove il Micali abbia cavato che nel villag-
gio Pace — lungo la riviera del Faro — esiste una chiesa della Ma-
donna della Lettera (pag. io). Invece, la chiesa del villaggio Pace è
quella della Grotta, e la chiesa della S. Lettera è nell'ameno villaggio
di Torre di Faro. Senza dubbio il Micali si è giovato d' un libro che
citeremo in ultimo e che, oltre all'essere poco esatto, provvede — pria
del Micali — ad attaccare e la leggenda della Sacra Lettera e Co-
stantino Lascaris, che da tanti secoli è morto e sepolto ! Osserviamo
poi che la manta d'argento che copre giornalmente il quadro della
Madonna della Lettera nel Duomo non è cosparso di gemme; (pag. io)
né lo astronomo Antonio Maria Jaci mori il 4 febbraio 1S15, come dice
il Micali (pag. 13) ma il 5 febbrajo, come dall'atto di morte esistente
in Messina. Né, finalmente, il quadro di Antonello al Museo è un
trittico (pag. 16) ma una icona ora in cinque e forse già in piti pezzi.
In quanto poi alla chiesa di S. Maria di Basico, che possiede un
quadro attribuito a Tiziano — come scrive il Micali (pag. 15), notiamo
anzitutto che il quadro è al Museo sin dal 1902, mentre non era nella
chiesa di S. Maria di Basico, che é quasi distrutta, ma in quella di S.
Maria dell'Alto... Né, finalmente, il tempio di S. Francesco d'Assisi,
ora restaurato, s' incendiò nel 1883 (pag. 16) ma il 23 luglio iSSd,
giorno di mercoledì, alle ore 15. — Com'è chiaro, il Micali scrive, ser-
vendosi delle pag. 38-40 della Guida-Orario delle Strade Ferrate
della Sicilia pubblicata a Torino nell'aprile 1897, né noi abbiamo in
mente di fargliene forte rimprovero, perchè in complesso egli mira ad
illustrare il soggiorno degli Imperiali in Sicilia e non le Città dove
soggiornava la Imperiale Famiglia.
G. La Corte-Caillep.
Avv. DoTT. Vincenzo Finocckiaro, Cronache, memorie e documenti
inediti relativi alla rivolta di Catania del iSjj. Catania, F. Bat-
tiate, 1907 in 16°
Pasquale Calvi e parecchi altri scrittori, e più specialmente Al-
fonso Sansone, han dato esatto ragguaglio delle turbolenze che fune-
starono la Sicilia nell'anno 1837; ora é la volta dell'egregio Avv. Fi-
nocchiaro, che gii stessi avvenimenti ha impreso a narrare, limitandoli
per esteso alla città di Catania, e per necessaria connessione, tuttoché
sommariamente anche a Siracusa, a Messina e a parecchi altri Comuni
dell'isola. Col suo nuovo lavoro, se ai fatti più salienti di quell'epoca
non porta nuova luce, nuUameno opera abbastanza meritoria ha com-
- U1 -
pluta, sia completando il già noto con tanti altri incidenti non del tutto
pria d'ora rilevati, sia corroborando tutti gli avvenimenti con docu-
menti sincroni, ch'egli ebbe la diligenza e la fortuna di procurarsi.
L' opera quindi del valoroso scrittore catanese si raccomanda as-
sai, e noi la segnaliamo con piacere a tutti gli amatori delle patrie
memorie.
D/ Francesco Fava, // moio calabrese del 1S4J (con documenti noti
ed inediti). Messina, Tip. Nicastro 1906 in 16°.
In un bel volumetto di 259 pagine il Prof. F. Fava si accinge a
trattare anche lui un argomento abbastanza conosciuto, ma che finora
non ha avuto quello svolgimento di che è meritevole. Con serenità di
giudizio, con piena conoscenza dei fatti e delie cause che lo genera-
rono, non che di tutto quanto si è scritto intorno ad esso, con critica
illuminata, il Prof. Fava tratta del moto calabrese e nel suo locale
svolgimento e nelle sue relazioni coi movimenti rivoluzionari che prima
e poscia agitarono l'Italia. I documenti ch'egli pone ora per la prima
volta alla luce sono quasi tutti importanti e da essi trae non poca
luce l'argomento in esame; sicché il lavoro del Fava è meritevole di
molta considerazione, e slam sicuri che incontrerà il pubblico favore.
Per dire poi all'egregio autore tutto il nostro pensiero non pos-
siamo astenerci dal dichiarare che l'intesa fra Messina e Reggio, che
produsse la disgraziata sollevazione delle due città sorelle con la dif-
ferenza di un giorno tra l'una e l'altra, meritava un più ampio svol-
gimento. Del resto il poco che se ne dice è conforme al vero, ed è,
equanimemente giudicato.
Privilegio del gran Conte Ruggiero a favore deWex Monastero di S.
Filippo Grande ed oggi del Coìtsorzio per le acque di vicenda
il
nei villaggi di S. Filippo Superiore, San Filippo Inferiore e Santa
Lucia. Con' conferma ed altre donazioìii del Re Ruggiero I e del-
l' Imperatore Carlo V. Tradotti ed annotati da Giannantonio Man-
datari. Messina, Stab. tip. Crupi, 1906 in 8» gr. a 2 col.
È un documento abbastanza importante della nostra storia, rima-
sto fin'oggi inedito, essendosene perduto l'originale, e la copia auten-
tica, nella traduzione latina, trovantesi interpolata in un atto pubblico
emanato in Bruxelles nel 1554 dall' Imperatore Carlo V, e l'anno ap-
presso esecutoriato in Palermo dal Viceré De Vega, era passata an-
ch'essa inosservata finché lo stimolo dell'interesse per una lite vertente
circa le acque di vicenda in alcuni villaggi del Messinese non sospin-
— ^48 -
èe taluno a farne ricerca e affidarne la pubblicazione al Prof. G. A.
Mandalari. Questi, pubblicandone perciò il testo autenticato come
venne estratto dall' Archivio di Stato di Palermo, vi aggiunse di suo
una fedele traduzione italiana e una discreta copia di annotazioni de-
lucidative molto opportune ed interessanti, L' indice del lavoro ac-
cenna al contenuto dello stesso nei seguenti sette paragrafi: I. De-
creto di esecuzione e di conferma dell'Imperatore Carlo V. — 11° Con-
ferma di Ruggiero I re di Sicilia. — IH" Ricordo della concessione
del privilegio del Conte Ruggiero. — IV. Descrizione della tenuta del
Monastero. — V. Concessione delle acque. — VI. Nuove concessioni.
— VII. Autenticazione.
Vadala Celona Giuseppe, Z^ Fes/e solenni del Corpus Domini nella
Città di 3Iessina. Messina Tip. S. Giuseppe 1906 in 8".
Al ricordo delle feste fatte in Messina sul principio del secolo XX
in onore di Gesù Redentore e a quelle celebrate nella Cinquantenaria
ricorrenza del Domma dell'Immacolato Concepimento l'egregio autore,
con beninteso spirito patriottico, ha voluto far seguire un breve cenno
della commoventissima solennità del Corpus Domini, eh' ebbe luogo
in Messina il 14 Giugno di quest' anno.
Le feste che si celebrano in tutto Torbe cattolico in simile occor-
renza differiscono da luogo a luogo se non nelle ritualità ecclesiastiche
che dappertutto presentano la stessa uniformità, nel modo sicuramente
come il popolo esplica per esse la propria fede. Qui in Messina nort
è trascurabile la parte simbolica che accompagna le due processioni
del giorno solenne e dell' ottavo successivo alla commemorazione del
corpo del Signore, e il Vadala la rileva, la descrive ne' suoi partico-
lari e la spiega confortandola con le notizie più speciose ch'egli ri-
cava dalle patrie tradizioni.
È questo un compito assai lodevole, e l'autore di quest'opuscolo
lo ha adempiuto con molto zelo e con assai competenza. La città di
Messina gliene dovrebbe essere grata.
G. 0.
Giuseppina Roberto (Sonia), Sapienza, Amore e Viriute.
Tesoro di grandiosa verità e di altissima etica sociale, l' opera
gagliarda della gentile pensatrice è eroica battaglia civile , sapiente-
mente combattuta, per assurgere — in virtù dello eterno femminino
— l'Umanità ai suoi luminosi destini.
La Parola tersa, smagliante, entusiastica, semiife elevata, schiude
eccelsi orizzonti di purissimo risollevamento di anirhe e di cuori.
L'Arte, lo splendore dell'Arte, educa elevatamente alla Scienza
del Lavoro e l'Arte diventa sacra missione che seduce le moltitudini
per avviarle al faticoso, incessante cammino della civiltà ascensionale.
L'idea alata, superba, nobile, generosa sospinge alle conquiste, ai
trionfi, alle vittorie di supreme idealità.
li Pensiero , vibrazione possente dei bisogni e delle esigenze
della modernità sociale, è moto, è attività, è apostolato, è propaganda
di sani principi: il Pensiero della geniale scrittrice è azione di mirifica
riedificazione universale.
Paolo Mulfari.
Leopoldo Barboni, « Patrm » viaggio in automobile traverso l'Italia,
libro per i ragazzi pag. 271 Firenze, R. Bemporad e F. 1906.
Pigliando occasione dal viaggio d'istruzione che si immagina fatto
per l'Italia, il Barboni dalla pagina 1S9 in poi scioglie un inno di en-
tusiasmo alla Sicilia.
Il viaggio termina, in questo volume, con l'arrivo e la visita di
Messina, posta all' « entrata del paradiso ». Di Messina son fatti am-
mirare il sito, la corona dei monti che l'attorniano, la passeggiata
sulla marina, il giardino a mare con il gruppo in bronzo ai caduti di
Abba-Carima, le vie principali, piazza del Duomo con la fontana di
Orione, e poi tutta la riviera sino al Faro, il panorama che
vi si gode
dalla Torre, ecc. Ma il libro assume una maggiore importanza, perchè,
con efficacissima arte, è tutto una vigorosa ed entusiastica difesa delle
cose nostre e dei nostri costumi, fatta da un toscano, contro i falsi
pregiudizi di campanilismo e di noncuranza o di disprezzo contro le
nostre regioni.
F. Umberto Saffiotti.
.
BIBLIOGRAFIA MESSINESE
Puntata settima
(Cont. cfr. « Ardi. », VII, 1-2, pp. 163-g)
230. Abbadessa Giuseppe, Gli elogi dei poeti siciliani, scritti
da Filippo Panila, in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1906,
n. s., a. XXXI, fase. MI, pp. 113-69.
Importanti questi Elogi , attorno ai quali ha speso dciwero le
migliori cure il Prof. Abbadessa, desideroso di illustrarli degnamente.
Tra essi vogliono essere in particolar modo richiamati in questo Arch. :
il I: Simeonis Vintimillij Marchionis Hieracij , il IV: Francisci Mau-
rolyci Messanensis, il IX: Colae Bruni Corleonensis (sic , il XV: Salim-
benij Marchesi] Messanensis, il XVI: Scipij Castrij Messanensis, il
XVII: Oregorij lancredij Messanensis., il XXIV: Bartholomaei Spa/a-
forae Messanensis, il XXV: Marci Antoni] Balsami Messanensis, il
XXXVII: Mariani Basilico Messanensis, il XXXVIII : Andreae Vati-
cani Messanensis, il XL: Caesaris Marchesi] Baronis Scalettae, il XLII:
Petri Calvi Messanensis, il XLIII : Pauli Abbatiesae Messanensis, il
XLV: Herculìs Lo Presti Castaniensis, il LUI: Francisci Li] Messa-
nensis, il LXVIII: Vincenti] Roinansoli Turturiciensis, il LXXIX: An-
toni] Branciforti] Raccudiensis, il CVI : /osephi Moletij Messanensis.,
il CX[ : Caesaris Marnili Archiepiscopi Panonnitani Messaìtensis, il
CXII: Antoni] Lombardi Archiepiscopi Messanensis Lilybitae, il CXIV:
Hieronymi Regi] Abbatis S. Luciae Pattormitani .,
il CXXIII: Francisci
Putei Episcopi agrigentini Messanensis e il CXVII: Macthaei Vasarae
Castriregalensis
231. Arenaprimo Giuseppe^ // corteo storico del Senato di
Messina, in Cassetta di Messina e delle Calabrie^ Mes-
sina, 13-4 agosto 1904, a. 42, n. 225.
232. Idem, Le offerte dei Cerei , in Gior ìtale di Sicilia, Pa-
lermo, 13-4 agosto 1904, a. 44, n. 222.
Alla Vergine Assunta a Messina, in ricorrenza della festa di niez-
zagosto.
,
— 251 -
233. Arenaprimo G., Antonello da Messina, in Arte e Storta,
Firenze, 193;, a. XXU[ (V[[ della 3.-^ s.), nn. 13-4, pp. 92-3.
Riassunto ed elogio dello studio inserito dal La Corte Cailler in
questo Ardi., IV, 3-4, pp. 332-441.
234. Idem, Lettere inedite di Maria Carolina, regina delle Due
Sicilie, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s.^ a-
XXIX, fase. 3-4, pp. 343-73.
Sono XXI , dirette a D. Giuseppe Cetera, facoltoso commer-
ciante messinese. L'Arenaprimo le illustra a dovere, rilevandone l'im-
portanza. Cfr. questo Arca., VI, 3-4, p. 367 (G. La Corte Cailler)
235. Idem, Laniplicnncnlo della piassa del Duomo nel secolo
XVI ed il fonte « Orione » in Messina. (Nuovi docu-
menti), in Atti della R. Accademia Peloritana, Messina,
1906, a. accademico CLXXVII-CLXXVIII, voi XX, fase.
II, pp. 269-80.
236. Idem, Messina attraverso i tempi. Il « Ridotto «> al Tea-
tro della « Munizione », in Sicania, Messina, 1906, a. I,
n. 1, pp. 15-7.
Notizie curiose, tratte da documenti inediti;
237. Idem, Retorica popolare, in Sicania, Messina, 1906, a. f
n. 6-7, pp. 3-8.
Illustra storicamente alcune frasi, alcune figure retoriche, che,
vive tuttora nel popolo messinese, ^ rimontano a secoli e secoli ».
Notevole, pei dantofili in ispecie, quanto scrive a proposito dell'espres-
sione: chi w'ó fatili cchiìc di Cirichedda, con cui si suole designare chi
ne ha fatto d'ogni colore, chi ha menato vita troppo licenziosa. Essa,
egli dice, dimostra che anche a Messina « è viva la tradizione di
quella donna del nobile casato della Tosa, la quale rimasta vedova
di un Alidosi da Imola, diede mezzo ad ogni vergogna, per cui si
— 252 —
rese celebre in Firenze ed altrove ai tempi di Dante, che la ricorda
dicendo :
Saria tenuta allor tal meraviglia
Una Cianghella.
È facile, anzi, che la celebrità di cotesta Cianghella sia stata im-
portata dai fuorusciti nobili fiorentini, che dopo le guerre civili del
secolo XIII, si stabilirono in questa città, o dai numerosi e ricchi
mercanti, che, per ragion di commercio, assai prima dei tempi di
Dante, avean qui numerosa colonia con fondachi e banchi proprii, con
confraternita e chiesa » (p. 4).
238. Bassermann Alfredo, Orme di Dante in Italia. Opera
tradotta stilla 2^ edizione tedesca da Egidio Gorra ,
Bologna, EUtta Nicola Zanichelli, 1902; 16°, pp. XII-694.
Commentando In/,, VII, 22-4 (pp. 278-9), osserva: « Certo sem-
bra che lo stretto di Messina sia stato da Dante conosciuto per di-
retta visione » (p. 278).
239. Beltrami-Scalia M. , // generale Giacomo Longo , in
Rivista d' Italia, Roma, 1906, a. IX, voi. Il, pp. 3727,
Il generale Giacomo Longo, morto il 31 luglio 1906, era nato il
9 gennaio 1818 a Napoli, da famiglia messinese.
240. Benso L. G., La Basilica di Stiperga, in Cassetta del
popolo della domenica, Torino, 16 settembre 1906, a. 24,
n. 57, pp. 293 4.
Descrive sommariamente la Basilica, che, com'è risaputo, fu ese-
guita su disegno del messinese Filippo luvara.
241. Bernardini Giorgio , / dipinti italiani nella Galleria
imperiale di Vienna, in Rivista d'Italia, Roma, 1904, a.
VII, voi. II, pp. 965-1014.
Nelle pp. 970-3 parla anche della Deposiziotte (n. 5), ch'egli non
crede di potere attribuire ad Antonello da Messina, perchè vi « si legge
la firma Antonius Messanensis, e questo sol basterebbe a farcela to-
gliere dal novero delle opere del grande artefice, giacché esso^firmò
sempre, per quanto io so, Antonellm 3iessaneus . Ma, oltre a ciò, i
— 253 —
contorni delle membra non sono tagliati netti, come egli usa, le face le
dei profeti ci appariscono troppo tondeggianti e quasi gonfie, le forme
ruvide, materiali, prive di quella somma finitezza e della profondità
d'espressione, che ci ammaliano nelle sue produzioni » (pp. 970-1).
Cfr. però questo Arch., a. V, fase. 1-2, p. 98.
242. Bertacchi Giovanni, Poesie predanii'.sche, con prefa-
zione, Milano, Società editrice Sonzogno, [1906]; 16",
pp. 290. (Nella Biblioteci classica economica, n. 118).
È un' utile raccolta, nella quale figurano anche poesie dei messi-
nesi Guido delle Colonne (pp. 53-7\ Stefano Protonotaro o Pronto
Notaro (pp. 62-6), Mazzeo Ricco (pp. Sr-5), Rugieri d'Amici (pp. 85-7),
Tomaso di Sasso ipp. 87-8) e Odo delle Colonne (pp. 89-90).
243. BoNTEMPELLi MASSIMO, Odi Siciliane, Milano-Palermo-
Napoli, Remo Sandron editore, [1906]; 16°, pp. 21.
Vuole qui essere richiamata l'ode quinta: £>a Giardini a La Mola
(pp. 19-22). Cfr. Helios, Castelvetrano, 1906, a. IX, nn. 17-8, pp. 131-3
(G. Badino).
244. BuRRASCANO M.ARio, Mcnioric storiche-ecclesiastiche di
Castroreale, Palermo, Stabilimento Fratelli Nobile, 19021
16«, pp. 271.
Cfr. questo Arc/i., IV, r-2, pp. 239-40 (L. C).
245. Catalano Michele, La venuta dei Normanni in St-
cilia nella poesia e nella leggenda, Catania, Tip. Si-
cula di Monaco e Mollica, 1903; 8°, pp. 104.
Vi si discorre spesso di cose di Messina. Richiamo in particolar
modo le pp. 51-3, ove è data notizia del poema // Rogiero in Sicilia
(Ancona, Navesi , 1698) del messinese Mario Reitani Spatafora , e le
pp. 84-5, nelle quali è fatto cenno di alcune usanze della nostra città,
per la ricorrenza della festa dell'Assunta.
246. Chinigò G., Commemora 3 ione di Pietro Insoli: Iscri-
zione e parole proemiali, in Atti della R. Accademia
f'cloritana, Messina, 1905, a. accademico CLXXVil-
CLXXVIII, voi li, fase. I, pp. 259-71.
.
— 254 —
247. Chinicò G. Giacomo Galatti, in Gazsetta di Messina e
delle Calabrie, Messina, 9- 10 maggio 1906, a. 44, n. 139.
Elogio biografico, steso con sentito affetto e con giusta ammira-
zione. Cfr. anche questo Arch., VII, 1-2, pp. 151-4 (G. Chinigò, G.
Galatti)
248. CiAFFi Vincenzo, A Taormine, in Genio e follia, Mes-
sina, 27 giugno 1897, a. I, n. 12, p. 93.
Versi in francese.
249. Grimi ]Lo Giudice, Cronache di folk-loorismo. Canti
popolari di Naso (Messina), in Sicania, Messina, 1906,
a. I, n. 3, p. 8.
250. Crino Sebastiano, Una « Carta da navigare » di Pia-
cidiis Caloiro et Oliva fatta in Messina nel 1638, in
Arch. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s., a. XXX, fase.
II-III, pp. 290-7.
Questa Carta da navigare è posseduta dalla Società siciliana di
storia patria. Il Crino la illustra con vera competenza e così riassume
i suoi apprezzamenti : « Possiamo conchiudere che la nostra carta sia
per la nomenclatura dei nomi, sia per la esecuzione artistica, sia an-
che per una particolare indicazione di declinazione magnetica diversa
da quella di altre Carte costruite precedentemente , abbia molto di
originale » (p. 297).
251. Idem, Portolani inediti in lingua volgare e spagnuola.
Il portolano militare di Alfonso Ventimiglia, in Atti
della R. Acc. Peloritana, Messina, 1906, a. accademico
CLXXVIIICLXXIX, voi. XXI, fase. I, (19O6), pp. 237-
306.
Lavoro importante sia per l'abbondanza delle notizie nuove , che
vi sono raccolte, sia per la bontà delle osservazioni , che il Crino va
via via facendo. Notevole è nel Portolano del Ventimiglia , nativo di
Palermo, la speciale lode, ch'egli attribuisce alla liberalità dei Messinesi,
pronunziando così un giudizio, di cui bisogna tenere il debito conto,
date le rivalità del seicento tra Messina e Palermo. Cfr. p. 275, n. i=^.
— 255 —
252. CuciNOTTA Ernesto, Messine: S. Gregorio^ in l.a Si-
Cile illtistrée, Palermo, 1906, a. 3, nn. 8-9, pp. 25-6.
Notizie in francese con due incisioni.
253. CuTRERA Antonino, Storia delia prostiUi.mone in Si-
cilia. Monografia storico- giuridica, con documenti ine-
diti e piante topografiche della città di Palermo, Mi-
lano-Palermo-Napoli, Remo Sandron editore (Palermo^
Tip. F. Andò), 1903; 16°, pp. 286.
Per Messina cfr. principalmente le pp. 37, 44-6, 58-9, 64-5, 8r,
90, 107-8, 142, 183.
254. De Matteo Letterio, Lu chiantu di Mis'=iina, Mes-
sina, Tip. dell'Operaio, 1906; 16°, pp. 16.
Ottave e quartine in dialetto siciliano, ispirate dalle presenti con-
dizioni economiche e morali della città.
255. Di Marzo Gioacchino, Di un quadro di Antonello da
Messina in Ragusa inferiore, in La Sic ile illusi rèe
Palermo, 1906, a. 3, un. 1-2, p. 6.
Giudica opera di Antonello un quadro della Vergine seduta col
bambino sulle braccia, da lui visto prima a Messina presso l'ingegnere
Arena e poi comperato dal Barone di Donnafugata dalla cui erede ,
Donna Maria Marnilo Manganello oggi è posseduto nel suo palazzo a
Ragusa Inferiore.
236. Idem, Di una pretesa scoperta di un dipinto di Anto-
nello da Messina, in Giornale di Sicilia, Palermo, 20-21
marzo 1904, a. 44, n. 80.
Discordando dal La Corte -Cailler , non crede di identificare a
Ficarra (provincia di Messina) un dipinto creduto di Antonello,
257. Di Matteo Ignazio, Conti inediti riguardanti la co-
niazione dei piccoli della Regia Zecca di Messina nel-
l'anno 1461, in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1906, n.
s., a. XXX. fase. IV, pp. 517-47.
Importante.
— 256 —
258. Fauguet Emile, Momiìiients ìiormaìides cu Sic/le, in
La Stale illtistrée, Palermo, 1906, a. 3. nn. 1-2, p. 6.
Tra altro, ricorda la Cattedrale e la Badiazza di Messina. Dell'in-
terno di quest'ultima offre una bella incisione.
259. Fava Francesco, // moto calabrese del 1847. [Con
dociunenti noli ed inedili), Messina, Tipografia F. Ni-
castro, 1906; 8°, pp. [IV-] 260.
Contiene frequenti richiami all'insurrezione del i" settembre 1847
a Messina. Giova dunque a illustrare i rapporti , che intercedevano
tra i patriotti messinesi e i calabresi.
260. Fazio G., Memorie giovanili della rivolusioìie siciliana
e della guerra del 1860, Spezia, Tipografia di Fran-
cesco Zappa, 1901; 8°, pp. lX-123, con ritratto.
Cfr. principalmente nella seconda parte del volume il capo III :
Da Palermo a Milazzo (pp. 56-62) e il capo IV : Messina (pp. 62-7).
261. Calati Gwjsf.p'p'e. J^Vamministrasiione della ginstisia
nel distretto della Corte d'Appello di Messina nell'anno
1904. Relazione alla Corte riunita in assemblea ge-
nerale, li 9 gennajo 1905, Messina, Prem. stab. tip.
Giuseppe Crupi, 1905; 8°, pp. 91.
262. GiuFFRÈ F. Italo, Per un poeta dimenticato. (Eliodo-
ro Lombardi), S. Maria Capua Vetere, Casa editrice
della « Gioventù » di C. Fossataro, 1906; 16°, pp. 34.
con ritratto. (Nella Biblioteca moderna della « Gio-
ventù », s. II, n. 13).
In questo garbato opuscoletto, che si legge con piacere, si ricorda
tra altro che Eliodoro Lombardi, il quale tenne a Messina due acca-
demie letterarie , fu molto amico dei messinesi Felice Bisazza , Giu-
seppe La Farina e Raffaele Villari. Il Bisazza un giorno tralasciò di
leggere dalla sua cattedra universitaria la Divina Commedia ,
per tes-
serne le lodi, come poeta patriottico (p. 11); il La Farina lo aiutò
— 257 —
aftettuosameiite per fargli ottenere un buon posto nell'insegnamento
(p. 13) ; il Villari nel libro Da Messina al Tirolo ne fa onorevole
cenno '^pp. 14-5).
263. GuARDioNE Francesco, AiUoìicUo da Messina, in L'Ora,
Palermo, 24 5 dicembre 1903, a. V, n. 357.
Lunga e favorévole rassegna del voi. poderoso del Di Marzo,
segnato già al n. 109 di questa Bibliografia.
263 bis. Idem , La rivoluzione di Messina contro la Spagna
{1671-1680). Documenti, Palermo, Alberto Reber (Scuo-
la Tip. « Boccone del Povero »), 1906; 4°, pp. XXXVI-531.
Di questo importante volume e di quello segnato appresso par-
leremo prossimamente.
264. Idem, Storia della rivoluzione di Messina contro la
Spagna {1671-1680), Palermo, Alberto Reber (Co' Tipi
Castellana, Di Stefano et Sanzo), 1907; 4°, pp. XlI-339,
con due tavole.
264 bis. Idem, L' espulsione dei Gesuiti dal regno delle Due
Sicilie nel 1167, con appendice di scritti su Pietro Gian-
none, Catania, Libreria editrice Concetto Battiato di
Francesco Battiato (Coi tipi di C. Calatola), 1907; 16°,
pp. [IV-] 131.
Nei documenti II, III, X, XI, XII, che accompagnano quest'utile
lavoro del Guardione , occorrono parecchie notizie relative ai Gesuiti
a Messina.
265. GuARNERi Andrea, Sulla chiusura dello stretto di
Messina nel caso di guerra, in Giornale di Sicilia, Pa-
lermo, 23-4 gennaio 1904, a. 44, n. 23.
Buone osservazioni. Cfr. anche un altro articolo inserito dallo
stesso Guarneri nell' Araldo italiano di New-York e riprodotto nella
Gazzetta di Messina e delle Calabrie^ Messina, 1904, XLII, 107.
265. GuzzoNi DEGLI Ancarani Arturo, L'insegìtaniento del'
r ostetricia a Messina nel secolo decimonono, in Atti
— 2c8 —
della R. Accademia Pcloritaiia, Messina, 1904, a. acca-
demico CLXXV-CLXXVI, voi. XVIII, (1903-1904),
pp. 83 128.
Notizie copiose e diligenti. Cfr. questo /ìrch. IV, 3-4, pp. 451.
267. Inferrerà Guido, Il rimboschimento dei Peìoritaniy in
relazione con la sistcmasione dei torrenti del messi-
nese, Messina, Tipografia editrice Nicotra, 1901; 4°, pp. 8-
(Estr. dalla Rassegna Tecnica , a. I, n. 10-11).
Osservazioni giustissime.
268. Idem, Sìdla cullura della foresta di Cantaro. (Dalla
« Reiasione all' Amministrasionj Comunale di Mes-
sina »), Messina, Tipografia Nicotra, 1901; 4°, pp. 11.
269. La Corte Cailler Gaetano, La scoperta d'un nuovo
quadro di Antonello da Messina, in Cassetta di Mes-
sina e delle Calabrie, Messina, 11 12 marzo 1904, a. 42,
n. 72.
Crede che a Ficarra ('provincia di Messina) esista un quadro di-
pinto da Antonello. Cfr. dello stesso L. C. C. anche una lettera sul-
l'argomento, inserita nel Giornale di Sicilia, Palermo, 27-S marzo 1904,
a 44, n. 87 {A proposito di Antonello da Messina).
270. Idem, Ancora per un opera di Antonello da Messina,
in Arte e storia, Firenze, 1904, a. XXIII (VII della 3^ s.),
n. 12, p. SI.
A proposito del ritratto virile di Antonello , dipinto nel 1476 ed
esìstente a Milano.
271. Idem, Codici danteschi in Messina nel sec. XV, '\n Arte
e storia, Firenze, 1904, a. XXIII ^VII della 3^ serie)'
nn. 10-11 (15-31 maggio), pp. 67-9.
Quest'articolo si può considerare come diviso in tre parti. Nella
prima l'A., con la scorta di alcuni rogiti esistetiti presso VArch. Pro-
vinciale di Messina , enumera parecchi de aldigerio vissuti a Messina
^ 2o9 -
nella prima metà del sec. XV, ma non stabilisce la loro parentela con
la famiglia del sommo poeta, né indaga se e come essi abbiano potuto
influire nel quattrocento alla diffusione della Divina Commedia nella
città del Peloro. La seconda parte richiama l'esistenza a Messina di
cinque codici danteschi : il primo nel 1367 presso Niccolò di Reggio),
il secondo nel 1449 fpresso il not. Stefano De Avillino) , il terzo nel
145 1 (presso Virgilio De Gioidano^, il quarto nel 1485 (presso Nico-
letta De Pirrone) e il quinto nel 184S (presso la Biblioteca di S. Maria
Maddalena); ma di nessuno son fornite particolari informazioni, eccetto
quella semplicissima della loro ex presenza, pel primo e per l'ultimo
da tempo ben nota per altro agli studiosi e pel secondo da me già
prima richiamata in una pubblicazione per Nozze D' Alia Pitrè {XIX
aprile 1904) ; Per la varia forluna di D. e per la storia della cnllura
a Messina nel sec. XV, Messina, Tip. F. Nicastro, 1904, rimasta sco-
nosciuta al L. C. C, che, nell'ultima parte del suo scritto , intesa a
ripetere la vecchia notizia d'una reliquia delle ceneri di D. , offerta
nel 1865 al Ministro della P. I. Barone Giuseppe Natoli e da questi
portata da Firenze a Messina, nemmeno mostra di conoscere la sesta
delle mie Letterine dantesche , Messina, Libr. editrice A. Trimarchi,
1900, pp. 81-9 : Per una reliquia delle ceneri di D. a 3/essina. Cfr.
questo Ardi.. V, 3-4, pp. 186 7 (G. Oliva-.
272. La Corte Cailler G. , Innocenzo Malignili argentiere^
scultore ed architetto fiorentino, in Arte e storia, Fi
renze, 1904, a. XXIII (VII della "ò^ s.), n. 15, pp. 99-100.
Riassume ed elogia con qualche aggiunta lo studio dell' Arena-
primo, uscito in questo Arch., V, 1-2, pp. 150-7.
273. Idem, // gigante e la gi'gantessa, in Cassetta di Mes-
sina e delle Calabrie, Messina, 13 4 agosto 1904, a. 42,
n. 225.
274. Idem, L'eremo di S. Corrado, in Gassetta di Messina
e delle Calabrie, Messina, lS-19 luglio 1905, a. 43, n. 198.
Notizie.
275. Idem. Un manoscritto autografo di faci, in Cassetta
di Messina e delle Calabrie, Messina, 11- 12 ottobre 1905,
a. 43, n. 283.
Comperato dalla nostra Società.
- 260 —
276. La Cortk Cailler G., Un affresco della battaglia di
Lepanto, in G a ssella di Messina e delle Calabrie, Mes-
sina, 27-28 febbraio 1906, a. XLIV, n. 59.
277. Leanti Giuseppe, Paolo Maura di Mineo e la poesia
satirico-burlesca di Sicilia nel secolo XVII, Avola,
Tip. Eugenio Piazza, 1902; 8°, pp. XII, 289.
11 prof. Leanti in questo lavoro interessante dimostra passione per
le ricerche erudite e attitudine all'esame critico delle opere letterarie,
onde gli va resa debita lode. Dì Messina parla con frequenza ; di pro-
posito vi s'intrattiene nel cap. V della prima parte, riferendo e illu-
strando alcune satire violenti, ispirate dalle rivalità tra Palervio e Mes-
sina nel 6oo (pp. 44-70).
278. Lizio Bruno Letterio, San Meandro il credenzone
svaligiato, nel voi.: Novelle e bossetti di autori ita-
liani viventi, per la maggior parte scritti apposita-
mente, ad uso delle scuole e delle famiglie, pubblicati da
Giuseppe Pinzi, Torino, Libreria Scientifico-letteraria
S. Lattes et C. editori (Tip. Poa e Comp.), 1895; 8°,
pp. 242-53.
Leggenda viva nella contrada di S. Nicandro, lungo la via , che
conduce al Faro.
279. Idem, Di alcuni ingiusti giudisi sulla spedizione dei
settecento siciliani in Calabria nell'anno 1848, in Arch.
stor. siciliano, Palermo, 1905. n. s., a. XXX, fase. II-IIl
pp. 301-320.
Corregge alcune inesattezze , in cui sono caduti parecchi narra-
tori della « generosa quanto infortunata spe<iizione dei settecento gio.
vani che, nella prima metà di giugno partirono da Messina per la
Calabria sotto ilcomando del generale Ignazio Ribotty e con a capo
dello Stato Maggiore Giacomo Longo » (p. 302).
280. Idem, Due antichi monumenti d'arte in Messina, in La
Sicile illustrce, Palermo, 1906, a. 3, nn. 8-9, pp. 17 8.
•5*. Maria La Scala e la Badiazza.
- 261 --
281. LoKcAO Enrico, Stato, chiesa e faniigtìa ut Sicilia^
dalla caduta dell'Impero roniaìio al Regno nonnafitio.
Parte I: Le invasioni vandaliche e il regno dei Goti
con prefazione del prof. Enrico Desta, Palermo, Al-
berto Reber (Stab. Tip. Virzì), 1905; 8°, pp. [VIII-]127.
Interessante molto anche per la storia di Messina.
28J. LoNGO Manganaro Giovanni, Primo settembre^ in* Ge-
nio e follia, Messina, 1° settembre 1897, a. I, n. 16,
pp. 125-7.
Commemorazione del i" Settembre 1847 a Messina.
283. Malgeri Emilio, Tommaso Canni:^saro, in Don Chi-
sciotte, Messina, 18-19 agosto 1906, a. IV, n. 25.
Elogio biografico.
284. Mari Antonino, A proposito del III centenario del « Don
Chisciotte », Santamaria Capua Vetere, Casa editrice
libraria della Gioventù, 1905; 16°, pp. 8. (Estr. dalla ras-
segna Cosmopolita).
Nelle pp. 6-8 il Mari rammenta la dimora del Cervantes a Mes-
sina prima e dopo la battaglia di Lepanto ([571).
285. Martini F., Le condisioni economiche di Messina dii-,
r ante il governo di Carlo VI d' Austria (1719-1734),
in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1904, n. s., a. XXIX,
fase. 1-2, pp. 1-58,
Cfr. questo Arch., VI, 1-2, p. 170 (L. Perroni-Grande).
286. Maruffi Una questione abbandonata. (Considera-
G.,
zioni sui versi 97 -98 del canto XI del « Purgatorio »),
Benevento, Premiata Ditta L. De Martini e figlio, 1901;
8», pp. 36.
Tra altro, combatte l'opinione del Poletto, il quale nel primo de'
due Guidi ricordati da Dante in Piirg., XI, 97-8, ravvisa il messinese
Guido delle Colonne (pp. 12-13).
2^7. Natale Michiìle, Descrisiour. inedita della Sicilia,
scrina da Fra Giacomo da Caltaitissetta nella fine del
secolo XVIJ, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1906, n, s.,
a. XXXI, fase. MI, pp. 273-83.
Interessa anche Messina.
288. NuN.vARi Filippo, // terremoto Calabro messinese, in It
'Secolo, Milano, settembre 1905,- a. 40, nn. 14147, 14150,
14152, 14154.
Fa una buona serie di osservazioni sul movimento sismico del
settembre 1905, indicando come più attendibile causa la idrotermica.
289. Idem, Nel paese della pomice, in // Secolo, Milano, 22
agosto 1906, a. 41, n. 14483.
Sulle cave di pietra pomice a Lipari.
290. Idem, Attraverso le isole Eolie: I bagni di San Calogero,
in // Secolo, Milano, 1", settembre 1906, a. 41, n, 14493.
Garbata notizia.
291. Idem, Attraverso le Eolie: Sul cono di Vulcano, in II
Secolo, Milano, 19 settembre 1906, a. 41, n. 14511.
Utili notizie, provocate da un'ascensione al cratere di Vulcano.
292. Idem, Nel paese dei vulcani: I bagni di S. Calogero,
in Sicania, Messina, 1906, a. I, nn. 6-7, pp. 32-4.
293. Orerò B., Da Pesaro a Messina. Ricordi del J860-6I,
Torino-Genova, Renzo Streglio e C. editori (Venaria
Reale, Stabilimento Tipografico R. Streglio e C), 1905.
8°, pp. 236, con ritratto e quattro tavole.
Cfr. il cap. Vili : Messina (pp. 223-32), ov'è descritta la resa della
cittadella, avvenuta il 13 marzo i86r. Si veda pure la quarta tavola,
che rappresenta Messina e dintorni nel 1861, alla scala i : 12800.
294. Pascoli Giovanni, Una sagra, nel voi.: 31iei pensieri
di varia umanità, Messina, Vincenzo Muglia editore
- 363 -
(Catania, Stab. tip. Cav. S. Di Mattei et C), 1903; 16^
pp. I93bis-216.
É il discorso tenuto dal prof. Pascoli , nella ricorrenza del 350°
anniversario della fondazione dell'Ateneo messinese.
295. Per roni-Gr ANDE L., Per una cannone dì G. Leopardi
proibita dalla censura, in Sicania, Messina, 1906, a. I,
n. l, pp. 23-4.
A Messina.
296. Idem, Sulla conoscenza della « Divina Commedia » a
Messina nel sec. X ]^, in La nuova palestra, Messina,
1906, a. V, n. 7.
Notizie sommarie.
297. Petronio Russo Salvatore, L" Immacolata e la Sici-
lia nelle sue più antiche pergamene, Messina, Libreria
editrice Ant. Trimarchi (Tipi F. Nicastro), 1904; S°,
pp. X1I-66-CXXXVII.
Parecchie pagine interessano Messina. Cfr. questo Arch., VI, 1-2,
p. 168 (G. La Corte-Cailler).
298. Pitrè Giuseppe, Pasquinate, cartelli, motti e canzoni
in Sicilia, in Arch. storico siciliano, Palermo, 1906,
n. s., a. XXXI, fase. MI, pp. 220-72
Lavoro dotto e geniale, come son sempre i lavori del Pitrè. Di
Messina vi si parla quasi in ogni pagina.
299. Platania Giovanni, / cavi telegrafici e le correnti
sottomarine nello Stretto di Messina, in Atti della R.
Acc. Peloritana, Messina, 1905, a. accademico CLXXVII-
CLXXVIII, voi. XX, fase. I, (1905-1906), pp. 206.
Pregevole lavoro, di cui uscì la prima redazione in Riv. marittima,
Roma, agosto-settembre 1904.
300. Pratesi LuigI; Spigolature storiche licatesi. (Da vec-
chie lìiemoì'ie inedile o raye), Licata, Tip. editr. De Pa-
squali, 1905, 8", pp. XV1M8127, con tavola.
Lavoro interessante e fatto con diligenza. Per alcuni rapporti di
Licata con Messina cfr. le pp. 31-2, 50, 58, 68, S6-S, 90.
301. Pratesi L., Tre documenti marinareschi del Principe
Emanuele Filiberto di Savoia. {Anno 1614), Pisa, Ti-
pografia del Cav. F. Mariotti, 1906; 8°, pp. 24. {No3>:e
Bucci- Pratesi).
Il Pratesi li trae da una copia, forse del sec. XVII, esistente
presso l'Archivio Roncioni di Pisa. Hanno tutti e tre la data del
2 settembre 1614 e contengono ordinanze emanate dal giovine ammi-
raglio sabaudo, nel tempo in cui aveva posto la sua sede a Messina,
per aver modo muovere lesto contro Turchi, che dall'Africa,
di i
meglio dalle coste Algero-marocchine, assai spesso piombavano sulle
spiagge della Sicilia e di Malta. Il primo documento « riguarda la
flotta in generale^ composta di 60 Galere e divisa in tre squadre —
avanguardia, battaglia e retroguardia — sotto il comando di altre tta iti
generali spagnuoli » (^p. 8) ; il secondo « è un breve ordine di ciò
che debbono osservare i Capitani delle navi prima di partire dal
porto » (p. 8) ; il terzo « concerne oltre le segnalazioni di notte e
di giorno, fatte con bandiere e con fuoclii tra le navi , l' imbarco di
persone e cose estranee alla flotta, gli uffici de' marinari, l'ordine di
ciascuna Galera durante cammino, l'ancoraggio e molte altre dispo-
il
sizioni siffatte, con la minaccia di severe pene pecuniarie o d'altro
per ogni colp^1>ole sia esso Capitano o soldato » (p. 8),
302. Previtera Alessandro, L'isola. Versi, Messina, Stabi-
'
Tiìiientò d'Arti grafiche « La Sicilia v> editore, 1906; 16",
pp. IV- 159.
Cfr. à auromenium (p. 87), Notte su Io stretto di Messina (pp. 94-5).
Tramonto sìi Io stretto (pp. 96-8), Sul colle de la Caperrina (pp. 120-1!.
303. Raccuglia Salvatore, Acireale durante il regno di
Vittorio Amedeo {^17 13- 17 19), Acireale, Tipografia Ora-
rio delle ferrovie, 1903; 8°, pp. 87.
Quasi ogni pagina di questo pregevole lavoro , che si legge con
- 365 —
piacere e con profìtto , contiene opportuni riferimenti alla storia di
Messina.
304. RoMussi Carlo, Garibaldi nelle medaglie del Museo
del Risorgimento in Milano, Milano, Società editrice
Sonzogno, 1905: 16" fig., pp. 187. (Estr. dal Secolo illu-
strato, nn. 752-773).
Cfr. nel cap. IV la prima parte : Da Milazzo a Messina (pp. 46-
50), nonché le varie medaglie, che, riprodotte qua e là nel volumetto,
ricordano l'opera del Garibaldi nel messinese.
305. Rossi Agostino , Delle cause della sollevazione di
Etifemio contro la doìninamone bisantina in Sicilia, in
Rend. della R. Acc. dei Lincei, 1904, voi. XIII, s. 5-'^, fase.
6'^ e nel voi,: Studj storici, Bologna, Ditta Nicola Za-
nichelli, 1906, 160 ^ pp, 95-145.
La ribellione di Eufemio, cosiddetto da Messina, contro il dominio
bizantino in Sicilia fu causata non da ragioni politiche, ma da risen-
timenti personali. Cfr. questo Ardi. , a. VI , fase. 3-4 , pp. 364-5
(L. Perroni-Grandej.
306. Sacca V^irgilio, Pietro Jnsoli, in Gazzetta di Messina
e delle Calabrie, Messina, 19-20 dicembre 1903, a. 41,
n. 354.
Elogio biografico.
30"^. Idem, Costumi natalizi del '600 in Sicilia, in Natura
ed Arte, Milano, 1903-4, pp. 103-4.
Propriamente a Messina. Il Sacca pubblica come curiosità un do-
cumento tratto dalla Tavola pecuniaria, esistente presso il Municipio
della città.
308. Idem, Una grande associazione pel restauro dei mo-
numenti artistici, in Gazzetta di Messina e delle Cala-
brie, Messina, 9-10 giugno 1905, a. 43, n. 160.
Manifesta una nobilissima idea, propone cioè che a Messina, col
concorso generoso di ognuno, si cosXXiuìscd^ un' Associazione pel restau-
ro dei monumenti artistici della città.
— 3G6 —
309. Sacca V., Le conseguente del terremoto-.Ifreschi dell' An-
iiimsiata, in Cassetta di Messina e delle Calabrie, Mes-
sina, 7-8 ottobre 1905, a. 43, n. 279.
310. Idem, Di Pietro Indoli e dell'opera stia, in Atti della
R. Accademia Peloritana, Messina, 1905, a. accademico
CLXXVII-CLXXVIII, voi. XX, fase. I, pp. 272-91.
311. Idem^ Tramonti silenziosi: Il generale Longo, in Gior-
di Sicilia, Palermo, 5-6 agosto 1906^ a. 46, n. 218.
Nobilissime parole , ispirate dalla morte del senatore generale
Longo, il cui nome risplende nella storia messinese.
312. Idem, I nostri grandi artisti: Tommaso Aloisio Juvara,
in Sicania, Messina, 1906, a. I, rm. 6-7, p. 8, con ritratto-
Breve elogio biografico.
313. Sanna G., Uno statuto suntuario messinese del 1272
illustrato, nella miscellanea: Nusse Labate-Contestabile:
XXIX maggio MDCCCXCIX, Trani, Tipografia V. Vec-
chi, 1S99; 4° , pp. 25-62.
Preceduto e seguilo da ampie notizie illustrative, dà il testo con-
dotto criticamente su queste quattro fonti : i^ il codice trapanese, con-
forme a quello dell'Archivio Municipale di Messina ;
2^ il codice della
Biblioteca Universitaria di Messina ;
^'^ l'edizione del Gregorio; 4^ l'edi-
zione parziale del Gallo.
314. Sanzo Luigi, Sulle cause dell' attuale moria dei mol-
luschi bivalvi coltivati nei laghi di Gaum'rri e del Faro
(Messina), in Atti della R. Accademia Peloritana, Mes-
sina, 1905, a. accademico CLXXVI-CLXXVII, voi. XIX,
fase. II (1904-5), pp. 241-59, con una tavola.
315. Sequenza Luigi, / giacimenti di salgemma di Sicilia
e la loro età geologica, in Atti della R. Accademia
Peloritana, Messina , 1905 , a. accademico CLXXVI-
CLXXVII, voi. XIX, fase. II, (1904-5), pp. 12-98.
Le pp. 82-6 ,
92-6 riguardano particolarmente la provincia di
Messina-
.
— 367 —
316. Siciliano Villanueva Luigi, Sulla legislnsioue arago-
nese ili Sicilia. Note comparative, Palermo, Scuola tip.
« Boccone dei Povero », 1903; 8" , pp. 57. (Estr. dalla
Riv. di legislazione comparata, I).
Interessa assai Messina.
317. Strinati Ettore ,
Due poeti, nel voi. miscellaneo:
Nozse Petragliofie-Serraiio : XXI settembre AfCMIII,
Messina, Tip. F. Nicastro, [1905]; 8^ , pp. 140-56.
I due poeti, di cui discorre con ammirazione il sig. Strinati, sono
Diego Vitrioli di Reggio Calabria e Tommaso Cannizzaro di Messina.
318. Travali G., Sequestro di posta francese in Messina
nel 1198, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s.^
a. XXIX, fase. 3-4, pp. 374-91.
Nove lettere , che il Travali pubblica , « lasciando non corretti
gl'innumerevoli errori di grammatica e di ortografia » (p. 3761. Esse
furono sequestrate, allorché nella seconda metà del dicembre 1798
venne catturata in Messina una nave francese, per ordine del generale
Danero.
319. Vinci Vincenzo, La Cronica di Simone Leoni ino. Tra-
duzione latina di Francesco Abb. Maurolico. {Da un
ms. inedito). Con prefazione, note storico-critiche ed ap-
pendice bibliografica, Adernò, Stab. Tip. Longhitano e
Costa, 1903; 8''
, pp. X 98.
Lavoro fatto in fretta e quindi non privo di mende. In particolar
modo lascia a desiderare lo strano Elenco di scrittori che ex professo
trattano delle opere o citano V autorevole ìionie del eh. tuo abb. D. F.
Maurolico (pp. 91-6). Le notizie bibliografiche , che vi si registrano,
sono quasi sempre incomplete e spesso anche inesatte , al punto da
attribuire a un autore l'opera di un altro, come a p. 92, ove è citato
come del prof. V. Gian un mio lavoruccio. Alle volte sono registrati
studi nei quali non si parla affatto del Maurolico; così a p. 93 (A. Gr.\f,
Petrarchismo e antipetrarchismo ecc.) e a p. 95 (B. E. Ravenda, Del
Petrarchismo ecc . )
- 368 —
320. Vita Raffaele, Campo speriuientaU governativo^ con
annessa cattedra anibiiìaìite cV agricoltura in S. Lucia
del Mela (Messina). Reiasione 1902 904, Messina, Tip.
D'Angelo, 1905; 8" , pp. 74.
321. ZoDDA Giuseppe, Una gita alle isole Eolie, in Alti
della R. Accademia Pcloritana, Messina, 1904, a. ac-
cademico CLXXVI-CLXXVII, volume XIX, fase. I,
pp. 73-108.
Importanti notizie sulla geografia botanica eolica.
Palermo, Deceinbre igo6.
L. Perronì-Gpande.
ìndice^
Elenco dei Socii P<^g- i
Periodici in cambio » vii
Memorie :
Borghese G. — Novara di Sicilia e le sue opere
d'arte • » 223
D'Amico A. — Cenni storici su Meri .... » 88-263
Lizio-Bruno L. — Cajo Domenico Gallo e il suo
geniale travestimento del poema delle Me-
tamorfosi in ottava rima siciliana, ancora
inedito » 171
Macri G. — Capitolazione della terra di Savoca
di fronte alle armi francesi (1676) ...» 70
Ruffo V. — Lotte della città di Patti per la sua
libertà e per la sua giurisdizione nel secolo
XVII . » 1-277
Sacca V. — Michelangelo da Caravaggio pittore.
Studi e ricerche .......... » 40
miscellanea :
Arenapriino O. — Donativi offerti dalla città di Mes-
sina dal 1535 al 1664 » 115
id. — Statuti dell' Arte dei sarti di Messina del 1522 » 315
Dalla Vecchia U. — Franchigie e regalie del Senato
di Messina » 319
— 370 —
Lizìo-Brmio L. — Due lettere inedite di Andrea Gallo pa(^. tit
i«l. — Anacronismi da correggere » 126
Pei*r«>ui-Graii(le li. —A proposito della Beata Eusto-
chia (Un documento inedito) » 128
Sacca V. — Per una presunta tavola di Antonello . » 131
id. — Vettovaglie alle galere della Repubblica di
Genova 1 • • » 320
m1. — Come si trasportava il denaro nel secolo XVII » 321
ili. — Pene pecuniarie d'Annona . .
•
» 324
id. — Strenne » 325
ìd. — Un ladro , » 327
id. — Per un lieto evento del 1602 » 327
IVotizie :
Areiiaprinio G. — « La Sicile illustrée » . . . . » 137
ìd. — Un ritratto dell'architetto luvara » 330
id. — Un quadro di Antonello da Messina ... » 330
E. — Un nuovo giudizio sul quadro attribuito ad An-
tonello » 333
id. — Scoperta archeologia a Tindari » 334
id. — Per la conservazione dei monumenti ... » 334
Lia Corte-Cailler G. — Dizionario illustrato dei Co-
muni Siciliani » 141
id. — Una statua di Francesco Laurana .... » 145
id. — L'ex cappella del Rosario in S. Domenico . » 146
id. — L'incendio della parrocchia del villaggio Gesso » 335
R. — La carrozza del Senato di Messina all'Esposizio-
ne di Milano » 137
id. — Per il Famedio Messinese . . .... » 138
id. — La Sala dei Ricordi Storici al Museo Cittadi-
no di Messina » 140
id. — Note di storia e d'arte ....'... » 140
— 371 —
§oci estinti :
Arenapriuio CJ. — Barone Comin. Raffaele Starrabba pag. 154
Chinigò G. — Giacomo Galatti » 151
Rassegne bibliogralielie :
Barboni Li. — Patria [F. Umberto Saffiotti) ... » 349
Basile M. — Cronaca del Gabinetto di Lettura di Mes-
sina {G. A.) » 161
Bontempo B. — Memorie patrie di Alcara li Fusi
{G. La Corte-Cailler) » 342
Fava F. — Il moto calabrese del 1847 (G. O.) . . » 347
Fiuocchiaro V. — La rivoluzione siciliana del 1S4S-49
e la spedizione del Generale Filangieri (G. O.) . » 158
id. — Cronache, memorie e documenti inediti rela-
tivi alla rivolta di Catania del 1837 {G. O.) . » 346
Liìzio-Briiuo li. — Di alcuni ingiusti giudizi sulla spe-
dizione dei settecento siciliani in Calabria nell'anno
1848. {G. O.) » 157
lionibardo Ij. — La Chiesa dell'Alemanna nell'ar-
chitettura medioevale {G. La Corte Cailter) . . » 338
maudalari G. A. — Privilegio del gran Conte Rug-
giero a favore dell'ex monastero di S. Filippo il
Grande ecc. iG. O.) » 347
Micali-Arichetta li. — Il soggiorno degl' Imperiali
di Germania in Sicilia [G. La Corte-Cailler) . , » 345
Raciti-Roiueo V. — S. Venera V. M. nella storia e
nel culto dei popoli (G. La Corte-Cailler) , . » 339
Roberto G. — Sapienza, Amore e Virtute {Paolo
Mu/fari) » 34S
— 372 —
a.
Saiiti.s — R. Scuola di Arti e Mestieri di Messina.
Cenno storico 1877-1905. (G. A.) P^ff' 162
Navaìtila H. — Memorie storiche della città di Paterno
{G. La Corte-Cailler) » 344
Vadalìl-Cclona €f. — Le feste solenni del Corpus
Doìnìni nella città di Messina (G". O.) ..... » 348
Wcrniert C». — Die Jnsel Sicilien in volkswirtschaftli-
cher, kultureller uncl sozialer Beziehung. {G, O.) . » 158
l*ei"ron i-Grande li. — Bibliografìa messinese. Puntata
sesta e settima . . . ... . » 163-350
PERIODICI IN CAMBIO
Acireale — Atti e rendiconti della Accademia Dafnica di Scienze
Lettere ed Arti.
Id. — Rendiconti e Memorie della R. Accademia di Scienze
Lettere ed Arti degli Zelanti.
Alessandria — Rivista di Storia, Arte, Archeologia.
Ancona — Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per
le Pro^'incie delle Marche.
Bassano — Bollettino del Museo Civico.
Bergamo — Atti dell'Ateneo di Scienze Lettere ed Arti.
Bologna — Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria
per le Provincie di Romagna.
Id. — L'Archiginnasio. Ballettino della Biblioteca Comunale.
Brescia — Commentari dell'Ateneo di Brescia.
Bruxelles — Analecta Bollandiana.
Id. — Annales de Societé d'Archeologie.
la
Id. — Annuaire de Societé d'Archeologie.
la
Cagliari — Archivio Storico Sardo.
Castelfiorentinc) — Miscellanea Storica della Valdelsa.
Catania — Annuario dello Istituto di Storia del Diritto Romano.
Id. — Archivio Storico per Sicilia Orientale. la
Id. ^ Rassegna Universitaria Catanese.
CiviDALE del Friuli — Memorie Storiche Cividalesi.
Como — Periodico della Società Storica della Provincia e antica Dio-
cesi diComo.
Fano — Le Marche illustrate nella Storia, nelle Lettere, nelle Arti.
Firenze — Arte e Storia.
Genova — Atti della Società Ligure di Storia Patria.
Heidelberg — Neue Heidelberger Jahrbùcher, herausgegeben von
Historisch-Philosophischen Vereine.
Lecce — Rivista Storica Salentina.
Lyon — Bullettin de la Societé des Amis de l'Université de Lyon.
Lodi —
Archivio Storico per la Città o Comune del Circondario di
Lodi.
Lucca — Atti della Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti.
Madrid — Revista de Archivos, Bibliotecas y Museos.
Messina — Atti della R. Accademia Peloritana.
Id. Resoconti delle tornate delle classi della R. Accademia Pe-
loritana.
Id. — Bollettino della R. Scuola Agraria Pietro Cuppari in S.
Placido Calonerò.
Id. — Sicania.
— vili —
Milano— Archivio Storico Lombardo.
Id. — Rivista Archeologica Lombarda.
Modena — Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria
per le Provincie Modenesi.
Napoli — Arcliivio Storico per le Provincie Napoletane.
Padova — Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere
ed Arti.
Id. Bollettino del Museo Civico.
Id. Rivista di Storia Antica e di Scienze affini.
Palermo — Archivio Storico Siciliano.
Id. — Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti.
Id. — La Sicile illustrée.
Parma — Archivio Storico per le Provincie Parmensi.
Pavia — Bollettino della Società Pavese di Storia Patria.
Perugia — Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per
l'Umbria.
Id. — Augusta Perusia.
Piacenza — Bollettino storico Piacentino.
Pistoia — Bollettino storico Pistoiese.
Reggio-Calabria — Rivista Storica Calabrese.
Rennes — Annales de Bretagne.
Roma — Archivio della R. Società Romana di Storia Patria.
Id. — Bessarione.
Io. — Rendiconti della R. Accademia dei Lincei.
Id. — Rivista d'Italia.
Id. — Rivista del Collegio Araldico.
Rovereto — Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere
l. ed Arti
degli Agiati.
Saluzzo — Piccolo Archivio Storico dell'antico marchesato di Sa-
luzzo.
Sassari — Studii Sassaresi pubblicati per cura di alcuni professori
della Università di Sassari.
Siena — Bollettino Senese di Storia Patria.
Spezia — Giornale Storico e letterario della Liguria.
Teramo — Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere ed Arti.
Torino — Bollettino Storico Bibliografico subalpino.
Id. — Rivista Storica Italiana.
Venezia — L'Ateneo Veneto.
Vicenza — Atti della Accademia Olimpica.
Zara — Rivista Dalmatica.
ANNO Vili MCMVII
ARCHIVIO STORICO
MESSINESE
PUBBLICAZIONE PERIODICA
della
" Società Messinese di Storia Patria
O . O'*'
^tESSlNA
Tipografia damico
1907
SOCIETÀ MESSINESE DI STORIA PATRIA
Anno Vili.
CONSIGLIO DIRETTIVO
Macrì Cav. Uff. x\vv. Prof. Giacomo — Presidente.
Arenaprimo Cav. Giuseppe, Barone di Montechiaro
Vice Presidente.
Oliva Prof. Gaetano — Direttore delle Puhhlicamoni.
Chimico Prof. Gioacchino / ^ ... .
Consigltert.
Sacc.\ Prof. Virgilio )
La Corte Cailler Cav. Gaetano — Bibliotecario.
Martino Notar Luigi — Cassiere.
PuzzoLo-SiGiLLo Avv. DOMENICO — Ses^rcturio.
Soci onorarii
1 Arigò Comm. Avv. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina.
2 Cannizzaro Prof. Tommaso Messina.
3 Casagrandi-Orsini Prof. Vincenzo Catanin..
4 Cesareo Prof. G. A. Palermo.
5 Di ìvlarzo Mons. Comm. Gioacchino Palermo.
6 Pulci Avv. Prof. Ludovico Deputato al Parlamento Messina.
7 Lizio-Bruno Prof. Comm. Letterio Palermo.
8 Lodi Cav. Dott. Giuseppe Palermo.
9 Martino Comm. Avv. Antonino Messina.
10 Orioles Avv. Cav. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina.
11 Pitrè Comm. Dott. Giuseppe Palermo.
12 Salinas Comm, Prof. Antonino Palermo.
13 Tropea Dott. Prof. Giacomo Padova.
IV —
So et ef fé 1 1 i V i
1 Alesai Italiano Papas Cirillo.
2 AUiata Principe Domenico, Marchese del Ferraro.
3 Arenaprimo Cav. Giuseppe Bar. di Montechiaro (fondatore).
4 Bonetti Prof. Francesco.
5 Chinigò Prof. Gioacchino (fondatore).
6 Colantoni Sac. Angelo.
•7 Crescenti Prof. Giacomo.
8 Dalla Vecchia Prof. Umberto.
9 D'Amico Prof. Agostino.
10 D'Amico Letterio fu Ignazio.
11 De Pasquale Pennisi Antonio.
12 Del Pozzo Prof. Arturo Maria.
13 Di Bella Avv. Pasquale.
14 Fava Prof. Francesco.
15 Fleres Ing. Enrico.
16 Forzano Bar. Cav. Salvatore.
17 Giunta Ing. Alessandro.
18 Inferrerà Prof. Guido (fondatore).
19 Labate Prof. Valentino.
20 La Corte-Cailler Cav. Gaetano (fondatore).
21 Macrì Cav. Uff. Avv. Giacomo.
22 Maiorca-Mortillaro Luigi Maria, Conte di Francavilla (Palermoì.
23 Mallandrino Ing. Pasquale, R. Ispettore per gli scavi e monumenti.
24 Mari Avv. Antonino (Bari).
25 Martino Notar Luigi, Direttore dell'Archivio Provinciale di Stato
(fondatore)
26 Marullo-Balsamo Francesco, Principe di Castellaci.
27 Miraglia Prof. Giuseppe.
28 Mondello Nestler Cav. Giacomo, Console d'Italia in Boma (Con-
go Belga).
29 Natoli Prof. Avv. Francesco.
30 Nunnari Dott. Prof. Filippo Aurelio.
31 Oliva Prof. Gaetano (fondatore i.
32 Pagoto Prof. Giuseppe.
33 Perroni Grande Dott. Prof. Ludovico (fondatore) Palermo.
34 Principato Giuseppe.
35 Puzzole Sigillo Avv. Domenico (fondatore).
36 Roberto Giuseppina (Palermo).
37 Ruflo Cav. Carlo dei principi della Floresta.
38 Sacca Prof. Virgilio (fondatore).
39 Saffiotti Prof. Umberto.
40 Salvemini Prof. Gaetano.
41 Sammartino Raimondo, Duca di S. Stefano.
42 Sammartino di S. Stefano, Cav. Avv. Francesco.
43 Santacattarina Ing. Antonino (fondatore).
44 Strazzulla Prof. Vincenzo.
45 Toscano Avv. Angelo.
Soct aderenti
1 Archivio di Stato Palermo.
2 Basile Mons. Can. Prof. Giuseppe Messina.
3 Biblioteca Comunale Palermo.
4 Borghese Cav. Dott. Gaetano Novara di Sicilia.
5 Borghese Ing. Ferdinando Patti.
6 Bruno Can. Francesco Messitia.
7 Cali Can. Domenico Messina.
8 Capialbi Conte Ettore Catanzaro.
9 Circolo della Borsa Messina.
10 Circolo del Gabinetto di Lettura Messina.
11 Circolo « TiNDARi » Patti.
12 D'Arrigo Ramondini Mons. Letterio, Arcivescovo ed Archiman-
drita di Messina.
13 De Cola Proto Prof. Avv. Cav. Francesco Messina.
14 De Lorenzo Sac. Prof. Salvatore Reggio Calabria.
15 Deputazione Provinciale di Messina.
i6 Faranda Comni. Avv. Prof. Francesco Messina.
17 Fiorentini D.' Pietro Messina.
18 Grill Cav. Adolfo Messina.
19 Istituto (R.) Tecnico e Nautico di Messina.
20 Luca Rag. Girolamo Messina.
21 Manganaro Rag. Letterio Messina.
22 Marchese Gregorio del Granatello Messina.
23 Marletta Prof. Fedele Firenze.
24 Mauroniati Cav. Uft. Francesco Messina.
25 Micali-Arichetta Cav. Letterio Palermo.
26 Mulfari Paolo Messina.
27 Municipio di Messina.
28 Municipio di Patii.
29 Nuovo Circolo Messina.
30 Oates Giorgio Messina.
31 Pagano Dritto Francesco Messina.
32 Pirrone Cav. Domenico A/essina.
33 Raccuglia Prof. Salvatore Palermo.
34 Rando Dott. Carlo Messina.
35 Riolo Arciprete Sebastiano Forza d'Agro.
36 Rizzo Prof. Dott. Gaetano Messina.
37 Rossi Prof. Dott. .Salvatore Ragusa.
38 Ruffo Antonio Principe di Scaletta Rotna.
39 Ruffo della Floresta Duca Vincenzo Patti.
40 Salemi Cav. Carlo Arturo, Capo Archivista Comunale Messina.
41 Savasta Dott. Gaetano Paterno.
42 Sollima Prof. Francesco Messina.
43 Tornatola Dott. Prof. Sebastiano Messina.
44 Vadala Celona Giuseppe Messina.
45 Villadicani Avv. Giov: Battista, Principe di Mola Messina.
^RGOSTINa MASSUCCI
DIPINSE
Lccddemia di S. Luca, Roma
CONTRIBUTO ALLA BIOGRAFIA
DI
FILIPPO JUVARA
Architetto Messinese
Dura ancora l'eco delle feste con le quali la forte e
gentile Torino ha solennizzato il secondo centenario della
sua liberazione,
E poiché, secondo la leggenda, il bel tempio di Su-
perga sarebbe stato eretto quale compimento di un voto
fatto da Vittorio Amedeo II, pochi dì prima della memo-
randa vittoria, da lui riportata sulle armi francesi, non
si è mancato di associare alle feste civili quelle religiose,
svoltesi appunto nella Real Chiesa di Superga. Il ricordo
di questa chiesa, però, non può andare disgiunto da quello
dell'illustre architetto messinese, Don Filippo Juvara, che
ne concepì il disegno, degna emanazione del suo fervido
e geniale ingegno.
Non ci sembra quindi senza interesse, nell'anno ap-
punto in cui fra gli studiosi è una nobile gara diretta a
lumeggiare con la pubblicazione di documenti e di lavori
storici, gli uomini ed i fatti dell'età di Vittorio Amedeo II,
di dare alla luce documenti e notizie riferentesi a Fi-
lippo Juvara, suo primo Architetto Civile, che tante glo-
riose orme lasciò della sua arte in Torino, e di cui si
attende ancora una biografia completa e critica, fatta
esclusivamente sulla base dei documenti.
I primi documenti , che, in ordine cronologico, noi
pubblichiamo son quelli relativi alla nomina di D. Filippo
^ 2 -
juvara ad Accademico di S. Luca in Roma (1) ed alla sua
presa di possesso.
Nella congrega x-ione tenutasi il 31 dicembre 1706 il
Juvara fa eletto con votazione plenaria Accademico di
merito (2), insieme a Tommaso Mattei ed Antonio Ferri,
ambedue architetti, quest'ultimo del Gran Duca di Toscana.
(Documento I).
Quello che meraviglia non poco è la giovane età che
il nuovo eletto contava quando fu chiamato a far parte
dell'insigne Accademia. Stando infatti a quanto riferiscono
i suoi biografi, il Juvara sarebbe nato nel 1685, (3) sicché
(i; M. MissiRiNi, Memorie per servire alla Storia della Romana
Accademia di S. Luca. Roma, MDCCCXIII.
(2) Gli accademici di S. Luca si distinguevano in Accademici di
primi erano dodici per ciascuna delle tre arti;
merito e di onore: i
pittura, scultura, architettura, numero dei secondi era senza
il limite.
ci comunica
(3; Il Sig Barone G. Arenaprimo
:
« Sarebbe stato mio desiderio di aggiungere ai documenti
favoriti
alla nostra Società di Storia Patria dall' egregio DoU. Augusto Telluc-
cini anche l'atto di battesimo di Filippo Juvara; ma le ricerche da me
durate mi fan quasi certo che il registro parrocchiale in cui esso com-
prendeasi sia andato distrutto insieme ad altri registri della stessa pieve
a cui era aggregata la famiglia di lui.
La famiglia messinese degli Ibarra, Ivara, Luvara o Houara, e piìi
modernamente Juvara, come si riscontra nei documenti dell'Accademia
vuoisi derivata
di S. Luca ed in quelli dei Reali Archivi di Torino,
dal casato spagnuolo de Guevara, che godè nobiltà pure in Messina,
come attesta 1' Ans.\lone, De Sua familia opportuna relatio, Vene-
tiis, MDCLXII, pag. 301.
Molto probabilmente sarà stata trapiantata in questa città da al-
spagnuoli. Sin
cuni suoi componenti, che militavano negli eserciti
del sec. XVI, essa appare domiciliata in questa, nella
dallo scorcio
famiglie dei militari spagnuoli presso
contrada dove risiedevano le ,
agli alloggiamenti dei soldati, nel quartiere di Terranova,
come fanno
Santa Lucia de Musellis la quale
fede i registri della parrocchia di ,
al tempo della sua elezione aveva solo 21 anni. La nostt'a
meraviglia non è senza fondamento quando pensiamo che
godea di vasta giurisdizione, che si estendeva nel braccio di S. Ra-
niero, e nelle contrade del Paraporto, del Piliero, dell'Amaifitania, fra
le quali si apriva verso il 1565 la spaziosa via Nuova, poi detta d'Au-
stria, ed oggi del Primo Settembre.
Questa parrocchia , dipendente dal clero greco della Cattolica,
venne abolita allorché, per la costruzione della Cittadella nel i6So, fu-
rono abbattuti gli edifizi di quei quartieri popolatissimi della città. I
pochi registri che di essa rimangono, che io potei consultare grazie
alla cortesia di Papas Cirillo Alessi Italiano, cui rendo i ringrazia-
menti più vivi, ci accertano della dimora ivi tenuta dalle famiglie dei
militari spagnuoli: ivi erano i Carriglio, i Mendoza, i Campos, i Ximenes,
i de Torres, i Lopes, i Flores, i Pinedo, i Fa.xardo, i Cingales, i Cor-
doba, gli Herrera, i Rivas, gli Svaglia, i Diez, i Pinedo, i Fernandez,
i Ruiz, i Gomes. Ivi resiedevan pure i Rodriguez, famiglia di militari
e di artisti, ivi i Martines, anch'essi oriundi spagnuoli, che furono im-
parentati agli luvara , e, come costoro, si distinsero nell' esercizio di
argentieri ed acquistarono fama di valentissimi cesellatori, scultori ed
architetti.
Dal Liber Baptizatorum Paroccia S. Lucìce de Musellis Nobilis et
Exemplaris Urbis Messance ab anno 1598 ad annum 1614, rileviamo :
a 21 febbraio 1604 battesimo di Caterina Juvara, figlia di Onofrio e di
Flavia, (pag. 47 v.) Lo stesso Onofrio fugura come compare nel bat-
tesimo di Nofrio Gasparo Rastopoli il maggio 1607, ed in quello
31
di Cornelia Capri il 23 agosto 1621. Giovanni Antonio Juvara, inter-
viene come compare nel battesimo di Angela Ripano il 13 febbra-
ro 1612. Da un frammento di un libro dei Defunti dal 162S al 1640,
leggiamo sotto la data : Die 3 novembris 1638, morsi Petrus Jìlius
quondam francisci et Antonice Houara e s'atterrò nel convento di
S.in Carlo.
Questo Pietro Juvara sarà stato molto probabilmente il bisavo o
l'avo di Filippo, il celebre architetto, e di Francesco , cesellatore e
plastico di grande pregio. I documenti ritrovati dal Telluccini ci fanno
oramai certi che essi nacquero da Pietro Juvara , distinto argentiere
messinese ;
però non ci è dato dimostrare la successione geneologica
del Pietro Juvara predetto, né di riscontrare gli atti di battesimo dei
nel 1686 si erano riformati gli Statuti cleirAccademia, sta-
bilendosi che per essere nominati accademici di merito
bisognava avere « almeno 30 Anni » (1), e che solo nel
1715 i nuovi statuti, approvati con bolla di papa Cle-
mente IX (23 Settembre 1715) portarono il limile minimo
per l'ammissione a venticinque anni (2).
nostri artisti, mancando gli altri registri della parrocchia di 6". Maria
De Musellis della seconda metà del secolo XVII, specialmente , che
andaron distrutti. Soggiungiamo, inoltre, di non aver risparmiato le ri-
cerche nei registri di battesimi della Cattedrale e della chiesa di S. Ni-
colò dell'Arcivescovado (Annunziata dei Catalani) le quali eran le più
prossime alla via dei Batichi ed Argentieri, dove nel 1665, Pietro Ju-
vara, padre di Filippo, tenea la propria officina, come ricordò il Fi-
GHERA nel suo poemetto Z.'/wfl'/^? impoverite, Messina, per Giacomo Mat-
tei, 1665, canto v. pag. 149, — descrivendo gli apparati della sontuosa
festa cittadina della Madonna della Lettera, celebrata il 3 giugno di
quell'anno.
Oltre a Pietro Juvara suddetto, al quale spetta una bella pa-
gina nella storia delle oreficerie messinesi, e di cui dirò brevemente
in altra annotazione, giova pur conoscere, che la sua famiglia fu fe-
conda di altri belli ingegni, che si distinsero nell'esercizio di questa arte
e in altre affini. In un calice d'oro, assai finamente lavorato, a quanto
pare del sec. XVII, il Prof. A. Salinas , vi ha scorto inciso: P^."^
Ant.^^ Seba.^^ Jvara pater et filii artefice (sic).
Nel 1665 era fra i piìi reputali argentieri Gregorio Juvara , che
tenea il negozio anche in via dei Banchi, e le cui vetrine destarono
ammirazione nella festa cittadina del 1665; Giov. Battista Juvara, anche
egli argentiere, contribuiva nel 1693 con gli altri artisti alla elemosina
per la compra di una gioja di nuin. 49 diamanti grossi et piccoli e 35
perle grosse ingastatc d'oro e di peso di libra una e tneza, portata con
le galere di Firenze^ la quale fu acquistata per onze 420 dai sottoscrit-
tori per fregiare la manta d'oro a cesello, che copre in gran parte il
quadro della Madonna della Lettera nel Duomo di Messina.
(i) MissiRiNi, Opera citata, pag. 158.
(2) Stesso, ibid. pag. 147-148.
—
Devesi quindi ritenere che o pel Juvara sia stata fatta
qualche eccezione, della quale per altro non se ne avrebbe
traccia alcuna, ovvero che fra la riforma del 1686 e quella
del 1715 sia stata emanata qualche nuova disposizione al
riguardo, di cui parimenti non abbiamo notizia ; a meno
che non si voglia ammettere l'ipotesi più probabile che il
limite di età fissato nel 1686 non venisse affatto osservato,
e che per questo fu inteso il bisogno di pubblicare nel
1715 nuovi Statuti. Comuncjue, siccome, per poter pren-
dere possesso del grado di Accademico, il nuovo eletto
doveva presentare e donare all' Accademia un suo la-
voro (1), così nella congregazione del 30 gennaio 1707 il
Juvara promise di presentare il suo entro otto giorni, per
il che si offrì garante lo stesso Vice-Principe dell'Acca-
demia, il Cav. Francesco Fontana (Documento li).
Dalla congregazione poi tenutasi il 3 aprile seguente
risulta che il Juvara, ottemperando alle prescrizioni degli
Statuti, presentò, come nuovo Accademico, il disegno di
« una Chiesa con due campanili » della « grandezza di 4
palmi » (Documento III).
Sarebbe stato interessante l'aver potuto esaminare que-
sto disegno nel quale il Juvara già affermava la sua predi-
lezione per una chiesa con due campanili, disegno che rin-
novò nove anni dopo col progetto della R. Chiesa di Supe'rga;
ma non ostante le più accurate ricerche non ci è stato pos-
sibile di rinvenirlo negli Archivi dell'Accademia di S. Luca.
* *
Il quarto documento ò rappresentato dalle Patenti di
nomina del Juvara a primo Architetto Civile del Re Vit-
toria Amedeo IL (Documento IV).
(i) Art. 27 Statuti dell'Accademia approvati da Papa Gregorio XV
il 4 Giugno 162 1, in Missirini citato pag. 90.
— 6 —
Il Trattato di Utrecht (1713) aveva concesso al Duca
di Savoia il reame di Sicilia, e appunto in quell'isola, ove
giunse, sbarcando a Palermo il 24 sett. 1713 (1), egli co-
nobbe il giovane architetto messinese, che gli era stato
raccomandato da D. Domenico d' Aguirre (2). juvara go-
deva una grande fama : Accademico di S, Luca fin dal 1706,
aveva « dato saggi di ben matura isperienza » ed i suoi
meriti artistici erano sì ben noti che il sovrano, appena
tornato a Torino, lo nominò, il 15 die. 1714, suo primo Ar-
chitetto Civile.
Per tale nomina gli veniva corrisposto lo stipendio di
« lire tre mila d'argento a ss. 20 caduna l'anno » ed inoltre
godeva di tutti gli « honori, utili, dritti, preheminenze, prero-
gative » che a tale importante ufficio andavano congiunti.
Su questi diritti ed onori, Vittorio Amedeo II insiste,
ordinando a tutti i suoi Ufficiali ed in special modo « al
Consiglio dell' Artiglieria, fabriche e fortificazioni » (3) di
riconoscerli nella persona dell' Architetto Juvara.
È noto che allorquando Vittorio Amedeo II volle at-
tuare (1716) un suo disegno, quello cioè di fare erigere
sul colle di Superga una chiesa in onore della B. Ver-
gine, affidò al Juvara l'incarico di compilarne il relativo
progetto.
(i) 11 Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell'isola di Sicilia —
Documenti raccolti e stampati per ordine di S. M. Vittorio Emanuele II
dall'Abate Stellardi Vittorio Emanuele — Torino 1862.
(2) CiBRARio, Storia di Torino, voi. II, pag. 225.
(3) Consiglio dell'Azienda Generale dell'Artiglieria e fabbriche e
fortificazioni di S. M. ufficio che sovraintendeva a tutti i lavori e co-
struzioni che si eseguivano nello Stato, tanto per fine di pubblica uti-
lità, quanto pel solo servizio del Principe. Fu soppresso con R- Patenti
del 31 Marzo 1S17.
A tale utìicio l'illustre artista messinese deve aver
corrisposto assai presto, se, tra il 24 Luglio 17 Io ed il 19
Maggio 1717, noi troviamo che fu pagato un conto al « ììiì-
niisiere Carlo Maria Ugliengo » che aveva eseguito due
grandi modelli in legno , uno della Cappella annessa al
R. Castello della Veneria Reab, cappella anch'essa opera
del Juvara, e 1' altro della chiesa e fabbricato di Superga
(Documento V.)
Quest' ultimo modello è senza dubbio quello stesso che
figura in un ritratto ad olio dell' artista messinese, esistente
nel Palazzo della R. Università di Torino , e sul quale il
Juvara, come su di un cuscino poggia un braccio con una
certa compiacenza; giacché egli — e con ragione — con-
siderò sempre la chiesa di Superga come la migliore delle
sue opere.
Alla produzione artistica del Juvara non mancarono
denigratori, che lo accusarono addirittura di plagio. Un
Annuario (1) delle cariche e degli uftici dell'antico Stato di
Piemonte, parlando delle opere di lui, accenna pure che ta-
luni hanno preteso che il Juvara « ne' suoi disegni fosse un
plagiario, come se la facciata del Castello di Madama Reale
Gioanna Battista (2) sia la tacciata dell' arsenale di Berlino,
la chiesa di Superga sia S. Agnese di Roma, e la facciata
delle Carmelite (3) sia quella di S. Nicola da Tolentino
di essa città di Roma ».
(i) Cariche del Piemonte e Paesi uniti colla Serie Cronologica
delle Persone che le hanno occupate ed altre notizie di nuda istoria
dal fine del secolo decimo sino al Dicembre 1798. Torino, MDCCXCVIII.
A spese di Onorato Derossi Stampatore e Librajo in principio della
contrada di Po, ove si vende. Voi. II pag. 262.
{2) In Torino. Palazzo Madama in Piazza Castello.
(3) In Torino. Chiesa del Carmine
Il ritratto del Juvara , esistente nella R. Università dì
Torino ci richiama alla mente un altro suo ritratto ,
poco
conosciuto ,
che si conserva in Roma nell' Accademia di
S. Luca.
Questo ritratto misura m. 0,65 X 0,52 , ed è opera del
pittore Agostino Massucci , nominato Principe dell' Acca-
demia nel 1736, e che il Missirini chiama « buon ritrat-
tista » (1). La tela, che riproduce il Juvara in atto di di-
segnare, è collocata nella grande sala delle adunanze di
detta Accademia e più precisamente sulla parete di si-
nistra di chi entra, fra il ritratto di Van Bloemen, pittore
olandese, e quello di Francesco Preziadio di Siviglia, pit-
tore di S. M. Cattolica — e porta nel basso la seguente
inscrizione : D. FILIPPO JUVARRA CAV. ARC.
*
* *
Un altro documento da noi pubblicato riproduce lo
estratto di un conto della Tesoreria dell'Artiglieria, Fab-
briche fortificazioni, munizioni ecc. (1717-1718) ove è anno-
tata la gratificazione di « lire mille d'argento » che Vit-
torio Amedeo II ordinò fosse corrisposta al Juvara in oc-
casione del collocamento della prima pietra della R. Chiesa
di Superga (Documento V^l). Tale cerimonia ebbe luogo il
20 luglio 1717 — quattordici anni prima della benedizione ed
inaugurazione di detta chiesa (31 ottobre 1731) — alla cui
funzione , celebrata dal Grande Elemosiniere di S. M.
D. Francesco Arborio da Gattinara, si sarebbe trovato
presente anche il Juvara (2).
(i) Missirini, Opera citata, pag. 212.
(2) Ragguaglio Generale dall' Origine e progressi della R. Con-
gregazione di Superga, pag. 5, Mss. Aiion. senza data. Arch. R.
Chiesa di Superga.
— 9 —
Un altro tratto di benevolenza che Mttorio Amedeo II
volle dare al Juvara fu di averlo provveduto del beneficio
abaziale di Selve (13), che, secondo il Milizia (14), fruttava
l'annua rendita di scudi 1100.
Il documento Vili, riguarda appunto V immissione del
Juvara nel possesso di tale beneficio, ordinato con Patenti
della Camera dei Conti del 20 Marzo 1728. Da queste Pa-
tenti noi rileviamo che, essendo il benefìcio dell'abbazia di
Selve di patronato regio, \^ittorio Amedeo II con lettera
della Segreteria di Stato, 7 ottobre 1727, presentò il bene-
ficiato nella persona del Juvara. A questo primo atto, spet-
tante al patrono, seguì quello di riconoscimento di tale
presentazione, da parte dell'autorità ecclesiastica, mediante
bolla ponteficia del 22 dicembre dello stesso anno. Un re-
scritto del Senato Piemontese (13 marzo 1718) diede ese-
cuzione all' atto ponteficio anzidetto, e finalmente, dopo il
giuramento prestato dal neo-abate il 15 marzo 1718, la Ca-
mera dei Conti, con le Patenti sovracitate (20 marzo 1718),
immise nel possesso del beneficio il Juvara, il quale, però,
si fece rappresentare in tale occasione dal « Priore e Ca-
nonico Don Francesco Antonio Guelba », da lui deputato
a tal fine.
(i) Abazia di Selve , situata presso Vercelli. Vedi Mandelli
Vittorio, // Comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli 1S58, Tom. Ili,
pag. 151 153, e Casalis, Dizionario Geografico, Storico Commerciale
ecc. degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino 1849, Voi. XIX,
pag. 828 e Voi. XXXIV, pag. 426-436.
(2) ]\IiLizi.\ Francesco, Memorie degli Architetti antichi e mo-
derni, pag. 239-244.
— 10 -
*
* *
Lo stesso Archivio dairAccndemia di S. Luca, che ci
ha fornito de' documenti relativi alla nomina del Juvara
ad Accademico, ce ne fornisce ora di quelli relativi alla
sua morte.
Nella congregazione che la detta Accademia tenne
r 8 aprile 1736, il Principe di essa. Agostino Massucci,
partecipò la morte dell'Architetto messinese, avvenuta
in Ispagna, ove erasi recato dietro invito del re Filippo V.^
ed annunziò pure che il Juvara col suo testamento aveva
lasciato al fratello Francesco il peso di erigere una cap-
pellania nella chiesa (Ij annessa all' Accademia di S. Luca.
(Documento Vili).
Occorreva, per attuare questa disposizione di ultima
volontà di Filippo Juvara, procurarsi copia del suo testa-
mento o almeno della particola, che riguardava l'erezione
della detta cappellania, e simile incarico fu affidato nella
sovraindicata congregazione al Cav. Conca.
Non pare che le ricerche siano state coronate da suc-
cesso ; infatti in una successiva congregazione, tenutasi
il 1. luglio di detto anno, 1' ufficio di rintracciare il testa-
mento in parola, o presso il fratello di Filippo Juvara, o
presso il notaio che lo aveva rogato, fu commesso al
« Kameraro » della stessa Accademia. (Documento IX).
* *
L' avere affidato al fratello Francesco la cura di eri-
gere una Cappellania nella chiesa di S<\ Martina fu la causa
per cui questi venne nominato Accademico di S. Luca.
(i) Chiesa di S. Martina al Foro Romano, concessa da Sisto V.
all'Accademia di Belle Arti di S. Luca. Vedi Missirini, Opera citata,
pag. 23-26.
— 11 —
La sua nomina fu proposta nella citata congregazione
del l" luglio 1736 , V elezione ebbe luogo il 2 dicembre
dello stesso anno (Documento X) e la presa di possesso
il 13 gennaio del 1737 (Documento XI).
Francesco Juvara era « professore di scultura d'ar-
gento » o cesellatore (1), ed i suoi meriti artistici eran tali
da farlo ritenere degno dell'alto onore di entrare nell'Ac-
cademia di S. Luca. Avrà potuto contribuire a ciò, oltre che
l'essere fratello dell'illustre Cav. D. Filippo, il fatto, come
abbiamo già rilevato, di essere stato da questi incaricato
di condurre ad effetto l'atto di sua ultima volontà. Infatti
nella congregazione in cui fu proposta la sua nomina
troviamo detto esplicitamente, che Francesco, una volta
che fosse stato ammesso come Accademico, avrebbe do-
(i) Questi, nato in ^Messina intorno al 16S5, segni l'arte del padre
di argentiere e cesellatore, nella quale raggiunse la massima perfezione
e fama chiarissima da meritare il titolo del Cellinì della Sicilia. « I
primi lavori in oro ed in argento che si videro di lui — scrisse il
Grosso Cacopardo — gli attirarono l'ammirazione dei veri conoscitori,
né di allora gli mancarono più incombenze, ed appena un oggetto
qualunque usciva dalle sue mani, era subito trasportato in Francia, o
in Inghilterra, ove erano largamente pagati ». Suo principale lavoro
fu il ricchissimo ostensorio, che per commissione del Principe D. Ca-
millo Panfili nel 1745, lavorò in Roma per la chiesa di S. Agnese :
opera meravigliosa, stimata per 130 mila scudi romani. Carini, Aned-
doti sici/iaui in Ardi. Stor. Sic, anno XXIII, pag. 189. Molte altre
opere egli fece in Messina, pria di trasferirsi a Roma, e di quelle cu-
stodite nel Tesoro della Deputazione della Sacra Lettera nel Duomo,
gli fanno maggior onore il pallio ed i candelabri d'argento, ricchi di
ornati delicatissimi. II Grosso Cacopardo ricorda in prova della sua
perizia nella plastica un presepe modellato in creta, nella chiesa di
S. Gioachino di Messina. Notiùc storiche su Francesco Juvara, nel
Mauroljco, fogho periodico, sabato 25 gennaio 1S34, num. 16. Scrisse
anche di lui il Cordov.\, / siciliani in Piemonte nel secolo XVIII.
vuto « anche più pinguemente eseguire la mente del fra-
tello ».
* *
Poiché abbiamo avuto occasione di parlare di Fran-
cesco Juvara, crediamo opportuno di pubblicare il testa-
mento, che questi fece il 1" Settembre 1758. (Documento XII).
Tale testamento^ che ha una certa importanza per la
biografìa dell'Architetto D. Filippo, perchè ci la conoscere
diversi membri della famiglia Juvara, è preceduto dall'atto
con il quale Francesco lo consegnò nel giorno suddetto,
al Notaio Capitolino Pietro Piacenti.
L'atto di consegna contiene indicazioni precise sulla
casa abitata da Francesco in Roma negli anni 1757 e 1759;
maggiori delucidazioni poi su questo oggetto le abbiamo
dall'atto che segue, da quello cioè di ricognizione del ca-
davere e di apertura del testamento, atto rogato dallo
stesso Notaio Piacenti il 27 aprile 1759, giorno in cui, alle
ore tredici del mattino, era avvenuta la morte di Francesco.
In base a questi due atti noi siamo in grado di affer-
mare che il fratello dell' architetto Filippo negli ultimi
anni di sua vita abitò in Rom.a nel palazzo posto incontro
alla chiesa di S. Maria dell'Anima^ nella via omonima,
all'angolo del vicolo detto de' Lorenesi, che mette al Circo
Agonale, e che questo palazzo apparteneva al duca di
Verzino,
I parenti di Filippo e di Francesco Juvara, che per
mezzo del testamento che pubblichiamo, veniamo a cono-
scere sono anzitutto due loro sorelle : Benedetta, nubile, e
Natalizia, vedova di Francesco Martinez, dimorante a To-
rino.
Inoltre, il testatore Francesco instituiva diversi legati,
^ l'd ~
a favore di alcuni suoi nipoti, cioè: Simone ed Antonia
Martinez, (igli della sorella Natalizia, e Andrea e Fran-
cesco, fratelli Martinez. Siccome quest' ultimi, chiamati dal
testatore suoi nipoti, son detti un Antonio Martinez, tìgli di
senza altra indicazione che possa giovare a stabilire l'ori-
gine della loro parentela con i due fratelli Juvara, 1'
archi-
tetto Filippo e lo scultore in argento F'rancesco, noi azzar-
diamo l'ipotesi che una terza sorella Juvara, sposata al
pittore Martinez e premorta a Francesco, sia stata la madre
dei due fratelli Andrea e Francesco Martinez.
Esaminiamo ora il testamento, che porta, come abbiam
accennato, la data del 1 settembre 1758. Esso è compilato
nella forma religiosa del tempo, e perciò incomincia con
le consuete solite invocazioni alla divinità ed ai santi e con
la professione di fede cattolica.
Il testatore vuole che il suo cadavere sia portato nella
chiesa di S. Maria in Vallicella (1), comunemente detta
la chiesa Nuova, e colà resti esposto durante il tempo
dell'esequie, vicino all'altare di S. Filippo Neri, santo per
ilquale egli dimostra una speciale venerazione.
In essa Chiesa si dovevano pure far celebrare
cin-
quecento messe, ed altre messe ordina siano celebrate
nelle chiese di S. Gregorio, di S. Pressede alla Colonna di
N. S., di S. Lorenzo fuori le mura e di S. Maria Liberatrice.
Esprime pure il desiderio di esser sepolto nella pre-
detta Chiesa Nuova e specialmente « nella navata di contro
la Cappella di S. Filippo, ed a canto quella della Santis-
sima Annunziata ».
Non abbiamo potuto appurare se tale suo desiderio sia
stato appagato. È certo che nessun monumento o lapide
(r) Vedi Armellini, Le Chiese di Roma, pag.
390.
^ u -
è stato posto in detta chiesa in memoria di Francesco Ju-
vara; il suo nome non risulta registrato in un « Elenco
di quei che godono l' uso delle varie sepolture esistenti
nella Venerabile Chiesa di S. Maria e S. Gregorio in
Vallicella di Roma, MDCCCXXVI », elenco conservato
in detta chiesa; né alcuna inscrizione funebre relativa al
Juvara è riportata dal Forcella nella sua opera (l). 11
« Libro dei morti », che ci avrebbe potuto dare un po' di
luce, e farci conoscere se almeno Francesco Juvara fosse
stato sepolto nella fossa comune, malgrado le ricerche
eseguite presso i Padri Filippini, che officiano la chiesa
di S. Maria in Vallicella, non si è potuto trovare: sembra
sia andato perduto.
Ci meraviglia non poco che il desiderio del testatore
non sia stato rispettato, tanto più che con un suo codicillo
del 14 marzo 1759, Francesco Juvara nominò a suo ese-
cutore testamentario, al posto dell'abate Giuseppe Rinaldi,
proprio un religioso della chiesa Nuova, « il molto Reve-
rendo Padre Giovan Francesco Caballini dell' Oratorio
di S. Filippo Neri di Roma ». La nostra meraviglia poi
è ancora maggiore se pensiamo che il testatore lasciò alla
chiesa, ove voleva essere sepolto, un' abbondante elemo-
sina rappresentata da ben cinquecento messe da celebrarsi
ivi, nonché una cappellania dell'annua rendita di scudi
settantadue, da erigersi nell'altare di S. Filippo.
Francesco Juvara istituì col suo testamanto, erede
usufruttuaria universale la sorella Benedetta ,
ed erede
proprietaria un' opera pia, composta di tre Cappellanie
mere laicali, soggette alla Dateria e Cancelleria Apostolica,
(i) Forcella Vincenzo, Iscrizioni delle Chiese e d' allri Edifici
di Roma dal Secolo XI fino a giorni nostri. Roma 1879.
— 15 —
da erigersi uria « nell'Altare del Glorioso S. Filippo Neri
nella Chiesa Nuova » ,
l'altra « nella Cappella di S. Giu-
seppe nella Venerabile Chiesa della Pace di Roma » , la
terza infine nella chiesa dell' arciconfraternita degli ago-
nizzanti, ciascuna dell'annua rendita di scudi settantadue.
Le somme erogate per 1' erezione delle suddette Cap-
pellanie, volle che fossero investite in tanti luoghi di
Monte Camerali, con la riserva degli interessi ai cappel-
lani pro-tempore nominati.
Se dopo la morte dell'erede usufruttuaria, il frutto
dell'eredità fosse accresciuto in modo da superare quello
stabilito col testamento per ciascuna delle tre cappellanie,
ordinò che 1' avanzo venisse depositato presso « il Sacro
Monte di Pietà di Roma » ed erogato in uno o più sus-
sidii dotali da distribuirsi a « Zitelle oneste figlie di Mes-
sinesi, o discendenti di essi, abitanti in Roma, e, in man-
canza a Zitelle più povere siciliane, o discendenti da Padri
Messinesi o Siciliani ••>.
La cerimonia della distribuzione di questi sussidi do-
tali si doveva fare nel giorno della festa di S. Giuseppe
nella chiesa della Madonna di Costantinopoli, in Roma,
chiesa dei Siciliani (1).
Quest' ultima opera pia, che ha conservato il nome
del suo fondatore , anche presentemente adempie al suo
fine, quale quello della distribuzione delle doti. È retta da
(i) S. A/aria d'Uria di Costantinopoli, iti Roma. Vedi Armel-
lini, opera citata pag. 305 e « Compendio Storico della Chiesa e del-
l' Ospedale di S. Maria d' Uria di Costantinopoli della Nazione Sici-
liana in Roìna dalla sua fondazione al presente giorno, Estratto dayli
originali manoscritti esistenti nel suo Archivio. Roma, Tipografia Ro-
mana, 1889,
-. 10 —
uno staUito organico (1), approvato con R. Decreto 13
Giugno 1886, e da un resfolamento (2) relativo alla sua
amministrazione. Oltre alla sua istituzione di erede, di
cui ci siamo finora occupati, Francesco Juvara col suo te-
stamento lasciò parecchi legati.
Air altra sua sorella Natalizia, vedova di Francesco
Martinez, dimorante in Torino, legò scudi 160 per una sol
volta, assegnandole pure scudi 100 annui, sua vita natu-
rale durante. Stabilì inoltre dei legati a seguenti suoi ni-
poti ; A Simone Martinez scudi 547 ;
ad Antonia Martinez
« annui scudi 36 romani », dopo la morte dell'erede usu-
fruttuaria e quella della madre Natalizia. Ad Andrea Mar-
tinez, altro suo nipote, figlio di Antonio pittore, 250 scudi
per una sol volta, ed un' egual somma volle fosse corri-
sposta al fratello del predetto Andrea, Francesco Martinez,
Architetto, al quale ultimo lasciò tutti i suoi « compassi
« e libri d'architettura ».
A questo punto ci sia concesso di fare una breve os-
servazione. Come abbiamo rilevato dalla nomina di Fran-
cesco ad Accademico di S. Luca, questi appare come
scultore in argento o cesellatore, ora la presenza in sue
mani di questi compassi e libri di architettura fa pensare,
con una certa base di probabilità, che essi avessero già
appartenuti a D. Filippo, l' illustre architetto di Vittorio
Amedeo II, premorto a Francesco (3) ed a costui venuti
in eredità dal fratello.
(i) Arcico?t frate r?iUa di S. Maria d' Uria di Costantinopoli dei Si-
ciliani in Roma — Statuto Organico dell'Opera Pia Juvara, Roma, 1897.
(2) Regolamento di Aminifiis trazione deW Opera Pia /uvara,
Roma 1897.
(3) Il CiBRARio nella sua Storia di Torino, v. II. pag. 227, ricorda la
morte di Filippo Juvara al i febbraio t 736. Il io di marzo i Carme-
litani gli fecero in quella città sontuoso funerale in memoria del di-
segno dato alla loro chiesa.
Ma questa, l'ipetiamo, ò una semplice nostra Ipotesi,
giacche F'rancesco Juvara non ricorda affatto il fratello ;
e la mancanza assoluta nel suo testamento di qualunque
accenno a Filippo, onore ed illustrazione della famiglia
Juvara, colpisce non poco. Anche quando se ne sarebbe
presentata l'occasione Francesco non nomina il fratello;
così allorché egli enumera gii argenti che lasciava in
eredità, giunto ad un paio di candelieri, che dovevano por-
tare inciso o scolpito lo stemma dell'architetto Filippo, si
limita ad indicarli con le semplici parole : « due Cande-
lieri con arma di mio fratello ».
II testamento accenna anche ad altri legali di minor
conto, assegnati a diverse persone, ti a le quali ad una
certa Anna Tomassini, sua domestica, e ad un Giuseppe
Ricci, suo servitore, e si chiude con la nomina ad esecu-
tori testamentari dell'Abate Giuseppe Rinaldi e del sig F^i-
lippo Molajoni.
Queste nomine, come abbiamo già notato^ il Juvara re-
vocò poi con codicillo, 14 marzo 1759, sostituendo ai predetti
« il Molto Reverendo Padre Giovan Francesco Caballini
dell'Oratorio di S. Filippo Neri di Roma e l'Illustrissimo
Signor Abate Domenico de Paolis presentaneo Uditore di
Monsignore Illustrissimo e Reverendissimo Guglielmi ».
Questi i documenti che noi pubblichiamo quale contri-
buto alla biografìa critica di Filippo Juvara, conosciuto
finora solo attraverso l'articolo del Milizia (1), sul quale
(Il In gran parte fondata sul Milizia è la biografia che ne diede
ilGrosso Capopardo : Notizie storiche su Filippo Juvara di Messina,
nel Maurolico, foglio periodico, I sem. n. 5, sabato 15 gennaio 1834.
Eppure essa, in tempi in cui barriere insormontabili divideano la
Sicilia dal Piemonte, servì a ricordare fra noi il nome dell' insigne
2
- i8 -.
articolo sono state modellate poi le successive biografie
dell'architetto messinese. Proseguendo nelle ricerche non
disperiamo di poter presto dare alla luce nuovi documenti.
Alle nostre povere e modeste fatiche nessun premio è
più gradito di quello di sapere d'aver contribuito in qualche
modo alla ricostruzione della biografia di un sì illustre
architetto, vera gloria dell' arte italiana.
Torino, Settembre 1906
A. Telluccìni.
rilfuse in quelle nobili regioni, pie-
concittadino, il cui genio tanto
montesi che, vantarono con la Sicilia nostra tanta comunanza
di de-
periodo preparazione,
stini, di aspirazioni, di affetto. Anche in quel di
che precorse il 1860, l'illustre Filippo Cordova ridestò le memorie arti-
quello stupendo suo studio / siciliani in
stiche di Filippo Juvara in :
Cimento,
Piemonte nel secolo XVIII, pubblicato nel 1S52 nel giornale il
e che ha meritato l'onore di molte edizioni.
bOGÙMENTt
I.
S. Luca Covgregaliom Accademiche ecc. cìaW anno /yoo air anno 77/7,
Voi. 693.
(Arch. Accademia di S. Luca, Roma)
Addì 31 Dicembre 1706
Omissis
Furono poi dal Vice-Piencipe proposti per Accademici di Merito
li SS. Tomaso IMattei Architetto, Antonio Ferri Architetto del Gran-
duca di Toscana et il S. D. Filippo Juvara Architetto Messinese,
quali tutti mandati a partito ebbero ciascheduno tutti i voti favorevoli,
onde restarono tutti 3 eletti per Accademici di Merito con gli ob-
blighi contenuti nello Statuto e Decreti prima di prendere il possesso.
II.
(Arch. suddetto)
Addì 30 Gennaro 1707
Omissis
Fu fatto e dato il posseso alli SS. Tomaso Mattei e D. Filippo
ouvara Architetti, li quali avendo adempiuto all'obbligo dello Statuto
e specialmente il detto Mattei che portò un disegno di un Campanile
incorniciato p.^ opera del suo esercitio, il quale lasciò in Accademia
et il detto D. Filippo promise portare il suo fra 8 giorni e ne diede
per la sicurezza il detto Cav. France.sco V. Prencipe con sua speciale
promessa et osservanza.
III.
(Arch. suddetto)
A dì 3 Aprile 1707
Omissis
D. Filippo Juvara in esecutione del suo obbligo portò il Dise-
gnio per il suo possesso come novo Accademico rappresentante una
Chiesa con 2 campanili incorniciato con cornicie negra di grandezza
di 4 Palmi, il quale fu consegniato al secondo custode, acciò lo con-
servi nella nostra Accademia.
Omissis etc.
— 20 —
IV.
J^eg. Con/rollo Ge?iera/c delle Finanze di S. M. dal /y/j - ijiy n. 21./,
pag. 88.
lArch. di Stato, Torino, Sez. Ili)
VITTORIO AMEDEO II
Re di Sicilia, Gierusalemme e di Cipro
Ci sono si ben note le distinte e virtuose qualità che concorrono
nella persona di D. Filippo Juvara di Messina, ed i meriti che si è
acquistati nell'esercizio dell'Arte d'Architetto Civile, nella quale ha
dati saggi) di ben matura isperienza e capacità, che avendoli Noi in
particolare considerazione, ci siamo benignamente disposti a dargliene
un evidente attestato col destinarlo al carrico di nostro Primo Archi-
tetto Civile. Quindi, è che per le presenti di nostra mano firmate, di
nostra Certa scienza, piena possanza ed autorità Reggia, partecipato
il parere del Nostro Conseglio abbiamo Creato, eletto, costituito, e
deputato, creamo, eleggiamo, costituiamo, e deputiamo il predetto
D. Filippo Juvara di Messina per Nostro Primo Architetto Civile con
tutti gli honori, utili, dritti, preheminenze, prerogative, ed altra cosa
a tal carico spettante ed appartenente, e col stipendio di lire tre milla
d'argento a ss. 20 caduna l'anno, con ciò che presti il dovuto giura-
mento. Mandiamo pertanto a tutti li nostri Magistrati, Ministri, et
Ufficiali si di Giustizia che di Guerra, ed ad ogni altro che fia spe-
diente e singolarmente al Consiglio della nostra Artiglieria, Fabriche
e fortificazioni di riconoscerlo e ìax\o riconoscere, stimare, e riputare
per nostro Primo Architetto Civile come sovra da Noi Costituito, fa-
cendolo e lasciandolo gioire di tutti gli honori, utili, dritti et altre
cose suddette, et all'Ufficio Generale del soldo d'Assentarlo nella
predetta conformità e per la paga suddetta di L. 3000 come sovra
1' anno, con farlo gioire della medema in denari contanti, ed a' quar-
tieri ripartitamente, comminciando dalla data delle presenti, e conti-
nuando in avvenire durante la sua servitù, ed il nostro beneplecito.
Che tal è nostra Mente.
Date in Torino li 15 Dicembre 1714 e del nostro Regno il primo
Vittorio Amedeo
Vista: Di Cavoretto, d'ordine di Sua Maestà — Vista: Gropello.
Lanfranchi.
— 21 —
V.
Conto di Aiitoìiio IMellissano Ricevidore Deputato da S. M. alta Teso-
reria Fabbrìclie, Fortificazioni e Artiglieria dal 24 Luglio iji6 a
tutto il ig Maggio ijn.
(Ardi, di Stato, Torino, Sez, III)
Cap. 2 86
Al Minusiere Carlo Maria Ugliengo L. 979 di Piemonte per due
grandi modelli in bosso, uno della R. Cappella della Veneria Reale,
l'altro della Chiesa e Convento di Superga, come in lista tassata dal
Sig. Primo Architetto Civile don Filippo Juvara.
VI.
Conti della Tesoreria deW Artiglieria, Fabbriche^ fortificazioni^ muni-
zioni ecc. (Invent. gen. A^. 1S2 § i) ijij - iji8 a e. 84.
(Arch. di Stato, Sez. Ili, Torino}
Cap. 248
Più mi scarico di liure mille d'argento pagate al Sig. Primo Ar-
chitetto D. Filippo Juvarra a titolo di grattificatione, che S. M. le ha
fatto dare in occasione che si è messa la prima pietra Fondamentale
della Fabrica della Chiesa di Soperga in virtù di biglietto di detto
Sig. Intendente delli 20 Giugno 1717, e Discarico di S. M. delli 28
Luglio suseguenti scritture in esso enonciate e contente, che si ri-
mettono.
VII.
(Arch. Regio Economato Generale di Torino)
La Regia Camera dei Conti
Veduta l'alligata supplica sotto scritta e presentataci dal Sig. Abate
D. Filippo Juvara con le narrate bolle pontefìcie in data 22 Dicembre
1727; la lettera di nonìina regia speditagli dalla Segretaria di Stato il
7 Ottobre detto anno, il Rescritto dell' Eccmo. Senato de' 13 cor-
rente marzo, in vigor del quale è stata conceduta al detto Sig. Abate
l'esecuzione delle suddette bolle; e finalmente la Fede di detta Secre-
tarla di Stato dei 15 pure corrente, d'aver esso S. Abate prestato in S.
]\I. il dovuto giuramento; Il decreto nostro de' 19 parimenti del cor-
rente marzo, per quale è stata ogni cosa comunicata al Procuratcre
00
Generale; Le conclusioni in seguito al medesimo fatte in piede di detta
Supplica del S. Avvocato Bogino Sostituto Procuratore Generale,
sotto detto giorno 19 corrente, et altro Decreto nostro del giorno di
oggi sottoscritto dal S. Colat. Benzo di Voto, per quale si manda ese-
guire dette conclusioni, ed il tenor del tutto ben considerato. Per
le presenti mandiamo annnuoversi la mano regia dal Temporale
dell' Abbadia di Selve, ridotto sotto la custodia et amministrazione
di questo magistrato, et mandiamo al S. Prefetto della Provincia
di dare a nome di questo stesso magistrato il possesso di tutti i
beni, diritti e rendite appartenenti a detta Abbadia al predetto S.
Abate, ricorrente nella persona del S, Priore e canonico D. Fran-
cesco Antonio Guelba da esso deputato per riceverlo a nome suo.
Facendo però prima un testimoniale dello Stato, nel quale si trovano
essi beni, colle loro fabriche et altre pertinenze, e ciò in contraditto-
rio dell'affittabile Filiberto Nocento. Con far formare d'ogni cosa gli
atti opportuni, che trasmetterà a questo Magistrato in autentica e pro-
bante forma per essere riposti negli archivi camerali, conferendole a
quest'effetto l'autorità opportuna ; mandando registrarsi le presenti con
la suddetta supplica, bolle ponteficie, et altre pezze sovraenunciate et
designate nei registri nostri per avervi ricorso al bisogno.
In cui fede abbiamo concesso le presenti. Date in Torino li 20
Marzo 172S.
P. Detta Camera Regia
Nicola.
Vili.
Arch. Accademia di S. Luca, Roma — Congregatioìii 1726 al 1738
Voi. 49 pag. /jp.
A di 8 Aprile 1736
Omissis
ÀI servitio del Re Spagna essendo passato a miglior vita in
di
Madrid il Cav. D. Filippo luvara nostro Accademico, et essendosi
pur inteso avere nel suo ultimo testamento disposto si erigesse nella
nostra Chiesa una Cappellania, e fattosi sopra ciò diligenza per sapere
il retto di tal fatto, si è saputo esser ciò verissimo, avendo il mede-
simo Sig. D, Filippo lasciato il peso di detta institutione di Cappella-
nia al suo fratello Sig, Francesco luvara, da erigersi in detta nostra
Chiesa vivente esso Sig. Francesco, o dopo la sua morte, et atteso ciò
si è pregato il sig. CaV. Conca di procurarne la particola di detto te-
— 23 —
stamento concernente detta instituzione di Cappellania per porla nel
nostro Archìvio.
IX.
Ardi. Accademia di S. Luca, Noma — Congrcgalioni 1726 al ijjS Voi.
49 P<^S' 1^0.
A di I Luglio 1736
Omissis
Il Can. Kemeraro potrà compiacersi di prendersi l' incomodo di
portarsi dal Sig. D. Francesco luvara, e pregarlo a nome dell' Acca-
demia voler favorire di far venire da Torino , o da altre parti do-
ve sia rogato il testamento fatto dalla B. M. del Cav. Filippo luvara
in publica forma, o pure ia particola parimenti in publica forma dove
ordina l'erezione della Cappellania da farsi nella nostra Chiesa, per
venire in cognitioni delle particolarità, con le quali vuole si faccia
detta erezione.
Ha proposto il Sig. Principe in riguardo di detta beneficienza
usata dal fu Cav. Filippo luvara, ed a riguardo anche del merito del
Sig. Francesco di lui fratello, professore di scoltura d'argento, come
fu il quondam Gio. Giardini già nostro Accademico, che sarebbe bene
ascrivere ancor esso nel numero dei nostri Accademici di merito, po-
tendo esso anche più pinguemente eseguire la mente del fratello oltre
gli altri riflessi, e dovendo correre il solito mese, nella futura Con-
gregatione ciaschiduno dirà il suo sentimento.
Etcc. omissis
X.
Arch. Accademia di S. Luca. Roma — Coiigregalioiii 1726 al ijjS
Voi. 49 pdg- 166.
Congregatione 2 Dicembre 1736
Omissis
E siccome sotto il p. Luglio fu proposto per Accademico il
Sig. Francesco luvara per i motivi accennati in detta Congregatione,
così essendosi corsa la bussola per il medesimo, è stato a pieni voti
ammesso, il quale nella prossima Congregatione come si è detto pren-
derà con l'altri il possesso sotto ristesse conditioni dello Statuto,
Etcc, omissis,
- 24 —
XI.
Arch. Accademia di S. Luca, Roma — Covgregationi JJ26 al IJ38
Voi. 49 pag. j6y.
Congregatione 13 Gennaro 1737
Omissis
Essendo stati ammessi per accademici di merjto nella Congrega-
tione passata li vSig. Ferdinando Fnga, Filippo Evangelista, Stefano
Pozzi e Francesco Invara secondo dispone lo Statuto, in hoggi gli è
stato dato il possesso.
Etcc. omissis
XII.
Arc/iirio dei Luoghi di Monte, Giustificazioni Voi. 433 anno ijóg.
(Arch. Stato di Romaì
In nomine Domini Amen,
Praesenti Piiblico Instrumento Testamenti, cunctis ubique pateat
evidenter, et sit notum, quod anno a salutifera Nativitate Domiri
Nostri Jesu Christi Milesimo septigentesimo quinquagesimo octavo,
Indictione sexta. Die vero prima Mensis Septembris, bora quarta noctis
sequentis cum tribus luminibus accensis, Pontificatus autem Sanctissi-
mi in Christo Patris, et Domini Nostri Diii. Clementis divina provi-
dentia Papae XIII anno Primo. In meis etc, Dominus Franciscus Jn-
varra filius bonae memoriae Petri Messanensis mihi etcc. cognitus,
sanus Dei gratia mente, sensu, visu, auditu, loquela, et intellectu,
coeterisque sensibus, ac etiam corpore, sciens se esse tnoriturum, cum
nihil certius sit morte, nilque incertius bora illius, et volens de Bonis
sibi a Deo collatis disponere, ne post ejus obitum inter suos Posteros
Successores aliqua lis oriatur, ideo sponte etcc, omni etcc. condidit
suum Testamentum, prout introsriptis foliis, quae clausa, et sigillata,
et intus ab eo, ut asseruit subscripta, corani infrascriptis Testibus mihi
Notarlo consignavit tenoris prout in eo, in quibus dixit contineri suum
Testamentum Nuncupativum sine scriptis, et in eo Legata fecisse,
Hoeredem instituisse, et alia disposuisse declaravit, sequuto vero eius
obitu tribuit mihi Notarlo facultatem illud aperiendi ad instantiam
cujusvis Personae in eo interesse habere pntantis, absque alicujus Dui.
Judicis Decreto, sed corani duobus Testibus tantum : Et hoc dictus
~ 25 -
Dominus F'ranciscus Juvarra testator dixit esse, esseque voliiit suum
ultimum Testamentum nuncupativum sine scriptis suamque ultimam
dispositionem, quod et quam valere volu't jure similis Testamenti
nuncupativi sine scriptis, Codicillorum, Donationis causa mortis, vel
alterius cujusvis dispositionis de jure valiturae, ac alias omni etcc.
cassans, irritans, et annullans omne aliud Testamentum, omnenque
aliam Dispositionem per eum quomodolibet hactenus factam, et per
acta cujusvis Notarii rogatam, etiam sub quibusvis verbis, et Clausulis
quantumvis proegnantibus, et derogatoriis, Derogatoriarum derogato-
riis. quia hoc praesens cius Testamentum coeteris aliis praevalere
voluit, non solum etcc. ed et omni etcc. Actum Romae in Domo
Magna angulum faciente in platea agonalis, et ingressum habente e
conspectu \'enerabilis Ecclesiae Beatae Mariae de Anima juxta etcc.
et signanter in illius secando appartamento per subscriptum Dominum
Testatorem habitato, ibidem praesentibus etcc. Rev. D. Nicolao To-
massini quondam Thomae de Maldineano ausculanae Diocesis,
filio
Rev. D. Petro Negrotti filio quondam Pauli de Monte Opulo Abba-
tiae Farsensis, Exceliente D. Doctore Pliisico Jacobo Brescia filio D.
Francisci de Civitate Albae in Pedemonte, D. D. Petro Bacchini filio
quondam Dominici Ron.ano, Josepho Carosini filio quondam Francisci
Romano, Stephano Ratti filio D. Alexii Romano, et Josepho Rizzi
filio quondam Bernardini de Cremona Testibus etcc. qui sese subscri-
pserunt prout infra vidilicet.
Don Nicolao Tomassini, fui presente e testimonio alla consegna
del presente testamento
Pietro Negretti sacerdote, fui presente e testimonio alla consegna
del presente testamento
Jo Giacomo Brescia, fuicome sopra
testimoio
Jo Pietro Bacchini, fui come sopra
testimonio
Jo Giuseppe Carosini, fui testimonio come sopra
Jo Stefano Ratti, fui testimonio come sopra
Jo Giuseppe Rizzi, fui testimonio come sopra
Jtem subsequenti Anno ab eadem Nativitate milesimo septingen-
tesimo quinquagesimo nono Indictione septima. Die vero vigesima
septima Mensis aprilis, Potitificatus vero quo supra.
Cum hac mane circa horam decimam tertiam fato cesserit D. Fran-
ciscus juvarra filus bonae memoriae Petri Messanensis per me, et in-
frascriptos Testes, dum in humani erat, optime notus, cuius cadaver
ego Notarius publicus, et testes infrascripti in terra extensum super
— 26 —
strato nigro, habitii Religioso Divi Dominici iiidutiim in una ex nian-
sionilDiis secundi appartamenti Domiis magnae positae fere e conspectu
Venerabilis Ecclesiae Beatae Mariae de Anima, angulum facientis in
vico tendente ad Plateam agonalem, et modo spectantis ad Eximium
L). Diiccm de Verzino juxta, ac al) eodem Domino Jiivarra, dimi vixit,
in locationem retenti, et habitat!, quod ad hunc effectnm accessimus,
acceisiti bene vidimus, et recognovimus exanimatum, et extensum ;
bis attentis, habitaqne notitia Domina Benedicta Jiivarra illius germana
soror, mihi etcc. pariter nota, praefatum D. Franciscum viventem sub
die prima ymbris 1758 suum in actis meis etcc. ultimum testamentum
clausum et sigillatuni consignasse, ac in ipius bonae memorae Francisci
haereditate interesse habere putans, propterea instetit penes me etcc.
ut illud aperirem, et publicarem, ad hoc ut eius voluntas debitae exe-
cutioni demandari debeat, prout Ego idem Notarius utendo facultate
mihi etcc. per eumdem bonae memoriae Franciscum in dicti Testa-
menti consignatione tributa illud scilicet, sequuto ejus obitu propria
authoritate, et absque ullo Judicis Decreto aperiendi ad instantiam
cujusvis Personae in praedicta haereditate interesse habere praeten-
dentis, attento obitu, dicti bonae memoriae Francisci ut supra sequuto.
Testamentum praefatum septem sigillis signatum, filo albo consutum,
et a septem Testibus subscriptum relata die per acta mei etcc, ut
supra consignatum, et nunc mecum ad huiusmodi effectum praecisum
asportatum, coram eisdem Testibus aperui, et disigillavi, nulla in
parte cassum, omnique suspicione, et vitio carens repertum, idemque
sic apertum alta et intelligibili voce perlegi et publicavi, et hic alli-
gavi, prout in quinque foliis tenoris sequentis, vidilicet :
In nome della Santissima Trinità Padre, Figliolo e Spirito Santo
della Beatissima Immacolata Vergine Maria, e di tutti i Santi e Sante
del Paradiso, Amen.
Considerando io infrascritto Francesco Juvarra, figlio del quon-
dam Pietro (1) della Città di INIessina, abitante in Roma quanto siano
(i) ebbe ottima rinomanza tra la numerosa e di-
Pietro Juvara
stinta arte degli argentieri in Messina. Probabilmente figlio dell' arte,
come dicesi, ancor giovanetto, —
poiché lo vediamo ricordato nei docu-
menti col vezzeggiativo di Pietrino, —
eseguì varie commissioni per
parte di quel gran signore e fine amatore delle cose artistiche che era
Don Antonio Ruffo, Principe della Scaletta, e non mancò di servirlo
fino alla sua tarda età. In sulla metà del secolo XVII insieme ad lu-
brevi i giorni di questa misera vita, e rivolgendo il pensiero alla cer-
tezza della Morte, ed incertezza del preciso tempo di essa; e volendo
perciò provvedere in tempo agi' Interessi della mia Anima, ed alli
temporali, a solo oggetto d' impiegare nel rimanente di mia vita, per
quanto mi sarà possibile e permesso, tutto me stesso all'acquisto del-
l'eterna Beatitudine, ho deliberato adesso che mi trovo sano per grazia
dell'Onnipotente Iddio di mente, senso, lociuella, vista, udito, ed in-
telletto, ed anche di corpo dichiarare la mia ultima volontà, e di-
sporre con il presente mio nuncupativo Testamento che di ragione
civile vien detto senza scritto, di tutte le mie facoltà e sostanze, che
il Signore Iddio si è compiacciuto concedermi per sua infinita miseri-
cordia, conforme, imploratone il divino aiuto. Io faccio e dispongo nel
modo e forma seguenti, cioè :
Ed in primo luogo incominciando dall'anima mia, come cosa più
nobile e degna del Corpo, quella colla maggior rassegnazione possi-
bile la raccomando al mio Divino Creatore, all'Immacolata Concezione
Vergine Maria, al mio S. Angelo Custode, al glorioso Patriarca S. Giu-
seppe a S. Vincenzo Ferrerio, a S. Francesco di Paola, a S. Filippo
Neri, ed a tutti gli altri Santi miei Avvocati e protettori, rinovando
qui la professione della S. Fede Cattolica Romana, nella quale intendo,
e voglio fermamente morite, ricorro con gran timore ma con una qual
nocenzo Mangani, da Firenze, modellò e tragittò gli angeli e gli ornati
di bronzo dorato del baldacchino del maggior altare nel Duomo di INIes-
sina, pel quale esegui lampadari ed altri utensili insieme ai valenti ce-
sellatori ed argentieri Donia. Cfr. Arenaprimo G. Argcìiterie artisti-
che messinesi del secolo XVII. Firenze, 1901. e Per la biografia di
Innocenzo ìMangani , argentiere scultore ed architetto fiorentino , in
Arch, Stor. Mess. Anno V. fase. 1-2.
Nel 1672, per incarico dello stratigò D. Luigi dell' Hojo modellò
la statua di argento rappresentante S. Michele Arcangelo, che, per or-
dine dello stesso stratigò, fu esposta su di un altare nel Duomo per
dimostrare la sua equità ed il modo come egli impartiva la giustizia.
Questa statua venne fusa negli eventi posteriori della rivoluzione del 1674-
7S. Nulla sappiamo degli ultimi anni di Pietro Juvara,che fino al 1665
tenea la sua officina nella via dei Banchi ed Argentieri, nella quale,
da tempi antichi, abitavano i mercanti e banchieri più reputati e gli
argentieri ed orefici, i quali, poco discosti gli uni dagli altri, evitavano
il monopolio di coloro che si sarebbero voluti allontanare, ove mai
avesser l'intento di nuocere alla loro corporazione, che in Messina era
numerosa e graduata fra le arti nobili.
— 28 -
fiducia al Cospetto di Dio, chiedendogli coli' intimo del cuore, e con
lagrime di vera compunzione perdono e misericordia delle colpe com-
messe in mia vita, supplicando umilmente il mio Signore Gesù Cristo
per li meriti della sua Santissima Passione a farmi permanere sino
all'ultimo spirito di mia vita con senso di vero pentimento, e conce-
dermi che possa col Sagramento della Penitenza, e col Santissimo
Viatico e Sagra Unzione munirmi della divina grazia, e con tal pre-
sidio difendermi in quell'ultima ora da qualunque tentazione del De-
monio.
Quando poi sarà separata l'anima mia dal corpo, ordino e voglio
che dalla infrascritta mia Erede, ed infrascritti miei Signori Esecu-
tori Testamentarj si faccia trasportare il mio cadavere nella Venera-
bile Chiesa di S. Maria in Vallicella, detta volgarmente Chiesa Nuova,
associato con quella Pompa funebre, che più parerà e piacerà alla
detta mia infrascritta Erede.
Voglio poi che resti esposto nella medesima Chiesa avanti l'altare
di S. Filippo con quella quantità di cera all' arbitrio di detta mia in-
frascritta Erede, e quivi in quella stessa mattina mi si facciano cele-
brare tutte quelle Messe basse di requie, che sarà possibile, oltre la
Messa cantata parimenti di requie, e negli altri otto giorni susseguenti
voglio, che mi si faccino celebrare tante altre Messe sino al numero
di Cinquecento, comprese quelle che si saranno celebrate nella ma-
tina dell'esposizione del mio cadavere, ed in oltre voglio, che
colla maggiore sollecitudine possibile mi si faccino celebrare le solite
Messe nelle Chiese di S. Gregorio, S. Preàsede alla Colonna di Nostro
Signore, di S. Lorenzo fuori le .mura e di S. Maria Liberatrice.
Ed in caso, che quei esemplarissimi Padri della Chiesa Nuova si
degnassero concedermi il sito nella Navata incontro la Cappella di
S. Filippo, ed a canto quella della Santissima Annunziata, in tal caso
quivi si faccia la sepoltura per il mio cadavere a spese della mia
Eredità.
Per ragioni di legato, ed in ogni altro miglior modo etcc. lascio
alla Sig. Natalizia Juvarra, mia sorella vedova del quondam Francesco
Martinez abitante in Torino, scudi centosessanta moneta Romana in
un ricapito, o sia pagarò a mio favore fatto dal Sig. Simone Martinez
suo figlio, volendo che dall' infrascritta mia erede gli si consegni il
detto recapito, che si troverà tra le mie scritture, e non ritrovandosi
il detto mio ricapito, in tal caso la detta Sig. Natalizia non possa
pretendere alcuna cosa dall'infrascritta mia Erede per causa di detto
— 29 -
Legato. Al detto poi S\g. Sitnone Martinez mio Nepote (t), c'ondono e
rilascio li scudi cinquecento quarantaselte da me pagati per il mede-
simo in vigore di una sigortà da me fattagli, e poi pagata in occa-
sione d'alcuni argenti da esso Sig. Simone lavorati per li Portughesi,
della qua! somma il detto Signor Simone non ha voluto larnc mai
alcun obbligo, e dichiarazione a favor mio.
Item per ragione di Legato come sopra lascio alla predetta Sig.
Natalizia mia Sorella scudi Cento Romani annui di lei vita naturale
durante solamente, da incominciare però a pagarsi simil Legato dalla
mia Eredit.à, e miei Signori Esecutori Testamentari dopo la morte
della infrascritta mia Erede usufruttuaria, e non prima, morta poi che
sarà la detta Sig. Natalizia, voglio per ragion di Legato, ed in ogni
altro miglior modo etcc, che dopo la morte della detta mia Erede usu-
fruttuaria dalla suddetta mia Eredità venghino pagati alla Sig. Antonia,
figlia di detta Signora Natalizia e del quondam Francesco Martinez,
mia Nepote annui scudi trentasei Romani alla regione di un paolo al
giorno, parimenti vita naturai durante d'essa Sig. Antonia mia Nepote,
e non altrimenti etcc. Con che però tanto per parte della suddetta
Sig. Natalizia, che della detta Sig. Antonia; di Lei Figlia, di sei in sei
mesi, allorché mandaranno ad esigere in Roma il di loro rispettivo
Legato debbano esibire a chi dovrà fare i pagamenti la lede della loro
sopravivenza colle solite Legalità, perchè così etcc.
Item per simil Legato lascio al Sig. Andrea Martinez
titolo di
altro mio Nepote, quondam Antonio Martinez Pittore, scudi
figlio del
Due Cento cinquanta moneta Romana per una sol volta, volendo in
oltre che una simil somma d'altri scudi Duecento cinquanta moneta
si paghino al Sig. Francesco Martinez Architetto, altro figlio del
detto quondam Antonio, e Fratello del riferito Andrea parimenti a
titolo di Legato per una sol volta, perchè così etcc : Con dichiarazione
(i) Simone Martinez da Messina, nipote dell' Juvara, è il fonda-
tore della scuola di scultura del Piemonte. Il Re Carlo Emanuele III,
stabilìappositamente uno studio normale nel i73<S sotto regi Archivi, i
€ ne propose il Martinez allo insegnamento. Rovere, Descrizione del
R. Palazzo di Torino, Torino, 1S50, pag. 45, 76. Lo studio fu poi
trasportato alla estremità dei giardini reali. Il Martinez scolpì le sta-
tue della Fede e della Carità ed il San Giuseppe col Bambino ed i
putti, medaglie e rilievi delia cappella architettata dallo zio in S. Te-
resa di Torino.
— .'JO
—
però, che rimo e l'altro Legato non possa pretendersi da ciascuno di
questi due Legatarj, se non dopo la morte della infrascritta mia Erede
usufriittuaria, e quante volte li medesimi, o ciascuno d'essi in quel
tempo si trovassero in vita, e non altrimenti : perchè cosi etcc.
Item per ragioni di Legato lascio al sudetto Sig. Francesco Mar-
tinez Architetto tutti li miei compassi e libri d'Architettura, quante
volte si trovassero nella mia Eredità, acciò abbia memoria di me (i),
pei che così etcc.
Item per simil ragion di Legato lascio scudi Quattrocento moneta
per una sol volta alla Sig. Antonia Lombai'di Geranio, figlia del
quondam Ottavio Lombardi, se però sopraviverà alla infrascritta mia
Erede usufruttuaria, perchè non intendo, che detto Legato vada ai
E più scudi trecento lascio alla figlia di
suoi Figli, perchè così etcc,
detta Sig. Antonia maritata Casa Quartaroni esistente nella Città
in
di Messina, ed altri scudi trecento lascio al Sig. Paolo d'Amico, figlio
della quondam Leonora Lombardi mia Pronepote volendo che li ,
suddetti Legatarj, e ciascuno di loro restino contenti di questo
Legato,
e voglio, che non possino conseguire se non
quale per altro intendo,
dopo sarà seguita la morte di detta mia Erede usufruttuaria, e quante
volte in tal tempo sarà in vita il suddetto Sig. Paolo d'Amico, e la
suddetta figlia della Sig. Antonia maritata in detta Casa Quartaroni si
poiché essendovi questi, intendo, e voglio
trovasse morta senza figli,
che godino il sudetto Legato di scudi Trecento. E se mai si dasse il
Francesco Martinez messinese, figlio del pittore Antonio e
di
(r)
ricordato dal Comolli nella Bibliografia Arclii-
una sorella dell' Juvara,
tettonica valente architetto, fu tra i discepoli del grande mae-
come
stro, che gli fecero maggiore onore, fra i quali Ciò. Battista Sacchetti,
di
torinese, che sostituì il Juvara nell' edificazione del palazzo reale
INIadrid, Luigi Vanvitelli chiamato da Carlo III
di Borbone alla co-
palazzi di Napoli,
struzione della reggia di Caserta, ed ai più superbi
da Torino, che riusci ancora valente
e Claudio Francesco Beaumont,
gli ottenne
pittore, che deve la sua esistenza all' Juvara, il quale
anche un sussidio annuo per farlo perfezionare in Roma nello studio
della pittura.
del palazzo
Francesco Martinez, che lavorò con l'Alfieri a gli ornati
di S. Marzano, è autore della notabile tribuna regale del Ducmo e della
della sua morte
grandiosa facciata dell' Annunziata, ove fu sepolto il dì
Storia di Torino, Tonno,
7 maggio 1777, come attesta il Cibrario,
magnifiche tombe di
1S46, voi. 2, pag. 537. Ei die i disegni delle due
Emanuele nel sotterraneo di Superga.
Vittorio Amedeo Carlo II e III,
^ Èi -
caso, che tutti e singoli miei Legatarj, e ciascuno d'essi pretendes-
sero,o pretendesse nella mia Eredità, e si avanzasse a dar molestie alla
detta mia Erede usufruttuaria, voglio che decadine, o
decada affatto
dal Legato, e da ogni jus di poterlo in alcun tempo
conseguire; mentre
è mia precisa volontà, che detta mia Erede usufruttuaria non
sia in
alcun tempo molestata, perchè così etcc.
Item a titolo di Prelegato, ed in ogni altro miglior modo etcc. la-
scio alla Sig. Benedetta Juvarra, mia dilettissima, sorella in contrasegno
dell' amore che sempre gli ho portato
e tuttavia gli porto, ed a con-
,
templazione ancora dell'assistenza
ed attenzione sempre usata verso
di me ,
lascio dico scudi Quattromila moneta Romana
con libera ed
assoluta facoltà di poterue disporre a di Lei arbitrio in
vita, ed in ogni
tempo, che alla medema meglio parerrà e piacerà, talmentechè
la me-
dema sia, e debba essere assoluta Padrona di detti Scudi
quattromila
moneta.
Item a titolo di Prelegato, ed in ogni altro miglior modo etcc. la-
scio liberamente alla medema Sig. Benedetta mia sorella tutte le gioje,
abiti, e biancherie, e tutt'altro, ch'è d'uso della
medema, come ancora
la Lucerna d'argento, schifto grande con sue chicchere, due Tazze da
brodo, Caffettiera, o sia Cioccolatiera d'argento,
l'orologio figurato di
metallo e d'argento, altri due schiffetti con sue
chichere. ed altra Caf-
fettiera picola il tutto d'argento, due Candellieri con arma di mio Fra-
tello adue lumi, ed altri due para di Candellieri a spicchi,
ed un altro
paro ottagonali di getto con suoi padellini parimenti
d'argento, di più
la scatola d'oro ovata lavorata, e l'anello di brillanti,
e l'altro' anello
di tre Diamanti a faccetta come anche tutti li mobili che si trovano
,
in mia Casa, intendendo, che de' medemi ne sia assoluta
Padrona, e
solamente eccettuo gli altri argenti non specificati nel
presente mio
Testamento e li quadri di basso Rilievo d'argento, delli quali
per evi-
tare ogni dubbio ne ho un
fatto foglio da me sottoscritto fi), che in-
cluderò nel presente mio Testamento, perchè così etcc. e non altri-
menti etcc.
(ij II tenore dell" inserto foglio,
di cui si è fatta menzione, è il
seguente, cioè: Nota degli argenti, che si devono
considerare nella
mia eredità. Numero Ventiquattro Tondini, quattro
Piatti grandi, una
Guantiera grande, e l'altra picola, Un schiffo grande
Quattro Qua- ,
dri d'argento con basso rilievo^
rappresentanti uno ITmnTacolata Con-
cezione, 1' altro S. Giovanni Batta, l'altro la Gloria
di alcuni Putti e
l'altro fa fuga d'Egitto. =: Francesco Juvarra.
>- 32 -
miglior modo etcc. lasciò
Item pef ragione di Legato, ed in ogni
Tomassini, che m'ha servito da venti anni, e tuttavia continua
ad Anna
suo servizio, scudi quindeci moneta per una sol volta
a prestarmi il
da pagarsegli liberamente subito seguita la mia morte Ed in oltre :
mia Eredità gli si diano scudi diciotto l'anno sua
voglio che
,
dalla
naturai durante, con doverli però principiare a
conseguire dal tempo
vita
della morte della infrascritta mia Erede Usufruttuaria, e quahte volte
la medema in quel tempo si trovasse in vita: Intendendo però che si-
mile legato di scudi quindici lasciatogli per una
sol volta come sopra
mio
possa conseguirlo qualora la medema si trovercà
al servizio in
tempo della mia morte, e non altrimenti etcc.
Rispetto poi all'altro legato di Scudi diciotto annui
da conseguirsi
della infrascritta mia Erede
morte usufruttuaria come sopra
dopo la
che essa continui a servire
possa e debba conseguirli nel solo caso,
sino al tempo della morte della infrascritta mia Erede usufruttuaria e
non altrimenti etcc.
Item per simil titolo di Legato lascio a Giuseppe Ricci mio ser-
vitore scudi dieci moneta per una sol volta da pagarglisi subito seguita
la mia morte, perchè così etcc.
poi e singoli miei Beni ed Effetti tanto stabili, che Luo-
In tutti ,
azioni, nomi de' Debitori, ed altri qual-
ghi de Monti, quanto Crediti,
luoghi posti, ed esistenti, ed a me Testatore in
sisiano in qualunque
per qualsiasi Causa e titolo spettanti ed appar-
qualunque modo, e
mi potessero spettare ed appartenere, mia Erede
usu-
tenenti , e che
istituisco, nomino e voglio che sia la sudetta
fiuttuaria universale
Sig. Benedetta Juvarra, mia sorella carnale, alla quale per ragione d'i-
stituzione, ed in ogni altro meglior modo etcc. lascio l'irftiero Usu-
frutto della mia Eredità ,
proibendo alla medema qualunque sorte di
Trebellianica e Falcidia, perchè così etcc.
morte di detta Sig. Benedetta mia
Erede poi proprietario dopo la
nomino e voglio che sia l'infrascritta Opera Pia, cioè,
sorella istituisco,
seguita che sarà la morte di detta Sig.
Benedetta voglio che si erig-
soggette alla Da-
gano Tre Capellanie mere Laicali, e non altrimenti,
Apostolica, ne tampoco all'Ordinario
taria, e Regole della Cancellarla
persone, alle quali, come
amovibili ad nutum da ciascuna delle
coUobbligo della Messa quotidiana, da
appresso concederò la nomina
celebrarsi o per loro stessi, o per altri,
una nell'altare del Glorioso
d'annua Rendita di scudi settan-
S. Filippo Neri nella Chiesa Nuova,
di giulj due giorno,
tadue, che viene a corrispondere alla ragione
il
- 33 -
alla quale ora, e per quando sarà la niedema eretta nomino per primo
Cappellano il Reverendo Sig. Don Nicola Tomasiiii dalla Città d'A-
scoli abitante in Roma, e dopo la morte di detto Sig. D. Nicola primo
Cappellano nominato, voglio che la nomina degli altri Cappellani spetti
al Superiore prò tempore di detta Chiesa Nuova ,
pregandolo instan-
temente come desidero di preferire in concorrenza i Nazionali di Mes-
sina, o Figli de' medesimi.
Altra Cappellania nella Cappella di S. Giuseppe nella Venerabile
Chiesa della Pace di Roma d' annua Rendita di scudi settantadue come
sopra, alla qualenomino per primo Cappellano il Sig. Paolo d'Amico
mio Pronepote, e qualora il medesimo non fo33e capace di conse-
guirla, e non ascendesse al sacerdozio, come anche dopo la morte dello
stesso, lascio la facoltà di nominare a detta Capellania al Sig. Aoate
Giuseppe Rinaldi, uno degli infrascritti miei Signori Esecutori Testa-
mentarj, e quante volte si dasse il caso, che detto Sij^. Paolo d' A-
mico mio primo Cappellano come sopra nominato premorisse a detta
Sig. Benedetta mia Erede, Voglio che la prima nomina spetti alla
medenia Sig. Benedetta.
La terza Cappellania poi nella Venerabile Chiesa dell'Arciconfra-
ternita degli Agonizzanti d'annua rendita similmente di scudi settan-
tadue come sopra, alla quale ora, e per quando sarà la medema eretta
nomino per primo Capellano uno dei Figliolj del .Sig. Filippo Mo-
lajoni.
E se si dasse il caso, che il figliolo del detto Sig. Molajoni, come
sopra nominato premorisse a detta Sig. Benedetta, voglio ed intendo
che la prima nomina spetti alla detta Sig. Benedetta, e dopo la morte
di questa le altre successive nomine spettino per sempre alli Signori
officiali prò tempore, o siano Guardiani di detta Arciconfraternita.
Come pure voglio che dopo la morte del Sig. Abbate Rinaldi le altre
successive nomine alla sudetta Capellania eretta nella Venerabile Chiesa
di S. IMaria della Pace spettino al Reverendo Abbate prò tempore del
Venerabile Monastero della Pace sudetta, con che però tanto li sudetti
Sig. Officiali degl'Agonizzanti, quanto il detto Padre Abbate, debbano
preferire alle sudette nomine li .Sacerdoti, o purj Chierici Messinesi,
Nazionali e non altrimenti etcc.
Per fondo poi delle sudette Capellanie e ciascuna d'esse, voglio,
ordino e comando che si assegnino tanti de' miei Luoghi de' INIonti
Camerali non vacabili, che rendino l'assegnata respettix a somma annua
alle predette Capellanie, colla riserva de' Frutti al Capellano prò tem-
pore nette anche dall'Imposizione imposta sopra i Luoghi de' Monti,
quante volte fatta che sarà dall' infrascritti miei Sig. Esecutori Testa-
mentarj la respettiva Erezione e^ Fondazione delle sudette tre Ca-
pellanie coU'assegnare per ciascheduna d'esse il fruttato d'essi medesimi
Luoghi de' Monti, colla traslazione de' medesimi in Credito delle su-
dette Capellanie erigende, colla riserva de' loro frutti a favore de' Ca-
pellani prò tempore nominati da farsi per rogiti da rogarsi per gli atti
di quel Notaro, ove sarà consegnato il presente mio testamento, come
ancora fatta l'assegnazione, e destinazione dei Capitali per la sodisfa-
zione dei sudetti rispettivi Legati da me come sopra lasciati vita so-
lamente durante de' miei Legatarj e dopo pagati, e sodisfatti Legati, i
fatti per una sol volta, avanzasse qualche somma o Capitale
fruttifero,
o pure per morte de' Legatarj in qualunque tempo succedesse, o pri-
ma o dopo la morte della detta mia Erede usufruttuaria s'accrescesse
maggior fruttato alla mia Eredità, che sormontasse il fruttato in detta
certa somma assegnato per le sudette tre Capellanie , in tal caso tutta
quella somma di più, che ogni anno da detto fruttato sopravanza , e
che potrà sopravanzare dopo la morte de' miei Legatarj, dovrà depo-
sitarsi in Credito dell' Opera Pia di me infrascritto Francesco Juvarra
a disposizione di quelli, che avranno la nomina degl'infracritti sussidj
dotali, e voglio, ed ordino che tutta la sudetta somma da depositarsi
nel Sagro Monte di Pietà di Roma, si eroghi , e s'impieghi in uno o
più sussidi dotali da darsi, e distibuirsi ad una o più Zitelle come in
appresso. E siccome per essermi incerto qual somma annua possa
avanzare, non posso determinare il numero di detti sussidj Dotali, perciò
rispetto al detto numero voglio che venghi determinato da' detti miei
Sig. Esecutori Testamentarj a' quali voglio che spetti il dare, e deter-
minare quel metodo, che crederanno più adattato: Dichiarando che cia-
scuna Dote, o sussidio dotale caritativo non debba essere di minor somma
di scudi quaranta, e che dette Dote, o Doti venga o venghino distribuite
ogn'anno a Zitelle oneste figlie di Messinesi, o discendenti d'essi abi-
tanti in Roma, ed in mancanza di queste a favore delle Zitelle più po-
vere siciliane, o discendenti da Padri Messinesi, o Siciliani.
Volendo però che a tali sussidj dotali caritativi siano sempre pre-
ferite, ed anteposte a tutte le altre Zitelle le mie Parenti più prossime
o Descendenti da queste, benché non siano, od abitino a Roma. Vo-
lendo in oltre, che tale distribuzione di detti sussidj dotali venga fatta
ogn'anno nel giorno della Festività del Glorioso Patriarca S. Giuseppe
nella Venerabile Chiesa della Madonna Santissima di Costantinopoli
- 35 —
di Roma, ove dovranno intervenire le Zitelle a simili snssidj nominate
dal siidetto Sig. Abate Rinaldi uno de' miei Esecutori Testamentarj,
come dirò in appresso, ed ivi fare la Santa Comunione in quella ma-
tina del giorno della Festa di S. Giuseppe, e pregare sua Divina Maestà
per l'anima mia, e de' miei Parenti, a tal obbligo esento quella mia
Parente che conseguirà il sussidio dotale con trovarsi fuor di Roma,
volendo solamente, che questa in detto giorno faccia la Santa Comu-
nione con pregare per l'anima mia, e de' miei come sopra, perchè
così etcc.
La nomina poi di questi sussidj dotali voglio che spetti all'istesso
Sig. Abate Rinaldi sua vita naturale durante solamente , seguita poi
sarà la di lui morte, voglio che la distribuzione di detti sussidj dotali
spetti alli Signori Guardiani prò tempore della Venerabile Arciconfra-
ternita di S. Maria di Costantinopoli di Roma, i quali siano tenuti, ed
obbligati distribuire detti sussidj dotali con osservare l'ordine da me
come sopra prescritto : volendo che in tal distribuzione essendovi più
Zitelle concorrenti del numero de' sussidj dotali venghino estratte a
sorte, e non alrimenti etcc.
Finalmente dichiaro , che se in tempo seguirà la mia morte non
si trovassero denari contanti per pagare le spese della mia ultima in-
fermità del Funerale, ed altro ordinato nel presente mio Ttstamento,
voglio, ed ordino, che dalla suddetta Mia Erede usufruttuaria possino
alienarsi tanti de' miei Luoghi de' Monti Ereditari, quanti saranno
necessarj per il pagamento di tali spese.
Esecutori poi di questa mia ultima volontà e disposizione nomino
e voglio che siano il sudetto Sig. Abbate Giuseppe Rinaldi e il
Sig. Filippo Molajoni, pregandoli d'accettare questa briga ed eseguire
quanto sopra ho disposto, dando alli medesimi, e ciascuno di loro in
solidum facoltà amplissima di fare tuttocciò, che potrei fare Io mede-
simo se fossi vivente, ed anche gli do la facoltà di poter nominare
dopo la loro morte altro Esecutore Testamento, in caso non fosse
stata data prima piena esecuzione a quanto sopra ho disposto, la-
sciando in arbitrio di detta mia Sig. Sorella di premiare li sudetti
Sig. Esecutori Testamentarj secondo gli parerà.
Dichiarando finalmente, che dandosi il caso che la sudetta Sig. Be-
nedetta mia sorella Erede usufruttuaria morisse senza aver fatto Te-
stamento, in tal caso, e non altrimenti intendo, che la robba alla me-
desima come sopra lasciata sia soggetta a questa mia disposizione e
considerata come gl'altri Beni, perchè così etcc.
-^ 3(3 -
E questo intendo, voglio, e dichiaro, che debba esser il mio ul-
timo nuncupativo Testamento, ed ultima mia volontà, e se non va-
lesse per ragione di Testamento, voglio che vaglia per ragione di
Codicillo, o Donazione per causa di morte, ovvero di qualunque altra
disposizione, che di ragione si sostiene ; cassando ed annullando con
questo qualunque altro Testamento, e disposizione da me sino al
presente giorno fatti, volendo che il presente come ultimo prevaglia
a tutti gli altri, non solo in questo, ma in ogni altro meglior modo
etcc. In Roma questo dì primo Settembre 1758,
10 Francesco Juvarra dispongo e testo come sopra, mano propria.
Et non solum etcc. sed et omni etcc, super quibus etcc.
ita etcc.
Actum Romae, ubi supra ibidem praesentibus, audientibus, et
bene intelligentibus Domino Silvestri Donia, filio Domini Alexandri
Messanensis, et Domino Thoma Rasi filio quondam Nicolai de Terra
Nova in Calabria Oppidensis Diocoesis.
Testibus ad praedicta omnia et singula vocatis habitis specialiter,
atque rogatis.
Ego Petrus Piacenti Ronianus Civis Causarum Cuiiae Ca-
pitolii Apostolica Autoritathe Notarius publicus Collegialis
de praemìssis rogatus praesens Testamentum subscripsi et
publicavi meoque solito signo munivi etcc. in fidem etcc.
Segue un Codicillo al predetto testamento in data 19 Marzo 1759:
con esso Franceso Juvarra nomina suoi esecutori testamentari « il
Molto Reverendo Padre Giovan Francesco Caballini dell' Oratorio di
S. Filippo Neri di Roma e l'Ili. mo Sig. Abbate Domenico de Paolis
presentaneo Uditore di Monsignore Ill.mo e Reverendissimo Guglielmi »,
invece degli esecutori testamentari, Abate Giuseppe Rinaldi e Filippo
Molajoni, già stati nominati col testamento del i Settembre 1758.
11 documento termina con l'autenticazione della copia del predetto
testamento :
Sumptae praesentes Copiae ex suis proprijs Originalibus in Secre-
tarla Generali Montium sub die 19 Novembris 1759 exhibitis, atque
dimissis, cum quibus
collationatae concordant salva semper etcc. in
quorum datum die 2 Mensis Xmbris dicti Anni 1759
etcc. j.
Dominicns Calzamillia Administrator Generalis
Io sottoscritto ho l'originale del presente Istrumento questo dì
et anno suddetto.
Domenico Paolino de Dominicis
UNA PAROLA
SUL SOGGIORNO DI W- GOEXHK
IN MESSINA
L' ultima parola sul soggiorno di Goethe in Messina
non è stata detta ancora ; ne io ho autorità per dirla.
Rilevo solo alcuni punti della parte siciliana della
Italiciiische Reise (1) , che sono stati e sono dei più con-
troversi.
La Contessa Ida Hahn-Hahn, vìqX swoWhro Jeiiseits der
Berge, che ebbe già due edizioni^ raccoglieva nel 1840 (2)
la voce che la famosa canzone Kemist du das Land, apo-
teosi anche per lei della Sicilia nostra, fosse stata conce-
pita e scritta affacciandosi il grande poeta dalla terrazza
dinanzi alla chiesa di S. Gregorio.
Siffatta notizia è priva di fondamento ; e lo dimostra
il fatto che la canzone di Mignon preesisteva alla gita di
Goethe in Messina ; oltreché non ha nulla da vedere con
la Sicilia , contrariamente a quanto han ritenuto ed affer-
mato scrittori tedeschi ed italiani principiando dall'orien-
talista Joseph Hager (3) ,
perito nella causa contro 1' ab.
Velia, e finendo a Prim.o Levi , che battezzò un suo libro
sulla SiciHa col titolo goethiano : Non conosci il bel suol (4).
[i) ItaUenischc Reise. Von Wolfgang von Goethe ; Sicilien,
Leipzig. Reclani.
(2) Leipzig, Brockhaus, 1S40, p. 194.
(3) Gema!de von Palermo. Berlin, 1799.
(4) Palermo, Setl-Nov. MDCCCLXXXV. Stab. tip. del Tempo,
MDCCCLXXXVL
— 38 —
La mia affermazione parrà a taluno un'esorbitanza, ma
ò pura storia,
È stato detto, ed anche per tradizione ripetuto , che
nei quattro giorni della sua visita (10-14 Maggio 1787)
Goethe fosse stato ospitato nel palazzo dei Principi Bru-
naccini di S. Teodoro : e si è in tal modo creato una leg-
genda pili strana di quella della locanda nella quale egli
si fermò a Palermo.
Il compianto Augusto Schneegans, quando fu Console
di Germania in Messina , fece accurate ricerche su quella
tradizione, e concluse che Goethe non iste'tte in quel pa-
lazzo. La leggenda ne uscì sfatata ;
ma una conclusione
positiva non si ebbe : cioè che Goethe fosse stato nella
tale o nella tal' altra locanda.
Solo adesso si viene a qualche conclusione sicura : e
principale è questa : che il famoso Governatore , al quale
egli fu da un Console (il nome non si è riuscito finora
a tirarlo in luce) presentato, era il maresciallo di campo
D. Michele Odea irlandese, uomo severo, diffidente^ bisbe-
tico ed irritabile. Goethe lo mette in evidenza, ed ha pa-
role pii^i che severe per lo staffiere di lui, che chiama pul-
cinella. Ma non dice, e nessuno ha mai considerato, che
proprio nei giorni di fermata di Goethe in Messina, lo zelo
ed il dispetto dell' Odea nell'esercizio delle alte sue fun-
zioni doveva toccare al parossismo, perchè egli era stato
richiamato a Napoli e sostituito col Generale Giovanni
Danero.
Le date son lì ad attestarlo: 4 Aprile, nomina del Ge-
nerale Danero; 11 Maggio, arrivo di Goethe a Messina.
Ne c'è da sospettare che il Governatore fosse stato Danero,
giacche il Console , bene informato delle cose di Messina
e del Governatore, parlava di questo come di persona
— 39 -
conosciuta da un pezzo, che « uvea resi buoni servizi allo
Stato ». Lo descriveva « sospettoso come sono quasi tutti
i vecchi despoti, vivente nel dubbio continuo, più che nella
certezza, di avere nemici a Corte » ; inchinevole a veder
sempre spie in tutti i forestieri che capitassero a Messina.
Aggiungeva che essendo stato per un certo tempo
tranquillo, avea afferrata la prima occasione (quella d' un
maltese molto inquieto ed uso a mutar di continuo abita-
zione) di dare sfogo alla sua bile » (1).
Ho sentito dire ed ho letto in qualche guida che nel-
l'anno 1787 il Governatore abitasse nel Palazzo Brunaccini.
Se la cosa fosse vera, l'equivoco sarebbe presto spie-
gato ;
perchè Goethe andò due volte dal Governatore ; e
la seconda , suo malgrado, per un pranzo. I particolari di
quel pranzo sono descritti con una certa vivacità di co-
lore da Goethe medesimo (lettera del 13 Maggio).
Ma chi afferma quella residenza ufficiale, dimentica che
i Governatori ne avevano una propria e più nobile : il
Palazzo Reale nel gran piano di Terranova, ora scomparso
sotto magazzini e fabbriche d' ogni genere ; e si sa che il
Palazzo Reale era stato in gran parte abbattuto dai tre-
muoti dell' 83.
Ma, dunque, dove stette Goethe con l'amico Kniep in
Messina ?
Ecco : la prima sera, in una miserabile locanduccia ,
specie di fondaco, nel quale soleva recarsi il mulattiere
che lo accompagnò da Palermo a quella città; il domani
in un albergo.
Ora r unico albergo possibile o il migliore di quei
giorni non potè essere altro se non quello chiamato del
(i) Lettera del 13 Maggio 17S7.
- 40 —
Principe Borncciiw. il che sappiamo dal dotto Prof. Bartels,
che appunto in quell'anno fu a Messina e si fermò in
detto albergo (1).
Sarebbe stato questo proprietà dei Principi, o del Prin-
cipe Brunaccini ?
E allora sarebbe spiegato il qui prò quo. Ma non è inu-
tile che qualche erudito messinese vi torni con notizie
locali che a me mancano e che lo Schneegans non potè
trovare.
La ricerca merita davvero di esser fatta anche nel-
l'interesse della fortuna dell'autore di Faust in Sicilia, ed
in omaggio alla benevolenza che nella Reise egli profuse
suir Isola nostra.
Palermo, dicenibre 1906.
G. Pitrè.
(i) J. H. Bartels, Briefe ùber Kalabrien und Shilien ,
II, 75-
Gòttinsfen, Dieterich.
^^^^É^SimMMé}'i0'&
'trCHELANGELO DA CARAVAGGIO
TESTA DI PILATO
(autoritratto)
m
MICHELANGELO DA CARAVAGGIO
PITTORE
STUDI E RICERCHE
DI
VIRGILIO SACCA
IV.
L' ARTE DEL CARAVAGGIO.
Ho di già riportati integralmente vari giudizi di critici
e di contemporanei suU' arte speciale del Merisio ,
giudizi
concordi nel dichiarare buia e mancante di nobiltà ogni
invenzione del pittore: a completarne lo elenco citerò qui le
parole di uno storico moderno dell'arte, il Magni (1), per
fare rilevare come spesso la modernità non basti a romperla
con la tradizione, quantunque erronea. Il Magni, mentre
chiama in sulle prime ristoratore della pittura il Merisio,
dice poi « ch'ei volle opporre uno schietto, rude e comune
naturalismo senza alcuna scelta di modelli sempre volgari,
anzi che il bello di essa natura e la nobiltà dei concetti. Egli
è per altro molto trascurato nel disegno, di luce troppo
ristretta, caricato nelle ombre, non naturali, perchè gli
(i) Opera citata, pag. 402. Tralascio di ricordare le parole del
Morelli [Pittura Italiana, Milano 1997, pag. 229).
Fratelli Treves,
Il valoroso critico d'arte esprime un'impressione personale ma non dà
un giudizio, egli dice infatti che il Caravaggio fu « un pittore ìioh
molto siìiipatico, ma di molto ingegno ».
- 42 —
oggetti illuminati dal giorno come non hanno tinte sporche
ne' chiari, non hanno quel nerume negli scuri, ma di
buone tinte nelle carni ». Il Magni ripete ciò che dissero
un tempo il Bellori, il Lanzi, ciò che dissero tutti coloro che
andavano in deliquio davanti alle decadenze dell'arte. Ma
il Caravaggio è un innovatore, un caposcuola, è quello che
è : se ei non avesse dipinto coni' ha dipinto non sarebbe
nò un innovatore ne un caposcuola, sarebbe un pittore
valoroso ma non meritevole di studio e di attenzione. Si
ricordi, per altro, il giudizio di Annibale Caracci : Costui
macina carni e non colori !... E se un artista come il Ca-
racci ha avuto una tale impressione, perchè i critici deb-
bono pescare i nói col lanternino di Diogene e criticare i
mezzi con cui il Caravaggio rendeva le sue meraviglie?
Io credo che mai offesa piìi sciocca è stata fatta ad
artista di quella onde il Merisio venne detto pittore dalle
figure volgari. E perchè mai ei non ebbe nobiltà di con-
cetti? Perchè fu forse schiavo del vero mentre imperava la
maniera? Meriterebbe un premio per questo e non l'of-
fesa delle volgarità. Certamente il Caravaggio non fu pit-
tore religioso nel più stretto senso della parola. Egli non
poteva dipingere una scena biblica senza ricorrere al mo-
dello, che copiava fedelmente. Ed è per questo assai me-
raviglioso, giacché egli ha potuto trovare così grandi va-
rietà di espressioni nella gente del popolo eh' ei traeva a
modello. E se, alla stregua della pura idealità religiosa,
alla stregua dei pittori primitivi, di quelli del rinascimento,
del secolo d' oro e della decadenza, egli appare poco reli-
gioso, perchè discute e ragiona senza tener conto degli ef-
fetti soprannaturali e delle tradizioni popolari assai strane
ed illogiche in fatto di fede senza tener conto soprattutto di
simboli e di dogmi, noi lo troviamo il vero ed unico pittore
— 43 —
che abbia per primo dato alla tragedia cristiana il soffio
potente della tragedia umana. I vecchi critici sono co-
stretti a confessarlo : il Deposto della croce (uno dei pochi
quadri che il buon criterio di Napoleone I aveva fatto esu-
lare a Parigi) superava di gran lunga, e supera tuttavia,
i quadri rivali del Barocci e del Guido Reni, due grandi
e veri maestri. Eppure, nel quadro, non v'è nulla di tutto
ciò che comunemente esiste in simili composizioni.
L'effetto del dolore prorompe spontaneo dalla tela non
per una idea religiosa ma per un'intim.a commozione umana.
San Giovanni e Nicodemo sostengono l'amato corpo di
Gesù, un corpo meraviglioso come disegno, come colore,
come nobiltà di espressione. In fondo è Maria, la madre
angosciata con le braccia aperte come a proteggere il
grande ed amato figliuolo ucciso, e innanti a lei le due
buone e pietose Marie, piangente l'una, quasi disperata l'al-
tra con le braccia rivolte al cielo: bellissime le teste, d'una
morbidezza e nobiltà singolarissima. Eppure il Magni hd
trovato tutto ignobile in questo quadro, peggio del secen-
tista Bellori che trova almeno il corpo di Cristo ritratto
coìi forza della più esatta iniitasione.
Ignobile, perchè Nicodemo va coi piedi nudi al par di
Giovaimi ? O perchè Maria, la madre, non è la bellissima
Vergine degli altri artisti, giovane pili del figliuolo, che
pure era morto a 33 anni? Oh, lasciamola in un canto
questa pretesa ignobiltà e ammiriamo reverenti questa
tela che è davvero una delle poche meraviglie artistiche
che vanti la pittura italiana.
Ho detto e lo ripeto: dove si vuole dal Caravaggio la
sigla convenzionale o il dogma, Caravaggio nega, si ri-
bella e ci dà il quadro umano. Umano nel Deposto della
croce, umanissimo nel Transito di Maria, una delle più
— 44 -
belle tele del Louvre. Qui non vi sono glorie di angeli,
sfondo di cieli azzurri, festività di colori, tombe architet-
toniche magniiìche. Sopra un rozzo letto, in una stanza
illuminata dall' alto (oh, la potenza di quella luce !) giace
il corpo di Maria nell'abbandono della morte. Rare volte
la pittura ha reso così magistrevolmente queir abbandono
più forte del sonno : si vede, e lo accusarono con la mag-
gior violenza, che il Merisio lavorò dal vero. Accanto alla
morta è una pietosa che, seduta, curva la testa sulle gi-
nocchia, piange disperatamente ;
intorno al letto, sono i
discepoli di Gesù, le cui teste hanno le più varie e do-
lorose espressioni. Teste vere, possenti, piene d'un fascino
singolare, tutte intese a rendere con gli occhi e col cuore
omaggio di affetto a colei che fu la madre del loro grande
Maestro. Il quadro, siamo d'accordo, non è atto all'adora-
zione religiosa — dovette essere tolto via dall'altare perchè
troppo profano — ma resta sempre un documento mirabile
del pennello possente del Caravaggio, una testimonianza
perenne della di lui formula artistica: verità in arte e non
maniera, e stringente logica dapertutto.
Con tale convinzione egli dipinse il grande quadro
della Natività pei Cappuccini di Messina mettendo la fi-
gura di Maria distesa per terra e stringente nelle braccia
il piccolo bambino, mentre la bocca si accosta a scaldarlo
col fiato. La figura di Maria, molto ignobilmente messa per
terra, suscitò le ire dei più. La vollero molti credere una
nuova stravaganza del pittore quando invece quella figura
lì, stanca e stesa sulla paglia, col bambinello tra le braccia,
rende tutto il grande poema della maternità. Caravaggio
non tenne conto, è vero, della leggenda divinizzante il pic-
colo nato e dei mancati dolori della Vergine; tutto ciò era
per lui una chimera irrazionale ; ma tenne strettissimo
- 45 -
conto dei primi istanti della maternità umana in tutta la
sua intima essenza e ci die un quadro vero, come sempre,
andando incontro anche una volta a tutti i livori e a tutte
le derisioni di chi non lo comprendeva. Meraviglioso se-
centista davvero, più vicino a noi di moltissimi filosofi e
scienziati del suo tempo.
Dove il Caravaggio rende perfetto il sentimento della
religiosità è proprio là dove è assente il soprannaturale o
manca la idealità del dogma. Nel quadro di Messina Ecce
Homo egli è di una semplicità e di una forza veramente
degne della generale ammirazione. Cristo nudo — le mani le-
gate^ nella destra la canna, la corona di spine in capo che
gli fa sanguinare la fronte cospargendo di stille di sangue le
spalle e il petto — è per ricevere 1' ultima derisione da un
manigoldo che sta per smettergli sulle spalle il mantello
rosso della sovranità burlesca. Accanto a Cristo è la figura
di Pilato che mostra al popolo l'uomo di già flagellato. A
smentire coloro i quali accusarono il Caravaggio di non
essere corretto nel disegno basterebbe la sola mezza figura
del Cristo, impeccabile, magnifica. A smentire coloro che lo
accusarono di mancanza di nobiltà basterebbe la sola testa
di questo Cristo nella quale è la piìi grande serenità di
martire che sia mai stata dipinta.
Certamente non hanno una simile nobiltà ne il Pilato
né il manigoldo; ma dovrebbero averla? \l perchè dovreb-
bero averla ? Quale libro ,
quale tradizione ci parla della
nobiltà di Pilato e dei manigoldi che flagellarono Gesìi? . . .
Simili interrogazioni si possono fare davanti alla gran-
dissima tela del Lassciro resuscitato, di Messina. Tutta la
nobiltà è ristretta nelle bellissime teste di Marta e di Ma-
ria, sorelle di Lazzaro, nel corpo e nella testa del resu-
scitando, nella vigorosa figura di Gesù. C'è in questa figura
- u —
tutta la forza deirevocazione « Lassavo vienifuori ». Il grido
prorompe da tutta la possente, eretta e col braccio disteso,
figura del Maestro. La figura ò forse non svelta, non ele-
gante ma è piena di forza e di verità. Bellissime, senza la
voluta idealità dei secentisti e seguaci, le altre figure dei
popolani accorsi , dov' è la sorpresa, il timore, direi quasi
il terrore del miracolo che si compie.
Potrei continuare, e lungamente, difendendo dall'ac-
cusa di ignobile e di stravagante il pittore lombardo nei
quadri religiosi. Potrei ricordare la Decollazioìic del Bat-
tista di Malta e di Messina, il quadro della Natività di Pa-
lermo ; la Santa Lucia di Siracusa (che pur non piacque
al Paton [Sicilia pittoresca] al Paton ,
dico , uno spirito
eminentemente; moderno!) e così via .... ma mi fermo
per considerarlo sotto l'aspetto di pittore profano, dove l'ac-
cusa non l'ha peranco abbandonato — e dove non e' era ,
mi sembra, più ragione di farlo.
Se nelle grandi e nelle piccole composizioni religiose
il Caravaggio è uno schiavo del vero, nelle grandi e nelle
piccole composizioni profane vi resta attaccato tenacemente,
ricavandone effetti sorprendenti. Scrive a proposito il Bel-
lori:
« Dipinse una caraffa di fiori con le trasparenze del-
« r acqua , e del vetro ,
e coi riflessi della finestra d' una
« camera ,
sparsi i fiori di freschissima rugiada ». Siamo
ai suoi primi tentativi, alla scuola, poco buona invero, del
D'Arpino ed egli si manifesta di già un perfetto imitatore
della natura. E lo diviene, cogli anni, sempre di più: «Egli
aspirava, dice lo stesso autore, all'unica lode del colore,
sicché paresse vera l'incarnazione, la pelle e il sangue, e la
superficie naturale,' a questo solo volgeva intento l'occhio, e
l'industria, lasciando da parte gli altri pensieri dell'Arte »^
^ 47 -
Égli non ha ancora lo stile buio che si va formando di
poi: risente ancora del Giorgione, ma non segue gli altri
pittori del suo tempo operando di maniera. Il così detto
stile tenebroso si va formando in lui lentamente, per co-
stante evoluzione del suo spirito innovatore. E difatti egli
giganteggia sempre solitario nel campo artistico, maestro
insuperato di uno stile le cui grandi difficoltà sono note agli
studiosi.
Fra i moltissimi quadri del Caravaggio, in cui le scene
popolari si alternano con le zingaresche o con quelle dei
soldati di ventura, io ne scelgo tre, ai quali il tempo non
ha tolto una linea della loro bellezza primitiva. Si direb-
bero dipinti adesso e per un accidente coperti dal velo
della vecchiezza cromatica. Entriamo nella Galleria Fio-
rentina degli Uffìzi e fermiamoci davanti alla testa di Me-
dusa dono del Cardinale del Monte al Granduca di Toscana.
Ben a ragione il Marino la cantò nei suoi versi risonanti !
E una testa terribile questa, che ha serpenti per capelli ed
occhi truci, pietrificanti, e bocca aperta come a grido di
terrore. E si badi bene : non è la bruttezza del viso che
rende orribile questa Medusa , tutt' altro. Tutto e propor-
zionato in essa, nulla vi è di contorto , un soffio di tragica
bellezza la anima e noi si resta vinti dalla semplicità dei
mezzi impiegati dal pittore e pei grandi risultati ottenuti.
Ne meno mirabile è l'Omero cieco della R. Accademia
di Belle Arti di Venezia. Vecchio poeta inghirlandato dj
alloro, che va suonando un violino e beve dal viso la luce
che non può più bere dagli occhi chiusi per sempre. Lo
studio del vero, qui, è d'una pazienza da cenobita e solo
trova riscontro nel bellissimo quadro del Louvre « // con-
certo » dove il gruppo di tutte le figure rende un tutto
armonico dei più preziosi e dov'è, per il consueto contrasto
di luce ed ombra, un rilievo slraordinario.
- 48 -
lo credo inutile dilungarmi più oltre per volgere in-
dietro la proda delle fisime e degli errori che pur troppo
alcuni tuttavia ripetono in bu:)na fede contro il Caravag-
gio. La stranezza dell' uomo, il suo carattere impetuoso,
battagliero, violento gli han procurato molte inimicizie. L'in-
vidia ,
poi, di chi non poteva, non dirò eguagliarlo, ma
imitarlo — fece il resto. L'uomo restò confuso con l'arti-
sta e sul suo conto si fece d'ogni erba un fascio.
Rendiamogli finalmente giustizia.
Se ei non fu un pittore religioso quale lo volevano i
suoi contemporanei che avevano gli occhi pieni di Raffaello
e la testa piena di fisime incomprensibili — non deve es-
serlo per noi contemporanei del Morelli. Forse — non è una
bestemmia questa, e l'avvenire mi darà ragione — Mi-
chelangelo da Caravaggio trecento anni f^i fece in tema di
pittura religiosa più dei nostri pittori contemporanei imbe-
vuti di Strauss e di Renan. Si direbbe che in lui fosse un
po' dell'anima del suo contemporaneo Giordano Bruno.
Bisognerà adesso scagionare il Caravaggio da un'altra
accusa : la sua pittura fu detta difettosa perchè tenebrosa^
tenebri prodotte da quell'amore vivissimo eh' ei portava
alle ombre scure dove brillavano delle luci assai vive ma
scarse e tutte riverberate sui corpi che animavano l'am-
biente.
Io non ricordo più dove abbia letto, ed era proprio un
critico d'arte modernissimo che lo scriveva, che la diffe-
renza tra il tenebroso del Rembrandt e il tenebroso del Ca-
ravaggio è data da due tendenze paiticolari degli artisti:
ciò che per il Caravaggio era metodo di pittura per il
Rembrandt era sentimen-to.
- 49 -
La cosa .2:iltata là come conseguen7.a di studi profondi
precedentemente fatti potrebbe avere un peso enorme d'os-
servazione critica, ma pur troppo — dopo tanti secoli —
si ripete pel Caravaggio il vecchio errore del metodo di
pittura o bizzai-ia di artista che dir si voglia. Però, è bene
dirlo con buona pace dei vecchi e dei nuovi critici (1), non
è possibile ammettere un sentimento vero e profondo in-
sito nella sola anima del Rembrandt ,
quando dai quadri
del Cariivaggio balza pur fuori un sentimento non meno
vero, non meno profondo e non meno sentito, e che è tut-
l'altra cosa del semplice uiodo di dipiiii^cre o della sem-
plice maniera artistica. Io non intento stabilire dei paragoni
fra i due maestri: Dio me ne guardi! ma per amore di
verità debbo dire che il Caravaggio piecede il Rembrandt
e forma la sua arte da sé in perfetta rispondenza col suo spi-
(r) Chi dà un equo giudizio sul Caravaggio è il Melani {Pittura
Italiana Antica e IModerna di Alfredo Melani — U. Hoepli ed. Mi-
lano — 11^ Ed. pag. 308) che riferisco qui per intiero : « Colorista
dei più arditi (si deve esser fatto tale studiando i veneziani, partico-
larmente Zorzi da Castelfranco) i suoi quadri rifrangono la sua fan-
tasia nelle ombre gagliarde e nelle luci vive. Mercè lui, si iniziò ed
ebbe solenne culto, la così detta « scuola dei tenebrosi », cui più
tardi appartennero il Quercino ed il Ribera. Ed egli, guardando il
vivo direttamente fu un profondo naturalista ; e insensibile alla grazia
ed alla finezza, spesso volse il pennello ad effiggiare scene e tipi co-
muni ed ordinari. Il giocatore ladro della galleria nazionale di Dresda,
forma un quadro che, pel soggetto e la pittura, rappresenta appieno il
maestro. Il quale a Roma è rappresentato bene come pittore di ca-
valletto (v. la deposizione [quadro splendido !J nella pinacoteca del
Vaticano), e come affrescante 1 v. gli affreschi di S. Maria del Popolo);
ed un bel quadro, una resurrezione di Lazzaro, nel Palazzo Brignole
a Genova. Naturalista e colorista, anzi celebrato chiaroscurista, ecco
il Caravaggio ; il quale concorse alla formazione della scuola secen-
tista napoletana, primeggiata dal Ribera e da Salvator Rosa ».
4
— 50 -
ritO; seniia precedenti d'osservazione, mentre il pittore olan-
dese trova già l'esempio del Caravaggio e dei pittori della
sua scuola che avevano levato gran grido. Ed è così vera
la derivazione ideale che Rembrandt ebbe notati gli stessi
difetti del Merisio. Difatti il Marchese Selvatico nella sua
bella Storia estetico-critica delle arti del disegno (pag. 883)
così scrive del grande pittore olandese: « Nessun artista
meglio di Rembrandt seppe riunire due qualità diffìcilmente
conciliabili, il rilievo delle parti e quello dell'insieme, e ciò
a cagione dell'intelligenza veramente scientifica che aveva
del chiaroscuro. Abusò talvolta è vero di questa sua rara
potenza serrando troppo i lumi onde ottenere effetti più
vibrati ;
sacrificando a tal fine fondi e figure accessorie,
ch'egli immerge d'ordinario nell'ombra, si che appena sono
visibili. Pelò anche quando apparisce tenebroso è sempre
trasparente, degradato, armonico. Per la qual cosa anche
tralasciando di usare svariate tinte, anzi economizzando le
più brillanti su piccolissimi tratti dalla parte luminosa, rag-
giunse le più allettanti gaiezze del colore, senza essere in
sostanza un grande coloritore. Prova evidente da aggiun-
gersi alle altre mille, che la scienza del chiaroscuro ottiene
effetti a certo doppi preferibili a quelli del colorito più vi-
vace e più splendido.
« Fu detto e ridetto dagli storici dell'arte che se Rem-
brandt riuscì un grande chiaroscuratore ,
non seppe per
altro mostrarsi corretto nel disegno. Questo giudizio mi
pare erroneo, imperocché i moti delle sue figure sono sem-
pre giusti, gli attacchi delle membra bene integri, la mo-
dellazione del nudo quasi sempre savia. Ma il malanno fu
quello di accettare qualsiasi trivialità di tipo per farne
soggetto dei suoi dipinti, sicché ogni facchino, ogni trecca
gli venivano buoni a rappresentare santi e madonne. Na-
turalista nel più stretto senso di questa parola, gli bastava
— 51 ^
trovare nel vero gli allettamenti del pittoresco, perchè di
questo vero si facesse modello a
manifestare idee le più
diso-iunte da quello. Laonde preuccupato soltanto di
così
fatto scopo dipinse quadri di sacro soogetto che
,
smuo-
vono il viso, perchè gli augusti personaggi delle scritture
si veggono vestiti in berretto di pelo, stivali
e robone, e
le Madonne hanno sulla testa le cume delle contadine
olandesi » (1).
Tranne qualche particolare di lievissima importanza
i giudizi dati su Rembrandt sono identici a quelli dati sul
Caravaggio: si somigliano come due gocce d'acqua. Buon
per noi, però, che adesso il Rembrandt non ha bisogno di
ulteriori giustificazioni talmente grande nella storia
: egli è
dell'arte che, francamente, c'è da sorridere
alle critiche
mossegli, che sono le critiche dei pedanti all'uomo
di genio.
Pel Caravaggio, però, dura tuttavia lo stato
d' incertezza
che l'avvenire muterà sicuramente in plauso d'ammirazione,
come pel Rembrandt (2).
(Il Osservo e che dire allora de' quadri famosi del
:
quattro e
cinquecento dove spesso santi e madonne vestono come
Dio vuole, e
l'ambiente dista le mille n>iglia dalla realtà storica
della Palestina?
Ci sarebbe da ridere per maestri e maestri,
incominciando da Raffaello,
il soavissimo urbinate.
Qualcuno potrebbe osservare che il Rembrandt non si
(2)
è mosso
dall'Olanda e quindi non ha potuto subire le influenze
del pittore
lombardo. Rispondo subito che il pittore olandese compi
la sua edu-
cazione artistica sui modelli italiani, raccogliendo dei nostri maestri
quadri, bozzetti, stampe, disegni, e formandosi
una famosa raccolta.
Né questo solo fra tutti pittori olandesi, per unanime
: i
consenso
della critica, il Rembrandt è meno olandese
il : ed è il più italiano.
Giovanni Paesani {datura ed Arte di Milano, X"
rs, 1906; così scrive
di lui « È mio avviso credere che Rembrandt ispirasse la sua
:
tec-
nica al colorito degli italiani, avendo studiato col Lastmans, il quale,
per avere lungamente soggiornato in Italia, opponeva all'arte olandese
di Franz Hals le reminiscenze del classicismo ».
^ 52 -
Non solo metodo, quindi , ma sentimento, cioè intima
rispondenza tra psiche artistica e manifestazione di co-
lore , rispondenza ciie scaturisce dalle istesse parole di
biasimo dei suoi vecchi biogralì, ben riassunte dal Lanzi :
« Scorto dal suo naturale torbido e teti^o, diedesi a rap-
presentare gli oggetti con pochissima luce, caricando fie-
ramente gli scuri », Naturalmente non è tutto qui il mi-
stero del tenebroso di Caravaggio: un'ideale d'arte vi era,
e saldissimo, nella sua mente, che lo aveva spinto, a mu-
tare il primitivo metodo ,
frutto dell' osservazione diretta
dei maestri veneziani. Ma chi dei grandi artefici non ha
sentito vivo nell'animo il bisogno di crearsi un metodo che
desse al quadro i maggiori effetti e le migliori appariscenze
di rilievo? L'originalità del metodo caravaggesco non può
essere ragione di rimpicciolimento di una questione che è
generale, né può far togliere al pittore quel merito spe-
cialissimo , che dai suoi contemporanei era ritenuto difetto.
Per altro noi non possiamo né dobbiamo più giudicare
l'opera di un artista coi metodi dei secolo XVII'^ XV!!!*^:
l'opera dell'artista è complessa, com' è complessa la vita^
né è possibile trarne a considerare una parte abbando-
nando le altre al loro destino od al nostro capriccio. Or
tutta la produzione artistica del Caravaggio è l'indice della
sua grande fierezza, della sua personalità pronta, risoluta,
energica. Le figure son così fatte che lasciano quasi tra-
sparire l'anima dell'artefice: esse non hanno mezzi termini;
esse sono quali furon formate nel pensiero del pittore. S'egli
avesse diversamente dipinto noi avremmo avuto una pit-
tura manierata, come le tante del suo tempo, piena di quella
timidezza accademica e non naturale che poteva aver lo
scopo di piacere al gusto pervertito del pubblico ma che
non era nò poteva essere il riflesso sincero d'un'anima ar-
tistica della tempra del Caravaggio.
I
— ùó
Riassumendo, egli fu un pittore originale, in urto coi
dogmi artistici dei tempi suoi , sfidante ogni supposizione
che strettamente non si attenesse al vero — compresa la
religione — ond'ebbe a patire le acerbe invettive dei cri-
tici e il disprezzo di molte anime pie ,
che vedevano in-
franti i loro bei sogni dalla ruvida verità del pittore: il che,
se pur ve n'era bisogno, aggiunse fosche ombre al carat-
tere violento e torbido dell'artista procurandogli noie, bri-
ghe ed infine la morte. Ma con tutte le sue stranezze il
Caravaggio resta e resterà sempre uno dei più grandi ar-
tisti che illuminarono di vivissima luce gli ultimi anni del
del Secolo XVIo ed i primi del XV!!» (1).
(i) Ferdinando Ranalli scrive con giustezza nella sua Storia delle
belle arti iìi Italia a proposito del Caravaggio (Firenze Tip. Torelli
1S56 pag. 334 e seg.): « Roma per verità fu, e doveva essere il campo
dove i Caracci, e sopratutto Annibale, devevano porre in luce la ri-
forma dell" arte : imperocché ivi più che altrove abbondavano ragioni
per fomentare il nianicrisììio. E ptima d'ogni altro convien dire, che
que' pontificati di Gregorio XIII, di Sisto V e di Clemente Vili fu-
rono dannosissimi ali" arte ; dacché que' pontefici e le loro corti tanto
avevano avuto caro gli artefici quanto che si erano mostrati veloci
neir operare, empiendo nel minor tempo possibile di vaste pitture
quelle vastissime sale. Un pittor diligente, meditativo, che avesse
voluto ritrarre le cose dal vero, e far tutti quegli studi che richiede
un gran lavoro , sarebbesi morto di fame sotto que' principi. Appo i
quali d'altra parte era in grande credito il Cav. D'Arpino; che te-
neva il campo della pittura come un tiranno terrebbe lo scettro sopra
un popolo corrotto. Che non fece per cacciarlo di nido Michelangelo
da Caravaggio ? Costui vedendo il male essere nell' avere ridotta la
pittura e cosa tutta ideale, volle adoperare contro di esso il più forte
antitodo ; cioè lo studio del naturale; e gli parve perché l'antitodo
operasse, di non concedere né pur quell'arbitrio, che l'artista giusta-
mente presume, di scegliere le migliori bellezze delle natura ». E
dopo una digressione sul celebre statuario moderno Lorenzo Bartolini
che pare avesse voluto imitare 1" esempio del Carav^gi,o giyji^gnflp a
— 54 —
V.
La scuola dei tenebrosi.
Che, nel tumultuare delle varie tendenze artistiche e
nei raggiri della concorrenza pittorica l'arte del Caravag-
gio, schernita e disprezzata dagli accademici, avvilita dai
nemici personali, s'imponesse non solo ad una parte del
pubblico ma anche ad una parte degli artisti — non è da
mettersi in discussione. Un semplice sguardo alla storia ar-
tistica del Secolo X\^II° e noi vedremo balzar tuori come
per incanto la così delta scuola dei tenebrosi, composta di
una eletta schiera di imitatori ed amici della maniera ca-
ravaggesca, scuola che s'impose per bellezza, numero ed
entità di produzioni.
SeCaravaggio abbia avuto veri e propri allievi è
il
assai dubbio egli non era fibra di pedagogo ne aveva
: ,
uno studio a se , dove con serenità di coscienza e vigore
di metodo avrebbe potuto impartire lezioni di pittura in-
nestando nei giovani rami gli umori vigorosi del suo forte
tronco. Partendo poi dal suo principio assoluto di indicare
far ritrarre nella sua scuola un gobbo, prosegue non assai felicemente:
« Tornando al Caravaggio, né pur egli riusci ; e torna e approda il
:
già detto, che quando l'arte è ammanierata, o volta ad ammanierarsi, :
non si fa nulla o poco a volerla ritirare di forza, o quasi d'un colpo ;
allo studio della natura. Fa mestieri adagio, adagio ricondurvela,
e '
senza dar di cozzo sul gusto del secolo; il quale se ripugna, che utile
j
si avrà? Nessuno: perchè gli artefici dipendono in gran parte dalla >
voglia e dal potere dei tempi ». Se ciò è giovato allo scrittore per f
giungere a giudicar perfette le opere dei Caraccio sia : ma come ar- ';
gomento di coscienza artistica io sto pel Merisio, che di fronte alla !
corrente malfida dei suoi tempi, pose, gloriosissima diga, il proprio
ingegno d'artista adoratore del vero.
,
— 00 —
il vero, ed unicamente il vero^ come grande maestro degli
artisti, le sue lezioni dovevano necessariamente restrin-
gersi nel campo dei consigli e nell'orbita del sistema pitto-
rico producendo soltanto degli imitatori di stile, non di
pensiero, ed in numero assai ristretto. La scuola caravag-
gesca non è adunque la scuola dei Caracci nella quale si
educava la mente e la mano : è una scuola più libera, più
ecclettica, dove spesso si sono impigliati anche dei gran-
dissimi artisti, così per saggiarla, visto il gran rumore che
se ne faceva d'intorno : è nota abbastanza l'imitazione di
Guido Reni nel S. Pietro Crocefisso alle Tre Fontane di
Roma, che fece andare su tutte le furie il Caravaggio, e
gli studi fatti sui dipinti del nostro dal Quercino, conse-
guendovi, come ben dice il Melani, dei rilievi rneravigliosi.
Tra coloro che le mem.orie artistiche traggono sicu-
ramente vicini a Michelangelo da Caravaggio , discepoli
amici o compagni di ventura, il primo posto vien sicura-
mente occupato da Lionello Spada, (1576-1622) bolognese ,
che abbiano visto seguirlo da Roma a Napoli e da Napoli
a Malta — più servo che allievo, anzi più schiavo che servo.
Lionello Spada, che fu un caraccesco^ imitò è vero qua e
là l'opera ardita e novatrice del maestro, ma conservò sem-
pre integre la facoltà acquisite nella scuola dei Caracci.
L'opera sua migliore, il S. Domenico, dell'omonima chiesa
di Bologna, non è caravaggesco, ma ha tali pregi di fat-
tura e di colore da potersi ritenere a buon diritto uno dei
più bei quadri del tempo. — A fargli odiare, la scuola del
Merisio concorsero forse tutte quelle peripezie attraver-
sate in due o tre anni di vita in comune e che giunsero
al loro massimo grado quando il pittore lombardo, per tema
che l'amico gli sfuggisse — giovandogli da modello in un
dipinto — lo considerò come suo prigioniero e lo trattò
.
— 56 —
come tale, chiudendolo a chiave e sorvegliandolo notte e
giorno ! . . .
Un altro dei più vicini vien considerato Mario Menniti,
siracusano (1577- 1640). Sembra per alcuni che il Merisio
l'abbia conosciuto a Roma, per altri a Siracusa: egli è un
imitatore del Caravaggio « in guisa però, scrive il Lanzi (1),
che non uguagliandolo nel forte, aveva più dolcezza e fa-
cilità di contorni ». Ma il Menniti modifica con l'andar
degli anni il suo stile ed i suoi migliori dipinti sono assai
lontani dalle formule dei tenebrosi. In Messina sono varie
vaste tele del pittore : la vedova di Naim e Thamar, nel
Museo, la S. Caterina nell' omonima chiesa detta di Val-
verde, la Vergine nel Conservatorio delle Vergini ripa-
rate e l'Immacolata nella Chiesa di S. Maria di Portosalvo.
Si è perduta la Natività del tempio di S. Francesco d'As-
sisi in seguito allo incendio del 1884, né si possono a lui
riferire molti altri lavori che sono forse dei suoi discepoli,
numerosissimi, e che diffusero lo stile non troppo origi-
nale del maestro per la Sicilia e per le Calabrie. In tutti
i dipinti noti del Menniti vi è molto del Caravaggio ma
non tanto da farlo confondere col maestro il cui stile era
la fierezza, la forza ed il chiaroscuro riuniti insieme. Men-
niti è più dolce^ sì, ma meno vibrato — come nota assai bene
il Lanzi — ma appunto per questo egli non ha 1' origina-
lità del Merisio, pencolando alle volte, tra i contrapposti vio-
lenti del chiaroscuro e le luci tenui e spesso ammanierate
degli accademici. Per avere un' idea perfetta della scuola
dei tenebrosi, bisogna recarsi a Roma ed a Napoli, dove
al'imitatori del maestro furono assai vicini al suo metodo
;i) Op. cit. pag. 934.
-
— 57 —
ed alla sua fierezza (1), riuscendo ad imporsi con ingegno
schietto, pronto e vivace.
11 più grande dei seguaci del INIerisio fu Giuseppe Ri-
bera (1583 1652 ?), detto lo Spagnoletto (2), che abbiam visto
probabile suo allievo nel 1606- 1607 a Napoli. Lungi da me
il pensiero di tessere la biografia di così grande artista:
mio unico scopo è di rilevarne lo stile. La sua arte è,
dirò così, più elegante di quella del Caravaggio e risente
un po' dello studio fatto a Roma sul Sanzio e su Anni-
bale Caracci ; ma né 1' uno né V altro lasciarono im.pronta
decisa sulle tele dello Spagnoletto; il Merisio vi primeggia
invece, con la sua verità, forza ed effetto di chiaroscuro,
dando ai meravigliosi dipinti un così gradevole insieme,
da collocare il pittore fra i primissimi della scuola me-
ridionale. Di lui, il Melani da questo esatto giudizio (3):
(i) In questa rapida rassegna critica, fatta più per constatare la
influenza pittorica del Caravaggio e non per dare la biografia degli
artisti suoi imitatori od allievi — seguo gli scrittori del tempo e
quelli del secolo XVIII ed in ispecial modo il Lanzi, che riassume
assai bene la storia dell'arte sino alla fine del settecento.
(2) Ho detto già dei dubbi sorti sulla fine del grande pittore.
Tali dubbi non sono del tutto chiariti nemmeno dopo le ultime,
attive ricerche del chiarissimo Conte Lorenzo .Salazar (che corte-
semente mi ha comunicate il dotto amico Barone Giuseppe Arena-
primo) il quale ha trovato nella Parrocchia di S. Maria della Neve in
Napoli una nota che a due settembre 1652 dà come morto un Giu-
seppe de Rivera e seppellito a Mergolino (Margellina). Segno anch'io
tale indicazione di morte e non quella che va per la comune tra i
moderni biografi (il Melani lo dà morto nel 1656, seguendo in ciò
il Lanzi che alla sua volta segue la Spagnuola del Palomino) perchè
la data è stata accettata da molti, se non da tutti i critici, ed è 1' u-
nica documentata sinora, quantunque possa essere probabile un 'omo
nomia.
(3) Op. cit. pag. 567.
- 58 —
« Il fare del nostro pittore, non perdentesi in leziosaggini^
ha il grandioso de' pittori che operano per intuizione ; e
non sanno cos'è incertezza, col pennello in mano ». Questo
merito è insito nella pittura del Caravaggio, veramente
degna di un interprete di così potente ingegno quale fu il
Ribera (1).
Accanto al Ribera noi possiamo collocare un altro
grande del pennello, Salvator Rosa (16151673; suo allievo,
che sente della scuola del Merisio per i contatti avuti con
lo spirito e con la tecnica del maestro. Ognun vede come
le influenze del grande pittore lombardo fossero ancora
vive quand' egli più non era, e come il pubblico vi si fer-
masse ammirato più che davanti le opere derivate dagli
altri stili, che già volgevano al manierato. Non è a di-
menticare però che il Rosa, quantunque un seguace del
Ribera, e perciò stesso sotto le influenze del Caravaggio,
per la bizzarria del proprio ingegno si stacca in certi di-
pinti completamente dalla scuola e va a finire in quel ma-
nierismo che può far mostra di fantasia ma non di logica
artistica. Imitatori più veri e più vicini del Merisio furono
vece molti pittori della scuola romana : primo fra essi
Bartolomeo Mantredi di Mantova. « Già scolar del Ron-
calli, scrive il Lanzi (2), si direbbe un altro Caravaggio,
se non che usò qualche sceltezza maggiore ». Egli morì
giovanissimo ed ò poco noto come pittore di cavalletto,
perchè la sua perfetta imitazione dello stile del maestro
lo trasse a confondere i dipinti e ad averne assorbito il
'^i) Il Ribera fu un assai fecondo pittore, di lui conservasi in
Messina, nella chiesa di Gesù e Maria delle Trombe, il bel dipìnto
della Pietà, dove la ÌNIaddalena è con molta probabilità il ritratto del
secondo D. Giovanni d'Austria, viceré di Napoli.
(2) Op. cit. pag. iSo e seg.
— 59 -
nome. Altro imitatore valente fu Carlo detto Veneziano
(il suo casato era Saracino o Saracini) che « volendo es-
sere caravaggesco, cominciò dal più facile, cioè dalla stra-
vaganza del costume, e dal provvedersi di un cane bar-
bone, a cui mise il nome che il Caravaggio avea posto al
suo ». Egli fu un buon pittore di freschi ed un gustoso
pittore ad olio e temperò certe crudezze dello stile tene-
broso con i ricordi dei suoi maestri veneziani.
Monsieur Valentino, francese di nascita (egli era nato
a Brie vicino Parigi) « si fece a Roma un de' caravaggisti
più giudiziosi che mai fossero ». Morì giovane e non potè,
pari al suo compagno Manfredi, assurgere a quella gloria
che gli competeva pei meriti suoi. Altro francese, che si
formò sulle pitture del Caravaggio e del Valentino, fu
Simone \"ovet, cui basterebbe la gloria d' essere stato il
maestro di M. Le Brun.
Angiolo Caroselli, romano « ridusse a certa maggior
grazia e delicatezza la maniera di Michelangelo. Fu strano
in questo, ch'egli non facea disegni in carta, ne altri studi
preparava ai lavori in tela : ma è vivace nelle scosse, sa-
porito nelle tinte, finito e leccato in quei suo' quadretti,
che a proporzione della vita son ben pochi, e stimati.
Oltre lo stile del Caravaggio, sul quale assai volte in-
gannò i più periti, contraffece meravigliosamente altre
maniere. Una sua S. Elena fu creduta di Tiziano da' pit-
tori anche suoi emoli, finché non additò egli la sua solita
cifra A. C. segnata nel quadro in minute lettere. Di due
sue copie di Raftaello affermò il Poussin che le avria
prese per originali, se non avesse saputo ch'essi erano
altrove ». Più che un interprete coscienzioso il Caroselli
fu adunque un imitatore felicissimo di grandissimi mae-
stri, compreso il Caravaggio. Artista originalissimo fu in-
— 60 -
vece Gherardo Hundhorsl, inteso comunemente col nome
di Gherardo delle Notti, dallo specializzarsi eh' egli fece
nel dipingere scene notturne al lume di fari o di candele^
riuscendo in tal genere unico e veramente degno d'ammi-
razione. Egli trasse la pittura del suo maestro, il Cara-
vaggio, in un ambito tutt'aOatto diverso, portando al mas-
simo grado i contrasti di luce e d'ombra, restando sempre
nel vero e nelle buone grazie dei critici. Le sue natività,
le sue scene della passione di Cristo hanno incantati tutti
coloro che hanno avuta la fortuna di osservarle. Egli è riusci-
to a poetizzare la luce artificiale, giuocandola con isquisito
sentire sui volti, sulle vesti e sugli ambienti dei suoi quadri.
Fra i seguaci del grande lombardo, Gherardo delle Notti
occupa uno dei posti piìi eccellenti ed originali, non essen-
dosi fermato ad imitare il maestro come i suoi compagni,
ma avendo recato alla pittura un genere tutt'affatto nuovo
e di sorprendente effetto, espresso con vera sceltezza di
forme e squisita grazia di mosse, come dice il Lanzi (l).
Ma con Gherardo delle Notti non si chiude la serie dei
caravaggeschi. « I caravaggeschi duravano lungo tempo,
nota sempre il Lanzi, e avendo servito molto a' privati,
sono in gran parte rimasi ignoti ». Pure non sono del
tutto ignoti Giovan Serodine di Ascona in Lombardia ;
Tommaso Luini, romano, denominato pel suo carattere e
per i suoi lavori il Caravaggio, così perfetta parve l'imi-
tazione dello stile e così bizzarra e piena di avventure
(i) Nella Pinacoteca di Messina è una tela rappresentante Muzio
Scevola che si brucia il pugno davanti a Porsenna attribuita a Gherardo
delle Notti. A me non sembra del valoroso pittore perchè vi sono
poche caratteristiche del suo specialissimo pennello. In ogni modo
non sarebbe una delle sue cose più belle.
.- 61 -
ebbe la vita; Giovati Campino di Camerina educato prima
alla scuola d: Fiandra e poi a quella del Merisio che gli
dette lama e il posto di pittore di corte in Ispagna; Giovati
Francesco Guerrieri, imitatore in parte dello stile del lom-
bardo, avendo imitati assai bene anche altri maestri; Giam-
battista Caracciolo Tu anche lui per breve tempo imitatore del
Caravaggio ma finì caraccesco. Di altri minori io non
parlo: ma già mi sembra sufficientemente dimostrata 1' af-
fermazione della scuola tra gli artisti e nel pubblico di
Italia, aftermazione dovuta, secondo i critici del tempo,
alla bizzarria ed alla novità della cosa, ma che io ritengo
invece dovuta a quel senso equilibrato di studio della realtà
che poneva la pittura del Caravaggio accanto alla vita (1).
(i) Il grande piUore messinese Alonzo Rodriguez, coetaneo quasi
del Merisio (i biografi lo dicono morto il 21 Aprile 1598) ha in molti
suoi lav'ori un' impronta caravaggesca. Non è noto s'egli abbia, nelle
sue gite nel continente d' Italia, (a Napoli operava Aloisio Rodriguez
suo fratello) avuto agio di sentir discorrere dello stile caravaggesco,
o fosse tratto a tal genere di pittura dal suo animo chiuso, aborrente
dalla maniera e tutto dedito alla imitazione della natura. Certo è che
tra i due fratelli pittori esisteva divergenza assoluta di idee : Alonso
chiamava Aloisio schiavo dclV Antico e questi di rimando dava al fra-
tello il titolo di schiavo della natura, epiteto facilmente concesso di
poi ai caravaggini. Lo stesso Giuseppe La Farina (Messina e i suoi
monumenti, 1S40, pag. 50) riporta una simile impressione della pit-
tura dell'Alonso. Parlando della Probatica Piscina posta nella Chiesa
dei SS. Cosmo e Damiano egli scrive : « La composizione è ardita ;
le figure son vere e spesso tanto vere da essere troppo volgari; l'ana-
tomia è sempre studiata; l'ombreggiatura è forte, marcata e caravag-
gesca, tanto da sembrare il punto essere stato preso di un pozzo,
ov'è penetrato un sol filo di luce ». Simili parole potrebbero ben ri-
ferirsi ad altri dipinti del Rodriguez, massime alla Cena di Eniinaus
della Pinacoteca di Messina ed in parte al S. Tommaso che si accerta
del Cristo dell' istessa pinacoteca, dove è così profondo studio del
vero e così sapiente forza di chiaroscuro da non potersi desiderare
maggiore. E come mai allora il Barbalonga, che di pittura s' inten-
deva assai, chiamò Alonso il Caracci di Sicilia ?
-* 62 -
Ma l'influenza del grande pittore e della sua scuola
non ebbe soltanto ammiratori in Italia, in Paranoia ed in
Ispagna, sovrano il Velasquez : quando si consideri che
r Italia era la meta e il soggiorno prediletto degli artisti
di Fiandra si avrà già dato un altro campo di diffusione
alla scuola caravaggesca, così come l'ebbero le scuole
contemporanee veramente celebri, diffusione che, pur non
essendo imitazione servile, riuscì ad imporre un metodo
di chiaroscuro che il Merisio aveva improntato con tanta
forza nelle sue tele. Lo stesso Rubens, che fu a Roma nel
1608, tempo in cui la pittura naturalista del Merisio era
in tutto il suo vigore, lo stesso Van Dyck, che visitò
l'Italia nel 1620 (fu a Genova, Roma, Firenze, Venezia,
Torino e Palermo) subirono, con le loro originalissime
scuole, le influenze del pittore lombardo, influenze che —
filtrate attraverso il temperamento poetico, originale e ga-
gliardo dei due grandi maestri — produssero quei capila-
vori che il mondo tuttavia ammira ed ammirerà per sempre.
APPENDICE
Il Cara\-aggio a Messina,
Ho detto nei precedenti capitoli che sembra quasi del
tutto anormale 1' aver dimorato il Caravaggio, fuggiasco
da Malta, per assai lungo tempo in Messina dove i cava-
lieri tenevano un gran Priorato e una continua corrispon-
denza con la vicina (1). isola dell' ordine
Eppure, nella
scorta di alcuni documenti inediti noi troviamo che la po-
sizione di fatto è quale gli storici ce la tramandarono.
Non è del tutto improbabile, però, eh' egli siasi qui fer-
mato una prima volta — anche per breve tempo — ve-
nendo da Napoli per Malta, essendo pressoché impossibile
che una nave proveniente dal nord e diretta al sud non
toccasse allora il porto di Messina.
(i) Nella Tavola Pecuniaria della Città di Messina sono varie
note di questo tenore : « 1608 — Umidì — il 14 di aprili 206-205 —a
defio Cirino regio mastro di cecca di questo legno unzi dudichi et
tari vintiquattro contanti per sua polisa a bernardo di costa dissi ci
li paga per conferirsi jn malta per portar letre di questa cita al gran
maestro p. servitio della sichia ». Il gran maestro era Alof di Wigna-
court. « 1609 — 1° Libro Gire — Martedì a X febraro —A Don Tho-
maso gargallo episcopo di Malta unzi millecentosessantatri e tt. 16
boni per acto mandatario della Curti Strat. di questa Città reg.'« in
li acti di lo ma."" de arena not. d'acti di essa Curti a3del sustante
in fra fran» moleti capo generali dili galeri di la sacra religione hiero-
solimitana disse li pagano in virtù mandatario fatto in detta isola di
malta p. ditto don thomaso gargallo episcopo di malta et cons : et
comendatorio come app." per detto acto styp>" in li acti di not. Jo.
dom. di bono a 5 di gen.'» 1609 7ind. et questo non obstante che
detti denari siano in d.^ tavola ad nome di don thom. gargallo epi-
scopo di malta totus quali mandato tenemo in filsa.
- 64 -
Il Caravaggio, adunque, sfuggito all'ira cieli' offeso
cavaliere di giustizia si rifugiò in Sicilia e dopo varie pe-
regrinazioni venne in Messina, dove V arte era tenuta in
sommo pregio e dove gli artisti trovavano facili guadagni
con opere da offrirsi alle chiese da enti pubblici oda pri-
vati o con opere che i privati commettevano per le loro
gallerie. In Messina il pittore, quantunque evaso dal car-
cere del Gran Maestro, lavorò pare indisturbato. Ai quadri
già noti, esistenti nella Pinacoteca locale e nella Chiesa
di S. Giovanni, sarebbero da aggiungere tutti gli altri
ch'egli vi dipinse per commissioni di amatori e di mece-
nati. Ma
pur troppo di essi ci mancano notizie e documenti,
tranne che per una, assai importante, intitolata Cristo che
porta la croce. In talune vecchie carte di famiglia della
Baronessa Flavia Arau di Giampaolo il dotto studioso
B."*^ Giuseppe Arenaprimo di Montechiaro rinvenne una
nota del seguente tenore (1): « Nota delli quatri fatti fare
« da me Nicolao di Giacomo: Ho dato la commissione al
« sig. Michiel' Angiolo Morigi da Caravaggio di farmi le
« seguenti quatri :
« Quattro storie della passione di Gesù Cristo da farli
« a capriccio del pittore dalli quali ne finì uno che rapre-
« senta Christo colla Croce in spalla, la Vergine Addolo-
« lorata e dui manigoldi uno sona la tromba riuscì vera-
pagata oz. 46 e l'altri tre
« mente una bellissima opera e
« s'obligò il Pittore portarmeli nel mese di Agosto con
« pagarli quanto si converrà da questo pittore che ha il
« cervello stravolto ». « Preziosa , nota l' Arenaprimo ,
(lì La nota è tuttavia inedita e mi è stata cortesemente favorita
dal chiarissimo scrittore per questo mio lavoro : del che Io ringrazio
infinitamente.
- 65 -
questa notizia del concetto in cui il committente teneva il
Caravaggio: è scultoria. Ma di quale anno fu il mese di
di agosto ricordato ? Nessuna indicazione ebbi per tale ri-
cerca. Nel 1673, quando avvennero i tumulti di Messina,
viveva un tal Nicolò Di Giacomo, che credo nipote o figlio
del committente. Ma il padre di Nicolò, Francesco Di Gia-
como, è detto in altre carte della Arau morì subitamente
il 15 Gennaro 1600 (2) lasciando unico erede il figlio, il
quale sulla prima decade del secolo XVII doveva esser
giovane di una certa età, educato al culto dell'arte e nella
posizione di poter ben disporre delle sue sostanze, avendo
pagato pel quadro di cui sopra la non indifferente somma
di 46 onze. Così può accordarsi che Michelangelo da Ca-
ravaggio fosse in Messina nell' epoca indicata dai nostri
storiografi ».
Le osservazioni dell'egregio storico concittadino sono
esattissime. Un documento preziosissimo e tuttavia inedito
(i) Qui torna comodo fare un'osservazione: dallo insieme della
nota appare con evidente chiarezza non usar molto il Caravaggio di
intervenire in contratti notarili. Egli dipingeva senza precedenti ac-
cordi, consegnava il lavoro, se lo faceva pagare /ainbiir batlaut -- come
si dice — e andava via. Difatti il Di Giacomo nota di aver pagato
per il quadro consegnatogli onze 46 (L. 5S6, 50) e per il resto si pro-
metteva di pagarli quanto si converrà. Ciò ho voluto notare per il
silenzio documentale che è intorno a moltissime opere del grande
pittore.
(2) Per quel che può valere noto che nel 1609- viveva un tal
Francesco Monte di Pietà. Ciò risulta da
Di Jacopo procuratore del
varie note di pagamento inserite sul i" Volume Gire della Tavola
Pecuniaria di Messina, medesimo anno, delle quali dò qui un esem-
pio : « Martedì — a 28 aprile — A frane, giurba argesilao crisafi et
geronimo mazeo rettori del monte della pietà di questa
di citta per
conto di detto monte unzi quattro boni per loro polisa jn frane." di
Jacopo procuratore di esso monte dissero ce li donano per tanti ser-
vitii per esso prestiti ad d.^ monte oltre l'obbligo del suo ufficio ».
5
- 06 --
ci dà con esattezza la data vera della presenza in Mes-
sina del Caravaggio. Il documento si riferisce al famoso
quadro La l'isiirresione di La.^.^jaro dipinto per la chiesa
dei Crociferi di Messina (1), quadro che adesso trovasi
nella Pinacoteca Comunale (2).
Il quadro in parola non è stato dipinto per commis-
sione ricevutane dai Crociferi, come credevasi finora; tal
Giov. Battista De L,azzari (3), dì nazione genovese, uomo
ricco e generoso, con atto 6 Dicembre, 7'^ ind. 1608, in N.' Giu-
seppe Fiutino obbligavasi costruire a tutte proprie spese
la cappella principale della chiesa dei Crociferi, decoran-
dola di un quadro atto all'uopo^ e restando della Cappella
e del quadro perpetuo possessore : « Sponte eorum proprio
« motu, et eorum mera libera et spontanea voluntate in-
(i) Debbo alla cortesia del Prof. Giacomo Macrì e del Cav.
Gaetano Palermo la fortuna di avere rintracciato tale documento. Ad
entrambi le mie più vive azioni di grazie.
(2) Altezza m. 3. io larghezza m. 2. 17. — E difficilmente fotogra-
fabile nelle condizioni in cui trovasi, sia per 1' ossidazione delle tinte
che per lo sciupio avvenuto per il tentato restauro del Suppa. La
figura del Cristo è a sinistra, molto avanti, ed è la prima di un
gruppo di sei popolani ed apostoli meravigliati. Due uomini vigorosi
sostengono la pietra del sepolcro ed un terzo tiene nelle sue braccia
Lazzaro che sta per risorgere sotto l'impero della parola del Maestro.
Marta e Maria sono a destra : Marta curva come a infondere con le
proprie labbra l'alito nel fratello, Maria diritta e dolente. A terra
sono sparsi frammenti d'ossa umane ed un teschio. Il fondo del qua-
dro è molto incerto e vi si scorge assai difiìcilmente la forma del .Se-
polcro di Lazzaro.
(3) Egli era un forte commerciante e il suo nome trovasi assai spesso
nei libri della Tavola Pecuniaria per vaste operazioni commerciali in-
sieme a quello di Tommaso Lazzari, traficando essisotto il nome della
comune ditta.
-^ 67 —
* commutabili cuntis futuri temporibus
valituro et in pef-
« petuum et infinitum duraturo non vi con
acti etcum presen-
« tisrattripromissibus, concesserunt et
concedunt, dederunt
« et dant, trasferunt et trasferunt
perpetuum et infinitum
in
« ipsi Johanne Baptista de Lazzari presenti,
recipienti et
« stipulanti per se, suisque
haeredis, successoribus, poste-
« ris,et discendentibus, in
perpetuum et infinitum v e 1 (?)
« per quibus ipse Johanne Baptista
voluerit totas et ir.te-
« gras predicta cappella majore,
praedicteearum ecclesiae
« olim sancti Petri Pisanorum
hujus urbis Messanae pre-
« diete eorum religionis ministratintius infirmis
vuloariter
« nuncupatae del ben morire ut ea
incepla et cost^uenda
et fabbricanda una e u
=<
u s quatro ipse majoris
i
cappelle
« per ipsius Johanne Baptista
faciendo, /// g,,o iìit^wg,re
« immago bcatissimae semper Virgmis
Dei Gcnilrkis Ma-
- viae et Santi Johanne Baptista
et aliorum et cum toto
« terreno seu solo ipsius cappellae
et cum omnibus sin-
« gulis et alijs juribus proprietatibus et pertinentiìs cdi-
« ficius etc. etc. ».
11 quadro in parola, adunque, del quale non si fa cenno
d'autore, doveva portar dipinta la Vergine, S. Giovanni
ed altre figure. Il Caravaggio, cui vien fatta dal Lazzari la
commissione, muta concetto del - cavando
il
quadro e
forse l'idea dal nome del commissionario - dipinge la
Resurrezione di Lazzaro. quadro dovette essere dipinto
11
nello spazio che intercede fra
il Dicembre
160S e il Mao-gio
1609, dappoiché 11 10 Giugno 1609
il Lazzari
consegnava il
quadro ai padri Crociferi.
L'atto di consegna, scritto a
margine del primo foglio
della minuta del documento
su indicato, è il seguente: «Die
« decimo mensis Junij sepiima indictione -
1609 Prefiitus
- ds -
admonirus Reverendus pater Vincentius Antonius G
-
i
«
« m e o ad presens proviiicialis in hoc Siciliae regno pre-
« diete religionis ministrantius infirmis
vulgariter nuncu-
« paté del ben morire intervenientis in ha e t a m veluti
« provincialis ut supra quam veluti patris visitatoribus
« praedicti admodus R.'^' patri Cesaris Bonino visitatoris
« generalis prediate religionis in hoc Siciliae regno, uti
« premissionis generalis et proparte R.'" Patris provincialis
« Blasius de Opertis prefecti generalis totius predictae re-
« ligionis vigore procurationis in actis Notarli Mari.... de
« Marzo urbis Neapolis die 21 Novembris septima indi-
Notari
tionis 1608 et actus subscriptus celebrai in illis
«
« Pantaleonis Ferrara die 18 Jennarii 7:- ind. 1609. Nec
ad
« non et Reverendo Padre Joseph Baptista de Jordano
in
« presens prefecto predictae religionis di ben moriri
« hoc urbis Messanae coram nobis noti et testibus infra-
gesslssent
« scriptis esponendi nominibus predictis quia
de
« eos recepisse et abuisse a predicto Johanne Baptista
« Lazzaris tamen noto et cognito presente, interveniente,
« et stipulante per se et suis, predictus, quatamus prae-
« dieta sua majores cappella ut supra ipse Johanne Baptista
« concesse quod fieri, tacere debebat ipse Johanne Baptista
quo quatro fuit et est
« vigore infrascriptus contractus, in
« depincto resurretio Lazzaro cum immagine domini nostri
cum immaginibus Martae et Magdalenae
« Jesu Christi et
« et aliorum in numero personarum tre.... dipitturas manu
c< fra Michelangelo Caravagio militis Gerosolimitanus, quod
« quatamus prenominati patris provincialis et prefectis
ipsi
« tenet in eos posse in predicta eorum Ecclesiae .n supra-
Pisanorum...
« dictu contractu expressata, olim Santi Retri
« et non obstante quia in predictu quatro dipingidebat
— 69 -
« Imago Beatissime semper Virginis dei genitricis Marie
« et sanati Johanni Baptiste et aliorum (1) ».
Neil' atto non è cenno alcuno di un altro quadro di
S. Giovanni Battista che il Gallo afferma {annali 1 - - 214)
opera del Caravaggio : « Il quadro insigne dell'aitar mag-
giore .si parla della Chiesa di S. Pietro e Paolo dei Pisani
o dei Crociferi) rappresentante il Lazzaro quatriduano, ed
il riquadro di sopra dov'è dipinto S. Giovanni Battista, ò
opera del celebre Michelangelo Caravaggio ». Niente di
più facile che il riquadro sia stato fatto eseguire dal Laz-
zari avendo promesso sul primitivo atto di far dipingere^
fra le altre immagini sacre anche quella del suo omoni-
mo santo, ma niente induce ad affermare esplicitamente
che r abbia dipinto il Caravaggio, tanto più che in seguito
critici di vaglia, come il La Farina, non lo ricordano af-
fatto (2).
(Il Si noti, a complemento di ciò che ho scritto più innanti circa
il cavalierato di Malta, il fatto che, nel documento, il Caravaggio è
preceduto dal Fra, appellativo dei cavalieri e seguito dal inilitis Gc-
rosoliinitanus, distintivo dell' ordine. Ciò indurebbe a credere ch'egli
fosse stato cancellato dai ruoli, in seguito ai noti fatti di Malta, non
trovandosi oggi più il suo nome negli elenchi. Noto ancora che tra G.
B. Lazzari e il Ricevitore della S. R. Gerosolimitana Fra Orazio
Torriglia, come risulta dalla Tavola, vi erano rapporti di affari, con-
tinui : e con tutto ciò il fuggiasco di Malta è incaricato di dipingere
il quadro dei crociferi. Il quadro ignoriamo quanto sia costato perchè
nella Tavola trovasi la nota riferentesi al deposito di onze 300 fatto
da G. B. Lazzari come dotazione della sua Cappella ma nulla vi è
depositato o pagato per il quadro del Caravaggio. Forse fu pagato
alla mano, con lo stesso sistema del Di Giacomo.
(2) Nel verbale di presa di possesso e formazione d' inventario
dei beni già spettanti alla casa religiosa dei Crociferi sotto il titolo
dei Ministri degl'infermi redatto a 27 Ottobre 1866, in seguito alla
legge di soppressione delle corporazioni religiose, esiste al Quadro XI
— 70 —
Resterebbe adesso a determinare in qual tempo egli
abbia dipinto il famoso quadro della Natività dei Cappuc-
cini, quello della Chiesa di S. Giovanni e l'altro dell' Ecce
Homo dov'è il suo ritratto; ammettendo, però, sempre che
i quadri siano stati dipinti tutti in Messina, senz'altro. È
chiaro che avendo egli compiuto il quadro del Lazzari nel
lasso di tempo che dal Dicembre 1608 va al Maggio 1609,
ricordando che il Di Giacomo si prometteva un'altro quadro
dell' artista per l' Agosto (e non poteva essere altro che
l'Agosto 1609), bisogna pur ammettere che il Caravaggio
dipingesse con grande velocità tutti i suoi lavori, perchè
nello spazio di pochi mesi colorì di bella pittura delle tele
non indifferenti, con ligure quasi sempre al vero, se non
più grandi del vero.
Filippo Hackert nelle Mcnioric de' Pittori Messinesi
(Napoli Stamperia Regale 1792, pag. 46) (l), ha una nota
N. 2o l'indicazione: « Altro piccolo (quadro) di S. Giovanni ». Il
quadro con molta probabilità dovrebbe trovarsi o nel Civico Museo
o in qualche chiesa municipale : ma non ho potuto avere la fortuna
di rintracciarlo, mancando, nei cataloghi del Museo, per molti quadri
il luogo di provenienza.
(i) Quasi tutte le notizie delle Memorie, vennero fornite all' Ha-
ckert da Monsignor Grano, dotto latinista messinese ed amantissimo
delle arti. Da dove il Grano abbia tratta la certezza che il primo
quadro dipinto dal Caravaggio in Messina sia stato la Natività, io igno-
ro, non avendo con le più diligenti ricerche potuto assodare nulla in
archivio. Molto probabilmente egli si è giovato di documenti che ven-
nero distrutti o che andarono dispersi, non potendo ammettere anche
per questo fatto cosi esplicito e d'indole così locale un errore, come
ve ne sono tanti nell' Hackert, se pure non ha seguito quelle tanto
famose, discusse e ricercate Memorie di pittori messinesi del Susino
possedute già un tempo dallo antiquario Luciano Foti e poi scom-
parse. Nei registri della Tavola Pecuniaria, di Messina (1608-1609-1610),
dove il pagamento dovrebbe pur figurare, nulla ho potuto rinvenire
- 71 -
sul Caravaggio (ripetuta poi da quanti si occuparono della
cosa) indicante come primo lavoro eseguito in Messina il
quadro della Natività dei Cappuccini : « Ei fu dal Senato
di Messina immediatamente impiegato a dipingere la tela
della Natività nella Chiesa dei Cappuccini, che è una delle
migliori sue opere, avendone riportato il compenso di
mille scudi » (1). Straordinario compenso davvero e che
che assodasse il fatto : è da notare però che moltissimi conti, anzi
quasi tutte le partite del Tesoriere dell' anno 1608 (l' indicazione del-
l'Hackert tenderebbe a questa data) non ci sono. I conti del 1609 :6io
vi sono in gran parte, ma il Caravaggio non vi figura. Si nota per
una strana simiglianza un Michelangelo di Cara, ma è il nome di un
industriale del tempo trafficante in commercio insieme ai fratelli Paolo
Simone e Gabriele. Né vi sono pagamenti rilevanti fatti come elemo-
sina straordinaria al Convento dei Cappuccini, che poteva essere
un'altra forma del pagamento in parola, riservando ai monaci di sal-
dare il pittore. Vi sono invece le solite note di pagamento per ele-
mosine ordinarie a tutti i conventi e monasteri della città. Ho fatto
anche delle ricerche nello Archivio dei Notai defunti di Messina e
specialmente negli atti di N.'" Francesco Manna, che era il notaio del
Senato in quel tempo. Ma pare che gli atti stipulati per conto del
Senato formassero dei volumi a parte da serbarsi negli uffici ammi-
nistrativi, e dei quali pur troppo non si ha più traccia per la ingiuria
del tempo o per la barbarie degli uomini. Noto intanto che nella
Storia Pittorica del Lanzi è, dai nostri autori, riportata la nota di
avere il Senato pagate altri ntille scudi ad Alonso Rodriguez per
pitture fornite nel Palazzo della Città : il che darebbe una misura di
compenso per opere di gran pregio.
(lì La nota continua così : « Lavorò ancora delle altre opere si
per chiese che per particolari cittadini: ma il suo naturale violento e
rissoso lo portò a ferir gravemente in testa un maestro di scuola per
lieve cagione, e perciò fu astretto a fuggirsene ». Nel parlare poi del
pittore Suppa morto per una febbre contratta per panra di avere ro-
vinato, pulendolo, il famoso quadro del Lazzaro dei Crociferi, giu-
stifica il pittore dicendo che il Caravaggio, per una delle sue stra-
nezze, aveva dipinto il fondo del quadro a guazzo e le figure ad olio.
(Hackert, loco citato).
— 72 —
mostra come le tele del Caravaggio si pagassero profu-
matamente da tutti, la qual cosa è una prova irrefutabile
del concetto in cui, con tutte le sue stramberie, i contem-
poranei tenevano l'artefice valorosissimo (1).
Ma se per il quadro della Natività ci resta una sim.ile
indicazione, noi nulla conosciamo degli ordinatori dei quadri
di S. Giovanni decollato Homo. Abbiam visto
e di^XX Ecce
nel Cap. II del presente lavoro messo avanti il dubbio —
fondato sulla tradizione orale — di non avere il Caravaggio
dipinto in Messina il S. Giovanni (2); per X Ecce Homo ci
manca anche la tradizione orale. Solo sappiamo che i padri
(i) La Natività o come scrissero i contemporanei La Vergine del
parto trovasi aneli' essa nella Pinacoteca. Altezza m. 3.59, larghezza
m. 2.17. Non è fotografabile con precisione, quantnnque nella rac-
colta artistica del fotografo Diego Vadala di Messina vi è una prova
alquanto ben riuscita. In una rustica stalla di tavole, umile ricovero
di un bue e di un asino, dipinti in fondo con una verità di partico-
lari veramente caravaggesca, Maria ha dato alla luce il frutto del suo
ventre. Ella è distesa per terra, su un po' di paglia, e mentre ap-
poggia le spalle ad una mangiatoia di legno stringe al seno la tenera
creatura malamente coperta. A lei di fronte è Giuseppe e tre pastori,
due in ginocchio, ed uno all'impiedi, formanti unico gruppo — d'una
verità straordinaria. Sul davanti è un canestro con gli strumenti di
fallegname. Tutto il quadro è un poema dì affetto materno e di po-
vertà desolante.
(2) La decottazione di S. Giovanni — essendo un quadro desti-
nato al Culto — trovasi tuttavia nell'omonima chiesa a pie della col-
lina dell' Andrìa. Io non so se la forma primitiva del quadro sia stata
l'attuale cioè a dire un grande rettangolo cui si uniscono in alto e in
basso due semicerchi, o sia stata cosi ridotta per adattarla alla deco-
razione marmorea dell'altare. In ogni modo, il quadro è assai sporco,
e poco ben conservato, avendo subito notevoli ritocchi (o devasta-
zioni j del pittore Mazzarese dopo il 1S4S. La figura decapitata dei
santo è in iscorcio per terra; l'esecutore campeggia sul davanti, visto
da tergo, e sta per porre nel bacile di Salomè la testa del decollato.
— 73 —
Teatini fondarono la loro seconda casa nel 1730 con l'ere-
dità del Conte Cibo di Naso e che il quadro in parola
adornò subito la piccola chiesa surta sul luogo. Il quadro
dovette quindi pervenire alla Chiesa dei Teatini (S. Andrea
Avellino) o perchè già l'avessero i conventuali, che avevano
qui fondata la loro prima casa nel 1607 (SS. Annunziata)^
o per donativo di qualche ricco signore del tempo. 11 sog-
getto e le dimensioni stesse del lavoro potrebbero pre-
starsi a qualificarlo anche uno dei tre residuali quadri
della passione di Cristo da compire a Nicolò Di Giacomo
giacche il Caravaggio avevagli solo consegnato, come ab-
biamo precedentemente Gesù che porta la croce
visto, il :
ma è una supposizione come un' altra non avendo nelle
carte di detto Di Giacomo trovato il più lontano accenno
di una tal cosa (1).
Parecchi altri quadri, in Messina, si attribuiscono al
pittore lombardo (2). Uno di essi, una sola testa, che sembra
Nello sfondo, dietro, il boia, è un soldato con elmo e lancia — mentre
dietro Salomè sono un uomo ed una donna che spiano attenti. In
alto è una gloria d' angeli con in mano un nastro svolazzante dov' è
scritto il nome del santo, in latino. La parte inferiore del dipinto è
stata quasi per intiero rifatta essendo .stata danneggiata da un in-
ceudio.
(i) U Ecce hoìiio, quantunque un po' annerito e qua e là screpo-
lato, conserva ancora tutta la sua grande vigoria di colore. Altezza
m. I. 92, larghezza m. i. 11 — È stato assai ben fotografato dal Va-
dala.
(2) Noto qui, incidentalmente, che nel Museo dei Benedettini di
Catania esiste una belli.ssima Deposizione^ poco nota, attribuita al Ca-
ravaggio. La scuola è proprio quella del grande maestro lombardo,
ma la freschezza delle tinte mi fa sorgere in mente qualche dubbio
sull'originalità del dipinto. Un'altra Natività, molto affine a quella di
Messina, e quasi del tutto ignorata, esìste a Reggio-Calabria nella
chiesa dei Cappuccini. È un lavoro del maestro o è una imitazione di
buona scuola ? Data la grande perizia imitativa di alcuni fra gli allievi
del Merisio, la risposta non è facile.
— 74 —
tagliata da un grande dipinto, trovasi sulla Pinacoteca Co-
munale (l): quantunque a me sembri opera di allievo, ap-
pena abbozzata.
Un altro dipinto, un tempo assai bello ma oggi mal-
menato dal ritocco, possiede il Principe di Castellaci Ma-
rullo, proveniente dagli eredi del Barone La Corte: è un
Cristo che va al Calvario, con una Maria, e vari soldati.
Quantunque la certezza assoluta dell' autore non vi è^
pure il quadro ha tutto il fare del Caravaggio e fra i sup-
posti del nostro questo potrebbe essere un autentico : qual-
cuno vorrebbe anzi crederlo quello acquistato dal Nicolò
Di Giacomo, ma nessun soldato di questo dipinto suona la
tromba, particolare molto ben rilevato negli appunti del
commissionario più sopra citati.
Una piccola lavagna dipinta, dove è ripetuto il tema
deir^'cT^ Homo, possiede il Sig. Gaetano La Bruto : anche
qui il Cristo sta per aver posto sulle spalle il mantello da
un manigoldo, mentre Pilato lo mostra al pubblico. Ma a
me non sembra fattura del Caravaggio, piuttosto Io riter-
rei della sua scuola, del Menniti o di qualche allievo del
Menniti.
H: ti:
Come ognuno vede, la condizione artistica del Cara-
vaggio in Messina poteva ben dirsi invidiabile : i molti
lavori commissionatigli e qui venduti lo mettevano al
sicuro delle incertezze del domani : egli avrebbe potuto
chiudervi i suoi giorni, senza più oltre andare peregri-
nando in cerca di pane e di ricovero. Ma pur troppo
egli non era uomo da saper tenere la lingua e le mani
(i) Pag. 4, N. 15 del Catalogo manoscritto del museo.
— 75 —
a posto , né di ben rammentare i danni sofferto per
trarne esperienza di miglior vita. Nelle note manoscritte
del Di Giacomo si parla della latta promessa del pittore :
« e r altri tre si obbligò il pittore portarmeli nel mese di
Agosto ». Mantenne la promessa? Il Di Giacomo non dice
p\ù nulla sul riguardo ed è a credere che una precipitosa
partenza abbia impedito al Merisio di compire i lavori. Ma
perchè fugge il Caravaggio ? Qui entrano in campo le due
note cause diverse : da un lato si accenna alla persecu-
zione del cavaliere di Malta che avrebbe finalmente sco-
verto il rifugio dell' odiato nemico e che cercava ad ogni
costo di averne vendetta; dall'altro si parla di una rissa
con un locale maestro di scuola che ei ferisce grave-
mente, fuggendo poi per non cadere nelle mani della giu-
stizia. Comunque, la partenza del Caravaggio da Messina
non è un fatto ordinario : anche stavolta il Caravaggio è
costretto a fuggire per vendetta o rissa ; anche stavolta il
carattere dell'uomo ha sopraffatto la natura dell' artista, che
aveva trovato un centro ricco, calmo e dove poteva ve-
ramente vivere e produrre.
Ma il suo destino era segnato ed egli dovette seguirlo,
bevendo sino all' ultima goccia il calice delle amarezze e
dei disinganni.
NOTE KD AGGIUNTE
:j:*::: Ei'a di già stafTipato il capitolo III del presente
lavoro quando ebbi notizia esistere presso il Sig. Francesco
Pagano Dritto, di Messina (l), una tela ritenuta per un
antoritratto giovanile del Merisio. La tela mi fu cortese-
mente mostrata ed ho avuta la piìi bella conferma delle
mie precedenti induzioni : la testa somiglia in modo vera-
mente perfetto all'autoritratto da me indicato nel quadro
dei Gtucatori di Mora della Galleria di Siena, e dev'essere
stata dipinta intorno a quel periodo artistico. La tela mi-
sura m. 0,47 X 0,36 ed è discretamente conservata.
Il Merisio ride anche qui quel suo riso malizioso
della tela senese così caratteristico e così vero. Con que-
sta nuova tela di Messina a me sembra definitivamente ri-
soluta la quistione del ritratto che già mosse tanti dubbi ed
incertezze.
:^% Lo stesso Sig. Francesco Pagano Dritto possiede
una Flagella.sioìie di Gesù (m. 0,57 X 0,35) attribuita al Me-
risio. Vedesi il Cristo legato ad una colonna ritta in mezzo
ad una sala architettonica : un flagellatore è a destra ,
un
altro a sinistra ed uno in fondo. La sala è illuminata da
una finestrella posta in alto dietro Gesù ;
cosicché la luce
(I, Il Signor Pagano Dritto possiede una pregevolissima raccolta
di quadri, molti dei quali di eccellente scuola e non pochi assoluta-
mente magnifici dovuti al pennello di valorosi maestri dell'arte. E una
pinacoteca che non dovrebbe andar dispersa per il buon nome arti-
stico di Messina. Come non dovrebbe andar disperso il materiale ve-
ramente raro e pregevolissimo del Presepe , squisita fattura di vari e
bravi intagliatori in legno del settecento, il quale gareggia colle mi-
gliori raccolte dei musei esteri, non esclusa quella di Monaco di Ba-
viera.
vi è scarsa e scende a filo tangente, caratteristiche queste
dei quadri del Caravaggio. Per le sue piccole proporzioni, il
quadro mi sembra bozzetto o riduzione di opera maggiore.
Si noti, per altro, che simile soggetto il Merisio ha dipinto
a Napoli nella chiesa di S. Domenico maggiore.
:5:*:i;
Pcrchc Ic ttiic supposizioni sulla morte del Cara-
vaggio non possano sembrare ai critici meticolosi perfet-
tamente campate nel vuoto dò qui alcune notizie pervenu-
temi da Porto Ercole, e dovute alla cortesia del Sig. E. To-
gnetti, segretario comunale di Porto S. Stefano. Egli, su
mia richiesta, si è rivolto al Parroco di Porto Ercole Rev.
G. Paradisi il quale così una prima volta scrivevagli:
« Per quante ricerche abbia tatto nei registri parrocchiali
di questa Chiesa, non ho potuto trovare l'atto di morte del
pittore Caravaggio. Solo nell'anno lò09 trovo scritto: A 2
di Maggio il Sig. Michele morto nel Ospitale fu sepolto in
Santo Sebastiano » E poi : « Il Caravaggio morì in Feniglia,
perciò bisognerebbe sapere se a quell'epoca detta località
apparteneva alla parrocchia di Port'Ercole o di Orbetello,
oppure conoscere in quale anno le ossa del Caravaggio
furono trasportate da Port'Ercole a Bologna ».(???) E più
tardi: « In Parrocchia non ho potuto rintiacciare niente
sul Caravaggio. Mi ricordo di aver letto che il Caravaggio,
sfuggendo alla giustizia di Napoli ,
con una scialuppa ap-
prodò in Feniglia, e quivi prese per osservare dove fosse
possibile trovare uno scampo ; ma ritornato alia spiaggia
non trovò più la scialuppa, onde per la disperazione ed i!
grande caldo, dopo qualche giorno, morì. Altri dicono che
morisse in un combattimento sotto la Rocca ,
ma sembra
inverosimile perchè il Caravaggio che cercava scampò alla
sua vita, non sarebbe certo andato ad esporla ad una morte
sicura, molto più che ,
protetto com'era dal Papa, gli era
facile mettersi in salvo ».
^ 1B --^
La mancanza dell' atto di morte nella Parrocchia di
Porto Ercole ,
piccolo paesi Ilo sulla spiaggia grossetana ,
è un gran punto interrogativo nella storia miseranda del-
l'artista: a meno che non gli si voglia riferire la nota del
2 Maggio che dà morto all'ospedale (e potrebbe esser vero,
data la miseria in cui trovavasi 1' artista) quel tale signor
Michele. Ma come conciliare le notizie dei biografi secen-
tisti che lo vogliono morto nella stagione estiva ? In Aprile
non siamo in està ed egli avrebbe dovuto ammalarsi in
Aprile per poter morire il 2 Maggio : in ogni modo , tra
Porto Ercole e Feniglia il mistero non trova soluzione al-
cuna : che il nome del pittore avrebbe pur dovuto essere
trascritto negli atti di morte dell' una o dell' altra Parroc-
chia, a meno che egli non fosse morto in battaglia sotto la
Rocca e non andasse seppellito, fra i tanti, in campo aperto.
:j:*4: Itt Una nota del Capo II è stato detto avere il Capo-
dieci, nella sua opera Antichi Monumenti di Siracusa (Voi.
11-364) scritto essere stato il quadro di S. Lucia commissio-
nato al pittore dal Vescovo Orosco (1586). Il Sig. E. Mau-
ceri di Siracusa, che mi aveva data per mero equivoco la
notizia, corregge: « Il Capodieci ricorda il quadro di S. Lucia
« come lavoro del Caravaggio nell'opera Antichi tnoiinmeiiti
« di Siracusa — tomo 2*" pag. 364 — stampata in Sira-
cusa stessa nel 1813 da Francesco Puleio. Negli Annali di
« Siracusa (tomo Vili) manoscritto della Biblioteca Arcive-
« scovile di questa città a p. 456 nomina il committente che
« fu rOrosco. Il quadro è ricordato in un altro manoscritto
« dello stesso Capodieci dal titolo Memorie di S. Lucia (p.
« 229) che si conserva parimenti nella P.iblioteca Arcivesco-
« vile ». La nota quindi piìi che agli Antichi Monumenti di
Siracusa va riferita agli Annali.
:i:*:i: L' archlvista municipale di Messina Cav. Arturo
- 79 -
Salemi mi favorisce gentilmente una nota da lui trovata
nel Registro della Contabilità iMorale lS19-?2 (Municipio di
Messina) fol. 80 destra. Spese imprevedute « — 26 Giu-
gno 1820.
Per Tavola pecuniaria — 20 a D." Lett." Subba Pit-
tore p. gratificaz.'^ della restauraz."" del celebre quadro di
pertinenza della Casa dei PP. Crociferi rappresentanti la
rassegnazione (sic) di Lazzaro, opera Insigne di Michel'An-
gelo di Caravaggio, e sulla considerazione, che si con-
serva un Monumento dell'Arte, serve ad accrescere il de-
coro di Q.» Cap.'«^ p. off.'' li 19 mag;' autorizzato ».
Dopo il Suppa, il Subba: bisogna essere lieti che il
quadro trovasi tuttavia in buone condizioni : che, coi me-
todi di restauro in uso a quei tempi, e' era da attendersi
la rovina del dipinto !....
V. Sacca
LOTTA DELLA CITTÀ DI PATTI
PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE
nel secolo XVII
{Coni, vedi Ann. VII. Fase I-II)
Nell'aprile del 1645 si sparse la notizia che l'armata
turca si preparava in levante per venire nei mari di Sicilia.
Una lettera del viceré, del 12 aprile da Palermo, ordinava
che tutti si tenessero pronti a servire nelle milizie senza
eccezione di privilegi. Il 20 veniva nominato capitano
d'armi a guerra di Patti l'aiutante don Diego de Ostos, e
il 13 maggio si ordinava di radunare il Consiglio pubblico
per provvedere alle mura della città , e pei salarii dei
cavallari, guardiani, trombetti e tamburi.
11 principe di Castelnuovo, (1) eletto mastro di campo
della sargentia di Patti, scriveva da Naso, il 5 giugno 1645^
per annunziare la sua venuta in Patti, a scopo di stabilire le
riparazioni alle fortificazioni della città per metterla in
stato di una buona dilesa. Egli ordinava che si tenesse
in ordine una casa per lui, quattro camerati e ventiquattro
del seguito , con lo stendardo di cavalli di S. Angelo ; e
nel caso non bastasse una se ne preparassero due non
molte distanti l'una dall'altra, con quattro letti di rispetto
(i) Don Emanuele Filibert.o Cottone e Cibo principe di Castel-
nuovo, conte di Bauso e di Naso, aveva ereditato dal padre D. Gi-
rolamo Cottone Cutelli e Aragona il principato di Castelnuovo e la
contea di Bauso, e dalla madre D. Flavia Cibo e La Rocca la contea
di Naso.
- 81 -
e gli altri ordinari ; dovendosi dare ai soldati di cavallo
l'ospizio ordinario e lutto ciò che e necessario per il vivere
itiìiano e per servizio dei cavalli. Raccomandava, in oltre,
la comodità e l'esposizione ,
perchè tutto sarebbe stato pa-
ttato, non volendo egli recare interesse , dolente ansi dì
recare fastidio ,
del che avrebbe fatto a meno volentieri se
lo avesse potuto. E il giorno 10 egli giunse in Patti con
tutto il suo seguito, ed ivi si trattenne a tutto il giorno 20.
Questo arrivo produsse un movimento nella città ,
perchè
oltre lo stendardo di cavalli di S. Angelo — il quale restò
in Patti dairs giugno al 16 luglio — abbassò anche la com-
pagnia di soldati di piedi o bandiera di S. Piero sopra
Patti. Gli alloggi per il mastro di campo della sargentia fu-
rono distribuiti nelle case del dottor Vincenzo Natoli, (1)
del sacerdote don Antonino Mangialardo e del chierico
don Francesco Proto , che erano centrali e nella piazza
pubblica della città. Nella casa del Natoli — che si era
stabilito in Patti sposando Antonia Proto — alloggia-
vano il mastro di campo principe di Castelnuovo , don
Giuseppe Galifi e il barone di Longi (don Pietro Lanza) (2)
(ij Da ricerche fatte nel bellissimo archivio notarile del distretto
di Patti, mi risulta che i Natoli , benché fossero cittadini messinesi,
avevano nel secolo XVI il centro dei loro affari in Raccuia. Il dott.
Vincenzo Natoli era figlio di Domenico, cittadino messinese, e di Ca-
terina ScagHone di S. Piero-Patti, ove si stabili Domenico. Però Fran-
cesco e Agostino Natoli, avo e padre di Domenico, abitavano in Raccuia.
Il dott. Vincenzo sposò Antonia Proto e iMauriquez de Lara nel 1641.
E:^li ebbe varie sorelle tra le quali Antonia che sposò don Vincenzo
Orioles e Branciforte, e Lucrezia sposata in prime nozze col dott. Giovanni
Natoli, figlio naturale riconosciuto di Girolamo fratello di Giovan Forte.
(21 D. Pietro Maria Lanza barone di Longi sposò D^^ Antonia Cibo
e La Rocca sorella di D^ Flavia contessa di Naso madre del principe
di Castelnuovo, per contratto matrimoniale del 24 gennaio 1626 in
not. Cono Bonsignore di Naso.
6
— 83 -
suoi camerati, don Antonio de Haro capitano d'armi assi-
stente e i due aiutanti del mastro di campo , oltre due
paggi, due algozini ,
quattro staffieri e lo schiavo di don
Antonio de Haro. Nella casa Manglalardo furono alloggiali
il segretario, il cappellano e il confessore del principe di
Castelnuovo , e nella casa Proto il consultore , il mastro
notaro e il fiscale del mastro di campo. Con precedenza
erano venuti un algozino e un ferriero mandati dal prin-
cii)e di Castelnuovo per preparare gli alloggi ; e varii
cittadini apprestarono i letti rcgalaii con loro tabar-
chi e paviglioiii di seta , mentre pei paramenti e corti-
naggi per la 'camera del principe di Castelnovo , nella
casa Natoli, fu mandata persona coi muli a S. Piero
sopra Patti , ove si trovava il principe di Sperlinga don
Francesco Natoli e Orioles (1) « per accomodarsi \\ toscllo
(i) D. Francesco Natoli e Orioles, 2" principe di Sperlinga, era figlio
unico di Giovan P^orte e di D'*^ Melchiorra Orioles. Blasco Natoli, pa-
dre di Giovan Forte, governava la contea di Raccuia — cedutagli nel
1576 dal fratello Giovan Domenico che l'aveva avuta in affitto dal
conte D. Giuseppe Branciforte, per atto 3 gennaro 1571 in not. Anto-
nino Carasi di Palermo —
e la baronia di Montalbano dei Colonna
Romano. Oltre Gianforte, egli ebbe per figli Girolamo, Ottavio, Fran-
cesco Andrea e Sebastiano, e delie sue figlie: Laura fu moglie di
,
D. Giacomo Campolo barone di Bonvicino Susanna o Petruzza sposò ;
D. Giacomo Balsamo visconte di Francavilla; Cammilla si accasò con
don Paolo Bonfiglio barone di Condro e fu madre di don Francesco
principe di Condro, D. Blasco, D. Vincenzo e D. Pietro Bonfiglio; e
Balsamell^a infine con don Agesilao Crisafi barone di Pancaldo. Giro-
lamo Natoli, capitano d' armi ordinario alla persecuzione dei banditi,
morì in Montalbano nel marzo del 1592, lasciando il figlio naturale
Giovanni sotto la tutela di Gianforte. Ottavio successe a Girolamo nel
posto di capitano d'armi ordinario, e morì a Montalbano nel 1603.
Giovan Forte nell'anno 1597 comprò la baronia e castello di Sper-
linga coi fondi annessi, la baronia di S. Bartolomeo, e la baronia di
^ 8^ ^
per l'alloggio del Principe di Castelnuovo mastro di cam-
po » (1).
Era giunta intanto lettera in data dell' 8 giugno, per
via del Trib. del R. P. , con la quale il viceré marchese
de Los \>lez autorizzava a poter prendere denaro dulie
tande regie per riparare le mura , le porte e il castello
della città , essendo stato deciso che ciò si dovesse fare
con denaro della Regia Corte d' accordo col mastro di
campo della sargentia. E il principe di Castelnuovo chiamò
a sorvegliare quei lavori l'ingegnere Filippo Ferrara^ che
giunse in Patti il 14 giugno , e vi dimorò a tale scopo a
tutto il 24 luglio, finché non furono terminati i lavori.
Alburchia e di Capuano nel territorio di Ganci, feudi che proveni-
vano dalla successione e divisione dei beni di don Giuseppe Ventimi-
glia marchese di Geraci. Giovan Forte Natoli barone di Sperlin<;a,
S. Bartolomeo, Alburchia e Capuano, salito in grande fortuna, fu creato
principe di Sperlinga. Nel 1633 egli cadde ammalato in S. Piero-Patti,
ove si era recato, e vi morì. Con testamento negli atti di not. Gio-
vanni Gatto del Luglio 1633, egli lasciò erede universale il figlio Fran-
cesco sotto la tutela di suo fratello don Francesco, forte capitalista, il
quale a sua volta morendo a Montalbano nel 1635, con testamento in
not. Giacomo Salpietro, lasciava erede universale il nipote Francesco,
ed erede particolare il pronipote Girolamo, figlio del dott. Giovanni.
A sistemare gl'interessi tra il principe don Francesco e don Girolamo
Natoli si fecero transazione nel 1638 in .S. Piero Patti , e nel 1643 e
1656 in Messina, nelle quali a don Girolamo toccaVa la gabella del tari
sulla seta di Patti e IMontagnareale, i feudi di Alburchia e Capuano
col titolo di baroìie, ecc. Il principe don Francesco sposò nel 1641
D^ Giulia Lanza.
(i) Dal libro d'esito di Tommaso Stoppia tesoriere della città di
Patti nell'anno XIII^ Ind. 1644 e 1645 nel governo delli spett. D/
Don Iacopo di Perna, Antonio Ferracuto, Giuseppe Proto, Antonino
Ferrando nonché dai mandati del i", io, 19, 21 e
giurati di d.^ città;
24 giugno, T645, e dalle apoche in notar Giovan Domenico Mare-
scalco del IO, 12, 14, 27, 28 e 29 agosto 1645, e apoca in notar Ge-
ronimo Puglia dell' it settembre 1645.
^M ^
Questi preparativi parrebbero esagerati di fronte alla
notizia vaga dell' uscita dell' armata turca. Ma non era
quello il solo timore ,
poiché un incidente svoltosi sulla
spiaggia di Patti — che io ho rilevato da due lettere del
marchese de Los Velez del 24 maggio e dell'S luglio 1645 —
aveva fatto dubitare di qualche tentativo dei F"rancesi.
Il canonico dottor don Francesco Proto, cittadino mes-
sinese^ della famiglia dei Proto di Patti (l), nell'aprile di
quell'anno, aveva caricato una sua fregata ,
nominata S.-"^
Morìa di Porto Salvo, comandata da padron Silvestro Bo-
nanno, con molli marinai, la quale, arrivata nel mare di
Patti, vicino alla spiaggia , fu assaltata da un brigantino
francese in modo che padrone e marinai furono obbligati
di fuggire a terra, lasciando in abbandono la nave, che fu
rimorchiata dai Francesi. Appena sentito il fatto, don Diego
de Ostos , nuovo capitano d'armi a guerra e capitano di
giustizia della città, armò sette navi con sessanta soldati
e quaranta marinai , e insieme al padrone della fregata
uscì alla sequela dei Francesi. Ma costoro , temendo di
essere sopraffatti da quelle navi, fuggirono abbandonando
(i) Questa antica famiglia pattese ebbe diramazioni anche a Mes-
sina, Milazzo e Napoli. Don Francesco Proto fu canonico della Cat-
tedrale di Messina, ove insieme al fratello don Antonio, barone di
Vigliatore e padrone del predio della Scala nel territorio di Patti,
aveva preso dimora , seguendo lo zio don Biagio nominato arcive-
scovo di Messina. Essi però erano nati a Patti dal dottor Antonio di
Antonello di Cristoforo. Il barone don Antonio fu erede dell'arcive-
scovo don Biagio nel 1648. Il barone di Vigliatore don Biagio, figlio
di don Antonio, benché avesse la cittadinanza messinese, fu regio pro-
conservatore in Patti dal 1683 al 170S, e visse come i suoi successori
quasi sempre nella sua villa della Scala. L'ultimo Proto di Vigliatore
fu il B."" Antonio Bald.''*' Mattia, morto nel 1782, che lasciò erede la
moglie Rosolia Ardoino d'Alcontres, poi principessa di S. Elia.
— 85 -
la fregata, che dai soldati e marinai fu portata nella ma-
rina di Patti. Il capitano don Diego de Ostos la fece con-
segnare a don Francesco Proto con plcggiarin di rimet-
tere quella nave o il prezzo di essa a ogni mandato del
viceré e del Tribunale del Real Patrimonio ; e ciò perchè
il capitano d'armi reclamava la terza parte del valore della
nave, o, in ultimo caso, che il Proto pagasse il premio che
egli aveva promesso alle persene andate alla sequela del
brigantino francese. Infatti il viceré ordinava che si pagasse
quanto giustamente spettava alle persone che avevano
lavorato a recuperare la fregata.
Il principe di Castelnuovo scriveva, a 30 giugno da
S. Piero di Patti, che l'armata nemica, che veniva ad infe-
stare la Cristianità, portava anche il contagio; quindi rac-
comandava la vigilanza. E con lettera del 2 luglio aggiun-
geva che, in vista del pericolo dell'armata nemica, si do-
vesse fare provvigioni, ordinando di portare il lino prodotto
dalla campagna nel fiume, e che dalle campagne marittime
si dovesse togliere tutto il bestiame bovino e pecorino per
il pericolo di poter essere preso dal nemico. E i giurati di
Patti, dottor Giacomo Perna , Giuseppe Proto, Antonio
Ferracuto e Antonino Ferrando fecero buttare bando del-
l'ordine ricevuto per tutta la comarca.
Né r armata turca né quella francese pensarono di
fare tentativi di sbarco sul littorale di Patti : ma non per
questo lu meno afflitta la città. I giurati Antonino Donato,
dottor Antonio Chit-ari, dottor Giuseppe Tibaldi e don Giu-
seppe Cenere, con lettera del 27 dicembre 1645, scrive-
vano al viceré che per diverse circostanze e per le esor-
bitanti somme di tande e donativi regi, l'esito della città
superava l'introito. E ciò perché la ripartizione era stata
stabilita in base ai riveli (atti perla numerazione di anime
— se-
da don Andrea Saladino nel 1637, nel qual tempo la citlà
aveva due feudi del prezzo di quattordici mila scudi : uno
chiamato xMadoro venduto dalla R. C. , e V altro Rocca,
disgregato dopo ed assegnato alla terra di Montagiiareale.
I giurati concludevano che, anco per la diminuzione del
prezzo delle gabelle, non potevano tirare avanti , e atten-
devano ordini per non abbandonare la città.
Con altra lettera del 10 gennaio 1646, i giurati dice-
vano che vedendo il pericolo che i guardiani ,
ministri e
ufficiali restassero senza denaro , mancando qualunque
altro mezzo , essi erano costretti a fare uso di quelle
onze 149 di una gabella che era stata applicata alla sod-
disfazione di onze 200 prese dalle tande regie — le quali ,
con lettera del 31 maggio 1645 di don Geronimo Guascone
giudice del Concistoro (l), erano state dilazionate in due
pagamenti a 1*^ gennaio e a 1° maggio 1646 ;
— pregavano
quindi il viceré di autorizzarli, altrimenti sarebbero costretti
a pagare del proprio le spese fatte fino allora, e lasciare
tutto in abbandono. Essi aggiungevano: « E questi sud-
diti avendo con tanta prontezza venduto per il passato e
feudi e gabelle e sé stessi per complire con doni ordinari
e straordinari in servigio di Sua Maestà Cattolica si ritro-
vavano oggi in tempi di tanti movimenti di guerra con
essere esposta la città in loco tanto pericoloso rispetto
risola di Lipari , sprovvisti senza fortezza e con un solo
pezzo di artiglieria aperto alla civa, mancanti di gente et
(i) Don Girolamo Guascone giudice del Concistoro, del Consi-
siglio di S. M., fu delegato dal viceré per fare provvedere la città di
basliineJifo di frumenti, e infatti vi dimorò quattro giorni dal 21 al 24
giugno 1645, alloggiando con suo fratello e col suo mastro notaro nel
convento di S.'^ Maria di Gesù,
— 87 —
inabilitati pure a potersi pagare le guardie con le quali si tro-
veriano al meno prevenuti in tempo d'invasioni e scorrerie ».
Ma invece di dare provvedimenti opportuni, il mar-
chese de los V^elez indirizzava ai giurati, il 17 aprile 1646,
una lettera tendenziosa. Egli diceva che il re voleva sapere
in quale stato si ritrovassero le città e terre del suo real
demanio; sicché bisognava dire c|uali rendite e secrezie
appartenessero alla R. C. nella città di Patti ,
quali uffici
fossero venduti , che cosa rendessero le secrezie e le ga-
belle, quali ragioni di estrazione e di vettovaglie appar-
tenessero alla città , e se di tali effetti ve ne fosse stato
qualcuno alienato, quali tande ,
donativi regi e altri pesi
pagasse la città , lo stato del suo patrimonio , e se essa
università era stata veiuìiita e se si era recattata altre
volte guanto avesse speso per uno o piti recattiti, se aveva
fatto alcuno o piti servisi a S. M. di qualche somma ,
in
che tempo e con quali condisioni.
A questa lettera rispondevano i giurati, il 16 maggio
1646, che le sei;rezie della città erano state vendute dalla
R. C. ad Antonio Angotta insieme con tutti gli uffici ad
esse pertinenti ,
da prenderne possesso dopo la morte di
coloro che le avevano acquistate a vita (1); e che si tro-
(i) L'ufficio di mastro segreto della città di Patti era stato ven-
duto dalla R. C. ad Antonello Cenere per onze So con due contratti
negli atii del R. Luogotenente nell' ufficio del Protonotaro del 19 ot-
tobre e 16 novembre 1585. Morto don Antonello Cenere, la carica di
segreto fu nuovamente venduta a vita al figlio di lui don Giuseppe il
20 maggio 1622. Gli altri uffici della secrezia pii^i importanti, ossia
quelli di credenziere e mastro notaro, erano stati venduti il io aprile
1629 a Paolo Spitaleri. Antonio Angotta aveva comprato le secrezie
di Taormina, Patti e Castroreale per onze sedicimila e cento con atto
presso il R. Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro del 15 marzo 1633,
come da comunicazione del duca di Alcalà fatta a 23 marzo; ma nel-
1' ottobre dello stesso anno egli moriva, trasmettendo i suoi diritti ai
nipoti Gregorio e Giovanni Angotta.
vavano pure venduti a vita gli uffici di mastro notaro
della corte giuratoria e della corte civile, quelli di vice-
portulano e di mastro notaro del viceportulano ; anzi l'uf-
ficio di mastro notaro dei giurati era stato applicato per
un altro erede (1\ restando solo alla Regia Corte l'ufficio
di mastro notaro della corte capitaniale (2). La Regia
Corte aveva anche la gabella dell'estrazione di vettovaglie,
ossia sopra i salumi, vini, zuccari e dipendenti, affittata per
onze venti annue. La città pagava mille ottanta sei onze
all'anno di tande e donativi regi ; non teneva feudi nò
rendite, e il suo patrimonio consisteva in gabelle: in modo
che l'introito era di onze 1742 e l'esito di 2278, con un
disavanzo annuo di onze 531. Per ciò essa si trovava
esausta, e non poteva pagare le guardie e le altre occor-
(i) Il dottor Giuseppe Fiorulli — fratello di don Geronimo ba-
rone di Altoiuonte — comprò la carica di mastro notaro della corte
dei giurati per contratto del 13 maggio 1622, nell'officio del R. Luo-
gotenente di Protonotaro, per onze 260. La Regia Corte per altro
contratto, nello stesso officio, del 6 giugno 1629 concesse al Fiorulli,
per onze 86 e tari 20, la facoltà di potere rinunziare, ampliare o do-
nare l'ufficio di mastro notaro della corte dei giurati per la vita di un
erede, e nel caso di morte ab intestato, doveva succedere il suo erede
o figlio maggiore o la persona più stretta in grado di parentela, come
per comunicazione del duca di Albuquerque del 27 luglio 1629. Il
dottor Giuseppe Fiorulli ebbe concesso il titolo di barone di Villa-
reale per sé e suoi successori in perpetuo, come per comunicazione
del duca di Alcalà del 23 giugno 1634, e certificato di giuramento di
fedeltà e vassallaggio fatto in Palermo il 7 ottobre 1634.
(2) Per la morte successa qualche mese prima del dottor don
Paolo Fiorulli — figlio del barone di Altomonte — che lo aveva com-
prato, alla morte di don Francesco Fortunato, con atto del 7 set-
tembre 1641 presso il R. Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro, sua
vita durante, per il prezzo di onze 625, versato dal suo procuratore
Antonio Marescalco nella Tesoreria generale.
- 89 —
renze. In quanto alle altre domande più suggestive, i giu-
rati rispondevano che la città non era mai stata venduta
ne in caso si vendesse , il clic non si pub credere per le
molte ificonveniense seguiriano , ìiaveria habiltà di recat-
tarsi se fosse per un grano ; ha servito Sua MJ'' in molte
occasioni antiche^ e di pochi anni a questa parte nell'anno
1638 col donativo gratioso di mille scudi et nell'anno 1639
offerse a S. J\J. per l' unione della terra della Montagna
Eegia, casale prima di essa , nove mila scudi a S. M. et
Bensa avere alcauzato il detto casale pagò sei mila scudi
a S. M. d'onde ne venne la totale rovina di essa, et questo
è quanto habiain potuto informami.
La città aveva ancora pendente il conto con la R. C.
per il resto del prezzo di Madoro che era stato applicato
al pagamento delle tande regie. Il viceré , con lettera del
7 dicembre 1646, ordinava al percettore del Valdemone don
Giuseppe Cuzzaniti di non molestare la città per il ritar-
dato pagamenfo. E finalmente don Giuseppe Cuzzaniti
scriveva da Messina, il 2 febbraio 1647, che essendosi
fatto buone le onze 1031 tari 22 grani 2 piccioli 3, resto
del prezzo del feudo di Madoro , a cominciare dall' anno
1640, si era visto che la città restava a dare per la tanda
lo gennaio 1647, per i donativi ordinari, onze 11 t. 23
gr. 9 p. l.
Così per il momento veniva aggiustata la pendenza
con la Regia Corte ; ma per la sicurezza e per la difesa
della città l'unica disposizione ottenuta fu quella per il
famoso cannone della torre della Marina. Infatti con let-
tera del 7 febbraio 1647 il viceré scri\»e\a ai giurati che
mandassero quel cannone a Palermo per fondersi. E i
giurati rispondevano, il 20 dello stesso mese, di avere com-
binato di trasportare il cannone per il prezzo di onze sette
- 90 -
dalla Marina di Patti a Palermo con la barca di padron
Assenzio Sciacca ,
pregando il viceré di farlo ingrandire
per essere piìi atto alla difesa della città e di maggior
tiro per impedire lo sbarco dei nemici. E il 27 scrivevano
per annunziare la partenza di quel pezzo di artiglieria,
la cui storia attraverso i tempi non sarebbe priva d' inte-
resse (1).
Ma un nemico ben più formidabile si stava avanzando,
contro cui sarebbe stata inutile qualunque artiglieria: quel
nemico era la ftime. Il viceré marchese de los Velezy Ada-
lentado emetteva due bandi, del 7 luglio e dell' 8 agosto
1646, coi quali si proibiva la pegnorazione dei frumenti.
In una lettera dei giurati e proconservatore del 10
agosto 1646 si dava relazione del raccolto del frumento
nel territorio di Patti in salme mille, delle quali trecento,
prodotte nei feudi della Masseria e dei Mortizzi^ erano
state portate fuori del territorio, essendo gl'inquilini di quei
fondi Sampieroti, Montagnari e Librizzani. Vista l' insuffi-
cienza del prodotto, nel settembre 1646, i giurati di Patti cer-
carono fare incetta di grani, come si vede dalla lettera
del 29 da essi scritta al viceré per la provvista, frumenti
offerta da don Antonio Proto, che dimorava in Messina,
e da un' altra scritta nello stesso giorno al dottor Bona-
ventura Marziano, cittadino pattese, il quale si trovava al-
lora in Palermo, per incaricarlo di lare acquisto di fru-
menti. E i giurati, avendo avuto un'altra offerta da Gero-
(i) Il cannone fu riportato nella marina di Patti nel luglio dello
stesso anno, e messo a posto sulla torre di guardia, come da man-
dato del 26 luglio e da apoca del 27 luglio 1647 in notar Giovan Do-
menico Marescalco.
— 91 -
mino Marziano per V intera provvista del grano neces-
sario per Patti e suo casale di Sorrentini, ne avevano scritto
al viceré, il quale rispondeva a 26 ottobre 1646 che aves-
sero tenuto pubblico Consiglio e promulgato bando per
cercare di avere un' offerta migliore. Dovendosi aspettare
l'approvazione del viceré e del Tribunale del Real Patri-
monio prima di potere fare operazioni per la compra dei
frumenti, e quella non venendo, si perdeva un tempo pre-
zioso. A ciò si aggiungeva la proibizione che vi era stata
di spendere denaro delle gabelle, essendo stato applicato
al pagamento delle tande arretrate, e a questo scopo ve-
nivano capitani d'armi delegati a fare pressioni, come si
può vedere dalla lettera del 31 dicembre 16-16 di don Mat-
teo d' Arces che annunziava la sua venuta in Patti, e ri-
chiedeva che fosse a lui preparato conveniente alloggio,
e da un'altra del 6 gennaio 1647 di don Francesco Anto-
nio Costa per la stessa ragione. Caratteristico, a propo-
sito della proibizione di spendere denaro, è il seguente
fatto.
Il viceré con lettera del 6 gennaio 1647 scriveva ai
giurati di Patti che il re, con lettera del 13 ottobre per
via di Segreteria di Stato, lo aveva avvisato della morte
di suo figlio il serenissimo principe don Baldassare Carlo,
accaduta al 9 di quel mese, per la qual cosa i giurati do-
vevano pensare a fare i funerali e suffragi. I giurati ri-
spondevano al viceré che avendo sentito la morte di quel
principe figlio ed immediato successore del re, dovendo
fare decenti funerali e non potendo fare spese senza li-
cenza, domandavano di potere prendere a tale scopo il
denaro degli introiti. Il marchese de Los Velez, con lettera
del 30 aprile, accordava che si spendesse il denaro, purché
non fosse dei donativi e delle tande, ma che la spesa non
— 92 —
superasse le onze quaranta, raccomandando di non fare
spese eccessive esorbitanti, e che sarebbe bastato che
vestissero di lutto il capitano, i giurati, il sindaco e gli
altri ministri che dovevano accompagnar^^ i giurati alla
pubblica lunzione dei funerali.
Intanto non essendo venuta iilcuna provvista di grani,
il 20 maggio, con due lettere, i giurati di Patti tacevano
un appello disperato al viceré per avere frumento, non
avendone potuto trovare e temendosi la fame, aggiun-
gendo che avevano scritto per poterne avere salme 150
per la provvista della povera città ; ma la necessità era
diventata tale che non vedendo arrivare frumenti, essi
inviavano il giurato Paolo Spitaleri per prrgare il viceré
e il Tribunale del R. P. per averne in qualche modo, non
potendosi fare perire un'intera città.
11 mal governo spagnuolo, che da tanti anni pesava
sulla Sicilia, aveva recato la piìi squallida miseria, deci-
mato la sua popolazione, ridotto un deserto le sue cam-
pagne, avvilito il suo commercio, reso impossibile la vita.
La città di Patti spogliata dei suoi feudi, col territorio ri-
dotto a metà, gravata da una ripartizione dei pesi spro-
porzionata alle sue forze, doveva fare fronte alle spese
imponendo gabelle sopra gabelle. Quindi la cittadinanza
pattese affamata, appena avuto notizia che in Palermo il
popolo insorto aveva obbligato il viceré a togliere le ga-
belle, la mattina del 5 giugno 1647 si sollevò a tumulto,
reclamando l'abolizione di tutte le gabelle.
Ecco come, nello stesso giorno, i giurati riferivano il
fatto al viceré :
« Ecc.'^o Signore. — Per informare a V. E. quanto e
avvenuto in questa città di Patti questa matina li cinque
del presente mese di Giugno si hanno retrovati afiìssi a
- 93 -
diversi muri e porti della città alcuni cartelli delli quali
si manda una copia a V. E. restando in nostro potere l'o-
riginale (1). E più ad bore venti incirca delli cinque com-
parvero molti del popolo armati di spade pugnali rotelle
e scopette insieme con femine e picciotti con spiti bastoni
e pietre in mano sonando la campana ad arme, alla qual
cosa noi resistendo con dolcezza di parole per quanto si
potte crescendo il tumulto fummo astretti fugire al Ca-
stello del Vescovo insieme al Capitano di giustitia alla
presenza di Monsig/ 111/"" E vedendo il popolo che noi in
quel luoco eramo ritirati, con impeto grande e violenza
corse al detto Castello con arme minacciandoni che vole-
vano abbruggiarni e cogliendo frasche dietro la porta del
detto acclamavano che se di là non avessimo uscito vole-
vano dar fuoco alla porta, e noi resistendo a quello che
loro volevano, fecero novo impeto portando frasche per
voler dar fuoco alle nostre case. Del che prevedendo il
grandissimo danno che ni poteva esporre, col parere e
consiglio dell' 111.™" Monsig."^, Capitano e Sargente mag-
giore et anco di R.'^i Canonici, Provinciale de P." Cappuc-
cini risolsimo uscire per rimediare il tumulto di detto
popolo avendo per persone religiose prima patteggiato,
ritrovamo il Regio secreto in poter del popolo con accla-
matione e violenza il quale per detta violenza per placarlo
e rimediarlo haveva fatto l' incluso atto havendosi per
quello obligato di far notificare a noi. Nella quale violenza
per non succedere danno notabile habiamo consentito for-
zosamente al detto atto sendo che stavano tutti con sco-
pette spade e pugnali sfoderati con pietre bastoni e spiti,
(i) Non ho trovato né l'originale né copia di quel cartello nel-
l'archivio municipale di Patti.
_ 04 -
di nuovo con acclamatiorte
e fatto detto alto, richiesero
atto con trombetti e tam-
che havessimo promulgato detto
pagare più le gabelle. Di
buro che non si havessero da
a V. E. alla
tutto l'antedetto, ni ha paiso dare avviso
profonda riverenza.
quale N. S. conservi mentre facciamo
Patti 5 Giugno 1647.
Di V. E.
Humilissimi e devotiss.™' servi
Giuseppe Rossi
Antonino Bertoni
Paulo Spitaleri
Giurati della città di Patii ».
abolizione delle gabelle, che fu pro-
Ed ecco l'atto di
mulgato lo stesso giorno.
Secreto e pioc.'''' gen.'-
« Noi D. Giuseppe Cenere regio
Patti e sua giurisdizione: D.
Giu-
di S. U."^ in questa città di
Giuseppe Rossi quondam
seppe Cenere Antonino Bertoni
Giurati di questa città di
Cola Antonio e Paulo Spitaleri
e D.^ Anto-
Patti-D. Geronimo Florulli Proconservatore
città nella piazza pubblica
nino Chitari Sindaco di questa
di essa città hogi che
sonno li cinque del mese di Gmgno
buttino tutto il Populo di essa città
ad hore 22 incirca si
come piccioli e
cossi citadini come forestieri cossi grandi
haves-
femine e d' ogni età quale populo gridava che
il
s'
gabelle il mal governo e Viva
il Re di
sero levate le
spagna, che se non si havessero levate haverriano an-
et a quelli
dato nelli casi delli Giurati di essa et altri off.''
inconvenienti, onde per
haveria potuto succedere alcuni
campana all' arme e noi vedendo tale
tal causa sonaro la
di S. Cat. M.^^ e di
inconveniente per ser^itio di Dio e
popoli in pubblico di
questa città havemo promesso a d.^
.
- 95 -
levarci le gabelle conforme ci è notitia che anco s*habino
levato per ordine di S. E. nells città di Palermo et altre
città di questo Regno. Pertanto per il presente atto per
conservatione del vassallaggio di S. M/-^ poiché chiara-
mente s'ha visto la tumultuatione di questa città, per ri-
mediare a simile inconveniente e per conseguenza può
seguire in altre terre e città convicine, per lo presente
detto regio Secreto detti spettabili Giurati Capitano di
giustitia Proconservatore e sindaco di questa città havemo
levato e per lo presente atto levamo tutte le gabelle che
si pagano in questa città cioè la gabella della macina,
venditura di pane, gabella di iVumenti, ogli, sita, formagi,
salumi, pignati, crita, vino, carni, orgio, sale, pisci, con
tutte e qualsivoglia gabelle che per lo passato per insino
al presente giorno si pagano cossi in generale come in
particolare, poiché essi citadini intendono essere vassalli
fidelissimi di S. C. M/-' e solamente essere franchi di esse
gabelle che d' hoggi innante non si pagano più dette ga-
belle, e questo per servitio di Dio S. C. M.*-' e beneficio
universale di questi citadini nude ìit in fut."^ app} s' ha
fatto il presente atto nella piazza pubblica e nella logia e
banca solita dove si fanno le cose di questa Università.
In Patti liogi il d) cinque di Giugno 15" Luì. 1647
Francesco Veles de la Pegna Cap." confirma per il quieto
Giuseppe Rossi G.*" confirma ut s.'^
Antonino Bertone G.'"^ conftrma ut s."
Paulo Spitaleri G/° confirma ut s.-'
D. Giovanni Cenere G.^' con firma ut s.''^
D."^ Antonino Chitari sindaco confirma ut s."
Proconservatore Don Geronimo Florulli
D. Giuseppe Cenere regio Secreto ».
-^ §6 -
11 giorno dopo partiva da Patti, incaricato dai Giu-
rati di riferire a voce al viceré l'accaduto, il Provinciale
dei Cappuccini^ con la seguente lettera di presentazione :
« IH.'"" et Ecc.'"'' Sig".''^ — Per importantissimi negotii
al serv." di Dio e di S. C. manda a posta e con
M.*'' si
prestezza il M.*" R.''" PJ" Fra Geronimo da Patti Provin-
ciale de P.'' Cappuccini per informare a V. E. quanto si è
passato in questa città per il tumulto delli Popoli che gri-
davan con 1' armi in mano viva il Re di Spagna e fora
gabelle. 11 sudetto P.»'' è di molta authorità e fede ,
al
quale V. E. puotrà haver ogni credito, e da esso sentirà
quanto è stato, perchè fu presente al tumulto per rime-
diare. Ecc.""' Sig.""*^ la persona di V. E. prosperi, alla quale
facciamo riverenza.
Di V. E.
Humilissimi e devoUss.^i
Antonino Bertone
D. Giovanni Cenere
Paulo Spitaleri
Giuseppe Rossi
Giurati della Città di Patti ».
Il viceré rispondeva prontamente, il 10 dello stesso
notizie dell'alterazione del
mese che aveva ricevuto le
pubblico dal Provinciale dei Cappuccini, il quale gli aveva
anche parlato dello stato d' animo in cui si trovavano i
giurati per avere concesso per atto particolare la cessa-
zione delle gabelle; mentre egli, dal canto suo, aveva
esternato al Padre Provinciale il sentimento che gli aveva
una popolazione di vas-
potuto causare quel tumulto di
salli tanto fedeli ;
come pure aveva a lui significato che
avrebbe facilitato quanto fosse di consolazione e di allevio
f
- 97 —
ai poveri. Egli concludeva sperando dallo zelo dei giurati
e dall'amore dei vassalli nel regio servizio che si dispo-
nessero a ridursi alla quiete.
Egli aveva detto a Fra Geronimo da Patti che avrebbe
confermato l'atto fatto dai giurati, qualora si proponesse
da loro altro mezzo per potere ricavare una somma equi-
valente al reddito delle gabelle abolite. Ma si preparava
intanto, nonostante le melate parole, alla repressione di
quel tumulto ed al ripristinamente delle gabelle. Infatti,
con altra lettera del 14 giugno, scriveva ai giurati di
Patti che, per reprimere la temerità dei perturbatori della
quiete della città, aveva ordinato che uscisse, tra le altre,
la compagnia di cavalli corazze del capitano don Giuseppe
Alvarez de Ossorio, aggregandosi il capitano don Pietro
Branciforte ; e ordinava loro di pagare al capitano Al-
varez de Ossorio onze 400 per una sola volta perchè
potesse soccorrere gli ufficiali e soldati, e, non potendo in
una volta, pagassero il piìi che fosse possibile. Nello stesso
tempo egli inviava a Patti un suo delegato per riattivare
l'esazione delle gabelle, come sorge da una lettera dei
giurati del 20 giugno, nella quale essi scrivevano che la
città era spopolata per essere andati tutti in campagna
per l'arbitrio della seta, e che essi andavano con le buone
maniere persuadendo i pochi rimasti a voler contribuire
al riordinamento delle gabelle, come S. E. avrebbe potuto
informarsi dal procuratore Giacomo d'Aceto; mentre essi
erano dolenti che costui non si fosse potuto fermare di
più in Patti, perchè avrebbe contribuito con la sua auto-
rità a mettere tutto a posto.
I giurati di Patti, per non dare ragione di rappresa-
glia ai soldati spagnuoli, cercavano di ristabilire 1' ordine
e di disporre gli animi a pagare le gabelle. A tale scopo,
7
- 98 —
di accordo coi principali cittadini, mandarono in Palermo
il sacerdote dottor Filippo Pisciotta a domandare a S. E.
che venisse in Patti il Padre Placido Agitta prefetto dei
Crociferi ad effetto di rimediare i tumulti fatti e ve-
dere il modo di potersi imporre le gabelle. E il Padre
Agitta, con un suo compagno e altri due persone man-
date con lui dal viceré, partì da Palermo con la barca di
padron Geronimo Bonanno di Napoli negli ultimi di giugno,
e giunse il 1*^ di luglio in Patti, ove dimorò per dieci
giorni, influendo per la sua veste, ma ancor più per essere
egli cittadino pattese, a tranquillizzare la città.
Nondimeno, l'atto dell'abolizione delle gabelle non era
stato disdetto dai giurati di Patti. Essi, in esecuzione delle
idee manifestate dal viceré, avevano convocato al 2 luglio
il pubblico Consiglio, il quale aveva concluso che a sop-
perire le gabelle abolite s'imponesse una gabella di tari 8
per ogni salma di frumento che fosse entrata o smaltita
nel territorio tanto dai cittadini come dai forestieri.
Il viceré temendo che quei tumulti si propagassero
per tutto il Valdemone, e diventassero inrurrezione gene-
rale, aveva nominato don Muzio Spadafora vicario gene-
rale per fare tornare all'obbedienza le università ribellatesi,
e imporre nuovamente l'esigenza delle abolitegabelle.
Don Muzio Spadafora scriveva 1' 8 luglio da Venetico
che aveva avuto avviso da don Michele de Velasquez, ca-
pitano d'armi a guena e sergente maggiore di Patti (1),
della buona pia^a die l'euivaiio prendendo i popoli nel ri-
dursi alla dovuta obbedienza e quiete, per la qual cosa
(i) Le due patenti di capitano d'armi e di sargente maggiore
del Velasquez portano la data del 6 giugno 1647, ossia del giorno
dopo del tumulto.
,
-Qu-
egli si rallegrav*a desiderando la quiete della città di Patti,
che egli credeva con l'accomodo dei disordini passati me-
ritassi la clemenza, che S, E. aveva ordinato di usare con
quelle città e terre che si sarebbero ridotte alla dovuta
obbedienza. Aggiungeva anche, che il viceré aveva ordi-
nato che i gabelloti dovessero mandare le fedi che l'esa-
zione delle gabelle veniva fatta come prima dei disturbi
e se i giurati desiderassero qualche cosa per la convenienza
della città, avrebbero potuto comunicargliela alla sua ve-
nuta in Patti ; la quale riducetidosi come doveva in stato
quieto e pacifico si esimerebbe dai rigori die egli teneva
ordine di usare con quelle città e terre die persistessero
nella loro pertinacia. Ed egli concludeva la sua lettera
assicurando i giurati che i cittadini non avrebbero avuto
incomodo o oltraggio dalla soldatesca che lo accompa-
gnava, non dovendosi fermare altro che nella sua venuta
per passare avanti, confidando nella fincssa della città al
real servigio per rimettersi al piìi presto, tanto per dare
esempio di fedeltà alle altre città del Regno^ quanto per
non tirarsi addosso un necessario castigo.
Con lettera del 9, pure da Venetico, don Muzio Spa-
dafora rispondeva ai giurati che aveva sentito con pia-
cere che si era dato principio alla riscossione delle ga-
belle, le quali dovevano essere rimesse nel pristino stato,
e dopo si sarebbe potuto trattare di commutarne alcuna.
Egli permetteva intanto che s'imponesse la gabella di tari
8 per ogni salma di frumento, iiurchè fosse equivalente a
quella della farina e di facile esazione ;
ordinando intanto
che si concludesse il pubblico Consiglio per mandarla al
più presto in esecuzione. Egli chiudeva la sua lettera di-
cendo che al suo ritorno da Messina, venendo in Patti,
avrebbe stabilito ogni cosa, e avrebbe tolte le compagnie
— 100 -
iv'ì venute a restituire l'ordine, portandole seco per unirle
alla fanteria, che avrebbe portata imbarcata.
11 10 luglio i giurati convocarono nuovamente il pub-
blico Consiglio, ove furono confermate le due gabelle vo-
tate nel Consiglio del 2, e si stabili d' imporre una tassa
di sei tari l'anno sopra ogni centinaia di bestiame minuta,
un'altra di quindici tari sopra ogni centinaia di bestiame
grossa, tanto dei cittadini quanto dei forestieri, che ve-
nisse a pascere nel territorio della città, ed altre an-
cora (1).
E il giorno 11 luglio partiva per Palermo il Padre
Agitta — come si legge nei conti del tesoriere Antonino
Calabro — ad effetto di comparire
« e far comparire in-
nanti S. E. per la confirma delli Consigli fatti per li ga-
belli et ottenere il perdono delli Popoli ».
(i) Il viceré con lettera del io giugno, ma specialmente per ciò
che oralmente aveva espresso al Provinciale dei Cappuccini, aveva
aderito all' abolizione della gabella delle farine che era applicata al
pagaiuento delle tande e donativi regi, con la condizione che s' im-
ponessero altre gabelle equivalenti. I giurati accorgendosi che le gab-
belle, deliberate nel Consiglio tenuto il 2 luglio, non erano sufficienti
al pagamento delle tande e donativi, convocarono il Consiglio a io
luglio, nel quale, oltre alle gabelle già dette, furono imposti : tari 20
sopra ogni cantaro di formaggi, caciocavalli, maiorchini, scaudati, mu-
sulucchi, e ricotte salate, prodotti, introdotti e smaltiti nella città e
suo territorio : tari 12 sopra ogni barile di sorra, tari io per barile di
sottile, tari per barile di grossami, smaltiti nel territorio : tari 6
9
sopra ogni barile di sarde, pesci salati e gelatina, tanto smaltiti nella
città e suo territorio, quanto di quelli estratti fuori: tari 8 sopra ogni
salma di sale : tari 5 sopra ogni due balle di neve : grano uno sopra
ogni quartara di vino venduto in qualunque modo da magazzinieri,
tavernari, bottegai e posatevi ; e fu raddoppiata la gabella delle biic-
cerie, per le occorrenze della città, e pei salari ai guardiani e caval-
lari.
— 101 —
Il viceré^ con lettera del 18 luglio, scriveva ai giurati
compiacendosi della fedeltà e obbedienza che i cittadini
pattesi avevano mantenuto ai ministri e al servizio di
S. M., specialmente per la relazione avuta della volontà
che avevano mostrato impouiendo Gavclas suficientes al
pagauneuto de las tandas y donativos. Per la qual cosa
egli aveva scritto al vicario generale don Muzio Spadafora
che concedesse loro in suo nome il perdono.
Ma se era venuto il perdono ,
questo non bastava a
togliere la fame (1). I giurati dopo il tumulto del 5 giugno,
non si erano perduti di animo, ed avendo di mira special-
mente che non mancasse il pane, escogitavano tutti i modi
per rimediare alla difficile posizione della città. Il 12 giugno
avevano emesso un bando perchè fossero rivelati nel loro
ufficio tutti i frumenti venduti e comprati in nome di per-
sone ecclesiastiche o sotto qualunque altro nome, per
rimediare alla scarsezza nella quale si trovava la città e
alle istanze del popolo. Con bando del 19 dello stesso mese
ordinavano che nessuna persona tanto cittadina quanto
forestiera potesse vendere né fare vendere ai forestieri
della città alcuna somma di trumenti per quanto minima
fosse , e che i panettieri non potessero fare compre ne
tenere frumenti nei loro forni più di quello che i giurati
{\\ Il raccolto del frumento del 1647 fu oltremodo scarso, e questa
scarsezza fu dovuta alla grande siccità. Nel libro dei conti der teso-
riere di Patti del 1647, Antonino Calabro , si legge : « A Francesco
Catanese per bavere fatto fare la Città due processioni, ima al i" mag-
gio 164J e l'altra alti 2 di d° per la sterilità della pioggia, una uscita
dal Convento di S. Francesco alla Madre Chiesa di questa e l'altra da
S. Ippolito alla Madonna del Tindari con la figura di S. An lottino, app.'^
>«.'" sp.^" il 24 luglio et apoca in notar G. D. Marescalco del j set-
icmbrc 164J ». .
~ 102 -
avevano fatto loro consegnare per lo smaltimento del
pane sfatto. Il 3 luglio pubblicavano bando che per la
penuria che soffriva la città ,
avendo saputo che alcuni
macinavano molto frumento senza far posto ai panettieri ,
veniva proibito di macinare nel molino della Rocca, Moli-
nello o Molino di mezzo, essendo essi applicati ai panet-
tieri. E siccome la compagnia dei cavalli leggeri che stava
alla Marina chiedeva l' orzo pei cavalli , i giurati fecero
altro bando l'S luglio perchè fra termine di un' ora qual-
siasi persona di qualunque stato, grado, foro, e condizione
rivelasse tutta quella quantità d'orzo che teneva. 11 16
dello stesso mese usciva altro bando perchè fosse rivelata
tutta quella quantità di frumento, per quanto minima, che
ciascuno teneva in suo potere, e ciò nel termine di giorni
tre, sotto pena di onze 50 applicate alla compagnia di ca-
valli leggieri e tari 7 e gr. 10 alli spett. giurati »,
Quest'ultimo bando precedeva quello ordinato da don
Visconte Morra principe di Buccheri (1), nominato vicario
generale del Valdemone, il quale da Meri, con lettera del
17 luglio, scriveva di avere considerato come la grande
penuria patita nel regno di frumenti fosse stata la causa
delle turbolenze, e ordinava il rivelo dei frumenti e orzi
vecchi e nuovi ad assicurare maggiormente la provvi-
(i) Nell'anno i6o6, il padre di lui, Girolamo Morra, allora barone
di Buccheri , venne in Patti capitano d'armi a guerra, per nomina fat-
tane dal marchese di Ceraci Presidente del Regno , con patente del
23 settembre 1606. Neil' A. C. di Patti si trova anche la patente di
capitano d'armi a guerra in persona di Visconte Rizzo del 29 luglio
1583, firmata dal viceré Marco Antonio Colonna. Visconte Rizzo ba-
rone di Meri — come è noto —
fu padre di Giovanna Rizzo sposata
a Girolamo Morra, e quindi avo di Visconte Morra.
— 103 —
sione delle città e terre del Valdemone, e particolarmente
di quelle marittime.
Ma dopo la lettera del 18 luglio, nessuna disposizione
fu data per Patti dal viceré e dal Tribunale del Real Pa-
trimonio, fino all'undici di settembre (1). Si capisce facil-
mente che il Governo con le notizie dell'insurrezione trion-
fante in Napoli con Masaniello, e con quella che scoppiava
a Palermo con Giuseppe d' Alessi, aveva ben altre gatte
da pelare. Quindi le disposizioni per la città di Patti do-
vevano essere data da don Muzio Spadafora, il quale da
Venetico si era recato in Milazzo, ove i giurati di Patti
mandavano il Padre Provinciale dei Cappuccini per ag-
giustare con lui alcune gabelle. Ma essendosi inteso che
da Milazzo don Muzio Spadafora doveva venire in Patti,
i giurati che temevano quella venuta, sia per le spese che
avrebbe dovuto sopportare la città, sia per le angarie
che sole vano fare le soldatesche, pensarono inviare a
Milazzo il dottor don Andrea Fortunato vicario del ve-
scovato, il quale vi si recò in una feluca con altri quattro
gentiluomini, per parlare col vicario generale ad effetto
di fdì'lo trattenere e noti venire nella città di Patti coi
soldati e cavalli e portargli i Consigli fatti dai cittadini
ad effetto di rimediare la sua venuta. E quando don Mu-
zio Spadafora da Milazzo si portò in Oliveri ,
andò a tro-
varlo don Giovanni Cenere con altri gentiluomini per l'ag-
giustamento delle gabelle (2).
([) Giunse solo a i6 agosto il bando del viceré del 30 luglio
sopra la vendita e compra dei frumenti con la circolare a stampa,
per via del R. P. che ne ordinava la pubblicazione.
(2) S'intende bene che questi fatti sono documentati dai man-
dati e dalle apoche del luglio, agosto e settembre 1647, da me rin-
venuti nell'archivio municipale di Patti,
- 104 -
I giurati della città di Patti però non limitavano la
opera loro a curare 1' esazione delle nuove gabelle e alla
pubblicazione di bandi, ma prendevano disposizioni oppor-
tune perchè alla città non mancasse il pane, il giurato
Paolo Spitaleri era partito per la via di Palermo per in-
cettare frumenti da quel lato, e per mezzo del vescovo
don Vincenzo di Napoli, che era di Traina, si erano date
ordinazioni nei paesi di montagna dell' interno. Ma, nono-
stante tutte le ricerche fatte, i grani non giungevano,
e si temeva che finiti quei pochi frumenti, che ancora
erano in città, si dovesse andare incontro alla fame. I
giurati, forse per ritardare quel momento, con bando del
27 agosto, ordinarono che nessuna persona di qualsivoglia
stato, grado, foro o condizione, tanto cittadina che fore-
stiera, potesse estrarre o fare estrarre alcuna quantità di
pane, per quanto minima si tosse, fuori del territorio della
città, e similmente che nessun cittadino potesse vendere
pane ai forestieri.
Nel frattempo, al principe di Buccheri era successo
come vicario generale del Valdemone il duca di Montagna
Reale del Consiglio di S. M., ossia don Ascanio Ansalone (l),
il quale se n' era venuto nella sua terra. A lui i giurati
indirizzarono il seguente memoriale :
« Li Giurati della Città di Patti esponino a V. E. che
ritrovandosi in penuria grande di frumenti et havendo
II) Era la seconda volta che veniva vicario generale. Io dissi che
la sua missione avesse dato per risultato l'incorporazione del feudo di
Madoro. Questa affermazione è documentata da un atto in notar Pla-
cico Tinghino del io aprile 1637, ove sta scritto che per informazioni
avute da D. Ascanio Ansalone dello stato in cui si trovava la città di
Patti, che non poteva pagare il grazioso donativo, fu incorporato dalla
Regia Corte il feudo di Madoro.
— 105 -
fatte dilii^enze che hanno potuto fare per fare qualche
compra conforme ni hanno dato parte a V. E. come Vi-
cario Gen> sin hora non hanno potuto effettuare provi-
sione alcuna tanto che sonno ridutti in estrema necessità
con pericolo di succedere per il mancamento del pane in-
convenienti notabili e poi che nel mese di luglio prima
havesse venuto la Pram.^» del prezzo delli frumenti per
manutenere il pane fin tanto che si havesse fatto provi-
sione haviamo astretto ad alcuni Citadini a darci qualche
parte delli frumenti che teniano delli casi loro e senza
contratto haviamo appaltato di darcene salme sessanta
ad onze 4 e tt.' 28 la salma incluso lo sfacendo pagando
conforme al prezzo all'hora corrente conforme hanno fatto
costare a V. E. et havendo poi venuto d/^ Pramatica li
sud.' venditori benché la vendita fosse stata perfetta an-
corché senza instrumento ricusano di darci la parte di
questo frumento che non si ha smaltito insin' hora. Per-
tanto ricorrino a V. E. la supplicano voglia ordinare si
possino costringere li d.' venditori a consignar la d.-' somma
come s.=^ venduta e quella si possa vendere e smaltire al
prezzo sud.o pattitato non obstante la sud.-"^ Pramatica tutto
per evitare li grandi inconvenienti che per il mancamento
del pane ponno occorrere ».
E il vicario generale rispondeva da Montagna Reale
il 7 settembre 1647 che dovessero costringere i venditori
a consegnare la detta somma di frumenti, e concludeva :
« e quella possiate vendere e smaltire al sud." prezzo
pattitato non obstante la Pramatica novissima che noi ve
ni damo e concedimo licenza et nostra authorità e po-
testà per l'effetto sud." senza incorso di pena, etc. ».
I giurati avevano già scritto al viceré che trovandosi
la città in grande penuria, tanto da stare da venti giorni
,
- 106 —
senza frumento, pur avendo tenuto Consiglio e mandato
il giurato Paolo Spitaleri a Palermo per cercarne erano
stati obbligati a prendere quello che i ^;o;;ì>-('s/ tenevano per la
semina. Essi avevnno cercato di comprare frumenti a
qualunque prezzo, ma non avevano potuto trovare che
insignificanti partile insufficienti per la popolazione. Il
vescovo don Vincenzo di Napoli, vista la grande neces-
sità della città, aveva pure cercato frumento per tutto
^1 regno, e finalmente ne aveva trovato da comprare a
Leonforte quattrocento salme a cinque onze la salma
della misura grossa a bocca di magazzino. Intanto dove-
vano comprarlo a quel prezzo, perchè il giurato Spitaleri
non aveva potuto trovarne a Palermo, e solo salme tre-
cento al caricatore di Girgenti, difiicili a ridursi sino a
Patti. I giurati supplicavano il viceré aftinché non fossero
molestati essi e i venditori per dette vendite fatte e da
farsi, non ostante che il prezzo non fosse conforme alla
prammatica scu bando, onde potessero comprarsi le quat-
trocento salme cinque la salma da persone pronte a sbor-
sare danaro le quali persone erano Giacomo Spitaleri
don Geronimo Florulli barone d'Altomonte, Geronimo Ca-
leca ed altri.
Il viceré e il Tribunale del Real Patrimonio, con let-
tera dell' 1 1 settembre, incaricavano il vescovo di Patti,
rimettendosi alla sua prudenza, di provvedere a tutto ciò
che poteva occorrere alla città, conforme paresse a lui
più conveniente.
Per r abolizione delle gabelle, la città era rimasta in
debito con la Regia Coite e la Deputazione del Regno di
onze 486 e tari 25. I giurati avevano spedito un memo-
riale al viceré pt:r avere una dilazione di due anni, af-'
finché, rimettendosi le gabelle, con l'introito di queste pò-
- 107 —
tessero pagare anche le lande maturate. E il viceré, con
lettera del 12 settembre, per via del R. P., accordava una
dilazione di sei mesi.
Però le gabelle, deliberate nei Consigli del 2 e 10 lu-
glio, non si erano potute ancora appaltare, perchè man-
cava la conferma del viceré e del Tribunale del Real Pa-
trimonio. Finalmente, con due lettere del 25 settembre,
vennero queste confermate, con la condizione che per le
gabelle di tari 3 a salma di frumento, di tari 32 per ogni
salmata di terreno seminato, di tari 6 sopra ogni centinaio
di bestiame minuto e di tari 15 sopra ogni centinaio di
bestiame grossa, si escludessero i forestieri, i quali dove-
vano essere franchi delle dette gabelle.
Ma più del rimettere le gabelle, era necessario prov-
vedere i frumenti; e siccome il frumento di Leonforte era
stato già comprato, ma non si era potuto ancora traspor-
tare a Patti, per la difficoltà di trovare bordonari — i quali
si trovavano occupati nelle vendemmie — e dubitanto che
per qualche temporale non si rendesse impossibile il tra-
sporto, vista la scarsezza dei grani e ad evitare qualche
inconveniente, i giurati a 27 settembre, emisero bando che
tutti, sia cittadini che forestieri, dovessero nel termine di
due giorni rivelare nel loro ufficio tutte le bestie che te-
nevano in loro potere sia di barda che di sella per pren-
dersi quella deliberazione che conveniva per il servizio
della città. E il 7 ottobre con altro bando comandarono
che i bordonari della città e suo casale di Sorrentini coi
loro muli e balduini dovessero in quel giorno stesso par-
tire per recarsi a Leonforte a caricare i fiumenti e por-
tarli a Patti, che sarebbe stato loro pagato il viaggio, e
ciò sotto pena di onza una alla Cappella del Rosario, tari
15 al capitano della città e tari 7 gr. 10 agli spettabili giurati.
— 108 -
Pare che fosse poi arrivata qualche altra partita di
frumento, perchè un bando del 17 ottobre ordinava ai
bordonari della città e suo casale di Sorrentini di andare
nella marina di Patti a caricare il frumento e portarlo
nei magazzini della città.
Ma seguitando la carestia, il 2 dicembre app rve il
seguente bando : * Per ritrovarsi questa Città in gran pe-
nuria di pani et havendosi per li spett. Giù.'' di questa
Città di Patti fattosi molte diligenze per poter trovare
for.t*^ s'ha trovato qualche somma per la q.''^' si può trate-
nere per alcuni mesi e vedendosi che giornal.te per la scar-
sezza che corre per tutto molti foresteri venino ad habi-
tare in questa per pigliarsi il pane che si fa per questi
Citadini e per molte istanze latte per ristessi Citadini che
si dovesse promulgar bandi conf.f' si fa per la Città e
Terre convicine Perciò li spett. Giù." per voler rimediare
a tale inconveniente per il presente bando ord."" proved."»
e comandano che tutti e quals.-^ persona di quals.=' stato,
grado, foro e cond.'"' che sia che di tre mesi a questa
parte habiano venuto ad habitare in questa habiano e
debiano partirsi di que?ta Città e suo ter."'^ fra ter."° di
giorni dui da contarsi d'hoggi innante e questo sotto pena
di onze 25 per ogni contraventore app.*^ al regio fisco
patr.'c per sussidio delle regie gabelle onze 4 al Cap."^ di
questa Città e tt. 7. 10 ad essi spett. Giù." E similmente
che nessuna persona Citadina possi prender pani per dare
alli forastieri ma che d.' forastieri che venino a trava^
gliare in questa città e suo ter."" s'habiano e debiano por-
tarsilo di quella Terra dove sonno, e qnesto sotto la pena
di s.-' espressata e d'esser il pane di chi si lo troverà. E
sinul.*^° che ness."*^' panetteri possi vendere pani nelli forni
ne per strada a ness.'"^ persona sotto pena di onze 4 al
- 109 —
Cap."" di questa Città e tt. 7. 10 ad essi spett. Giù.*' E
sotto ristessa pena che ness." Cit."" presuma pigliar pani
né per strada né alii forni ».
Né la carestia era ancor cessata al sorgere del 1648,
tanto che un bando quasi simile al precedente si promul-
gava in Patti al 9 gennaio, però con carattere provvisorio
di un mese o meno, ossia tinche cessato il cattivo tempo,
che aveva impedito la navigazione, giungessero i grani
che il luogotenente cardinale Trivuìzio aveva concessi alla
città.
In ogni modo, si cominciava a riprendere il solito an-
damento a poco a poco si andavano rimettendo le ga-
belle, e dell'atto della loro abolizione non restava altro.. .
che la copia rinvenuta tra le vecchie carte dell' archivio.
Ma ben altre prove doveva subire la città !
(cojitifiiiaj
Vincenzo Ruffo della Flopesta.
MISCELLANEA
Accordo fra il Senato di Messina ed i Gesuiti per io Studio Publilico.
Nella lotta lunga, vigorosa, ostinatissima, fra il Senato di Messina
e la Compagnia di Gesù, che avvolse in gran parte i primordi della
vita del nostro Ateneo ,
questo documento , che viene ora a luce di
stampa, segua una ultima ed importantissima fase (i).
Eran trascorsi ben trentadue anni dachè, per l'azione energica del
Senato, lo Studio Pubblico era stato sottratto alla ingerenza amministra-
tiva e didattica dei Gesuiti, quando, nel 1628 , le relazioni fra il ma-
gistrato cittadino e 1' ordine si resero più accentuate e cosi vive da
render possibile un accordo, costituito con tutte le forme solenni , il
quale, mentre contravveniva agli Statuti del 1597, menomava la fun-
zione dell' Università, revocando anche le elezioni dì alcuni lettori,
alla cui nomina erasi provveduto dalla Città stessa , massime per le
cattedre di Filosofia e di Teologia. Il 28 settembre 1628, infatti, agli
atti del notaro Francesco Manna (2) si stipulava questo accordo, mercè
(i) Oltre ai nostri antichi storici Buonfiglio, Reina, Samperi e Gallo
hanno dell'Ateneo messinese: Ventimiglia Dome-
scritto della storia
nico , Docuìnentata della Università degli Studi di Messina,
Storia
Messina, Tip. G. Fiumara, 1839 — Macrì Giacomo, L'Ateneo Messi-
nese. Messina Tip. d' Amico, 1S85
,
—
Ricordo con onore le seguenti
pubblicazioni CCCL Anniversario della Università di Messina, Messina
:
Libreria ed. Ant. Trimarchi, 1900, contenente alquante monografie dei
Professori Ziino, Oliva,La Valle e Nicotra R. Accademia Pelori- —
tana, CCCL
Anniversario della Università di Messina, Contributo sto-
rico, Messina, Tip. D'Amico, 1900, con monografie di G. Arenaprimo,
L. Perrone Grande, G. La Corte Cailler, V. Sacca G. Chinigò. Cfr. ,
anche G. Arenaprimo, Di alcuni lettori dello Studio Alessinese nel
sec. XVI. nel volume Onoranze al Prof. Vincenzo Lilla pel XL an-
:
niversario del suo insegnamento, Messina, Tip. D'Angelo 1904, e Giov.
Alfonso Bore Ili a Marcello Malpighi, lettera inedita, nel volume Ono- :
ranze al Prof. Giuseppe Ziino, Messina, Tip. del Progresso, 1907.
Interassante la rassegna dei predetti due volumi di Labate V.
in Archivio Storico Siciliafto, anno XXV. fas. III-iV.
(2) Il documento è stato da me rinvenuto in questo Archivio Pro-
vinciale di Stato. Nel codice del Museo Civico, (segn. 2) pubblicato
del Tropea. Sommario storico documentato del Collegio e della Uni-
versità di Messitia di anonimo gesuita, voi. cit. pag. 66, non è indi-
cato il cognome delnotaro.
-^ 111 ^
il quale il Senato , oltre alle onze 300 annue per le scuole inferiori,
giusta la convenzione del 1551, si obbligava di pagarne ai Gesuiti altre
400 onze, di terzo in terzo, con le condizioni che seguono :
Il Padre Nicolò Cusinano, Rettore del Collegio di Messina, qual
rappresentante del P. Diego Striveri, Provinciale dell' ordine gesuitico,
si obbligava di far leggere nello Studio Pubblico le lezioni di Logica,
Fisica, Metafisica, Teologia, Casi di Coscienza e Matematica secondo
gli altri Studi d'Italia e le costituzioni della compagnia, con espresso
obbligo di frequentare gli studenti di essa anche lo Studio della città
e di non potersi leggere in altre case in Messina le lezioni suddette.
D'altro canto il Senato si obbligava di revocare tutte le condotte già
fatte dei lettori per gl'insegnamenti predetti, compresi anche quelli di
Umanità e di lingua greca, ad eccezione di quella in persona del Dot-
tore Antonio Mazzapinta, durando la quale era tenuto di corrispondere
soltanto onze 300 alla compagnia, e non 400, giusta la nuova conven-
zione.
Sulle ragioni che avran potuto far addivenire il Senato a questo
accordo si è variamente indagato dai non essendo moderni scrittori,
esse ben definite nei documenti del tempo finora noti, né dagli sto- ,
rici della città o da quelli della compagnia di Gesvi. Il chiarissimo
,
Prof. Cesca (i\ molto opportunamente crede trovarne il movente nelle
tendenze del Senato del tempo, che, aspirando alla divisione della Si-
cilia in due grandi provincie con a capo di esse Palermo e Messina,
avrebbe fidato in ciò nello appogio dei Gesuiti per le loro influenze
alla corte di Spagna e perchè già quella divisione era stata attuata
dalla compagnia stessa. Vi avranno potuto influire le buone relazioni
serbate dai Gesuiti verso il Senato, per i benefici che ne ricevevano
e per i frequenti sussidi, o per giovarsi dell'autorità di quel magistrato
per promuovere la tanto agognata beatificazione di un padre dell' or-
dine loro, per cui si erano rivolti al Senato di Catania perchè intro-
mettesse i suoi buoni uffici presso quello di Messina, che come Capi-
talc del Regno e città provinciale (della Compagnia) — si notino le
frasi — facesse istanza a S.S. il Pontefice per implorare la beatificazione
e canonizzazione del Servo di Dio Padre Bernardo Calnago Ge-
suita (2).
L'Università di Messina e la Compagnia di Gesti, op. cit. pag. 25.
(i)
L» lettera del Senato di Catania è del io ottobre 1628. Giu-
(2)
liaiM di scrittura delt Archivio Senatorio di Messina (Ms. presso l'A).
-
-~ 112 -
Siano queste o più che altro quella misura di adatta-
le ragioni,
che è sempre stata una delle caratteristiche del-
mento all'ambiente,
l'ordine, è certo che il contratto del 1628 per lo Studio di Messina,
esecuzione. Taluni, per giu-
benché per poco tempo, ebbe tutta la piena
e per sempre, fra il Senato
stificare la rottura avvenuta posteriormente
e la Compagnia affermano che esso non venne ratificato dal Pro-
(i),
a quel che ne segui, dice
vinciale. L'Aquilera (2), sempre in omaggio
cioè che sette lettori
che il Rettore vi aggiunse altre due condizioni,
i
che scolastici loro
di pieno diritto dalla Compagnia e
gli
siano scelti
del con-
non frequentino lo Studio. Tuttociò è contradetto dal testo
pubblichiamo per la prima volta il patto venne ese-
tratto che qui ;
tanto che il P. Melchiorre In-
guito integralmente e senza riserve,
aula magna discorso inaugurale del
chofer , viennese, tenne nell' il
nuovo anno accademico agli Idi di ottobre, con grande plauso degli
studenti e della cittadinanza.
Die 28 settembris xij Ind. 1628
Praesenti scripto publico notum facimus et testamur quod quidam
huius Siciliae tunc Messanae
111."''^^ Laanne de Vega olim Vicerex ,
cupiens incolis et habitatoribus huius nobilis
degens prò Dei gloria,
prospicere ut tam ea
Urbis Messanae, et aliorum locorum huius regni
quae ad vitae ac morum probìtatem pertinent, quam quae ad doc-
suo vigore conservarent et in
trinae et scientiarum lumen spectant in
cunctis annis, ac pari studio cum Urbe
dies magis ac magis augerent
Ignatiom Loyolam fundatorem Societatis Jesu,
Messana postulavi! S.
illudque introduxit in hanc
et obtinuit Collegium eiusdem societatis
S. Nicolai Nobilium
ipsam urbem ante alias res huius Regni in Ecclesiam
sustentatione ac fundatione studiorum hn
ac prò eiusdem Collegi
fuerunt ex patri-
guarum latinae graecae et hebraicae assignatae
,
,
ex contractu
monio eiusdem Urbis unciae annuae tricentae ut constat
dictae assignationis penes acta quondam not. Jo: Mattheu de 'Ange-
licasub die 4''mensis Jannarij x Ind 1551.
experimento cognoscens
Jam vero eadem Urbis Messana diuturno
et 'publicum
quantum beni ex d." Coli." proveniat in Dei obsequium
natio
commodum non solum eiusdem urbis et totius regni et aliorum
(1) Tropea, Sommario cit.
Panormi,
(2) Provincìae skiUae societatis Jesu ortus et res gestae.
1737, pag. 224.
-- 113 ^
tìitm, tam ex regno Meapolitaiio, quam ex oriente, ad veram fìclem et
Catholicam religionem pietatem fruendam ad bonos niores sinnil ciim
et
doctrinarum sinceritate, ac soliditate ornati! ac splendore scientiarum
stabiliendos saepius prò sua insigni pietate ac boni publici studio, et
,
ad versus eandem Societateni Jesu affectu et devotione singulari cum
vivente S. Ignatio cum postea in animo habuit ac serio deliberavit
quae a miioribus circa studia eorumque professores bene incho:Ua erant
conservare , et augere, quanquam varijs ex cansis tam comniodae rei
exequitio iisque ad presens tempus fuerit dilata, et ex quo à pluribus
hinc annis in lectionibus infrascrittis pauci scholastici iiiterveniunt in
grave detrimentum dictorum studiorum et desiderans 111.'""'' Senatus
Messanensis dicto studio augere, et augmentare ad instar aliorum stu
diorum Italiae. cum Infrascritto admodum R.'i>' P. Rectore
tractari fecit
dicti Collegij Soc."* Jesu Messanae, ut devenire voluisset ad infrascrittum
contrattum cum Jnfrascrittis pactis et conditionibus; qui admodum R.'""^
P. Rector hilari, et promto animo prò servitio istius Urbis et prò au-
gumento dictorum studiorum devenit ad Infrascrittum contrattum. Quare
idem Ili."'"'* Senctus Messanensis prò suo insigni in Patriam, et religio-
nem aftectu maioribus commodis et ornamenti» cupiens dictum Col-
legium Societatis cumulare ad Dei gloriam, ac pubblicum bonum et
,
urbis ornamentum, prò meliorando et augumentando studia preditta,
et
deliberavit et statuit concedere ac perpetuis futuris temporibus com-
mendare Patribus dictae Societatis ac dicti Collegij universitatem stu-
diorum doctrinarum quas ijdem Patres in alijs universìtatibus ac stu-
dijs generalibus profitent, iuxta suorum institutionum et constitntionum
prò ut inferius explicabitur, ac in augmentum fundationis dictae uni-
versitatis et studij generalis assignat alias unciarum qiiadrigentas, modo
jnfrascritto, ultra alias oz. 300 pec. ab inictio assignatas dictis Patri-
bus vigore supradicti contracti in actis dicti quondam notari Jo: xMat-
thaei de Angelica die 4" Jannarij Ind. 1551. Et ob id inter Infrascrit-
tum P. Rectorem dicti Collegij ex una , et dictum IH.'""-" Senatum
ex altera fuit deventum ad Infrascrittum contrattum cum Infrascrittis
obbligationibus ,
promissionibus et alijs infra expressandis. Quibus
precedentibus et non aliter devenitur ad infrascrittum contrattum.
Hinc igitur est quod hodie presenti die ad niodum Rev. P. Ni-
colaus Cusmano Rector Reverendi Collegij Societatis lesu Messanae pre-
sens cognitus existens ad haec, cum autoritate et potestate admodum
Reverendi Patris Detij Striverij Provincialis dictae societatis cogniti et
presentis et eius autem benedictionem prestantis ut constitit sponte per
-- 114 -
se et per alios iiituros Reverendos Rectores dictae Societatis in haC
urbe et prò dicto ColIes;io se obbligavit et obligat 111.'""'- Senatus Mes-
sanensis et prò eo IH.' Domini don Joseph stajti, don Josepli de bal-
samo barone cattafi, Thomaso zuccarato, don tomaso marquetti, pla-
cido giona et don Fran/'" reytano Senatui Messanensi anni presentis
Infrascritto notare presentibusque et stipulantibus prò eis, prò hac Urbe
Messanae et alijs futuris Senatoribus di legere e fare legere nelli pu-
blici studij di questa Città di Messina e non in altro loco l'infrascritti
lettioni cioè logica, fisica, metafisica, teologia, casi di conscienza e ma-
tematica : la logica , fisica , metafisica e teologia da Padri lettori che
almeno habiano letto un corso di filosofia à tutti quelli studenti e per-
sone che vorranno intendere dette lettioni, seu qualsivoglia di quelle,
con ogni cura, vigilantia e diligentia come si convene e si sole legere
nelli publici studij d'Italia e conforme li statuti, ordinationi e libri di
studij di decti Padri Gesuiti, e questo ogn'anno in perpetuum et in Jnfini-
tum, quali lettioni s'habbiano da legere nelli tempi et buri statuiti et
ordinati juxta l'infrascritta nota cioè :
Cominciano le scuole alli 3 di 9.'"'" e finiscono alli ultimi d'Agosto,
eccettuate le lettioni di Casi di conscienza e matematica , le quali fi-
niscono a 23 di Giugno, et ordinariamente si legono circa un 'bora prima
dell'altre lettioni e dalli 3 di luglio si comincia a legere una lettione
il giorno la matina, dalli tre di 9.'"" (i) sino al p.'* di febraro entrano la
matina ad bore 16, la sera ad bore 21. Al p.° di febraro la matina à
15, la sera à 21. Alli 15 di feb/" la matina à 15 la sera à 21. Al p."
di Marzo la matina à 14 la sera à 21. Alli 15 di Marzo la matina h 14
la sera a 21. Al p.° d'Aprile la matina k 13 la sera à 21 — Alli 15
d'aprile la matina à 13 la sera à 21. Alli 24 d'aprile la matina à 12
la sera à 21 — Al p." di Maggio la matina à 12, la sera a 20, e dura
questa mutatione in questo stato sino al p.° d'Agosto. Al p." d'Agosto
entrano la matina ad bore 12, la sera non c'è lettione.
Cum pacto lege et conditione che dette lettioni et ogn'una di quelle
s'habbia da legere nelli stantij delli publici studij di questa Citta e che
in nessuna delli casi di d.' Padri existenti in questa Citta si possa le-
gere nessuna delle sud.'' lettioni di logica, fisica, metafisica, teologia,
casi di conscienza e matematica.
Item pacto che li studenti religiosi di essa compagnia habbiano
(lìSegue e poi cancellato al/i io ?' Sbre entrano le scole la ma-
:
tina ad hore i^, la sera alle 21, dal primo di novembre sino (segue),
e debbiano andare in detti studij publici di questa Citta pef sentire d.^
lettioni piibliche, seu qualsivoglia di quelle.
Iteni che detti Padri lettori che legiranno le lettioni di logica, fi-
sica, metafisica e Teologia sopradette habbiano e siano obligati di te-
nere almeno una volta il mese disputi pubblici nelli pui^lici studij di
questa Città conforme l'instituti e libri di studij di delti Padri Gesuiti.
Item ditto Rev." Rettore e.xistenti con autorità piedicta s'obligao et
obliga perse e per l'altri futuri Padri Retturi di detto Collegio fare legere
in detti stantii di detti publici studij due lettioni il giorno di tutti li
sopradetti lettioni, verum che delli Casi di conscienza e matematica una
lettione il giorno tantum , e questo nelli tempi e giorni statuiti juxta
la forma della supradetta nota e dell'Institut.'"' e libri di studij di detti
Padri e questo in perpetuo et Jn infinito.
Item ditto Rev.'^" P. Rettore s'obbligao et obliga di fare venire
dispensa e confirmationi del presente contracto e di tutte le cose in esso
contenute dal R.™" P.^Generale di detta Comp.'' di Gesù fra termine di
misi sei da contarsi da hoggi innanti e non altrimenti ne in altro modo.
E considerando detto 111.'"° Senato lo gran travaglio e spesi per
sustentarsi detti lettori per legere le sopradette lettioni modo quo d" e
principalmente jier fondat."<' di detta università di studij generali di
questa Citta, ha deliberato di dare e pagare al detto R.'^^ Collegio e
suo Rettore qui prò tempore fuerit unzi quatro cento l'anno in perpe-
tuum et infinitum in questo modo cioè Oz : 300 l'anno durante la
condutta fatta e quelle che detto Senato presente seu futuro farrà al
D.'' Ant." Mazzapinta, (i) quali Oz. 300 l'anno duranti dette condotte che
(i) 11 dott. Antonio Mazzapinta è ricordato negli antichi Statuti
dell'Ateneo del 1597, da quando cioè, esclusa qualunque ingerenza dei
Gesuiti, l'Università cominciò a funzionare come persona giuridica.
Egli figura nello insegnamento della Filosofia , con 1' annuo assegno
di .scudi 250 pari ad onze 100. Riprese atto di condotta il 23 mar-
zo 16^3.
Per la clausola espressa nel contratto egli venne rispettato nello
insegnamento, nonostante mutamenti avvenuti nel 1628, e vi rimase
i
fino al 1634-35 godendo in tale epoca lo stipendio di onze 220 come
rileviamo dalla seguente polizza Addì 30 gemi. j62,s tnartedì. ; Alli —
detti arrendatari dette gabelte detti grani 2§ per tibra di seta di extra -
tione onze settanta e tt: io per toro potisa fatta a uttimo di Xbre 1634
boni jn to D.r Antonio Maczapinta, dissero che ti pagano per un terzo
di suo salario clie questa Città ti pagha sopra ta detta gabetta a ra-
gione di oncze dujcento vinti Vanno, guati terczo si maturao a uttimo
— 1Ì6 -^
tenni e lenirà detto di Mezzapinta detti Ili.' SS." Senatori proprijs et
Senatorijs predictis per essi e loro successori in d." off." s'obligaro et
obligano pagarli et assegnarli a detto P. Rettore stipulante per esso e
per l'altri futuri Rettori di detto Coli." di 3° in 3» et in principio d'ogni
terzo, e doppo che finirà la condotta fatta seu da farsi per questo Se-
nato presenti seu futuro di detto di Mezzapinta tantum dare e pagare
à detto R.^° P. Rettore stipulante per se e li futuri Rettori di detto
Coli." li altri Oz. 100 che in tutto saranno alla somma di detto Oz. 400
l'anno di terzo in terzo et in principio d'ogni terzo da pagarsi s.-' li
frutti e renditi di quello censo di bulla di oz. 2600 l'anno (i) a detto Se-
nato dovuti sopra li renditi di gr. 25 per libra di seta d'extrattioni e di-
nari quattro per quartuccio di vino, e per più facili conseguntioni detti
Oz. 300 l'anno durante d.' condutta fatta seu da farsi per detto Senato
e soi sue." in persona di detto di Mezzapinta, e l'altri Oz. 100 l'anno
finite dette condotte fatte o da farsi da detto Senato e soi sue.''' a detto
di Xbre 1634 come appare per fede di bufalo deiemptori. Dal Libro
giornale delle gire della Tavola Pecuniaria di Messina dell'anno 163^.
segn. 204, Archivio Municipale di Messina.
Nulla sappiamo della produzione scientifica di lui e molto meno
Il riguardo, però, usatogli dal
delle pubblicazioni fatte, se pur ne fece.
Senato e forse pure dai Gesuiti, ci dimostra che egli godea in Messina
di grande reputazione; ciò che vien confermato dalle enfatiche frasi dello
aromatorio Gio. Domenico Cardullo nella dedica al Senato del suo opu-
scolo sulla Teriaca d' Androviaco. [In Messina, appresso la vedova Bian-
co, 1637J, elogiando le onoranze che il Senato solea prodigare ai buoni
cittadini meritevoli: « Ma basta a me — ei scrive — il rammemorare so-
la mente sontuose cortesie da cotesto Illustrissimo Senato poco è
le
usate nel pompeggiar l'esequie del dottissimo Antonio Mazzapinta: nel
cui petto stantiarono con ugual eminenza l'una e 1' altra Filosofia e
della Morale, siccome gran maestro mostrossi non altrimenti che della
Naturale; cosi ne fu inviolabile osservatore in tutto il giro degli anni
suoi, in maniera che garrftrice la Fama a celebrar ne' posteri, oltre la
sapienza la somma bontade di huomo così illustre, non giungerà e
mai a toccar di vicino i confini del vero ».
A supplire il Mazzapinta, che assai probabilmente non dovette
esser messinese, celebre Pietro Castelli, romano, medico in-
venne il
signe, fondatore ed illustratore dell' Hortus ìuessanensis^ salito a tanto
fama nel sec. XVII.
(i) Segue postilla a margine cioè oz. 2000 assìgnati allo paga-
:
mento di salar ij di detti stndij et oz. 600 assegnati al patrimonio della
città.
- 117 —
di Mezzapinta che in tutto saranno di oz. 400 l'anno in perpetuimi et
in infinitum li detti IH."" SS.""' Senaturi in virtù dello presente con-
tratto per essi e loro successori dicto officio ordinaro et ordinano ,
mandare et mandano , alli gabelloti esatturi seu colletturi delli detti
gabelle di gr. 25 per libra di seta di estrattioni , dinari 'quattro per
quartuccio di vino presenti e futuri me not. stipulante per essi con-
tratta dello prezzo di essi gabelli vogliano e debbiano pagare e respon-
dere al ditto Rettore presente et alli Padri Rettori che prò tempore
saranno di detto Collegio della Comp.^ di Gesù di questa Città di
Mess.* li detti Oz. 300 l'anno durante le condutte fatte e che prò
tempore si faranno in persona di detto Mazzapinta li altre Oz. 100
l'anno che in tutto pigliano a somma di Oz. 400 l'anno di 3'^ in 3"
et in principio d'ogni terzo, juxta la forma del presente contratto (4)
quali Oz. 400 r anno modo quo d.'^ sono ultra la sonmia delli Oz.
300 1" anno che detto Collegio teni in virtù di detto contratto in atti
di detto quondam Io: Matteo de Angelica dicto die 4 Jannuarij 1551.
Item in virtù dello presente contratto detti S.S." Senaturi revocaro
e revocano, abolero et abolixino , e cancellare e cancellano tutte le
condotte fatte in persona di qualsivoglia lettore che legino le d" let-
tioni di logica, fisica, metafisica, Teologia, casi di conscienza et ma-
tematica, et ancora quelle di humanità, seu lettere Immane e lingua
Greca, per lo passato fatte, eccettuata però la condutta fatta in persona
di d" Mazzapinta , e per cancellati , annullati e revocati s' intendano
jn judicijs et non aliter nec alio modo.
Et allo presente contratto dictó Illustrissimo Senato ci devenì non
obstante qualsivoglia dispositione et altri existenti nelli Capitoli di
detto Studio di questa Città e nelli capitoli della riforma di detti studij
et si di quelli fosse necessario farsi espressa mentione habita pero
prima et obtenta la dispensa e confirma di lo presente contratto e
tutti e singuli in esso contenti singula singulis refereudo da Sua Eccel-
lenza et non altrimente ne in altro modo.
Et si aliqua ipsarum partium contravenerit in promissis , seu
aliquo permissio pars quae contravenerit teneat [solvere] parti permissa
servanti adviam et singula damna expensas et Interex et maxime si
Jictus Pater Rector per se et alios futures Rectores dicti Collegij
(i) Segue a margine : con la fede solita farsi dal detentore dello
libro del li fatti di detti studij sottoscripta da quattro di esso Senato^
siccome si observa al presente con V altri letturi.
— 118 —
defecerit in f.iciendo legere dictas lettiones modo quo supra dictum
et expressatiitn est facto suo et dictorum lectorum et eoruni assigna-
torum tunc liceat et licitum sit dictis SS. Seuatoribus conducere alios lec-
tores, unum seu plures prò quo seu quibus defuerit prò lectionibus pre-
dictis una seu pluribus prò eo stipendio et alijs quibus invenire potuerint
ad oram damna expensas et interex dicti Collegi] absque aliqua noti-
ficatione nec requisitione facienda de ipso iure ipsoquefacto dies inter-
pellet prò hodie ex patto et similiter dictis dd. Senatores proprijs etSena-
torijs nominibusque presentis iste urbis Messana, teneant semperjmperpe-
tuum solvere d" P. Rectori stipolanti prò se et futuris rectoribus dicti colle-
gi]oz. 4oo modoquo s^ assignatas, et interea si adsit bellum, pestis, vel
alij legitimi impedimenti supervenientis et jnfirmitas dictorum lectorum ,
seu ouiusjibet eorum, et casu quo Infirmitas duraret ultra mensem tali
casu dictus Pater Rector prò se et alijs futuris rectoril)US teneat legere
facere talem lectionem seu lectiones, quae non leguntur causa jnfirmi-
tatis per alium lectorem seu lectores sibi benevisos durante d-'^ infir-
niitate non obstante non legissent in casibus presentis itaque non
sit dolus nec culpa dictorum lectorum ex facto
Et prò dictis et singulis praemissis adimplendis attendendis et In-
violabiter observandis possit contra partem contravenientem ad hi-
slantiam praemissa servantis in bonis et gabellis istius urbis et jn bonjs
dicti Collegi] cum auctoritate variandi et in quobilet caso etc.
Testes quibus addictus actus Illustrissimus Senatus: Io: dominico
Colletto, Don VinC Domingo, sacerdos simon Cacciola et Jo : domi-
nico crupi et quo ad dicto patres provinciales et rectores testes dicti don
Vincentio domingo, Joseph deliunj Castrirealis, sebastianus zuppardo.
Dalle Minute del Not. Giuseppe Manna, 1628-29, pag. 129 e seg.
Archivio Provinciale di Stato di Messina.
G. Arenappimo. I
Una materia di contendere nel Sec. XVIII.
/?ue confraternite religiose casalveiine che si contendono giudiziariameìite
il maggior loco in atcune processioni — Atto di transazione che
definisce il giudizio — con note — una delle quali tratta di Don An-
tonino Cannavo Pittore ed Umanista dimenticato del Sec. XVIII.
Casalvecchio Siculo in Provincia di Messina, Circondario di Ca-
stroreale, Mandamento di S. Teresa di Riva, è oggi un Comune che,
secondo gli accertamenti dell'ultimo censimento del 1901, compresi i vii-
— 119 —
laggi e le frazioni di Missario, Fautari, San Carlo, Misitano, Mitta, Fa-
tarechi, MorziiUi e Rafale, e le case sparse, conta n" 3413 abitanti.
Il paese, come rilevasi dalla stessa denominazione, è antico. Una
ipotesi del Pirro — riferita ed accolta dallo Amico e da qualche altro
scrittore susseguente, che attinse a quelle fonti, — mentre, conforme-
mente al Fazello, dice Savoca « a Coniite Rogerio ex mii/iìs Sara-
cenis pagis condita, sub titulo Baronis seu Domini, illi (Archimanditae
Messanae) dantur an. 1139 cum incolis », ritiene poi che a Casalvec-
chio debba attribuirsi quel « 6". Honuphrii de Calathabiet in priv. Hu-
gonis Episcopi Messanensis », di cui I'Amico aggiuge di non aversene
notizia altrove: ncque eiiiiii alibi ejiis elncet noiitia. Ora, considerando
che C isalvecchio — come Pagliara, come Antillo, come Misserio, come
Locadi, come Palmolìo — fece parte, sino a qualche secolo fa, (ne
accenna anche 1' Amico) della stessa Savoca, pare che il medesimo Ca-
salvecchio sia stato il più importante forse , il più vecchio certo , tra
quei uuiltis Saracenoruni pagis^ preesistenti alla fondazione di Savoca,
e, colla conquista normanna, raggruppati e sotto Tunica e nuova deno-
minazione generica di Baronia di Savoca (che non apparteneva special-
mente ad alcuno di tali paesi; ma che tutti complessivamente li
abbracciava e li comprendeva) nel 11 39 dal Conte Ruggiero donati ,
insieme agli abitanti, all'Archimandita di Messina. Saracena infatti è
la voce Calathabiet, che per corruzione fonetica si sarebbe mutata nel
siciliano Casalivecchiu, latinizzato quindi in Casale Vetus Rus Vetiis
dei secoli e degli scrittori posteriori e, nei documenti spagnuoli, detto
Et Casal viejo. Ma circa l'attendibilità di siffatta origine io, coeren-
temente a quanto ho enunciato in altra mia pubblicazione, faccio an-
cora le mie modeste riserve.
La esposizione e la positura di Casalvecchio sono incantevoli. Re-
sta in collina , sul declivio del S. Elia , a 383 metri sul livello del
mare, in faccia al Mediterraneo, dove questo sta per lasciare il clas-
sico nome di Jonio ; ma non assume ancora l'altro di Stretto di Alessina,
e, da questo storico mare, dista appena sette Km. di strada a ruota, che
vi perviene dal Capoluogo del Mandamento e dalla Stazione ferro-
viaria di S. Teresa di Riva, toccando la vicinissima Savoca. Vi si gode
ricchezza di panorami di tutto incanto ; aria saluberrima ; temperatura
mite; acqua eccellente.
Il centro abitato ha le vie selciate, le piazze inoltre inalberate di
robinie pseudoacacie; parecchie ed antiche chiese, ricche di quadri,
di statue, di marmi, di campane, di arredi sacri, — Primo tra tutti i
— 120 —
comuni circostanti, Casalvecchio stabilì (1890) una illuminazione e fa-
vori ("iSyD) il sorgere di un Corpo Musicale tuttavia fiorente.
Gli abitanti di ogni secolo hanno addimostrato una singolare pro-
clività ed attitudine alla lotta; una speciale tendenza alla combattività;
uno spirito di insofferenza contro ogni tirannide, sotto qualunque forma
estrinsecantesi - E così hanno lottato energicamente per la loro au-
tonomia, riscattandosi dalla dipendenza di Savoca; hanno congiurato
e lottato valorosamente per la Indipendenza Nazionale; hanno lottato
in questi ultimi anni, malauguratamente divisi in fazioni amministra-
tive, che si son data l'altalena al potere della cosa pubblica comunale.
Nello stesso modo, — quando i tempi lo consentivano perchè l'i-
deale religioso, nella mancanza e nella impossibilità di maggiori o di
migliori ideali, lusingava e tormentava come e quanto qualunque altro
ideale — nello stesso modo si scissero allora in Confraternite agguer-
rite l'una contro dell'altra e l'una contro dell'altra cozzanti violente
mente, e spesso anche virulentemente . . . proprio quali fazioni ammi-
nistrative sotto la patria redenta !
Una manifestazione patente di quest' ultima forma di lotta , nel
sec. XVIII, condusse le due Confraternite contendenti a provvedersi
giudiziariamente, davanti il Tribunale della Gran Corte Archiman-
dritale di Messina, per sistemare e raggiungere la meschina priorità
di poiito nelle processioni rehgiose. Quando, una delle parti in lite
avendo provocato ed ottenuto, a 19 Aprile XIV Indizione 1751, una
provvisionale, che eliminava lo inconveniente colla disposizione « di
non dovere, né potere l'una Confraternità intervenire nella Proces-
sione dell'altra, ncc e qnontra », il rimedio fu ritenuto peggiore del
male ed, a lungo andare, prevalse il buon senso di venire a più miti
consigli addivenendo il 24 marzo (una delle copie porta erroneamente la
data 2S Marzo) ottava Indizione, ij6o in A^ofar Don Mariano di Blasi,
all'atto di transazione, che io mi son deciso di pubblicare come una
curiosità del genere, — nella miglior lezione che ho potuto desumere,
nella mancanza dell'originale che più non esiste perchè non esistono
più i volumi delle minute e dei registri del Notaro Don Mariano Di
Blasi dell'epoca, da due copie in forma autentica di esso atto, rilasciate
entrambe dal Notaro Don Antonio di Blasi, figlio e conservatore par-
ticolare degli atti del fu Notaro Don Mariano di Blasi, — sciogliendo le
sigle e stendendo le abbreviature, che occorrevano continuamente nelle
scritture antiche e specialmente in quelle del sec. XV] II, ed intercalan-
dovi qualche rapida nota per la maggiore intelligenza di uomini, tem-
pi e cose.
,
- 121 ~
Forse, avendo azzardato l'aftermazione, che fa dei nìiei concitta-
dini tanti impenitenti lottatori, dovrei spiegare, a questo punto, percliè
una sola forma modernissima di lotta, la lotta di classe, determinata
dall'apostolato e dall'ideale socialista, non ha fatto presa nello am-
biente casalvetino; ma siffatta disamina esorbiterebbe dall' argomento
e dalla natura della materia, che qui occorre trattare, e mi condurebbe,
varcando i limiti della presente semplice notizia, ad invadere tutt'altro
campo di studi, onde me ne intratterrò, se mai, altrimenti ed altrove. —
Qui mi aflretto a far seguire il promesso testo della cennata
TRANSAZIONE
Die VigcsiìHO Quarto mensis Martij Ociavac Inditionis ÌMillcsimo Sep-
tmgentesimo Scxageshno ij6o.
Scudo stata auni sono Insorta la questione tra te due Confraternite
vna sotto titolo della Santissima Annunciata [i), e l^ altra del Glorioso
il) Questa confraternita surse, nella Chiesa di Santa Maria An-
nunziata, dopo quella di che alla nota seguente, ma prima del 1760, data
di quest'atto. La chiesa è menzionata dal Pirro R.: Sicilia Sacra, No-
titia I, Lib. IV, dove, parlandosi della Chiesa di S. Onofrio di Casal-
vecchio, probabilmente la stessa di quella di ^S". Honufrii de Calatha-
biet in privil. Hugonis Episcopi Messanensis, si aggiunge « Est et :
alia S. Mariae Annuntiatae sub Monachi» Basii iensis ». Riferendosi
al Pirro, la menziona pure V. M. Amico: Lexicon Topograpliicum
Siculum, alla voce Casale /^^(?/tt.y Valdemone Il traduttore dell' Amico,
1 .
Giacchino Di Marzo, nell'Appendice Generale ('Palermo, Morvillo 1856)
alla voce Casalvecchio accenna al Monastero: « Una grancia di ordine
,
« basiliano, che esisteva in questo Comune, è resa inabitabile perchè le
« fabbriche minacciano rovina; ma per ristorarsi l'edificio e sodisfarsi i
« legati cui va soggetta, se ne è afhdata l'amministrazione all'Abate del
« Monastero di Mandanici ».
Ora il Convento fu, insieme ai beni monastici dell'ex Priorato della
SS. Annunziata, venduto dal Demanio ai privati. La chiesa, in buone
condizioni, è aperta al culto conserva la Confraternita interveniente
:
nel presente atto, oltre ad una associazione di Verginelle sotto titolo
di Figlie di Maria, recentemente istituita. Novera pregevoli quadri e
e le statue di s.'"^ Barbara, dell'Addolorata e pregevolissima, artistica-
mente scolpita in legno quella dell' Annunciazione
,
eseguita in Na- ,
poli nel 1742, a cura un mio egregio antenato Sac. D. Vincenzo
di
Puzzolo, dall'artista Francesco Nardo, come si legge sulla stessa:
Franciscus De Nardo
sculpsit Neap' 1742
cura Don Vincenzi] De Puzzolis
D. Joseph Finocchio procurator
- 122 —
Martire San Teodoro (2) di questa Terra di Casaluecchio per cuasa
Di quest'altra Confraternita, che dal presente atto risulta più
(2)
antica della precedente, non se ne occupa nemmeno alcun scrittore
di cose sicule, come non si occupa neanco della Chiesa e del Convento.
Perciò non del tutto inutile mi sembra riportare in questa nota ,
quanto, a proposito della Fo7idazioiie di questo Convento San Teodoro
iMartire in Casalvecchio, Castello della Sicilia Messinese, contiensi nel-
l'opera dal titolo Lustri Istoriali degli Agostiniani Scalzi della Con-
:
gregazione d' Italia e Germania, al Lustro Quintodecimo, foglio 452:
«... La sua parochiale Chiesa [parlasi di Casakecchio) è de-
« dìcata a S. Onofrio; avendone un'altra dei Monaci Basiliani , sotto
« il titolo di S. Maria Annunziata. Essendovi ancora la Chiesa di .S.
« Teodoro Martire ,
questa fu offerta alli nostri Padri di Messina, in
« occasione di havervi predicato, l'anno i66r per la fondazione di un
. Convento, in accrescimento della provincia medesima di Messina.
Era allora Archimandrita il Cardinale Sforza
« il quale per la ,
« sodisfazione del popolo suo sudito di detto Casalvecchio
, come ,
« anche per favorire la nostra Congregazione non solamente condi- ,
« scese alla fondazione, che anche si adoperò in Roma, per il conse-
« guimento del consenso Apostolico di Alessandro Papa VII con ;
« decreto della Sagra Congregazione deputata, di cui era Segretario
« Monsignor Prospero Fagnani.
« Già il Deffinitorio Generale dell'hanno 1659 haveva concesso li-
« cenza, di fondarsi due Conventi in ogni Provincia, e dal Deffinitorio
« annuale, del 1661 sotto li io Maggio era stato dichiarato, che nella
« Provincia di Messina uno delli detti due Conventi fosse quello di
« Casalvecchio.Perciò li padri di Messina, trattarono, di fondarlo in
« detta Chiesa di S. Teodoro, ed essendo disposti li Deputati suoi,
« a concederla, i! Deffinitorio rlell'anno 1662, sotto li 27 Settembre, ap-
« provò che ivi si facesse la fondazione
, con riserva delle licenze ,
« che dovevano precedere.
<i Si differì l'esecuzione sino all'anno 1663, nel quale il Cardinale
« Sforza, Archimandrita fece dare l'assenso dal suo Vicario Generale,
« sotto li 13 Aprile; sicché li Padri di Messina mandarono uno di loro
« con mandato di procura, per prendere il possesso.
« Il Diffinitorio annuale del detto anno 1663, sotto li 30 Maggio,
« diede commissione al P. Alessandro del Gesù, Priore di S. Resti-
« tuta, al P. Mario di S. Oliva Priore della B. V. Annunziata di Pa-
« lermo al P. Paolo di Gesù Maria Lettore
,
ed al P. Alberto di S. ,
« Francesco Maestro dei professi di far formare da qualche archi-
,
« tetto il Disegno del Convento che si doveva fabbricare
,
I' esami- ,
« nassero, e l'approvassero per voti segreti, di poi lo mandassero al
« P. Vicario Generale in Roma acciò fosse ammesso dal medesimo
,
« Deffinitorio, come fu eseguito, sicché il Deffinitorio del detto anno
- 123 —
del loco più Maggiore (3) nelle processioni delle Festini là di della Sanlis-
sima Annunciala, e S. Teodoro pretendetidosi dalla Confralernità della
« 1663 alli 29 novembre vi elesse Presidente il P. Alessio di S. Paolo
« il quale vi andò l'anno 1664.
« Dopo essersi fatta la fabbrica sofficiente alla famiglia di dodici
« Religiosi dell'anno 1671 dichiarò questo Convento
il Deffinitorio
«Casa dieleggendovi per Priore primo il P. Raffaele della
Priorato,
« Presentazione, e per Sottopriore il P. Damiano di S. Antonio. »
Anche le fabbriche di questo Convento, una agli altri beni dell'ex
Priorato di S. Teodoro furono dal Demanio vendute ai privati, che
,
le hanno lasciato distruggere. La Chiesa, invece, litornò alla Confrater-
nita ed ora, riparata in tutte le sue fabbriche munita di pavimento ,
marmoreo ed arricchita di altri marmi (a. 1897) mercè le elargizioni del
Sìg. Giuseppe Fieri, che ne è il Governatore, e del Rev. Sac. Cav Seba-
stiano Ruzzolo già Insegnante Elementare in Messina, che vi instituì,
,
da pili anni, pure le Verginelle di S. Lucia, conserva alcujii prege-
voli quadri anche del pittore casalvetino D. Antonino Cannavo (ìn-
,
terueniente nell'atto di transazione che annotiamo, qual Procuratore
prò tetnpore di S. Teodoro,) di cui ci occuperemo alla seguente nota
6', e le statue di S. Lucia, di S. Biagio e quella equestre di S. Teo-
doro —
oltre alla baretta à€[V Ecce Hotno^ ed alle recentissime altre
donate dal sudetto Sac. S. Puzzolo: Gesù all'orto (a. 1898), Gesù al Monu-
manto, (a. 1899;, ecc. —
S. Teodoro ebbe culto vivissimo in Casaivecchio:
A lergo del frotespizio della cosiddetta Giuliana di S. Teodoro che ,
poi è il Libro dell'Introito e dell'Esito della Confraternita, trovasi un
Avviso, probabilmente di carattere del Procuratore del tempo, D. Car-
melo d'Amato, in cui è detto che, agli atti di Notar Domenico Musco-
lino, sotto ladata degli 11 Aprile 1803, trovasi la elezione a Padrono
della Università di Casaivecchio, che ne fecero li Giurati del tempo,
nella seconda festa di Pasqua di Resurrezione, giorno trasportato per
la festa del ridetto 1711; ma, avendo
Santo, per Bolla Pontificia del
riandato il volume delle Minute del Notaro suddetto, non solo ho ri-
trovato che, sotto la data indicata degli 11 Aprile 1803, non c'è sti-
pulazione alcuna; ma, in quel torno di tempo, non ho rinvenuto l'atto a
cui inesattamente accenna nel superiore avviso. Questa chiesa mi è
si
sacra poi perchè, trovandosi inservibile il vecchio cimitero e non an-
cora pronto il nuovo, attorno al 1SS2, in essa sotteravansi cadaveri e i
perciò, a destra, entrando trovansi gli avanzi mortali della povera
,
mamma mia, che una modesta lapide ricorda al visitatore.
(3^ Il Notar Di Blasi forse, se non avesse preferito giustificare coli 'uso
comunemente invaso al suo tempo di riunire nella parlata piìi insieme a
inaggiore, avrebbe potuto giustificare una tale locuzione anche oggi,
sostenendo che, nel caso a cui si riferisce, c'è, nelle processioni, un loco
minore, che spetta a tutte le altre statue e confraternite ce n' è poi ;
— 124 -
Sautlssiina Annunciata nella processione della Festinilà di della Gran
Signora tantum spettarle lo anzidetto loco per il inottiuo, che festeg-
giando la medesima per pulitica donsrgli dare dello loco, non ostante
la Consuetudine passata, per cui in contrario osseruato s'auea. Air in-
contro però da della Confraternita di San Teodoro prelendeasi il con-
trario, e d'ossjru.irsi la della Consusluiln.^ con darsegli il loco sudetto,
uno maggiore destinato alle due Confraternite dì S. Teodoro e del-
,
l' Annunziata. Ora
la quistione, nel giudizio definito colla presente
transazione, verteva precisamente sul punto di stabilire quale, di queste
ultime due Confraternite, dovesse tenere, tra i due luoghi maggiori,
quello vicino al Reverendo Clero, ritenuto più onorifico, e, trattandosi
di doverlo mettere in correlazione ed in comparazione con un altro
loco anch'esso maggiore, era perciò più maggiore.
Io ricorderò che gli atti notarili allora andavano scritti in latino,
pii!i o meno corretto secondo la maggiore o minore cultura del notaro.
che li redigeva sii schemi e formole quasi sagramentali prestabiliti; e
le formole si resero cotanto prolisse e conosciute che, sin dal sec. XIV —
come egregiamente rileva G. Cosentino / Molari in Sicilia, X. (in:
Ardì. Stor. Sic. a 1887 p. 204 e segg.) —
si cominciò a non trascri-
verle per disteso negli atti ma solo ad indicarne le prime parole e
;
quindi porre et celerà, onde queste formule, così sommariamente espo-
ste, si dissero ceterate; quale uso, disapprovato prima da speciale
Prammatica, a 25 Marzo 15S4 veniva sancito per quelle clausole che
si trovassero in un ordinato formulario che per ordine del Viceré
, ,
M. Antonio Colonna, venne pubblicato in quell'anno e può vedersi
nelle Prammatiche T. III. P. 2, riportato poi in Patinella Tyro- :
cinium sive Theori-Practica Tabellionatus officii, Pan. MDCCXLl, e
recentemente, colla traduzione italiana a fianco, in Garofalo G. —
Conservatore Archivio Notarile Catania —
Spiegaziofie abbreviature
:
latine ecc. —
Catania 18S9, Tipografia Francesco Martinez. Idem —
dell'anno 1890.
E ricorderò ancora che, in questi atti scritti in latino, di quando in
quando, una denominazione o un patto, a cui voleva dare maggior si
precisione, veniva trascritto, vidgariter loqnendo o ut dicitur, in quel
siciliano locale italianizzato, nel quale vennero scritti anche alcuni atti,
a cui si voleva dare maggiore precisione o maggiore e più larga com-
prendibilità, come precisamente avvenne del presente atto di tran-
sazione.
Nessuna meraviglia quindi se, in un atto scritto in volgare, il no-
taio dava luogo a locuzioni volgari, come questo piic maggiore che,
quale locuzione antica e volgare, registrano non solo grammatici lo- i
cali, ma perfino i più recenti grammatici della lingua nazionale. E,
come fondata precedente, e più prima di detta della Santissima Anvnnciata
pcllochc e sendo stati ambidue li Procuratori di dette Confraternita in
contradittorio intianzi al Tribunale della Gran Corte Archimandritale (4}
della Nobile^ e Fidelissiina Città di Messina, ed ini dichiaratosi le re-
per tutti, P. Petrocchi : Granun. della Lingua Italiana, Milano Treves
iSSj. Parte II, cap. VI § 17, dice: « Siccome in generale questi com-
parativi son anche considerati come positivi, così dagli antichi come
dal volgo viene a volte premesso il Piii. Piìt peggiore. Pia me-
glio. ...»
14) Casalvecchio, per distinguerlo dall' altro di Puglia, ora detto
Siculo, suo attuale villaggio di Misserio ed ai Comuni di Sa-
una al
voca, Locadi ed Anlillo, non che a Pagliara oggi borgata del Co- ,
mune di Roccalumera, dipendeva dall'Archimandrita di Messina tanto
per lo spirituale, quanto per il temporale secondo si legge anche in ,
Pirro toc. cit., il quale lo rileva da un rescritto di Urbano Vili,
:
che pubblica.
Il Tribunale della Gran Corte Archimandritale era un magistrato,
che ebbe origine dal seguente privilegio, datato Messina anno mundi
6642 (1134 dell'era volgare) mense Majo Inditione XII, firmato da ,
Ruggiero Re, (Cnfr Pirro: toc. cit.) : :
« Quoniam templum S. Salvatoris in Lingua Phari (sic!) Messa-
« nae ab ipsis ereximus fundamentis, et Archimandritam Dominum
« Lucani religiosissium instituimus virum, et in divinis sapientissi-
« mum et valde expertum ut per euhi multi extimantur de retibus
,
« daemonis et ofierantur Salvatori Deo, et Regi omnium, et quid-
,
« quid de monacali vita erroneum fuerit prout divinus Canon requi-
« rit, et Deo amicum est, illud ab eo per correptionem debitam refi-
« ciatur. Proinde ei, etsuccessoribus ej'us propriam Dominicalem et ,
« authenticam Curiam habere concessimus in omnibus monasteriis, et
« obedientiis, quo sub eo sunt^ Abbates, et Monachi, ^/ omnes homines
« eornm, ut spiritualia eorum, et saeculakia per eum diligenter
« examinenur, et judicentur. Ipse autem, et successores ejus non ju-
« dicentur a quoque, nec aliquod responsum alieni faciant, nisi soli
« Majestati nostrae, et haerediljus. et successoribus Celsitudinis no-
« strae, etc. etc. etc. ».
Ben è vero che nella Capitolazione della Terra di Savoca di fronte
alle armi francesi (3 Novembre 1676), pubblicata nel Fascicolo I-II.
Anno VII di questo Archivio dal Prof. G. Macrì, all'Art. 19, si legge
come il Duca di Vivonne consentiva :
« Che 1' Archimandrita non possa avere giurisdizione temporale
« contro li popoli della detta terra e Casali (tra' quali primissimo, come
« si vede all'art. 3, era Casalvecchio) se non che spirituale tantum come
« è solito ... ».
-^ 126 -
ciproche rag^ioni, fu filialmente da dello Tribunale emanalo allo Pro-
nisionale per cui si ordinò di non douere, ne polere Puna Confralernilà
Ma, a prescindere che la detta Capitolazione il Prof. Macrì, co-
m'egli stesso ha cura di avvertire, la dà sopra una copiacela informe,
che avrebbe estrattata dall'originale, non si sa perchè, un povero can-
celliere comunale di Savoca, di maniera che nessuna garenzia abbiamo
circa la attendibilità e la non apocrificità di essa bisogna porre—
mente poi che, quand'anche il patto di che all'art. 19" si riscontrasse
sugli originali, non pertanto si potrebbe concluderne che l'Archiman-
drita non abbia avuto giurisdizione che temporale lanlum. Era questo
articolo il desideratum di Savoca, che l'accorto duca di Vivonne, pur
di ottenerne la importante capitolazione, con apparente leggerezza, sot-
toscriveva impegnando tutto al più il governo francese, ove Messina
fosse stata soggetta ad un tale dominio. Invece è risaputo che la
Francia abbandonò Messina alla reazione dell'antico dominio spagnuo-
lo, il quale non cercò di meglio che conoscere desiderala delle terre
i
che lo avevano comunque abbandonato davanti la Francia ma ebbe ;
vaghezza di conoscerli, soltanto, per frustarli ed irriderli Né è da !
trarre argomento alcuno da quel come è solilo, che segue lo spirituale
tantum, poiché una tale affermazione, anche se recisamente fatta dal
rappresentante di Savoca al rappresentante di Francia, poteva essere
benissimo dettato da uno dei tanti scaltrimenti per cui quella vecchia
volponaia è divenuta celebre !
Quanto all' autenticità del documento pubblicato dal Prof. Macrì
io spero di potermene occupare , essendomi stato promesso uno dei
due originali della Capitolazione, quello rimasto alla Terra di Savoca,
il quale, perciò, non sarebbe andato distrutto dall' incendio toccato a
quell'archivio fra' i tumulti carbonari del 182Ò. La quale Capitolazione,
se autentica, ha una grande importanza anche perchè, sin ora, si era
ritenuto che Vivonne ebbe per capitolazione il fortissimo castello di
Mola, ma che poi « investì ed occupò il castello di S. Alessio e le terre
immite di Forza d'Agro e di Savoca » [Cnfr. G. Galatti La Riv.
: :
e r assedio di Messina [16^4-78], XXIV.]. Di maniera che, della ridetta
capitolazione, non ne hanno notizia gli scrittori di cose sicule, che fi-
n'ora si sono occupati di questo importantissimo periodo di storia mes-
sinese.
La transazione che pubblichiamo non ci offre nessun argomento
in contrario all'affermazionecontenuta nella Capitolazione della Terra
di Savoca, dacché, se da un canto dimostra che il Tribunale della
Gran Corte Archimandritale funzionava ancora, verso la metà del se-
colo XVTII, d'altro canto la materia del contendere non esorbita dallo
spirituale lanlum.
- 127 -
ìnteruetiire nella processione de IV altra, nec e quontra (5), tua solamente
in tutte le altre processioni solite farsi in detta Terra, ut actenus,
e da allora in poi si è pratticato in dette Festiuità tantum a tenore di
detto atto Prouisionale allo quale eie. adesso perù conoscendosi dall' at-
tuali rispettiui Procuratori , e Rettori di dette Confraternite la disu-
nione delle medesime in dette Processioni e per accrescere con pili at-
tenzione, e rispetto la diuozione del Popolo tutto verso la Beatissima
Vergine, e di San Teodoro, e per non raddoppiar spese, r.clle dette Fe-
stiuità ; Quindi per ouuiarsi ranzidetto si è stabilito da detti Procura-
tori , e Rettori di venirsi alla presente Transazione d' accordio della
maniera Infra d' espressarsi.
Impertanto oggi dì come sopra il Molto Reuerendo Sacerdote Com-
missario del Santo Officio della Santissima Inquisizione Don Antonino
(5) La Provvisionale, come misura di polizia, si rivela ammirevol-
mente pratica e f.à onore al Magistrato che la emanava.
Essa, come si rileva dall'atto 19 Aprile XIV Indizione 1751 in
Notar Mariano di Blasi, nel quale figura riportata, è del tenore se-
guente :
« Die decima Nona xAprilis decimae quartae Inditionis ij§i. Fini
prouisum, et manda tum per Il/ustrissimiim, et Reuerendissimum Doti
Prudentium de Pattis Abbalem Cassinensem Vicarium Generalem JSla-
gnae Curiae Archimandritalis huius Nobilis Vrbis IMessaìiae ad pe-
tit ionem^ et Insta tiam Confraternitatum, unius sub nomine Sactissimae
Annunciationis et alterius Sancii Theodori Vniuersitatis Ruris Veteris,
,
quod utique ab hodie in anthea in solemnitatibus utriusque Confraterni-
tatis in quibus solet feri Processio publìca quaelibet ipsarum, non te-
neatur, nec debeat interesse processioni alterius, sed Confraternitas, quae
processionem prò sua solemnitate, et Festa instituit eam sola, et per sé
absque interuentu alterius Confraternitatis agat, et hoc ob euitanda
Jmgia, Scundala, ac competentias Jn : alijs nero processiottibus genera-
libus Ipsius Vniuersitatis seruetur prò ut Actenus seruatum est sine ulta
nomiate, et Ita exequetur inposterum ab unaquoque ex dictis Confrater-
nitatibus, et Confratribus eas componentibus , sub pena jtnciarum cen-
tuìH pecuniarum Fisco dictae Maguae Curiae Archimandritalis apposita,
in casu transgressionis presentis prouisionis, ac determinationis ; Et hoc
stantibus comprarentibus in contradictorio ludiciofactis, ac auditis luribus,
et rationibus utriusque partis, et non aliter etc. Vnde etc. Scribatur = Abbas
de Pattis V. G. = Ex originali existente in Archiuio Magnae Curiae
Archimandritalis huius Nobilis Vrbis Messanae extracia est presens
Copia Collattone Salva zz Sacerdos Abbas Franciscus Impellizzeri Ma-
gister Notarius ».
Cannano (6), Don Pietro Lo Re quondam Don Felice^ Giuseppe Pizzolo
quondam Francisco, Don FJia di Biasio, Pietro Cardo, Mario Maz-
A.nche per la mancanza dell'o-
lezione di questa Provvisionale, nella
riginale atto in NotarMariano di Blasi, mi giovo, sempre sciogliendone
le sigle e stendendone le abbreviature, di una copia autentica, per la
Giuliana di San Teodoro, questa volta, rilasciata dallo stesso notaro
stipulante.
C6) Di Don Antonino Cannavo Pittore ed umanista dimenti-
cato DEL SEC. xviii. — E questo Don Antonino Cannavo quel Pittore ca-
salvetino, a proposito del quale,avendoli Dott. G. Borghese nell'ultimo
Fase. III-IV, Anno VII questo Archivio Storico Messinese, comple-
di
tando una sua monografìa su Novara di Sicilia e le sue opere d' arte,
a certo punto, nel riportare dai libri d'esito di quella Chiesamadre che
il « 1706. A Don Antonino Cannavo pittore di Casal vecchio per avere
fatto li quadretti dellu casciarizzu (armadio) nella sacristia » (non è
espresso quanto fu dato), messo in nota fra l'altro: « Il La Corte-Cail-
ler mi annunzia che l'Avv. Domenico Puzzolo-Sigillo si occuperà
quanto prima di questo sconosciuto pittore di cui io faccio il nome
per primo » lo egregio, ed a me benevolo, Foti corrispondente locale
del giornale VOra di Palermo, nel N. 75. anno Vili, del 16 marzo u.
s. 1907, pubblicò sotto il titolo: Per un pittore casalvetino fiel sec. XVIII,
una corrispondenza da Casalvecchio Siculo, datata 12 detto, in cui,
dopo avermi intervistato in proposito, fé rilevare ad esso Dott. Bor-
ghese, che questi, il nome del Cannavo, lo fa semplicemente pel se-
co7ido, avendolo fatto pel pruno io, nella mia monografia La iibica- :
zione dello "APPENNON "AKPON tolemaico (Ptol. ///. 4. 9) e la ori-
gine e la ragione della specificazione DI AGRO (Agryllae Agril- ,
LAE ed Agrille) in certe denominazioni di località in Provincia di
Messina —
nota —
Messina, Tip. D' Amico, MCMIV; onde il mede-
simo dott. Borghese, senza l'aiuto del Cav. La Corte-Cailler, avrebbe
potuto accertarsene, prima di azzardare la sua affermazione così recisa,
solo che avesse avuto la cura di riandare le annate precedenti, III^
e IV'^ 1902 e 1903, di questo Archivio, dove avrebbe trovato la mia
monogrofia in jìarola ed, in essa, la nota 112^, nella quale si legge che
nelle Chiese di S. Onofrio e di S. Teodoro di Casalvecchio « si con-
servano dei quadri di un pittore locale D. Antonino Cannaò »; e ciò
almeno tre anni prima che il prelodato Dott. Borghese l'avesse
semplicemente rifatto!
Ora, se tutto questo è utile per la verità e per quella onestà e
precisione, non mai troppe e non mai eccessive, qualunque notizia,
di
la quale si riferisca al nostro indirizzo di studi, comecché rispondente
al vero, io non posso che confermarlo. Ma lo faccio, unicamente, poi
che la presente pubblicazione me ne dà occasione. Che altrimenti,
- 129 -
sullo, Mario, e Marco d'Amato, Domenico Pìssob, Pielro Casablaìifà,
Antonino Muscolino, Domenico Di Blasi, e Maestro Giuseppe flono^iarno
quanto a scriverne ex professo per rivendicare una cosi poco impor-
tante precedenza, non ne varrehi^e la pena. Proprio !
Piglio invece argomento per da ora, clie di queste^ Pit-
dire, sin
tore mio concittadino effettivamente io mi occuperò come prima mi
sarà possibile, rivelando agli studiosi un vero umanista del Scc. XVIII.
Giacché, oltre che nella pittura, egli fu valente cultore di musica, e
di ciò se ne compiacque tanto, che preferì jiosare pel ritratto, che si
conserva presso lo erede di lui Sig. Giuseppe Casablanca, e che non
è accertato che sia autoritratto, scorrente sulla eburnea tastiera di un
cembalo la mano brillantata fu valente cultore di letteratura latina,
;
se a lui, chiamandolo maestro, devotamente dedicava una sua j;ram-
matichetta latina (// Fiore seu compendio per le regule della Gram-
matica opera profittevole ai Fanciulli che in brevità si vogliono indriz-
zare alla giusta latinità —
Composta dal Rev. Sac. D. Santo Manuli
dedicata al Rev. Sac. D. Antonino Cannavo Commissario del San-
t'Officio in Casalvecchio — Catanae in Palat. 111.'»' Senalus , Typis
Bisag. 1745 Superiorum facultate) un suo parente e contemporaneo.
Don Santo Manuli, di cui anche mi occuperò. Il Cannavo rivesti poi,
come anche dalla superiore dedica e dalla transazione che oggi
risulta
pubblichiamo, quando il rivestirla era titolo d' onore ambitissimo, la
carica di Commissario del S. Uffizio della SS. Inquisizior.e in Casal-
vecchio, dove tenne per moltissimi anni l'Amministrazione della Mag-
giore e Parrocchiale Chiesa di S. Onofrio da lui « riparata in tutte
le sue rovine, ristorata in tutte le sue mancanze, provveduta in tutte
le sue necessità, ed abbellita di pitture di sua mano, stucclii fabbri-
che, e suppellettili sontuose » (come dice il INIanuli; e col suo signi-
ficante concorso, a nome della chiesa, di più della metà ed a cura di
lui, fu eretta la statua d' argento del Santo Protettore, eseguita dallo
Statuario Giuseppe Arico Messinese nel 1745 per voto del popolo di
Casalvecchio, che aveva impetrato la liberazione dalla pestilenza del
1743-
Dal i" ottobre 1750 al 7 aprile 1760. e cioè negli ultimi anni di
sua vivenza, sempre Commissario del S. Uffìzio, fu attivissimo Procu-
ratore della Confraternita di S. Teodoro e quella chiesa quasi croi
laute , come si rileva dal libro di Introito ed Esito della medesima ,
riparò, retsaurò mentre poi quella confraternita fece ri
ed abbellì,
spettare, provocando, appena nel 1751 la Confraternita dell'Annun-
ziata impedì « la sollennità della festa del Glorioso Santo Todai'o »...
« stante volere il loco maggiore, nel sacramento della Processione », —
l'atto provisionale riportato alla superiore nota 5 '^
e, pochi giorni prisna
di lasciare il suo decennale ufficio di Procuratore, ottenendo di potere
9
del guoudain Maestro Giuseppe, come Procuratore e niagìor parte delti
Rettori di detta Confraternita di San Teodoro dall' una. nec non Notar
definire la quistione colla tranzione della quale ci occupiamo dalla ,
quale la Confraternita di S. Teodoro ne esce avvantaggiata, in quanto
non recede per nulla dalle sue pretese.
D. Antonino Cannavo nacque, in Casalvecchio, da un Maestro
Francesco. Ma egli fu educato dallo zio suo omonimo, Sacerdote I).
Antonino Cannavo Ludi Alagister.
Abbondante dovette essere la sua produzione pittorica, sparsa per
le chiese e per le case di Casalvecchio e di altri paesi, ora in mas-
sima parte perduta o deteriorata, se ancora se ne trova traccia.
Nessuna notizia m'è stato possibile attingere intorno al luogo in
cui egli apprese la pittura ed ai suoi maestri. Né è da azzardare sup-
posizione che ciò sia potuto avvenire p. e. in Messina, essendo quelli
tempi di decadenza generale per questa Città riuscita sconquassata
dalla rivoluzione fallita contro la Spagna, da una parte, e dall' altra
perchè erano quelli tempi di supremo benessere economico e morale per
Casalvecchio, tempi fortunati in cui suoi figliuoli si spingevano nei
i
più lontani e più importanti centri di cultura, desiderosi di educarsi e
di erudirsi. Di fatti, per non citare che un solo esempio, dai miei libri
di famiglia risulta che, un mio dotto antenato, che è detto anche scrit-
tore di sonetti ed epigrammi, il Sac. Dottor Don Placido Puzzolo, lasciò a
15 anni Casalvecchio ed, —
in compagnia dello zio paterno Sac. Don Vin-
cenzo, Provicario Generale della Corte, Commissario della SS. Inquisizione
ed indi Vicario del Ceto Ecclesiastico, —
dimorò 12 anni a Palermo, io
anni a Roma, 4 anni a Napoli e quindi
ritornò in patria nel 1747,
laureato in Medicina e Sagra Teologia, ad esercitarvi l'arte medica ed
il sacerdozio sino al 1757, quando
tra ben 12 concorrenti, alla,
riuscì,
allora importantissima, Arcipretura di Savoca ed altre Terre e Casali,
che tenne 4 anni appena, essendo morto immaturamente nel 1761.
Ma tornando a Don Antonino Cannavo non è certo che egli
, ,
abbia fondato una scuola pittorica casalvetina nel sec. XVIII, di cui
avrebbe fatto parte quel Don Santo Manuli di sopra mentovato come
autore di una grammatica latina ed a cui si attribuisce dalla tradizione
il ritratto anzicennato del nostro Cannavo, che a sua volta ha ese-
gu to il ritratto del Manuli —
quali due ritratti esistono ancora presso
l'unico ed ultimo erede Sig. Giuseppe Casablanca, mio zio affine, già
gelosamente custoditi dal fratello di lui fu Sac. Santi ed un altro —
prelato, Don Giuseppe Pasqua, a cui si attribuisce un quadretto // :
transito di S. Giuseppe, preteso autoritratto in basso, ancora esi-
col
stente nella Sagrestia di quella Parrocchiale Chiesa di Sant' Onofrio;
ma se ciò fosse vero, come si vuol vedere nelle parole: Haec est Don
Joseph de Pascha vera Figura, non si comprenderebbero le seguenti
- 131 -
Domenico Finocchio, Don Paolo Curdo. Don Domenico Lo AV, A'o/dr
Giacomo Santoro, Don Angelo Pizzolo (7), Matteo Finocchio, e Nicotina,
Antonio Giacomo Muscoliìio, Domenico Scarcella ^ Francesco Finocchio,
Antonino Calabro quondam Antonina, Giuseppe Romeo, Teodoro Lo Re,
Domenico lo Conti del quondam Antonino, Pietro Costa, e Sebastiano
Costa quondam Giacomo dall'altra parte come Procuratore, e viaggiar
parte de' Rettori di detta Coi/raternità della Santissima Annunciata
presenti, e da ine notaro Conosciuti, spontaniamente , in detti re spettini
nomi et in uim della presente Transazzione ed accordio omnique alio, et
meliori modo, per essi in detti nomi, e loro 9,/,'c'cessori in fcrpviuuììi. et
altre:Fffigiem hac fecit sumptibus iste suis. Perchè a sue spese {sumpti-
bus suis\, se ne fosse stato egli l'autore? Certo invece è che il Can-
navo raggiunse ben presto nomea di Pittore, figurando, anche con tale
qualità, in parecchi contratti notarili, con cui acquistava di quando in
quando qualche proprietà, nel primo ventennio del sec. XVIII, e già
nel 1706 imorì in Casalvecchio il 7 Gennaro 1763 ed il suo testaniento
fatto rs Settembre 1751 fu pubblicato, in data 8 Gennaro 1763, agli
atti di Notar Giacomo Santoro; veniva chiamato nella lontana Novara
a dipingervi le figure dellu casciarizzu nella sagrestia . come risulta
dai libri di esito di quella Madrechiesa, riassunti e pubblicati dal cen-
nato Dott, Borghese.
Insomma, da qualunque lato si guardi, la figura del Cannavo me-
rita di essere studiata e lumeggiata ed il nome dissepolto dallo in-
giusto ed immeritato oblio, in cui tuttavia giacciono, miseramente la-
sciate e trascurate, tutte le piià belle figure di soldati, di artisti e di
scienziati — colpevoli solo di avere esplicato la loro geniale attività
in tempi di duro servaggio, nella cerchia piìi o meno ristretta della
vitacomunale o intercomunale di provincia quali hanno lunga- — i
mente aspettato invano ed invano aspettano ancora, e forse lunga-
mente aspetteranno, chi di loro condegnamente ne favelli o scriva. Ed
è con lieto animo, è come adempiendo ad un sacrosanto dovere o
facendo una buona azione, che me ne occuperò !
(7) Mio modesto, ma laborioso, bisarcavolo, fratello del menzio-
nato alla nota precedente Arciprete Sac. Placido dottore in Medicina
e Sagra Teologia, e perciò anch'esso nipote di quel Don Vincenzo,
che si accompagnò a quest'ultimo nelle sue peregrinazioni a Palermo,
a Roma, a Napoli e che, in questa bellissima metropoli, curò l'esecu-
zione di quella veramente artistica immagine dell 'Annunci. izione, della
quale ho detto alla superiore nota i". I miei maggiori ,sino al vivente
mio affettuoso genitore che ne fu anche per qualche tempo Procura-
tore, sono stati confrati della SS. Annunziata.
— 132 —
tnfinitum voìsero, e vogliono, promisera, e proìiietlono, siccome si coit-
feufaroiio, e cnnteniano di àpiicre le dcile due Coìifralcruità, con loro
rispelliue Insegni, Simo/acri, ed altri interuenire, e processionare nelle
processioni, che d\)ggi innanli usqiie imperpeiuam, ci Jujìviluin si fa-
ranno nel giorno della celebrazione della Fesliuilà, ianlo di della San-
tissima Annunciala ,
quanlo di dello Glorioso San Teodoro Incomin-
ciando da quella che dimane giorno di della Gran Signora (8\ si
soUennizzerà, coji questo però, che la Confraternità Festeggiante poco
distante dalla sua Chiesa debba Incontrare V altra conuitata, e questa
conuilante doppo, che si farà tal incontro, ed il solilo dibbatliinenlo delle
Bandiere , dare la destra alla conuitata, sino die enlraiio in Chiesa,
nella quale Chiesa la Confraternità della Santissima Annunciala ancor-
ché Festeggiasse, quella di San Teodoro debba situarsi in Chiesa , in
Cornu Fuangelif, doue è slato solilo slare, e nclP uscire la processione,
cioè nel giorno delta Fesliuilà della Beatissima Vergine deue precedere,
ed uscire la prima detta Confraternita di S. Teodoro con suoi insegni,
e simulacro, e doppo quella della Sanlissivia Annunciala, anco con suoi
insegni, e simulacro, nel giorno però della Fesliuilà di San Teodoro
deue precedere, ed uscire la prima la detta, Confraternità della Santis-
sima Annunciata^ e doppo la della di San Teodoro con suoi insegni, e
(Sj II giorno dell'Annunziala ricade il 25 Marzo, ed il 25 marzo
appunto usa celebrarsene, in Casalvecchio, la festa. Soltanto, quando ci
sia un legittimo impedimento religioso od atmosferico una tale sol- ,
lennizzazione della festa si suole postergare per una delle domeniche
successive. Ma, in quest' ultimo caso, non si dice più semplicemente
il giorno dell'Annunziata; ma il giorno postergato o trasportalo per la
festa dell'Annunziata. —
In omaggio a quest'ordine d'idee io, ritro-
vando nelle due copie autentiche dalle quali ho tratto la lezione del-
l'atto di transazione, che sto pubblicando, diversità di data, in quanto,
l'una copia, darebbe la tiansazione medesima come stipulata nel giorno
Vigesimo Gelavo Martif mentre l'altra copia la darebbe nel giorno Vi-
,
gesimo Quarto, ho creduto optare per quest'ultima data del 24 Marzo,
appunto perchè, in entrambe le copie, ho rinvenuto pacifica la supe-
riore frase « Incominciando da quella che dimane giorno di detta
:
Gran Signora ». Giorno^ senz'altro; perciò 25 marzo. Dimane 25, e
quindi oggi 24. —
Data questa, del resto, che non ho inventata io; ma
che risulta segnata nell'una delle due copie autentiche in parola !
— 133 —
simulacro, e questo non ostante la sndeita iuucterata consiiedudine, e di-
sposizione di detto precalendato atto Prouisionale, nec obstantibus quibu-
svis alijs in coutrariuni dictantibus, et disponentibns, quibus vicissiin
proinisenint, et proinictunt non liti etc. et non aliter ete. (9).
Douendosi però da dette due Confraternita siccome per il presente
detti rispettini Procuratori , e Rettori per essi etc. promettono osser-
uare in tutte l'altre Funzioni, e processioni die in questa sudetta Terra
soglionsi fare la maniera, e modo di processionarsi, ut actenus solitnm
est, con darsi il loco piti maggiore alla sudetta Con fraternità di San
Teodoro per esser stata fondata piti antica di quella della Saiitissima
Annunciata, e per essere stato così pratticato, ed osseruato nei tempi
passati sino alla questione di sopra insorta sentendosi di essere detto
loco Maggiore quello vicino al Reuerendo Clero d' essa sudetta Terra,
e non altrintente.
Dippiìc dichiarano e promettono, vogliono, e comandano detti rispet-
tiui Procuratori, e Rettori non valersi né telarsi per Pauuenire di qual-
siuoglia sutterfugio legale, atti Juriuin preseruatiui o altro si delV una
co; ne dal altra Confraternità fatti dal passato nel fine di rescindere
l- o
annullare la presente transazione d'accordio, e chi di dette parti vorrà inno-
uare, insorgere lite o tentare la nullità della presente Transazione ed accor-
dio in tal caso si/ tenuta tain nomine proprio, quam dictis nominibus obli-
gala conforme p:r il presente per essi e suoi etc. ad inuicem s' obli-
gano dare, e pagare alla Confraternità che non sentirà, nò vorrà litigare^
ne tentare la nullità sudetta non solo delle spese fatte nel litiggio del-
l' Isorta questione, e di quell'altro giudizzio da tentarsi come sopra, ma
anco la som/na d'onze Cinquanta statini fatta, o tentata, lite innovazione,
o nullità sudette non ostante etc. alias etc. di patto etc.
Pregando per il presente detti Procuratori, e Rettori all' Illustris-
Tanto il cerimoniale riguardante lo incontro delle Bandiere
(9)
e la priorità da tenere nelle Festività di ciascuno dei santi delle con-
fraternite contraenti, al quale si è sino a questo punto accennato in
quest'atto che io stabilisce; quanto la consuetudine, a cui si accennerà
nel seguito dell'atto medesimo circa l'ordine da tenere nelle altre fe-
stività, mantengonsi ancora scrupolosamente a cura della Confrater-
nita di S. Teodoro, che ne ha maggior interesse.
- 134 -
Simo, e Rcuercndisùìiio Monsignore Don Scipione Ardojno Vicario Ge-
benignasse col suo
nerale di detta Gran Corte Archimandritale acciochc
si
bcnestat in Margine, o in pede del presente confirmare, ed approuare
la sitdetfa 'J ransazione d' accordio per magior validità della stessa, e
non appr Oliandola s' intenda siccome maj josse stata fatta, e non altri-
ìiicntc (io'.
Quas o-.nnia etc. sub hypoteca etc.
'lestes Reuerendi Sacerdotes Don Dominicus Calabro minor. Don
B tasi US Puglisi, Don Sebastianus Mazzullo caeteriqu .
Firmati): Sacerdote Don Antonino Cannano Procuratoredella Con-
fraternita di S. Teodoro contento di quanto di sopra.
Notar Domenico Finocchio Procuratorio nomine sudetto confermo
coinè sopra.
Don Paolo Curdo Rettore come sopra etc.
Domenico Lo Re Rettore
Notar Giacomo Santoro Rettore
Don Pietro Lo Re Rettore
Don Angelo Pizzolo Rettore come sopra etc.
Matteo Finocchio Rettore confermi come sopra.
Domenico Scarcella Rettore confermo come sopra
Giuseppe Pizzolo Rettore confermo il parere del Procuratre Can-
nano.
Mario d'Amato Rettore confermo come sopra
Marco d'Amato Rettore come sopra
Don Flia di Blasi Rettore
Francesco Finocchio Rettore confermo come sopra
Pietro Costa Rettore confermo come sopra
<iebastia?M Costa Rettore confermo come sopra
Antonio Giacomo Muscolino Rettore confermo come
sopra.
Antonino Calabro confermo come sopra etc.
(io) L'atto ebbe una tale approvazione; intatti, una delle due co-
pie che ho sottocchio, porta in margine a sinistra
dove è più proba- —
bile che si dovesse trovare sull'originale, la parola —
sacramentale: ^^-
Ardoino Vicarius Gemralis; l'altra copia, riproduce
ncstat e la firma:
altre firme.
la identica approvazione, alla fine dell'atto e prima delle
— 135 —
Giuseppe Romeo conferino come sopra e te.
Domenico Pizzolo confermo come sopra eie.
Pietro Casablanca confermo come sopra e te.
1 eodoro Lo Re Rettore confermo come sopra
Sacerdote Don Domenico Calabro fui presente, e mi sottoscrino per
nome, e parte detti sopradetti Antonino Miiscotino, Domenico di lìtasio,
Maestro Giuseppe Bo?tgiorno e Domenico Lo Conti Rettori dette sopra-
dette rispettine Confraternità per essi non sapere scriuerc e di toro vo-
tontà conferm-) come sopra.
Pietro Curdo confermo come sopra
Mario Mazzidlo confermo come sopra (ni.
{Ex actis quondam Notar ij Don Mariani De Biasio Regia Auc-
toritafe, liuius Terrae Casatis Veteris, olim Pctris mei. exlracta est
psesens copia, per me Notarium Don Antonium de Biasio, liuius prae-
diciae Jerrae, uti Conseruatorem Particolarem, Ipsorum ctc. Collatione
Saiuà).
S. Teresa di Riva Maggio 1907.
Domenico Ruzzolo Sigillo.
(i r) Per chi sentisse vaghezza di avere una prova tangibile della cul-
tura casalvetina del tempo (1760), potrebbe farsene un'idea
da questa
constatazione che. in un paesello di provincia, quando l'istruzione
non
era obbligatoria, né pubblica; ma lusso di privati, onde
l'analfabeti-
smo imperava altrove perfino nelle classi elevale, su 28 persone di
ogni condizione sociale intervenute in quest'atto, oltre dei testimoni,
4 soltanto, e cioè appena il 14 j^, sono gli analfabeti che hanno bi-
f»
sogno di un Sac. Don Domenico Calabro, il quale firmi per loro !
NOTIZIE
Un allro lettore dell'Ateneo messinese ?
ha esibito una lettera nella quale il
L'egregio Prof. M. B:irbi ci
prof. A. Neri di Genova desiderava conoscere
se negli Archivi di que-
notizie intorno a certo Giovanni
sta R. Università poteansi rinvenire
nell'Università di Pavia, che nel febbraio
Talentoni, lettore di Filosofia
amico avere avuto offerta la cat-
dell'anno 159S informava un suo di
Messinese. Tutto, però induce a credere
tedra di Medicina nell'Ateneo
che il Talentoni, se ebbe offerta la detta cattedra, non impartì effet
tivamente l'insegnamento, non essendovi fra noi nessuna notizia sul
riguardo.
Per la Storia di Barcellona.
Comu-
Negli ultimi giorni di aprile del corrente anno il Con.siglio
contratto con 1' editore
nale di Rarcellona-Pozzo di Gotto approvò il
messinese Giuseppe Crupi per la pubblicazione delle
Memorie Sloriche
Rossitto che si dice
di Barcellona, opera postuma del prof, l^lippo ,
patriottismo verranno
essere un bel lavoro. Le spese, con lodevole ,
sostenute da quell'illustre Amministrazione Municipale.
Streito Faro di Messina?
Il Prof. Gabriele Grasso di questa R. Università ha pubblicato
un suo importante articolo illustrato da parecchie
fo-
con questo titolo
L'egregio
totipie, nel n. 3, anno 111, (Marzo 1907) della Lega Navale.
avesse tutto diritto di rap-
autore osserva che, sebbene Messina il
dello Stretto,
presentare l'individuo antropogeografico più importante
tuttavia egli non trova nell'antichità classica e nel
medioevo, ed anche
moderna, una tradizione ed una testimonianza fondata che
co-
nell'età
denominazione. Quando e come
stituisca un precedente storico per tale
alle acque che separano la Sicilia dal
Continente fu dato la prima
volta l'appellativo di Stretto di Messina non è
ben precisato né dalla
Storia ne dalla Geografia ;
però esse ora non sono intese altrimenti
elle con questo nome. Per il che l'egregio Prof. Grasso chiude il suo
articolo con queste commoventi parole : « Splenda pure più imponili-
— 137 —
temente 1' enorme lampada della nuova ed alta torre del Faro, e sia
pure contraria la tradizione antica e recente; oramai il mitico braccio
di mare, che rappresenta ed incammina tanta vita moderna, può senza
riserve essere segnalato con il nome tutto moderno di « Stretto di Mes-
sina ».
L'antico Cenobio di S. Placido Calonerò.
Annessa alla Relazione per 1' anno scolastico 1905-906 del Diret-
tore della R. Scuola pratica di Agricoltura Pietro Cnppari in Messina,
testé data alle stampe, è una Memoria del prof. Guido Inferrerà, tito-
lata « Memorie storiche intorno S. Placido Calonerò ».
In essa I' autore, per quanto riguarda 1' origine del Cenobio, bel-
lamente riassume quel che si legge nelle due cronache inserite in due
pergamene appartenenti al Tabularlo della Maddalena, e già illustrate
dal Carini e dal Lionti, una cioè, del 1394, e l'altra del 1400; e ciò
fa neir interesse della storica verità , osservando che « dopo la com-
parsa di questi documenti e delle numerose pergamene che si riferi-
scono a privilegi ed a benefizi ottenuti dal convento , da re ,
papi e
principi, le incertezze e le lacune del Pirro , del Samperi e del Gallo
sono in gran parte distrutte e colmate , in modo che oggi siamo in
condizione di confermare sopratutto 1' origine e le prime vicende , le
più importanti forse, dell'abazia di S. Placido di Calonerò, come si-
cure ».
La monografia dell' Inferrerà , che conduce la storia del Cenobio
fino ai nostri giorni , è dotata di tre zincotlpie : una rappresentante
la Facciata sud del fabbricato , una lo Antico Chiostro con pozzo , ed
una lo Antico Chiostro dal lato Sud.
Per alcune xilografia messinesi.
In uno studio che s'intitola Xilografie siciliane, e che fa parte di
un volume di lìliscellanee testé pubblicato in onore del prof. Salinas,
il eh. D.'' Cesare ISIatranga discorre per la prima volta , con vedute
artistiche, di un'edizione messinese del 1522: Seguitur la quarta
Opera de aritlunetica et Geometria facta et ordinata per Johanne de
Ortega spagnolo patentino, dove, per quanto il volume tratti di mate-
matiche , si rinvengono tuttavia eleganti ornamenti e bellissime ed
originali incisioni in legno , la maggior parte di sacro argomento.
Nello studio in parola se ne fa la illustrazione , e se ne riproducono
— 138 -
alcune , che pei loro rapporti di indisciUibile identità ci inducono a
ritenere co'iis certa V esistenzx a Missini in quclPepyca di un artista
xilografo dalla tecnica personale e vigorosa , inspirata sempre ad un
verismo sincero e ricco di nuove risorse.
11 Matranga crede di ritrovare l'autore di queste xilografie nel
messinese Antonello de Saliba , e a ciò è indotto tanto per le osser-
vazioni del Cavalcasene e di Brnnelli, che al Saliba attribuiscono le
pitture della Disputa di S. Tonunaso del Museo di Palermo , e del
6". Sebastiano di Berlino, dove egli nota le più intime analogie con le
figure xilografiche dell' edizione messinese, quanto perchè la sua ipo-
tesi vien rafforzata dal fatto che il Saliba , a preferenza di ogni altro
pittore messinese di quel tempo, era perito nell'intaglio, come risulta
dai documenti che il Di Marzo pubblicò nell' opera sui Gagini.
Ma sia il Saliba l'autore di quelle incisioni in legno, sia altri, ri-
teniamo col Matranga , che le stesse non possano che attribuirsi ad
autore messinese ; e ciò va facihnenLe spiegato col fatto che in Mes-
sina erasi già da tempo introdotta l'arte xilografica di, la quale andò
Volendo il Matranga rilevare nella sua pregevole Monografia
(i)
le antiche incisioni in legno di Sicilia si ferma sulle due edizioni
pii!i
messinesi del 1497 e 1498. Evidentemente egli non ha avuto fra mani
il lavoro swWArte della Stampa in Messina, da me pubblicato sin dal
1901, nel quale avrebbe trovato che un volume di edizione messinese
assai mal noto in Sicilia, uscito dai torchi dei tedeschi Forti e Schade
o Meschade, senza nota di anno e ricco di ben 70 xilografie inter-
,
calate nel testo per le considerazioni da me svolte
,
non poteva ,
essere stampato che fra gli anni 14S1 e 1490. Se il mio lavoro co-
nobbe il Matranga, e non ne tenne conto, è segno ch'egli non ritenne
valide le mie lagioni ma ora sono in grado di rassicurarlo che le
;
mie induzioni bibliografiche si apponevano al vero, e che anzi la data
della stampa di quel libro deve collocarsi fra gli anni 1483-14S5 ,
poiché appunto per questi soli anni dovettero rimanere associati i
due tipografi de' cui nomi va fregiato il libro
, come risulta dagli ,
Atti notarili conservati in questo Archivio Provinciale di Stato. Da
un rogito del 5 aprile Antonino Azzarello seniore ri-
1481 , in notar ,
sulta infatti che il nome di Enrico Forti appare per la prima volta
,
associato a quello di Enrico Alding per la stampa di 600 Breviarii
gallicani in un altro atto dello stesso Notaro
;
stipulato il 29 di- ,
cembre 1483, si rinviene invece associato a quello di Giovanni Schade;
e mentre quest'ultimo, per varii altri rogiti notarili, nel 1485 non più
col Forti, ma col tedesco Giovanni Guardu si vede associato in un ,
altro atto degli it dicembre 1485, redatto dal Notar Leonardo Ca-
- 139 —
sempre perfezionandosi, come dimostra il IMatranga, fino a conseguire
il pregio delle figure e degli ornamenti da lui cosi dottamente e con
fine discernimento rilevate.
G. 0.
Per Antonello da Mess'na-
Il Prof. Comm. Adolfo Venturi, 1' insigne critico d'arte, il confe-
renziere dalla parola smagliante, avea promesso al Circo/o Artistico di
tenere in questa cittcà una conferenza sul nostro grande pittore Anto-
nello d'Antonio. Egli però tenendo fermo l'impegno pel prossimo in-
verno, si è scusato di non poter dar luogo per ora a questa sua illu-
strazione, volendo recare nuovo contributo di studi e di ricerche attorno
alla vita ed alle opere dell'artista concittadino. Ecco la bellissima let-
tera che Egli ha diretto al Prof. Dott. Guzzoni degli Ancarani ,
Presidente del Circolo, e che noi siamo lieti col permesso dello scrit-
tore , di pubblicare , attestandoci le ricerche da lui intraprese e che
auguriamo fruttuosissime per colmare le lacune che finora han lasciato
incerti taluni punti della vita e della educazione artistica del nostro
Antonello :
Roma 3 Maggio 'goj
Caro Amico ,
Non credere ch'io voglia mancare alla parola data! Come ti feci
dire dal mio Lionello , è questo jiroprio il momento in cui la figura
di Antonello da Messina si va disegnindo, e in cui quindi si va ma-
turando il bellissimo tema.
Già da Messina partì il segno del rinnovamento degli studi sulla
vita e sulle opere del grande maestro, e ora lerve il lavoro, al quale,
come puoi ben credere ,
prendo una vivissima parte. Posso quindi
pregarti a pazientare , finché non abbia in Catalogna o in altri siti
cercato* e trovato le fonti dell' educazione di Antonello ?
Dico a te e ti prego di dire a' tuoi amici che mi voglio preparare
marda , il nome che non più con Schade
del Forti ma con certo
. ,
Giovanni Salazer sta compagnia, è l'ultima volta che si vede com-
in
parire. Alla sua volta lo Schade riappare sempre solo nei contratti
notarili posteriori, e 1' ultimo in cui si rinviene il suo nome è quello
del 27 febbraio 1489 in Notar Matteo Pagliarino.
Dietro ciò ognuno potrà da sé stesso determinare T epoca quasi,
precisa in cui fu stampato in Messina il volume che porta nomi as- i
sociati dei tipografi Forti e Schade.
— 140 —
a celebrare quanto più degnamente sia possibile il grande maestro.
Date tempo al tempo ! Non posso venire a ripetervi ciò che sapete ;
io voglio addimostrarvi che amo il vostro grande artista, come lo a-
niano i snoi concittadini. Parlare di Antonello da Messina nella sua
città è cosa grata , ma non lieve : voi aspettate la glorificazione del
maestro . e io debbo , e voglio darvela. Arrivederci quindi presto ,
tosto che le mie ricerche, se non compiute del tutto, saranno almeno
progredite.
Credi che vorrò mantenere la mia promessa appieno.
Addio. Tuo atTl'''«
A. Venturi.
mausoleo " de Aouna Catania.
li „ in
[notizia di un documento inedito)
Il mausoleo del Viceré de Acuna nella cappella di S. Agata nel
Duomo di Catania ,
aveva sempre attirato lo sguardo degli studiosi
d' arte , ma nessuno se ne era occupato mai di proposito né aveva
tentato d'indagare chi ne fosse l'autore. Ora il duca Giovanni Paterno
Castello richiama l'attenzione sul pregevole monumento e lo illustra,
aggiungendo anche i cenni biografici dell'estinto (i).
Don Fernando De Acuna é raffigurato , in grandezza « men che
naturale , in ginocchio , sereno in viso, coperto delle sue insegne, in
atto di pregare dinanzi le reliquie di S. Agata .... Dietro la statua
del Viceré appare, in forma anche piìi piccola, la statua del suo val-
letto all'impiedi, con scudo e lancia spezzata, in segno di lutto. Due
colonne sottili , finamente lavorate e dorate, aventi come base due
leoni, coi capitelli differenti , all' usanza del tempo , arieggianti , con
più frastagli e ricami, il corinzio, sorreggono l'architrave di splendida
fattura. In esso, fra mezzo a dorature ricchissime, sono effiggiati a ri-
lievo e colorati i dodici apostoli con Cristo. Un sopraornato reca nel
mezzo le armi del defunto. In cima, tra uno svolazzo di penne do-
rate, s'erge la Giustizia, raffigurata da un angelo con la bilancia pen-
dente più da un lato che dall' altro, per indicare quanto i meriti del
defunto fossero superiori ai suoi difetti ». Nello sfondo del monumento,
(i) Paternò-Castello G. // Mausoleo del Viceré Don Fernando
de Acuna in Catania (Estratto dallo « Archivio Storico per la Sicilia
Orientale », Anno IV, fase. I, Catania, 1907).
1
^ 141 --
in mezzo ad un ricco panneggiamento, ò la iscrizione che ricorda
morto il de Acuna a
dicembre 1494, e ai piedi del monumento
2
stesso è un'altra iscrizione che esalta i meriti del defunto. Nell'insie-
me, un grande mausoleo, di belle forme architettoniche, di ricche de-
corazioni, di stile quattrocentista primordiale.
Il monumento intanto , venne eretto al Viceré dalla propria mo-
glie, Maria de Avila, la quale a sua volta fece scolpire la decora-
zione marmorea del sepolcro di S. Agata, che sta di canto al sepolcro
de Acuna, nel 1495 (i). Scultore del sepolcro di S, Agata fu il mes-
sinese Antonello Freri, come si rileva dalla firma (2), e siccome unità
di stile si riscontra tra i due monumenti, così il Paterno conclude
col dare al Freri anche il mausoleo del Viceré , considerando inoltre
che la vedova di costui ,
quasi con certezza , dovette dare ad unico
artista i lavori di quella cappella.
Il nome dello scultore Antonello Freri, messinese, s'era fatto per
la prima volta dal Di Marzo , il quale ritenne però che quello sia stato
uno scalpellino piìi che uno scultore , ignorando non solamente il se-
polcro di S. Agata a Catania, ma i molti documenti riferentisi a quello
artista e che si conservano nell' archivio notarile di Messina. Invece ,
dalle mie ricerche risulta che il Freri era uno scultore di non lievi
meriti tanto che — oltre alle commissioni che gli si davano — fu
chiamato a giudicare della statua di Antonello Gagini che ancora
esiste in S. Francesco d' Assisi di Messina (3). Le sue sculture però
ora cominciano a conoscersi, con la pubblicazione del Paterno su que-
sta di Catania : in seguito , io mi spero di potere occuparmi , ed a
lungo, di cjuesto artista valoroso e pur .sconosciuto, vissuto in Mes-
sina in un ambiente artistico per nulla noto. Solo ricordo che il mo-
(i) F. Paternò-Castello, duca di Carcaci, nella sua anonima
e pregevole Descrizione di Catania (voi. 127 nota 173, Ca- 1, 190; II,
tania, 1847), riporta la seguente iscrizione, taciuta qui dal Paterno :
HOC OPVS ET SEPVLCRUM ILLVD ILLUSTRIS DONMI FKRDINANDI DE ACU-
NA PROREGIS SICILIE MANDAVIT FIERI EIVS CHARISSIMA VXOR DONNA
MARIA DE AVILA ANNO DOMINI MCCCCLXXXXV.
(2) Il Paterno mi scrive cortesemente che la firiua , esistente in
questo sepolcro, è :
OPUS ANTONI DE FRERI MESSENIS
(3) Questo in una nota nella Gazzetta di Messina e
io additai
delle Calabrie del 20-21 Giugno 1905 l'Anno 43" N. 170) titolata: Ri-
vendicazione di una statua al Gagini.
-^ 142 --
tìumetlto de Aciina non ha solamente riscontro con quello eretto ad
Antonio Griniaiii nella chiesa dei Carmelitani di Marsala, ma è preci-
samente uguale a quello di Angelo Balsamo, barone di S. Basilio,
il quale fu sepolto nel 1507 in S. Francesco d'Assisi in Messina (n. In
questo monumento tutto corrisponde: motivi architettonici, disposizione
delle figure, decorazioni, tratteggio della stfitua, concetto generale ispi-
rato anche alla Cappella del Cristo Risorto, che è nel Duomo di Mes-
sina, ed attribuito a Giacomo del Duca Ma ! , il Paterno non conosce
questi monumenti o almeno non li accenna : invece la sua indagine
potrà far prevenire anche noi ad altre conclusioni assegnando al
Freri — oltre i monumenti di Catania rivendicatigli dal Paterno —
altri in Sicilia e nel suo paese nativo dove, e non poco, ebbe, a svol-
gersi la sua grande operosità.
Aggiungo ora Intanto una notizia che riuscirà di certo interesse e
che dà maggior luce sul monumento in parola.
li 1° dicembre 1494 in Catania , alla vigilia della sua morte , il
De Acuna, malato, voleva dettare le ultime volontà, ed invitava quel
notar Paolo di Consentino, intervenendo il dottore in legge Antonio
Gioeni , Giudice della Città, ed i testimoni Fra Pietro de Arena , il
magnifico Antonio Greci (?j uno dei Giudici della R. Curia , il Sac.
Jacobo de Falconibus , cappellano del Viceré, i magnifici Pietro di
Castro , maggiordomo , Consalvo de Torres , maestro di sala , Gio-
vanni Peres, consegretario del testatore , ed i nobili Francesco Ba-
munti, Pietro di Castro (2"; , Sebastiano de Vayas et aliis de domo
eiusdein illustris testatoris. Ammessi tutti costoro /;/ prcsentia vmlti
illnsiris et potoitis doininus douipuns ferdinandi de acuna^ regni pre-
fati Sicilie viceregis dignissiiììi, existentis infirmo in ìecto, il de Acuna
instituit ed ordinavi t, creavit et fecit illustre in et spoeta bilein dominam
(i) Questo pregevole monumento venne da recente ricostruito ,
come ragguaglio nell' Archivio Storico Messinese (Anno VI,
io diedi
fase. 1-2 pag, 157, Messina, 1907). In seguito ne pubblicò la ripro- ,
duzione con un cenno illustrativo S. Agati ne La Sicile Illustrèe, di
Palermo. (Année 2=^, Num. X-XI Octobre-Novembre 1905). Lo Agati
ritiene il monumento Balsamo ispirato su quello de Acuna, ma opera
della seconda metà del cinquecento.
(2) Questo nome è ripetuto due volte la prima volta preceduto ,
dal magnificHS e la seconda volta dal nohilis. Non credo si tratti di
errore.
~ 145 -^
cìommm don maria, eiiis per amahìlem et dilectam Consorteni, ems he-
rcdem universalem ,
con lacondizione che Ilaria di accordo con il ,
Rev. Rodorico de Stanella , coninìissario della SS. Crociata — iu rc-
viissiotte peccatorum illiislris ipsiiis testatoris — disponere, ero-
gare et expendere habeaui et debeant, de bonis
predictis hereditarijs,
ad voluntatem et beneptacituin ipsorum illustris keredis
et Rev. magnìfici.
L'indomani di quest'atto, de Acuna cessava
il di vivere e, dopo
circa sei mesi, la vedova si recava in Messina a far transuiitare il te-
stamento del marito, come a me risultada un atto qui rinvenuto. Il
i8 maggio 1495 infatti, la spectahilis domini Maria, uxor quondam 111.
don ferdinandi decimi esibiva al notaro D'Angelo in Messina
(sic)
quoddam testameiitum factum per dictum quondam III. don
ferdiiiandum,
cathanie conjectum anno domini iiicarnacionis
m. ecce. Ixxxxiiij, men-
sts decembris, primo die eiusdem mensis
xiij Ind. descriptum in carta ,
bonbicina, manu hon. notari pauli de consentino. Ed
il D' Angelo lo
trascriveva tra suoi Registri ad fnturam
i
huiits rei memoriam, et pre-
fati Illustris . . . cautelam (i).
Di questo testamento era ignorata l'esistenza, né a Catania esi-
ston più gli atti del notaro Consentino, di cui anzi giunge nuovo il
nome. Il testamento intanto ci conduce a delle ipotesi che avvalo-
rano maggiormente quella del Paternò-Castello, l'attribuzione cioè al
Freri della scultura del mausoleo. Anzitutto è da supporre
, oramai
che Maria de Avila affrontò la spesa del monumento pel marito con
le forti somme lui, ma che non ne eseguì regolarmente le
kgategli da
ultime volontà poiché lasciò supporre che del suo abbia provveduto
,
al monumento ed alla decorazione marmorea
del sepolcro di S. Agata,
mentre è assai probabile che le somme siano state invece quelle
che
il Viceré voleva erogate in remissione peccatorum.
Una indagine più accurata anzi come la promette — il Paterno —
nell'archivio Capitolare del Duomo di Catania potrà chiarirci se tutte
le donazioni Ji Maria de Avila a quel Capitolo ed a quella Cappella
di Catania provengono da lei o, come è più probabile, a mezzo di lei,
ma dalla eredità del marito. Fino adesso, il povero viceré era com-
parso come ricordato dalla pietà e daU'.ifletto della moglie solamente,
mentre dal testamento ora risulta che la moglie s' è fatta forse bella
dei denari altrui.
fi) Dai Registri di N."- Santoro D'Angelo, voi. 1494-99, fol. 82-S3.
Nell'Archivio Provinciale di Messinal.
- 144 -
In quanto alla venuta di Maria in Messina dopo sei mesi
certo ,
essa non venne solo per fare trascrivere da un notaio il testamento, (in
Catania non mancavano notai) ma certo per regolare degli affari, e
per la scelta d'uno scultore al quale affidare il mausoleo pel marito e
la decorazione per la cappella di S. Agata. Anzi è da aggiungere
che — come della iscrizione che abbiamo riportato — le dette opere
di scultura figurano eseguite durante lo stesso anno 1495, quando
cioè Maria era in Messina , dove aveva scelto il Freri ,
che firmava
poi la decorazione di S. Agata. Che la committente abbia preferito il
Freri al Gagini è chiaro, poiché il primo era un artista gicà maturo e
notissimo per molti lavori , mentre 1' altro — giovanissimo — non
avrebbe potuto dare alcuna garenzia in un' opera di tanta spesa e di
tanto interesse. È da concludere adunque che le induzioni storiche e
le osservazioni stilistiche son tutte favorevoli al Freri, come autore
anche del monumento ed io mi spero che un affettuoso scrittore
,
,
qual'è senza dubbio il duca Giovanni Paternò-Castello,
non si arre-
sterà a questo studio solamente, ma che ci presenterà altri lavori del
genere, in base a nuovi ed interessanti documenti.
Studi! su Michelangelo da Caravaggio
e su Antonello da Messina.
fra noi l'On. Ing. Adolfo Engel,
Nel marzo di quest'anno è stato
la Sicilia per raccogliere docu-
Senatore del Regno, il quale visitava
esistenti nell'Isola.
menti sui quadri di Michelangelo da Caravaggio
Museo ad ammirarvi quelle tele, dopo vide il magnifico
Egli si recò al
S. Giovanni Decollato, e quindi ripartì
per Treviglio dove si
quadro in
lombardo, auspice lo stesso Engel.
prepara il monumento al forte pittore
poche settimane nostro
In aprile è tornato anche fra noi, per ,
il
il quale ha visitato replicata-
illustre concittadino Prof. Ugo Fleres,
mente il Museo, constatandone la cresciuta importanza per gli oggetti
Con lui è stato anche fra noi il D.'' Lio-
artistici da pochi anni ritirativi.
nello Venturi figlio all'autorevole critico
d'arte Prof. Comm. Adolfo,
e questo giovane —
tanto maturo di studi e di osservazioni — è ve-
di occuparsi di Antonello da Messina dei suoi
nuto col proponimento
minutamente tutte le
predecessori e dei suoi seguaci. Egli ha visitato
Museo, osservando e studiando,
chiese, e s'è fermato vari giorni al
possiede ancora un patrimonio ar-
convinto sempre più che Messina
guerre, terremoti, i depredamenti
tistico non indifferente sebbene le i
,
molti oggetti pre-
e l' indifferenza nostra ci abbiano tolto o distrutto
- 145 -
ziosi. Lasciò Messina giretto a Palazzolo Acreide (pfov. di Siracusa)
per esaminare quel quadro dell'Annunziata che io provai, con docu-
menti, essere opera certa di Antonello (i) , e per studiare quello del
Museo Donnafugata a Ragusa Inferiore, dato dal Di Marzo ad Aiito-
nello stesso (2). Prometteva di tornar presto per visitar la IVovincia,
dove esistono dei veri tesori sconosciuti, ed io mi auguro che presto
egli possa dare con quella competenza che gli è propria un lavoro
completo su Antonello e la scuola pittorica messinese.
Una Esposizione d'Arte antica messinese.
A rendere più attraenti le prossime feste di Mezz' Agosto ed in
ricorrenza della venuta del Re fra noi , si è stabilita una Esposizione
d'Arte antica messinese, invitando anche la Provincia ad esporre gli
oggetti artistici colà conservati. In Messina si avrà il concorso del
Museo , della Cattedrale e di tutte le Chiese e monasteri , nonché
quello di numerosi privati che han già aderito alla nobile idea.
Ad ordinare detta IVIostra, è stato costituito un comitato, compo-
nenti il quale sono il Barone Giuseppe Arenaprimo. il Prof. Tommaso
Cannizzaro , il Prof. G. Chinigò, il marchese Francesco De Gregorio
Alliata . r Ing. Luigi Lombardo , il Prof. Placido Luca-Trombetta , il
Prof. Gaetano Oliva, il Prof. Cav. Luigi Queriau ed il Cav. Carlo Ruffo
della Floresta. Precidente del Comitato è il Sindaco della città. Comm.
Gaetano D'Arrigo; Segretario il Cav. Gaetano La Corte Cailler.
Il comitato ha già preso i relativi accordi sul materiale da riunire;
ha scelto come locale dell' Esposizione il nuovo plesso scolastico di
S. Teresa, magnifico per gli ambienti pieni di luce , ed ha già dira-
mato il seguente invito in tutta la Provincia :
'< Ilhistrissiino signore ,
« Volendo questo Municipio rendere più solenni e più attraenti
« ai visitatori le imminenti feste estive , che verranno inaugurate da
« quelle tradizionali di Mezz'Agosto, e nella fausta ricorrenza della
(ij II Venturi diede la riproduzione di questo quadro con un ,
cenno critico, ne L' Arte (Anno IX, fase. VI. Roma. 19061. Ed io pur
ne scrissi n&W Archivio Storico per la Sicilia Orientale (Anno IV, Ca-
tania, 1907;.
Con carta postale del 12 aprile, il Venturi da Paler.no mi scri-
(2Ì
veva che aveva visto la Madonna di Ragusa. Mi sembra piìi tarda —
mi annunziava —
piti veneziana delle opere d' Antonello. Ma atlencHamo
i suoi studi più maturi.
10
-
<< susseguente visita di S. M. il Re alla Città rtostfa nel prossimo
« autunno far sì che le onoranze riescano più decorose , abbiamo de-
« ciso di presentare al pubblico , in una mostra Storico- Artistica ,
« quanto di più bello e notevole offrono la Città e la Provincia no-
« stra in ogni ramo del vasto campo dell'Arte e in quello non meno
« interessante della Storia nostra antica e moderna. Ciò gioverà a ri-
« cordare a noi medesimi e agl'italiani, nonché agli stranieri, quanto
« questo paese — che fu in altri tempi l'avanguardia dell'Oriente —
« avesse saputo tenere alto il suo nome nella Storia e nell'Arte,
« Tacendo delle altre discipline, Messina, che vanta nella pittura una
« Scuola propria assai celebrata negli annali dell' Arte, ospitò con
« amore in ogni tempo insigni Maestri, le cui tele decorarono i suoi
« tempii e i suoi palazzi, formando di questa città un vasto e pre-
« zioso Museo.
« E ben vero che solo poche reliquie ci restano di tanti tesori ,
« disgraziatamente distrutti dalle guerre che desolarono questo paese,
« o sperperati dall'avara cupidigia dell'oro. Merita tuttavia quel che
« ci rimane una diligente conservazione , ed è perciò che vogliamo
« raccoglierlo e presentarlo in bella mostra ,
per contribuire al risve-
« glio del senso artistico italiano , specie nel nostro popolo il quale ,
« come i greci donde trae l'origine, lo possiede istintivamente. In-
« combe alla patria di Antonello , di Alibrandi e di .Scilla di conti
« nuare, non che di rammentare, la sua tradizione artistica.
« A questo scopo noi facciamo appello ai nostri concittadini ,
« agli abitanti della Provincia nostra e a quanti conservano preziosi
« ricordi artistici o storici del nostro paese, perchè voglian concorrere
« con patriottico amore al buon successo della mostra la quale, acciò
« riesca più svariata e interessante, si estenderà — • oltre la pittura —
« ad ogni ramo dell'Arte e della Storia in cui avrà qualche cosa da
« offrire. Tali sono, ad esempio, la scultura, 1' intaglio, 1' incisione, i
« mobili, l'argenteria, l'oreficeria, la ceramica, l'arte della stampa,
« l'arte musicale, le stoffe, gli arazzi, i merletti, e arredi sacri, auto-
« grafi e quanti altri ricordi e documenti importanti relativi alla Sto-
« ria nostra si potranno rinvenire.
« Chiunque ,
possedendo qualche oggetto nelle cennate sezioni,
« sarà disposto ad arricchirne la mostra , avrà sicura guarentigia di
« esatta custodia, conservazione e riconsegna.
« Nella ferina fiducia, Illustre Signore, che la S. V. voglia — con
« l'amor patrio che La distingue — coadiuvarci nella nobile opera ri-
-- 147 -
« spotidendo con gentile premura ed animo volenteroso al nostro
« invito, Le ne rendiamo, con anticipazione, grazie vivissime » i i).
IL SINDACO
Presidente del Comitato
CoMM. GAETANO D'ARRIGO.
Con questa Mostra adunque , la città nostra documenterà cne
ancora possiede avanzi di quegl'immensi tesori d' arte che attiraron
sempre l'attenzione dei più illustri scrittori, sino a darle un posto
onorevole nella storia dell'arte italiana.
Pel riordinamento del iVIusao.
In seguito ad energica relazione del Prof. Sniinas al iMinistcro
della P. I. intorno all' abbandono in cui è .stato lasciato dalle Ammi-
nistrazioni comunali il nostro Museo, l'or defunto Prefetto della
Pro-
vincia,Conte Guglielmo Capitelli, ebbe l'invito dal Ministro
della P. I.
di convocare una speciale Commissione per studiare
bisogni e pro- i
porre modi di una completa sistemazione delio Istituto. E la
i
Com-
missione è stata cosi composta Presidente Il : : Prefetto. — Cc»n/>j-
nenti: Il Sindaco di Messina, l'Assessore Comunale alla Pubblica Istru-
zione, il Direttore del Museo Nazionale di Palermo, il
Professore di
Archeologia della nostra Università, il R. Ispettore locale di
Antichità
e Belle Arti, il Prof. G. Chinigò, P Ing. Luigi Lombardo, il barone
G. Arenaprimo, il Prof. L. Queriau, l'avv. F. A. Cannizzaro, il Prof.
V. Sacca, — Segretario: Il Sig. Renato La Valle. — llSig. Giu-
seppe Gentile, archivista della Prefettura, è stato pur delegato
ad as-
sistere alle sedute.
La Commissione cosi composta il io gennaio 1907 iniziò
, ,
le
sue sedute (21, e ne tenne parecchie in seguito, durante le ciuali venne
Si pregano
(i) Signori Espositori di farci pervenire le loro ade-
i
sioni non più tardi del 15 luglio prossimo indirizzandole al Si-, ,
Cav. Gaetano La Corte-Cailler (Messina, Strada
Cardines N. 298) ,
Segretario del Comitato, ed indicare gli oggetti che
vorranno esporre,
per prendere gli accordi necessari al bisogno.
v2) Di questa seduta, diede largo resoconto la Gazzetta di Mes-
sina e dette Calabrie il 12 gennaio
1907 (anno 45» N. 12) - Tutti i
giornali cittadini poi sono mossi ad interessare
si il Comune pel no-
stro Museo.
- 148 —
marmi della Università, e di prov-
pfoposta di trasferire nel Museo i
comodo accesso, e personale suffi-
vedere a che l'Istituto abbia un
lo-
propri bisogni. Si è trattato anche di trasferire in altri
ciente ai
Museo, e si è attorno a degli studi: si è pur
cali più accessibili tutto il
stabilito di provvedere anche ad un Regolamento pei servigi generali.
È da augurarsi che tutte le proposte, ispirate al miglioramento
di un Istituto che decora la città vengano tenute in conside-
nostra,
razione dal Municipio, e che una buona volta si provveda al riordi-
namento del Museo.
Un' antica storia di Sicilia.
Leggiamo nel Oiornak di Sicilia del 24-25 giugno corrente (Anno
47. N. 174):
« Il signor William G. Balcarras di Londra si trova in possesso di
librario, cioè di una « Istoria di Sicilia » stam-
« un interessante cimelio
« pala a Venezia nel 1574.
« È uno splendido volume in 4.'^ bene stampato e in ottimo stato
« di conservazione,
certamente gradita agli studiosi delle cose
« Questa notizia riescirà
« nostre, e potrebbe anche interessare le biblioteche e i musei dell'Isola.
Onoranze al Prof. Salinas.
La città di Palermo , volle rendere dovuto omaggio all' illustre
Comm. Prof. Antonino Salinas, direttore tanto amoroso e compecente
di quel Museo Nazionale, ed il 22 maggio riunita la classe più —
eletta nel Museo predetto consegnava -
al dotto archeologo una bella
opera del Comm. Lanzirotti, sulla quale si legge :
medaglia di bronzo,
ANTONINO SALINAS
QUI REBUS SICULIS PERVESTIGANDIS
ET VETUSTI ET MEDII AEVI
AUT FACILE ADACQUENDAM
LAUDEM PRO MERITO S BI PEPERIT
AMICI, CONLEGAE, DISCIPULI
OB EXACTUM
QUADRAGESIMUM ANNUM
MAGISTERI EIUS
D. D. D.
PANHORMI MDCCCCV
Quindi veniva pure consegnato al Salinas un magnifico volume
più illustri archeo-
pubblicato in suo onore e nel quale collaborarono
i
- 149 -
losi e studiosi di storia d'Italia e dell'Estero. Questo volume, edito dal
Reber di Palermo , col lusso consueto
Casa Editrice di
reca quella ,
a titolo Miscellanea di Archeologia, Sioria e Filologia dedicala al Prof.
:
Anloniìio Salinas, nel XL
anniversario del suo insegnamento Accade-
demico. È diviso in due parti, con Appendice; consta di pag. XVI-
424 ed ha il ritratto del Salinas, 4 tavole fuori testo e 62 vignette.
Del volume daremo esteso ragguaglio nel prossimo numero.
- che trascorse la sua età giovanile in Mes-
Al Salinas intanto
sina per la quale nutre affetto vivissimo, e che è nostro degno Socio
Onorario — giungano le migliori congratulazioni e gli auguri più sinceri.
Una moneta antica di Messina.
Togliamo dal Giornale di Sicilia del 9-10 maggio corrente (Anno
XLVII, N. 1281.
« Il re ha ricevuto in udienza privata il prof. Antonino Salinas, di-
« rettore del museo nazionale di Palermo. Il re, che vivamente si in-
« teressa degli scavi e delle antichitcà siciliane, volle essere informato
« degli ultimi lavori e delle ultime scoperte.
« Ha dimostrato quanto vivo fosse il suo compiacimento perchè
« è rimasta in Italia una preziosissima moneta di oro dell'antica Mes-
« sana, una monetina che peserà un grammo e che apparteneva al conte
« Strozzi, venduta in questi giorni a Roma. Il compiacimento del re,
« non era suggerito solo dalla nobile passione del collezionista che
« vedeva rimanere nel suo paese un esemplare assai raro, ma era anche
« suscitato dal caldo sentimento di italianità, poiché la preziosa mone-
« tina era rimasta nel nostro paese contro tentativo di un
il milio-
« nario di portarla in America. Infatti il barone Pennisi di Acireale,
« possedendo una splendida raccolta di monete siciliane ha vinto in -,
« questa gara Pierpont Morgan. La piccola moneta di Messana, posta
« all'incanto, ha raggiunto subito la cifra di lire tremila. A questo punto
« i collezionisti l'hanno abbandonata e sono rimasti in campo il ba-
« rone Pennisi e Pierpont Morgan. II primo giorno l'incanto è stato
« sospe.so a 16 mila lire. Ripreso l'indomani, la moneta è stata aggiu-
« dicala al barone Pennisi per lire 22500.
Pei l^iile di IVIarsaia.
In ricorrenza del I centenario della nascita di Garibaldi il Cav.
,
Carlo Albanese ha pubblicato in Palermo, pei tipi del Virzì, un Nu-
mero Unico contenente lo Elenco dei valorosi che sbarcarono a Mar-
- 150 —
Sila l'ii maggio iS6o. Questo elenco è tolto da quello che fu pub-
blicato dalla Gazzetta Ufficiale del Regno (N. 266) del 12 Novembre
187S, ed in esso sono compresi i nostri concittadini Giovanni e Ni-
colò Bensaja fu Salvatore, Vincenzo Chiossone fu Paolo, Nicola De
Palma fu Raffaele da Milazzo e Giuseppe Rino di Antonio.
La pubblicazione si completa con alcune considerazioni storico-
critiche interessanti.
In memoria del Cardinale Guarino.
Il 5 nia;^gio di quest'anno ebbe luogo la traslazione delle ceneri
del Cardinale Giuseppe Guarino che dal Camposanto vennero
riposte
in arca marmorea rizzata nel Duomo e scolpita dallo Zappala. In
questa ricorrenza, Mons. Giuseppe Basile e Mons. Giovanni Trischitta
vollero raccogliere in un Numero Unico i ricordi del compianto pre-
lato, e li affidarono alle stampe per lo stabilimento d'Arti Grafiche
« La Sicilia ».
Il Numero Unico comprende i cenni biografici del Guarino, molti
ricordi ed aneddoti personali, lo arrivo del Cardinale in Messina ,
la
corredano
cronaca della traslazione della salma, ecc. e molte vignette
il bel volumetto, che in complesso riesce interessante.
G. La Corte-Caillep.
GIOSUÈ CARDUCCI
Non la comune parola di cordoglio. Egli vive immortale nella
poeta, di prosatore di critico, di storico, di
grande opera sua di ,
maestro. Vive e vivrà, possente palpito della grande anima
italiana.
di Storta
Sulla sua tomba s' inchina commossa la nostra Società
R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie
Patria ed invia alla
a venerato Presidente, l'espres-
di Romagna, che lungamente l'ebbe
sione pili viva del fraterno dolore.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Ministero della Marina. Monografia sierica dei Porli dell' anlichilà nel-
V Ila Ha insulare. Roma 1906.
A un primo volume illustrante, per conto del Ministero della Marina,
i porti dell'antichità nell'Italia peninsulare, e che fu pubblicato nel-
l'anno 1905, è seguito quest'altro che riguarda i porti delle isole ita-
liane nell'antichità e nell'evo medio. In essa si descrivono quelli della
Sicilia in una speciale monografia, che fa molto onore all'illustre pro-
fessore Gaetano ]\Iario Columba, cui, con felice pensiero, venne affidato
il poderoso lavoro.
Naturalmente richiama la maggiore attenzione dell'autore l'antica
Zancle, divenuta più tardi Messana, nella quale visse e prosperò I' u-
nica colonia marinara della Sicilia, e pel possesso del cui porto, vasto e
sicuro, e chiave militare dell' isola , s' impegnarono le più formidabili
battaglie navali fra Sicelioti ed Ateniesi, fra Siracusani e Cartaginesi,
fra Punici e Romani, fra gli stessi Romani di Sesto Pompeo e di Otta-
viano.
Nello studio della costa settentrionale della Sicilia, (in quella parte
che ora sta nella nostra Provincia) vengono partitamente illustrati Alesa,
Tindari, Alunzio, Apollonia, Erbita, Lipari, e sopratutto Milazzo, vera
piazza forte di Messina; e finalmente la strategica estensione di mare
che circonda il Capo Peloro, ossia la Sicilia frelense, in quel territorio
a forma di triangolo, che, comprendendo in esso il gruppo delle isole
Eolie, da Capo d'Orlando si distende fino a Capo Shysò , e che co-
stituisce il pernio della difesa di Messina.
Il lavoro del Prof. Columba merita la maggiore attenzione degli
studiosi della Storia Siciliana, e noi di Messina, che ne ricaviamo la
maggiore utilità, con la nostra ammirazione, g'iene tributiamo la no-
stra gratitudine.
G. 0.
La Manti.\ Giuseppe. Le Pandelle delle Gabelle Regie anliche e nuove
di Sicilia nel secolo XIV. Palermo, tip. A. Giannitrapani, 1906.
Poche pubblicazioni, come questa del D."" La Mantia, hanno il
pregio della scrupolosità dei testi pubblicati e della migliore illustra-
zione di essi, per la conoscenza delle fonti e per il corredo della non
comune erudizione storica e bibliografica, e per la massima cura postavi
— 152 -
dall'A. Di grande interesse riesce questo suo libro per sapere degli an-
tichi ordinamenti finanziari delle città siciliane, e degli introiti che lo
Stato ficea mercè le regie gabelle, le quali nel secolo XIV si distin-
guevano ancora in auliche, — quelle che rimontavano cioè ai primordi
della costituzione normanna o che avean subite riforme ai tempi di Fe-
derico II di Svevia, — e in nuove ,
— quelle imposte durante il re-
gno di Federico II d'Aragona per i bisogni di guerra e per altre cir-
costanze del regio erario. Il La Mantia, dopo una dotta introduzione sulla
origine di queste gabelle, sulle fonti storiche e bibliografiche, pubblica
1 testi delle Pandette di queste gabelle regie per le città di Palermo,
di Messina, di Trapani, di Girgenti, di Terranova, di Alcamo, di Len-
tiiii, di Siracusa, di Corleone, facendo seguire in fine i capitoli dell'of-
ficio del regio Secreto di Sicilia, approvati da Federico II nel 131 o.
Dalla serie di questi ordinamenti emerge vivissima ed in tutti i
suoi rapporti economici la vita siciliana dei primi quattro secoli della
monarchia, e ogni città appare distinta con le proprie costituzioni, le
quali differivano alle volte a seconda delle produzioni e delle industrie
che in esse vi fiorivano. Così da quell'insieme di diritti marittimi e di
dogane, di gabelle su generi di consumo e di produzione naturale o
industriale, può desumersi tutta l'attività economica delle singole città.
Di grande interesse è la illustrazione delle Pandette delle gabelle
messinesi, sulle quali TA. s'intrattiene con particolari e con osserva-
zioni critiche che conducono a risultati assai sicuri, per quanto importanti.
Il testo delle gabelle messinesi del sec. XIV si conserva in un
manoscritto, appartenente probabilmente all'ufficio delle Secrezie di que-
sta città, che fu ritrovato in Cagliari, nella biblioteca di Rossellò, e
dato poscia stampe da Quintino Sella nella Miscellanea di Sloria
alle
Ilaliana (Torino, 1870) con prefazione e note di P. Vaira. Or il La
INIantia offre alcune varianti notevoli e ben cinque paragrafi inedili dei
primi due capitoli di questa Pandetta di Messina, concernenti le do-
gane di mare e terra, come si trovan riportati nella riforma delle Pan-
dette palermitane. Ed inoltre, con indagini accuratissime riesce a pre-
cisare l'epoca del codice già edito dal Sella, i cui vari capitoli delle
tariffe e degli ordinamenti doganali furon ritenuti di epoche diverse,
cioè dei re Giacomo e Federico d'Aragona. L'A., basando le sue in-
duzioni su prove irrefutabili , stabilisce che la Pandetta di Messina do-
vette essere compilata dopo il 1305 e prima del 1312, nel quale anno
il testo di essa era già noto ai Palermitani, che chiedevano al re la
stessa riforma, di già fatta ai Messinesi.
— 153 —
Non è a dire della cura dell'A. nello illustrare questi antichi or-
dinamenti, dai quali si desume il grande progresso in Sicilia degli isti-
tuti commerciali, derivati in gran parte dal diritto romano. « Nei tem-
pi normanni e nei seguenti — egli scrive — erano in Sicilia i Consoli
di varie nazioni, cioè Genovesi, Pisani, Catalani ed altri, ed i Sici-
liani avevan pure nella prima metà del sec. XIV^ i Consoli dei Mer-
canti, dei panni e del mare, che si regolavano con i loro particolari
capitoli. I Messinesi tenevan propri Consoli in varie città dell' isola ».
Indi passa allo esame delle varie e speciali gabelle Messinesi, fra le
quali quella di /t.vcrio, ricordata sin dal 1286. per il trasporto degli a-
nimali attraverso lo Stretto, e quella della statei-a, così copiosa di ele-
menti per comprovare l'importanza del commercio di Messina in quei
tempi. Di non minore interesse sono i capitoli delle gabelle per le bec-
cherie qjì Casali di Messina , appartenenti al regio demanio mentre
i casali dipendeano dal Comune. La pandetta è scritta in volgare, ed
è forse, assicura l'A., il più antico documento ufficiale così scritto ed
anteriore ad altro del 1320, edito dal Prof. Cosentino.
Intorno alla Pandetta delle nuove gabelle, giudica il La Mantia, che
essa sia stata riformata dopo il 1355, e forse per la concessione fatta
l'anno seguente da Federico III in favore dei Messinesi, per la esecu-
zione delle gabelle del vino . potendosi stabilire la primitiva com-
pilazione di es.sa intorno al 1317-18. Notevole è fin d'allora la distin-
zione delle gabelle messinesi: di quelle imposte e destinate per il de-
manio da quelle civiche, i cui proventi costituivano gl'introiti dell'azien-
da municipale. Ed è a sapersi che col progresso dei tempi ,
pur ve-
nute meno alcune di coteste gabelle, o con la imposizione di altre, per
decreto dei Parlamenti , o del nostro Consiglio civico ,
per i fre-
quenti bisogni dello Stato o delle finanze cittadine , cotesto ordina-
mento fu lungamente rispettato fino al 167S, sino a quando cioè, rica-
duta Messina in potere degli spagnuoli, dopo la eroica sua rivoluzione,
venne abolito dal viceré conte di S. Stefano quel regime autonomo
ed indipendente, sorretto ancora dalle gloriose libertà comunali dei
secoli XII e XIII.
Noi di Messina restiamo vivamente grati al D."" Giuseppe La
Mantia di questa pubblicazione, dalla quale luminosamente rifulge la
sapienza amministrativa e l'applicazione opportuna delle leggi per cui
si distinsero i nostri antichi padri . che , anco per questo ebbero un
primato in tutta I' isola. Noi ci rallegriamo col dotto ed egregio fi-
gliuolo dell'illustre Vito La Mantia, il quale continuando così degna-
- 154 -
mente le tradizioni paterne, ha completato con questo suo lavoro ciò
che, con pari interesse , era stato argomento di accurate ricerche e
di sapienti investigazioni al Sella ed al comi)ianto Barone Starrabba.
Argii. Antonio Zanca. Lastra sepolcrale del secolo XII nella Catte-
drale di Messina, Stab. Tipogr. Virzì, Palermo. 1907.
Splendida davvero questa pubblicazione intesa ad illustrare la
lastra sepolcrale dell'Arcivescovo di Messina Riccardo Palmeri, morto
il 7 agosto 1195. Come è stato ricordato in questo stesso periodico
(Anno I, fas. 3-4) quel marmo già collocato nella chiesa di S. Nicolò
dell'Arcivescovado, antica cattedrale, e ridotta questa a magazzino
dopo i tremuoti del 1783, passò poscia ad adornare la villa del Sig. P.
Vitale, e pervenuto in fine allo scultore Belardinelli fu acquistato dallo
Arcivescovo Mons. D'Arrigo, che lo volle posto nel nostro maggior
tempio, vicino 1' altare del Crocefisso, poco discosto dal sepolcro di
Corrado Lancia.
L'A., dopo aver date le notizie più sicure intorno all'insigne prelato,
oriundo inglese, e che tanta influenza ebbe nella corte di Guglielmo
il Buono e nelle vicende di questa nostra città, passa a rilevare, con
speciale competenza, i caratteri artistici del monumento , dei tre bel-
lissimi medaglioni e più ancora della leggenda che contorna la lastra,
e tanto nelle figure che nelle lettere egli vi ha trovato lo stile ed il tec-
nicismo degli artisti bizantini , o almeno grecheggianti , tanto da
indurlo nella conclusione che questa lapide , di grande importanza ,
possa essere eseguita — benché in epoca intermedia tra la domina-
zione normanna e la sveva , cioè contemporanea alla morte di Ric-
cardo — da artefici nostrani , attaccati alle tradizioni bizantine . che
tanto influirono a dar carattere e lustro ai monumenti siciliani di
quel tempo. Seguono il testo quattro tavole illustrative della lapide,
nelle quali i bellissimi disegni a penna e ad inchiostro di China del-
l' A. sono stati finamente riprodotti dallo stabilimento eliografico
Brunner e C. di Como (n.
(i) Chi scrive ricorda la interessante monografia illustrativa di
questa lapide, che fu letta in seno Commissione Conservatrice dei
alla
Monumenti della Provincia dal R. Ispettore del tempo Not. Antonino
Picciotto, il giorno istesso in cui fu deliberata la muratura di essa
nella Cattedrale. I rilievi stilistici delle figure e dei caratteri notati
dal nostro egregio e compianto amico ben si accordano con quelli
dell'Architetto Zanca. N'e diede una estesa rassegna il nostro Prof. G-
Chinigò nel Nuovo Imparziale.
— 155 —
Enrico Brunelli. Un quadro di Antonello da Messina alla Pinacoteca
di Palermo, Roma, 1906. Estratto à^CA'Artc.
Togliendo argomento della quasi identità fra la mezza figura ad
olio rappresentante 1' Museo Nazio-
Annunziata ,
da recente offerta al
nale di Palermo, e dell'altra esistente nella R. Accademia di Venezia,
di cui anche noi abbiam fatto cenno in questa rivista (Anno VII , ,
pag. 230-32) il eh." Dott. Brunelli ha colto l'opportunità di svoltrere
in questa breve memoria alcune importanti sue osservazioni, le (piali,
comunque non portino a risultati concreti pure riescono utilissime ,
per la critica , ancora incipiente , della produzione antonelliana, alla
quale, da recente, han rivolto i loro studi non pochi storici ed artisti.
Ritiene 1' A. che , essendo stata riconosciuta oramai la tavola di
Venezia co. ne opera non degna del maestro , e certamente posteriore
alla sua morte , debba ritenersi quella firma : Antonellvs Mes.\nivs
PiNSiT, non come una semplice falsificazione, ma come attestazione che
il quadro deriva da un modello del vecchio Antonello; modello che il
Frizzoni ed il Paoletti credettero riconoscere in un quadro della gal-
leria di Monaco , ritraente pure l'Annunziata , con molta affinità di
particolari, ma con forme tecnicamente diverse.
Crede inoltre il Brunelli che il rigore geometrico, quasi in tronco
di piramide , con cui è disegnata 1' Annunziata, sia una delle mani-
festazioni dell' Antonello prima clie egli avesse subito le influenze della
scuola veneziana , riconoscendo gli stessi caratteri della tavola paler-
mitana anco nel trittico di Messina del 1473 e nel grandioso quadro
di Palazzolo Acreide , anch' esso recentemente illustrato dal giovane
e promettente critico d'arte sig. Lionello Venturi.
Su queste considerazioni conclude il Brunelli che la tavola del
Museo di Palermo , che nella tecnica richiama indiscutibilmente 1' ar-
tista messinese, abbia potuto esser da lui dipinta nel biennio 1474-75,
sino a quando cioè egli non avea ancor ricevuti gì' influssi della scuola
di Venezia, dove recavasi intorno a quel tempo.
Prof. Er.vsmo Scimemi. La teoria della visione e Maurolico. Discorso
inaugurale letto nella R. Università di Messina il > novembre igo6.
Tip. D'Angelo, 1907.
Tuttoché estranea agli studi nostri, ricordiamo con compiacimento
nuesta pubblicazione tendente a rivendicare allo insigne scenziato
messinese il primato della spiegazione razionale e matematica dell'uso
— 156 —
delle lenti, di cui ingiustamente se n'è dato il merito, dopo Bacone,
anche a Keplero, e che era stata di già esposta nel trattato sui Pho
lisini, la cui prima edizione apparve in Venezia nel 1575, anno della
morte del Maurolico. Degli studi sulle leggi della visione e della ap-
i:)licazione scientifica delli lenti avea questi accennato in una lettera al
viceré de Vega, dicendogli di essere applicato a discutere « le varie
qualità della vista e gli occhiali a ciascuno accomodati , argomento
non isvolto, sebbene a tutti noto per esperienza »,
Il chiaro Prof. Scimemi esamina accuratamente tutti i progressi
apportat'vi degli altri scenziati, e conclude che « giustamente il Mauro-
lieo avea detto, quasi precursore di Cartesio, che la verità su le leggi
della rifrazione e della rirliis visiva possa ricavarsi solamente dalla
dottrina fisica e matematica ».
Siamo lieti di questa nuova rivendicazione che torna ad onore
della fama scientifica del Maurolico, e che è prova della dottrina di
chi, con risultati così evidenti, l'ha posta in luce.
DoTT. Antonino Giunta. Questioni Maurolicianc. Licata, 1906.
In questo breve ma accuroto opuscolo 1' A. si è proposto di rile-
vare alcune questioni circa la compagine del Sicauicarwii Rerum
Coììipcndiuiìi del nostro Maurolico , specialmente su varie contradi-
zioni e ripetizioni esistenti fra il primo libro ed il rimanente della
opera (lib. II-VI).
Al primo libro , infatti , contenente la geografia della Sicilia e la
sua storia dai tempi favolosi alla nascita di Cristo , fanno seguito al-
cune notizie cronologiche sino al 1560. le quali poi si ripetono, assai
pili ampliate , negli altri libri, in cui il Maurolico ha scritto la storia
siciliana proprio dalla origine del cristianesimo ai suoi giorni. Ciò ha
fatto dubitare 1' A. se il Maurolico, scrivendo il Compendio, avesse
tenuto una attitudine storico-letteraria nei primi due libri ben diversa
di quella che usò nel comporre gli altri quattro successivi. Egli dopo
varie indagini e considerazioni , ha creduto determinare che l'opera
del nostro storico contasse solo cinque libri (II-YI) e che il primo di
essi fosse stato un compendio a parte ,
più primitivo ,
un breve trat-
tato della storia di Sicilia, il quale avrebbe soddisfatto soltanto coloro
che volexano conoscere in succinto le vicende civili dell'isola, e che
sarebbe stato inutile per i lettori più curiosi. « Pensò allora 1' autore
— scrive il Giunta -- di accingersi a ritrattare più diffusamente la stessa
materia, e fare una composizione destinata ad uso e consumo dei let-
- 157- --
tori pili esi.^enti, rappresentati forse dalle richieste del Senato di Mes-
sina. Ecco che il Maurolico, promettendo di sesiiire il tracciato del
precedente opuscolo, si da a raccogliere tutto quello che intorno alla
Sicilia poteva trarre dalle storie e dagli autori. Nacquero in tal modo
i libri II-VI. » Così spiega l'autore quelle ripetizioni, e molto proba-
bilmente avrà detto il vero. Noi ci attendiamo di lui lo studio delle
altre questioni : sulle fonti dei primi due libri del Couipcìidinui —
tralasciate a suo tempo dal Prof. Labate — se il Maurolico usò di-
rettamente le fonti greche e lo studio critico dei fatti e le credenze
dominanti nel Compendio, sulle quali quistioni il Dott Giunta porterà
il contributo dei suoi studi e delle sue accurate indagini.
NoT. Luigi Martino. Riordinamento dello Archivio Provinciale di
Stato e itìro degli Atti Notarili, Tip. D'Angelo, 1907.
In una breve prefazione 1' A. espone i precedenti dell'ammini-
strazione dell" Archivio, affidato ora alla sua direzione, e la missione
da lui compiuta circa I' ordinamento ed il ritiro degli atti notarili sino
al 1S40, già custoditi nell'antico locale in via Rovere alla dipendenza
del Consiglio Notarile Distrettuale , ammontanti a ben 35000 volumi.
In alcune note egli vi aggiunge altre indicazioni di persone beneme-
rite che tanto vi cooperarono a questa grande ed importantissima rac-
colta, e vi annette alcune notizie sul notariato in I\Iessina e sua pro-
vincia. Seguono le tabelle degli atti dei Notari Messinesi per ordine
alfabetico e per ordine cronologico : N. 1024 notai con un comples-
sivo di volumi 27104, dal 1400 al 1840. ai quali fan seguito quelli di
Lipari, (1563-1S34) voi. 2226, di Milazzo (1539-1S34) voi. 364, di Ca-
stroreale (1480-183S) voi. 2614, Scaletta (1567-1819) voi. 173, di Giam-
pilieri (1644-1S19) voi. 468, di Francavilla ( 1496-1S46) voi, 726, di S. Ste-
fano Briga (1638-18511 voi. 102 , di Limina 11611-1S20J voi. 452 , di
S. Lucia del ]Mela (1469-1S401 voi. 1442, di Tripi 11589-18481 voi 259,
di Graniti (1669-1847) voi. 23S , di Casalnuovo (1752 1815) voi. 126 ,
di Furnari (1680-1843) voi. 152.
Noi apprezziamo altamente questa monografia, che tanto utile si
rende anche per le ricerche storiche, per le quali l'egregio Sig. Martino
ha mostrato sempre la massima liberalità e cortesia verso coloro che
vi si recano a studiare i preziosi documenti contenuti in quei volumi.
Terminiamo questa rassegna col voto che al più presto la On Depu-
tazione Provinciale ed il Direttore dell'Archivio trovino il modo di
- 158 -
ordinarsi l'alti'a sezione importantissima, che giace aiìcora negletta ed
abbandonata: quella cioè riguardante i volumi e le filze dell'antica
Corte Stratigoziale e della Regia Udienza (sec . XIV - iSrg). Tra quei pro-
cessi civili e penali si ascondono elementi preziosi per diradare talune
pagine della storia nostra , o per confutare ciò che si è scritto da ta-
luni storiografi senza la conoscenza vera di uomini e cose. — Ed è
indeg.io della civiltà nostra il lasciarli ancora lì, chiusi in una stan-
zetta , in modo da scoraggiare nelle ricerche i pii!i volenterosi in que-
sto genere di studi. Lo zelo del Sig. Martino ci aftida che ben pre-
sto ei vi saprà provvedere.
Avv. Giuseppe Guttarolo. L' Archivio Notarile distrettuale di Mes-
sina, Messina, Tip. Guerrera, 1907.
Dopo una breve prefazione del Cav. Dott. Pietro Moscatello, no-
taio dì Palermo, l'A. da un cenno storico della origine e dallo sviluppo
dell'Archivio Notarile di Messina, contestando 1' afìermazione del
Gallo che vuole la fondazione di esso nel 1673, secondo il bando fatto
proclamare dal viceré Principe di Lignì , ed a suo tempo, edito già
dal Cav. Bufifardeci-Noce. L' A. fa rimontare la costituzione dell' Ar-
chivio intorno alla metà del sec. XV, e forse non va errato avendosi
prove della esistenza di esso e della via deW Archivio, quale si disse
quella dei Porci, oggi dell'Università, in epoca anteriore a quella
fissata dell'annalista messinese. Tratta in seguito delle vicende dell'ar-
chivio sino ai giorni nostri e della consegna fatta a quello Provinciale
di Stato degli atti anteriori al 1840, come pure della amministrazione
passata e presente, e delle proposte per il migliore funzionamento di
esso.
Completano il lavoro due interessanti elenchi dei Notai di cui si
conservano gli atti nell'archivio (volumi 4233Ì, e altro dei notai che
conservano minute di Notai defunti o cessati dall'esercizio, distinti
anche per ordine alfabetico e per residenza, e con la serie cronologica
degli atti. Anche di questa pubblicazione, che oflfre elementi utilissimi
per le ricerche storiche e che si rende così interessante ai privati, non
possiamo che congratularcene con l'egregio Autore..
Storia delP illustrissima Arciconfraternità di N. D. sotto il titolo della
Pietà degli Azzurri. Messina, Tipogr. Oliva, 1907.
L' amministrazione del Monte Grande della Pietà, presieduta da
queir egregio gentiluomo che è il Cav. Giuseppe De Florio La Rocca,
— 159 —
ha fatto certamente cosa degna di elogio nel provvedere a sUe spese
alla ristam|:)a della Storia della nobile confralernita defili Azzurri ,
scritta dal Cav. P'ilippo Porco , in ricorrenza del secondo centenario
della fondazione di essa, e già pubblicata nel 1741 per i tipi della R.
Officina da D. Michele Chiaramonte ed Amico.
L' intendimento di tener deste le memorie antiche di questo so-
dalizio è stato lodevole, massime che i pochi esemplari della edizione
primitiva devonsi considerare oggidì come vere rarità bibliografiche.
Però avremmo desiderato, che ,
pur facendosi a meno nella ristampa
di qualche dissertazione, priva d' interesse , che si sarebbe potuto ci-
tare soltanto o ridurre, fossero state aggiunte in nota, o in appendice
altre notizie sfuggite o rimaste ignote all' A. e che ne fosse stata fatta
la continuazione dal 1740 ai giorni nostri.
Evidentemente il libro or ristampato ha un certo interesse , te-
nendo sempre presente l'epoca in cui scrisse 1' A. Neil' archivio della
confraternita non vi sarebbero mancati documenti interessantissimi , i
quali , riprodotti per le stampe, avrebbero assai meglio lumeggiato,
con metodo moderno, la storia del sodalizio e la sua missione di ca-
rità e di beneficenza compiuta in tanti luttuosi avvenimenti, e attra-
verso alle varie condizioni morali ed economiche di questa città. Non
è a dire come questi materiali storici sarebbero riusciti di grande
utilità agli studi patri , e a sommo onore della confraternita stessa.
Vogliamo augurarci che la On.'" Amministrazione, cui stanno tanto a
cuore le nobili tradizioni del sodalizio che rappresenta , sappia tener
conto in una prossima congiuntura del nostro desiderio, che è condi-
viso da quanti .studiosi nutrono interesse di veder resi di ragion pub-
blica tutti quei documenti che sono le impronte vere e genuine della
vita a delle vicende del nostro passato.
G. Arenaprimo.
Brevi cenili sulla origine, scopo, vicende e stato attuale del Pio Stabi-
liinento Collereale in Messina. (Messina, 1906) di pag. 16.
Gli aderenti al IV Congresso Internazionale di Assistenza Pub-
blica e Privata, dietro i lavori del Congresso, passando per Messina
visitavano il Pio Stabilimento di Collereale , ed in ricordo di questa
loro visita, la Deputazione raccoglieva le notizie più importanti dello
Stabilimento e le consegnava alle stampe. Nella breve monografia è
ricordata la fondazione dello Istituto mercè la volontà di Giovanni Ca-
— 160 —
pece Munitolo ,
Principe di Collereale (1772-1827), dettata per testa-
mento del 7 liij^lio 1S25: l'Ospizio sorse nell' abolito convento di S.
Alberto all' uopo rifatto e più tardi ampliato anche per lasciti vistosi
di cospicue famiglie cittadine, tra i quali notevole quello del banchiere
Giovanni Walser in L. 255.000 (1833). Attualmente , a distrarre dal-
l'ozio i ricoverati , sono in quei locali delle calzolerie , dei telai per
tessuti di filo e di cotone e delle macchine per cucire e per la tes-
situra delle calze e delle maglie.
Lo Stabilimento è amministrato da due ecclesiastici, e da tre laici
scelti tra i più doviziosi e distinti cittadini.
D."" Gaetano Verdirame, — Le islitnzioui sociali e politiche di al-
cuni municipi della Sicilia Orientale nei secoli XVI, XVII e XVIII,
(Catania, 1906) di pag. 107.
La Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, che da pochi
anni è stata istituita in Catania con non pochi frutti per gli studi sto-
rici siciliani, ha pubblicato nel suo Archivio questo lavoro del Ver-
dirame, ricco di documenti e di ricerche lunghe e pazienti.
L'A. inizia il suo studio con uno sguardo generale al feudalismo,
importato in Sicilia dai Normanni ;
poi passa ad esaminare le istitu-
zioni sociali, la costituzione della proprietà fondiaria e la finanza : la
Parte II del lavoro comprende uno studio sulle istituzioni politiche.
Lo scritto poi è corredato di bibliografia, e di critica serena tanto da
rendersi interessante contributo alla storia generale dell'Isola nostra.
Enrico Mauceri, Sicilia ignota. Monumenti da Militello, Piazza Ar-
merina ed Aidone. (Estratto da U Arte di Adolfo Venturi, Anno
IX, fase. I. Roma , 1906) di pag. 18. — L'Arte in onore di S.
Agata in Catania (Estratto da /-' Arte di Adolfo Venturi, Anno
IX, fase. VI. Roma, 1906) di pag. io. — Taormina. Con 107
illustrazioni ed una tavola, da fotografie in gran parte inedite.
(Bergamo, Istit. Ital. d'Arti Grafiche, 1907) di pag. 118.
Visitando , a scopo di studio , molti comuni della Sicilia, il D.""
Enrico Mauceri, Ispettore del R. Museo Archeologico di Siracusa e
colto .studioso dell'arte nostra, ferma la sua attenzione su veri te-
sori, esistenti, completamente ignorati, in villaggi più o meno grandi
dell' interno dell' Isola nostra. Con una serie di riproduzioni fotogra-
fiche r A. poi rende noti tanti monumenti e tanti oggetti pregevoli
che riesce assai interessante conoscere.
-161 -
Sontuosamente ricco e con numerose figure è il {iortale deliri
chiesa di S. Maria la Yelere a Militello Val di Catania, comple-
tato nel 1506 a spese di Don Pietro Fagonvj e che f-eca mutilato il
nome dell'artista: Mastro: Antonino si . . . Nellrt Chiesa di S. Maria
la Nuova esiste il sarcofago di Rlasco Barresi ^ sigliofe del luogo,
opera della seconda metà del secolo XV e che, dato il Carattere della
scultura, non può esseie di Doni. Gagini come ritenne il Di Marzo.
Neil" ultmio altare a destra è una grandiosa maiolica in più pezzi
(m. 3. 20 X 2. 3s'j esprimente la Natività, lavoro di alta importanza
che il Mauceri attribuisce ad Andrea della Robbia. Notevole è pure
il busto di Pietro Speciale , scolpito forse da Francesco Laureana. ed
esistente nel parlatorio dell' antico monastero di S. Giovanni. Nella
sagrestia della diruta chiusa dei SS. Pietro e Paolo esiste una grande
tela quadrata 'm. 2.35» incollata su tavola, e rappresentante S. Pietro
benedicente con due angeli ai lati e vari quadretti attorno con episodi
della vita del Santo. Questo quadro, secondo il Mauceri, sembra pro-
prio della maniera del messinese Antonello De Saliba apocrifa: o mal
copiata è la data 1439 ^h^ dev'essere forse 1539.
A Piazza Armerina, sono di poco interesse gli aftreschi della
basilica del Priorato di S. Andrea , dal di Marzo descritti come opera
del palermitano Pietro Ruzzolone, mediocre pittore. Invece sono inte-
ressanti le opere architettoniche medioevali, e più di tutto il tesoro
della cattedrale, dove sono di valore considerevole la custodia della
Madonna di Piazza, straordinariamente ricca di smalti (sec. XVI), un
reliquiario del 1405 lavorato da Simone d'Aversa, un magnifico pi-
viale e varie croci e reliquiari antichi di squisito lavoro. Notevoli un
quadro del Ligozzi ed una Assunta di Filippo Paladino ; la Croce di-
pinta somiglia a quella di Termini, e può credersi di Pietro Ruzzolone.
Nella chiesa di S. Pietro finalmente è un interessante esemplare di
scultura in legno del secolo XVIII, cioè un grande ciborio ricco di
intagli ed adorno di numerose figure di santi squisitamente modellate.
In AiDONE, il Mauceri ricorda i ruderi del castello (Castellacelo)
e la chiesa di S. Maria La Cava, ammirevole per la sua abside ele-
gantissima che rammenta quella della chiesa madre di Castrogiovanni,
e per il suo bel campanile (sec, XIV). Neil' interno , ha una pila di
acqua santa. Notevole sono pure un fusto di acquasantiera nella
chiesa di S. Leone, il campanile della chiesa di S. Michele (sec. XIV),
il prospetto medioevale della Chiesa madre, e l'abside ed il portale
in quella di S. Antonio. Generalmente però, i monumenti di Militello,
Piazza Armerina ad Aidone sono in deplorevole abbandono.
— 162 -
Continuando poi ad occuparsi d'arte in Sicilia, il Mauceri s'in-
trattiene dei monumenti alzati in Catania in onore della protettrice
S. Agata, e dà belle riproduzioni di quelle opere architettoniche. Poi
esamina le argenterie di quel Duomo, tra le quali sono assai prege-
voli — oltre i vari reliquiari — il busto d'argento di S. Agata, lavoro
del senese Giovanni di Bartolo, come ora viene provato dal Mauceri,
il quale potè leggere esattamente la iscrizione a smalti che ricorse
sotto il busto medesimo. Di non minore pregio è il così detto scrigno,
cioè la magnifica cassa delle reliquie con rilievi e statuette, lavoro che
il di Marzo ritenne del secolo XIV^ ma che invece non può essere
che della fine del quattrocento: il coperchio anzi, attribuito all'argen-
tiere Paolo Guarna , reca la data 1579. Il Mauceri conclude che la
cass.i dovette essere lavorata da artisti catanesi o residenti in Catania,
e raffronta l'opera con le argenterie di Randazzo , massime con la
croce processionale esistente in quella chiesa di S. Nicolò, ed eseguita
da un artista siciliano^ Michele Gambino, e datata 1498.
A questo punto noi facciamo osservare che, l'autore della croce
di Randazzo, firmata: MICA ELI GANBINV INC. MCCCCLXXXXVIII
ME FECIT, era un messinese, come a noi risulta da documenti an-
cora non dati alla luce. Il Gambino era figlio ad un Giovanni, e sco-
laro nel 1467 presso l'orefice messinese Nicolò La Face. Così, se la
cassa di Catania è da attribuire al Gambino, è lavoro quindi di ar-
tista messinese.
Dell' attività e della competenza del Mauceri è ancor prova in-
tanto un terzo lavoro : Taormina , edito con quella cura e ricchezza
d'illustrazioni che son proprie dello Istituto Italiano di Arti Grafiche
di Bergamo. Questo benemerito Istituto, che ha da tempo iniziato una
collezione di monografie tendenti ad illustrare le città più artistiche
d'Italia, sotto la cura sapiente di Corrado Rìcci ha già pubblicato
vari volumi sotto il titolo: Italia artistica di, e fra essi questo in di-
scorso.
(i) Per la Sicilia, si hanno fino adesso, oltre questo di Taormina:
argenti (S. Rocco) — Da Segesta a Seliniinte (E. Mauceri) — Ca-
taìiia (F. De Roberto).
--163 —
Il MaiictTi dà in principio
uno sguardo alla storia generale di
Taormina, secondo i più recenti studi che
hanno sfatato tante leg-
gende; poi ne descrive le bellezze naturali
ed monumenti, dal grande i
teatro al palazzo Corvaja, alla Badia
vecchia, al Palazzo S. Stefano ecc.
Delle chiese, addita l'architettura, i quadri,
le statue, gl'intagli ecc.'
lavori tutti della scuola messinese la
quale è rappresentata colà da An-
tonino GiufJrè, de Antonello e da Saliba
ed molti altri pittori e scultori.
I dintorni di Taormina, formano degna cornice al quadro mera-
viglioso. Il castello Mola più in alto,
, in posto inespugnabile, e poi
alla marina il Capo Schisò sono ben descritti dal Mauceri, il quale
guida il viaggiatore anche al monastero dei SS. Pietro
e Paolo di
Agro e poi a Savoca ,
dove sono interessanti alcuni avanzi architet-
tonici f.io adesso sconosciuti. Tutto
il lavoro poi, come notammo, è
riccamente illustrato da numerose e nitide
fotoincisioni.
Congratulazioni intanto al Mauceri, che ha
curato illustrare de-
gnamente tante cose artistiche esistenti ancora in Sicilia, e che è uti-
lissimo conoscere anche a documento della civiltà dell'Isola nei secoli
passati.
// « Cicerone » per la Sia/m. Guida per la visita dei monumenti e
dei luoghi pittoreschi della Sicilia ecc. (Palermo, Alberto Reber,
1907) di pag. XIX — 375.
A cura della Associazione siciliana pel
Bene Economico, e per le
stampe del Reber di Palerm o, si è pubblicata
questa nuova Guida di
Siciliaricca di 3 Carte e 4 Piante fuori
testo, più di 3 Carte e 15
Piante e 75 illustrazioni intercalate
nel testo.
Il volume s'inizia con alcuni cenni geografici e statistici nella Si-
cilia ai segue una introduzione storico artistica
quali
(pag. 5-23) del
D.'- Enrico Mauceri, nella
quale .si dà la storia di Sicilia dai più antichi
tempi, con un quadro cronologico
delle varie dominazioni. In un
secondo capitolo, il Mauceri tratta della
Sicilia nell'Arte, e dall'epoca
greca, pei bizantini, aragonesi ecc. vien fino al secolo XVIII, ricor-
dando le statue, gli edifizi, i qp.adri più importanti rimastici. Égli ac-
cenna ad alcuni artisti siciliani ma, data la necessaria brevità, 1'
A. è
costretto a tralasciar nomi di pittori non disprezzabili, come Pietro
da Messina, Salvo D'Antonio,
Girolamo Alibrandi, Alfonso Franco,
Cesare da Sesto, Deodato Guinaccia,
Antonello Riccio, Alfonso Ro-'
driquez. Agostino Scilla, Antonio Barbalonga, i due Catalano, Miche-
— lli-t —
Mcnni.i, Giovanni Van Houbracken e
,„„.elo da Caravaggio, Mario
tanti e tanti altri (i). ,. . .
,.n.,a
, ..ingrano, dovuto a S. Aga.i, e questo
Co,„i„cia c„.i„d;
-In-^
4- e finisce con Messina ,pag. 3-344
con Palermo (pag. .5..
sebbene ,n forn.a sovente troppo
siciliane
strando tutte le Provincie
,
cbe
vastità dell' ar»on,ento. Per Messina, osservante
concisa data la
A. non ebbe certamente sotfoccbio
una recente G.a.a e qu -d
W
La villetta --«;' <;- « ^
Un,go la
qnalcbe n,enda è da rilevare. ^^^
Giardim GantaU, (pag. 3.3). ' "^'=""
chiama Villa Manzini e non
(pag. 3r4> ma fu ,n,.,ato ne
XVII
del SS Salvatcre non è del secolo
la iW« Kocca
Cuclfonia non sorge « nel
,5,6 ed an.pliato nel .6.4;
nta sulle mura
, ,1 di un castello
medievale ora in rovina . (pag. 3.5'
ed ora .n gran ,««
della Città erette per
volontà di Carlo V nel ,537
Guelfonia che e med.ovale,
none
invece la vicina Rocca
:
abbattute :
in rovina, tanto che
è adattata a carcere.
dall'A. nottante che nel
Tra monumenti di Messina, n.enzionatì
,
fu eretta nel 600 (pag. 3.5-3l6-3>7), «» d"™"'^ '
Duomo la cupola non
"e .per-
alla Chiesa dal terremoto del '«S,
restauri ai danni arrecati
come vo le ,1 D, M..r o
(pag. 3.71
gamo può essere di Battista Mazzola, -«o. " -
"
memorie d, questo artista non oltrepassano "
poiché le
e P-^'-"™- .^
™
Calvino (colà effig,ato, mori nel ,564
' '
d'aver vinto e condanno la ^^,
Riforma che
il Concilio di Trento ritenne
questo pergamo simboleggia già abbattuta.
al
certamente la data ,783 assegnata r,
Errore tipografico è poi
dal Patte-
di S. Francesco, dip.n.a
facimento della volta nell'Oratorio ,2tl
Cara/a (pag.
.tome dell'Arcivescovo
bianco (pag. 320, e così il
nonché il nome di Violante G^.^, (pag.
're va coretto in C„™/,t ,
in />»«--,. Osserviamo inoltre che ">«"--
3„ da correggere L An
di Cantuaria non è d, G.ovan Salvo
quadro di S. Tommaso
al Mauceri non è
„) Assai probabilmente O
pubblicata anontma '^-^^^^ì^^l^tZl
d" Cnns. G™s»o
,'opera, oramai molto rara,
dove
scriuo in quel modo, e va pur corretto a pag. 320-32.,
""'"^ ^£::nl,.l.n,i. G,„* . r„,„ ,.l 3f,„nc,pio
(Messina, ,90.).
- 165 —
tonio (pag. 325) come s'era prima ritenuto, ma fu dipinto nel 1506 da
Giovannello d'Italia, messinese, per il prezzo di Onze 5 iL. 63.75).
Il volume finalmentesi completa con un Saggio di bibliografia
siciiiatm, che comprende principalmente la letteratura
storica e arti-
stico - archeologica, omettendo le fonti classiche , le opere di carat-
tere generale e quelle troppo antiquate.
Un indice alfabetico dei nomi
e dei luoghi chiude volume, che
il in complesso è da raccomandare
a quanti amano visitare i monumenti della nostra gloriosa Sicilia.
Sac. Carmelo Morici Noiy^ie - storico religiose su CasteIbtcono
(New-York, 1907) di pag. 53.
In occasione del battesimo della bandiera
della Società di M. S
Nebrodese in Neu-York, la Società stessa volle pubblicate alcuneNo-
tizie storiche su Castelbuono, che il suo Presidente. D.-' Gius. Minà-Sca-
fidi, richiedeva al Sac. Morici archivario e mastro notaro della
,
par-
rocchia di quella terra stessa
Sebbene, come l'A. mi scrive, il lavoro possa ripresentarsi più
tardi rifatto e più completo pur è da
, notare che è condotto con
amore e assiduità di ricerche, e che mette in
rilievo anche un paese
dove, coi ricordi storici sono notevoli anche
,
opere d'arte. Castel-
le
buono è legato a Messina per la dimora del Maurolico che ivi scrisse
non poche opere, agevolato dai conti Ventimiglia marchesi di Ceraci ,
e feudatari del luogo. Esso fece parte della diocesi di Messina per
ben cinque secoli fino al 1816, e colà lasciarono opere di rilievo, fra
gli altri, Giacomo
Serpotta, Antonello Gagini, frate Umile di
Pet'ralia
ed Antonello de Saliba al quale ultimo va
attribuito il grande dipinto a
più scompartimenti esistenti sull'altare
maggiore della yl/art'r/V^ z/^rr/»a.
Altre pitture e sculture esistono a Castelbuono
, fornite quasi sempre
dai Ventimiglia. quali si volgevano a
i
Messina, dove gli artisti non
facevano difetto. La tela della Madonna degli Angeli all'altare mag
giore della chiesa già dei Cappuccini,, fu
dipinta nel i6or da Antonio
Catalano detto l'antico.
Sulla dimora del Maurolico - che
fu abate di quel monastero di
S. Maria del Parto - il non accenna che appena, sebbene
Morici
qualche ricordo si sia conservato colà (i). L'A. invece, e con ragio-
(I) Così annunziava una lettera
di A. Mina La Grua diretta da
Castelbuono il 26 giugno 1S57 a Gius.
Grosso-Cacopardo in Messina,
e che venne da me pubblicata
in poche esemplari per le Nozze Mar' --
Capri (Messina, Tip. dei Tribunale,
1902). Il Morici però or mi assicura
che nulla ricorda colà il IMaurolico.
— 166 —
di quelle delle chiese
ne, tratta della storia del luogo e, principalmente,
nonché degli Istituti di beneficenza.
e conventi distrutti ed esistenti ,
e di molto, servendosi dei do-
Lo scritto può realmente ampliarsi,
restano, ed è da augurarsi che il Sac. Morici,
cumenti che ancor ci
che tanto affetto ha pel suo paese, voglia dire col
tempo un lavoro
dattagliato e completo.
A. Finocciiiaro-Sartorio — La dote di paraggio nel Diritto Siculo.
(Estratto della « Rivista Italiana per le scienze giuridiche. Voi. XLI,
fas. 2-3. — Torino, 1906) di pag^. T04.
U D--. Andrea Finocchiaro tratta un argomento assai importante
diritto ad una
cioè la dote di paraogio, mercè la quale la donna avea
passa in rassegna ed
dote se esclusa della successione feudale. L'A.
poi tratta
esamina con cura e dottrina le varie Costituzioni siciliane,
chiarendo però che non è pos-
della natura giuridica della dote stessa,
sibile determinazione giuridica precisa di essa.
una
della dote di paraggio, in origine, era feudale,
perchè na-
La causa
doveva pronunciarsi in
sceva da una legge feudale la Magna Curia però
:
dei Parlamenti Siciliani.
merito; Carlo II estinse queste doti dietro voti
è coscensioso e
Lo del Finocchiaro, utilissimo e dotto
studio , ,
si rende anche di altaimportanza perchè agevola di molto, nelle sue
de-
condizioni, la giurisprudenza moderna che sovente è chiamata a
cidere su quistioni del genere.
G. La Corte Cailler.
feste in onore di S. Francesco
Giuseppe Vadalà-Celona. Le solenni
IV Centenario della sua morte.
da Paola celebrate in Messina nel
Messina, 1907.
In quasi tutte le città d'Italia, e
specialmente nella parte meridio-
Sicilia, la quarta commemorazione
nale del Continente e nell'isola di
dei Minimi ricorrente in
centenaria del Santo fondatore dell'Ordine ,
festeggiamenti e Mes-
quest'anno, è stata celebrata con istraordinari ;
sina, dove l'umile e glorioso Francesco da Paola visse qualche tempo,
novera fra più segnalati
operando alcuni prodigi che la leggenda
i
Convento, non potea lasciare inos-
della vita di lui, e dove fondò un
commoventi furono quindi
servato un tale avvenimento. Splendidi e
e di essi il Vadalà-
i festeggiamenti che, per parecchi giorni vi si fecero;
intendimento, lascia un ricordo nella
Celona, con pietoso e patriottico
pubblicazione di questa pregevole Monografia.
Gliene manifestiamo il
nostro compiacimento.
G. 0.
LA SICILIA
M ESSANA REGGIO LOCRI ^ELLE DUE SPEDIZIONI ATENIESI
SOMMARIO
1. Prevalenza dorica in Sicilia contraslata da(jli Ateniesi. Uno sguardo
Sitile fonti. — 2. L'oelncraxia ateniese verso la Sicilia. — H. Attorno
al porthinos nel triennio 427-425. — 4. / Messanii all' assedio di
Xasso La pace di Gela del 424. — ó. Messana Reggio Locri nella
e
grande spedix^ione ateniese. — G. Le conseguenze. Il porthmos e Mes-
sana Reggio Locri.
I.
La lotta che per il lasso di un ventennio (•183/2-413 a. C.)
sostengono in S i e i 1 i a i Siracusani contro gli Ate-
niesi è essenzialmente iniziata dalle repubbliche ionio-cal-
cidiche ,
alleate con Atene ,
che alla maggiore isola del Me-
diterraneo pur volgeva i suoi sguardi ansiosi. Tuttavia queste
finiscono per ritirarsi affatto dal certame, lasciando all'ambizione
degli Ateniesi la continuazione della guerra e le sue fatali
conseguenze. Rotto l'equilibrio tra i Sicelioti , i Calcidesi sen-
tono incalzante il bisogno di reprimere la sempre crescente
potenza dorica nell'isola di Sicilia. Intanto che si combatte la
guerra del Peloponneso ,
con non meno rancore si affilano le
armi dalle due parti e ne avviene un vero e proprio Zty.e/uy.òg
7ióhi.ioz (1), che ha, fin dal principio, come sua base d'(jpera-
ziouc il TcogOf-ióg e le città ivi adiacenti e limitrofe. L'odio che
i Locri Epizephyrioi alimentavano a danno dei vicini Reg-
gini si estende agli Ateniesi, tanto più perche alleati di Reggio,
e va esplicandosi negli immani sforzi che essi fanno per allon-
[l) Thuc. vii 85, 4.
— 168 —
tanare flotta ed esercito straniero dal noQÙaog di Sicilia. I
Locri anzi, sempre amici dei Siracusani, miravano a vincere
battaglia navale gli Ateniesi allo scopo evidente di assog-
in
gettarsi l'odiata Keggio e migliorare la propria posizione poli-
qual cosa, in altre parole, equivarrebbe poi Locri al conse-
tica ; la
guimento della prostasia sulF estremo lembo della Magna Grecia.
Per impedire l'avanzarsi degli Ateniesi nel territorio siciliano era
una necessità l'ostacolare ad essi l'entrata dal settentrione. In-
fatti (1), 'essendo vicini il promontorio di Reggio in Italia
e Messa n a in Sicilia, agli Ateniesi non sarebbe (stato) pos-
sibile aucorarvisi e impadronirsi dello s t r e t to . È questo il
mare tra Reggio e M essana, ed in esso brevissima è la
distanza della Sicilia dal continente '. — Ciò prova che, anche
secondo le cognizioni strategiche del V secolo, la ditesa della
Sicilia, specie di M e s s a n a ,
doveva imprescindibilmente
effettuarsi dalle coste meridionali d'Italia, tra Locri e Reggio (2).
Ove Messaua , e e n t r della g u e r r a ,
e i suoi din-
maggiori difficoltà di conquista
torni fossero per prima presi, le
erano già eliminate.
Neil' elemento dorico e calcidico stanziato lungo
le coste orientali della Sicilia son tali tendenze politiche e vivi
una stessa città si asse-
contrasti di razza e di partito, che in
Dori ora ai Calcidesi primato piìi spesso ai
gnava ora ai il ,
primi che ai secondi. Ciascuna fazione s' interessa non tanto
alla prevalenza della propria stirpe, quanto alla tutela e all'am-
pliamento dei propri confini, o contro Atene, invocata in
aiuto dalle città calcidiche, o contro Siracusa, che
queste mi-
fi) Thuc. IIII 24, 4-5.
(2) Cf. G. M. CoLUMBA, Il mare e le relazioni marìitiine tra la Grecia
^ la Sicilia nell'antichità {
'
Arch. stor. Sic. '
N. S. a. XIV [1889] p. 340;.
rava a sottomettersi (1). Da Gela a Locri la looalizJiazlone del
duo elementi e dei due partiti nel territorio delle varie città era,
per co^l diro, snltiiariamente, alternamento disposta per un tratto
della Sicilia meridionale (SE) , lo rive orientali dell' isola e
l'estremo lembo del continente italico. Oltre Mylai, Himera e il
gruppo Liparitano, che prendono parte pei Dori di Siraciisa, vi
sono i Siculi a questa sog-^etti, che passano poi agli Ateniesi,
per tornare infine quasi tutti all' antica padrona. È una corii-
spettiva difesa e offesa tra una cittcà e 1' altra (Siracusa e Ca-
marina, Siracusa e Leontini, Messana e Xasso, Locri e Reggio), tra
questo e quel partito (due fazioni in Leontini, duo in Camarina ,
in Catana, Messana, Reggio), formatisi anche in seno a ciascuna
citttà (2), con fasi e cambiamenti che non ò sempre possibile
ricostruire sulla base della tradizione letteraria, perchè inciden-
talmente accennate.
(1) Plut., Alcih. 17, 1 :... xa: -A- Xsy'^lisva; ^or,f)s{a; xaì -'Jiiiia/ia;
i-sjiTtov |y.a3-ox£ xoXz, à 5 '. x o 'j |ji é v o '. ? Otzò Z'jpaxouauov x-X. CF. . por
Siracusa e lo suo mire sulla Sicilia, Thuc. VI G. 2; 11, 2. Ma ancora ia
modo più jiianifosto la diplomazia atoniosc, rappresentata in Camarina dal-
l'oratore Eufomo (a. 41.ó), rilevava il timore a lei incasso dal jìossi-
bile incremento siracusano : i Xsyoiisv, sg SopaxoaL'oo; 5 é o g Tiiuc. VI S.j. .S;
cf. 83, 4. E, per continuare con Tucidide, àp/j^j yàp i cp i e v x a i (cf. più oltre)
ù;awv (Kafiap'.vatojv), xal iSo'jXovia'. èrd xw fjiSTspw S'jairjaavTsj 'J|jià; 'j/róiiiw,
y.% y/ xal xa-c' èpr^Jitav , àT^paxxcov y^ijiwv ('Atìr^vaicov) àT^sXGovxcov , aOxoi
a p 5 a '. xy;; I : x £ À •
a ; (VI 85, 3 ;
cf. SG, 1 ; MI 15, 2). Oltre a ciò devesi
rilevare che a Siracusa non sarebbe riuscita difficile F impresa di assog-
gettarsi la Sicilia intera, se consideriamo clie il suo forte naviglio parago-
navasi ai maggiori del V secolo , di Corcira cioè e di Cartagine. Solo gli
Etruschi, i Cartaginesi e gli Ateniesi potevano impedire l'ascendenza sem-
pre minacciosa della potente metropoli del S-E di Sicilia. Vd. per altro la
pregevole memoria del Columba, Il mare p. 310.
(2) Thuc. VI 17, 2.
- 170 -
posiziono geografica^ marittima o l'interna, confi-
La la il
nare con ritta di questa o quella fazione ,
le ragioni storiche
e la tradizione, ovvero gl'interessi presenti, potevano influire ad
uno anziché ad altro esito decisivo per la sorte dei due ele-
menti ellenici. M e s s a n a e singolarmente Locri custo-
divano con gelosia le mosse Reggio, che pure aveva con
di
sé Nasse, (Catana), (Morgantina), C a m a r n a (1), L e o n - i
tini. Quest'ultima poi ò la più attiva tra le colonie calci-
desi, perchè, a cagione dell' importanza sempre crescente della
vicina Siracusa alleata pure con Gela, non è in grado di desi-
stere dalla lotta civile che la travaglia. E come Corcira inco-
raggiava gli Ateniesi a colonizzare la Siritide ,
stante la vici-
nanza di essa con la loro colonia Turii e il propizio accesso
marittimo da Corcira, loro alleata, alle coste orientali della bassa
Magna Grecia parimenti i Leontini, limitrofi ai Siracusani,
(2) ;
la quale, benché dorica, fino al 41.5
(1) Per questa colonia siracusana,
parteggia in favore dei Calcidesi, non ostante la pace di Gela (42-4), a causa
Morgantina ad essa contesa dai Siracusani v. la niem.
della questione di ,
di V. Casagrandi, Camarilla e Morgantina al congresso dei Sicelioii a
Gela (
'
Ardi. stor. p. la Sicilia orientale '
Il [Catania 1905] p. 5 ss. e
specialmente J3j, dove col sussidio delle fonti numismatiche si vuol
p.
dimostrare che Camarina s'impadronì di Morgantina tra il 433-427 ,
tanto
più che '
il rovescio del conio morgautino jìorta un leone, emblema tutto
I^Iorgantina e di
proprio di Leontini, che alluderebbe alla partecipazione di
Camarina alla lega calcidica, presieduta e diretta appunto da Leontini '. A
tal proposito osserva bene il Colu.mba, Conirihuti alla storia deW elemento
calcidica d'Occidente. Archeologia di Leontini (Palermo 1891) p. 25 estr.:
appare a questo tempo come la capitale dello città calcidiche
'
Leontini ci
di Sicilia, ed è probabile ch'esse vivessero allora in una specie di confede-
razione, diretta da questa città, che conchiudeva perciò i trattati in nome
'.
della federazione
(2) HoLM, Stor. d. Sioiiia II (trad. G. Kirnkr, Torino 1901} p. 7
A. ;
cf. Strab. vi 1 13 C. 263 e per maggiori ragguagli, la classica opera
, , ,
di H. Droysen Athen und d. ,
Westen (Berlin 1S82).
- 171 —
fanno rilevare l' importan/.a della loro posizione noi rispetti
commerciali tra l'Eliade e la Sicilia.
Considerata la temuta preponderanza di Siracusa nella
seconda metà del V secolo, ò evidente che l'elemento calcidico
dovesse reclamare soccorsi dalla metropoli attica se puro
, la
ivyyévEta poteva almeno riguardarsi come un pretesto per Tin-
tcrvento ateniese nelle vicende dei Sicelioti. In proposito il
vero giudizio che si possa dare sulla grande guerra siciliana
nel V sec. ò quello di Tucidide (1) : roooiòe yàg èyAxEQoi im
Z ly.Ekiav TE y.al tieql IiHEÀiag roTg /uh ^vyxTìjoójuevoi
ri]v yo)Qav èlOóvxEg , xótg oh ^vvòiaacóoorreg Im ZvQnxovoag
,
e7ioXÉ^ii]oav, ov y.axà ò i x ìj v n imllov ovòe xaxà ^vyyé-
V E lav fiEx' à)JJ]hov oxdvxeg, all' cóg lydnxotg xTjg ^ vv x v yi a g
ì] y.uxà xò iv a (p E Qov T] àvdyyì] eoiev. Ma forse la tradi-
zione, a bella posta intessuta, giustificava l'intervento
di Atene
nelle vicende di Sicilia e la faceva ritenere quale metropoli di
tutto l'elemento ionico in Occidente anche per la circostanza,
a quel tempo messa in rilievo, che Thukles, il condottiero della
prima colonia calcidica in Sicilia (Nasse, nel 735), era ritenuto
di origino ateniese (2). Il Pais ha luminosamente dimostrato
come Atene, meno potente , al VI secolo , di Argo Sparta e
,
Corinto ,
cercava avvalorare le sue pretese di conquista, pog-
(1) VII 57, 1. Più esplicitamente nel 413 Gilippo sul conto delle mire
ateniesi diceva ai Siracusani, Tiiuc. VII 68, 2 (cfr. Yl 80, 3... 'I o) v w v
a £ t: À e [a ( 0) v y.xé. dà é
) : ój; ^ ft p o l y.aì à x 9 i a t o '. , ht^xzz, laxe ,
01 y' -7)v Tf,|i£X£pav tjÀOov
è.-C: 5 o u à o) 3 ó (ì s v o •. , sv w , sì xaKÓpecoaay,
àvdpaai laèv àv xà ttXy.axa TtpoàsOsaav, Traisi Ss xal yjva'.gì xà àTipsTisaxaxa,
"oXs: 8è x^ TiaaTj xy^v ab^t^xr^v éTiixXrjO'.v.
r2i CoLUMHA, 0. e. p. 10 est!-. Imitortante in proposito Epuok. fr. 52
M. FHG. I p. 240 =: Stkab. VI 2 , 2 C. 207 cf. Tauc. VI 3
;
, J e
nota SO''.
- 172 —
giandosi sulla tradizione storica. E siccome nel 506 Calcide
fu sottomessa ad Atene, all'origine calcidica di Nasso siceliota
volle adattare un nuovo particolare che cioè il suo oichista
si ,
fosse stato un ateniese.
tradizione potò sorgere ' probabilmente verso quei
Tale
di Torio,
tempi in cui Atene, presa l'iniziativa della fondazione
possesso della Sicilia in cui strinse alleanza con le
mirava al
città calcidiche di Nasse, di Lcontini e di Keggio
'
(1). Ma di
fronte a siffatte pretose accampate dagli Ateniesi stava il fatto
Siracusa mentre era la capitale morale e
irrefragabile che ,
stava per diventarne realmente conquistatrice*
civile dell'isola,
Gicà, fin da quando in Gela si vide la fortunata ascensione
Gelone (491-478) assisero in Sira-
dei Dinomenidi, che con
si
cusa, dopoché in prossimità fu conquistata
Megara ,
il pericolo
versavano Leontini, immediatamente limitrofi, di essere
in cui i
soggetti alla forte metropoli dorica ed
da un giorno all'altro ,
calcidiche, di passare pur
il timore che avevano le altre città
esse sotto il dominio siracusano, non potevano lasciare nell'iner-
zia l'elemento calcidico della Sicilia orientale.
Non era ormai
Siracusa la maggiore città dell' isola ,
e le colonie doriche di
Sicilia non erano forse in maggior numero a favore di essa e più
È per ciò che dair a. 480 i Dori
potenti delle calcidiche ? (2)
E. Pais, Storia d. Sicilia ed. M. 6Veci« I (Torino-Palermo 1804)
(lì
p. 169 ; cfr. G. De Sanctls, Storia, dei Uomani U (Torino 1007) p. IH3.
specialmente Ekoro [Scysin.] 272-5 <ètr,v.\i'j'jz s-óÀov 1
Sul riguardo v. : . . .
Tiapi X a X /. '. ò £ w V Xa^óv-o; •
y,v 5' rjyzr.ii -(ivt'. \
iv. 'wv 'A b r, v w V
xal o'jv^Xtìov, tb; Xóyo;, ì "I w v s ; y.-i.
{>) Thuc. I 12, 4: 'I-aÀ'a; lì -/.al l'.y.sÀia; -ó ti X £ ì a t o v n£Xo-
v.tI.; 5cA. in Aristoph. Equ. 1001: fi òè ^opay.ooaicov tióX-.;
T-.ovvTi^'.o'.
71 a. [x T. X ó a •.
q. Sull'importanza di Siracusa e pei rapporti di ossa con
nel Y sec. vd. la dotta sintesi di E. Pais Stor. dt
la penisola Italica ,
Boma I 1 (Torino ISOSi p. 14-1(5.
— 173 —
di Gela e Siracusa conculcavano i Calcidesi , specie Nasso g
Leontini unite con Reggio (1), mentre nella Sicilia occidentale
i Dori Seliuuntini ,
volendo assoggettarsi il paese degli Elimi,
combattevano contro i Focesi (d'origino ionica), i Fenici e gli
E 1 i m i insieme alleati.
Da poco Atene era uscita vittoriosa sui Persiani con le
famoso battaglio di Maratona e Salamina, e s'era acquistato il
primato politico e civile sugli altri EUeni. Accresciuta in tal
modo la sua potenza, si estese anche l'importanza marittima e
coloniale degli Ateniesi, ai quali prestavano considerevoli con-
tributi di forzo navali le isole dell'Egeo (2). Né deve dimenti-
carsi che, SG l'intervento ateniese in S i e i 1 i a è contemporà-
neo alla guerra del Peloponneso, il partito democratico preva-
lente nell'insigne metropoli ionica doveva sentirsi abbastanza
forte perche si potesse avventurare, ad un tempo , a due im-
prese difficili. Fin dal 436 Atene s'era intesa per un' alleanza
con Corcira , ostile a Corinto; e proprio nel 433/2, quando
Ateniesi e Corintii combattevano per mare, le calcidiche Leon-
tini e Reggio stringevano il trattato d' alleanza co.n Atene (3).
Si aggiunga che, ad avvalorare sempre più 1' utilità dell'intro-
(1) E. Pais , St. d. Sic. e d. M. G. I p. 127. Questo trattamento
ostile usato dai Siracusani airelemonto calcidico dura fino ai primordi della
grande spedizione ateniese (a. 415) e si può riassumere con le parole di
Cratiito, per quanto la lezione non sia conservata esatta:... -ctòv sv Sixs-
Xiq; 'EXXr^vov/ bizò xwv i'jpaxouaicov xaXws StaxsGévxwv, nspi por^Gsia; òk
:^£(i'|avxwv] A s o v x ( v w v x£ xai A ì y £ a x a { co v òcvdps; xxl., fr. 1 in M.
FHG. Il p. 70.
(2) Vd. IJLAYDES in Arlstoph. deperd. coinoed. Fraf/iiì. (Hai. Sax.
18S.Ó) ad N^ao'. p. 205-0.
(3i E. A. Fkeeman, Histonj of Sicìly III (Oxford 1892) p. 7 ; cf. lU
e 010 ss.
- 174 -
missione ateniese uollo vicende del mondo ellenico, nelle opere
degli storici e oratori, nonché nella lirica patriottica di Sirao-
Eide da Geo si era esaltato il merito singolare degli Ateniesi
che quasi da soli avrebbero sempre combattuto vmg ti]?
'EXXàòog, intanto che Sparta e Corinto s' ingelosivano di questa
corrente di opinione favorevole alla rivale, sparsa nella Grecia
propria e presso gl'Italioti e i Sicelioti. Così ,
mentre in Occi-
dente i Dori di Gela e Siracusa preponderavano, Atene si
atteggiava a grande protettrice delle cittcà, calcidiche conculcate.
Allorquando la potenza siracusana diventa davvero mi-
nacciosa per relemonto calcidico, questo previene il colpo, seb-
bene infruttuosamente, con la ratificazione dei duo comuni trat-
tati di alleanza nel 433/2 (1) , i cui effetti però si vedono nel
427, nell'anno cioè in cui i Leontini, incaricati della eoutram-
basciata ad Atene, ricordano y.nì ori "J co v e g fjoav (2).
Ben osserva ij Frkkman, Htst. of Sicily II (Oxford 180i) p. 427:
(1)
'
These alliances are the first step towards a ncw state of politicai affairs ';
3(5-38-,
cf. Frkeman. Ili p. 7; P. Rizzo, lA'axos s/ee/«o<ft (Catania 1894) p.
E. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. G. I p. 128 ; J. Bklocii ,
Oriech. Gesch.
I (Strassburs 1893) p. 505 e n. 4. La notizia di un trattato di alleanza
tra Ateniesi e Roggino-Leontini, concbiuso nel 433/2, si desume appena da
un passo di Tl'cidil'K III 8'j, 3, nel quale è detto che nel 427 i soci dei
Leontini chiedono soccorsi ad Atene, ricordando la TiaXaiàv gu|i|jiaxiav, quella
cioè conchiusa nel 433/2, propriamente alquanto doi)0 la partenza del navi-
glio ateniese in aiuto di C o r e i r a. Ma il più pregevole documento ab-
biamo, oltre che nella testimonianza incidentale dello storico maggiore di
Atene (accanto a III 86, 3 si raffrontino VI G, 2 ; 19, 1 ; 82, 1), nello due
tavole marmoree che celebrano il patto conchiuso tra Leontini e Ateniesi ,
e, ad un tempo, tra Reggini e Ateniesi : CIA, IIII 1 , 1 p. 13 u. 33 a;
I 33 = GIG. I 74.
(2Ì Thuc. III 8(j, 3 , cf. IIII 61, 2 ;
TI 46, 2 ;
VII 57 , 2 'AeTjvatoi
[lèv aOxoi "I (0 V £ e; xxl. ;
Diou. XII 83, 1 e 3. Un' allusione è for.se in
AuiSTOFAKE, Pax 250-1 : ^lùi ZtxsXia,... |
ola nóX'.c, xdXa-.va SiccxvataOr^oe-
xai, dove, come osserva il Blaydks, ib. p. 161 (cl'r. 6'chol. 251), '
S i e i 1 i a m
- 175 —
L'asfcndenza dorica in Occidente rimontava, com'è noto,
al principio del Y secolo. Anche in Italia Re i? g i o avova
accanto a so la doriz/.ante Locri, che aspirava a impadro-
nirsi della limitrota oolonin calcidica, mentre Messa n a, già pa-
drona di Mylai, riusciva spesso molesta a Xasso, come a Leon-
tini era sempre assai formidabile la vicinanza di Siracusa. Fin
dal tempo in cui tjuasi tutte le città di Sicilia orano gover-
nate da tiranni (500 circa — 461), I p p o e r a t e della dorica
Gela, mirandu a unire la Sicilia , almeno la parte orientalo e
centralo, con a capo la sua città, benché non gli sia riuscito di
prendere Siracusa ,
che pure noi 485 fu conquistata dal suo
successore Gelone, si era impadronito di Gallipoli, Xasso, Leon-
tini , Zancle ,
lasciando Euesidemo al governo di Lcontini e
Scite a Zancle (1). So ò vero quanto ci apprendo Tucidide che,
poco prima delle guerre mediche e della morte di Dario I
d'Istaspe (485), fu grandissima la potenza dei tiranni di Sicilia,
Yocat zóÀ'.v, cum sit iusula multas haljens r.óÀsi; '. Al priiiciitio dell' in-
verno 415,4, prima che gli Ateniesi si avvicinassero a Siracusa, degli
esploratori di (jucsta città, spingendosi fino al campo nemico , andavano
iufiuircndo sì g'Jvo'.y.TiaavTHc {" A.'òrivrv.ry.) a-^ia-.v aOxoi |j.àÀXov yjxoisv èv xf^
iXÀOTpicf Yj Asov-'vo'j; ìc, xr,v oì-a.bì'X'/ xaxoixioùvxs;, Tulc. VI 03, 3 ; cf.
(i, 2; 33, 2; 48; 50, 4; 7G, 2; 77, 1; 79, 2; 84, 2. Alla parentela dei
Lcontini con gli Ateniesi, rilevata per ropportuuità del momento dai Cal-
cidesi di Sicilia di cui seppero bene avvalersi quei di Atene che aspira-
vano alla comiuista dell' Occidente, connettesi pure la circostanza cbe orano
i TvjYÌvcì'. òè -/.axà xò s'jyycvè; Asovxivojv (III 86, 2j. Perchè poi Me^^sana e
Keggio dovessero tenore io ostilità nel 427 spiega il Columua , Studi di
FU. e di Storia I 1 (Palermo 1889j p. 85.
(1) Hrrodt. VII 154. Cf. L, Ciuluxo, Ippocrate di Gela (' '
Riv. di Stor.
ant. '
a. XI [Padova 1007] p. 254); A. Hol.m, Stor. della Sicilia nelV an-
tichità (trad. Dal Lago-Gkaziadei) I iTorino 1896) p. 379 In. Stor. d. mo- ;
neta siciliana fitto alVctà di Augusto (trad. G. Kik.nlu) ^Torino 1906,) p. 35.
- 176 —
e che essi ebbero, al pari di Corcira , il maggior nimioro di
triremi, può da ciò inferirsi che il naviglio e la ricchezza sira-
cusana dovessero essere straordinari (1) e quindi bastevoli a
contrastare l'ambizione ateniese.
Anche con la calcidica Keggio aveva Siracusa mante-
nute le ostilità. Alleandosi con Cartagine, A n a s s i 1 a o di
Keggio te' guerra a Gelone di Siracusa e a Terone d' Agri-
gento (2); e parimenti nel 477, essendo Anassilao per sotto-
mettere i vicini Locri (3], furono questi aiutati dall'intervento
di Gerone I (478-467).
Nel 466 cadde con Trasibulo la dinastia dei Dinoraenidi.
Mentre le città siceliote, massime Siracusa ,
erano tormentate
dalla discordia, Ducezio re dei Siculi (461 440) aspetta il mo-
mento propizio per la rivendicazione della sua stirpe contro la
politica aggressiva di Siracusa. Un. urto tra Dori e Siculi, e
una conseguente possibile sconfìtta dei primi , non poteva non
riuscire gradito alla stirpe calcidica, la quale ,
stando a con-
tatto con quegli indigeni , aveva saputo contrarre relazioni di
amicizia. La prova di ciò si ha all' assedio di Nasse del 425 ,
quando spontaneamente i Siculi corsero in aiuto di quei Cal-
cidesi (4).
yl) Tnrc. I 14, 1 ; 17 ; Strab. VI 2, 4 C. 269.
(2) Herodt. A'II 105 ; vd. P.us, St. d. Sic. e d. M. G. I p. 127.
(3) HoLM, St. d. Sic. I p. 410-1.
(4) Columbi, Contributi p. 9 estr. Beuché una qualche parte di Siculi
avesse seguito i Siracusani (Ture. VII 58, 3, ef. VII 1, 4-5; Diod. XIII
4, 2; 7, 4; e specialmente oi r.oD.oi nel 415, Tnuc. VI 88, 4), tuttavia
fin da principio xal SasXwv lò -Xsov militarono in favore degli Atenie-
si: Thuc. vii 57, 11, cf. VI 103. 2; VII 33, 3. Anche nella prima spe-
dizione i Siculi abitanti sui monti presso Imera si unirono agli Ateniesi
uella devastazione del territorio iniereo : Thuc. III 115 , 1. Inoltre in II
— 177 —
Tuttavia ò giusto osservare elio, anche durante la seconda
spedizione ateniese, alcuni paesi dei Siculi pagavano tributo a
Siracusa (1). Diodoro, che in questo particolare ha dovuto se-
guire Elbro (e non Tucidide, che è in ciò più succinto della
sua fonte principale, Antioco), riferendosi allo primo avvisaglie
poi fatti di Epidamno, Corcira e Corinto (a. 4o9\ sa che contem-
poraneamente i Siracusani, per gli eventi che non entrano
nell'argomento di queste pagine ,
rp 6 g o v g uÒQoxéQovg roìg
v.^ozeTayiiévoig ^ixeXoTg èniiiOévieg xré... (2). Sennonché, e
lo ha bene avvertito lo Holra, all'età di cui ora ci occupiamo,
non tutto le città siculo erano subordinato alla dominazione
siracusana, come al tempo della vittoria su Ducezio (circa 450) (3);
nò le fonti forniscono dati di sorta per asserire come e quando
esse si siano sottratte alla gravo soggezione dorica (4). Questo
però vediamo, che in seguito ,
durante la guerra del Pelopon-
neso, molte sono libere e in maggior quantità si tengono in
favore dei più miti assalitori, gli Ioni ,
per tornare finalmente
A prò' dei Siracusani. Nel secolo V molto scarso era l'elemento
greco nelle città siculo , mentre nelle siceliotc il siculo era
abbastanza rappresentato (5). Ducezio era perito, epperò Siracusa
05, 12 nelle parole di Tucidide •/.%[ xoìg i.r^ò S'.xsÀtas jìsx' aOxwv icps-
air^y-óa-. bisogna ravvisare quei Siculi che nella grande impresa ateniese de-
fezionarono in favore dei Siracusani. So dunque la politica dei Siculi su-
bisce nel 415 questa trasformazione, consentanea del resto ai cambiamenti
avvenuti nell'isola , essi non fanno altrimenti che le città calcidiche , le
quali, in massima, abbandonarono gli Ateniesi, già prima chiamati in soccorso.
(1) Tnuc. VI 20, 4.
^2) DiOD. XII 30, 1, cf. 2.
(8) HoLM, -SY. d. Sic. II p. 5.
H) G. Bf.loch ,
L'impero siciliano di Dionisio (
'
Atti d. r. Accad.
d. Lincei' S. Ili a. 7 [Roma 1881] p. 211 s., 218).
(5i X. 'vJuiNci, Anacronismi diodorei nel periodo ducexiano (
• Riv.
di Stor. ant. '
a. VII [1003J p. 345 s.) ; cf. Holm, St. d. Sic. 1 p. 483 ss.
— 178 —
prosegao nella sua politica assorbente , cercando di assogget-
tarsi a grado a grado lo minori città, specie le ioniche ,
anzi-
tutto della Sicilia orientalo , che ,
in genero ,
ritenevasi appar-
tenessero alla sua sfera d' influenza politica ,
mentre le coste
occidentali, anche por ragioni di loro immediata vicinanza, piìi
direttamente connettevano i propri destini con lo sviluppo della
potenza politica e cummcrcialc dei Cartaginesi (1). Queste som-
mariamente lo causo che poterono spingere Lcontini , Reggio
ed altre città al trattato di alleanza ateniese nel 433/2. D'altra
parte, Siracusa, quantunque potente per mare e per terra, ben
prevedeva che una minaccia alla sua politica di espansione non
potesse venirlo dalla grande metropoli ionica. I Siracusani in-
fatti, prima della grande spedizione ateniese in Sicilia, avreb-
bero mandato ambasciatori in Atene, con la preghiera di con-
servarsi in pace , che non in discordia ,
dimostrando quanto
maggiori vantaggi avrebbero potuto trarre gli Ateniesi daJla
loro alleanza, che non da quella con Egesta e Catana (2). Na-
turalmente con questo tentativo Siracusa voleva in buona pace
assicurarsi il primato in Occidente.
Per contrapposto anche Atene ambiva la conquista di Si-
cilia ;
sicché, pur mettendo da parte la maggiore o minore
utilità che a Siracusa ovvero ad Atene potesse venire dalle
città alleate, dalla compatta alleanza del partito dorico o cai-
cidico, che abbiamo trovato frammisto nelle varie città, nonché
eser-
dalla solerzia e dalla tenace disciplina delle flotte e degli
citi, dipendeva principalmente il trionfo delle forze siracusane
ateniesi, mirando egualmente l'uua e l'altra repubblica all'im-
(1) Stkab. vi 2, 5 C. 272.
(21 Andoc. de pace cum Laccd. 30.
pero siciliano. Credo anzi che n]ao:rvioro l'osso negli Ateniesi
quest'ambizione di espandersi iu Occidente , se si tiene, nel
debito conto die Alcibiade, con la superiorità che gli veniva
dai meriti personali e dal favore
popolare (1) che ben gli per-
donava tanti errori andava fomentando
, iu seno agli Ateniesi
una siffatta impresa, riuscita la quale,
si sarebbe potuto giun-
gere a turbare Cartagine e l'Africa
settentrionale. Fin dal 450
circa, Atene aveva cominciato a stringersi in amichevoli rap-
porti con rOccideuto, e propriamente, come avvertii , con gli
E 1 i m i di E ge s t a (e Halikyai) ; e nel 433 2, anche perchè
il suo naviglio era partito da poco alla volta di Corcira e il
tragitto da quell'isola verso l'Italia e la Sicih'a era facile, furono
accolti Keggini e Leontini imploranti il soccorso
i legati
ate-
niese contro le offese ricevute da
parte dell'elemento dorico di
Siracusa. Perfino a Xeapolis si stabilivano
coloni attici presso
quel tempo. Mentre adunque gli Ateniesi 1' impedivano espan-
sione siracusana miravano parimenti ad ampliare e assicurare
,
i loro rapporti in Occidente
Columba trova convenien-
(2). II
temente in questa attività della politica
estera ateniese la ra-
gione per cui gli scrittori della Grecia propria dedicassero spe-
ciale attenzione alle cose di Occidente, risalendo perfino alle
più
antiche ed oscure tradizioni Ma
(3). giacché gli Ateniesi volevano
a, Thuc. VI 15; 3 Corx. Nep.
;
] 6, 2. Cf. , Ale. 3 , 4-5 :
'
A 1 e i b i a-
d m , . . .
quod et p t e n t i r et maior quam privatus cxistiiìiabatur.
Multos enim libcralitate devinxerat,
plures etiani opera forensi suo.s reddi-
derat. Qua re fiebat ut omnium oculos, quotienscumquo in publicum
pj-o-
dissot, ad se convertcret ncque ei par quisquam in civitate poncrctur. Itaque
non solum spem in eo habebant maximam, '
etc. ; ib. 11, 2.
(2) Beloch Griech. Gesch. I p. 505-G II 37
;'
,
; p. cf. in questo
lavoro p. 173.
(3) CoLXJMBA Sludi di Filol. e di Storia
, I 1 p. 2-3 ; v. in questo
lavoro p. 172 e n. 1.
,
^ 180 —
e fuori l'oibita dei loro dominii
('ombattore in terra straniera
sentivano bisogno di gaientirsi anzitutto la
veri e propri ,
il
passaggio neiris..la. L'accesso
Tjgoaftoh'i nel TrogOaik, e di là il
avere le navi, spinte dall'isola
più naturale che avessero potuto
verso la Sicilia si presentava navigando lungo il
di Corcira ,
siccliota veniva
tratto-diretto Leucopotra-N asso. Questa colonia
ad essere il primo approdo all'isola ;
ma agli strateghi ateniesi,
Nasse potevano tenersi sicuri,
che della posizione dell'alleata (1)
dirigersi altra città amica a Reggio
importava dapprima all' , ,
nQoofìohj verso la dorizzante
perchè da questo porto l'altra
loro piano di guerra (2).
Messa n a si rendeva necessaria al
Ateniesi avessero sorpassato Corcira loro alleata e
Quando gli
a Taranto (3), i L o e r 1 alleati di
fossero arrivati alla lapigia e
di spingersi fino al 7toq9^ws.
Siracusa potevano impedire ad
essi
deve tenersi presente che l'alleanza con R e g
-
Ma d'altro canto
città, lasciata potente da Anas-
g i e la parentela con siffatta
il tentativo ateniese di
rendere difficile
silao, non dovevano
nonostante vi fosse di fronte
penetrare nella vicina Sicilia ,
M e s s a n a e, alle spalle del Pelerò,
l'altra alleata di Siracusa,
,
meno avverse all'elemento calcidieo. Tale
le isole Liparee, non
agli Ateniesi assi-
essendo la disposizione demografica, importava
aggregare
e fare ogni sforzo per
curarsi la presa del nooOfxó,,
massime perchè Locri ad oriente
Messana all'alleanza calcidica,
(1) Thuc. mi 25, 7 ss. ;
VI 20, 3.
an-
ciò che potevano tentare gì.
(0) Sull'argomento, e specialmente su
osservaz.on. del
loro navigazione di
cabotaggio, v. le dil.gent.
tichi nella
vucre 327 s. cf. Pais SL ci. ^ic. e d.
Columbi nella mem. cit. // p. ; ,
M. O. I p. 170.
VT qi 4
\ i d-i, 4
•
ai quali passi ò bene raffrontare
{3) Thuc. VI 30, 1 ; 44, 2,
DioD. XIII 3, 3-5.
-. 181 -
é Lìpam a ponente, oltre Mylai ed Hiinora direttamente col-
legate a Messana, potevano avversare i disegni di Atene.
Per assalire poi Siracusa, la metropoli del
dorismo in Occi-
dente bisognava assicurarsi la posizione navale
,
al porto di
Messana, più che a quello di Kcggio. Un tale piano di guerra,
effettuato uella prima spedizione, si vorrebbe, con maggior
matu-
rità ed esperienza, praticare nella seconda ad
istigazione di Alci-
biade. Certamente il grave ostacolo che avrebbero incontrato gli
Ateniesi all'attuazione dei loro disegni
strategici proveniva dalla
vicinanza della dorica Locri rispetto
alla posizione topogra-
fica del jiooOfió^' di
Sicilia. L'inimicizia dei Locri
contro Atene
scoppiò più forte nel 426, allorché,
guadagnate Mylai per poco
e Messana, e domata Lipara da Lachete,
essi videro rovg 'AOìj^
vaiovg Tiogeìjoai rìjv yMoav avxwv
(1).
Avremmo ,
su questo ed altri riguardi , maggiori parti-
colari, qualora ci fosse pervenuta l'opera di Timeo Tau-
romenitano e quanto ne dovette scrivere Aristotele, a
noi noti incidentalmente per la critica fattane da Polibio (2).
Ma delle devastazioni ateniesi a Locri e
delle locresi a danno
della limitrofa Roggio si dirà più oltre. Quello che fin dal prin-
cipio di queste indagini occorre rilevare si e che, delle due
fonti principali per 1' esame critico dello spedizioni ateniesi in
Sicilia, la prima, Tucidide, tranne alcune omissioni non
(1) POLYB. XII 6'', 3.
^(2) Che Timeo nella sua opera si sia mostrato imparziale, quantunque
nell'età in cui egli fiorì siano di tanto cambiato lo
idee politiche parmi ,
si deduca da Cor.v. Xep., Ale. 11,1:' Hunc
(Alcibiadcm) infamatum a ple-
risque tres gravissimi historici summis laudibus extulerunt: T h u e y -
dides, qui eiusdem aetatis fuit, Theopompus, post aliquanto natus,
et Timaous: qui quidem
duo malediccntissimi ncscio quo modo in ilio
uao laudando consentiunt '.
.
- 182 -
sempi'e nóccSsarlo nll'or^'anismo della grande opera ,
resta, per
serietà d' intendimenti e per imparziale esposizione dei fatti ,
superiore ad ogni encomio. Ben è vero che questo capitolo di
storia siciliana è da lui con esattezza narrato ,
perchè Tucidide
stimò storia ateniese (1) e corno 1' episodio più importante
la
della guerra del Peloponneso ;
ma E foro di Cuma sarebbe
stato un caposaldo ancor esso utile per la veridicitcà delle asser-
zione tucididee e pel confronto della narrazione in rapporto
alla
posteriore tradizione. Tucidide ha seguito, come sembra, fino al
424, Antioco di Siracusa (2). Vicinissimo agli avvenimenti,
nella sua grande opera spira una cercaria di contemporaneità (3).
Ma egli ha nonpertanto utilizzato la ovyyQacp)] ZixehcÒTig di
Antioco, che fu pure consultata da Aristotele ,
Eforo e Timeo,
tanto più che le opere di Ippi da Reggio furono poco diffuse
e presto perdute (4). Or siccome in quel che rimane dell'opera
storia antica siciliana (in
(1) C. Errante, Intorno ai difetti della
[Palermo 1840] p. 13); cf. Holm,
G. Capozzo, 'Memorie su la Sicilia
'
Il
ponga attenzione alla genuina
Stor. d. Sicilia li p. 4. lu generale poi
si
V 20, 5, circa metodo da lui osservato nello
dichiarazione di TucmiDE, il
xal upoas^tov z-qy yvwiarjv oTtto;
scrivere la guerra del Peloponneso: ,
à ^ s g TI ziooiiT.'. cf. I 22.
7- p i ;
o ? §è 6 Zupaxouaw?, o-jyYpa'-fS'^?
(2) DiON. Hal. a. R. 1 12, 3 'A v x ì o x
Per Testensionc dell'opera antiochoa v. Diod. XII 71,
Tidv'j àpxatos.
ó S-jpaxóaio; xvjv xiòv 2'.X£Xiy.wv
2 : xwv òè 'a-JYYpa-^éwv 'A v x i o x o s
424) xaxéaxps'jjsv cf. Tiiuc. IIII 104,
taxoptav els xoùxov xòv èviauxòv (a. ;
4... eouxuSìS Y] V xòv 'OÀópo'j, OS X d S £ guvÉYpa'^^sv.
428: wbein Atbens made ber
of Sìcily II p. '
(3) Frekman , Hist.
Leon ti noi, Thucydides ^vas already a
treaties ^vith Rhegion and
man for action
'
of an ago fìt
a) Per tutto ciò V. Columba, Antioco, storico del V scc. a. 0. (' Arcli.
giudizio facciamo intera-
stor. Sic.
'
N. S. a. XIV [1889] p. 85), il cui
contemporaneo agli avvenimenti narrati nel-
mente nostro :
'
A n t i o e o fu
pregio di
la quale arrivava fino al 424.
' Il
l'ultima parto della sua storia
diodorea la conformità dell'Agìrieuse
con Tucidide riesce quasi
sempre evidente, la reintegrazione dei
fntti, anche senza il
sus-
sidio di Eforo che ò stato
utilizzato da Diodoro non
, dovrà
riuscire penosa.
Che Timeo (352-256 a. C.) (1) nella seconda parto della
sua lunga opera storica si sia occupato dei fatti di Sicih-a (dal
1. XXII in poi degli TXhjny.à xoX Zix.hy.à, mentre nel XXIII
[1. XIII Ziy.^ discorreva della grande spedizione), cominciando
cioè dalla guerra leontino-siracusana
e dall'ambasceria dai Leon-
tini mandata nel 427 in Atene, risulta da varie testimonianze
(2).
So perù Plutarco giudica sfavorevolmente
l'opera del Taurome-
nitano pei criteri da costui adottati
nella disamina di Fi listo ,
Platone e Aristotele ciò sarà
(3), indubbiamente dipeso dalj'im-
Antioco, che dovca renderlo superiore ad
Erodoto, stava in ciò, che eoli
cercava lo tradizioni orali più antiche ed
accertate Colu.mha. p. 90-01- cf
p. 87 ss.
;
Io. Studi di FiloL e di Storia I 1 p. 3(i s.). I franini. della
2'.-/.sX'(5xi; a-jYYpa-^yi v. in Columba , Antioco p. 100 ss.
(1) Cf. C. MOllk., FHG. I
p. L. Tra il 340 244 invece lo croio vis-
suto .1 Columba, De Timaei b istorici vita (' Riv.
[1S8<] p. .350
di Filologia class
'
a XV
ss.ì; cf. Io. Studi di Filai, e di Storia I 1 p. 51. Sull-immc-
d.ato contatto di T.mko con la
tradizione orale, od almeno non letteraria
V. le prove addotte dal Colu.mba, Studi
p. 52. Che Timeo sia nato a Sira-
cusa, non in Tauromenio cerca dimostrare lo stesso Collmba
,
in
'
Kiv
di FjI. '
cit. p. 353 ss.
i2-) Tlmae. fr. 95 M. FHO. 1 p. 216 :^ Dio.x. Hal., rfe Lys. iud. 3,
cf. C. MCllkr, de Timaeo in FHG. 1 p. LUI Tiiuc. Ili 80 ; '^-^J- VI fj'
2; DioD. XII 53, 1-3 54 1 e 4. Vd. G. Dk
; , Sa.nctis in '
Riv. d, Filol'
cla.ss. '
a. XXXIII [1905], p. G8.
l3) Plut., Nie. 1-2. Quanto a Fi
1, li sto di Siracusa, che nel 1. VI
dei Z-.xsÀ-.xà si occupava della grande spedizione ateniese in Sicilia e fu uti-
da Eforo e Teopompo, fu hene
lizzato
osservato che egli si servì di
Tucidide, con la descrizione del quale naturalmente
'
coincideva anche
la dove Filisto poteva narrare come fonte prima '
^Colu.mba, Filisto in
' Arch. stor. Sic. '
N. S. a. XVII [1892J p. 287 e n. 1: cf. p. 289 e n. 5ì
a Po-
maggiore cho il biografo ha creduto attribuire
portanza
iste dei
libio e dall'.ver preferito Tucidide F il (1),
un riassunto {fioa^^^o^. Un
altro
fatto
cui scritti dichiara aver
Timeo circa il patriot-
contributo, egualmente
notevole, te>rnisce
la il Me-
tismo del siracusano
Ermocrate. Dalla critica che ne
rileva che prima ancora di combattere a
si
galopolitano (2) ,
prese
Egospotami (a. 405), Ermocrate
tìanco degli Spartani ad
gli strateghi ateniesi. Ermocrate è difeso
in Sicilia le forze e
(congresso
che ne attacca V elo-iuenza
da Polibio contro Timeo
Tuttavia la critica moderna
ha
di Gela 424) di puerilità (3).
,
di osservare che,
almeno per le vicende narrate,
il compito
impresa
completare il quadro della
Timeo dovette influire a
taluni particolari quali Tuci- i
per
ateniese in Sicilia, massime
rilevare, laddove un Sicc-
dide non si è strettamente tenuto a
occuparsene, se non con maggiore competenza,
liota poteva
Tali sarebbero stati,
con interesse patriottico.
certo almeno
Nasse del 425, le circostanze
es particolari dell'assedio di
p i
con
Locri a non volersi conciliare
riguardanti V ostinatezza dei
Plut., Nic. \, 1 e 3.
(1) .
K.v. d. F>lol. 100.,
(O) PoLVB. XII 25'S 11. Vd. G. De Saxct.s ui '
P/Wi/.>n^ I 151 ^\ .: à ^iX-.aTOS
p m È notevole il giudizio di Tkonk,
Sc.sX.xors è. xcòv Sou-
\l, 'AXX.X6V 6X0. .óXs.ov sv .oc,
cho vd. G. Bu.o.. Plutarcks M^as^.u^
....ao. ,3X3v^vox3v, PO. Il
200 ss.); la b.W.ogvafia su F 1 1 s t o
Philistos ('Hermes' 34 [1899]
.
i-.
ef là 2S0, II. 1.
p.
un raffronto dell orazione
(3) Uscirebbe dai confini del presente stud.o
riportata da Poumo (XIT 20 1-9 =. T.m.. fr.
d. Ermocrate, qual'è
quella che gì. la recitare TucminK, 5J-04. UH
97 M FHG. I p. 21G-7), con
H. Duovsks, Afkcn u. rL^^ e-
Sic. II 13-,
Vd. per altro Hu.m, Star. cH
p.
Rhcm
sten p. Stkix
50 ss.; Zar Qnellenkritik des Tkukydidcs r
H. ,
meglio ancora, .1 Iuf.kman, Hist.
Mus.
'
N. F. 5.Ó [1900] p. 53S ss.), e,
of Sk'ìly HI p. 031 ss.-
— 185 —
sii Ateniesi nel coD^Tcaso di Gela
dell'anno sci^nento (1), lo
manovre navali de^li Ateniesi nello stretto
e simili altro vireiide.
Se D i d r (XII 53-54 ; 82-84 ; XIII 1-82) avesse
citato E foro tutte lo volto che se ne ò valso, vedremmo
la guerra del Peloponneso non dall' Agiriense ma dal Cimano
narrata (2). Xon sappiamoperdio Diodoro però darci ragiono
racchiude avvenimenti della prima spedizione
gli
(427-42-1) in un
solo anno (427)
(3), non ostante egli (XII 53 54)
abbia seguito
Tucidide in più parti,
coordinandone insieme l'apparato delle
noti-
zie (4). La diligenza poi che Pi 1 o e o r o osserva
nella parte
cronologica non ci è appresa che dalla semplice tradizione
poste-
riore. Per illustrare gl'intrecci dello comcdie di Aristofane,
oVè riflettuta la tendenza dei democratici Ateniesi verso la
Sicilia (5) Filocoro insieme con Tucidide fu spesso
,
adoperalo
(1) Thuc. Y 5,3. So nulla possiamo affermare circa
l'influonza eserci-
tata da Ipp.
Roggio suir istoriografia posteriore,
di
certo é però che nella
tradizione letteraria egli dovette
lasciare vive tracce insieme con
Ant oeo i
siracusano, a cui attinsero
d'altronde Tucidide, Aristotele e
Timeo
(2) C. MLxLKB, FHG. I p. LX; v.
in ispecial modo Ephou. fr. 119 M
(L XIIII -_- DiOD. XII 38, ss.
1 nelle parole C., 'E o p o ,
:p àvé^pa-u'
che non si leggono invece noli' ediz. diodorea di F. Yogf.l^ Lps
Che E.ORO
is'oo K
p. 390). sia stato fonte prima di D i o d o r o per la storia della
guerra corcreo-corintia fino al
principio della grande spedizione
siciliana ha
dimostrato L. Holzapi.-kl, Untersuchungcn
iiber die Darstellung der rjriceh
Oesehcchte ron 489 bis 413 v. Chr.
fLpz. 1879) p. 3 ss. Sulla
n>a^.iore
importanza data da Ekoko alle
gesta elleniche di Occidente vd.
D,o.v.''hal
4. R- XVI 14 7(J ap. Pais, St. di
;
Boma I 1 p. ]S.
(3) DroD. XII .53, 1; cf. C. Errante, Int. ai difdli d.
star. ani. p 13
Per più ampi
(4) rapporti v. Columba, La pri^na
spedizione ateniese
m Sceiha (^ Arch. stor. Sic. '
X. S. a. XI [1887] p. 93).
(5) Sull'argomento v. l'opera di
Mcluku-Strcbixg. Aristophanes II.
und d,e Instar ische Kritik
Polemische Studien .ur Geseh. ron
Aihea
t>n fanflen Jahrhundert
ror Ch. G. (Leipzig 1873), passim.
,
dagli
'
Scoliasti aristofanci. L':\ scarsezza dei tVamincnti di i'i-
locoro ci consento di sapore ,
in mozzo a podio altro notizie,
che '
Laclieto ,
tre anni prima (?) della rappresentazione delle
Vespe di Aristofane, sotto 1' arcontato di Eucle (427),
ebbe il comando doirescrcito o fa mandato in Sicilia con un
navio-lio per aiutare i Leontini. Quelli che seguono Filo-
anche che successero Sofocle e Pitodoro
coro dicono gli
che questi furono esiliati '
(1). Probabilmente contempo-
e
C del quale tuttavia si con-
ranco a Tucidide è r a t i
p p o ,
pochissima luco sui fatti di Sicilia (2).
servano frammenti di
nakaià ovfifmyla stretta in
1 duo y>i](piofiaTa {3\ riguardanti la
433/2 coi Leontini e coi Reggini e intimamente
Atene nel
due spedizioni ateniesi in Sicilia del 427-424
connessa con le
meglio qualche circostanza solo per
e 415-413 ,
chiariscono
diodorea. Del
incidenza accennata nella trattazione tucididea e
T u e d d e rimane sempre fonte di primissimo ordine,
rèsto i i
Antioco che ò storico
raassimamoute per essersi servito di (4)
parte, della genuina tradizione orale.
autorevole e, in
(1) Sch. in Arlsioph. Vesp. 240 — Pjiilociiok. fr. 104 M. FHG.
I p. 401 (cf. fr. 105 ss.); e anche Tiiuc. Ili 115, 2 o 4; Diod. XII 54 ,
4. Vd. più oltre.
(2) FHG. II M. [). 76 ss.
pure W. DiTTKNnKR^KR Sylloc/e inscripiioimm
(3) Si leggono ap. ,
Graec."- I n. 24 e 25.
TipaxBévxiov sv xw tioXéik;) oOx
(4) Cf. Tuie. I 22. 2: xà S'spY^'. x'.Òv
o05'tb; sSóxsi, aX-
sx xoO ;xapax'Jxóvxo; TiovOavótisvo- rj;uoaa
ypi-^^s'.v, ì\ì.oì.
Tiapà xcòv àXXoJv o^ryi Sovaxòv àxpv^siqf
X'ols xs aùxòs 7iapy]v, -/.al
parole o xs a ù x ò ; a p ^ v
data la
Tispl sxaoxou èuegcXotóv, dove le l g ti ,
riferiscono effettivamente • alla guerra in gene-
diligenza dello storico, si
Cenni intorno alla vita ed alla opere di Tucidide
rale
'
(A. C. FiRMANi,
'
VI [1878] 170). Sul riguardo v. E.
in
'
Rivista di Filol.. class. a. p.
- 187 —
PjciiKsse tali considerazioni generali, esaminerò nel
presente
studio due lati del gvimdc av\eiiimento :
l^ Prevalendo in Atene il partito oclocratico , benché
ossa si trovasse ad un tempo impegnata nella guerra del Pelo-
ponneso pure con immatura preparazione
,
invano e per duo
volte mirava a contrastare la
Sicilia ai Dori di Siracusa;
2'^ Perchè ed in quanto m
il p o r t li o s e con esso le
vicine città di Rossana, Uego^io e Locri potessero
essere nello duo spedizioni ateniesi,
1' una all'altra ratlVontato,
il Principale punto di appoggio per le operazioni della guerra
doro-ionica in Sicilia.
II.
In Atene s'era fatta strada la convinzione
che la Sicilia
dovesse essere un nuovo dominio
da aggiungere alla propon-
WoLFFMx, Antiochos ron Si/raì.-as und Cacllus Antipater Winterthur (
1S.2), al qunlo contrappone talvolta 0. Boini , Fontes
si
rerum Sicnla-
rum qnibns Tkucydides usus s/t scaundam
recentes Wòlfflin de Antiocho
Syracusano quaesUones exaniinantur
(Ludwigsiust 1875) p. '^0 e passim
cf. COLUMBA, studi di FU. e di Storia I 1 p. U s., 47. Alquanto più
larghe, .-.spotto alle conclusioni
del W-ìlki-lix, sono quelle cui giunco H
Stkix, Zur Quelìcnkritik des Tlwkydides cit. p. 531 ss. Non solo in
T.1UC. VI 2-5 lo Stkix trova che lo storico ateniese
si sia valso di Antioco,
ma scorgo sogni di derivazione antiochca pure in T.iuc. Ili 86 88 9o'
1)5-6, nonché in III! I, 25 e 48, nei quali tuttavia Tucidide,' qualche
volta sorvolando, aviebbe fatto un' epitome non sempre esatta. Pei libri
\I-VIII ritiene poi lo Stein ,/6. p. 538 ss.) che Tucidide si sia servito
quanto ad Ermocrnte oratore siracusano,
di una biografìa, alla quale avrebbe
quind. attinto anche Platon,.:, Crit. 108 «, rimar.
,/: 1!) b e ^H) a Ma
por quest'ultima circostanza cf. J. Stkcp, Tiiukydidcs, Avtiochos und die
anyebUche Biographie des Hermokraies ( Khcin. Museum '
\ F oj
ò(i
[IWl] p. 4J3 ss).
— 188 —
Essi erano suggestionati da alcuni re-
dcranza della Città (l).
sponsi degli oracoli, che i democratici traevano a loro profitto.
chi non sa quanto, fino ancora ai primordi del Cri-
Per altro,
stianesimo ,
fossero ' Athenienses per onmia quasi suporstitio-
nel 415 comediografo Ari-
{2\ e che con liberi sensi
' il
siores
stofane metteva in ridicolo la facile credulità di Nicia e degli
Ateniesi? (3) È vero che molti auspicii avevano sconsigliato
la guerra (4) ; ma altri indovini ,
che avevano dalia loro parte
secondo quali ^éya
Alcibiade, riferivano taluni oracoli antichi,
i
IixeUas eoeoOai. Perfino dall' oracolo
xUoQ lolv 'AOìjvauov àjrò
di Ammone s'era pronunziato l'augurio ,
cbg hppoviai Ivgaxo- m
democratici, ad evitare
oiovg ajiariag 'Ae,]vaToi, senza dire che
i
facessero dissuadere dall'impresa di Sicilia,
che gli Ateniesi si
responsi contrari (5). Un uomo assai popolare in
occultavano i
avviso che la
Atene, qual era Socrate, mostravasi anche
lui di
XIII 2, 6-, e por il tempo anteriore al 415 vd. Plut., Ale.
(1) Dioi).
'Aerivaìo-. xxX.
17, 1: S'.xsX'.as 5è xaì nspixXéo-j; ex: ^fivxo; ÈTiseóiaouv
a maturarsi questo
Anzi fin dal teinno delle guerre persiane cominciava
Sic. II p. 7. Il pensiero della Sicilia non
divisamente: Holm, St. ri.
nuovo presso gli Ateniesi, tanto più che ad essi no era con-
era per altro
nell'Attica un colle Tp'.axsXrjs omonimo al-
servata la memoria dal trovarsi
U, Sem. s. v. SixeXi^siv.
l'Isola: vd. Paus. YIII 12:
(2) Ad. Apost. XVll 22.
TsÀtxaaaf;; p. 2G9, Ot^óO.
(.S) ArasTOPH. Frg. 'A!x-.fiapscos p. U; fr. cf.
Ili ad Arcs p. 5 Blavdes.
r4. Paus. X lo, 5 s.
1-2, cf. Ale. 17. 2 e, in genere,
Yd. per tutto Plut., .V*e. 13.
(5)
Equ. 1086; Aa..xaÀf,s fr.
quanto leggesi in Aristofank, Ar. 078, 987. 997;
v a o uspl xoù
s 'A 9
.
a ò s
XL [235]; Sch. in Equ. 1010: sysvsTo x P vj jx •/] £
SVìiaou aOxtòv ÀSYÓ|asvos (1. Xivwv o-ixw;)- E ^J 5 a i (x o v ti x o X U p o v 'A 9 y,
-
TioXAà i5òv xal uoXXà u a 9 ò v xa- uoX-'
vociY]? àYsXstvjS !
alsxò; £V v £ é X a y ^ ^ r^ i Ti = ^ « ^'!^«^«
Xà !xoYV;aav. 1
"^ •
iX :c V X a ,
— 189 —
guerra non dovesse fursi (1). Di tutto questo considerazio?ii
crosmologiche, ond'era preorcupato il popolo ateniese, non lia
tenuto g'rau conto il e^rnndc Tucidide. Solamente egli dice che
gli Ateniesi erano vincolati dalla superstizione o che Nicia fu
vittima del suo dovere (2), la qual cosa fu grave per gli Ate-
niesi che, dopo la disfatta subita in Sicilia , (OQyi'^ovro òk xnl
ToTg yo)]o/ioÀÓyo(g re xnl judvreoi y.al ójtóaoi ri tÓxe avTovg 'Oeià-
oavTeg em]}.Jiionv cog hjif'ovrai ZixEX'iav (3).
A noi giova notare che Plutarco pei' questa parte avrà
utilizzato E foro di Cuma, il quale, come per la più antica
storia ellenica si servì di un metodo ingegnoso e originale,
dando colorito storico a racconti tolti dall'epica e dalla mitolo-
gia (4) ;
parimenti per la guerra del Peloponneso potò valersi
di un metodo razionalistico a fine di spiegare la cresmologia
nella parto che la riguardasse.
In tal caso dovremmo ritenere che in certa guisa la nar-
razione plutarchea si riconnetta a Fili sto siracusano, la cui
(li Plut.. Nìc. 13. 8; cf. Ale. 17, 5-6: 2 co •/.
p a x vj v [aévxoi xòv cpi-
Xàiozo^i /.%<, M £ - co V a tòv àaxpóÀoyov (cf Beh. in Aristoph. Aves 997
[Philoch.] ; DiOD. XII 36. 2 s.) oOSèv sXTitaai, 1% rcóXs'. xpiì^xòv ànò T^g
axpaxsias éxE'vvjg (in Sicilia) Xiyo'ja'.v, v.xL Y6.. inoltre lei. Al''. 18, 3-5; E.
A. Frk.emax, Hist. of Sic/'/i/ III p. 107 ; K. Joki,. Z/f Platons Ladies
('Hermes' 41 [1906J p. 316 s.)- Socrate in Platone, Laches28, diceva:
f/ axpaxr^Yta y.y.Xl'.oxv. TzpoiirfisZxT.: xa xs àXXy. y.al nepi xò iiéXXov saàaOa'.,
0'j5£ xvj |i a V X '. y.
f^
olzxy.', 5£ìv OTirjpHxsòv, àXÀà OLpyvy, co; tlò'y.T. y.aXXtov
xà TicpL xòv TvóXsiiov xal y.yvójisva y.al ysvrjaófisva" xaL ó vójioj o-ixco xax-
xsi, \x'f\ xòv (lavx'.v xoù cxpaxYjyoO àp-/s'.v, àXXà xòv axpaxvjYÒv zo~} |idvxsa)j.
(2') Tiiur. VII 50, 4; 86, 5. Cf. il lirevo articolo di W. Dittknrerokr,
Nihias und die Maiiti.'c {• Hermes '
41 [19061 p. 473-5), il quale avverte :
« Dieso '
Differonz des plntarchischen Nikias vom thukydideisclicn '
existirt
abcr nur in JoiJls Phantasic » (v. n. prec).
(3; Tiiuc. Vili 1,1.
(4) Cf. E. Cia(;ehi, Sulla rcintcjraxioìic dell' aniiehìsstìiia storia greca
in Eforo di Cuma (• Kiv. di Stor. ant. '
X. S. a. VII [1903] p. 17 ss.).
- 190 -
opera servì di fonte ad Eforo, e clic durante la seconda spedi-
zione doveva essere almeno giovinetto (1).
Ma anche passando a considerazioni di valore esclusiva-
mente storico, i dati cresmologici rispondono alle tristi conse-
guenze della spedizione in Sicilia. Se il partito democratico potò
far valere i suoi propositi di una grande guerra in Occidente,
ad esso, con più felice intuito, si contrapponevano i moderati,
rappresentati da Nicia, che quell'impresa riguardavano insana e
audace (2}. In Sicilia poi egualmente la tradizione ha attribuito
ad Ermocratc la previsione , secondo la quale l' imprudenza
degli Ateniesi, combattenti fuori del proprio paese, dovesse riu-
scire ad essi disastrosa, a quel modo istesso che era accaduto ai
Medi, usciti dalla propria terra per irrompere contro i mede-
simi Elleni e, por far capolino anche nella storia contem-
(3),
poranea come avvenne alla Russia che si spingeva fino al
,
Un riflesso dell' imprudenza oclocratica sul
lontano Giappone.
ha nella testimo-
riguardo della grande spedizione ateniese si
nianza di un democratico moderato del tempo : dg rovio yàg
yMxéoTìjoav icTjv fdv oìxdmv àjashiag, tcov
ò' àUorgicov emOvfxiag,
Aaxeòaifiorion' elo^e^ly]x6u»v Eig tÌ]v yóìqav xal rov rei-
v'ioie
yovg ij^ì] rov A ex e k e lào tv £orr]>iórog elg S ix eXiav i q i-
CoLf-MBA, Filisto, storico del V secolo p. 277 o 301, fr. 29 Col.;
(1)
Plut., Nic. 19,8 ^iXiazoc. cxvYjp 2'jpay.óaioc; vtal xwv Tipayiiaxwv
cf.
ó p a X vj e Y£vó|JiEvoc.
Sull'argomento v. il giudizio di Tucidide, II 65, 11-12, che esa-
(2)
minerò ili fine, e quanto ne «crisse il Beloch, Gn'ech. Qcschiehte li p. 38
b d e che seguì gli Ateniesi nella spedizione
e n. 2. Sull'indovino S t i 1 i ,
di Sicilia, vd. [Piulochou.] Sch. in Aristoph. Pacein 1031 ed Eui'oli nella
Thuc. VII 50, cf. F. H. M.
coni. nóX£'.g ;
sulla superstizione di Nieia 4;
BiAYDKS, Aristoph. deperii, coni. Fra<jni. (Hai. Sax. 1885) p. U «s.
(3) Thuc. VI 33, 0; .cf. 76, 34.
- 191 —
ì'j
g E i g ènkrjQovv^ y.al ora fjoxvvovro xì]v uh' TiaiQiòa Tefwo/iérijV
y.al 7iOQ0oi\uéy)]y JieoioncorTeg , èm òè jovg ovòèv tio'ìtiox' etg
fjjiiàg iiajuagTuyTag orgaTiàv iy.jiéu.-iovieg htL.. (1)
Nel 427, allorché quei di Loontiui ricliiedono soccorso ad
Atene, la metropoli ionica stabilisce di aderire alla proposta
dei saoi ^vyyeveTg. Facciamo la narrazione sullo ormo del grande
storico : y.al ejtejuij'cn> ol 'AOìjvaìoi rTjg olyeióxi]rog jigocpdoei,
^ovXójiievoi de /lujte oTtov ig tÌjv nelojióvvì]aov àyeoOai avxóOev,
ngóneigdv ze Tioiovuevoi el ocpioi òvvazà eh/ za ir zi] 2! i y. e l i a
71 g a.
y f.1
az a v ti o / e i g t a ysvéoOai (2). Ai medesimi inten-
dimenti, che son qui espressi sul riguardo della prima spedizif ne,
corrispondono affatto quelli che determinarono la seconda. Ag-
giunge (3) infatti Tucidide, coerentememe a quanto ha prima
asserito : . . . y.al ini zooìp'òe ovoav avzì]v [Ziy.eliav) ol ^AOip'aìoi
ozgazeveiv ójg/Lirp'zo., è(fiéjU£voi (4) f(h> ri] u l 1] d e o z àz ìj ng o -
q? a o £ i zìjg jzdoìjg àg^eir, ()oìjdtìv òe tiuu cvjzgejicóg ftov?^óaevoi
zoìg éavzcov ^ v y y e v é o i y.al zoìg Trgooyeyevìj/iéroig ^vfifia-
yjag (5\ È specialmente nella grande impresa (415-3) che la
(1) IsocR. (le pace 84; cf. Aeschix. de male gesta Icrjat. 7G.
(2) Thuc. Ili 86. 4. Per contrario nel 415 Atcnagora proponeva ai
Siracusani che gli Ateniesi, stante la loro folle impresa di sj^iugersi fino
in Sicilia, diventassero ti o x £ i p •.
o i dei Siracusani: Tiiuc. VI 30, 1.
(8) Tjiuc. vi 6, 1.
(4) a. Thuc. VI 8, 4; 11, 5.
(5) Cf. DioD. XII 54, 1 e 8, e, per la seconda impresa, XIII 4, 1.
Lo storiografo Agiriense ben riflette la fonte tucididea, massime nel tratto...
Ti p ó :f
a a ', V laèv -^spov-sj tt/V xwv a 'j
y y s v òj v xpsixv xai òér^a-.v, 5' à
X Tj 6 £ i
qf
TYjv v^aov a7i£'J5ovx£; xaTaxTr^aajfia'.. (Questo evidentemente do-
veva essere il luogo comune della tradizione più im|)arziale, la (jualc, co-
minciando con Tucidide (Antioco), oi-a, sulle orme di lui, continuata da Fi-
listo, Eforu, Filocoro ed altri secondari. Il pretesto ( re p ó q; a a -.
5 ) ad-
dotto dagli Ateniesi nel 427 e la realtà di loro ambizione sono pur (quella
— 192 -
tradizione Ictteraiia mette in rilievo la ti q 6 rp a o i g ond'crano
spinti gli Ateniesi a portare le armi in Sicilia. Anzi al partito
dorico tornava utile che sifì'atto pretesto fosse in pubblica assem-
blea siracusana rilevato da Ermocrate nel 415 (l), e indi a
poco dallo stesso a Camarina (2). Naturalmente il disegno di
assoggettamento che si erano prefissi gli Ateniesi , i proseliti
cioè di Alcibiade, che per numero e forza morale prepondera-
vano sulla parte moderata rappresentata da Nicla, non era solo
vagheggiato al principio dell'impresa, ma anche nel 416, quando
in Atene si tornava a discutere sali' opportunità ,
o meno ,
di
ritentare la prova delle armi nell'Isola.
E poiché all' effettuazione di tale disegno si poteva giun-
gere pili agevolmente con le piìi vaste cognizioni che gli Ateniesi
s' erano ormai acquistate circa lo stato politico dei Sicelioti
e sulle fazioni civili e i luoghi idonei alle operazioni terrestri
e navali, essi, con piti forze che nel 421 , stabiliscono di inva-
dere la Sicilia orientale, e intraprendono per ciò una guerra
non meno importante di quella che stavano già combattendo coi
Peloponnesii (inverno 416) (3).
L'eco di tali divisamenti doveva certamente arrivare in
Sicilia. Nell'estate 424, al congresso di Gela, il capopartito ari-
linea direttiva che essi percorrono nella grande spedizione : fj-xcoai yap èc,
xrjV Z'.xsXóav t: p o cp d a £ i [lèv fj
Tt'jvOdvìaBs, 5 '. a v o i a 5è V^v Tidvxsj 'jtio-
vooù|i£V, Tiuh;. VI 70, 2; vd. inoltro 33, 2; Iustix. [Troo.] IIII 3, 5 'sub
specie fercndi auxilii etc. '; Okos. [Iustix.] II 14, 7 '.suo magis quam
socioruni studio '. Egualmente è a dire per le cause intime della guerra
punica, quando Romani e Cartaginesi ambivano alla com^uista dell' Isola ,
'specie quidem socios iuvandi, re autcm soUicitantc praeda '
(Flor.
I 18, 4).
(1) Tnuc. VI 33, 2; vd. n. prec.
(2) Tiiuc. VI 76, 2; ci'. 6. 1; 8, 4; VII 57, 1.
(3) Thuc. VI 1, 1; cf. Plut., Me. 17, 2.
— 193 —
stocratico ,
Tiiisii^iio oratore e guerriero siracusano, E r m o
crato , f. di Erniono, dice, secondo Tucidide (1): oi {\4&ì]vaT-
oi)... òvónan hvóiuo ^vf-ifiayjag rò qvaei jioàf/iiov svjioeTiòjg f^
TÒ ^vf.irf:éoov y.adiaTaviai, dopo aver affermato, in presenza dei
capi della diplomazia siceliota, essere è ti i (ì o v k e v o u è v t] v
tÌ]v :x à n V Z ix e X i a v (2) , ojs èyò) xqIvìù , vn,'' 'Ai)i]ì'aicov
y.zi... (1. e). Tucidide ha più volto occasiono di ricordare che
gli Ateniesi volevano conquistare 'tutta la Sicilia'. Si
confrontino a tal uopo i passi
VI 6 ,
1 T))s Trdoì]^ {ZixeXioiq) ti g ^ e i v ;
YI 8 , 4 TÌjg Ziy.sh'ag ànàoì](; , fi e y a ?. o v e o y o v ,
è q: [ e "d a i
;
TI 11, 5 ì]òì] y.aì Ziy.eliaq è rp i e o e ;
VI 61, 3 Tcoì' h rfj Ziy.elia àyadcov i q? i é fi £ v o i , a
y.oirf] x6XT)'jjue&a (parole di Ermocrate) ;
VI 81, 5 ^v/LtJidviojv Ziy.EXuoTMv xré.^ e in ispecic si ponga
mente a ciò che nel 413 avrebbe detto Gilippo in Siracusa (3)...
xal lì] 71 a o ìj Z i y. E l i a xaoTiovnévìj xal tioiv èlevdeoinv
(ìefiaioxéQav jiagadovvai, xaXòg 6 àycóv (4). Ma, di fronte a siffatta
(1) Thuc. IIII 60, 1.
(2i Qaest' ambizione degli Ateniesi, che è alimentata fin dalla prima
spedizione (Thcc. Ili 86, 4; Diod. XII 54, 1), nella grande lotta degli a.
415-ss. diviene ancora più ardente (Tiiuc. YI 0, 1). Dinnanzi al popolo
camarineo Ermocrate avrebbe altra volta ripetuto : è ti •.
^ o u X s 'j ó |i s 6 a
[lèv Otiò 'Iwvwv àsl uoXsiiicov (Thuc. VI 80, 8).
(3) Thuc. VII 68, 3.
(41 Cf. Thuc. VI 91. S ; inoltre Trogo in Giustino IIII 3, 5 (e ss.):
'Lamponem dnccm cum classe in Siciliani (Athenicusos) misere,
ut sub specie ferendi Catiniensibus auxilii temptarent Sici-
lia e imperi u m '
A proposito di Giustino (cf. Columba, La prima spcdÌKÌone p. 94;
HoLM, St. d. Sic. II p. S, n. 8ì, è bene avvertire che, alla lettura di esso,
~ 191 -
aspìiTiziono ateniese, si doveva pur sentirò 1' attormazione dei
legati Egostei circa il pericolo, che i Siracusani rì]v ujiaoav
e di Orosio elio lo copia addirittura, risalta una circostanza imprevista a
chi lo confronti con le più ampie fonti che noi possediamo, Tucidide e
Diodoro. L' epitomatore di Trogo, solo fra gì' istoriografì , fa cenno di una
ambasciata oatauca che sarebbe stata inviata ad Atone pr i ma del 427, e,
sombra, ['l'ima o contemporaneamente a quella dei Reggini e dei Lcontini
del 433/2. Parecchi secoli pii^i tardi Orosio li 14. 7 narra: '
At etiam Ca-
tinonses cum Syracusanos graves infestosque {ìaterentur, ab Athenien-
sibns auxilia poposcerunt '. Ma so questa soltanto fosse la differenza tra
r antica e la più recento tradizione letteraria, si potrebbe essere indotti a
sospettare elio nel testo di Giustino in luogo di '
Catiniensibus '
si dovesse
leggere '
Leontinis '; parimente in Orosio, che di quello non si è potuto
altrimenti servire che come fonte di seconda mano. Nondimeno, che anche
prima del 427 un qualche naviglio ateniese sia stato spedito nella Magna
Grecia e nell' is. di Sicilia con scopo simulato di perlustrazione dei luoghi
e di quello che vorrei dire ambiente politico, non deve parere inverosimile.
Di Lampone si fa d'altronde cenno in Tucidide, V 19, 2, qual rap-
presentante la diplomazia ateniese, nella pace conchiusa il 422/1 tra Sparta
e Atene, insienie con N i e i a , Lachete ,
Pitodoro ed altri personaggi che
ci sono noti per le vicende della guerra in Sicilia. Anzi, ancor prima di
quel tempo, e propriamente nel 444, Lampone fu ' mit Xeuokritos An-
siedler nach dem alten Sybaris zur Griindung von Thurii gefùhrt ' (vd.
SiEFERT, Zankle-Messana p. '24, n. 5S ;
cf. Diod. XII 10, 3-4 . È bene
osservare che pur nella pi-ima spedizione C a t a n a fu una delle alleate di
Atene, e, perchè ciò avvenisse, dovette necessariamente esservi un prece-
dente che ne spieghi Io ragioni dell' amicizia con gli altri Calcidesi del-
l'Isola e con gli Ateniesi. A quanto mi avvedo nessuno degli studiosi ha
posto mente a un passo di Andocide , de jmce cum Lac. 30 già citato ,
dove si biasima che gli Ateniesi alla alleanza coi Siracusani abbiano
preferito xyjv ai)|Ji)xaxiav.... xwv 'EysoTocitov xal xwv K a x a v a i w v
(a. 416). Sebbene nessuna fonte monumentalo ci sia giunta per ricor-
dare tale lega (che fu , come più oltre vedremo ,
contemporanea a quella
dei Leontini e degli Egestei), puro dovette egualmente esservi per Cata-
na, ed anzi essa v' era anche stata precedentemente. E ,
per fermarci
solamente al 4IG, se nelle fonti storiche non se ne hanno chiari indi i,
parmi debba ricercarsi la ragione nel tatto che Catana (né il caso è nuovo
- 195 -
òvvafXiv rrj^ ^ixe^icn; r>yì]oov6i (Tiilc. VI (), 2: cf. DioD.
XIII 4, 1).
puro per altre città siccliotc e italiote cUiraute 1' impresa ateniese) , ali" ar-
rivo dei tre strateghi non era compatta col partito caloidico di Sicilia, beasi
v'esisteva un contrasto tra la fazione siracusana e quella dei Calcidesi (cf.
[Lys.J, p. Polijfilratn 24-5 e quanto osservo più oltre (e. V).
Per quanto sconnessa la relazione giustinea, essa però mette il critico
sulla buona via per concluderne die, prima del 427, anche Catana aveva chie-
sto gli aiuti ateniesi. E certamente pii!r intense dovettero essere le relazioni
tra Atene e l'Occidente fin dalla fondazione di Turii; da questa mossa
ateniese verso l'Italia è originata poco dopo l'alleanza couchiusa tra Atene
e i Reggino-Leontini nel 433/2, quando cioè Siracusa cominciava a diven-
tare molesta al libero reggimento dei Siculi e dei Sicelioti. Ma gli è che
Giustino, e ancor più Orosio, hanno confusamente accatastato notizie
che anche a Tucidide non parve necessario comprendere nella grande sua
opera. la tal modo non ci è dato sceverare nella loro relazione i fatti con-
cernenti la prima e la seconda spedizione, da quei minori istoriografì con-
nessi con alcuni precedenti e di minore importanza. Bisogna quindi pro-
cedere con molta cautela noli' utilizzarli per non esser tratti in errore ,
come è accaduto p. es. a un insigne messinese del cinquecento , Frane.
Maueolico (1494-1575), che pel Sìcanicarum rerum compendium dichiara
essersi valso di Giustino e Orosio nella parto l'iguardante la guerra
ateniese nell'Isola {Della storia di Siciiia di F. M. ; I vers. it. di G. Di
Marzo-Fekho, Palermo 1849, p. 73). Tuttavia in essi è a rilevare un indi-
scutibile fondo di vero, e la relazione da loro fornita noa deve, a mio avviso,
ritenersi in nessun modo fittizia; forse anche sarebbe giusto dire che Giustino
dovette aver attiuto a qualche fonte prima, ora per noi perduta. Per altro,
anche a giudicare sulla tradizione che fino a noi si è potuto conservare, è
irrefragabile che fin dal 444 Atene s'era fatta viva nelle comunicazioni con
l'Occidente. Se solo i due trattati con Reggio e Leontioi sono arrivati alla
posterità, non è impossibile che anche Catana, Egesta e Nasse abbiano
ratificato egualmente un accordo con Atene nel 433 2 , o in quel torno di
tempo , tanto più che Siracusa incombeva sui Sicelioti. Orosio ha attinto
a Giustino quanto segue (II 14, 7-11): ' Athenienses instru-
ctam classem in Siciliani misere lai ; . . . . maiores copias robustioremquo
exercitum cum Lachete et Chariado ducibus in Siciliani reduxerunt (b) ;
sed Catinenses belli taedio permoti , cum Syracusanis foedus iueunt ,
auxilia Atheniensiuni spernunt ;
post autem , Syracusanis condiciones pa-
cis meditatione dominationis transgredientibus . d e u u o legatos Athenas
,
Piti tardi, intanto elio la flotta A't»i<latn da Alcibiade, Nicla
e Laniaco è sulle mosse per Siracusa, Eniiocrate annunzia al
suo popolo elio 'gli Ateniesi s'orano spinti contro i Sira-
cusani— ciò che dovevo arrecare grande meraviglia - con
forze di mare e di terra ,
in a p pare n z a per V alleanza
con gli Egestei e por ricondurre in patria i Leontini ,
ma in
realtà pormb 1'
a i z i o n e della Sicilia, specie della
città di Siracusa, stimando che, una volta sottomessa questa,
facilmente avrebbero fatte altre conquisto
'
{1;. Ed invero, secondo
piano di guerra concertato dal partito alcibiadco, il più impor-
il
tante posto per prendere l'Isola era il nogO^aug, sicché Mes-
sana e R e g g i o si ritenevano meritamente la base e l'ap-
poggio per i vasti disegni da effettuare. La spedizione del 415
si intraprendeva quindi ìjiì jusyioTt} èXmòi rcov ^usUóvtojv, e con
piena sicurezza di non subirne sconfitta (2). L' oclocrazia
la
mittunt, qui . . . auxilium . . . precarentuv. igitur magna classis instriiitur
Lamacho ctc '
(e). Secondo Okosio adunque che
diicibus Nicia et ,
son tre le spedizioni ateniesi in Si-
ha verbalmente copiato Giustino ,
specialmente sarebbe stata provocata dai Catanei
cilia, di cui la pi-ima
non per nulla memoria. Si confron-
quando dei Leontini e dei Reggini si fa
tino i tre momenti in Giustino IlII 3, 5
'
Lamponem ducem cum classe in
Siciliani misere '
(a) maiore d e n u o classe et robustiore exercitu Lacbete
petivere (ò):... igitur classis ingens dccerni-
et Chariado ducibus Siciliam
'
Alcibiades et Lamacbos etc. ' (e). Mentre
tur; crcantur duces Nicias et
promo-
dunque le fonti di prim'ordine riguardano Leontini e Reggio come
Giustino è Catana che la provoca.
trici della guerra ateniese in Sicilia, per
(1) Thuc. YI 33, 2.
Tnuc. TI 31, G; cf. Diod. XTII 2, 2; ed inoltre Lucian., Quom.
(2)
Just, eonscr. 38:... toù? §"Aerivato'JS uspiTiXstv
SixsXiav ual 'ItaXiav fisxà
sXTiidtov. Vd. in Thuc. VI 24 3 -/al s é X -
xwv zpwxtov Toò 'AXx'.^iaòou ,
Tci S s g Svxss aojerjasaea-.. Nella comedia aristofanea Aves
E u e 1 p i d e sos-
ateniese che si affida inconside-
tiene la parte della gioventù e del popolo
ratamente ad Alcibiade. Notevole l'iatrod. all'ed. di Aves curata dal Blaydks
(Hai. Sax. 1882) p. VL '
- 197 -
ateniese infatti tendeva a consolidare il primato marittimo della
propria città anche in Occidente, dove cflctti va niente la talasso-
crazia era dei Cartaginesi e dei Siracusani.
Perciò gli Ateniesi ek rovi' àqjgoovvìjg ^ l d o v , óìote
xò)v TiQonoieicov x(bv oly.eioìv ov ugaiovvieg 'Ira?, lag xal
Z ly. E Ila q xaì Ka o yi] ò 6v o g a q ^ e iv ti o o o e ò 6 y. i] -
oav (1). Per ben comprendere il vero valore storico di queste
ultime testimonianze (Tucidide e Isocrate), bisogna ratf'rontarle
con altro luogo tucidideo : y.al è l ti i
C m v (^AXxt(iiùò>]g) Z i y e-
À i a V re ò i
'
a v r o v y.al Ka o •/}] ò 6 v a /jjyEoOai (2). La
espressione d'ordine, per così dire , ò t' a ì' z o v trova la sua
spiegazione nel fatto geografico, onde era illusa la fantasia dei
democratici di Atene. Cartagine era costruita in sito dove il
Mediterraneo ò, più che altrove, ristretto tra la Sicilia e l'Africa.
Tucidide potè ben comprendere che Toclocrazia ateniese consi-
derava la Sicilia come il vero e naturale anello di
e n g i u n z i n e con le costo libiche, a quel modo
stesso che il jioo&/.ióg e Messan a riguardava siccome la base
di operazioni per la conquista della maggiore Isola (3). Quanto
(1) IsocR., de pace 85.
(2) Thl'c. vi 15. 2. Un'allusione all'impresa a 1 e i b i a d e a faceva nel
415 EcRUMOK, Troad. 220-9: xal xàv Alxvaiav 'H^ataTo-j
21 '.
X £ X (5 V òpswv fiaiép' , àxo'Jio
xap'jaasaO-a'. axs^àvo: g àpsxócg.
Tav x' àyyj.axs'jo'jjxv yàv
'loVCtO * * TIÓVXCO
6CV 'JYpaivsi xaÀ?.'.ax£'jwv
ó gavOàv yaixav z'jpaatvcov
Kp à G '.
5 il.oi.Hev.'.- r.%'(%lz'. -psziov
eùav5póv x' òX^i^ojv yàv.
Cf. E-jRip., Eleetr. 1347-8.
(3) Si confronti in proposito il passaggio ig aOxoò in Tìut. [Ili 1, 2.
~ 198 -
a Cartagine all'Africa settentrionale in i>'eTioro , verso cui
anche si spingevano le lontane e vaghe aspirazioni del partito
alcibiadeo, da un altro passo di Tucidide rileviamo che un'ag-
gressione degli Ateniesi era pur anco prevista dalla potente
colonia tiria. Dei vasti disegni concepiti dalla più spinta oclo-
crazia ateniese indi a poco si faceva denunziatore Alcibiade
stesso, che li aveva ispirati al pari dello zio Pericle (1). Quando
si rifugiò a Sparta , spingendo questa città a riprendere le
armi contro la rivale ionica , confessava :
'
Xoi navigammo in
Sicilia primieramente per ridurre al nostro dominio , se fosse
possibile, i Sicelioti, e dopo di essi anche gì' 1 1 a 1 i o t i
,
e quindi avremmo tentato l'impero dei Cartaginesi e di
loro stessi. Che, se questo ci fosse bene riuscito o in tutto o nella
maggior parte, avremmo invaso il Peloponneso' (2). Ed
infatti, non appena s'erano cominciate a sentire le prime noti-
zio circa la partenza della superba flotta ateniese nel 415 (3),
Ermocrate era in grado di poter affermare che ai Cartaginesi
non doveva riuscire inaspettato [ov yàg àvélniorov
avxoTg) che i Sicelioti domanderebbero loro soccorso contro
Atene, la comune nemica , à)X àeì (i Cartaginesi) òià cpó^ov
ehi jLiì] Tiore 'A&ì]vaToi avroTg ènl rì]v 7ió?uv ek&aìoi xié. (4) Non
pertanto nel 415, gli Ateniesi vedendosi venir meno molti con-
federati del 427 ,
avrebbero chiesto aiuto agli stessi Cartagi-
nesi (5) per muover contro Siracusa, come l'anno innanzi (416)
(1) Alcibiade era figlio di una sorella di Pericle : Val. Max. Ili 1,
oxt. 1; Sdid. s. V. 'A>.xi|3'.a5Yjg.
(2) Tiiuc. VI 90, 2-3.
(à) Thuc. A^I 32, 3; 34, 2; Plut., Nic. 12, 2.
(4) Thuc. VI 34, 2.
(5) Tiicc. VI 88, 6.
- 199 —
a\)o pur fatto gli Egestci molestati dai Soliniintini
(1). Ma
certamente, benché battuti ad Imera
nel 480, i
Cartaginesi
non avrebbero voluto p o r d e r e la p o s i z i o n e e
l'influenza gi.à da tempo guadagnatasi nella Si-
cilia occidentale Per altro,
(2).
più el.e mezzo dopo
secolo ormai trascorso, le relazioni
dei Cartaginesi eoi Siracu-
sani non dovevano più
presentarsi nel!' istesso aspetto
d'una
volta. Comunque modo intempestivo ed inconsiderato
sia, il
con cui agiva l'oclocrazia ateniese
sembrava una specie d'in-
gerenza nel dominio speciale di
Cartagine, fondato prinripahnente
sulle coste occidentali della
Sicilia (3).
Tuttavia, por potersi avanzare fino alle coste libiche, era
innanzi tutto necessario rimuovere
dalla Sicilia quello che, per
parte degli Ateniesi diremmo pericolo dorico. Nella seconda
,
ambasciata che quei di Egesta facevano in Atene, fu da essi
messo in rilievo un gravt. timore ond' erano avvinti
gli Ionio-
calcidesi di Sicilia. Tra le altre
difficoltà che si frapponevano
al tranquillo benessere di questa stirpe
decadente , si osservò
ben a proposito che o! "Iwve, ad ,cors TzoÀiuiot roT, Jcootevoc
dai (4): e, d'altra parte, se
'
i Siracusani, dopo aver maltrat-
tato in Sicilia tutti gli altri alleati degli Ateniesi , riducessero
in loro potere l'intera S e
vi sarebbe pericolo che
i i 1 i a ,
una volta o l'altra i Dori della Grecia con grande
apparato di
(1) DioD. Xir 82, 7.
(2) DioD. Xir 83, 6.
(8) Fkkem.x, Risi. ofSicUy III p. 16; MLx.Ku-STKtnrxG, Aristopha-
n^-s die historische Krililc
linci
p. 9 ss. Sulla tachibulia ateniese è bene
confrontavo Aristoph. Aeharn.
G30 e Scid. s. v. Tax u 3 o ó X - - .^„
.cpeoDvxa. Sa o-A e, varo .0,^X0.00.0, xal o:: x'a x 3 o. e ^^àv^oO.'
sv olq, Po'jXs'jovxa'..
•
(4) Thi-c. vi 82, 2.
3
- 2Ò0 —
forze aiutando i Dori di Sicilia, che a quelli sono imparentati
e che da loro t'urono dedotti in coionio dal Peloponneso, demo-
lissero con forze unite la potenza ateniese '
(!)•
D'altra parte rolemcnto dorico spartano e corintio si spin-
geva a soccorrere i congiunti Siracusani, che ,
da soli ,
questi
non avrebbero potuto resistere agli Ateniesi ed alleati. Presa
Siracusa, osservava in Sparta l'esule Alcibiade, tutta la Sicilia
è già bell'e conquistata dagli Ateniesi, e con essa subito l'Ita-
lia. In tal caso il pericolo sarebbe anche stato per il Pelopon-
neso (2). Se non che, in rispondenza al timore della razza cal-
cidica, nel 415 Ermocrate, all'avvicinarsi della flotta ateniese
alla volta di Sicilia, proponeva ai Siracusani di invitare per
aiuti, oltre i Siculi, i Sicelioti e gl'Italioti, anche gli Spartani
e i Corintii (3). Anche Nicla era stato di questo avviso, allor-
ché perorava in Atene la rinunzia alla guerra siciliana (4),
giacché, e ben s'apponeva, so i Dori del Peloponneso avessero
Thuc. YI 6, 2 . . -/.al sy.£Ìv(ov 5'jva|xiv auyxaGéXoja'.v; cf. Diod. XII
(1) .
83, 5-6.
(2) Thuc. VI 90, 2-4 già citato ;
cf. 92, 5.
(3) Tiiuc. VI 34, 2 e 3; cf. 34, 4; 45; 73, 2; 88, 7 ss.; 91, 1; Oros.
II 14, 13 tì 7G-17. Giustino [Trog.] asserisce, IIII 4, 12: ' rdoponncsii
qiiofiue comimiui civitatum decreto iagcntia Syracnsauis auxilia misere, et
quasi Graeciae b e 1 1 u m in Siciliani trauslatum esset ita ex ,
utvaque parte suiiimis viribus diiiiicabatur
'
(da cui lia quasi iutogralmcntc
Orosio II 14, 17). Simihnente fio dai preliminari della guerra
coi)iato ,
pelopoanosiaca (431) Ateniesi e Spartani, nel chiedere aiuti ai loro alleati,
rivolgevano anche agli Italioti ed ai Sicelioti: Thuc. II 7. Circa i Co-
si
rilevare che ad impedire la grande spedizione del 415,
rintii giova poi ,
essi avrebbero effettuato la mutilazione delle erme. A questa versione, ac-
M. e Cratippo fr. 76 M. non si accorda quella
colta da FiLOCORO fr. 1 LO ,
che ne riteneva colpevole Alcibiade.
(4j Plut., Ale. 17, 3; 18, 1-2.
- 201 ~
trovato divise {òiya) le forze
ateniesi si sarebbero
.
alleati .oÌ
Sicelioti dorici, la cai noione era stata nella prima
spedizione
d. grande vantaggio ai Siracusani (1). Una divisione etnica e
politica c'era per altro tra l' eleiiiento dorico ed il calcidico-
ionico, coiiie nella Grecia piopria, così nella Magna Grecia ed
in Sicilia. Essa non appare solamente
dalla gelosia che l'ima
stirpe ha per l'incremento
dell'altra, la diplomazia ricon- ma
nette le ragioni del dissidio
con la divei-sità d' oi-igine,
se non
altro per colorii-e
pi^etesto della guerra
il
(2;.
In ogni modo, so ritenevasi
ragionevole che gli Ateniesi
facessero causa comune con gli alleat? di Sicilia
poter op- per
poiTO una valida resistenza
all'ambizione siracusana; e,
d'altro
canto, se in Atene era non
meno vivo, forse più ai-dente
il
desiderio della Sicilia, da
questa lotta civile, come
paiTebbè a
pr.ma vista, o Atene o Siracusa
doveva uscire signoi-a dell' I-
sola. E del resto, giacché la guerra
del Peloponneso
Ci-a ormai di-
vampata, iìon era forse inevitabile
questo tentativo di conquista
in Occidente anche pel bisogno,
che allora aveva Atene
di espandersi in mare?
(3) Certo, solo con r aiuto cartagi-'
nese Atene avrebbe potuto prendere
Siracusa e la Sicilia
(4).
(1) THrc. TI 10, 4. Anche nella
Grecia propria avveniva, in con-
apposto ano prenuu-e ateniesi,
che, volendo gli Spantani
fon.a,-e ta una Ilo
scale di oOO nav., oltre che ad Artaserse "
I di Persia, si rivol^essco
aneat. .ciHa e d'Italia, fin dai
. pru.ordi della lotta pelopon^s.ri::^
dendo allestimento di
1 200 triremi (Thuc. II 7, 1-9. ,f .. n
,
'-, ci. I
1 Sfi
30, J, I),on.
[Epho^.] XII 41, ]).
(2; Tare. IIII GÌ, 3: o, ,àp xor^ sevs.v, 5. a., a .s,.xs ^oO
'''' "'• '"' "'""''
-TddSf ^''
" '"^^^^^' ^"''-^^^'^^ 'p- 4
(3) Cf. E. CiccoTTi, La guerra e la pace nel mondo antico .Torino
^^
^ 1001)
(4) HoLM. Stor. d. Sic. II p. 21.
— 202 —
L'influenza della maggior corrcntG olio propciide alla guerhi
fa sognare il primato marittiiìio atonicsc anche in Occitlonte.
Non ostante avessero osservato i moderati, per bocca di Nicia,
che la conquista di Sicilia era un /i t y a eQyov vero e
proprio (1) ,
Alcibiade t;'li si contrapponeva : vavy.gdTooeg yno
èoófieda y.al | v n n d v i co v Z(xe)MOJ(~)v (2). A questo fine, nella
primavera 415, prosenti gli amltasciatori delegati da Egesta ,
i
tre strateghi ricevono il mandalo y.QÌ ràlXa xà h rfi Z i y. e l ia
noà^ni orni àv yiyvcóaxo)oiv a q i o r a \i )] v a io i g (o) ;
il
che significa, in altri termini ,
che ad essi era dato ufficiale
incarico di promuovere nell' Isola i vantaggi della patria. E
veramente, come sperava il partito alcibiadeo e come si face-
vano pronunziare gli oracoli, la parte migliore che si potesse
aggiungere alla grande impresa era di volgere, ad un
tempo, ansioso lo sguardo dalla Sicilia alle coste delT Africa
settentrionale.
L'autorittà ben nota o le inframmettenze dell'uomo del giorno,
di quell' Alcibiade cioè, che nella seconda metcà del Y secolo
rappresentava la mente direttiva e l'anima della politica ato-
(1) Tiiuc. A^I 8, 4; cf. 17, 2 (parole di Alcibiade): v.%1 tòv se: xr;v
S'.xsXiav TtÀoOv jav) lasxaY'.yvcóaxsxs co; ènl [isYaXyjv § u v a |i i v
£ad|i£vov. Yd. inoltre VII 87, o od in Plut., Nic. 8 \xi^ % xXsog, quale
Alcibiade sperava, fondandosi su antiche profezie. Tnttavia la difficoltà del-
l'impresa ora ben rilevata dall'avversario politico Nicia in Tiiug. YI 9, 8:
Clic, 5i o5xs £v xaipw otis'jSsxs (uf. VI 10, 4^1, ouxs pcf5'.a saxi xaxaax^^^'' ^cp'
oc a)pp,Y]a6£, y.xl.; cf. Suin. s. v. N'.y.taj.
(2) Thuc. YI 18, 5; cf. Diod. XIII 2, G.
(3) Tiiuc. YI 8. 2; cf. 44, 4: oi ('A0y)varo'.) dà noòc, xà èv xf/ S-.y. s-
X l a T:pdy|iaxa Ioxótio^jv oxfo xpÓTiw à p i a x oc Tipoaocaovxai.
— 203 —
nicsc — e poteva bene far fronte agli attacchi di Nicia (1) per
le simpatie popolari di cui era forte — erano valse ad esten-
dere nella pubblica estimazione la sfera di possibili conquisto
in Occidente. Plutarco, servendosi indubbiamente di un'altra
fonte che paro non debba essere Tucidide
(2) , è informato di
ciò, che nel 415 tutti, i £;-iovani nelle palestre, i vecchi s'andò
a sedere noij^li opifìci e negli emicicli , dipingevano la figura
della Sicilia ed il maio che la circonda, coi luoghi e i porti
che prospettano la Libia {?>). Ed ossi infatti non si ripromet-
tevano qual premio della vittoria la sola Sicilia , ma questa
coisidoravano come un 6 o u r] i q o v còg àji' al>TÌ^g
,} i , òiayco-
rioóneroi A' a g
ttoÒ,-
yy Ò 6 y a y.aì oyjjoovreg a>a A t fi v rj v
11) Tuuc. VI 12, 2; 15, 2; IG, Diod. XII
1; of. 84, 1: AmsTOwi. Pax
4oO -/.3i -..; sTpaTr,-'arv ^ouXófisvog (aUusione ad Alcibiade e Sch. i ih.; Plut.,
yic. 12. e 4. Non diversamcutc uA
1 III ^:ec. a. C. T aristocrazia cartagi-
uese si sforzava di allontanare Annibale ancor giovine dall' intraprendere
una nuova guerra contro Romani, ond'è che
i
al grave senatore Annone
Livro, XXI 10. 4. fa dire :
'
luveneni tlagrantem cupidino regni, viam.pio
unani ad id cernentcm, si ex boUis bella serendo succinctus arniis legioni-
busipie vivat, vchit matcriam igni r.raebentes, ad csercituni niisistis. Alui-
sti.s ergo iuccndiuni, quo nunc ardetis '.
(2) Plutarco infatti in maniera esplicita attesta, ^io. 1, 3, che, se
taluni ].articolari sono sfuggiti alla maggioranza degli storici della guerra
poloponnesia, egli li desume dalle opere di altri scrittori, nelle (piali si leg-
gevano ar.opadr^v, o dagli àvaOr^.uaxa, o da antichi '|T(-^t3|aaTa.
i^|) Il piano di invadere 1' Africa, prendendo le mosse da Lilibeo, non
era, del resto, inattuabile, ove 1' impresa ateniese in Occidente non fosso
stata inopportuna intempestivamente
e affrettata. Ma i Cartaginesi erano
-i poi una nazione impotente V Nel 204 P. Cornelio Scipione da Lilibeo
l'issava in Africa per combattere due anni appresso la battaglia di Zama
(202). Cf. in Livio XXIX .S, S :
•
classeni Romanani Scipionemque impe-
ratoicni — et fama fuorat iain in Siciliam transgressum — advenisse '.
''••Ito la prcboló dalla Sicilia a Cartagine cominciava da Lilibeo.
- 204 -
Hai Tì]v hròg 'Honxleioìv 0Tì]kcòv -ùàlaacav (i). Ciò è tanto
vero che, come agli Ateniesi poteva esser noto che dalle alture
(1) Plut., Nic. 12, 2; cf. Ale. 17, 3-4; Perici. 20; L. Holzapfel,
Untersiichimgen iib. Darstell. d. griech. Oeschichte p. 73. Come risulta
manifesto, confrontando il biografo di Cheronea con Tucid de, VI 32-4
dianzi esaminato ,'cf. VI 15, 2; 90, 2; Aristoph. Equ. 170 ss.; 1803;
Vesp. 700 s.), la tradizione letteraria, che giungeva por parecchi secoli
fino a Plutarco, andava ampliando la tela della narrazione. E oramai ri-
saputo che Plutarco '
accatasta senza discernimento e mescola tra loro fonti
primarie e secondarie' (E. Pais, Stor. di Tioma I I p. 94). Io son di avviso
dell'impresa siciliana, cui avranno riconosciuto i seguaci
che, data la difficoltà
dello stesso partito alcibiadeo, data la circostanza ineluttabile della grande
potenza siracusana, o meglio della preponderanza allora goduta dal partito
dorico dell' Isola insinuatosi anche nelle città calcidicho (specie in Leontini,
a Reggio e a Catana), il disegno di un tragitto a Cartagine poteva, tutto
al più non altro essere che vagamente concepito dalla plebaglia speran-
,
2.o.sa di grandi risorse economiche, e solo attuabile quando si fosse assog-
un particolare, che
gettata la Sicilia. In questa vaga speranza era implicito
cioè si sarebbe potuto tentare 1' Italia e 1' Africa settentrionale qualora la
sottomessa agli Ateniesi avesse potuto fornire dei rinforzi, in guisa
Sicilia
mettere
che Atene, acquistata maggiore importanza morale e civile, potesse
suoi disegni. Tuttavia, anche a prescindere dai motivi di
in esecuzione i
ambizione che spingevano Alcibiade ad istigare la seconda e grande spedi-
Carta-
zione in Occidente, una maggiore omogeneità di carattere era tra
i
ginesi, fieri e rigidi, e i severi Laconi, il che avrebbe potuto avere come
non certame-.ìto immediato una probabile coalizione doro-punica.
effetto
reggimento
Della somiglianza di costumi e di legisla ione cartaginese con il
di Sparta e con quello di Creta ebbero notizia gli antichi in età posteriore :
209-210 M. FHG. II p. 107 ss.; cf. Holm, 67. d. Sicilia 1
Aristot. fr.
Ma non è poi giusto che la critica moderna risalga a cause ed
p. 373 s.
remote e non strettamente riconducibili alla spiegazione di fe-
istituzioni
nomeni storici di ben altro ordine e di data alquanto lontana. Questo vor-
rei solamente rilevare, che la tradizione letteraria posteriore su un semplice
embrionnle mal potè ricostruire, con raffronti etnici ed etici
disegno affatto
inopportuni un sì vasto tentativo di guerra. Se poi ricordiamo
spesso ,
Imera del 480 tra Gelone e Cartaginesi, siamo
la famosa battaglia di i
indotti a inferirne che , se a Cartagine si pensava dagli Ateniesi ,
gh è
non già perchè dopo tanti decenni si ritenesse possibile un aiuto carta-
— 205 -
dciramica Coirini - donde s'era stabilito dovesse partire il
naviglio ivi riunito in direzione della Sieilia — in una bella
giornata si vedono i monti d'Italia ; all'istcssa guisa, nei giorni
sereni, dalle coste occidentali della Sicilia si vedono quello
libiche, in mezzo allo quali non doveva riuscire oltremodo
difficile il Aiftvy.ò^ nóoog (1).
Grande, come s'è visto, è il piano di conquista escogitato
dalla repubblica ateniese allo scorcio del V secolo. Per coloro
che sollecitavano la guerra ai propri fini l'occasione non poteva
presentarsi più pi'opizia. L'invito degli Egestei è una
piccola scin-
tilla che fa divampare un enorme incendio, fatale ad Atene.
Quantunque Xicia avesse in due riprese contrastato il disegno
di una guerra fuori dell'Eliade e avesse pur fatto rilevare la
circostanza <.'he c'era a domare Calcidesi di Tracia,
i
special-
mente quei di Amfipoli già da qualche tempo ribellatisi alla
metropoli ionica (2) e che si aveva da combattei-e
,
coi Dori
giiicsc ad Atene, i tiitt 'altro !) ma certamente perchè la colonia ti ria accampò
sempre preteso sulla Sicilia , specie suU'occidentale. Notisi che alle parole
di Plutarco cit. Nic. 12,2 . . . xa- tyìv 3'Jt.v xy.s Tispi aOxr^v eaXàaar^g xal
Xi|isva;xaì tótioo; idi Sicilia) , ol; x é x p a ti x a -. Tipòg A'.;3'Jr|V r^
'^fioo:;, corrisponde in certa guisa Tccididk , VI 2 , 6 : évxsOesv (cioè dal
territorio occupato dagli Elimi) sXàxtaxov tiXoùv K a p / ^ § ò) v 2 ix s X i a s
à7:£X£'., of. TI 15, 2; Strab. [Posido.n.] VI 2 , 1 C. 2G7 ; XVII 3. 10 C.
834; Pux. 71. h. Ili 87 Eustath. ad Dion. 467 e 473 in M. GGM.
;
II
p. 305 e 306. Sul riguardo vd. Columba La prima spedizione
, p. 67 ;
Pais, St. d. Sic. e d. M. Grecia I p. 152; Y. SoLuyi^, Le fonti di Str a-
bone nella geografia d. Sicilia (Messina 1897) p. 8 e 23.
(11 Dio.NYS. Per. 477; cf. Sil. It. II 310.
(2) Thl-c. vi 10, 5. Infatti, nel 417 gli Ateniesi , indegnati con Per-
dicca già unitosi agli Argivi ed agli Spartani avevano
, hloccato le coste
macedoniche ,
Nixio-j xoO N-.XTjpocxou oxpaxyjYoDvxo; ap. W. DrrxEXBERGEK ,
.'^glloge inscr. Gracc. V n. 37 ,
v. 20 s. ; Belocu, Gricch. Gese/nchie II
- 206 -
del Poloponnoso, prevalse tuttavia il divisameiito della oclo-
crazia (1), meglio che della sana democrazia e degli aristo-
cratici, questi ultimi due partiti rimasti con Nicia soccombenti.
L'ardito ateniese esorta i suoi cittadini a '
non pentirsi dal
faro la spedizione di Sicilia come se si dovesse farla contro
una grande potenza ; imperocché le città (di Sicilia) sono assai
popolato di gente frammisto di forestieri, e facilmente mutano di
governo e ne accettano altri '
(2). Ma a questa generica asser-
zione, che avrò agio di esaminare più oltre , Nicia risponde ,
secondo la tradizione tucididoa, che i Sicelioti non desidera-
vano alcun cambiamento di governo (3j, il che è pur da vedere
nel corso di questo indagini. Tuttavia negli animi della oclocra-
zia, ed anche dei sensati conservatori, si era fatta strada la convin-
zione che nessuno, il quale abitasse l'Isola, sarebbe stato pronto
a difendere la Sicilia con l'entusiasmo con cui si difenderebbe la
propria patria ; anzi si opinava che , se le cose fossero andate
malo ,
lo straniero avrebbe abbandonato 1' Isola per piantare
altrove la sua residenza (4). In tal guisa il partito alcibiadeo
si lusingava della facilità di conquistare la piìi grande e
la pili bella Isola del Mediterraneo (5) ,
quando già i forti
(Strassbui-g 1897) p. 37. Cf. Thuc. V 83, 4; Vili 2, 2; Aristoph. Lysislr.
103 circa la nuova ribellione, fatta contro Atene, dalle città ad essa soggette,
dopo la disfatta di Sicilia. Sa Tucidide axpaxr,Yóg ad A nifi poli nel 424
e sul suo csiglio V. Tnuc. V 26, 5; cf. Fiumani in '
Kiv. di Filologia'
a. \l [1878] p. 170 ss.
(Il Cf. DiOD. XIII 3, 1, ove dice che, al partir della flotta, auvr^xo-
Xo'JOs'. TiÒLC, ó xasxà ty]v tióX'.v o / X o g àvaiitg àaxwv xs xai gsvo)v, xxé.
(2) Thuc. VI 17, 2; cf. 76, 4.
(3) Thuc. VI 20, 2.
(4) Tmuc. vi 17, 4.
io) Cf. [Scy.mn]. 264 I'.-/.s/aa vf^aog cOxu;(£axaxr^.
- 207 —
Cartaginesi in tante spedizioni non avevano potuto mai pren-
derla (ì\
HI.
E noto che, fin da un'età anteriore alle xTioeig di Occi-
dente, le rolaziorii tra la Sicilia e la Magna Grecia con l'p:ilade
andavano tacendosi di tempo in tempo più intime e frequenti,
i contatti diventavano ognora più. vicini. Quantunque la con-
figurazione costiera dell' Italia meridionale e della Sicilia che
no ò continuazione, rivolte ad occidente, rendesse piuttosto dif-
ficili le comunicazioni con la Grecia propria, la cui forma spin-
gerebbe naturalmente i suoi navigatori v^erso l'Egeo e l'Asia
anteriore nonpertanto lo sviluppo coloniale e
(2), commercialo
ateniese, ed ellenico in genere, sulle costo occidentali bagnate
dal mare Ionio era favorito dalle condizioni tisiche e clima-
tiche (3). Siffatte comunicazioni marittime dovevano divenire
molto intense nel V secolo, non tanto per le relazioni di pa-
rentela che collegava alla patria di origine le colonie sicc-
liote e italiote, quanto per necessitcà di scambi commerciali e
per ambizioni politiche, ovvero per affari di carattere
mercan-
tile. E stata notata a tale proposito una innovazione onoma-
stica del mare Ionio, che ncH'opera tucididea comincia ad esser
chiamato 'Siculo' (4). Si può obiettare che la preferenza
(!) DioD. XII 88. 0.
(2) V. Strazzulla, Sul milo di Perseo nelle ptà antiche relciKioni
tra la Grecia e l'Oriente classico (' Atti d. K. Accad. Pcloritaua '
[Mes-
sina 1900] estr. p. 70 ss.).
(3) CoLUMnA, // mare p. 319 e passiui.
'4) ii. Tiìoi'EA, Tucidide ed il confine orientale del '
mare Siculo
'
e Riv. di Stor. aiit. '
a. Ili [189S] p. 53, cf. p. 70). Lo cliiama ::ix£-
X'.xòv zéÀccyos TiiL'u. Ili 24, 5 VI
; 53, 3 ; 13, 1 ; cf. Strau. II 5, 20 C. 123.
— 208 —
di tale denominazione non giustifica la prominenza materiale e
morale dei Greci d' Occidente rispetto ai loro fratelli dell' El-
iade, giacché non '
Siculo '
ma '
Sicoliota '
dovrebbesi allora
appellare l' estensione di mare di cui ora ragioniamo. Ma
come i Romani chiamarono Siculi gli abitanti della Magna
Grecia e dell'Isola per denotare a rigore gl'indigeni, così nella
tradizione letteraria del V secolo si iniziava la nuova denomi-
nazione di 'mare Siculo' (1).
L'estensione, che il massimo storico ateniese assegna al
'mare Siculo', dalle coste orientali della Sicilia tino
a Citerà e a Creta (2), dipenderebbe non già da vere e
proprie denominazioni, ma da '
tatti soggettivi '
di Tucidide;
e, meglio ancora, la grande estensione che Tucidide attribuisce
al '
m. Siculo' troverebbe la sua ragione nel notevole svi-
luppo della gente ellenica (3j lungo il tratto mediterraneo com-
(1) Ykht. p. 134 M. ap. Pais, t'^tor. di Boma I 1 p. 140 e n. 2.
(2) Questa tradizione, iniziata da Tucidide, è fedelmente e dirci
anche abitualmente seguita fino al periodo imperiale, quando anche Ampelio
nel magro '
i^iber Monioi-ialis '
7, 4 scrive: '
S i e u 1 u m (mare) , in quo Si-
cilia ; Creticum, in quo insula est Creta'; linguaggio questo che
dimostra i confini dei due mari. Dunque il '
Creticum mare '
ritenevasi
direttamente continuazione del ^ixsXixòv TiiXayoc, tucidideo. Ancor più ca-
ratteristica è la descrizione di Dionisio periegeta, 84-87, 109-Ul ; cf. Ari-
STOT. de viundo 8 -co Z'.xsÀ'.xov, [Jiexà 5s xoùto xò KpYjxixóv. e Plin. [Era-
TOSTH.] n. h. Ili 75.
(3) In generale, durante la guerra del Peloponneso, la Sicilia ebbe
un grande aumento di popolazione in rispondenza ai progressi materiali
delle varie città. SuU'argomente v. G. Beloch, La popolaxione antica d.
Sicilia (
'
Arch. stor. Sic. '
N. S. a. XIV [1889] p. 20-21 e n. 1) con le
citazioni di Tucidide; cf. ib. p. 24 ss.). Quanto a Citerà è da avvertire
che essa era allora considerata come un punto di appoggio per passare dal
mare Siculo al Cretico, siccome rilevasi dal testo tucidideo IIII 53, 3: Tiàaa
yàp (K'j9r(pa) àvé/^si npòc, xò 22 ; x s X i x ò v xaì K p Tj x '. x ò v TiiAcnyo^.
,
— 209 —
preso tra le due costo orieutali della Ma<2:na Grecia e la Peni-
sola greca. Con diligenza di ricerca ha dimostrato il Tropea
che , mentre la tradizione da Omero ed Esiodo fino agli scrit-
tori anteriori a Tucidide non si spingeva ad assegnargli così
vasti contini, lo Storico invece e con lui la tradizione lette-
raria posteriore (che lo ha seguito) hanno dovuto subire l' im-
pressione dell' incremento considerevole acquistato dagli EUeui
che da Creta o dalla Grecia continentale si avanzavano più fre-
Cjuentemente fino alla lapigia, alle colonie della Magna Grecia
orientale ed alla Sicilia. La prima idea di questo notevole fatto
storico s'era affacciata al Columba, il quale mise avanti 1' osser-
vazione che '
por ragione della grande spedizione ateniese il
nomo di M a r Siculo che compare la prima volta nella let-
teratura al tempo di essa , e per essa . pigliò maggior impor-
tanza '
(!)•
Ora ò evidente che, se gli Ateniesi , come diceva Ermo-
crate al congresso di Gela (2\ non assalivano i Dori di Sicilia
dal loro paese, bensì dalla terra abitata dagli Ionio-Calcidesi
qualora le navi attiche movessero alla volta di Sicilia , dove-
vano anzitutto far capo alla punta estrema d' Italia , e di lì a
Roggio, donde, facendo una spinta a NW, cioè a M essana,
potessero spiare il partito dorico militante per quella Sira-
cusa, che era la maggiore e i 1 1 à (3) bagnata dal '
m a r e
(1) Columba, Il mare p. 322.
(2) Thuc. uh 01, 7.
(3) Hecat. fr. 45 M. 2 •)
p a x o u a a •. , nóX-.g 2vx£À(a; fi s y i a x tj
;
Thlc. IIII t)4, 1 TióX'.v [i s Y f a T Tj V ; VII 28, 3 Sypaxotiaag.., nóXi-i
o05àv èXaaaco aOtr/v ys ^'•^O' a'JiYjv x^j 'A 6 yj v a i w v ;
cf. VI 87, 2 nó-
X'.v . . . X a a 'j X r^ V oaa-. ^upocxo'jsat sìaiv ;
inoltre v. G. Bklocu, La
popolaci ione ant. d. Sicilia p. 34, 38.
— 210 -
Siculo'. In tal guisa, partendo dall' isola di Corcira , verso
gli ultimi del settembre 427 lo venti navi ateniesi, al comando
di L a e h e t e e C a r cado (1) , seguivano una rotta corri-
spondente al piano di guerra già stabilito in Città. Fin da quando
era scoppiata guerra tra Corinto e Corcira (488), bramando
sì l'una che 1' altra l' alleanza ateniese , jigoéxaivev 6 òìiuog
(tcov \AO)]yaitov) o v ii fi a yeX v Toìg K e <j x v g a i o i g ò i à rò
KÉoXVg a V e v (p v io g x eIo a i jrgòg tÒv eig 2 ix e X i av
nlovv (2). Così sul finire dell' estate 427 (ultimi di settembre)
(1) Tnuo. Ili 80, 1 e 5; VI 1, 1; G, 2; Philochor. fr. 104 M.; Diod.
yil 54. 4; cf. lusTiN-. [Tkoli.] IIII 8, 6; Oros. Il 14, 8.
(2) DroDORO, XII 54, 2 ('parimenti pel 415 vd. XIII 3, 3), ha le suo
fonti prime non solo in Eforo, ma anche e principalmente in Tucidide I
36, 2 -cri; xs yàp 'Ixa^aag xaì StxsXiac; xaXd); tì a p à t: À o 'j y.sìxa!. xxé.
ed inoltre I 44, 3 àixa 5s xf^; xs 'IxaXiaj xal I'.y-bkI'X'^ 'a.<xaò)c, èxaivsxo aO-
zolc, yjvfjaog Képx pa ( 'j
) sv ti a p a ti X w xsìcOai ;
cf. Tac. An7t. Ili 1 :
'
... Core y r a m insulam advehitur. litora C a 1 a b r i a e contra sitam...' ;
POLYAEN. I 40, 4.
1 due passi tucididei concernono l'opportunità, che i Corcirei nel 433 di-
mostravano agii Ateniesi, di poter questi dalla loro isoletta i)assare verso la
Sicilia, impedendo al tempo istesso che una flotta si recasso dalla Sicilia al
Peloponneso. Tale circostanza fu già l'ilevata dal Columba, La prima spc-
dhione p. 67; cf. Id. Il mare p. 318, 325, 339 s., e le sue osservazioni
furono anche accettate dal Pais, Storia d. Sic. e d. M. Or. I p. 147, n.
1; cfr. E. A. Frkf.max, Hislory of Sicily III p. 19, 628. Anche la secon-
da flotta che, al comando di Sofocle ed Eurimedonte, mandavano gli Ate-
niesi in Sicilia nel 425, oltre che per ragioni di utilità del momento, si
spinse da Corcira verso la Sicilia : Thug. UH 2, 2 ; 5, 2 ; 24, 3. Pari-
menti neir estate 415 a tutti i navarchi si era dato incarico di riunirsi a
Corcira: Tiiuc. VI 30, 1; 32, 2; 34, G; 42, 1; 43, 1; 44, 1. E nel 413 De-
mostene seguiva pure questa rotta : Tiiirc. VII 31, 1 ; 33, 3. Nel tragitto
da S. a N., prima di arrivare al porto di Corcira, doveva essere uti-
lizzato l'approdo a Zacinto e a Cefallonia alleata di Atene, come si rileva
dal solo Aristofank, Lysistr. 392-4 uXsìv s; l'.y.s? {av . . . . ÒTxXixa; xaxa-
Xàysiv Z aX V 9 i 0) V ; cf. Sch. ib. 394 Zax. : stivo; Tispì xr,v K s -^ a -
Xvjvtav, au{i[iaj(ov 'ABrjvactov.
- 211 -
la flotta ateniese è auoorata iu Reggio, e iusieme eoo gli alleati
essa incomincia la guerra (1). Da questo punto di partoo/a per
le operazioni navali, quarè la caleidica Reggio , debbono gli
Ateniesi iniziare il tentativo di sottomettere l'Isola. A tal fine,
bisognava prima ridurrò all'obbedienza le isole Eolie, ed
inoltre con Mylai anche Mcssana, ed infine, ad oriente,
domare la dorizzantc Locri.
L i p a r a , e il gruppo insulare che la circonda, benché a
non poca distanza delia Sicilia, non era indifferente pel buon
esito della spedizione (2). Essa aveva rapporti con Reggio e le
città di Sicilia posto a lei di fronte, « rapporti , clie del resto
le erano imposti dalla sua stessa posizione geografica » (3).
Manifestamente Reggini e Ateniesi andarono incontro a Lipara
per ridurla alFautica devozione verso le città calcidicho, sopra-
tutto verso Reggio. Sulla fino dell'inverno 427-426 con trenta
navi i collegati devastano le campagne liparee (4), benché non
(1) Thuc. Ili 8G, 5; Diod. XII 04, 4.
(2) Anche nella guerra di Sesto Pompeo contro Ottaviano si tenne in
considerazione la postura di Lipara rispetto alla Sicilia Tcpòj iw, opperò
Pompeo stazionò dei presidii specialmente a Lipara, perchè lvop|iia|j.ata rj
vx'jaxa9|aa (^.r/; ysvoixo siixaipa èni x-g 2 x '. s X e q: . xò S'àpiaxov zoo vaux'.-
xoù £v M£aa 1^ V irj auvsòy^sv, sysSpsOov ÒTirj SsTjasiev : App., B. G. V 97;
cf. 103, 105, 109, IIG.
(3) Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Gr. I p. 120 e n. 2.
(4) Thuc, III 88, 1, dopo aver osservato (III 86, 5) che gli Atenie-
si, fermatisi in Eeggio, iniziarono le operazioni di guerra, riprendo la nar-
razione dei fatti di Sicilia: -/.al ol jièv èv Z-, xsXiqi 'ABr^vaìo-. xai Tr,Yrvo'.
xxX. Lo Storico adunque, mentre ha fatto trovare gli Ateniesi stazionati a
Reggio, senza alcun cenno, poco dopo, ce li fa ritrovare in Sicilia. Indubbia-
mente dobbiamo intendere che in questo intervallo la flotta reggino-ate-
niese si sarà fermata in Messana, facendo così il ti'agitto del uop9|jiàg da
Reggio verso NW, donde piiì diretta riusciva al naviglio la navigazione
,,
- 212 -
siano riusciti a una vora sottomissione. Ma la flotta eia tutta
formata di venti triremi ateniesi e venti rci,^gine (Tucidide
Diodoro). Qui si affaccia spontanea la domanda : e le rimanenti
dieci che fanno ? Ci contenteremo, pel momento, di osservare che,
per quanto la narrazione tucididea nulla dica in proposito, esse
più che rimanere di stazione a Reggio o alla vicina Messana,
molto probabilmente dovettero appressarsi ai lidi siracusani per
difendere L e o n t i n i . Piìi oltre ne spiegherò la ragione. Il
primo tentativo di offensiva alla cnidia Lipara, alleata di Siracusa,
ha dunque poco successo, e gli alleati Ionio-Calcidesi son costretti
a tornare in Reggio (1). Ma indi a poco (a. 426) èm Aox gov g
jiXevoavxeg y.ul névxe vecov Aoy.oiòcov xvQievoavxeg ^ *Mvkag
(pQovQiov è7iokiÓQxr]oav (2). A M y 1 a i due cpvlai di Messanii
hanno teso insidie alla flotta ateniese, i cui marinai eran quivi
sbarcati (3). Come si vede, finora l'abile mossa ateniese-reggina
è stata dedicata alla conquista del 7zoQ0f.ióg di Sicilia e dei
dintorni. I Locri, ai cui lidi non è stato ancor fatto un
vero e proprio sbarco dagli alleati Ionio-Calcidesi, si sono spinti
dallo stretto alle acque del Tirreno allo scopo evidente di
opporre resistenza ai collegati che hanno già invaso Messana
al gruppo Liparitano. Cfr. Thuc. Ili 88, 1-4; Diod. XII 54, 4; inoltre G.
Tropea, Xuviismatica di Lipara (' Arch. stor. messinese "
a. I [1901]
p. 122). Perchè si sia preferito dai collegati che 1' assedio di Lipara si fa-
cesse d' inverno, è chiaro ove si pensi che, ivi mancando sorgenti d'acqua,
neir estate gli Ateniesi si sarebbero trovati male : v. Holm, St. d. Sicilia
II p. 8.
(1) Vd. CoLUMBA, La prima spedizione p. 78.
(2) DioD. XII 54, 4. La lezione *MijXa$ è del Cliiver (v. ediz. diodo-
rea di F. VoGEL^, seguita a quella di L. Dindorf; Lps. 1890, voi. II);
cf. meglio Thuc. Ili 90, 1-2, col sussidio del quale l'emendazione cliivc-
riana è giustificata.
(3) Thuc. Ili 90, 2.
- 213 -
Mylai che ne dipendo, e le isole Lipareo. Molto probabilmente
i Siracusani si saranno, in questo tempo, occupati a difendersi
dagli attacchi del rimanente naviglio ai pressi di Leontini, come
dirò subito, quantunque Tucidide non ne faccia cenno esplicito.
Il risultato di tale contrasto è che gli Ateniesi prendono il
(poovoiov di Mylai, dopo avere inflitto l'arresa ai difensori.
Quei di Mylai, costretti ad unirsi agli Ateniesi , muovono in-
sieme alla volta di M e s s a n a , la quale deve senz' altro
arrendersi e consegnare degli ostaggi (I).
Sul procedimento dell'impresa ateniese fino a questo mo-
mento condotta devesi avvertire che realmente il contegno dei
duci ateniesi non può giudicarsi assai favorevolmente. E ,
per
fermarci al punto centrale di appoggio ove Lachete faceva le
sue operazioni navali, è bene osservare che lo stratego ateniese,
in complesso, si dimostrò poco solerte. Se allora Messana potè
cedere all'assalto dei collegati, gli è che quei di Mylai, già
non tutti dorizzanti al pari di Messana da cui dipendevano (2),
concorsero ad aiutarlo nella presa di questa città. I Messanii stessi,
come avrò occasione di mostrare piti oltre, discendenti in parte
dall'antico ceppo calcidico di Zancle ,
in considerevole numero
quasi sempre, durante l'impresa ateniese di Sicilia ,
propende-
vano in favore dell'elemento ionico. Evidentemente con questi
aiuti la mossa era stata avveduta. Scemare le forze necessarie del
presidio mileo equivaleva a facilitare la presa di Messana ;
conquistata questa al partito calcidico, si era padroni della posi-
li) Tuuc. Ili 90, 3-4; Diod. XII 54, 5.
(2) Mylai prima dell'età romana fu sempre una xojjirj, un vicus di
Messana : v. E. Pais, Alcune osserraxioni sulla storia e sulla ammini-
'
strandone della Sicilia durante il dominio romano (' Arch. stor. Sic.
N. S. a. XIII [1888J p. 231).
^ 214 -
zione al 7toQBfi6(; di Sicilia. In tal modo nella primavera 426
'
il piano di guerra si andava effettuando. Gli Ateniesi si erano
già fatti padroni dello Stretto, ed avevano in Messana un punto
di appoggio importantissimo nella loro azione militare '
(1). Nò
era di poco momento por gli Ateniesi l'esser padroni del jiogO/iug
di Sicilia, se si consideri, oltre l'importanza strategica di Mes-
sana, una circostanza rilevante, che cioè tra questa citt<à e Si-
racusa erano frequenti i rapporti mercantili nel Y secolo. Oltre
Agrigento ,
allora anche Siracusa e le città settentrionali del-
l'Isola spedivano nel Peloponneso e nell'Attica (2) navi cariche
di grani ed altre derrate ; ed è corto che il maggior contributo
doveva provenire dai famosi campi leontini o Icstrigonii, verso
la cui metropoli (la calcidica Leontini) erano da qualche
tempo rivolte le mire siracusane (3) ,
tanto più che oramai
l'interposta Megara Iblea (4) era un (pgovQiov della potente
(1) CoLUMBA, La prima spedizione p. 79.
'2) Thuc. Ili 86,4 ; Dion. XIII 81,3; cf. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Or.
I p. 115.
(3) Cf. CoLUMBA, La prima spedizione p. 69.
(4^ Dopo la conquista di Gelone Megara era divenuta un villaggio di
Siracusa: Thuc. VI 4, 2; 49,4; 75, 1; 94, 1; cf. Bkloch, La popolax^ione
ant. d. Sic. p. 13, 40-41 ; Strazzulla, Storia ed archeologia di Trotilon,
Xiphonia ed altri siti presso Augusta di Sicilia (' Arch. stor. Sic. '
N.
S. a. XXIY [1899] p. 70 ss. cstr.). Quanto alla limitrofa Leontini av-
verte bene il Prof. Beloch {ib. p. 14; cf. pure del Belocii, L'impero sici-
liano di Dionisio p. 212) che, cingendo Siracusa il contado di quella città,
r incorporazione di essa al territorio di Siracusa era quistione di tempo.
Infatti nel 423 Leontini divenne dominio siracusano (cppoOptov) : Diod. XII
54, 7 ; cf. Thxjc. V 4, 2 e 3; VI 6, 2. E consimile timore ri.spetto a Siracusa
dovevano pur provare i Cataaei, il cui territorio è immediatamente confi-
nante col leontino : v. Iustin. [Trog.] IIII 3, 4. Una bella sintesi sulle con-
dizioni dei Leontini rispetto a Siracusa tra il 423-416 v. ap. Beloch, Griech.
Geschichte U p. 27 e 36.
— 215 -
iiìr^ti'opoli iloricA di Oeoiilcntc. M;i poiclic' Lnontini era stata
auspice della federazioiK^ calcidica e la prima fhc (J27 o 416)
con Egcsta (41(3) provocasse le due spcdi/Joni ateniesi in
Sicilia (1); so gli Ateniesi hanno già occupato M essana
insieme col jiooOnóg e cominciano ad avere una certa prepon-
deranza nel settentrione dell' Isola ,
non deve riuscir facile il
trasporto dei grani nel Peloponneso ,
per il motivo evidente
che i nuovi vincitori ne avrebbero impedito il tragitto (2).
Siffatto pericolo ,
per altro , era stato avvertito dagli Spar-
tani, i quali, per premunirsi , fin dal primo anno della guerra
del Peloponneso avevano invitato i loro alleati d' Italia e Si-
cilia ad allestire delle navi (3).
Intanto agli Ateniesi incombeva di domare i Locri; ep-
però essi nell'estate 426, guidati da L a e li e t e , li vincono e
s'impossessano del 7ieoi:nó}uov^ che era etii tw "Alì]xi Tiorauò) (4),
ma che tuttavia non molto dopo saranno -costretti ad abban-
donare. Neirinverno (novcmbre-doccmbre 426) gli Ateniesi, in-
sieme coi confederati e con i Siculi, imprendono V assog-
gettamento della sicula Inessa (Aitne) ; ma i Siracusani li met-
(1) Per l'ambasciata calcidica in Atene del 427 vd. Tiirc. Ili SO, 3;
DiOD. XII 53, 1. Sul secondo ritorno dei Sicelioti nell'Attica cf. Thic. VI 0. 2;
19, 1 ; 33, 2; Diod. XII 82, 7 ; 83, 2-3, ed in questo studio p. 21S . n. 2.
(2) Tfluc. Ili 86, 4. cf. CoLUMUA, La pi-inia spedizione [>. 07.
(3) Yd. p. 201, n. 1.
(4) Thuc. ni 99; cf. Aristotkle e Timeo ap. PoLvn. XII O''. 3-4. Il
fiume Ha 1 e X era il confine tra il territorio reggino ed il locro: Timae. fr. 04
M.; Diod. [Tim.] IIII 22, 5; Stkab. VI 1,9 C. 261 ; Ael. X.A. V 9 : Dio.xys.
Per. 367 ; Aviex. .015 ; Eustath. ad Dion. 364 M. GGM. II p. 2Srs.; cf.
Plin. n. h. XI 95 ; Solix. 2, 40. Pausania, pur ammettendo che il contado
locro confinasse col reggino, dà come confine il f. KaiLinos (VI 6, 4).
4
tono in i'uga, e non pochi ucciilono (1). Ciò pl-ova che, se
ormai i^li Ateniesi potevano avanzarsi in (liroziono mei'idiouale,
ad essi non doveva mancare di già la sicurezza ai lidi setten-
trionali. Una seconda volta però essi, perduto il Tisouróhov locro,
sbarcati presso il fiume K a i k i n o s ,
vincono l'esercito dei Locri
col loro stratego P r o s s e n o (2). Indi gli Ateniesi osano sbar-
care perfino ad Iniera (3), e di là ancora una volta alle isole
Eolie, donde fanno ritirata a Reggio , intanto che assume il
comando della flotta P i t o d o r o ,
succeduto testò a (piel La-
(1) Tiiuc. Ili 99; 103, 1-2. Ad Inessa anche nel 4I.ó gli Ateniesi fanno
delle ostilità, incendiandovi le messi : Tnuc: VI 93, 3 ; cf. Bhloch, Uiìiip.
sic. di Dionisio p. 212.
(2) Tnuc. Ili 103, 3 ; cf. Pìulist. fi-. 13 Col. = Siedi. B. s. v. Kaix-.vov,
Xtópiov 'IxaX'.xóv.
(3j La lezione volgata di Tnuc, HI 115, 1, dà che gli Ateniesi s; xs
TYjv '1
i-i s p a i a V àuó^aaiv STCO'.rjoavxo Ix xwv vswv |Jisxà xcòv (S i y. s X >. w -
X ó3 v) Svw9sv sa^sliXrjXÓxtov xxs. ; ma è naturale che bÌ!-:ogna sostituiic
SixsXtòv (cf. Dioi). XIII 12, 4) secondo l'cdiz. critica^ del' Bòhmk e del
WiDMAN.x (Lpz. 1S8Ó) ; e})però si rafl'i-onti Thuc. VII 57, 11, ov'è detto che
i Siculi per la maggior parte seguirono gli .Ateniesi ;
per le ragioni della
alleanza siculo-ateniese vd. poi III 103, 1.
I m e r a , l'unica città greca del settentrione di Sicilia (Thuc. VI 02, 2;
VII 58,2), verso il G50 era stata fondata da Za n eie. oichisti Euclide,
Simo e Sacone (Tnuc. VI 5, 2), con elementi doi'ici e calcidici, ai quali si
sarebbero aggiunti i M i 1 e t i d i , che, secondo una versione, sarebbero stati
esuli Siracusani, secondo un" altra Zanclei stabiliti a Mylai. Su ciò vd. E.
Pais, St. d. Sic. e d. M. Gr. l p. 241 ss., 289; A. Hoi.m, Star. d. Sic.
1 p. 280, n. 24; E. Gabkici, Topof/rafia e numismatica dell'antica Imera
(e di Terme) [Napoli 1894J p. 8 estr. Mentre nella prima spedizione ateniese
Lucra, anziché unirsi alle città calcidichc, attendeva alle arti ed alla pace
(Gabbici, 0. e. p. 41), nel 415 non rispose all'appello di Nicia, Lainaco e
Alcibiade, anzi gli Imerei neppure sSsxovxo aOxo'J;, che, a quanto pare dal
racconto tucidideo (VI 02, 2), dovettero subito salpare (uapsy.o|jii^ovxo). Ed
invero nel 414/3 Gilippo li indusse a congiungersi coi Siracusani , Thuc.
VII 1, 3, ed essi, aderendo, £|3or^9Y;aav: Tnuc. VII 58, 2; Diod. XIII 12, 4.
cliolo che avca tutelaci più Kog.s'io che non le città calci'iiciie
di .Sicilia (l).
Tucidide non ha piti pai iato di C a r e a d e ,
ma ha sola-
mente accennato che ej;li fu ucciso in gueiTa chii Siracusani.
Accetto quanto ne scrive in proposito il Coluniba (2) :
'
Forse
Carcadè, lasciando Lachete colle navi ad operare nelle
parti settentrionali dell'isola, era venuto a soccorrere qualcuna
delle città più incalzate da Siracusa, ed ivi era rimasto morto '.
(1) Thuc. Ili 115, 1-2; cf. [Philochor.]. Sch. in Arisi. Par. 090;
CoLUMBA, La prima spedix.. p. 81, ed in questo lavoro vii. jiiù oltre al cap. V.
(2) 0. e. p. 79; cf. Freeman, Hist. of Siciltj III i
. 31. — Vd. Tiiuc.
Ili 90, 2; X a p '. a 8 u yàp yfi-ri xoO 'AOr^vaótov axpaxTjYoù x 3 v -/j x ó x o s
&-Ò Z 'j
p a X a { CO V ;i o X s [j, w . Il fatto di una divisione della flotta ate-
niese in due squadro a me pare sia suggerito dalle fonti epigrafiche , for-
tunatamente risparmiate all'edacità del tempo. Credo anzitutto deliba attribuirsi
gran peso, in conferma del mio assunto, allo scolio a Tucidide III 8(J, ó, ove,
dopoché si è già narrato che gli Ateniesi nel 427 è- 'Prt'(io\ xr^; 'IxaÀia;
xòv TCÓÀsjjLov sTìO'.ciDvxo [làxà xwv 5 'j [1 (1 a/ w V xxl., si aggiungo la postilla
xò)v A s V X i V (0 V •/,%[ xcòv àÀÀtov. Sennonché, l'epigrafe concernente il trat-
tato di amicizia tra Leon ti ni ed Atene nel 433 2 non doveva rimanere
lettera morta, se ancora nel 427 quella cittìì calcidica era molestata dai limitrofi
Siracusani. Kichiamo per questo l'attenzione del diligente lettore alle parole :
xiH [jièv )^a'j|i.(ia5(óav slvai 'A s v a i o i g xaL A s o v x i v o •.
g '/.olì xòv
ò[_p']v.o{v) Sòvai xaL 6éy^aa[a9a'.. ò|aóa]a!. de 'A6£V3c[io; xa5s •
xa'J|i|iayJo'. sa[ó-
\is%x... in CIA. IIII n. 33 = AV. DiTTKNOERaKR, Si/llogc- 1 n. 24. ('fr. per
l'alleanza ateniese-reggina CIA. I 33 = Dittenb."- I n. 25, specialmente :
X 3 u ,u |j. a )^ t a V £rv]a'. 'A 6 s v a i o '.
g xxl f'P e •( { v o '.
g . xòv 5è òpxo](v)
ò[ioaàvxov 'AGsvafio'. xccxi xaòs" saxai Ti-.jaxà xai v-òok-j. xaL '[a-Àà à-avxx xà
ìtì;' 'A0sv]i'a);ov Tsy i v o i g xal xaL / j'J,aJ,aaxo'. izò\ì.z^% 7:'.3[xoL
xaL òixa'.o'. xaL ìa]/jjpoL xaL àjJXa^ig [ xaLj ò'^zXi'zo-
[isv . . . Certamente i legati Leontini e Eeggini dovettero trovarsi assieme in
Atene, e con essi poterono anche aggiungersi altri rap[iresentai)ti delle città
calcidiche di Sicilia, compresi quei di Catana. Kiterrei pertanto che, se una
squadra nel 427 si fermò nei pressi del nopOiaóg, non meno necessaria era
la presenza di un'altra presso le acque di Siracusa per la difesa di Leontini.
- 218 -
Alla £>'onori(\'> os^icrvaziono del chiaro piolessoro mi jinre si
possa aggiiiDgoro che a Leontini, la quale principalmente ovcv'a
foinentato in Atene l'incentivo alla spedizione, poterono con
molta probabilità dirigersi le rimanenti dieci navi degli Ate-
niesi e Reggini. Come ho precedentemente avvertito (1) , Tu-
cidide (III 86, 1) e Diodoro che lo segue (XII 54, 4) sanno
che alle venti navi ateniesi, comandate da Lacheto e Carcadè,
se ne erano unite altre venti, fornite da' Reggini. Erano dun-
que 40 triremi in tutte, delle quali 30 vanno contro il gruppo
delle Eolie {Toiuxorza vavol oToarsvovoi èm tu? Aiólov ryoovg
xalovjuévag, Thuo. Ili 88, 1). Ma è a ricordare che, fin da quando
quei di Leontini mandarono i loro legati in Atene, TiddovoL rovg
^Adì]vaiovg u é [.ixp a i ocploi v a v g '
vnò yàg iwv Svgaxoouov rfjg
TE yrjg eigyovTo xal Trjg '&akdaoì]g (2). Non è, del resto, suppo-
nibile che il naviglio dei confederati si fosse tutto concentra to
al settentrione, senza provvedere i Leontini del chiesto soccorso,
quando essi versavano in pericolo di una sopraffazione e recla-
mavano un aiuto ateniese lìjv t a yl o t ?] v (3). Per conse-
guenza, stante rimminento pericolo in cui trovavasi l'elemento
calcidico meridionale, è molto probabile che Carcadè sia appro-
dato, fin dal suo arrivo in Sicilia, alle coste leontine e siracu-
^1) Cfr. p. 212.
(2) Tiiuc. ni SG, 3. Por la notizia diodorea sulla contrambasciata di
Gorgia (DioD. XII 53, 2 ss.) vd. Columra, La prima spedir. ione \i. 70;
FitEEMAX , III [). 029-031; cf. Blaydks. Aristopli. Fragili. Babylou.
p. 30 s.; Flat., Hipp. Mai. 282 b; Aristoim. Acharn. 033-4.
(3) La tradizione posteriore, fondandosi probabilmente su Antioco, Fi-
listo ed Eforo, ci induce a cliiarirc la cosa con la circostanza rilevata da
DiODORO, XII 53, 1 . . . ^or^Oy^aai ty/V t a x l a x yj v xal ty)v tióX'.v (Asovti-
vcov) éauxwv sx xwv xtvSóvwv p'jaaaOai.
— 219 -
sane con le altre dicci navi ,
sulle (inali perù nulla di preciso
riferiscono le fonti letterarie a noi pervenute.
I Sicelioii neirin verno 426-425 avevanu chiesto agli Ate-
niesi che li aiutassero con un naviglio maggiore (1). Fu infatti
inviato P i t d r con poche navi (2), mentre le q u a r a n t a
triremi affidate agli strateghi Sofocle ed E u r i m e d o n -
to (3) sarebbero arrivate più tardi, nella primavera 425. Per-
tanto al principio deirinverno 426-425 invano Pitodoro aveva
difeso il castello di Locri già preso da Lachele, perchè, vinto
iu battaglia, è tosto costretto a restituirlo (4).
So per conto loro gli Ateniesi avevano potuto sottomet-
tere i Messa n i i ,
ai primi di maggio 425 dieci navi sira-
cusano e dieci locro (5) non indugiano a togliere ai nemici
questa importante stazione di guerra. Il tentativo di liberazione
non sarebbe facilmente riuscito ai soci Locro-Siracusani, se la
fazione dorica di Messana non li avesse in ciò sostenuti. E il
colpo era, per gli uni e per gli altri, decisivo. Se dunque la
parte dorica potò spingere Messana a defezionare dagli Ionio-
li) Thuc. hi 115, 3.
(2) Thuc. Ili 115, 4; IIII 2, 2: 24, 3; cf. Philochok. fr. 104 M.
(3) Thuc. Ili 115, 4; cf. IIII 2, 2; VI 1, 1 ;
[Philoch. e Dkmf.tr.],
Sdì. ili Aristoph. Vesp. 240.
(4) Tfiuc. Ili 115, 5; cf. Colu-Miìa, La prima spccli'.ione p. 80. Sulla
fortezza di P e r i )» o 1 i è noto che fu dei Reggini quando il loro dominio
giungeva fino al proni, lleracloum, e dei Locri, come nel caso presente,
allorché il fiume Ha 1 e x divideva il contado reggino e locro. Vd. sul riguar-
do P. ScACH.io.N-K. Storie di Locri e Gerace l (Napoli 185G), p. 32 s. ; A. F.
SiN'oroLi-BATTA(n,iA. Coh/ììtna in Calabria (Messina 189S) p. 27 e 37 e. con
più serie indicazioni, A. ÌIol.m. Sfor. d. SiciUa II p. 9 e n. 9; Axr, Zur
Tjpoffraplìic von Ehefjion iind Messana, Progr. (hinima 1887) p. 5:
'
D.^s crsten Wort (uspiTióXwv i wird gcwohnlich erkliirt als « Stand -
I] ua r t i e r i'iir S t r e i f t r u pp e u ^ ( vgl. Tuuic. IV 67, 2) '.
,5) Tj.uc. IIII 1, 1.
,
— 220 —
Calcidesi, enga^av oh ramo fiàkioTa ol ^uèv Zvqaxóoioi ógcòvieg
71 o [ì o X )] r f'yov rò -/rogiov u^g 2 i x e X i a q xal (fopuv-
uevoi rohs \4i}ì]i'atovg ni] èg avrov ógiiM/m'ot jtots o(/;ioi /lei^ovi
jiaoaoxevfj Ì7ié?L&o)oir , ol òk Aoxool xarà l'yOog rò 'Prjyivcov
(iovlófiEvoL àiKforéoco&Ev avTOvg xainjiokefxeìv (1). Ormai che a
Messana si è fissato il centro della guerra , e per maggiore
sventura degli Ateniesi i L o e r i , in odio ai confinanti Keg-
gini (2), spingono contro di essi gli alleati Siracusani, non è a
dire quanto la spedizione versi in pericolo.
L'importanza del porto di Messana con lo sbocco nel
p r t h m s , specialmente in caso di operazioni navali , fu ,
come in altri eventi ,
ben riconosciuta anche allora dalle parti
contendenti pel primato marittimo in Occidente. Ai Siracusani
ed ai Locri loro alleati appariva manifesto che , ove mai gli
Ateniesi avessero ancora tenuta in loro potere Messana e l'at-
tiguo nogOidóg^ specie per la prossimità dell'amica Reggio, l'in-
vasione dell'Isola sarebbe potuta riuscire. Con una flotta più
(1) Thuc. IIII 1, L'; cf. VI 48.
(2) Dell'ostilità che avevano i Locri pei Reggini Tucidide ha occasione
di pai'lare ])iù oltre, IIII 24, 2 : . . . -/.al [laXiaxa èvf^yov ol Ao y.p o l tcòv
T Y,
Y ^ V to V -AOLzii. £ y 6 p a V ; cf. IIII J , 2 cit., ol os Aov.poi '/.%-%
£ y ; xò T Tj
Y i V co V ,
il che prova che, anco a prescindere dalla spedi-
zione degli Ateniesi in Occidente, la rivalità tra le due potenti città italiche
derivava da altre ragioni, massime dal trovarsi T una vicina all' altra. I
Reggini aduu(|ue nella prima impresa hanno sfruttato l'aiuto degli Ateniesi
in loro vantaggio: vd. Holm, Stor. d. S'ie. II p. 14, n. 13. Così spiegansi
due circostanze, sulle quali dovrò più oltre indugiarmi :
1=^ il diniego che
|ji ó V i AoY.poi (Tjiuc. Y .5, 3) opposero alla pacificazione di Gela nel 424;
2^ la neutralità di Reggio rispetto alla grande spedizione 415-413. Reggio
quindi, più che mai altre città, faceva della politica di convenienza affatto
utilitarista: altro che riguardi alla 0\'yévz'.y. ed ai legami antecedoutcmcntc
contratti con gli Ateniesi !
agj^juoirita e ben disciplinata elio avessero allestito i;li Ateniesi,
la mai;£;ioi' rivale dciiea d" Ot'ritlente avrebbe potuto subire
j^-ravi consei;iienze. Mosso da siffatto ragioni, Alcibiade nel 415,
iniziando la sp(M|i/,i(.ne, avrebbe voluto che gli Ateniesi, accor-
dandosi coi 8 i e e 1 i t i e rendendosi amici i Siculi, già
noti per la loro avversione al governo dorico dei Siracusani ,
pi'ima (li avanzarsi incontro a Selinunte e Siracusa, si procuras-
sero l'amicizia di Mcssana(l), la cui postura era così van-
taggiosa al buon esito della guerra.
Xel 425, passata M e s s a n a al partito dorico, ai Locri
giova tare ogni sforzo per evitare die gli Ateniesi riprendano
la perduta posizione dell'offensiva. Anche in seno alla dorica
Locri era un partito dorizzante di Keggini esuli. Come in
Messana e Leontini ,
esso aveva cominciato a destarsi e a
fomentare la discordia in città. Questi esuli spingevano i Locri
a continue irruzioni nel territorio della patria Seggio (2). In tal
guisa i Keggini, stretti dalla dura necessità di difendersi
dai limitroti nemici e impigliati ad un tempo nelle civili dis-
sensioni, non sono in grado di soccorrere quella frazione raes-
sania che favoreggia gli Ateniesi, e molto meno possono allon-
tanare i Locri devastatori. Finalmente l' esercito locro si
(1) Tiiuc. VI 48:... Ttpcò-ov òè zsiOs'.v Msa a yj v i o u g (sv tl ó p w y^p
|iaÀ'.a-a xaL ti p ci a ^ o À -?) seva'. aOtoò; xvj; S'.x=Xtag, xal X i [jl é v a xat
è .? ó p [1 r, a i V t;-^ axpax'.y. L-/.xvw:ai:-/;v sasaBaii -/.zi.; cf. UH 24, 4-5.
(2' Tiirr. mi 1. 3. ef. 24. 2; 2.3, 3. Pure a Caiiiarina, la quale,
bfp.chò di oriuino dorica, è \>cì momento confederata all'elemento calcidico,
]icr le raiiioni dianzi esposte e per l'attività di Archi a capopartito si
ottiene il passaggio della città alla lega siracusana : Tiiuc. IHI 20, 7; v.
più oltre al cap. IIII.
— 222 —
litira nella prcipiia cittì! , ma in Messana continua a stazionare
un presidio di venti navi, cioè dieci siracusane e dicci locrcsi (1),
intanto che altre se no preparano per portare ancora la guerra
alla regina del jioodjiióg. Un tale stato di assedio, non ostante
la defeziono di essa al partito dorico , non ò finora tolto a
Messana ,
pel fatto che gli alleati Locro-Siracusani non dove-
vano essere sicuri della costanza del partito messanio. Se
pure questa città fin dal principio della guerra militava per la
fazione dorica e 1' assedio vi perdurava , ciò ò seguo che ,
al
pari di Reggio , in 3Iessana gli animi non dovessero essere
affatto tranquilli, nò le interno agitazioni cessate.
La varietà degli elementi che avevano costituito lo colo-
nie calcidiche occidentali erasi così notevolmente conservata
perfino dopo alquanti secoli dalla colonizzazione greca , che
anche in Sicilia, durante la guerra ateniese ,
dalla prevalenza
del partito dorico ovvero del calcidico in seno a una medesima
città dipendeva l'uno o l'altro indirizzo politico. Messana infatti
era stata dapprima occupata da Ioni, e quindi da Dori, ed in
essa erano destinati tutti i mercenari che fossero chiamati dai
tiranni delTIsola (2). Per il Y secolo basterebbe por mente al
(1) Thuc. ini 1, 1; 24, l.
(2) CoLUMBA, La prima spcdÌKÌone p. 72; cf. Tuuc. VI 17, 3. Yd.
inoltro Pais, Star. d. Sic. e di M. Or. I p. 150 e 107 ed il passo tuci-
dideo (Antioco) VI 4, 5. Assoggettata da I p p o er a t e di Gela (490-491;
cf. Herodt. vii 154) , Messana fa nel 49^ occupata da S a m i i e M i
-
1 e s i i che volevcino evitare il grave governo persiano (Herodt. VI 23; Thuc.
VI 4, 5; AinsTOT. Poi. V
1, 11 in M. FHG. II fr. [182] p. 160^; ma essi
furono indi scacciati da Anassilao (494-476) tiranno di Reggio: vd.
per altro L. Giuliaxo, Ipporrate di Oda Riv. di Stor. ant.
(' 1907, p. '
250
ss.). Impadronitosi della città Anassilao, introducendovi un popolo di varia
origine-, poiché egli, al paro di altri Reggini , era oriundo di Messene
— 223 —
fatto che Anassilao tiranno di Kcgj^io la rese ancor più nóhv
^viiuly.Tdìv àvOooìTidjV (1).
L'attaccamento alla propria stirpe e le pretese che V una
potesse accampare sull'altra dovevano naturalmente intluire
airinasprimento delle guerre civili, o a rendere indecisa la cit-
tadinanza nella scelta dell' amicizia siracusana ovvero ateniese.
Tuttavia, ben a ragione osserva il Freeraan quanto '
potrebbe
essere pericoloso conchiudero alcun che riguardo alle tendenze
naturali di un popolo così frammisto come quello che abitava
la città che era stata Zancle... Gli eventi perù dimostrarono che
la variata popolazione di Messana non fosso tutta d'accordo '
(2).
So in ossa però segnala vansi, su tutto lo città siceliote, le dis-
cordie faziose, nemmeno in altre città mancavano, per le stesso
ragioni, i dissensi politici, ovunque anzi erano esuli del partito
dorico. Quantunque esagerando, nel 416, dopo un decennio cioè
da quando si svolgevano quei fatti ,
Alcibiade aveva le sue
avrebbe mutato il nome Zancle in Messana nel 491, stando almeno
a Tucidide (Antioco), YI 5, 1. Ma 1' Holm, che nella Stor. d. Sicilia I [>.
383 e n. 12 non aveva espresso il suo parere circa siffatto cambiamento,
nella Storia d. moneta siciliana p. 44 osserva giustamente che il cit.
passo di Tucididk: 'AvagiXag Ty,v iiòXvi... otxiaas Meaa r^ v rj v àizò
xf^z, la'jxoù TÒ àpy^aìov uaipiSo^ àvxcovó|ia3£v , come si apprende dalla
numismatica, non devo intendersi nel senso che Zancle fu denominata
Messana quando Anassilao la tolse ai Samii, perchè invece la città assunse
la nuova denominazione tosto che i Samii, spinti da Anassilao, se ne im-
padronirono. Cf. la monografia di i). A. B. Sikfert , Zancle-Messana.
Ein Bcitrag xur Geseh. Sieiliens . Progr. (Altona 1854) p. 15 ss. ed il
recente opuscolo del dott. F. Sammarco, Appunti di critica letteraria e sto-
rica (Messina 1903), p. 29-35. Per altri riguardi, e specialmente sui '
Zan-
claei Messeniorum '
vd. Pais, Alcune osservax. p. 249 s.
(Il Tuuc. Yl 5, 1.
(2) Yd. Fkkkmax, Hist. of Sicilij III p. 31, cf. p. 72 Una trattazione
sulle mene degli esuli del partito dorico resta ancora a farsi.
buono ragioni por attestare al popolo ateniese che la Sicilia
trovavasi allora divisa in fazioni pronto alle livoluzioni, oyh>ig
le yào ^ V /i /ti i x r o i g n u X v a v ò q o v o i v ai tióXf.i^ ,
y.tù
(jaòlag è'yovoi xùùv jiohiEiòjv rag jii £ t a jì o X n g xal È n i.
•
ò o yà g (1). A causa di tale varietà di stirpi e dei dissitli non
rari tra i duo elementi ellenici dell'Isola pur tra loro convi-
venti, in ogni città s'era t'ormato un partito dorico con a copu
Siracusa^ e ad essa orano confederato M e s s a n a , L i p a r a ,
Locri, Gola, mentre il calcidico fece comuni le sue aspi-
razioni con N a s s , L e n t i n i e C a m a r 1 n a in Sicilia,
con Keggio in Italia. Ma non ò che nelle une o nelle
altre non ci fosse anche una frazione contraria ; se non che il
peggio per lo colonie calcidiche era che in seno ad esso pre-
valeva talvolta la frazione dorizzante, in altre parole quella che
avrebbe preferito il predominio siracusano, come nell'Eliade
propria, durante lo guerre permiane, c'erano con a capo gli Aleua-
di di Tessalia i così detti medizzanti , e a tempo dell' inter-
vento macedonico in seno alla stessa Atene ,il contro partito
demostenico, che propugnava la liberazione della patria, si trova
la fazione capitanata da Eschine.
Mentre gli Ateniesi orano occupati specialmente a Pilo
(425), il cui porto e la posizione geografica erano tanto utili ,
insieme a Corcira (2) , anche per l' impresa di Occidente ,
ai
Siracusani si presenta l' ora oppoj'tuna per attaccar battaglia
navale con i loro avversari. Alle venti navi locro-siracusano
{{) Tiiuc. VI 17,2 (jit. e, per Messana , VI 5, l cit. In opposiziouc
ad Alcibiade, nella seconda ripresa della discussione (cf. Plot., Nic. 12, 4)
Nicia aveva espresso il contrario, Tnuc. VI 20, 2 ; cf. in questo studio [). 2U(J.
Tiiuc. Ili 3, 8 xcp Ss Siacpopóv v. sSóxs'. slvat -coùxo xò ymy.ry/
(2) :
ixipou jjLàÀXov, Xi|iévo5 x£- Ttpoaóvtoj xxX. ;
cf. Columua ,
Il mare p. 338.
altre se ne ag-g-iangevauo (1). Con esse si voleva tentare un
attacco, proprio in (juel momento, considerandosi che effettiva-
mente allora gli alleati disponevano di poche triremi, in Sicilia.
Se i collegati Dori si fossero lasciata sfag-gire l'occasiono pro-
pizia, essi poi si sarebbero dovati incontrare con un maggior
naviglio ateniese, con quello cioè che stava per giungere nel-
risola al comando di Sofocle ed E u r i m e d o n t e (2). Ed
invero le q u a r a n t a navi che gli Ateniesi ave\ano inviato
in Sicilia (3), allo scopo determinato di trattare con m a g -
giori energie la guerra, si eran dovute fermare a
C r e i r a ,
poiché in Atene, al momento della partenza , ai
due strateghi era stato dato incarico di curarsi , al passaggio
in Occidente, degli affari dei Corcirei loro alleati. Corcira era
allora infestata dai ladronecci degli esuli, abitanti il gruppo mon-
tuoso deiristone (4). In soccorso di questi montanari i Pelopon-
nesii avevano inviato sessanta navi. Tanto più ciie Corcira difet-
tava di vettovaglie, ai Pelopounesii non sarebbe riuscita diffi-
cile roccupazione di quell'isola (5). Però l'indugio di Sofocle ed
Eurimedonte per l'arrivo in Sicilia fu anche dovuto a una tem-
pesta che fé' approdare la nuova flotta ateniese a Pilo ,
poco
dopo la presa di Sfacteria (6).
(Ij Tiiuc. mi 24, 1.
(2] Tiiuc. mi 24, 1-3.
(3) Tiiuc. mi 2, 2 -, 5. 2 ; 24, 3 ; cf. Diod. AH 54, G. Da buoua fonte
sa Plutarco, Ah. 17, 1, che gli Ateniesi -cà; Kz^(o\i.i''irt.c, por^eEcag v.aX o'j|i-
Hocxca; stisutlov (in Sicilia) IxaaTOTs toÌ; à5'.xou|isvo'.s br.ò Z-jpaxo'jai 0)V
(4) Thuc. mi 40, 1 ; 48, o.
(.3) TiiL-c. mi 2, 3.
(6) Thuc. IIII 3, 1 ; GÌ, 1 ; cf. Sti;aiì. Vili 4, 2 C. 359.
— 226 —
In qucst'jittesa del navis^lio ateniese, i Locri massima-
mente spiagevano i Siracusani a combattere coi nemici, volendo
porro Tassodio a Reggio per mare e per terra, nella speranza
di sottometterla. Erano essi d' avviso che , rendendosi in tal
maniera più potenti e forti, ove arrivassero per via di Keggio,
a dominare il jiog&jnug di Sicilia che a sì breve distanza separa
l'Italia da Messana, non più gli Ateniesi se ne sarebbero potuti
impadronirò (1). E il combattimento u a v a le avviene
tra i S i r a e u s a n i e loro alleati (Locri anzitutto) con 30
navi, laddove Ateniesi e Reggini dispongono di 24 tri-
remi (16 ateniesi ed 8 reggine). Rimasti vinti i collegati Duri,
dovettero fare una ritirata alquanto disastrosa a Messana ed a
Reggio con la perdita di una sola nave. Ciò impedì che si
continuasse la battaglia (2). I Reggini, a causa della riportata
vittoria, ci guadagnarono l'evasione dell'esercito devastatore.
Intanto la flotta dei vinti alleati e le loro truppe si ferma-
vano presso il Po loro, dove, nell'assenza dei marinai. Ate-
niesi e Reggini tentarono un assalto che tini con la perdita
d'una nave ateiucse, i cui marinai poterono tuttavia salvarsi a
nuoto. Finalmente i Siracusani si ritirano a Messana ,
dopo un
secondo incontro insignificante avuto con gli Ateniesi (3).
V. Stpazzulla.
(coiUimia)
(1) Thuc. mi 24, 4 : zi yxp (ol Aoy.poi) y.paxrjactav xcp va'jxvxw ,
zó
T -Q
Y '. V "/;X7ii^ov m^-Q xs xai va-jalv £30piJ.o'jvxs; pqcòiwg j^sipwaaatìa'., "/.al
yjÒTj a^òiv iay^opÒL za Txpdyiiaxa YiyvsaBa!, •
g'jveyx'JS yàp "/.£i|j.évo'J zoo xs
'P 7) Y i u àxp(oxr,p{oo xvj; 'IxaXiar x^; xs Msaa r) v yj g zr^g S'.y.sXiac ,
zolc, 'ABr^vaioi,; xs oOx av zhrx: è'^opiisìv xal xoù 7xop9;ioù xpaxsìv.
[•2) TiiLu. mi 25, 1-2.
(3j Thuc. IIII 25, .3-(j.
LA MADONNA ANNUNZIATA
ATTRIBUITA
AD ANTONELLO DA MESSINA
NEL MUSEO DI PALERMO
Nuova attribuzione e determinazione dell' ori'^inale
Gli eredi di Mons. Di Giovanni donarono ultimamente
al Museo di Palermo una tavoletta rappresentante la Ma-
donna Annunziata, lavoro attribuito ad Antonello da Mes-
sina (1).
La più antica notizia che si k di questo quadro è la
comunicazione fatta da Mons. Gioacchino di Marzo a
P. L. di Maggio, segretario generale della Società Sicilia-
na di Storia Patria, in data del 12 dicembre 1886 (2). Il
Di Marzo avendo visto a V^enezia nell'Accademia di Belle
Arti preziosi dipinti colà esistenti di Antonello da Mes-
sina^ trovò che la mezza figura bellissima dell'Annunziata
al n. 335 con l'iscrizione « Aìitoiiellits Messniieusis pinsit »
(i) Il nostro Archivio, che ha pubblicato gl'interessanti documenti
coi quali va rifatta su basi sicure e nuove la biografia e la critica
delle opere del grande Antonello da Messina, è lieto di accogliere
questo studio dell'egregio giovane Sig. V. Fazio AUmayer, tendente a
stabilire altra attribuzione alla tavola dell'Annunziata, che è ora nel
Museo Nazionale di Palermo, della quale, nei fase. 3-4, anno VII, e
1-2, anno Vili, ci siamo anche noi intrattenuti.
N. d. R.
(2) Archivio Storico Siciliano, serie IL Anno XII, fase. I-II.
— 228 —
ò in tutto e per tutto identica a quella di cui da pochi anni
aveva latto acquisto il Prof. Di (/iovanni , salvo l'iscri-
zione, e concludeva: « Rimane dunque a giudicare se la
tavola del nostro egregio Di Giovanni, già erroneamente
attribuita al Durer ed allo Holbein, sia pur di mano del
celebre Antonello, come quella di Venezia ,
ovvero copia
contemporanea, o di poco posteriore ». Lo slesso Di Marzo
poi nel suo volume « La piltuva a Palermo nel rinasci-
iiicìito (l) » in nota accenna nuovamente a questo dipinto,
stimandolo ancora una copia dell' originale esistente a Ve-
nezia nell'Accademia di Belle Arti.
Un'ultima notizia di questo quadro trovo in una nota
del Brunelli al suo studio su Antonio De Saliba (2), dove,
considerando una serie di quadri attribuiti ad Antonello,
afferma che l'unico « che in qualche modo gli si possa ri-
ferire è la Vergine che legge, posseduto dal Di Giovanni ».
Il Di Marzo poi ci informa (3) che il quadro fu donato
al Di Giovanni dalla Baronessa Colluzio, e che egli stesso
r aveva indicato al Di Giovanni come opera pregevolissi-
ma, e r aveva attribuito ad Antonello da Messina, non du-
bitando della soscrizione del quadro di Venezia tanto si-
mile al nostro.
IL
Il quadro di Venezia, firmato nel basso a grandi ca-
ratteri majuscoli « Antonellus Messaneus pinsit », fu dal
Ludwing identificato con una tavoletta che trovavasi nel
palazzo ducale , nella stanzetta detta Anti-segreta, locale
(i) Pag. 19S. Edizione del 1899. Alberto Reber.
1^2) L'Arie,Anno VII. Nuova Serie.
(3) Di Marzo, Di Antonello da Messina e i suoi congiunti, 1903.
Archivio Storico Siciliano.
- 229 -
che precede l'Archivio sec^reto del d-.Qe (1) e dove era
insieme con alcuni quadri pregevoli, e per quanto
segnato,
nacque in alcuni studiosi il dubbio che il quadro potesse
attribuirsi ad Antonello. Anche il Frizzoni potò negare
addirittura trattarsi di un lavoro non veneziano,
attribuen-
dolo a Marco Basalti (2). 11 Brunelli nel
suo studio su
Antonello de Saliba pone questo dipinto nel gruppo di
quelli che non sono attribuibili ad Antonello e pensa
che esclusa questa paternità ricorre
« alla mente quel
Pietro da Messina, noto come collaboratore ed aiuto del
suo concittadino Ma poi nel suo studio su Pietro
». (3), De
Saliba, esclude questa ipotesi.
In ogni modo sono concordi tutti gli studiosi nell'am-
mettere che la firma del dipinto sia talsa ed aggiunta in
epoca posteriore, sia perchè le lettere sono di una gran-
dezza quale Antonello mai usò, sia perchè segnate con mano
incerta ed ineguale.
Non appare poi il dipinto, come fattura, in tutto degno
del grande Antonello.
111.
Descriviamo brevemente la tavoletta. Su uu fondo
bruno intenso, caldo, si leva per tre quarti il busto della
Madonna, avvolta in un manto azzurro, cui le ombre sono
sopramesse e fra le cui pieghe si scorge l'abito di lana fine.
La Madonna à viso di popolana, di non straordinaria finezza
né può veramente dirsi impregnata di quel senso mistico che
fa belle le madonne del quattrocento. Pure una grande fi-
nezza è nella fusione delle ombre e delle luci del viso, la tinta
(i) Basilio Magni nella sua Storia dell'Arte nota il dipinto fra
quelli attribuiti ad Antonello e dice « la Madonna di bel viso, ma
dure le pieghe del manto ».
(2) L'Arte, Anno III. Nuovi Acquisti delle Gallerie di Berlino.
(3) L'Arte, Anno IX. Enrico Brunelli — Pietro De Saliba.
— 230 —
locale è al modo dei veneziani sempre rispettata, il disegno è
netto, le singole parti ben curate e (ìnite non senza una certa
sproporzione fra la bellezza d'ogni particolare e quella del-
l'insieme. La mano destra è sollevata in atto quasi di meravi-
glia e, nello scorcio, non del tutto correttamente disegnata,
la sinistra trattiene il manto al petto, determinando una
serie di pieghe che vanno tino all' apice della testa.
Sul davanti, poggiato ad un leggìo, è un libro aperto,
finemente dipinto nel cui foglio sinistro sono alcuni carat-
teri neri con due maiuscole rosse. Nel sinistro, svoltato a
margine è un rigo in nero nel verso di chi guarda il
quadro , in una inclinazione diversa , e lasciando un mar-
gine pili stretto di quello che è nell'altro foglio.
In questo rigo io ò potuto leggere le parole :
d'-aìiba piìisìt me
e dinanzi Va di aliba la coda dell' s cancellata in alto.
Onde io non esito ad affermare che il dipinto di Pa-
lermo sia segnato , ed in modo non sospettabile di falso,
dato il nome del pittore , e la piccolezza dei caratteri ed
il luogo dove sono posti, e che questa firma appartenga
ad uno dei pittori De Saliba, a noi noti.
IV.
Pensai da principio (1), che l'autore del nostro quadro
potesse essere Antonio De Saliba ,
che dipinse accurata-
mente nel 1497 la Madonna col Bambino, che trovasi oggi
nel Museo dei Benedettini a Catania. Ma oggi non posso
più affermarlo.
nostro quadro, oltre che un seguace delle forme An-
11
tonelliane, rivela un pittore che, per una lunga dimora a
(i) V Ora, AnnoVII, N. 354 (22 Die. 1906) Palermo. — Il Mar-
zoUo, Anno XI, N. 52. (30 Die. 1906J. Firenze.
Wnczia, abbia acquistato dimcstichc/'./.a con tutto le forme
dcirartc veneziana. Ora esaminando il quadro di Catania,
segnato con data del 2 luc^lio 1497, noi non troviamo in
verità altra diretta influenza che quella di Antonello da
Messina, anzi a me pare che esso sia una traduzione del
quadro centrale del pentittico di Antonello che trovasi
nella Pinacoteca di Messina, meno aggraziato nell'insieme,
meno corretto nel disegno specialmente riguardo alla figura
del Bambino. All'autore del quadro di Catania, che piega'
ancora i panni con fare fiamingo, sono certamente ignote
altre forme veneziane che non siano quelle imparate alla
bottega di Jacobello, dove egli fu alla età di quattordici anni
nel gennaio 1480 allogato come allievo per quattro anni (1).
Essendo nato nel 14ó7 come si rileva da quest'atto,
il De Saliba aveva trent'anni quando dipinse il quadro di
Catania, il più antico che di lui si conosca, e può consi-
derarsi come artista maturo.
Da quest'epoca fino al 1510 non appare nei documenti
di .Messina che lo riguardano alcuna lacuna, ed abbiamo
perciò la prova evidente del suo ininterrotto soggiorno ia
quella città. Il 12 agosto 1497, egli si impegna ad esegui-
re un gonfalone per Pietro e Paolo De Amico da conse-
gnare nell'agosto appresso (2).
A 31 dicembre 1498 si obbliga a consegnare un gon-
talone alla compagnia di S. Giovanni nella terra di Gioi' sa
Guardia per l'agosto prossimo (3).
(Il Di Marzo, Xiioz'i studi ed Appunti su Antonello da Messina,
con 2j docuììienti, Messina. Documento XXIII , dagli atti di notar
Matteo Pagliarino , volume degli anni 147S-80, protoc. del 1479-S0
ind. XIII, parte II, foglio 128.
(2) Di Marzo, Di Antonello da Il/essina e dei suoi congiunti,
Documento IX.
(3) Di M.\i{zo, IGagini, Volume II. Documenti. Doc. CCLXXXIX.
5
Nel gennaio del 1499 fa contratto con Tilippo De Pisa
per una icona da consegnare nel novembre prossimo, e
nello stesso anno 1499 si impegna a consegnare fra quin-
dici mesi a Petro de Benedicto un gonfalone di cui à giù
eseguito il disegno (1).
A 9 d'aprile 1499 obbliga a Giovanni di Casanova una
icona da consegnare l'anno appresso (2).
A 28 aprile 15<)l si obbliga con gli abitanti di Tre-
mestieri a dipingere un gonfalone intagliato dal La Fio-
resta, da consegnare nella prossima Pasqua (3).
L'ultimo marzo millecinquecentodue firma un con-
di
tratto con Guglielmo De Viperano per un' icona da con-
segnare nell'agosto LóOS.
In un' apoca del 1505, a di 20 luglio Guglielmo dichia-
ra di ricevere il lavoro ed Antonello il denaro (4).
A sedici novembre 1503 si impegna a fornire un'icona
a Giovannello di Bonsignori nell'anno prossimo (5).
A 9 ottobre 1504 si impegna ad eseguire un'icona per
Giovanni Coco, calabrese, nel termine di due anni (1506) (6).
L'ultimo di gennaio 1505 fa coiitratto per un'icona da
consegnare nel prossimo natale (7).
Nell'ottobre 1507 si obbliga per un vessillo da conse-
gnare nel prossimo aprile ;8).
La data del 1508 è segnata in quadro che il Lanzi ri-
corda nella chiesa parrocchiale di Pistunina. Due Madonne
(i) Di Marzo, / Gagini. Doc. CCLXXXX e CCXCI.
(2) Di Marzo, Di Antonello e suoi congiunti. Doc. X.
(3) Di Marzo, / Gagini, Doc. CCXCV.
(4) Di Marzo, / Gagini, Doc. CCXCII.
(5) e. s. Doc. CCXCIII.
(6) e. s. Doc. CCXCIV.
(7) e. s. Doc. CCXCVI.
(8i Di Marzo, Antonello d'Antonio ect. Doc. XI.
— 2Bn —
fumate e datato del i:,OS trovatisi a Catan;?aro, Dna con la
data del 1509 a \^izzini.
A 19 marzo
1Ò09-(10) si obblii^a per una icona di
18 ;< 14
palmi da consegnare dopo un anno e
mezzo (1).
AirS agosto 1510 si impegna con Giovanni
Antonio
Sardo per un gonfalone (2).
Come si vede nessuna lacuna
c'è dal 14^)7 al 1510 negli
atti, né pare possibile che, sovraccarico di
tanto lavoro, il
De Saliba sia potuto andare a Venezia in
questo tempo.
Nel 1510 il De Saliba à già più di 40 anni
non è dun-
que possibile supporre che dopo quell'epoca
abbia potuto
perfezionarsi a Venezia nella pittura
e del resto suoi i
quadri posteriori rilevano, piuttosto che un
perfezionamento,
un assoluta decadenza.
Per questi argomenti non parmi possibile
attribuire
la nostra Madonna ad Antonio De Saliba, essendo neces-
sario a ciò pensarlo un migliore e più fine artefice che
egli non sia stato, ed imaginare una sua dimora a Vene-
zia della quale non abbiamo alcuna prova.
V.
Escluso quest'unico artefice del quale si abbiano sicure
notizie, nella stessa famiglia De Saliba o Risaliba appari-
scono un Giovanni intagliatore in legno, e un Luca argen-
tiere, rispettivamente padre e fratello di Antonio. Non è
naturalmente il caso di tener parola di costoro, dei quali
è nota la professione, nò ò caso parlare
Luca, An-
il di di
tonio,ed Antonio padre, zio e fratello rispettivamente
di
Giovanni, dei quali si fa menzione in un atto
del notaio
(i) Di xMarzo, / Gagini, Doc. CCXCVII.
(2) e s. Doc. CCXCVIII.
Mangiami in data del 21 luglio 1474, rinvenuto dal Trot.
Perroni Grandi, ma dei quali non è sospettato aflatlo che
abbiano fatto professione di disegno.
Resta dunque a parlare di quel Pietro Risaliba che il
14 marzo 1497 si impegnava insieme all'indoratore Bartolo
F'erraro a dipingere un gonfalone per la terra di S. Lu-
cia (1). Di lui non sono stati trovati altri documenti in
queir Archivio Messinese tanto bene esplorato, e solo
gli
si riferisce un documento trovato
dall' Ali/eri (2) dove
a
un Petrus Resaliba de Messana pictor filius Johannis,
Genova in data del 2 novembre 1501 si obbliga ad ese-
guire un' icona pjgr Leonoro dell' Aquila, e si
accenna a
lavori già compiuti da Pietro per detto Leonoro. Ci tro-
viamo pertanto nella ignoranza completa d'ogni lavoro
di
il Petrus
questo Pietro, se egli non possa identificarsi con
quadri.
Messaneus del quale troviamo a Venezia diversi
VL
quel Piero
Più facilmente questi è da identificarsi con
annoverato
d'Antonio della Saliva che il Moschini trovò
dei Pittori, ora per-
nei libri delle Tande, o corporazioni
può indentificarsi con il Pietro dell'atto di
duti. Costui se
del 149S, non è certo da identificarsi con il Pie-
Messina ,
è indicata chiaramente la pa-
tro figlio di Giovanni, poiché
potrebbe essere figlio di uno di quei due An-
ternità. Egli
sarebbe per-
tonii che appariscono nell'atto sopra citato e
La Corte-Cailler, Archivio Storico Messinese. Anno IV,
ii) L.
pag. 222-225.
22
Liguria. Genoxix
Alizeri, Notizie dei Professori del disegno
in
(2Ì
(2)
1S70. Voi. I, pag. 343-352.
- 235 —
ciò o un fratello o un cuoino del Giovanni De Saliba,
intagliatore, cognato del grande Antonello.
La sua attività a Venezia potrebbe così svolgersi con-
temporaneamente a quella di Antonello da Messina, e sus-
sisterebbero così molte di quelle ipotesi già fatte intorno
a lui, nel tempo ch'egli era confuso con quel Pino, da
Messina che mentre Antonello dipingeva in S. Giuliano
un S. Cristoforo, eseguiva un S. Sebastiano dall'altro lato
di S. Rocco in rilievo , siccome afferma Francesco San-
sovino.
10 non intendo certamente tornare a questa ipotesi.
Noto solamente che di questo Pino non si à alcuna no-
tizia ne documento. In Venezia nò altrove esistono quadri,
nò ò certo ch'egli possa identificarsi con lacobello, figliuolo
di Antonello, che apparirebbe col nome di Pino solamen-
te a Venezia nello scritto del Sansovino e mai altrove e in
nessun altro tempo.
Di Pietro da Messina esistono segnate quattro opere.
Il Cristo alla Colonna di Budapest , la Madonna Arconati
ad Abbiategrasso, Madonna dell'Oratorio di S. Maria
la
Formosa una madonna quasi identica ma
a Venezia, ed
pili chiara e luminosa nel Museo Civico di Padova.
11 Morelli gli assegna la Madonna della Chiesa degli
vScalzi a Venezia, e una Madonna (584-bis) della Galleria de-
gli Uffizi, due Madonne vedute presso l'xAntiquario Guggen-
nheim, ora a Berlino, e la Madonna col figliuolo della Gal-
leria di Berlino segnata « Antonellus Messaneus ».
Il carattere di questo artista è incerto.
Egli molto apprende dagli altri e molti tipi altrui tra-
duce; secondo il Morelli egli imita Antonello, Giambellino,
e Cima da Conegliano. Considerando dunque la fioritura
di questi artisti dal 1470 all'ottanta, possiamo considerare
— 236 —
r arte di Pietro come continuatrice di quella di Antonello
maggiore, mx non di molto posteriore come dovrebbe far-
celo pensare l'ipotesi che egli sia figliuolo di Antonio, il pit-
tore, ipotesi fatta dal Ludwing. L'altra ipotesi fatta dal
Brunelli è smentita dal non comparire affatto, né lui né suoi
eredi, né sostenitori della parte di lui nell'accordo interve-
nuto tra Luca ed Antonio alla morte del padre.
A giudicarlo dai quadri firmati « Petrus Messaneus »
appare pittore di poco superiore alla mediocrità. Il suo
disegno è però straordinariamente simile a quello del qua-
dro di Palermo, e la sola seria obbiezione che si potrebbe
fare' air attribuzione del quadro dell'Annunziata a Pietro
De Saliba è che esso sarebbe il pilli bello di quelli da lui
dipinto.
Ma la gravità di questa obbiezione svanisce quando
si considerino questi altri fatti.
11 Professore Paoletti ha scoperto che nel dipinto della
Galleria di Venezia: Cristo alla Colonna é alterata l'iscri-
zione che ci si legge in un cartellino."
Aiitoiìcllits messctìieits me pinsit
poiché sotto l'iscrizione « Antonellits » vi si scorge
Petrus.
Questo sarebbe confermato dal fatto che le lettere An-
toìidl sono ravvicinate straordinariamente e segnate con
minor chiarezza.
Non si avrebbe alcuna ragione, tranne della posteriore
falsificazione, di ravvicinare le lettere iniziali e dare più
spazio alle seguenti, quando é molto più naturale e co-
mune l'inverso. Questo quadro del Cristo e veramente bello
e finemente dipinto.
— 237 —
Nellii Galloria di Berlino c'è una Madonna firmata « An-
tonellus Messaneus » che secondo lo stesso Brunelli che l'at-
tribuisce ad Antonio Risaliba, raiuiìieuta Pietro in modo
straiiamertle iviipressionaute.
In questo dipinto il Morelli riconosce, nella forma delle
mani, e nel viso, Giambellino ,
negli arboscelli diritti ed
allineati, nell'orecchio a punta del bambino, i segni di Pietro.
Questi fatti potrebbero spiegarci il fenomeno, sopra
notato.
I migliori quadri di Pietro sono stati falsificati con
firma di Antonello, e vanno sotto il nome di lui, i peggiori
gii sono attribuiti.
Ciò è avvenuto anche per la Madonna di Palermo.
Non tento delineare una vita di Pietro de Saliba, poi-
ché finora non vedo gli elementi sufficienti a questa rico-
struzione, ma si può fin d'ora affermare, ch'egli visse lun-
gamente a Venezia. Ciò è provato tanto dall'essere egli
iscritto nel libro delle Corporazioni dei pittori a Venezia,,
quanto dall'assenza di documenti the lo riguardano in
patria.
E proprio per ciò egli è indicato come autore della
Madonna di Palermo, dove rifulge tanta arte veneta.
VII.
Importa ora a me determinare quale sia l'originale dei
due quadri: il veneziano ed il palermitano. Lanciai fin dalla
prima comunicazione l' ipotesi ,
che il quadro di Palermo
sia r originale , ed oggi la mantengo con prove maggiori.
Secondo assicura il Di Marzo la tavoletta di Venezia
è liscia, uguale, levigata, senza mostrare alcun ritorno del-
l'artista sul medesimo punto, or ciò è proprio di chi copia
— 238 --
che avendo dinanzi un dipinto, e non il vero, non à occa-
sione di pentimenti e di ritorni.
Nella tavoletta di Palermo noi abbiamo la firma ori-
oinale di un artista, firma non sospettabile di falso per il
luogo dov'è ed i caratteri minutissimi coi quali è segnata,
mentre nel quadro di Venezia abbiamo una firma falsa.
Mentre poi nel quadro di Palermo le pieghe sono de-
cise si, ma morbide, nel quadro di Venezia sono dure e lo
nota lo stesso Magni nella sua Storia dell'arte.
Esaminiamo queste pieghe nel dipinto di Palermo.
Il manto che porta nel centro il segno d'una piega non
determinata dal suo adagiarsi sul corpo ma fatta nella
stoffa (ciò è caratteristico poiché mostra che il panneggia-
mento fu studiato dal vero) scende a destra ed a sinistra
del capo : a sinistra liberamente adagiandosi in quelle pie-
ghe che nascono dal corpo che riveste.
A destra invece queste pieghe sono determinate dalla
mano sinistra che trattiene il manto presso il petto, così
l'indice determina una piega che si parte dall'apice della
testa e gira attorno il viso; il medio e l'anulare due pieghe
principali di queste una partendosi dall'alto scende diritta
fino alla scapola poi ripiegandosi si arresta e si adagia
morbidamente intorno al braccio formando seno, l'altra par-
tendo dal basso gira il braccio ed arriva fino al dito, for-
mando anch'essa seno.
Queste pieghe nel dipinto di Venezia sono rese così.
La prima scendendo dall'alto si arresta sopra l'indice,
non è quindi p'm determinrita da esso.
La seconda si arresta all' altezza del braccio piegando
in angolo retto e terminando con una linea tagliente, retta,
invece che con un seno. La terza è resa meno inesatta-
mente ma termina pure con^qucsta linea tagliente in vece
che col seno.
— 239 —
Dalla parte sinistra il copista di due pieghe ne fa una,
rendendo così meno esattamente l'adagiarsi del manto in-
torno al bi'accio.
Andando poi alla figura, l'arco del collo ò nel dipinto
di Venezia meno esatto che in quello di Palermo e manca
principalmente di un riflesso di luce tanto necessario al
suo arrotondamento.
Queste ragioni credo sufficienti per affermare che il di-
pinto di Palermo è sicuramente l'originale, e quello di Ve-
nezia una copia.
['alenilo, febbraio 1907.
V. Fazio Allmayep.
LOTTE DELLA CITTÀ DI PATTI
PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE
nel secolo XVII
iCont. vedi Anno Vili. Fase. I-II)
III.
La città di Patti difende la sua libertà
CONTRO IL REGGENTE AnSALONE.
PRIMA FASE.
Sifìiarjìone della città nclPanno 165^-55. — La notizia della vendita della
città al duca della Alontagna. — Offerta di ventimila scudi al re per
anntillare la vendita e consulta del duca d'Ossuna. — Scoppio della
peste in Napoli. — lìfisure sanitarie per la custodia del littorale. —
L'inviato di Patti al re obbligato a tornare da Napoli e rifugiarsi
in Calabria. — Scelta di un 71 uovo ambasciatore e lettera dei giurali
al re. — Pratiche a Palermo e a Madrid per la difesa della città. —
// trattato dei Pirenei e il nuovo viceré cojite di Ajala. — Memo-
riale della città al viceré e al Trio, del Real Patrimonio — Le re-
liquie di S}'^ F^ebronia. — Imposizioni di gabelle e altri viezzi per
il riscatto della città. — Decisione del Supremo Consiglio d'Italia in
favore del reggente Afisalone.
Dall'anno lò4S, la città di Patti, a soddisfare le tande
arretrate, oltre le correnti, e ottenere il pareggio del suo
dissestato bilancio, dovette imporre gabelle superiori aquelle
abolite nel 1647. Grande era la miseria : molti dei suoi abi-
tanti, per non morire d'inedia, si erano rifugiati in luoghi
meno infelici, e specialmente nelle terre baronali circonvi-
cine ,
nelle quali, per la potenza dei loro padroni , il go-
verno non osava approfondire troppo le grinte. Le gabelle
— 2J1 —
ed i pesi gravavano sopra un piccolo numero , ed erano
diventati perciò insopportabili. La città era aftiitta da una
turba di commissari e delegati della Regia Corte, della De-
putazione del Regno, della Tesoreria generale e del per-
cettore del V^aldemone , che volevano farsi pagare ad ogni
costo Questa posizione fu rilevata quando, nel 1651, venuto
in Patti don Giacomo Gravina, commissario generale della
nuova numerazione delle anime, ordinò che si spedisse a
don Antonio Bricenno Ronquillo e al Trib. del R. P. la re-
lazione dello stato della città (l). E in quello stato trovò
la città, nello stesso anno, il nuovo vescovo don Luca
Cocchiglia al suo sbarco, non ostante le liete accoglienze.
Ne le condizioni erano cambiate, nel 1653, alla venuta del
vescovo don Ludovico Alfonso de Los Cameros, né al pas-
saggio del duca di Terranova, che andava ambasciatore di
S. M. al p;ipa Innocenzo X, sull'alba del 1654.
A rendere peggiore la situazione sorgeva di nuovo —
nel novembre del 1654 — la minaccia francese; e questa
volta pareva avesse fondamento. La flotta francese era
stata avvisata, ai primi di novembre, nel mare di Girgenti
e verso l'isola di Favignana. Il viceré don Rodrigo de
Mendoza, duca dell'Infantado — che aveva mandato ordine
a don Michele de Valgagnon, capitano d'armi a guerra, che
(i) Questa relazione fu portata in Palermo dal corriere Colantonio
Perdichizzi , come da mandato del 12 luglio 1651. La nomina di don
Giacomo Gravina, in data del i" aprile 1651, porta la firma di don Gio-
vanni d' Austria. Egli venne in Patti il 20 maggio, e dimorò una ven-
tina di giorni con suo figlio nella casa di Domenichello Proto , nel
quartiere del Castello, ove furono apprestati i soliti letti con iabarche
e paviglioni di seta dal dottor don Andrea P'iorulli. 1 riveli e i lavori
per la nuova numerazione furono fatti dal 21 maggio a tutto il 12 giu-
gno 165;, come da mandati e apoche.
— 242 -
avvicinandosi l'inverno potesse partire da Patti (l) — spediva
un contrordine a costui di rimanere ancora una ventina di
giorni, per vedere intanto le intenzioni dell'armata francese.
L'ordine giunse quando il Valgagnon era già partito, e la
notizia della comparsa di quella flotta lu ricevuta dai giu-
rati, ai quali nella mancanza del titolare, spettava la ca-
rica di capitan d'armi a guerra. Il 9 di novembre furono
scoperti due vascelli francesi verso l'isola di Lipari, che il
10 furono visti di nuovo dalle torri di guardia nel mare di
Patti, e nella notte assaltarono una tartana verso il capo
di Milazzo.
I giurati dottor Francesco Proto^ dottor Francesco Chi-
tari, dottor Giuseppe Rossi e Giuseppe Marino emettevano
bando, in data dell' 11 novembre 1654, ove si diceva che
per l'avviso avuto da S. E. — per lettera di segreteria di
Palazzo — che l'armata francese si trovava nei mari di Si-
cilia, anche per aver sentilo che due vascelli di queir ar-
mata costeggiavano il littorale di Patti, essi, nella qualità,
di capitano d' armi a guerra , dovendo prevenire un' inva-
sione di nemici, ordinavano che nessuna persona della città
o abitante in essa di qualsivoglia foro, grado e condizione
presumesse, tanto di notte che di giorno^ partirsi dalla città
per andare fuori territorio senza espressa licenza; e che
al primo tocco di trombetta dovessero essere pronti i sol-
dati di cavallo o i loro sostituiti coi loro cavalli e armi a
modo di guerra, al primo tocco di tamburo i soldati della
milizia di piede con le loro armi a modo di guerra , e al
(i) Spesso, quando motivi di sicurezza pubblica non vi si oppo-
nevano, col levarsi delle guardie straordinarie o di estate al 31 ottobre,
i viceré per disgravare i cittadini toglievano nell' inverno il capitano
d'armi a guerra, e quella carica veniva assunta dai giurati della città.
- 243 -
primo tocco di campana tutti gli abitanti della città dai 18
ai 60 anni, nessuno esente ,
per mettersi ai posti assegnati
in difesa della cittA, suoi borghi e sue marine.
Il giorno dopo i giurati informavano il viceré che la
città si trovava sprovvista di ogni sorta di bastiniciito di
guerra : con le mura cadenti in due punti, e pericolanti in
altri ; col castello, ove soleva farsi la ritirata, minacciante
rovina e fracassato in parte (1) ; senza fortezza, e con una
(i) È mia intenzione di pubblicare solamente più tardi il risultato
delle mie ricerche nel prezioso archivio della Cattedrale di Patti, age-
volate dalla squisita cortesia del Vescovo e del Capitolo della Chiesa
pattese. Nondimeno, intorno alle origini del castello di Patti, io dirò
subito ciò che sorge dai documenti, e specialmente dalla prova testi-
moniale , nella questione tra il vescovo di Patti frate Matteo da Ca-
tania e il regio fisco per detto castello, ordinata nel 1415 dall'mfante
Giovanni, figlio secondo genito del re di Aragona e di Sicilia, duca
di Pinyafiel e viceré nel regno di Sicilia.
Fino all'anno 1352 non vi sono documenti per stabilire quando il
monastero fondato dal conte Ruggero diventasse castello ; o se vicino
ad esso sorgesse un castello fatto costruire dalla regina Adelasia per
sua abitazione fin dal 1115: il quale castello sarebbe poi potuto ingran-
dirsi includendovi il monastero e la cattedrale. Ma, nel 1352, il re Lu-
dovico ordinò al cavaliere Santoro Castello, che teneva il castello di
Patti , di restituirlo al vescovo Pietro III , frate tedesco , con tutti gli
arnesi, suppellettili ed armi. Dalle patenti del 15 marzo 1415, date in
Catania dall' infante Giovanni, si rileva come essendo stata fondata la
cattedrale, fii^ per le turbolenze delle guerre, dai vescovi circondata di
lìiura, e di chiesa ridotta in fortezza e castello; e che finalmente da al-
cuni baroni del Regno era stata la detta chiesa occtipata come castello
e fortezza e ridotta a maggior fortezza dalli medesimi baroni succes-
sivamente custodita da castellani ,
guardiani e servitori , come fortezza
e castello. Dalle numerose testimonianze sorge che, consegnato il ca-
stello al vescovo Pietro III, costui cinse la cattedrale, l'abitazione
vescovile e il dormitorio dei monaci di mura e di torri. Egli morì nel
l'anno 1354 , e dopo poco venne in Patti Bonifacio di Aragona , che
Sola torre di guardia alla Marina con un pez^'.o di [irtiglie-
ria. A^'-giunoevano come fosse molto i)ericolosa quella tna-
rina, non distando che venti miglia appena dall'isola di
Lipari ,
ove erano soliti risiedere e ritirarsi i vascelli ne-
mici ;
e con due punti nella sua spiaggia da poter facil-
mente dare fondo le galee, e mettere soldati a terra: il
porticello di Mongiò a levante, e lo scalo di S. Giorgio a
ponente.
Con altro bando del 14 dello stesso novembre, i giurati
disponevano le provviste del frumento e delle munizioni
da guerra. II 15, si promulgava anche quello del servizio
prese possesso del castello e della città come regio castellano e regio
capitano, fino a qjie non successe a lui Sancio di Aragona e quindi ,
Vinciguerra di Aragona fratello di Sancio. Vinciguerra di Aragona
,
prestò il giuramento di obbedienza al re Federico iuniore, presentan-
dogli le chiavi del castello, quando quel re venne nella marina di Patti.
Costoro, ma specialmente Vinciguerra — che sotto il vessillo reale
governava da padrone esercitando il potere temporale sul vescovato
di Patti — finirono di edificare e munire le mura e le torri del ca-
stello, ove essi dimorarono. Dopo la morte di Vinciguerra, il conte
Bartolomeo suo figlio fu regio castellano e capitano della città di Patti
per un trentennio, riconfermato anche dal re ]\Iartino e dalla regina
Maria nella loro venuta ; fino a che ribellatosi il conte Bartolomeo di
Aragona al re Martino, e ritiratosi nel suo castello di Capo d'Orlando,
il mandò Bernardo Cabrerà che s'impossessò del castello di Patti a
re
nome del re, e vi pose Raimondo Maiorca a castellano. Intanto il re
I\Lirtino faceva restituire la cattedrale e il vescovado di Patti al ve-
scovo Francesco Hermenir nel 1399, e al vescovo Filippo Ferrerio nel
1402, il quale venne poi nominato anche regio castellano. Le patenti
del 15 marzo 1415 , confermate dalle altre del 30 ottobre 1415 e del
IO luglio 1416 , date in Catania dall'infante Giovanni, concludevano
che il vescovo dovesse governare e reggere il castello in nome e per
parte del re, prestando il debito giuramento di fedeltà e omaggio al
re, con la facoltà di eleggere il suo vice castellano.
- LM5 —
militare, ordinato dal vicerò ai baroa: e
feudatari, per tro-
varsi pronti con armi uomini e cavalli in Trapani, alla mo-
stra del 20 novembre. E nello stesso tempo veniva spedito,
alle università di Montagna, Gioiosa, Piraino , S. Angelo,
Ficarra, Martini, Sinagra, Ucria, Raccuia, Librizzi,
San Piero,
Montalbano, Tripi e Novara un ordine dei giurati
,
, nella
carica di capitano a guerra della piazza,
sargentia e ma-
rina di Patti, ove si diceva che, avendo
avuto avviso del-
l'armata francese nei mari di Sicilia — la quale scorreva
per greco e tramontana verso l'Isola - dovessero calare
soldati di cavallo di Patti nella
i
marina della città. E il 17
un altro ordine partiva pei giurati di S. Angelo per fare
abbassare, senza perder tempo, lo stendardo dei cavalli.
Con lettera del 19, i giurati annunziavano al viceré di
avere spedito al governatore di Lipari - secondo l'ordine
avuto per biglietto dell'll dal segretario don Francesco de
Tragno — una feluca, la quale era arrivata a Lipari a tre
ore di notte del 15 , per avvertirlo della comparsa dell'ar-
mata francese e che essi, dietro consulto col vescovo don
;
Ludovico Alfonso de Los Cameros e col sargente mag-
giore don Fernando de Zarate, essendo la città indifesa, ave-
vano mandato l'avviso di abbassare le milizie.
Il viceré, per provvedere alla ditesa del regno, faceva
promulgare due bandi per il servizio
altri militare. Il pri-
mo - promulgato a Patti il 1° dicembre — ordinava ai
baroni e feudatari di tenersi pronti con loro armi uomini
e cavalli per la mostra, a primo avviso, e che le persone del
loro seguito fossero armate con petto spalda, o corazza, e
morioni, soffietto di quattro palmi di canna con munizione
e pistola di tre palmi, oltre la spada. Il secondo — pro-
mulgato in Patti a 3 dicembre — ordinava che i baroni e
feudatari del regno di Sicilia, tempo cinque giorni, doves-
.
sero inviare uomini, cavalli e armi, nella citià di Lenlini
quelli di Val di Noto e del N'aldemonc, e nella città di Sa-
lemi quelli di Val di Mazzara ;
potendo ,
non ostante il
,
uomini portare scopellìiic e pistole
precedente bando, gli
di qualsiasi misura con le fonde da portarsi davanti la sella,
l'er la custodia e difesa di Patti e della
sua marina, il
duca dell' Infantado incaricò don Andrea Valdina principe
di Valdina e marchese della Rocca, col grado di mastro di
del terzo della sargentia maggiore di Patti. Costui
campo
promulgare bando l'S dicembre, perchè tutta la milizia
lece
cavallo con armi e cavalli si tenesse pronta
di piedi e di
toccar di trombetta ad abbassare nei posti desi-
al primo
uomini dai 18 ai 60 anni si arruollassero
gnati ;
tutti gli
nell'ufficio dei giurati ;
tutti i cavalli, giumente, muli e uiaui
fossero rivelati , e infine che ognuno si tenesse pronto per
la mostra che egli avrebbe passata in Patti il 25 dicembre.
Ma dopo pochi giorni i timori dell' armata francese do-
vettero dileguarsi, perchè, con lettera del 14 dicembre, i
giurati di Patti scrivevano al mastro di campo don Gio-
vanni Valdina marchese della Rocca nominato in — vece
di suo padre che si era scusato che dopo l'ordine, — ri-
de
cevuto per mezzo del sargente maggiore don Fernando
Zarate, essi avevano licenziato le milizie abbassate.
mezzo preparativi di difesa, i giurati
Però, anche in ai
spedivano un lungo memoriale al viceré e alla Deputa-
insieme ai
zione del Regno, in data del 14 dicembre 1654,
conti dell'universitcà. Nel memoriale essi spiegavano come
basato
fosse impossibile pagare le tande col ripartimento
sulla numerazione delle anime, fatta nel 1636 da don An-
drea Saladino. La città aveva allora i due feudi di Madore
e della Rocca ,
che nell'ufficio del Saladino furono rivelati
poco meno di quattordici mila scudi : il primo incorporato
~ 247 —
dnlla Regia Corte nel 1641
e venduto al vescovo Napoli,
che cedette al Capitolo della Cattedrale,
lo
ed il secondo
usurpato dalla terra di Montagna, che nel
contrailo di se-
gregazione negli atti del R. Luogotenente di Protonotaro
del 9 ottobre 163S. Io aveva avuto assegnato semplicemente
come territorio (1). Xel ripartimento. due fondi furono
i
U A proposito della segregazione e della
succcessiva vendita del
casale di Montagna si è veduto come ciò fosse stato fatto per soddi-
sfare a porzione del debito che la R. C. aveva di onze dnqi,emila
con Giovanni Ambrogio Scribani il ; quale non era un prestanome
delduca della Montagna ma un banchiere.
In un atto del 6 agosto
,
1639, m notar Giuseppe Zamparrone di Palermo
si le-^e che sì era .
combinato tra la R. C. del Regno di
Sicilia e (Hovamìi Ambro-nò
Scriban. asse,^f/sfa di S. C. JM. un
cambio di scudi otlauta mila per
r assislenza delle armi velie presenli
urgentissime necessità il quale ,
Scribani anticipò spesso denari a S.
M. nella città di Genova in molte
occasioni di conquiste e
iw.prese tra le quali quella della
città di Ver-
cellt. Ciò appare dai capitoli
del marchese di Leganes,
governatore e
capitan generale dello Stato di Milano,
diretti al principe di Paterno
allora Presidente del Regno, estratti dalla Segretaria di Stato e o-uerra'
dati in Milano a 6 settembre 163S, ove egli scriveva che trox'andosì
.n campagna sopraVercelli con estrema necessità, non sapendo come
soccorrere l'esercito di denaro, aveva
spedito persona a Genova per
cercarne, ed ivi si era trovato Giovan Girolamo Scribani che anticipò
le paghe di giugno e di luglio all'esercito in dento
v bvente y seis
mily trenta Reales, con l'obbligazione di tutti gli effetti di Napoli.
Per la qual cosa ~ aggiungeva il marchese di Leganes - bisognava
soddisfare Giovanni Ambrogio Scribani, assicurando che in quelh
oc-
casione Giovan Girolamo Scribani
aveva reso un gran servizio a S. M.
Tra gli altri assegni fatti per soddisfarlo,
vi fu quello della nuova
imposta di tari sei sopra ogni cantaro
di olio. Ma questa gabella
,
imposta nel Parlamento generale di
Palermo del 22 maggio 163S --
la cui resa giunse
alla somma di centomila scudi
fu ceduta a -
0.=^ Vittoria de Tassis, padrona dell'ufficio di corriere maggiore
del regno di Sicilia, la quale pure aveva anticipato forti somme
per l'assistenza delle armi, ed era creditrice ancora di trentasei
-. 248 -
la quale, in oltre, per il distacco della
(Caricati alla città ;
Montagna, e per la mortalità e 1' esodo dei suoi abitanti,
proventi delle sue gabelle. I giu-
aveva veduto diminuire i
rati concludevano il loro memoriale chiedendo che fosse
loro discaricato il feudo di Madoro e la parte del territorio
distaccato, diminuendo in proporzione le tande ;
che tosse
restituito alla città di Patti il feudo della Rocca cumfnic-
tibiis; che si condonassero le tande attrassate fino a set-
tembre 1647, e che per la gabella di tari quattro sopra ogni
frumento farina e pane, entrata o prodotta nel
salma di
territorio della città, si discalasse il prezzo e capitale a ra-
gione del cinque per cento, e il di più dovesse andare a
benefizio della città, conforme all'ordine di S. M.
in virtù
sue regie lettere date in Madrid a 31 dicembre 1650
e
di ,
lettere ossequiali di quelle date in
Palermo a 17 giu-
gno 1651.
Sorgeva intanto l'anno 1655 , e pareva dovesse scor-
rere in mezzo alle angustie della città: il mastro di campo
marchese della Rocca che ordinava la mostra della milizia
riformava ruolo di
urbana, la riparazione delle armi, e
il
quella milizia: la Deputazione del regno
che ingiungeva
cessione essa obbligò di soddisfare loScri-
m
...ila scudi. In questa si
bani regio assentista di scudi ottantamila ,
come appare da contratto
aUi del R. Luogotenente in officio di Protono-
di vendita negli
del 21 aprile 1639, approvato e confer-
taro del regno di Sicilia
Assumar plenipoten-
mato da don Francesco de Mello conte di ,
ziario universale, non solo come
viceré e capitan generale, ma anche
regie e speciali
come procuratore del re Filippo in vigore di lettere
regio nel regno di
di poter alienare qualunque effetto del patrimonio
Sicilia.
— 24 Ó —
di soddisfare oli assconatari e pagare le tande maturate a
1" gennaio: il tesoriere generale marchese di Magna Mon-
tana che accampava un credito della Regia Corte del
1647,
e minacciava i giurati di carcerazione e d'incorporazione
dei loro beni : nuovo percettore don Cristotbro Massa
il
barone di S. Gregorio, successo a don Giuseppe Cuzzaniti,
che faceva eco alla deputazione del regno e al tesoriere
generale !
Passato il timore dell' armata francesce, e ritiratesi le
milizie abbassate in Patti — tra le quali era anche la ban-
diera e compagnia di S. Piero - i soldati della milizia ur-
bana della città reclamarono che si rispettassero le
antiche
disposizioni date al capitano d'armi a guerra per il
corpo
di guardia (1), e tra le altre che questo si potesse tenere
solo quando fosse abbassata la compagnia di S. Piero
e, partita questa, si dovesse tosto levare. Infatti , con let-
tera del 17 marzo 1655, il viceré e il Tribunale del Real
Patrimonio dettero ragione ai militi urbani ; e con questo
(i) La città di Patti per definire la questione delle guardie e del
corpo di guardia, che capitani
a guerra pretendevano dai
i d'armi
cittadini,con deliberazione del Consiglio pubblico del 2 gennaio
1605,
si obbligò di mantenere sedici guardie
a cavallo con onza una al mese
per ciascheduna di salario, dal i'' maggio al 31 ottobre
e due , ser-
genti, uno per l'ispezione di dette guardie con onza una e tari diciolto
al mese di stipendio, e l'altro per l'ispezione delle guardie fuori della
cittcà e dei cavallari con onze due mensili, per servizio
il notturno.
Ciò a condizione che i cittadini di Patti e suoi casali fossero esentati
dal far guardia e dal tenere corpo di guardia. Con lettera del 23 giu-
gno e 13 luglio 1605 il duca di Feria approvò quella deliberazione ,
la quale fu poi confermata con lettere da Messina del 23 agosto 1607
dal marchese di Santa Croce, da Palermo del 24 ottobre 1609 dal mar-
chese di Villena, del 30 maggio 1612 dal duca di Ossuna don Pietro
Tellez y Giron, e del 9 marzo 162S dal duca di Albuquerque,
intendimento il duca dell' Inlantado nell'aprile nominò ca-
pitano d'armi a guerra 1' altiere don Fedro de Albornos,
che dal febbraio si trovava in Patti come sargente mag-
giore e cap'tano di giustizia.
Ma quei timori d'invasione avevano tatto considerare
ai giurati lo stato deplorevole delle mura della città, dalle
quali poteva entrare agevolmente anche con le porte
si
chiuse. Né i passi si sarebbero potuti guardare con gente
armata in caso di assalto poiché gran parte della popo-
,
lazione, per sottrarsi alle gabelle e tande eccessive, aveva
abbandonato la città, e questa era a metà disabitata. Ne
questo solo era l'inconveniente: perchè quelle aperture
nelle mura agevolavano le frodi alle gabelle, il cui reddito,
diminuito già per l'esodo dei suoi abitanti, si era reso quasi
nullo pei contrabbandi.
Ciò facevano notare i giurati al viceré, dicendo che si
rendeva indispensabile la riparazione delle mura, anche
nell'interesse della Regia Corte poiché quasi tutte le ga- ;
belle essendo applicate alle tande e donativi regi, la città
non avrebbe più potuto soddisfarle. Quindi essi doman-
davano di poter prendere denaro dalle tande per il ri-
paro delle mura. Il viceré ,
con lettera del 14 marzo ,
ri-
spondeva che si facesse una relazione della spesa occorrente,
con l'assistenza del capitano d'armi a guerra e con la so-
vrintendenza del vescovo Los Cameros. Questa relazione
fu spedita il 2 giugno al duca dell'lnfantado, il quale, con
lettera del ì" luglio, ordinava che le riparazioni, alle mura
sidovessero fare con denaro ricavato dalla tassa di buo-
natenenza, da farsi pagare da tutti forestieri che avevano i
beni nel territorio di Patti ; non dovendosi toccare quello
delle tande e dei donativi.
Però il duca dell' Infantado preoccupandosi maggior-
- 251 -
mente dello spopolamento della città , che era la causa
principale della diminuzione dei proventi delle gabelle,
pensò di attirare nuovamente coloro che si erano rifugiati
m altre terre, e il l" luglio stesso concesse un'amplissima
dilazione di cinque anni pei debiti a coloro che
volessero
ritornare ad abitare in Patti, o che vi venissero
dalle terre
baronali. Infatti l'il luglio fu promulgato il seguente bando;
« Bando e com.'" d'ordine delli sp. Giurati di questa
Città
di Patti in esecut."" di lettere di S. E. e Trib.
del R. P. date
m Paler." a p." di Luglio instante 1655 per le
quali s'ord/^
provede e comanda a tutte le persone di quals/^ stato grado
e cond.'"^- che siano come S. E. per via di d.'^ Trib. del R. P.
in consideratione della dishabitatione e mancamento della
gente di q^ Città et dell'importanza che c'è del Real serv.o
in farla rehabitare, è stata servita concedere una dilatione
amplissima per spatio di anni cinque a tutte quelle persone
che s'hanno partito da questa Città con sua casa
e fami
glia da sei mesi a questa parte per
timore e paura di de-
biti correnti promissioni di rato a quals/' persona dovute
et privileggiate di quals." sorte in virtù di contratti, atti
mandatorii, polizze in Tavola, per carceratione
, interlocu-
torie, sentenze, quindene etiam pleggerie et in caso sub-
cimibentie et quais.' scripture così pubbliche che private
quocniìique et q.^' cuìuqiie così maturati come maturandi
eccettuati però censi perpetui o subjugationi latte per pa-
gamento di beni stabili, e che ritornino ad habitare in
questa città di Patti de domo et fainilia , et anco a tutti
quelli che dalle terre Baronali vorranno venire ad habitare
in questa città S. E. concede la presente dilatione come
s/'questo non obstante qualsj' atto generale rito statuto
consuetudine Pra/'^^ Regia o viceregia affinchè sia cognita
a tutti la presente gratia e dilatione s'ha
fatto promulgare
,
il prese nte Biirdo ho^'gi il dì undici luglio suddetto
1655 ».
Con quel bando si sperava attirare molta gente per
ottenere l'aumento delle gabelle. Restava ancora in aria
la riduzione al cinque per cento delle gabelle, per la quale
il viceré aveva sollevato il dubbio che vi si opponesse la
prammatica di don Giovanni d' Austria. I giurati Proto
Chitari, Rossi e Marino, in data del 27 luglio 1655, accu-
savano al duca dell' Infantado ricevuta della lettera del
1." luglio sopra la riduzione del cinque per cento, tassa di
buonatenenza e dilazione. « In conseguenza della quale —
essi scrivevano — avendo comunicato il negozio al Ve-
scovo e trovato alcune gabelle vendute a minor prezzo, e
considerando da una parte che non sono subgiogationi et
in conseguenza non comprese nella Pragmatica di don
Gio-
vanni, e dall'altra parte che sta inserto nella Pragmatica
da S. A. sopra li beni alienati dalla R. C., così
l'atto fatto
pare che l'atto dona interpretatione alla pragmatica, e che
nclli beni alienati dalle Uuiversità si deve fare a benefìcio
d'esse la ridutione del 5 percento nella forma che si dispone
Patri-
per detto atto delli beni della R. C. a beneficio del
monio Reale, oltre che la vendita di queste gabelle ,
deve
essere una suhgiogatione che chiamano gabella, sicché
deve
suh-
essere la vendita della suhgiogatione l' istesso che la
giogatione, e siccome sta questa soggetta alla ridutione
del cinque per cento così ancora deve stare quella nonché
etiandio, quando non l'interpretasse la Prag.'^^ con l'atto pare
che dovea haver loco la ridutione. Con tutto ciò caso che
non ritrovandosi in q.« città
a V. E. paresse altra cosa,
che possa haver loco questa ridutione e con-
altri effetti in
sequentemente non vi essendo donde cavar l'allevio all'e-
strema necessità che patisce, habbiamo risoluto sequestrare
quello che importano queste gabelle più del cinque per
— 253 —
cento e sequestrato il sopra più stia per quello che V. E.
sarà servita ordinare alla quale daremo conto di quello
sarà dalla parte rappresentato e di quello che troveremo
di novo in giusiiticatione di questa ridutione. In quanto
alla manutenenza habbiamo fatto sequestro delle gabelle
o {"rutti dcUi feghi (1) o luoghi delli forestieri, essendo certo
che sono debitori e non sapendo di quanta somm^a per non
bavere havuto il ripartimento per via della Dep.'"^ del Re-
gno d^l ohe diamo conto a V. E. a fin che in conformità
della merco che V. E. offerisce a noi la supplichiamo si
serva V. E, che si cavi il ripartimento e si mandi per via
di q." Trib. In quanto al bando per quelli che rivorranno
venire ad habitare in q.'' città diamo conto a V. E. che s'è
fatto nella forma che Y. E. ha creduto. E perchè per la lonta-
nanza del luogo possono le sud.'- cause della ridutione a
cinque per cento e manutenzione protrahersi a lungo in
deterioramento notabile di q.'^ università ci ha parso rap-
presentare e supplicare V. E. che si commettesse quella
al R.'"" Vescovo acciò con authorità di V. E. le possa de-
finitivamente esaminare essendo persona stato versato nelle
(i) I giurati in seguito alle lettere viceregie e del Trib. del R. P.
sequestrarono il denaro delle gabelle del feudo della Masseria al ga-
bellotoGiacomo Spitaleri. Ma avendo donna Clara Maria Balsamo,
vedova di don Pompeo Romano Colonna, baronessa di quel feudo,
reclamato al viceré dicendo non essere obbligata a pagare i varii pesi
sul fondo e la buonatenenza, ma o 1' una o gli altri ; anzi , che nulla
avrebbe dovuto pagare sia per trattarsi di beni feudali — la INIasseria
essendo fego nobile, come appariva dall'investitura — sia per essere
essa cittadina messinese, e come tale franca di ogni imposizione, il
duca dell' Infantado con lettera del 9 settembre 1655 ordinò che, es-
sendo la Masseria fego nobile e soggetto al servizio militare , non si
dovesse molestare per buonatenenza, e che il sequestro al gabelloto
Spitaleri fosst; annullat(^
— 254 —
materie del Regno (l) e della cui integrità e dottrina pos-
siamo sperare ogni adempimento di giustizia , il che rice-
veremo a favore dalle mani di V. E. alla quale intanto
rendiamo per li favori fattici gratie sperando per questa
strada il ristoro di q.'' città nella sua estrema necessità per
potere meglio servire S. M/-', etc. ».
Pareva dunque che le cose volessero prendere una
piega migliore ; e i giurati cercavano trar profitto di ogni
occasione per rianimare la città, dando un'importanza mag-
giore alle feste e alla fiera ,
per attirare gente dalle terre
vicine. I segnenti bandi lo dimostrano.
« Die Tigcsùììo Angusti octarcc Itici ìììillessiiiio sexeiit."'"
quinquagesimo quinto.
« Havendo S. E. in eseq.»'' di lettere di S. C. M. che
Dio g.''* ordinato che per tutte le città del Regno si dovesse
far festa della Gloriosa Immacolata Conceptione di n.'''^ Sig.^^-
-e Padrona sempre vergine Maria dovendosi prestare il
giuramento delli sp. Giurali tanto ìiomine proprio quanto
di q.=' città di Patti dovendo tenere per immacolatissima
la Vergine Maria concepta senza peccato originale (2) e
fi) Don Ludovico Alfonso de Los Cameros era stato nominato
fin dal 1640 giudice della Monarchia e consultore del regno di Sicilia,
essendo molto apprezzato dalia Corte di Spagna. Egli fu uno dei pro-
tettori della città di Patti nella sua lotta col reggente Ansalone, come
vedremo dalle sue lettere da Monreale.
(2} Era un facsimile di proclamazione del dogma dell'immacolata
Concezione, giusto duecento anni prima che lo dichiarasse la Chiesa
Romana. La festa della Concezione era allora molto in voga, e anche
in Patti sorgevano varie cappelle dedicate ad essa : tra le quali quelle
nella chiesa di S. Ippolito fondata nel 1612 dalla famiglia Russo, e
dotata nel 1645 da don Biagio Proto e Russo Arcivescovo di Messina.
La festa di cui parla .il bando, celebrata il 22 agosto, fu occasionale ;
— 255 —
dovendosi far d.^ festa anco da tutti i cittadini per lo
presente bando d' ordine di d.' sp. Giurati s' ord/' pro-
vede e comanda a tutte le persone di quals.« stato foro
grado e cond."" che siano domane che sono li 21 del cor-
rente mese di Augusto ad hore 24 di d." giorno habbino
et debb."' fdv fesca con luminarie accese per ognuno nelle
fenestre di loro habitatione e Domenica 22 di d.» siano no-
tificati per la solenne messa da celebrarsi nella Cattedrale
Chiesa per l' 111.-'^ Vescovo dove si harà da prestare il
sud." giuramento esortando a tutti che debbano intervenire
alla sudetta devotione et voto e prestatione di giuramento
che si farà per d.' sp. giurati ».
« Patti li 4 ottobre 1655, — Bando e comandamento
d'ordine delli sp. Giurati di q.-^ Città di Patti per che si
deve eseguire et osservare il privilegio e consuetudini che
tiene q.=' città in farse la Fera nel p iano di Santa Maria
di Gesù (l) di questa sudetta città da incominciarsi da hoggi
ma la festa si faceva, anche allora,
1' 8 di dicembre. Il Governo spa-
glinolo ci teneva molto, come
pnò vedere da una lettera del 14 di-
si
cembre 1615, indirizzata al viceré don Pietro Giron duca d' Ossuna
dai giurati don Antonello Cenere, Michele Chitari, Geronimo Marziano
e Francesco Guicciardino. Il duca d' Ossuna, con lettera del 25 no-
vembre 1615, aveva loro ordinato di festeggiare con la maggior pom-
pa possibile la festa di Nosira Signora la Concezione. E i giurati gli
facevano un lungo resoconto di quella festa, con processione, messa
pontificale, con intermezzi e mottetti musicali, cori a tre voci, salve
di mascoli, di archibugeria e di artiglieria, con luminarie alle finestre
e botti piene di fuoco in varii punti della città, nei casali, nella cam-
pagna e sullo scoglio a mare, e, per finire, con un giuoco di fuoco,
al quale concorse anche la popolazione delle terre vicine.
l'i) II 14 gennaio 1586 i giurati Benedetto Ferrando, Domicio Ma-
rescalco, Cesare Stoppia e Geronimo Gautieri .scrivevano al viceré
conte di Alva che, tra gli altri conventi di Padri Francescani, la città
,
— 256 —
innante che è il giorno del glorioso San Francesco d' As-
sisi Protettore di questa città. Per tanto per lo presente
bando si ordina prò vede e comanda che tutti li paimeri
merceria drog/iieri, scarpari, arhosciari, pothci^ari, e taver-
ne, tenev'a uno cliiamato di S ^ Maria di Gesù fuori le niuia, ma a
poca distanza dalle medesime. Questo convento aveva un piano così
hello e spazioso come ogni altro si fosse in questo circuito, e desiderando
la città per beneficio e comodo dei cittadini fare una fiera in detto
piano, così per la festa di S.*^ Maria di Gesìi, i giurati domandavano
il permesso di far bandizzare la fiera, la quale dovesse farsi ogni anno
il 2 giugno, e durare otto giorni.
Però si dovette provare col tempo che l'epoca era poco adatta
per la fiera, specialmente per l'incremento preso dall'allevamento del
baco da seta, e dalla estrazione della seta al mangano. Quel che è
certo è che con lettera del Marchese di Villena, per via del Trib. del
R. P., del 15 luglio 1608 fu stabilito che ogni anno a 4 di ottobre,
giorno di S. Francesco d'Assisi per insino all'ottava si dovesse fare
la fiera nel piano di S.'''' Maria di Gesù. Neil' anno 1685 dietro —
atto di consenso dei frati del Convento dei Padri Riformati di S. Fran-
cesco sotto il titolo di S.'* Maria di Gesù del 22 maggio 1685, in no-
tar Francesco Calabro — i giurati, visto l'aumento di devozione che aveva
preso il culto di S.*=' Febronia, fecero dimanda al viceré conte di S.
Stefano affinchè la fiera fosse trasportata nel tempo di detta festa con
la solita durata di otto giorni, ossia dal 18 al 26 luglio, con gli stessi
privilegi, prerogative e franchigie. 11 conte di S. Stefano, con lettera
del 26 aprile 16S6, per via del Trib. del R. P., accondiscese a quel
cambiamento. La fiera si faceva nel piano del Convento di S.'^ Maria
di Gesù fin dalla prima concessione del 15S6. I giurati stipularono un
accordo col vescovo di Patti don Matteo Fazio, che era padrone della
Dogana, nel quale il vescovo concedeva la franchigia dai diritti do-
ganali durante la fiera, dal 16 al 26 luglio 1686, senza pregiudizio suo
e dei suoi successori. Esigeva però la condizione che la fiera si do-
vesse fare nel piano della chiesa di S.'-' Febronia, che era di proprietà
del vescovado ; e che nessuno potesse fare loggie e baracche per ven-
dere qualunque mercanzia senza licenza sua o del suo doganiere, come
da atto 20 giugno 16S6 in not. Fr.''" Calabro.
— 257 —
ìlari di q.^ città h;ibbiano e debbano da conferirsi tutti nel
d." piano con tenere le sue loggie formate in ordine piene
di robba, ognuno vendendo nella sua fera e prima di do-
mattina innante che sono li cinque del presente mese di
ottobre prohibendo a tutte le sud.'- persone che non pos-
sano da domattina innante vendere cosa alcuna in questa
sud.' città ma solamente in d.-» Fera e questo sotto la pena
di onze due cioù onza una applicata all'horat." di 40 bore
et onza una per coìiso d' acqua tari 15 al m.'" Cap."" di
q.-^ Città e tari 7 e gr. IO ad essi spett. giurati ».
La città, tornata nella sua tranquillità, avrebbe potuto
anche lusingarsi che le arridessero giorni migliori ,
per il
ritorno di molte famiglie che il bando di dilazione aveva
richiamate. Chi avrebbe potuto credere che in quel mo-
mento la maggiore delle sventure, come un fulmine a ciel
sereno, avrebbe colpito la città?
Come giungesse in Patti la notizia della vendita della
città, e quando, io non ho trovato documento per precisa-
sarlo esattamente. Però la notizia dovette venire da Madrid,
forse al vescovo, e nei primi di novembre del 1655. I giu-
rati dottor Francesco Proto, dottor Geronimo Licari , An-
tonio Ferracuto e Ambrogio Barbaro scrissero subito al
viceré che avevano avuto sentore che il re avesse con-
cesso o venduto a don Ascanio Ansalone , duca di Mon-
tagna Reale e reggente del Supremo Consiglio d'Italia, la
città di Patti col titolo di Principe (1). Quindi essi ricor-
(i) Il conini.''^ Vito La Mantia [Consuctudiin di Patti e Lipari)
scriveva : « Patti lu sempre città denianiale, ma nel secolo XVII (1662)
il Reggente del Consiglio d'Italia Ascanio Ansalone ottenne la con-
cessione feudale della città col titolo di Principe. I cittadini però si
— 258 —
revano al re per rappresentare l'importanza di l'atti come
città marittima e principale del regno, e come sede di
liberaron restituendo la somma ofierta da Ansalone , al (juale rimase
il solo titolo senza dominio feudale, titulus sine re ».
Ma la concessione di Patti fu fatta all'Ansalone nel 1655 , e solo
per le proteste della città, appoggiata dal duca d'Ossuna prima, e dal
conta di Ayaia dopo, fu sospeso l'ordine di darne il possesso, finché
il supremo Consiglio d' Italia non avesse deliberato. Per diverse cir-
costanze, di cui io m'intratterrò, la decisione fu pubblicata solamente
nel giugno del 1662. Ciò spiega come il comm.''' La Mantia abbia in-
dicato l'anno 1662 per quello della vendi'ta della città; tanto più che
egli aveva letto il diploma regio di concessione che porta la data 22
giugno 1662. Quel diploma fu spedito dopo la decisione del Consiglio
d'Italia , e non poteva essere altro che una edizione riveduta e cor-
retta del privilegio del 1655, che fu oppugnato dai giurati dell'epoca.
La città, nonostante la vendita, non cessò di funzionare, anche per un
giorno, da città demaniale, e la vendita restò lettera morta. Noi ve-
dremo in seguito come andassero veramente le cose.
Da Ottavio Ansalone e da Giovanna Scoverò nacquero, oltre don
Ascanio, Pietro e Carlo. Il primo fu regio secreto di Messina, e sposò
Teresa Marquett, da cui nacque Antonino che successe al padre come
regio secreto di Messina. Carlo fu mastro razionale delTrib. del R. P.
e consigliere regio. Morto don Ascanio Ansalone nel 1669, restò erede
universale donna Laura Lentini e Sambasili , la quale in un atto del
2 settembre 1669 in notar Girolamo Filippone di Palermo è chiamata :
D." Laura Ansalow; Lentini e Sambasili duchessa di Dlontagnareale,
marchesa di Sorrentini^ contessa del Tindari e principessa di Patti^ ve-
dova ed erede universale del fu D. Ascanio Ansalone già Reggente
del Supremo Consiglio d' Italia.
Questo atto è riportato, nel settembre stesso, negli atti di notar \'in-
cenzo Calderaro di Patti , ove intervenne Giovan Battista Grosso di
Messina, governatore di Montagnareale, per conto della duchessa. Si
capisce benissimo che la duchessa, alla morte del marito, come erede
universale accampasse tutti i suoi diritti, non essendo ancora stata an-
nullata la concessione della vendita col titolo di Principe. Ma poco
dopo venne la decisione che annullava la vendita con 1' obbligo alla
città di restituire il prezzo sborsato : non era più il caso di portare
— 259 —
vescovato. I giurati aggiungevano di avere inteso che non
sarebbe stato impossibile ottenere che la città restasse nel
regio demanio e a tale scopo intendevano mandare
;
a
Madrid un ambasciatore. Ma non trovandosi denaro sul
momento ,
ricorrevano a S. E. perchè desse loro licenza
di vendere il lego del Litto per il prezzo più conveniente,
non avendo altri effetti, che potessero cagionare minore in-
teresse alla città. E il nuovo viceré don Giovanni Tellez y
Giron duca d' Ossuna ,
con lettera del 16 novembre 1655
ordinava che tenesse Consiglio per deliberare su ciò, e
si
se ne trasmettesse a lui la deliberazione per provvedere.
I con lettera del 24 dello stesso novembre,
giurati ,
mentre congratulavano col duca d'Ossuna della sua no-
si
mina a viceré e del suo felice arrivo, lo avvisavano anche
della prossima partenza per Palermo del dottor
Bonaven-
quel titolo sia pure siiie re. Infatti in tutti gli
altri atti donna
Laura Ansalone viene chiamata sempre duchessa di Montagna
sen-
z'altro. Essa —
in compenso del prezzo sborsato per la
compra della
città — restò in possesso del casale di Sorrentini e suo
territorio al ,
quale era annesso il titolo di Marchese. Nel 16S3, essendo
morta la
duchessa, lasciando eredi dei suoi diritti contro la città di Patti le
Opere Pie, il ducato di Montagnareale, che era
fuori questione, toccò
al nipote Antonino Ansalone e Marquett, regio secreto
di Messina, il
quale aveva sposato la cugina Felicia figlia di Carlo
Ansalone, e il du-
cato di Montagnareale seguitò nella sua
discendenza maschile. Ma
estintasi questa nella seconda metà del secolo
XVIII, lo stato di Mon-
tagnareale passò a Filippo Vianisi e Corvaia, figlio di
Antonino Via-
nisi e di Alfonsina Corvaia e Ansalone, figlia di
Laura Ansalone del
duca Antonino.
Del marchesato, poi ducato, di Sorrentini io parlerò
a suo tempo
perchè ebbe effettivamente i suoi padroni. Ma che dire
del titolo di
principe di Patti esumato per far denar e venduto all' asta nel 1730
dalle Opere Pie a Ludovico Paratore Ma che dire di quello di
? conte
del Tindari ?
— 260 -
tura Marziano, loro incaricato, per conferire nell'affare
della vendila della città.
Giunto il Marziano in Palermo a conferire col viceré,
perorò caldamente gl'interessi della città, dimostrando anche
che quella vendita era un cattivo affare per la Regia Corte,
e che la città era anche pronta a pagare ventimila scudi,
purché fosse conservata nel regio demanio. Il duca d' Os-
suna, interessatosi vivamente ,
deliberò di farne consulta
col re, come era desiderio dei giurati di Patti: ma volle
che essi si obbligassero per il pagamento dei ventimila
scudi. Essi, infatti, con lettera del 22 marzo 1656, ringra-
ziavano il viceré del favore fatto loro con l'aver speditala
consulta al re, manifestando la loro riconoscenza ; e aggiun-
gevano che avrebbero ofterta anche la vita per il servizio
di S. M. ; e che intanto avevano fatto obbligazione del pro-
prio pei ventimila scudi da loro offerti : come del resto
avrebbe potuto meglio informarlo il dottor Bonaventura
Marziano, al quale essi si rimettevano interamente per la
trattazione di quell'aftare.
E mentre il Marziano agiva a Palerm.o col viceré, i
giurati pensavano spedire a Madrid, per perorare la causa
presso il re, il padre Bruno da Patti guardiano di quel
convento di Cappuccini (1); il quale, partitosi verso la
li) Tra le minute di notar Bartolomeo Calafato di Patti, nell'Ar-
chivio notarile del distretto di Patti, si trova la procura fatta dai
giurati dott. Francesco Proto, dott. Girolamo Licari ,
Antonio Fer-
racuto e Ambrogio Barbaro al Padre Fra Bruno da Patti, dell'ordine
di S. Francesco sotto titolo dei Cappuccini, per conferirsi a Madrid
per comparire innanzi al re Filippo IV, suo Real Consiglio e ministri
per proteggere e difendere i singoli negozi, questioni vertenti o da
vertere tra la città di Patti e don Ascanio Ansalohe per la revoca
della vendita fatta da S. I\I. C. all'Ansalone in virtìi di sua cedola
- 261 -
fine di aprile dalla città, essendo poi scoppiata la peste a Na-
poli — ove egli era giunto — dovette retrocedere in Calabria.
Dal viceré , con lettera del 4 maggio 1656 , era stato
comunicato di essersi rivelata la peste in Sardegna ; e
poco dopo — dietro comunicazione del viceré di Napoli di
malattia sospetta in quella città e suoi borghi — il duca
d'Ossuna, con circolare del 2 giugno, ordinava che si pro-
mulgasse bando in tutte le città e terre della Sicilia per
essersi sviluppato il contagio in Napoli.
La preoccupazione generale fu allora di salvare la Si-
cilia dalla peste, guardandone rigorosamente il littorale da
qualunque sbarco. E trattandosi della salute generale del-
l'isola, si misero per un poco da parte le questioni di giu-
risdizione (1). 1 giurati di Patti si assunsero la sorve-
o Privilegio Reale presentato ad istanza di Ansatone dal Viceré di
Sicilia e Trib. del R. P. consultato o da consultarsi con S. C. M. con
diritti ragioni etc. Questa procura porta la data del 19 aprile 1Ó56.
(i) Era già stampata la parte nella quale io trattavo della que-
stione della giurisdizione di S. Giorgio, quando — esanìinando i do-
cumenti del principio del iSoo — trovai un accenno ad una sentenza
della G. C. Criminale dell' anno 1631, la quale decideva che l'eserci-
zio della giurisdizione nello scalo di S. Giorgio dovesse appartenere
a Gioiosa. La questione per la giurisdizione di quella marina, nondi-
meno, sorse a varie riprese, arrivando fino al secolo XIX° senza es-
sere definita nettamente.
Nel 1802, don Francesco Carlo D'Amico, duca d'Ossada e barone
di S. Giorgio, avendo sollevata nuovamente la questione contro la terra
di Gioiosa, si risolse in un conflitto di giurisdizione tra il Supremo Ge-
nerale Magistrato di Salute di Palermo e la Deputazione alla Salute della
città di JMessina Capitale del Regno di Sicilia sjtpreina ed indipendente nel
dipartiìnento di sua giurisdizione sino a Catania e Patti inclusivainente
luna e V altra città con tutte le sue rispettive dipendenze. San Giorgio,
appartenendo alla giurisdizione di Gioiosa, doveva dipendere dal Su-
premo Generale Magistrato di Salute di Palermo, appartenendo invece
a cjuella di Patti, entrava nel dipartimento della Deputazione di Messina.
— 262 -
glianza della marina da S. Giorgio a Oliver! , e i giurati
di Gioiosa da S. Giorgio 'al capo di Calava ; mentre lo
scalo di S. Giorgio, essendo la tonnara in pesca, veniva
sorvegliata da quel barone (1), e lo scalo dì Oliver! dal
duca d! Villareale, barone di quella terra (2).
Tutto a un tratto s! sparse la notizia che a Lentini
era scoppiata la peste. I giurati di Patti il 20 giugno scris-
sero ai giurati di Raccuia per sapere se fosse vero che il
principe di Leonforte , loro signore (3) , avesse mandato
ordine di promulgare bando di essere apparsa la peste in
Lentini. E il 21 indirizzarono lettera al Senato di Messina
per essere informati se realmente il principe di Leonforte
avesse spedita quella notizia a Raccuia , sapendo che il
Senato aveva mandato persona per sapere la verità. E il
Senato di Messina così rispondeva :
« M.'» 111. Sig." — Con la grata loro del 21 del corr.^'
vediamo l'avviso che havean ricevuto che in Leontini vi
fosse sospetto di male , e sì che ringraliamo le VV. SS.
M.'» III.'' di tal partecipatione lodando insieme l'accuratezza
loro "nel diligentare s.-' la mat.'' della Pub.'-' salute, cossi
dobbiamo dirli che dal Senato di Catania ci viene avvisato
che havendo ciò pur sentito , spedirono persona serio in
(i) II barone di S. Giorgio era don Luigi Mastropaolo e Orioles,
figlio di Francesco Mastropaolo barone di S. Giorgio, Regio Li'.ogo-
tenente nel!' ufficio di Protonotaro del Regno e di D''' Flavia Orioles,
sposato con D^ Vincenza Salazar.
(2) La Grua duca di Villareale e barone di Oliver!,
D. Cesare
figlio primogenito di don Vincenzo principe di Carini e di donua Vin-
cenza Conti.
(3) Era allora conte di Raccuia, di quell'antico stato di casa
Branciforte, don Nicolò Placido Branciforte principe di Leonforte.
- 203-
Leontini ,
et hebbero fedel riscontro che si goda molta
salute, di che ne lodiamo il Sig.'" e le W. SS. i\I.'" IHJ pos-
sono rallegrarsene lasciando ogni perplessità. Qui da noi
5.=^ questa mat.'-» si fan tutte le diligenze possibili come
stimiamo che facci n loro guidati dalla loro prud.^' et intanto
prendiamo in gratiss.-' acccttatione la loro cortese corri-
sponden.^' et esibitioni , restando noi con l' istesso in ogni
convenienza di loro soddisfatt.' pregandoli ogni più vera
felicità. — Da Messina li 22 di giugno 1656.
Belli \'\'. SS. M/' 111.-'
Il Senato di Messina
Placido Serra Sec."" ».
Ma per le notizie di Napoli , Roma e Civitavecchia, si
era organizzato il servizio di vigilanza , e si era formata
una deputazione di sanità anche in Patti, composta dai cit-
tadini dott. Bonaventura Marziano, dott. Antonio Proto,
dott. Carlo Antonio Tinghino e dal dottore in medicina
Antonio Camarda. Per la custodia della spiaggia di Patti
di sei miglia, quattro di plaga scoperta e per due miglia
coperta dal monte di Mongiò e dalla montagna del Tindari,
stava una posto di guardia nello scalo della Marina, di
giorno e di notte, e un altro si teneva nel tratto di spiag-
gia tra Mongiò e il Tindaro, nel punto chiamato di'lla
Valle. Vi erano inoltre quattro guardiani a cavallo che di
notte perlustravano le quattro miglia di spiaggia scoverta,
non potendo passare avanti, perchè impediti dal capo di
ÌNIongiò e dalla montagna del Tindaro. Per evitare qualche
sbarco alle grotte di Mongiò e nel porticello di Marinello,
si tratteneva in quel mare una feluca a guardia del tratto
di spiaggia coperta, e un altro posto di guardia si teneva
nel /b//<mro del Tindaro. Quella feluca serviva anche al
capitano don Diego de Ribera per rivedere quelle marine
insieme al deputato di servizio.
— 2()4 -
Un altro allarme si sparse poco dopo nella comarca
di P?\tti per un avviso venuto da Sant'Angelo. I giurati di
quella terra — per una lettera di un Blasi Tripoli di Rac-
cuia, scritta da Messina al monaco Ruttino, e giunta a S.
Angelo il 18 luglio, che recava la notizia di esser capitata
a Lipari una barca fuggita da Napoli con molti schiavi
appestati — mandarono avviso al castellano di Brolo di
non dare pratica alle barche di Lipari nello scalo di quella
marina, e a don Gregorio Denti (l) di sorvegliare la sua
marina di Piraino, per il sospetto di peste in Lipari.
11 19 luglio giunse da Lipari nella marina di Patti una
feluca coi padri teatini Giuseppe Boccadifuoco e Ventimi-
glia, figlio del barone di Gratteri, con un loro laico ,
por-
tando patente netta ; e mentre si facevano le operazioni
di Sanità, passò un corriere recante 1' avviso che a Brolo
non avevano dato pratica alla feluca di Lipari ,
perchè si
era inteso che in quella città fosse scoppiata la peste. Venuto
un giurato e un deputato a interrogare quei passeggeri su
quella notizia, essi risposero che a Lipari si godeva per-
fetta salute, e che essi erano andati a prendervi i bagni.
Nondimeno furono ritirati i bollettini e la patente ,
i pas-
seggeri furono rinchiusi nella posata , e i marinai dentro
la barca sulla spiaggia, essendovi burrasca di mare, guar-
dati a vista fino al giorno seguente.
Ma avendo intanto il castellano di Brolo (2) informato
(i) Figlio primogenito di don Vincenzo Denti duca di Piraino :
egli era marchese di Cellerio, e fu poi principe di Castellaccio.
(2) Il barone di Brolo don Francesco Lanza, figlio primogenito
del marchese D, Fabrizio Lanza barone di Ficarra , morì nel 1651, la-
sciando la baronia al figlio primogenito minorenne don Antonino, sotto
la tutela del fratello don Giovanni Lanza e della baronessa donna Agata
- 2d5 -
giurati di Naso, ed essi avendo mandato avviso al conte
di S. Marco (l) ,
giunse al mattino del 1:0 il corriere di
quel conte diretto al capitano don Diego de Ribera. Quindi
abbassati tutti alla marina , fu deciso di rimandare quella
barca a Lipari accompagnata dalla feluca di guardia , la
quale doveva assicurarsi se veramente si fosse livelato il
contagio in Lipari, recando lettele del vcscond di l'alti a
quello di Lipari, del capitano Ribera a quel capitano d'ar-
mi, e così dei giurati e dei deputati.
E in data del 22, i giurati di Lipari — indignati per la
leggerezza con la quale la .celante terra di Saul' Angelo
situata nelle nwiitagìie, aveva dato il falso avviso — rispo-
sero annunziando come tutta queir isola godesse perfetta
salute, e pregando i giurati di Patti di darne comunicazione
al conte di S. Marco, ai giurati di Naso e ovunque simile
infamia fosse stata diffusa. Per maggiore cautela essi uni-
vano le fedi di sanità (2).
Ansatone sua vedova, come da testamento in notar Marcantonio Gasdia
di Ficarra, riportato sugli atti di notar Francesco Ruffino di Ucria a
i6 ottobre 1651. D^ Agata Ansalone. baronessa di Brolo, il 19 dicem-
bre 165S sposò in seconde nozze in Messina nella parrocchia di ,S. Lo-
renzo don Giacomo Ruffo e Balsamo, visconte di Francavilla gentiluo-
mo coltissimo, amico e protettore di letterati e caldo amatore delle
belle arti.
(il D. Vincenzo Filingeri successo ancora ragazzo nel 1636 a suo
padre il conte Giuseppe. Sua madre D-' Giovanna Lanza sposò in 2''
nozze D. Giuseppe Alliata e Paruta, principe di Villafranca e duca
di Sala.
(2) Ecco le fedi come si trovano copiate nel registro 1655-56
della corte giuratoria di Patti :
« Si fa fede per noi inf.' sp. Cap.'"^ Giur." e mag.''' Dep.'' della
Sanità di q.^ nob: et fideliss. e.*'* di Lipari a tutti i singoli ofT.'' trib.'i
e mag." a chi la presente spetterà vedere seit quoìibct sarà presentata
1 giurati di Patti, in data del 2i 1U2;lio stesso , scrive-
vano al viceré quanto era accaduto , rimettendogli le fedi
venute di Lipari , copia delle quali mandarono alle terre
circonvicine, e ni Senato di Messina, che se caso liavesse
arrivato in qìtella questo avviso per via di Calabria non
si spargesse quella fama.
{Continua)
Vincenzo Ruffo della Foresta.
in q."'^ sudetta Città si viva sanamente e non solo senza nessuno so-
spetto di morbo contagioso merce al Sig.''- per intercessione delli glo-
riosi S." Calogero, Agatone e Bartolomeo Padroni e Protettori, ma di
nessuna altra infermità. Onde in fede della verità se li è fatta la pre-
sente sottoscritta de n.'' proprii mani e sigillata con il solito sigillo
di essa città. En Lipari hoggi li ventuno di luglio 1656.
Don Cristobal de Rigo de laVega — D."" Bartolo Bo-
nica giur.'" — Nic.<'' Frane." Amendola giur.*" — Gio :
Sim.*^ Falango giur.'*' — D.'' Alessandro Canale dep.'° --
Pietro Montanaro dep.'^ — Alonso Hurtado dep.'° —
Verdirame Cesareo dep.*" ».
« Si fa fede per noi sottoscritti D." Fisici di q.^ nob: et fideliss.*
Città di Lipari a singoli off. li tribunali e magistrati a chi la presente
spetterà vedere seu qnoìibet sarà presentata qual.''' in q.-'^ sudetta Citrà
si viva sanamente e non solo senza sospetto di morbo contagioso ma
di ness.=^ altra infermità non havendo per insin bora corso se non al-
cuni discenti catarrali, onde in fede della verità et a richiesta della
Deput."'- della Sanità di d.'^ Città se li è fatta la presente sottoscritta
di n." proprii mani. En Lipari à vintuno di luglio 1656.
Io Alex." Canale d.'' fisico della Città di Lipari
Io D."" in med."^ Gioseppe Sidoti q.""^ ut s.=^ ».
X
SINAN BASSA CICALA
SINAN-BASSA (SCIPIONE CICALA)
CELEBRE RINNEGATO DEL SECOLO XVI
La figura abbastanza interessante di un uomo che la
Storia non ha dimenticato, registrandone ora i meriti insi-
gni, ora i difetti non semiire ignobili, è senza dubbio quella
del messinese Scipione Cicala, la cui opera variamente
apprezzata si svolse quasi tutta in Oriente, dove egli acqui-
stò ( nori, grandezza, celebrità.
11 Cicala fu uno dei tanti rinnegati italiani al servizio
della Sublime Porta, il quale, sebbene come gli altri di sua
lamiglia fosse abbastanza ambizioso ed avido di ricchezze,
abbracciò tuttavia l'Islamismo, non per tornaconto nò per
propria elezione, ma forzatamente e in tenera età ; ed una
volta sedotto dal fascino della luminosa carriera che gli si
apri\ a in (|Ucirimpero, ch'era allora il pii^i potente del mon-
do, \ i riir.asc con voluttà , e il suo nome appo i Cristiani
passò temuto e odiato al pari di quello di tanti altri suoi
compatrioti che accanitamente combatterono contro di loro.
Certo è assai deplorabile cosa, —e ne fa opportuna os-
servazione il Ciampi (1), — che uomini come Uluccialy ,
Euldj-Alì, Giaffer, Cicala, e tanti altri rinnegatiitaliani,i quali,
ove avesser trovato modo di spiegare nel proprio paese il
loro ingegno, l'ardire e le loro attività non comuni, l'avreb-
bero fi») se onorato, furon costretti invece, per le miserevoli
condizioni in cui era caduta la loro patria , a metter que-
ste 1 )ro belle qualità a profitto d'una nazione straniera, e
(li CiAMi'i Ignazio. Pietro della Valle il Pellegrino. (In Nuova
Antologia, Serie II, Voi. XVII, fase. XX, pag. 665).
,
— 268 -
p(?r maggior disgrazia, a prò di una causa che inspirava
orrore a quanti eran legati alla fede di Cristo. Ma la fero-
cia dei tempi e i costumi degli uomini d'arme del se-
colo XVI eran tali che molte attenuanti possono anche
consentire alla loro condotta di avventurieri non sempre
selvaggi e cattivi più di tanti altri che servivano allora la
Cristianità.
Le notizie intorno alla vita di Scipione Cicala in mas-
sima parte provennero in Occidente per opera degli am-
basciatori delle potenze accreditate presso la Porta, ovvero
per le dicerie fuggevolmente raccolte da viaggiatori e mis-
sionari poco scrupolosi talvolta dell'autenticità della fonte'
alla quale attingevano. Gli ambasciatori poi, e soprattutto
quelli di Francia e di Venezia, che sospettavano in Cicala
un acerrimo nemico della loro nazione , e assai propenso
invece a favorire il Re Cattolico, non furon sempre sereni
ed imparziali ne' loro apprezzamenti. Arrogi che tutte le
notizie da loro per lo più cavate dalla bocca stessa degli
emuli e degli avversarli di lui, appena trasmesse a' loro
governi, venivano alla lor volta mutilate o sformate, e po-
scia date in pascolo alla curiosità del pubblico cristiano
pel tramite di scrittori di occasione o di mestiere.
A misura quindi che gii avvenimenti nelle regioni orien-
tali o in altri luoghi svolgevansi per opera degli Osmani
i cronisti contemporanei si affrettavano a riferire le imprese
del rinnegato, ma con notizie saltuarie e monche ,
attinte
il più delle volte a sorgenti poco sincere e malsicure. Ciò
spiega la contraddizione fra gli scrittori e gli errori intorno
alla vita del Cicala, specialmente nelle notizie riguardanti
il lurgu di nascita, l'anno della cattura, il rinnegamento
della fede, la sorte toccata nella schiavitù al padre di lui,
la carriera politica e militare, che lo fece degno di Storia,
e perfino la sua morte.
— 269 -
Sulla falsariga dei cronisti veneziani furono per molti
anni improntate le notizie intorno a Cicala, che si leggono
negli scrittori delle altre nazioni , ed in Sicilia sopratutto
il Buontìglio, contemporaneo agli avvenimenti che davan
tanto a parlare del suo concittadino , e che venne seguito
poi, come degno di maggior fede, da tutti gli scrittori de'
secoli successivi, tranne alcuni fatti locali , de' quali egli
stesso fu spettatore, in tutto il resto non seppe far altro
che riprodurre in gran parte le mal digerite notizie che
gli scrittori veneziani si dilettarono di far conoscere al
mon.lo, e riferire per di più un'immaginaria romanzesca
avventura sulla morte del Cicala, la quale non si sa come
e d'onde l'abbia tolta di peso. Non mancò, è vero, qualche
storia stampata in quel tempo dove i fatti che riferivansi
al Cicala, giudiziosamente spogliati da molte esagerazioni
e dalle false dicerie, erano più rispondenti al vero , ed io
son lieto di tributar questa lode a due eccellenti scrittori,
Giovanni Sagredo e Tommaso Costo, veneziano il primo,
napoletano il secondo, a' quali assai meno che ad altri scrit-
tori del loro tempo c'è da correggere o da contrapporre;
ma stando a quanto essi scrissero non si potrebbe foggiare
che una sola parte , e forse la meno interessante, della
vita del Cicala.
Fortunatamente in tempi a noi più vicini vennero alla
luce altre opere che corredano i fatti a base di docu-
menti, e due sopratutto meritano la nostra maggiore atten-
zione. Esse sono : Le Rdnzioìii degli Aiììbasciatori Veneti
al Senato (1) , e la Storia degli Osmaui di G. B. von
l'ii RvA..\7.ioyii dt\((li Aiitbasciafori Veneti al Senato, raccolte, anno-
tate ed edite da Eijgenio Alhèki. Serie III. Firenze, 1S40-63.
— 270 —
Hammer (1). Le prime, foggiate da persone autorevolissime
ed accorte e inviate da Costantinopoli per informare il pro-
prio governo su tutto quanto riguardava la vita orientale,
abbondano di notizie su Cicala, e sebbene in esse traspari-
sca da ogni lato la preoccupazione e l'astio contro costui,
tornano tuttavia vantaggiose al nostro compito, perchè chia-
riscono fatti che pria d'ora non spiegavansi abbastanza o che
erano rimasti del tutto ignorati. Redatta la seconda in seguito
a pazienti studi e ricerche negli Archivi di Stato della Tur-
chia, non che dell'Austria-Ungheria, della Moldavia , della
Valachia , della Transilvania , di Venezia e di altri paesi
che furono in guerra con l'Impero Ottomano, è l'opera che
meglio d'ogni altra ha saputo dar notizia degli avvenimenti
interni ed esterni dello stesso, e che, sebbene non sia sem-
pre esatta in certi fatti particolari^ o di secondaria impor-
tanza, è tuttavia, la più ben accolta. Le fonti turche alle
quali il dotto orientalista attinse sono per noi preziosissi-
me , non solo perchè nella sua Storia rifuse quella di
parecchi testimoni oculari (2), ma ben anche perchè rela-
II) Gescìiichte dcs Osmanischcn Reìches ,
grossentheih aus bìsher
Hnbcniitzten Hanischriften und Archiveii. Pesth, 1827-35. Voli. io. —
Quest'opera è stata tradotta in italiano e stampata a Venezia da S.
Romanini.
(2) Tarichi Pecexvi. cioè la Storia del nativo di Cinque Chiese,
che dall'assunzione di Suleiman va fino all'anno 1041, (16311 raccon-
tando la maggior parte degli avvenimenti del suo tempo come testi-
monio oculare. — Tarichi Selaniki, cioè Storia del Tessalonicense, la
quale comincia dai tre ultimi anni di Suleiman, e si estende fino al-
l'anno looS, (1599) de' cui avvenimenti è anch' egli testimone ocula-
re — Tarichi Naiuia, Tomo I, stampato a Costantinopoli nell'anno
dell'Egira 1147 (1734), che dall'anno 1000 (1591) va fino al 1050 (1640),
cioè fino alla morte di Muhrad IV. Essa è la prima di tutte le Storie
di Stato Ostnane,
- 271 —
tivameiite al Cicala egli altresì giovossi delle scritture co-
nosciute sotto il nome di Miiìiscinlì Asmisade, nelle quidi
trovatisi parecchie lettere del celebre rinnegato siciliano.
Malgrado ,
però , tante e così svariate pubblicazioni
nelle quali più o meno si tien conto de' fatti che diedero
rinomanza al nostro Cicala, una storia biografica e critica
che comprenda tutto quanto possa illustrare la vita e le
avventure di lui, non si è fatta finora (4); ed io mi pro-
pongo di ovviare alla lacuna, se non per altro, almeno per
appagare la curiosità di coloro che piglian diletto nella
lettura delle gesta dei nostri antenati.
(4) Un brevissimo cenno biografico del nostro Cicala trovasi, a
dir vero, nell'importante volume di Spigolature storiche siciliatie (Pa-
lermo 1887» dell'egregio Prof. Salvatore Salomone Marino; ma esso,
per quanto tratto da buone fonti, e scritto con giudizio, non è suffi-
ciente a dar intera conoscenza della vita e delle avventure del Cicala,
tanto più che l'A. non intese stendere una biografia di lui, ma farlo
conoscere ai lettori di alcune lettere, ch'egli per il primo ebiie il vanto
di pubblicare, e delle quali anche noi in seguito faremo tesoro.
Più importante è quello che intorno alla vita del Cicala si ritrova
nel bel lavoro del P. Ilario Rinieri, {Clemente VUI e SinanBassà Ci-
cala, secondo dociiinenti inediti. Roma 1898) ; ma anch' esso non si
estende a tutti i fatti che interessano la biografia del Cicala , e lascia
perciò il desiderio d'essere completato. L' illustre Monsignor A. De
Lorenzo dà anche lui un breve cenno della vita del Cicala, riassumendo
però quello che scrisse il P. Rinieri nel lavoro sopraccennato , e ag-
giungendovi assai poco del suo. (De Lorenzo A. , Nostra Signora
della Consolazione prolettrice della Città di Reggio in Calabi ia. Qua-
dretti storici, j^ edizione. Roitia, 1902. Cap. XIII pag. 73-81).
L'opera tedesca che s'intitola : Scipio Cicala , in vier Bànden ,
(Leipzig, F. A. Brockhaus, 1S401 non è che un Romanzo.
I.
I genitori e i fi'atelli di Scipione Cicala.
Orìgine genovese della famiglia Cicala — Prime imprese inarillime del
Capitano Visconte Cicala — Costui va con Carlo V alla conquista di
Timisi e poi fissa la sua residenza in Messina — Notizie e documenti
che comprovano questo avvenimento — Sua vita 3Jessina — Par-
iìi
tecipa air impresa di Algeri contro Barbarossa e poi a quella di
Tripoli contro Dragut — Sfugge con una sua galera alla flotta
ottomana nella battaglia delle Gerbe — Famiglia del Capitano Ci-
cala — // Cicala vien fatto prigione dai corsari barbareschi , e con
suo figlio Scipione è mandato in dono al Sultano — Notizie contrad-
dittorie intorno alla sorte che gli fu serbata durante la schiavini —
OuaPè la verità — Data della sua morte — L'epitafiìo del suo sepolcro
Nobile e assai antica era la famiglia Cicala che sin dal
secolo XI risiedeva in Genova. Resa illustre per le imprese
ouerresche di parecchi suoi discendenti , in tempi diversi
trapiantò alcuni rami di essa tanto nel settentrione che
nel mezzogiorno d'Italia. È nella prima metà del secolo XVI
che noi la troviamo anche in Messina per opera di un Vi-
sconte Cicala, capitano di mare , che già avea acquistato
rinomanza di valoroso nella sua gioventù passata in Ge-
nova, sua patria. Allevato sotto la disciplina di Andrea
Doria, del ciunle era stretto parente, erasi distinto in molte
arditissime fazioni, e con due proprie scalee ed un galeone^
fece tante pr Odesse contro i Tiirclii, ne menò così fatte prede,
ch'egli era un lor perpetuo terrore (1).
Era egli uno de' pii!i utili coadiutori del Doria (2) , e
(i) Cfr. Costo T,, DelVHistoria del Regno dì Napoli. Venetia ,
1613, Parte III, Lib. IV, pag. 146.
121 « // (Andrea Y^ox'xw) a esté très-bien assistè de ses par ens. cornine
de ce Philippin Doria, et d'Antoine Doria, et de Cìgalle, et de plusieurs
autrcs bons Capitaìncs de la mer-». (Pierre de Bourdeille de Bran-
TOJiE , 3Iemoìres contenans les l'ics des hoinmes illustres et grands
capitaines etraiigers de son temps. Leyde 1665, pag. 346).
— 273 -
perciò non poteva come tanti altri capitani di mare geno-
vesi^ legati al grande Ammiraglio della Liguria , non par-
tecipare anche lui alla conquista di Tunisi , che V Impera-
tore Carlo V aveva decisa di compiere con l'ausilio del
medesimo Doria. Il Bontadio (l), infatti, nota che fra le 90
galee preparate per quella impresa, due appartenevano al
Capitano Visconte Cicala ;
il che importa che mettendosi
costui con le sue navi al servi/.io di Cesare, fece con esso
la gloriosa campagna ch'ebbe principio e termine nel corso
dell'anno 1535. Non è detto da alcuno eh' egli al ritorno
accompagnasse l'Imperatore nel suo trionfale passaggio in
Sicilia; ma ciò è tanto piobabile che quasi potrebbe rite-
nersi come certo ,
stante il grandioso seguito di navi che
gli fece scorta.
Una volta approdato in Sicilia, Visconte Cicala, ch'era
dedito alla pirateria, trovando il sito di Messina assai adatto
alle sue scorrerie contro i Turchi e i Barbareschi , avrà
lasciata per sempre la sua patiia lontana ,
preferendo di
restare in una città con un porto ben munito, a cavallo
di due mari, assai più vicina ai luoghi ove dovea svol-
gersi la sua attività. 11 Guglielmotti (2), infatti, indicando
d' Cfr. BoNFADio, Aìinali di Genova dal 1528 fitto al 1550 , tra-
dolti da Bartolomeo Pascheili. Genova, 1586, Lib. Ili, pag. 47.
(2) « Nel mezzo del secolo XVI cinque famiglie romane possede-
vano e navigavano bastimenti militari di loro privata proprietà : gli
Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna ei Vaccari /issi seguirono
il costume dei grandi in Italia di correre il mare per conto proprio
contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi alla condotta dei prin-
cipi maggiori alle occorrenze delle spedizioni generali. Per questo creb-
bero di potenza e di ricchezza in Genova i Doria, i Grimaldi, gV Lu-
pe r iati, i Centurioni: per questo gli Strozzi e i Martelli in Toscana, i
Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli^ i Brancacci e gli Staiti
in Napoli, ed altri in pili parti ». — Guglielmotti, La guerra dei
pirati e la Marina Pontificia dal j^oo al 1560. Firenze, 1S94, Voi. II,
pag. 289.
— 274 -
le famiglie d'Italia che armavano per proprio conto questo
genere di navigli, pone in Sicilia quella dei Cicala di unita
a quella dei Terranova.
Seguendo poi quanto ci vien detto dal Mugnos (1), di-
ligentissimo storico siciliano, non vi sarebbe alcun dubbio
che i Cicala da Genova trasferito avessero la loro sede a
Messina sotto il reggimento dell'Imperatore Carlo V. Però,
ai fini di questo studio su Scipione Cicala, del quale vor-
remmo senza contrasto o dubbio alcuno assodare il luogo
di nascita, crediamo opportuno avvalorare con altre notizie
e con qualche docum.ento il fatto da noi più sopra accen-
nato d'essersi il Capitano Visconte definitivamente fermato
in Messina sin dall'anno 1535, e di avere, per conseguenza,
costituita qui' la propria famiglia, tenendovi il proprio do-
micilio fino alla sua mjrte.
L'abbandono di (renova, e lo stabilimento del Cicala
in Messina è primieramente comprovato dai Registri di
ìcttcrc di Don Ferrante Goii'ìciga^ allora Viceré di Sicilia ,
i quali si conservano nel R. Archivio di Parma. Dei quattro
volumi di lettere pel Regno di Sicilia, i primi due riguar-
dano le cose di aovcrno, (dall'il novembre 1535 al 14 set-
tembre 1542) gli altri due le cose di guerra (dal 16 dicem-
bre 1538 al 13 febbraio 1543), avendo soltanto qualche inter-
ruzione, accaduta tre volte per l'assenza in Sicilia del Gon
zaga, allorché venne sostituito nella Presidenza del Regno
da Giovanni d'Aragona, da Ponzio Santapau e da Simone
Ventimiglia (2).
(i) Cfr. Mugnos F., Teatro genologico delle fauiiglie nobili, tito-
late, feudatarie ed anticlie nobili del fedelissiiiio Regno di Sicilia vi-
venti ed estinte. Palermo, 1647, Lìb. II, pag. 275,
(2) Cfr. Registri di lettere di Ferrante Gonzaga Viceré di Sicilia,
pubblicati da Emilio Costa, Voi. I. Parma 1S89, pag. XIII-XV.
- 275 -
in queste lettere, quasi tutte sciiue da Messina, ove
passò il maggior tempo per organizzare la diles'i delTJsola,
e per soccorrere e proteggere la nuova conquista di Tu-
nisi, il Gonzaga, ricordando sovente le quattro navi straor-
dinarie pagate dal Governo Siciliano per ordine dell'Im-
peratore, e delle quali due appartenevano al Cicala, ci con-
ferma la residenza di costui a Messina dal 1533 al 154?..
Anche le Carte della R. Cancelleria del Regno di Si-
cilia, conservate nell'Archivio di Stato in Palermo, confer-
mano la stessa dimora del Cicala per lo stesso motivo;
però il primo documento che in esse si ritrova è una let-
tera viceregia del 30 gennaio 1538 con la quale il Gonzaga
dava notizia al magnifico recepì ori reservali che il le di
Tunisi, Muley Hasan, facea istanza all'Imperatore ,
perchè
gli fossero inviati fanti e galee per ridurre in obbedienza
alcuni luoghi del suo dominio , e che nell' esaudirlo egli
inviavagli le dieci galee che stavano a custodia del Regno,
fra le quali le due appartenenti a Cicala (I), e per le quali
il Cicala stesso ebbe poco dopo un acconto di 2000 scudi
d'oro (2).
Anche nell'anno 1540 troviamo in Messina lo stesso
Cicala. — Durava da un pezzo aperta guerra fra Anto-
nio Doria, cugino del grande genovese, e il Cicala, a causa
che dalla galera del Doria erano state tirate due archibu-
(i) .... « deliberò embiarli li dechi galeri che stanno in la custo-
dia di questo regno zoé; li quattro regie galeri di quisto regno, le due
del signori de Monaco, le due del illustri inarchisi di Terranova, e le
due del capitan Bisconti Cicala con ipsi embiarili li compagnie de fanti
spagnoli che in quisto regno residino in la sua custodia et defensioni.
(Registro della R. Cancelleria del Regno di .Sicilia Voi. an. 1537-3S
di n. 312, pag. 4981.
(2) Registro della R. Cancelleria del Regno an. 1537-3S n. 80.
- 27(j —
Cicala. Di un tale misfatto
^iate, che ferirono al collo il
costui facea risalire la responsabilità al Doria stesso. In
prossima spedizione in Algeri
quell'anno, per la divisata
dell'uno e
contro Barbarossa, avendo biso.ono dell'opera
dell'altro Carlo V ordinava a D. Ferrante
,
Gonzaga che
assicurare almeno per un anno la pace
facesse modo di
fra i due rivali ; e da Messina, in data del 23 giugno 1540,
rispondeva: « Antonio è a Napoli. Gli
il Viceré di Sicilia
principe Andrea d'Oria. 11 Cicala è
abbiamo scritto io e il
qui e obedisce » (1).
Verso la fine del medesimo anno, Visconte Cicala, in-
navi genovesi del Doria e d'altri capitani,
faceva
sieme alle
la flotta cristiana mosse riu-
ritorno dalla presa di Sfax :
appena partitane, le galere
nita fino al porto di Trapani, e
del Doria presero la via di Genova, quelle del Cicala ,
la
via di Messina, nel cui porto passavano
al disarmo. E il
Bosio apprende anzi che sulla fine di quell'anno, sicuro
(2) ci
suoi, nelle strade di Messina ardi
il Cicala di trovarsi fra i
perfino di sfogare con la violenza il rancore che covava
Gerosolimitani, co' quali
nel seno avverso alcuni Cavalieri
precedentemente era venuto in contesa nel secco
di Beit,
delle Cherchene, intorno alla preda di un
presso r isola
grippo di Turchi e di Mori.
Cicala nella
Nel 1542 troviamo ancora una volta il
città di Messina. Il Capitano cui
non era stata pagata la
(I) Lettera di Ferrante Gonzaga a Carlo V, da ^lessina 23 giugno
Carte Gonzaga, Reg. delle cose di guerra 1540-43
^1. 13,
1540, nelle
di Don Ferrante Gon-
da Capasso nell'opera titolata: Il governo
cit.
S. Fase. IlI-IV pag. 407-8.
zacra in Sicilia, in Arch. stor. sicil. N.
"
(2) Cfr. Bosio, Jac.
-
Istoria della Sacra Religione et III.
^'^" Mi~^
Roma, 1621, Parte III, Lib. X
mia di S. Giovanni Gerosolimitano.
pag. 193 e 196.
- 277 -
somma di ducati 8000, si era presentalo al Viceré Gonzagd
minacciando di abbandonare il serv izio Reale se il credito
ch'egli ancora tenea verso lo Stato non gli fosse prontamente
soddisfatto. È un dispaccio dello stesso Viceré, spedito da
Messina il 20 giugno di quell'anno all'Imperatore Carlo V,
che ce ne fa edotti (1).
Ma il costante domicilio in Messina della famiglia di
Visconte Cicala dal 1535 in poi avremmo potuto assai me-
glio accertarlo ove ancora fossero esistite le carte ammi-
nistrative e politiche del nostro Archivio
Comunale, o per
lo meno tutti i libri della Tavola Pecuniaria. Sventurata-
mente una buona parte di questi ultimi è andata perduta,
come perduta è andata altresì l'enorme importante suppel-
lettile del Comunale Archivio. Il più antico volume rima-
stoci dei libri bancarii della Tavola Pecuniaria porta la
data del 1558 59, e in esso si rinviene ad ogni pie sospinto
il nome del Capitano Cicala, che in Messina trattava tutti
1 suoi aftari, come ci sarà dato vedere in seguito da' vari
documenti che riporteremo (2). Siam certi che se fossero
,
esistiti i volumi degli anni precedenti , altrettanto intorno
al Cicala vi avremmo rinvenuto, e forse chi sa quante altre
notizie delucidative su questo ardito indomabile
uomo.
Però quel poco che tìn qui abbiam potuto riportare di
notizie e di documenti capaci a corroborare il nostro as-
sunto, a noi pare sufficiente ad acquetare anche
i più dif-
(ij Lettera di Don Ferrante
Gonzaga a Carlo V, da Messina 20
giugno 1542, nel Reg. delti negotij dal Regno 1540-42, Carte
Gonzaga,
cit. da Capasso, op. cit. 1. e.
il) Debbu siffatti documenti alia cortesia ed all'affetto patrio del-
1 egregio Barone G. Arenaprimo di Montechiaro. Colgo questa occa-
sione per tributargliene pubblicamente la
mia gratitudine.
fidenti, perchò anchV'glinD possano uniformiirsi alla nostra
opinione ,
quella ,
cioè ,
che Visconte Cicala tenne la sua
residenza, e stabilì la sua casa e la sua famiglia in Messina
sin dal 1535 o per lo meno assai prima dell'anno 1545, epoca
in cui ebbe i natali il di lui lìglio Scipione , il quale ora
costituisce l'obietto del nostro studio.
Frattanto non ci sembra un fuor d'opera dare ancor
qualche notizia sulla vita del Capitano Visconte, dall'epoca
ch'egli elesse Messina per sua residenza fino alla sua morte^
potendo così andar meglio delucidata quella di Scipione
che posteriormente andremo a narrai'e.
La scelta di Messina come residenza di Visconte Ci-
cala^ perchè potesse da questa strategica località muover
più facilmente all'assalto delle galere barbaresche e dei ca-
ramussali ottomani, che alimentavano i traffici fra l'Africa,
gii Arcipelaghi dell'Egeo e del Jonio, e i governatorati tur-
chi del continente europeo ed asiatico, gli era quasi sem-
pre riuscita di grande vantaggio. Egli di consueto era qui
armatore di un galeone di sua proprietà, e di un'altra ga-
lea ausiliaria ,
con le quali , o imbarcandosi egli stesso , o
affi-dandone il comando a certo Bernardo Lomellino (1),
probabilmente genovese e di lui parente , andava scoraz-
zando i mari circostanti, e con grandissima audacia aggre-
diva i navigli degl'infedeli, e il più delle volte, con vera
(ij 1558. i^ Indiz. loniddì addì iiij di aprili.
petro lomellino de Campo oz. dechi e tt. xxvj contanti per sua
polisa a geronimo la rosa dissiro li paga per p/' di bernardo lomel-
lino Capitano del galionj del S.'' Capitan cicala dato in questa cita
ali 23 dito passato per sottoscritto di detto S.'' Capitan cicala et loro
signore (^sic) li fan pagari per lo prezo di tavolj e stuppalori 200 et
altri robi. Onze 10,26. (Dal voi. i55<S-59, segnato n. 5 della Tavola
Pecuniaria di Messina in Archivio Municipale).
— 270 —
l'ortiìna, tornava a Messina con pinj;>uì cariihi di sclìiavi
e di derrate. Una volta soltanto gli riuscì assai male l'im-
presa, e fu verso il MòO, allorché ritornando il suo galeone
dal Levante, col solito carico di schiavi e di mercanzie^
veime assalite dal tenibile Dragut , e alla sua volta pre-
dato, e condotto alle Gerbe (1). Ne il Cicala, però, nò il
Lomellino dovevano in tal congiuntura trovarsi imbarcati
sul galeone disgraziato.
vSpesse volte le due galee di Cicda , lasciando di cor-
seggiare i mari in cerca di prede, mettevansi, come abbiam
veduto, a servizio del Governo di Spagna ,
lacendo esse
parte della flotta straordinaria di Sicilia, e allora venivano
armate di un manipolo di fanti spagnuoli (2). Sin dal 1538,
accettando egli questo servizio governativo, affacciò la pre-
tesa di avere armate le sue galee con archibugieri spa-
gnuoli, oltre ad avere il diritto di portare la propria ban-
diera come capitano delle sue navi, e d'esser sottoposto
soltanto al generale dell'armata di mare. Credeva allora
eccessive il Viceré Gonzaga queste pietose (3); ma luiio
(i) // (.Dragiit) y rencontra une galere de Vesronte de Cigal/e, qui
veìioit du levant, chargée d'esclaues et de marchandises, laqiiclle il pril,
et aussi tosi s^ en retonrua aii.v Gerbes. (Pierre de Bourdeille de
Brantome, Op. cit. pag. 362).
(2) 1558. Venardi addì iiij di 9'"'" la regia Coilj oz. quarantotto
per sua polisa al capitan gasparo taspia Capitano di sua compagnia
di fantj sono si li pagano per tanti han sirvuto di soi dinarj ali 39
soldati di sua compagnia li cjualj anno vacato per ordini dì sua e.\-.''='
(il viceré) in questa cita di Mes.^ per andarj con lo galeonj dilo Ca-
pitan cicala jn corso et per sua partj dati contanti a peiro de meloro
alabardero di sua ex.*''' et dissi ditto petro li pngla (sic) per portarli
in palazo. (Dal voi. cit. Tavola Pecuniaria di Messina).
(3) Reg. delle cose del Gov. di Sicilia 1535-39. Carle Gon~aga. in
Archivio di Parma, fol. 15S-159 cit. da Capasso 1. e.
- 280 -
induce a credere che il Cicala sia stato più tardi accontei
tato. Infatti, allorché egli reclamò il pagamento del credito i
8000 ducati che il Governo, per mancanza di denaro,
mostrava restio a concedergli in quel tempo altrettan ,
reclamò il conte dell'Anguillara per altri servizi resi ;
pei
l'Anguillara benché pagato, passò a servizio di Franai
,
mentre, invece, il Cicala restò fedele al Governo siciliana
ed anzi il 24 agosto 1542 uscì da Messina a capo delle si
galee e di altre di Sicilia per dar la caccia ai disertori (
Nel 1558, preparandosi per la spedizione contro Dragi
e non avendo pronta altra nave se togli un grippo pt ,
dato in quell'anno stesso dal suo galeone (2), e che giu<
cava inadatto al servizio di guerra ,
venne al ripiego
ingaggiare una nave di maggior resistenza e che appari
neva a un capitano raguseo (3). Questo fatto fa suppor
che il Cicala dacché Dragut gli predò una galea fosse
masto col solo galeone finché non lu costretto ad ave
(i) Lettera di don Ferrante a Carlo V, da Messina jo agosto iS
in Reg. di cose di guerra 1540-43 Carie Gonzaga, fol. 63. (Capasso 1.
(2) 1558. Joviddì
addi xxvj di magio, petro lomellino de campo
vascello
dui cont.' per sua polisa a giorgi Cenarj scrivano di lo
tronizzato per Io: Michiotj priso dal galionj di lo S.'' cicala
dissiro
a sua requesta. iDal voi. cit. Tav. Pecun
li presta per rendercilj
Messina).
1558. ij Ind. Jovidì addì XV di sett.'. petro lomellino dee
(3)
sua polisa a Io. di petro patronj di
pò oz. venticinco con" per
capitan cicala dissiro pagano jn virtù d
navj presa per lo S."" li
polisa del detto S.'' Capitano e lo dicto per metter jn ordinj detta n
Ind. Mercordi adi II di novembre, petro lomellino dee
1558. ij
oz. cento con.'' per sua polisa a Io. di pietro ragoseo dissii
pò
duna polisa del Capitan Visconti cicala il quali
paga in virtù S.'"
pagarj per soccurrj lagenti di la barcha per esso S.'" Capitano per
patronizzata et per altri operi per lo viagio ala goletta. (Dal voi.
Tav. Pecun. di Messina).
Un'altra nave per la guerra di Tripoli, o che una seconda
volta, e probabilmente qualche anno pi ima del KVjS, egli
avesse perduta altra galea, o perchè, soprallatta da forze
maggiori, cadde come la prima, in mono de' pirati musul-
mani, o perchè andò a naufragio per cagion di tempesta
Due volte , dacché Cicala prese stanza in Messina ,
partecipò alle grandi spedizioni contro i potentati Barba-
reschi. La prima volta fu contro Barbarossa nella rralau-
gurata impresa di Algeri, voluta da Carlo \' contro il pa-
rere del Doria ; la seconda contro Dragut ,
in altra assai
più triste impresa, che come ben dice Adriani (I) ,
/>/ ntal-
consigliata e peggio guidata. Nella quasi totale distruzione
della tiotta cristiana operata dagli Ottomani presso le
Gerbe , la Capitana del Cicala, che pur prese parte al
combattimento, fu quasi sola a scampare all'eccidio (2).
È notevole il fatto che in questa spedizione contro
Dragut, che poi finì con la terribile giornata del 11 mag-
gio 1560, (nella quale la debole flotta cristiana si trovò
di fronte ad una poderosa armata turca , comandata dal
celebre Piali) Visconte Cicala partecipò personalmente con
le sue navi, quantunque avrebbe potuto ben nitida rie al
Lomellino , che non difettava di perizia marinara, ne di
coraggio. Ma egli, che amava rischi della guena e che era
i
un assai fanatico cristiano, come si addimostrò sempre nella
sua vita, ed implacabile odiatore di Musulmani, volle an-
(i) Adriani, G. B. — Istoria de' suoi ieinpi. Prato, 1S22-23. To-
mo VI. pag. 67.
(2) « Vetiti Galere in tutto si perdettero, e quattordici navi. Sal-
vassi il Galeone del Cicala, e la Nave dello Spedale dell'Armata. Per
ciocché, difendendosi con l'artigliarie, furono lasciateseguire il viaggio
loro; insieme con alcun'' altre Navi, che si trovarono piìi, a vento ».
Bosio, op. cit. P. Ili, Lib. XXI, pag. 431.
Cora Uria volta mettersi al comando dello due tjaìere e
portare il suo contributo di valore e di esperienza negli
ardui giorni del cimento, tuttoché giovane allora più non
fosse, dedito più a' negozi commerciali e bancari ( h ,
che
alle arti di guerra guerriata come già fu per tanti anni,
e finalmente sposo felice e padre di numerosa figliuolanx.a.
Nelle sue giovanili scorrerie lungo il mare Jonico, aveva
egli, infatti, resa sua schiava una bellissima donna, che
poi seppe esser nobile signora di molti castelli. Invaghito-
sene fortemente, volle tarla sua sposa, e la indusse perciò
a ripudiare la religione maomettana, nella quale nata era,
per accogliere quella di Cristo. Non si conosce se il nome
di Lucrezia con cui andava riconosciuta le fosse dato
allorché venne allora battezzata o lo portasse dalla sua
casa. Gli storici che parlano di questo fatto si accordano
(i) Si ha ragion di credere che il Capitano Cicala fosse anche stato
intraprendente mercante, non che banchiere. Presso il porto, al posto dei
Cannizzari, egli teneva locato un magazzeno, come risulta da un man-
dato di pagamento presso la Tavola Pecuniaria; e che egli fosse ban-
chiere ed esercitasse la mercatura, ce lo prova, fra gli altri, il seguente
documento: « 155S. Joviddì addì xiij di Jugnetto, petro lomellino di
campo oz. quattrocentotrentatre e tt. X con.*^' per sua polisa a giac."
maria palavicino dissiro li pagano per nomo et partj dilo S.'' visconti
cicala et sua S.''-'^ li fa pagarj per valuta d.' millj ducati d'oro di tt. 13
per d.« in virtù di una littra di cambio di Io. Ger.'"" Salvago data in
Genova di 18 di marzo proximo passato diretta al detto S.'' cicala
dissi canbiati in lui medesimo oz. 433, io ». (Dal voi. cit. Tav. Pe-
cim. di Messina).
Pietro Lomellino, che gestiva gli affari della Banca del Cicala, non
è diffìcile che fosse fratello od affine di quel Bernardo Lomellino che
comandava il galeone detto la Capitana. Era Genovese e parente del
Cicala , cui accompagnò in Messina sin dal 1535 : appartenne anche
alla nobiltà messinese, e fu uno de' fondatori della Compagnia degli
Azzurri.
— 283 —
nel magnilìcare la bellezza della signora Lucrezia, e quasi
tutti la dicono maomettana e di nazionalità turca (1); pochi
indicano il luogo preciso di sua nascita, che sarebbe stato
Castelnuovo (2). Ora essendo Castelnuovo situato nelle
Bocche di Cattaro, e perciò in Albania ,
paese di origine
cristiana, ed or sì or no sino a quel tempo dominato dai
Turchi, potrebbe anche darsi che la bella Lucrezia non
avesse avuto bisogno di rinnegare altra fede per dichia-
rarsi credente in Gesù Cristo. La tenacia con la quale ella
si sentiva legata alla religione cristiana, anche dopo la
morte del marito, ce ne dà qualche indizio.
Divenuta Lucrezia legittima sposa di Visconte Cicala,
venne condotta in Messina, ed ivi diede al marito parec-
chi figliuoli (3) : tre maschi, e non meno di due femine (4).
Di queste ultime ignorasi perfino il nome , mentre dei tre
maschi si hanno, invece, sufficienti notizie : essi nomavansi
Carlo, Scipione e Filippo.
Carlo, che tale si nomò per tenere in onore la tradi-
zione della tamiglia, portando lo stesso nome del padre di
ir) Cfr. BuoNFiGLio, Sagredo, Mugnos, Villabianca, Foresti,
Bosio, Aquileka, Samperi, ecc.
2) SoRANZo, Lazzaro, // Ottomanno. Ferrara , 1598 , Parte I ,
pag. S. — ZiLiOLO , A. Delle Historie ìneuiorabili de^ nostri tempi.
Venetia, 1654, Parte I, Lib. Ili, pag. So. — Costo T., Op. cit. Parte III,
pag. 146.
13) « Era il Cicala nato di padre «;e7iovese, che ora datosi al traf-
fico, et ora alla pirateria, frequentando le spiaggie Tiirchesche , rubò
tma schiava turca di bell'aspetto , e condottala in Sicilia convertita alla
fede, e sposata ebbe con lei diversi figliuoli, e tra questi quello (Scipione)
di cui facciaino mentione ». =r Sagredo, Op. cit. pag. 515.
(41 ]n una lettera di Lucrezia Cicala al figlio Scipione gli dà no-
tizia essere le di lui sorelle già passate di questa in maggior vita ; il
che ci assicura che il Capitano Visconte non potè aver meno di due
figliuole, iVed. lettera citata in Documenti che aggiungonsi in fine).
— 284 —
Visconte, dovette senza dubbio essere il primogenito. Egli
appartenne alla nobiltà Senatoria messinese , ed ebbe il
titolo di Cavaliere di S. Giacomo della Spada, di cui era
anche rivestito suo padre. Negli anni 15Q7-98 e 1608-09 tenne
la carica di Governatore dellWrciconfraternita degli As-
ziivri (I). Dovette vivere assai lungamente, avendo otte-
nuto il titolo di Principe di Tiriolo in Calabria con Real
Privilegio del 19 luglio 1630 (2). In Tiriolo godette la
giurisdizione di due villaggi da lui fondati : Cicala e Car-
lopoii ,
(corrottamente Saropoli) a' quali egli stesso avea
voluto dare il proprio nome (3). Era uomo assai ricco e
amantissimo del tasto e della grandezza del suo casato ;
per il che anch'egli corse la via delle avventure e dei rischi
insieme al fratello Scipione, e in. altro luogo occorrerà
occuparci più lungamente di lui. Nel 1587 (4) sposò Beatrice
Del Giudice, nobile messinese^, de' baroni di Solazzo , la
quale insieme a due fratelli , successe nei beni e palerne
riccìiezse , che furono iimiicrose i^ò).
Filippo, che fu il terzogenito, sposò invece Caterina
Zappata, anch'essa di ricca e nobilissima famiglia messi-
nese. Egli tenne più volte la carica di Senatore nobile, di
Governatore della Tavola Pecuniaria (6) , di Governatore
(i) Cfr. Porco, Fil , Storia dell' III. Archicoiifrate mila di N. D.
sotto il titolo della Pietà detta degli Azzurri. Messina, 1741. pag. 88.
(2) L'esecutoria in Regno avvenne a 14 giugno 1631, e tanto essa
quanto il Rea! Privilegio si trovano registrati al N. 685 del Voi. 4
dei Titulorum conservati nell'Archivio di Stato in Napoli.
(3) Cfr. Fiore. P. Giov. Della Calabria illustrata. Napoli , 1691,
Tomo I, Patte li, Cap. V, pag. 197.
(4) Cfr. MiNUTOLO, Op. cit., pag. 79.
(5) Cfr. MuGNOS, Op. cit. pag. 392.
(6) Cfr. Gallui'PI G., Nobiliario della Città di Messina. Najjoli ,
1877, pag. 367-
— 285 —
^ll'Arcicontraternità degli As^urrì (l) e fu uno de' fonda-
ri dal Militare Ordine della Stella (2). Morì in patria a
3 gennaio 1611 (3), con dolor universale della Città,
sendo da tutti amato per il merito delle sue viriti (4).
Di Scipione ,
che tu il secondo genito della famiglia
cala, non occorre dir nulla per ora, dovendone discor-
re lungamente ne' successivi capitoli ;
qui, invece, dopo
lanto abbiamo già detto intorno allo stabilimento in Mes-
la della casa e della famiglia del Capitano Visconte, cre-
remmo superfluo dichiarare che anche il di lui figlio
ipione àia nato in Messina, tanto più che gli scrittori
•iliani unanimemente lo afferm.ano (5) ; ma la spensierata
;sattezza di qualche altro scrittore non siciliano facen-
,
lo comparire nato in Genova sol perchè il di lui padre
i genovese (6), od in Calabria, essendo stata questa re-
)ne il semenzaio de' rinnegati a servizio del governo
tomano (7), ci obbliga ad avvalorare la nostra opinione
I .
(i) Cfr. Porco, Op. cit., pag. 87.
[2] Ved. Ruolo dei Cavalieri fondatori delP Ordine militare della
'la descritti per ordine secondo ttscirono a sorte dall' urna in
pre-
;?rt del Settato a 7 Dicembre 1596 (riportato dal Gallo, Annali, T. Ili,
I pag- 33 e dal Galluppi, Op. cit., pag. 280).
(3) Cfr. il voi. XIV dei Registri deW Archivio deW Arciconfra-
\ntà degli Azzurri.
j
(4) BuoNFiGLio, Op. cit., Parte III. Messina 1613, pag. 127.
1
(5) Si consultino fra i tanti, Aprile, Samperi, Auria Caruso, Di
,
;«, Mugnos, ViUabianca, Minutolo, Longo, Gallo, Salomone-Marino.
'
(6) L'errore è stato generato dalle Relazioni dei Baili veneziani
ostantinopoli , Antonio Tiepolo . Francesco Morosini e Giovanni
0, fatte in Senato, l'una nel 1576, l'altra nel e l'ultima nel
1585 ,
). Quest'errore però è stato più tardi Lorenzo corretto dai Baili
jiardo e Matteo Zane, come potrà vedersi nella nota 7 pag. seg,
(7) Cfr. Muratori, Annali d'Italia, anno 1594. Lenormant, La —
Inde Grece, T. II, Chap. XII. --- Settembrini Luigi, Elogio di
Viete Baldacchini. Napoli, 1875.
- 286 -
con quella di altri scrittori estranei all'isola nostra, e la
cui parola ha gi-ande autorità, per essere la più parte di
essi quasi contemporanea al Cicala. Ed a raggiunc^-er l'in-
tento di acclarare la verità, sarà suftìciente consultare le
storie del Soranzo (1) del Sagredo (2), del Ziliolo (3j , del
Mattei (4), del Gualtieri (5) e del Foresti (6) , i quali lo
dicono nato in Sicilia, o addirittura in Messina. Quella poi
che mette il suggello alla quistione , e non dà luogo a
nessun altro dubbio, è l'affermazione che il Cicala ò nato
a Messina, e che si legge nelle Relazioni ù'\ Lorenzo Ber-
nardo e di Matteo Zane, Baili di Venezia a Costantinopoli,
1 quali, temendo l'avversione del Cicala contro la Sere-
nissima Repubblica, nel tempo del loro bailaggio, gli sta-
vano attorno per spiarne la vita (7). E per ultima e deci-
ti) Soranzo Lazzaro, Op. cit., Parte I, pag. 8.
i2) Sagredo, Op. cit. pag. 515.
'^3) Ziliolo, Op. cit. Parte I, pag. So.
(4) Mattei, Delhi, perfetta Historia di Francia , e delle cose piii
ineinorabili occorse nelle Provincie straniere negli anni di Pace regnante
Enrico IV il Granie. Tradotta dal Francese dal Conte Alessandro Se-
iiesio. Venetia, 1638, pag. 80.
(5) Gualtieri P., Vite de' Santi di Calabria. Napoli, 1630, Lib. I.
Gap. LXXVIII, pag. -I29.
(6) Foresti, Op. cit. T. VI, Parte II, pag. 44-45.
(7) « Sinan, detto il Cicala, secondo pascià della Porta, e capo del
mare, è di nazione Messinese^ ma oriundo Genovese ». — Rel.'^zione
di Lorenzo Bsrnardo^ Bailo a Costantinopoli, redatta nel I5g2. (Cfr. Al-
beri, Relazioni degli Ambasciatori Veneti , Serie IH, Voi. II, pag. 355).
« Ma per ritornare al Cicala , esso fa professione alla, scoperta- di
nemico della Serenità Vostra, dicendo, benché sia nato in IMessina , di
discender da Genova, patria naturalmente poco antica, di questa Sere-
nissima Rfpnhblic.i.... » — R;-:(, azione di A/altJo Zm:, Bailo a Costanti-
nopoli, letta in Pregadi l'anno 1594, (Cfr. Alberi, Op. cit. Serie III,
Voi. Ili, pag. 425).
— 287 —
siva confermi viene una nota marginale che accompagna
un Breve Pontificio diretto allo stesso Cicala, e che servì
alla compilazione del medesimo Breve. Essa che è stata
tratta dall'Archivio \^aticano, pochi anni fa, e pubblicata
dal P. Ilario Rinieri, ci rende certi che Cicala, inteso allora
Sinan Bassa Vizir, è unto et battessato in Messina (1).
Tornando ora a Visconte Cicala, della cui vita abbia-
mo interrotta la narrazione, per parlare della famiglia di
lui, ci occorre dir tuttavia qualche cosa aftin di seguirne
tutte le imprese avventurose, tanto più che le ultime, e che
sono anzi le più emozionanti, non vanno iscompagnate da
quelle che direttamente interessano il di lui figlio Scipione.
Scampato, infatti, all'eccidio delle Gerbe ,
Visconte ri-
tornò a Messina col solo suo galeone ;
l'altra nave che lo
accompagnava andò certamente perduta.
Accadde però che in quel tempo, venendo predata
dalla flotta siciliana la galea del famoso Uluccialy, e poco
dopo quella di Cara Muslafà, l'una e l'altra ad un tempo
furono messe in vendita nel porto di Messina, dove erano
state condotte. Una di esse acquistolla il Cicala, l'altra Don
Luigi Osorio, già Stratego di Messina, e allora Maestro di
Campo del Terzo di Sicilia. Intervenuto il mal animo di
Antonio Doria, irreconciliabile nemico di \^isconte, l'acqui-
sto delle galere fu vietato dal Viceré sotto pretesto ch'esse
dovessero piuttosto rimanere proprietà dello Stato, potendo
tornar vantaggiose al servizio Reale.
Tanto il Cicala che l'Osorio l'ebbero a male, e decisero
di presentare personalmente le loro querele al Re. A tal
fine Visconte partì da Messina alla volta di Spagna il
1(S marzo 1561 con la sua Capitaìia ,
portando seco ,
forse
(1 Cfr. RiNiEKi, P. I. Op. cit.
— 288 —
per la prima volla, il suo figliuolo Scipione. Giunto a Tra-
pani, si uni a lui la Goletta dell'Osorio, il quale conduceva
con se altre persone di distinzione, che dovevano compire
il medesimo viaggio; se non che, appena lasciata Trapani,
presso l'isola di Maretimo, i due navigli furono assaliti da
molte fuste barbaresche ,
inviate da Dragut a dar loro
la caccia, e malgrado la loro resistenza con le armi, ven-
nero sopraffatti e catturati. Condotti a Tripoli i due Cicala
insieme alla Baronessa d' Aierbe, moglie di Don Fedro
Urries, ch'era rimasto morto in quella congiuntura, ed a
molti altri Cavalieri, che stavano sulle due navi siciliane,
tutti, tranne Visconte e Scipione Cicala, che da Dragut ven-
nero inviati in dono al Sultano Suleiman, poterono essere
riscattati dal Gran Maestro Gerosolimitano La Valletta (l).
Intorno alla sorte toccata al giovinette^ Scipione nella
sua prigionia a Costantinopoli tutti gli storici sono d'ac-
cordo non così intorno a quella che ebbe il
;
padre di lui.
V'ha chi dice che non se ne seppe più nuova (2) ,
chi lo
fa morire avvelenato (3\ chi, invece, assicura essersi ri-
di Costo, Op. cit. pag. 146. — Buonfiglio ,
Op. cit. Parte li,
Lib. VI, pag. 545 — Bosio, Op. cit. Parte III, Lib. XXII, pag. 446. -
Caruso, Storia di Sicilia, Voi. III, Parte III ,
Lib. IX, pag. 428. —
Ai'RiLE, Cronologia nniversale di Sicilia, Lib. II, Cap. VI, pag. 294.—
LoNGO, Chronicon, pag. 257. — Samperi, Messami, pag. 432. ~ Gallo,
Annali, Tomo III, Lib. I, pag. 13- — Di Blasi ,
Storia cronologica
dei Viceré di Sicilia, pag. 208.
Cfr. Aquilera P. Emm. Provinciae Siculae Societatis Jesu
(2) ,
ortus, et res gestae ab anno 1346 ad annnm 1611. Panonni 1J37, Pars I,
pag. 382. — Lenormant, Op. cit., T. II, Cap. XII.
Il Bosio, (Op. cit. 1. e.) narra che malgrado il figlio abiurasse
(3)
alla Fede per liberare il padre « questi nondimeno fu fotto morire di
veleno prima che da Costantinopoli partire si potesse ». Del resto —
son molti gli storici che accolgono con facilità la versione corsa allora
in Occidente intorno all'avvelenamento di Visconte. Che
altri abbia
- 289 -
ttato (1). Il Costo poi, allontanandosi da ogni altro sto-
\ dà una versione tutt'affatto nuova , e che pur non
:ttata siffatta versione senza beneficio d'inventario non ci sorprende
fatto inispiegabile è per noi 1' accoglienza
I
;
ciie ad essa fanno
ni scrittori messinesi, (Buonfiglio, Sami-kri, Gallo; che pur do-
mo conoscere ove si trovava seppellito il corpo di Visconte per
uderne la morte in Costantinopoli. Del resto, la leggerezza con la
e gli storici locali presero a discorrere di questo avvenimento può
ieno desumersi dall'equivoco in cui dovettero trovarsi ritenendo
maginaria esistenza nel medesimo tempo di due Visconte Cicala ,
le ci comprovato dal Gallo, il quale di
vien un solo personaggio
a contemporaneamente due, cioè un Visconte Cicala , morto nel-
lo 1564, e del cui sepolcro esistente in Messina trascrive l'epitaffio;
no III, Lib. I, pag. 119) l'altro del quale narra, ampliandole, le
esime gesta, lo dichiara padre di Scipione, e poi sulla fede del
,
0, lo fa morire di veleno a Costantinopoli. (Tomo III, Lib. I,
120j.
Né i nostri cronisti soltanto son meritevoli della taccia di non
e approfondito abbastanza le notizie che offrono ai loro lettori,
echi scrittori francesi di molta e meritata reputazione, a proposito
ipione Cicala, ne han detto delle più grossolane. Il Visconte
A.
a Jonquière (///V/c/r^ de /' B/npire Ottoman depuis les origines
t au traité de Berlin, Paris, iSSi Chap. XIII pag. 283) attri- ,
,
:e indebitamente a Cicala la vittoria finale dei Turchi sopra Iwonia
ovanni il terribile, principe di Moldavia, e suU'hetmanno dei Co-
li, con le successive crudeltà di Yassy, mentre tanto la gloria che
jonore di quella campagna avvenuta nel 1574, ,cioè appena entrò in
zio della Porta Cicala) spettano al beglierbey di Rumelia,
il
come
lialtri ci riferisce il Gorecki {Bellum Ivoniae in Papiu Ilarian
,
ur de monuinenle islorice. Bucarest, 1S62, tom. Ili, pag. 240). Il Le-
lANT, (Op. cit. 1. e), sol perchè trovò la famiglia Cicala investita
•rincipato di Tiriolo, credè facile e naturale far nascere Scipione
riolo, niente badando che i Cicala acquistarono la concessione di
feudo parecchi anni dopo la morte di Scipione. II Houillet poi
ìofinaire universel d'histoire et gèographie) fa un intruglio delle
di Sinan Bassa Kodjah con quelle di Sinam Bassa Zadè o Cicala
t; di due personaggi ne fa un solo, e lo dichiara nato a Firenze (!)
Messina.
1) Cfr. Sagkeuo, Op. cit. pag. 51Ì.
~ 290 —
potendola ritenere veritiera, malgrado i particolari che la
coloriscono , merita ciò non ostimte di essere conosciula.
Egli, infatti, così dice: (1) « Ora Visconte fu messo nella
torre del Mar Nero, e '1 giovanetto Scipione combattuto ,
stimolato, et al fin vinto dalle lusinghe, si fé Turco, e chia-
mato Sinam: il che tanto dispiacque al padre, il quale cal-
damente Thaveva esortato a più tosto morire che rinegar
la [edit, che in breve il misero vecchio se ne morì. Qui
non ò da tacere un atto magnanimo del gran Solimano,
il quale dimandò a Sinam, come si usava tra Cristiani di
onorar il mortorio d'un tamoso Capitano ? e rispostogli dal
giovine, che con fargli un sontuoso apparato in una chiesa,
ove lusse gran quantità di lumi, e «cantargli i divini offici ;
Solimano gli diede una grossa somma di monete d'oro da
spenderla a quello effetto in honor del padre , il che da
Sinam fu eseguito nella chiesa di S. Francesco di Pera ».
Fra tante versioni così contraddittorie fra loro, sembra
però, che la verità stia dalla parte di chi asserisce che
Visconte si riscattò con denaro. Scipione Cicala non aveva
prezzo, perchè piaciuto al Sultano, ed obbligato ad abbrac-
ciare l'Islamismo, circonciso forzatamente, fu fatto entrare
in Serraglio (2); lo aveva bensì il Capitan Visconte, e
alla Sublime Porta, ove tutti i Visir e Pascià, ed anche
lo stesso Sultano, erano avvezzi a trar profitto d'ogni
(n Costo, Op. cit. pag. 146.
(2) Nella Notizia spagnuola apposta sotto la incisione del ritratto
di un preteso figlio di Scipione Cicala, e pubblicata in Roma da Etien-
ne Picart nel 166S, leggesi : «... a su hijo Scipion pusieron en el
serallo, donde le circoticidaron por fiier^a ». Nella Relazione del Bailo
P'rancesco Morosini s. e. si legge : « // Pedisciah^ a cui fu presentato
(Scipione) e piacque, lo fece abbracciar r Islamismo •>>. Ed in quella del
Bailo Giovanni Moro: » per esser giovinetto fu accettalo in ser-
raglio, e con violenza fatto turco ».
circostanza per veiìììz/AW denaro,!), il Visconte Cicala,
ch'era assai ricco, non poteva trascurare il mezzo mi-
gliore che stava in sue mani, e che del resto era l'unico
che a lui rimanea in quella circostanza, per riacquistare
la libertà, e tornare seno
in alla sua tamiglia. E che sia
così avvenuto lo conferma il latto ch'egli piorì in Messina il
12 Dicembre 1564, in età d'anni òO, come rilevasi dall'epi-
taffio inciso sul
suo sepolcro, che sino a pochi anni ta si osser-
vava nella Chiesa di S. Domenico de' Padri
Predicatori (2).
Stando a quel che ne scrissero il Bonfiglio
(3), il Mugnos (4),
il Villabianca (5) ed il Gallo (6), in esso cosi si leggeva :
D. 0. M.
Visconti Cicnlae praestmitissimo Viro anliqvis
Dvcibvs bel-
licnc disciplinae scienlia conferendo, apvd
Carolvni Qvintvni
Imperatorem , Philippvmqvc Regcm ejvs filivm svwmae
avctoritatis, et gratiae, qvorvin vtrivsqvc per cinnos
dccem,
et terrestri, et mvlto wcigis nmritinia mililia svis triremi-
hvs egregiam operimi nauanit, qvi cvni opes ingentcs
agro-
sqve, et oppidn hostibvs saepe pvgna victis, posteris relin-
qvere patvisset, tanien ad eas nialvit dignitatis siiac, qvam
fortvnae haereditatem pervenire ; Philippvs Cicala filivs hoc
sepvlchrvtn svi ainoris, et paternae lavdis monvmentvni P.
Vixit an. LX obijt Pridie Decembris anno Domini MDLXIIII.
(i) Cfr. Relazioni dei Baili Tiepolo e Zane s. cit.
(2) Il monumento del Cicala subì forti danni nell'incendio della
Chiesa di S. Domenico, avvenuto 9 settembre 1S48.
il Alcuni avanzi
dello stesso, pochi anni fa, furono trasportati ne'
magazzini del Gran
Camposanto, ove restano ancora quasi seppelliti e dimenticati al par
dei cadaveri ivi giacenti.
(3) BuoNFiGLio, Messina descritta. Messina, 1738, Lib. IV. pag. 51.
(41 Mugnos, Op. cit. 1. e.
(5) Villabianca, Op. cit. Parte II, Lib. II, pag. 48.
(6) Gallo, Op. cit. Tomo III, Lib. I, pag. 119.
^ 292 -
I primi 45 anni della vita di Scipione Cicala.
Si fissa Panno della sua nascita — fi condotto in ischiavitk a Stamh
Gli si dà il nome di Sinam, ed è ammesso fra ^^/'itchoglani del
tano — Piij^lia il comando di alcune galee e diviene Capì Agi
Giannizzeri —È elevato al grado di Bassa Sposa due nìpo —
Sultano — Ottiene il Governatorato di Bagdad — Si distingtie.
guerra contro i Persiani — Divide con Ferhat Pascià il co»,
degli eserciti combattenti in Asia — Associa alle sue imprese i
comanni e riesce a liberare Tebriz da un assedio durato dieci m
È elevato alla dignità di Visir — Orìgine della sua inimicizi
Ferhat — Entra in favore di Muhrad III ed acquista il gru
Capudan Pascià, ossia Grande Ammiraglio della fiotta.
La nascita di Scipione Cicala, essendo avvenuta
prima che il Concilio di Trento obbligasse i Curati a forr
e a conservare i registri de' nati ,
de' morti e de' m
moni avvenuti nell'ambito delle loro Parrocchie, ci \
del mezzo migliore per determinare con precisione l'i
in cui è accaduta e giacché da nessun documento st(
;
od amministrativo può essere rilevata, a noi occorre
garla con dati meno positivi ,
m.a sufficienti tuttavii
accontentarci.
Si conosce già che durante l'anno 1561 Scipione C
passò a Costantinopoli in età di circa 12 anni seconc
cuni (1), di 16 anni secondo altri (2), ed anche di 18 sec
Hammer (3). Disgraziatamente ,
anche le Relazioni
(i) Cfr. Notizia spagnuola s. c. e Lenormant, op. e. 1
Chap. XII. - Breve di Clemente Vili a Sinam-Cicala.
(2) Cfr. ZiLioLO, Op. cit. Lib. Ili, pag. So Costo, -
Parte III, Lib. IV, pag. 146 — Gualtieri, Op. cit. Voi. I, Cap. L
pag. 435 — Bosio, Op. cit. Parte III, Lib. XXII, pag. 446-
(31 Cfr. Hammer, Op. cit. Voi. TI.
— 203 —
Ambasciatori Veneziani, dalle quali si .sarebbe potuto rile-
vare qualche notizia più precisa, essendo contradditorie fra
loro, non giovano gran fatto al caso nostro, anzi aggrovi-
gliano di più la questione. Infatti il Bailo Antonio Tiepolo
nel 1576 gli attribuiva 28 anni (1); il Bailo Francesco Mo-
rosini (2), nel 1585, scriveva che Cicala in quel tempo si sti-
mava potesse contare 42 anni ; il Bailo Giovanni Moro (3),
invece, nel 1590 gli attribuiva l'età di circa 45 anni ; ed infine
il Bailo Lorenzo Bernardo nel 1592 credeva che avesse
un'età di 48 o 50 anni ,4). Sicché, pel Tiepolo avrebbe dovuto
nascere nel 1548 ;
pel Morosini il Cicala sarebbe nato verso
il 1543 ;
pel Moro, invece, avrebbe dovuto avere i natali verso
il 1545; ed infine, pel Bernardo, nel 1544. Ora tutte queste
notizie, pur non essendo molto divergenti fra loro, dovreb-
bero costringerci a nuove indagini, ma le tralasciamo nella
quasi certezza che anch'esse debbano riuscire infruttuose,
tanto più che la ragionevolezza dell' asserzione di coloro
che nel 1561 davano al Cicala l'età di 16 anni, ci fa fissare
con molta probabilità la nascita di lui come avvenuta intorno
all'anno 1545, difficilmente qualche anno prima.
Fu nel 1561 che il giovanetto Scipione partecipò per
la prima volta ad una di quelle rischiose scorrerie alle
quali era da tanti anni adusato il padre di lui ;
fu allora
che venne catturata , come già si è detto ,
la galea che li
conduceva, e il Capitano Visconte, e il suo figliuolo, con-
dotti schiavi a Costantinopoli come personaggi di distin-
zione , de' quali ogni fedele islamita agognava la preda,
vennero offerti in dono al Sultano Suleiman.
(li Cfr. Relaz. del Bailo Tiepolo s. c. pag. 143.
(2^ Cfr. Relaz. bEL Bailo Morosini s. c. pag. 292.
(3) Cfr. Relaz. del Bailo Moro s. c. pag. 374.
(4) Cfr. Relaz. del Bailo Bernardo s. c. pag. 355.
- 204 --
A causa deiralta nascita e delle belle tYianiere del j>in-
vanctto, il Sultano s;radì assai il dono fattogli da Dragut,
e ordinò che lo facessero circoncidere, e poscia ammettere
nel Serraglio fra i suoi paggi (t/choi(lai/i). La volontà di
Suleì'man fu eseguita, ma Scipione Cicala, se devesi pre-
star fede al Bosio (1) ,
accettò di rinnegare la fede a con-
dizione che fosse concessa la libertà al padre suo. Allora
gli venne dato il nome di Sinam ; ma più tardi egli aggiunse
al nome di circoncisione quello della sua famiglia, alquanto
trasformato per adattarlo al linguaggio turco, e accompa-
gnato dal titolo d'origine persiana di .~adè ,
cioè nobile di
nascita ;
per il che ,
da quel momento in poi ,
in Oriente
venne dappertutto, non più col nome di Sinam, ma con
quello da lui stesso designato di DJighalimtdè.
Non trascorsero che pochi anni dalla sua introduzione
nel Serraglio che, sempre più acquistando il favore del
Sultano ,
uscitone ,
ricevette il comando di alcune galere,
e non molto dopo, per volontà del nuovo Sultano Selim II,
essendogli dato il grado di Bulnc-bnsc), ossia capo squa-
drone della cavrdleria ottomana, fu subito inviato con l'eser-
cito guerreggiante in Moldavia, ed egli iniziava così in gio-
vane età la sua rapida ascensione alle più elevate dignità
dell'Impero.
Il 12 dicembre 1574 Selim 11 moriva vittima della sua
passione per il vino ;
gli successe Muhrad III, il cui prim.o
atto amministrativo fu un'ordinanza interdicente il vino ai
musulmani: essa fu provocata dall'insolenza dei gianniz-
zeri ubbriachi ,
che apostrofarono lo stesso Sultano ,
un
(r) « Scusare si soleva Scipione d'havere rinegata la Fede, per la
promessa, che V Gran Turco gli haveva fatta, di dare {così facendo) la
libertà a suo Padre ». (Bosio, Op. cit. Parte III, Lib. XXII, pag. 446).
— 295 —
giorno in cui parlava avanti la taverna ov'essi erano con-
venuti. Un ammutinamento di spahì e di giannizzeri l'orzò
il Pedischah a revocare il suo editto
fu permesso ai sol- •
dati di bere il vino, purché non commettessero violenze.
Il Capì Agà dei giannizzeri portò la pena dell' i. subordi-
nazione de' suoi militi : fu destituito e rimpiazzato dal Ci-
cala (I). Ciò avvenne nell'anno 157'). e di questa straordi-
naria distinzione fatta ad un giovinetto , così dice il Bailo
Tiepolo (2): « ed ora si vede riuscito con estremo favore il
Cicala con grado di Agù dei giannizzeri giovane ancora
,
di 23 anni.... Onde tiene memoria ancora della lingu:i e
delle cose dei Cristiani ». Ne di ciò è a farne meraviglia
quando si tien conto in quale benevolenza lo tenea il Sultano,
che, per quanto assicura lo stesso Tiepolo vagheg-
(3) ,
giava di dargli in moglie una sua figliuola, allora però
di età ancor troppo tenera.
Questa felice occasione non ebbe la virtù di attendere
il ma il matrimonio che poco dopo lo legò con la
Cicala;
giovane Xanò Ssaliha-Sultana, nipote di Suleiman, e figlia
del Gran-Visir Ahmed, ch'era per di più sorella de'
di lui
tre successori : Osman, Muhrad e Ibrahim, non mancò di ac-
crescere la sua influenza presso la Porta.
La benevolenza della sultana Mirm ih, di lui suocera ,
era straordinaria per il Cicala, e si rese evidente a tutti
allorché, venuta a morte la sua prima figlia,- gli concesse in
moglie la seconda. La suocera di Cicala era l'unica figlia ed
erede del defunto Rusten Bassa ,
potentissimo Gran Visir
sotto Suleiman . di cui era genero, e cosi ricco, che aveva
(i) Cfr. De la Jonquière, Op. cit. Chap. XIII, pag 2S2.
(2) Cfr. Relaz. del Bailo Tiepolo s. e. pag. 143.
13) Cfr. Relaz. Tiepolo s. c. I. e.
- 29(1 -
200.000 ducati di rendita. « Per comune opinione , dice iì
Tiepolo (I), la ricchezza lasciata da Rusten, si credeva arri-
vasse a 3000 zecchini per giorno, senza le gioie e il denaro
che stimavasi grandissimo ». Ora gran parte di questa im.-
mensa ricchezza venne così a passare nelle mani di Cicala,
e da ciò si comprende facilmente quanta influenza ed auto-
rità egli acquistasse in Turchia. Ciò bastava a tenergli in
qualche modo a freno gli emuli e i molti nemici ch'egli
aveva a Costantinopoli (2).
Nò alla Porta soltanto la suocera di Cicala godeva
di grande autorità pe' suoi illustri natali, chò altra gliene
proveniva dalla reputazione a cui era venuta per essere
donna assai benefica e religiosissima: era appunto a lei
che, fra le altre opere meritorie, si attribuiva anche quella
di aver istigato nel 1565 Suleiman all'impresa di Malta (3),
e di aver fatto costruire, con incredibile spesa, tin Initg/iis-
Simo acquedotto ne' deserti d'Arabia per conimodo de' pere-
grini die vanno alla Mecca (4). Ciò accresceva il suo pre-
(i) Cfr. Relaz. Tiepolo s. e. pag. 158.
(2) « Cicala ha per moglie una figliuola, che fu di Rusten bassa, e
la suocera che vive tuttavia (1590) per essere fiata di Sultan Suliinan,
è stimata da quei di dentro, e lo mantiene iti riputazione contra il de-
siderio de' suoi emuli che lo vedriano volentieri depresso ». (Relazio-
ne DEL Bailo Moro s. c, pag. 374). — « Cicala ha avuto per moglie
una figliuola della figlia unica ed crede delle grandissime ricchezze di
Rusten pascià, di sangue regale , e morta la prima tolse la seconda
sorella, la qual ora vive (1592), e ha aiuti figliuoli delTuna e dell'altra
sorella ». (Relaz. del Bailo Bernardo s. c. 1. e.) — « Cicala è andato
crescendo in reputazione mediante V appoggio della Sultana sua suocera^
fu figliuola di Rusten bassà^ dalla quale ha avuto per moglie due figliuola,
Puna dopo Valtra ». (Relazione del Bailo Zane s c, pag. 424).
(3) Cfr. Relaz. Tiepolo s. e, 1. e.
(4) SoRANZo, Op. cit. pag. 8.
— 297 —
.stio-io in Corte non solo, ma lo estendeva perfino in nìoz26
,-I popolo credente e le milizie fanatiche, sì che a grande
autorità ella era pervenuta anche
durante la sua vedo-
vanza, e questa j^rande autorità tuttaquanta
impiegava a
far crescere in reputazione il di lei
i^eucro Cicalazadé.
Intatti, non molto dappoi, lo vediamo in Asia (15S3) as-
sociato all'armata ottomana nella guerra contro
i Persiani,
e poi farsi straJa da se stesso col suo
valore e con la sua
astuzia; lo vediamo per parecchi anni scr^sAv/-
e governa-
tore di Bagdad, conquistare Dizful, Nehawend e Surchbind;
battere i governatori di Laistan e di Hmadan collegati ,
contro di lui, coprendosi di gloria in questa e in altre ono-
ratissime fazioni (l).
(
r) « Cicala è stimato nomo molto valoroso, e.l ha fatto in questa
,s;uerra di Persia omratissimc fazioni Relaz. Mokosini s. c, pag. 292)
>•>.
« Cicala ha avuto lungamente il governo di Babilonia, dove, appresso le
nulle ricchezze, ha acquistato riputazione per le onorate fazioni Jatte
contro i Persiani in quelle parti.... Relaz. del Bailo Moro
1
s. c. ,
P'ig- 374-
« Nel 15S5, in uìia grande battaglia presso Tauris, ove
fu disfatta
rannata Turchesca dai Persiani, Cigala si coprì di gloria, e il
di lui fi-
glio rilevò tre ferite». (Sagredo, Op. cit. pag. 455' - « ripiegando il
Pascià di Caracmit, et all' ultimo fuggendo, con gran danno de' suoi,
verso il Campo, lasciò tutto il carico della difesa al Cicala, il
quale, se
ben con giuditio, et con ardire sostenne un gran pezzo il
valor de'
nemici, finalmente fu sforzato anch'esso a ritirarsi.... I Turchi, parte
iniutti dalla necessità, parte ritenuti dalle minacele e dall' esortai ioni
de' Capitani, e dal Cicala principalmente, che quantunque perdente, si
Jece non di meno quel giorno molto honore. combatterono atich' essi sino
a due hore di notte, sostenendo f impeto de' nemici ».
(Campana, C.
Delle Historie del Mondo. Veaetia 1607, Voi. II, Lib.
VI, pagg. 225-56'.
« Duratile la guerra contro i persiani Cigala zadé teneva il co-
majido supremo del governatorato di Bagdad; con le sue truppe egli
t:nne la campagna, e durante e dopo V assedio di Tebriz si allegrò di
parecchie vittorie e di molte conquiste ». (Hammer, Storia degli Osma-
ni, trad. ital, Tom. XIV, Lib. XL,.
— 298 -
Pria che venisse a morire Osmnn Pascià, designò a
dirigere la guerra contro i Persiani, come persona di sua
fiducia, Cicalazadè. L'accorgimento e la prudenza di Cicala
diedero ai Turchi una clamorosa vittoria, alla quale da un
pezzo essi non erano più avvezzi (1). Ma non tardarono
a spiegarsi gl'intrighi di Ferhat Pascià, e Cicala fu costretto
a dividere con lui il comando supremo degli eserciti otto-
mani nella guerra medesima. Però le arti da Cicala impie-
gate per stuzzicare i Turcomanni a prender vendetta di
un tradimento commesso dai Persiani verso Emir-Kahn
essendogli riuscite, entrato in accordi con essi, potò van-
tarsi di aver liberata la famosa piazza di Tcbriz da ben
dieci mesi assediata dai Kahni persiani Tokonak ed Ali (2).
Ingrandendosi sempre più il prestigio e la reputazione
di quest'uomo che dava alla Porta tante e così solenni
prove di valore e di avvedutezza, egli fu elevato al grado
di Visir, ma con l'obbligo di rimanere due anni a Revan
in difesa di quella fortezza. Pare che da questo punto siano
(i) « Osìiiaìi prima che morisse lasciò generale in suo luogo il
Cicala, il quale dopo questa ultima perdita partì da Casan ,
e s inviò
verso Salmas. La sera giunto al torrente d'acqua salmastra si attendò,
Principe Persiano cavalcò dietro di lui e la mattina nel
e la notte il ,
levare li padiglioni, assaltò r esercito del Cicala; ma con fortuna inso-
lita, perciocché il Cicala, temendo quello che fu, non volle che si levas-
sero i padiglioni, uè si caricassero some, se prima non fossero tutti i
e l'artiglieria in ordine. Venne principe all' assalto,
soldati in arme il
ma con P artiglieria fu maltrattato, e di poi incontrato da tutto l'eser-
cito, ricevè gran danno, sebbene non mancò di usare
manifesti segni
ed espressi di molto valore ». (Cfr. Relazione delti successi della guerra
tra il Turco e Persiano daìPanno 1577 fino al 15S7 di Gim'anm Mi-
il
cheli, ritornato Console da Aleppo in Soria. (In Alhkri, Relazioni s. c.
Serie III, voi. II, pagg. 291-2921.
(2) Cfr. Hammer, Op. cit. 1. e.
— 2[){) —
cominciate le vere animositj\ tra Cicala e Ferhat, le quali
dovevano più tardi ripercuotersi fino a Stambul , e pro-
cacciare tanti grattacapi al Sultano e tanti pericoli allo Stato.
Si disse che Cicalazadè avesse di nascosto procurato
di restar solo al comando di tutto l'esercito ottomano nella
guerra contro la Persia , e che avendone avuto sentore
Ferhat ,
gli abbia fatto levare il comando di Revan, ed
abbia intrigato che gli* fosse anche revocata la nomina di
Visir. Il Cicala era uomo a cui gli scrupoli non avrebbero
fatto impeto per distoglierlo dal commettere un atto che la
sua straordinaria ambizione gli consigliava , e può essere
vero che l'abbia compiuto; ma se si tiene presente che
sorla di uomo grossolano e cattivo fosse il Ferhat , e le
rub.-rie che gli s' imputarono allora per la fabbrica delle
fortificazioni di quel Revan, alla cui difesa si affidava il co-
mando al Cicala, non riuscirà diffìcile trovare tutt' altra
cau^a alle origini della nimistà fra questi due comandanti
dell'esercito ottomano nell'Asia (l).
I ) « Fé y rat bassa, uomo di circa 50 anni, di tiazion schiavane, uscito
ancora lui dal serraglio, nato bassissimamente , ed il suo primo eserci-
zio fu di far la cucina; di maniera che di cuoco è riuscito Visir e ge-
nerale d'un esercito, essendo slato due anni continui alla guerra di Per-
sia con carica di generale, e lui è stato quello che s' è impadronito di
Revan, e che lo ha fortificato. Con tutto ciò non è stimato per uomo di
molto valore, né di giudizio, sebbene avendo saputo di così basso ascen-
dere a tanta grandezza, si deve credere che non gli manchi cervello. È
stimato uomo molto crudele ed avarissimo sopra modo, e per quest'ava-
rizia e stato privo del grado del generalato, e posto in pericolo di per-
der la vita; essendogli apposto che abbia rubati molti danari nella fab-
brica delle fortificazioni di Revan, e che abbia fatto mercanzia con li
soldati delti viveri del gran Signore ». (Relazione del Bailo Mo-
Kosi.N'i s. e, pag. 290-291 ).
« Questo Ferat è vecchio d'anni jo, di nazione albanese: è indispo-
sto di mal di fianco, perù robusto di sua natura e gagliardo, ma idio'
— 800 —
Caduto in disgrazia del Sultano, per gl'intrighi di Ferhat,
Cicalazadè tu destinato al governo di Diarbec sui confini
della Persia, m;i in regione di poco conto ,
sopra tutto ri-
spetto a quella di Bagdad da lui precedentemente tenuta ,
e ch'era forse la più ricca e la più importante delle pos-
sessioni ottomane dell'Asia. Cicala, però, non era uomo
capace di acquetarsi al castigo, meritato o immeritato che
fosse ; ò vero che Ferhat^ malgrado le sue colpe , conser-
vava ancora la sua influenza presso la f*orta , sia per la
protezione che la Sultana chassekì, ossia favorita , cieca-
mente gli accordava, sia perchè di recente avea menato
a Costantinopoh come ostaggio, per garenzia della pace,
il nipote del re di Persia, sia fìnalmente, e sopratutto, per
i cospicui donativi di olire un milione d'oro fatti o pro-
messi al Gran Signore , allorché lo stesso Ferhat fece
ritorno dalla guerra contro i Persiani, e bramava il posto
di Gran Visir (1 '.
INla servizi di non minore entità avea resi allo Stato
Ottomano, e a chi lo personificava, lo stesso Cicala, e ricco
ta, ostinatissimo nelle sue opinioni e rozzo nel trattare quanto piìi si
possa, non di meno di assai buona mente, manco rapace degli altri bassa
con cui ho trattato, e piii iuclinato di tutti alla pace e alla quiete co-
mune... è iniinicissiino del Cicala, capitano, tanto che per contrariarlo^
quando non fosse per altro, esso non osta atti negotj di Vostra Serenile^
anzi posso dire che, in segreto, se non in palese, se ne mostra piuttost
favorevole che altrimenti. (Relaz. del Bailo Zane s. c, pag. 417)-
(i) « Ferrai bassa è in molta stima per la reputazione acquistatasi
presso il Gran Signore, tanto per avere condotto alla Porta il nipote del
re di Persia come ostaggio per sicurtà della pace, quanto per i larghi
donativi che gli aveva fatto, al suo ritorno, di robe e deiiari e gioie per
piìi d'un milione d'oro ». Relaz. del Bailo Moro s. c, pag. 37^)-
« Ferat, per la brama di pervenire al primo grado di Bascià,
haveva pile volte offerto un milione d'oro. (C. Campana, Op. cit. Voi.
II, Lib. XII; 594)-
— 301. —
abbastanza era anche lui per potere impiegare all'occor-
renza oli stessi mezzi che Ferhat ,
per ingraziarsi il Sul-
tano e grandeggiare a Stambul (1). E perciò anch'egli volle
farsi avanti per conservare, e all'opportunità eziandio su-
perare, quell'elevata posizione alla quale credeva di avere
diritto. Per il che, verso la fine dell'anno 1590, trovò modo
di venire in licenza, e personalmente portò le sue doglianze
alla Porta. Non gli riuscì difficile allora di rientrare in
grazia del Pedischah, e ciò malgrado gl'intrighi e 1' oppo-
sizione dei partigiani di Ferhat, tra' quali la piìi potente
e l;i più terribile era la Sult..na favorita, la celebre Bafì'o (2),
che, oltre ad essere sfacciatamente protettrice di Ferhat,
era per dippiìi implacabile nemica del Cicala , tanto che
perfino ne chiedeva la morte (3).
Certo i servizi già resi alla Porta in varii rincontri,
messi avanti dal Cicala in quella occasione, avrebbero
potuto r.ibbonire l'animo di Muhrad a favore di lui , e ri-
i
dargli il posto che immeritatamente eragli stato tolto ; ma
il nuovo favore segnalatissimo, ch'egli allora riceveva, non
può ascriversi a generosità del Sultano, né all'accortezza
del capo dello Stato che opportunamente provvede al pub-
blico interesse. Il Cicala aveva già un posto nel Divano, e
(i ) « Ambedue costoro (Ferhat e Cicala) venivan giudicati huomini
riccìi issimi^ e liberati ottreinodo, sì che donando, e concedendo altrui
molto, al contrario de'' predecessori, persone tenaci, e difficili, doves-
sero far ottima riuscita fra turchi. (C. Campana, Op. cit. pag. 565).
(2) Nata da nobile famiglia veneziana, fu catturata dai corsari, e
data al Sultano, il quale la fece sua moglie favorita, e perciò intesa
dai Turchi col titolo solito di Nur-bxnn (donna lucente). Le si diede
anche il nome di Safiyé, {la Pura) ed era detta eziandio, secondo De Ami-
cis, {Costantinopoli, pag. 480) perla e conchiglia del califfato. Era bel-
lissim.i, ma assai ambiziosa e crudole.
(.Vi Cfr. SoRANZO, op. cit. Parte I, pag. 7.
— 302 —
per conservarlo non avrebbe potuto ottenere altro posto
che al Divano stesso fosse sottomesso; ma ciò non ostante
egli lo ebbe, pur ritenendo la carica di Visir; e così venne
creata a suo vantaggio un' eccezione, che impressionò il
popolo, mentre confondeva ed avviliva quanti avevano in-
trigato contro di lui.
Il Cicala era ben edotto della corruzione che alber-
gava a Stambul ; conosceva appieno quali erano i mezzi
più adatti da impiegare presso il Sultano a fin di conse-
guire un intento, e da uomo accorto, qual egli era, non tra-
scurò di farne uso opportunamente ed in larga misura.
Dovcas! allora provvedere al posto di Capudan di mare,
ossia di Ammiraglio della flotta ottomana: i Veneziani,
timorosi che lo si affidcisse al Cicala, facevano voti che fosse
conferito ad Alil-Bassà ovvero ad Arnaut Memi, corsaro
famoso e già vecchio ; ma, meno corretti e più pretenziosi
di loro, i Francesi intrigavano invece a favore di Giaffer,
rinnegato calabrese ; ed a tal fine, conoscendo che il Sul-
tano non patirebbe inai di conferirlo ad altri die al più
offerente ,
compresi anche li generi^ diedero agio al candi-
dato del loro cuore di offrire una forte somma, ma questa
fu reputata inadeguata (1). Cicalazadè ambiva quel posto
anche prima, che gli fosse concesso il governatorato di
Bagdad, e l'importante comando nella guerra contro il
re di Persia; lo ambiva prima che fosse chiamato a se-
dere nel Divuno, e lo preteriva anzi alla stessa dignità
di Visir. Per lui , che nato era in paese eminentemente
marittimo , che si compiaceva de' successi marinari del
padre e de' Doria co' quali si vantava di essere impa-
rentato ;
per lui, che avea succhiato col latte l'amore al
i^ Cfr. la Reìa::ionù del Bailo Zane s. e. pag. 42S,
— 30a -
mare e alle emozionanti sorprese e soddisfazioni che
procura la vita sovr' esso passata, la nomina di Capu-
dan del mare avrebbegli fatto realizzare il so^no dorato,
ch'egli da sì lungo tempo accarezzava. Per conseguirlo
anch' egli mise in opera i mezzi adatti a persuadere il
Pedischah , e contro tutti gli ostacoli frappostigli, vinse ,
anzi strepitosamente vinse, perchè, pur restando ad occu-
pare un posto nel Divano, egli ottenne la nomina ambita.
Questa nuova elevatissima dignità, piìi che a' servizi
da lui già resi allo Stato, ed alle influenze della propria
suocera e del Capì Agà , ch'era allora un italiano suo
amico, egli la dovette al versamento ch'ei lece di 200,000 zec-
chini nella cassa del Sultano, e alla promessa che tutte le pre-
de che gli fosse dato di fare, non le avrebbe fatte perse, ma ad
esclusivo vantaggio di chi gli dava quel posto (l). Vedre-
mo in seguito se quest'ambita e tanto contesa dignità conferì
a lui i vantaggi morali e materiali ch'egli si riprometteva.
{conliìina)
Gaetano Oliva.
(i) ... uè saprei dire che alla Porta egli (Cicala) avesse altro
amico che il capiagà, la prima persona di dentro appresso il re. con
il quale solo, come italiano, egli s'intende bene, e col mezzo suo, si man-
tiene nel Capitanato, stimato da lui al pari della vita. Ma un mezzo
pili potente ancora usa esso capitano, che è, di scritturare col re in tutte
le materie tanto alla libera che trapassa in licenza; e la copia dei ne-
mici di' egli ha è causa che tutti i rubamenti eli esso commette non li
faccia per sé, ma per il re, al quale dà conto delle sue operazioni così
minutamente che non vi è che opporre, e air incontro inventa, sempre
nuovi modi da portar danari a Sua Maestà. ... Il Cicala pagò il capi-
tanato 200,000 zecchini, e ne cava forse 40,000 alfanno come capitano del
mare e bergliebei dell'isole dell' Arcipelago e delle marine.
, Egli dice al
Sultano che non Diette conto di dar orecchie a chi gli dice che non con-
viene che un ministro come lui abbia due carichi^ di bassa visir e di
capitano, e che quando pure la iMaestà Sua volesse levargli l' uno, sia
quello di visir. » (Relaz. del Bailo Zane s, e. pag. 424-25).
MISCELLANEA
statuti dell'Arte dei Ferrari e Calderai del 1538.
La corporazione dei Ferrari, comunque non sia stata molto privi-
legiata e distinta, fu tra le più antiche e numerose nella città di Mes-
sina, comprendendo anche i mestieri di calderai, chiavitteri ed in se-
guito i maniscalchi ed i zappari, ed altri ad essi affini. Ed in vero in
una città ove 1' importazione del ferro era tanto rilevante, da provve-
dere in gran parte ai bisogni dell'Isola, ben si conobbe pure il modo
di lavorarlo, con forma veramente artistica, sia per le balaustrate dei
balconi, dei ventagli e dei battenti dei portoni, delle grate dei mona-
steri e dei palazzi signorili, che per farne oggetti d' uso, e da cuci-
na, letti, candelabri, casseforti, lanterne ed altro. Nella Messina che
conserva tuttora gli avanzi dei suoi antichi edifizì e le impronte ca-
ratteristiche del suo passato, nelle nostre chiese, vi è ancor tanto per
mettere in evidenza l'importanza di quella industria del ferro bat-
tuto, a cui oggidì tanto si attiene l'arte decorativa.
Gli statuti che qui pubblichiamo per la prima volta portano la
data del 153S, e riguardano la organizzazione e le attribuzioni del Con-
solato, i rapporti fra i maestri, garzoni ed i lavoranti, il modo di ga-
rantire il prestigio dell'arte stessa, e poi l'esercizio del culto, le ele-
mosine e specialmente il mutuo soccorso ai confratelli poveri, amma-
lati, o caduti in estremo bisogno.
Questi statuti non saranno stati certamente i primi, poiché nel
1537, quando il viceré Don Ferrante Gonzaga per la costruzione delle
nuove muraglie fé abbattere la sede dei frati di S. Domenico, assegnò
« due chiesette con sito molto ampio et à proposito verso il Palazzo
Reale, l'una d'esse era di S. Girolamo, 1' altra di S. Alce, quella era
confraternita dei mastri sartori, questa dei mastri Ferrari, le cui
cappelle sono hoggidi nella nuova chiesa, la quale ritenne il titolo di
S. Girolamo (i) ». Molto probabilmente cotesti statuti segnano una ri-
forma nella corporazione, dopo che essa andò a stabilirsi nel 1538
nella predetta chiesa di S. Girolamo, dove ebbe sede sino allo scor-
selo del sec. XVIIl. Si ha notizia di altro statuto della medesima arte
(i) Samperi, Icoiió/o,i^ia della Verj^ine, Messina, 1644, pag. 259.
— 305 ~
del 14 luglio 1620, approvato e presentato in Senato il 2r luglio dello
stesso anno 1
1), ma non ci è stato possibile rinvenirlo.
In conformità al privilegio dato da Alfonso d'Aragona il 18 marzo
146 r, la corporazione dei Ferrari ebbe pure il privilegio di fare inter-
venire i suoi Consoli nei consigli generali della città. Non tralasciamo
di ricordare, in fine, che essa diede nome ad un tratto della strada
che dalla chiesa del Carmine Maggiore (oggi Teatro Vittorio Emanuele)
conducea al piano di S. Giovanni 'Villa Mazzini) tracciando in parte
l'attuale Via Garibaldi. In quel tratto di strada, allora non compreso
nella parte più nobile della città, i ferrari attendevano al loro eser-
cizio. Erano loro vicini i Tintori, presso S. Giovanni di Malta, i Cal-
derai e i Campane/lari, lungo il torrente Boccetta.
Seguono gli Statuti :
Capitoli et ordinationi fatti per li Sp: Sig.'' Giurati di la Nobili
Citta di Messina ad suplicationi di li Cunsuii Mastri di l'arti di li Fer-
rari e Calderari di detta Nobili Citta, da osservarsi per li detti Cun-
suii e Mastri per augumento e riformacioni di la dieta Arti e publicu
beneficiu Ji la dieta Citta e suoi Citatini.
In primis, si statuisci et ordina chi detti M.'"' quoiibetanno in lo
jorno seu festa di lo beato santo Alojsi ,'2) abiano di niulari e creari de
nuovo quattro Consuli, videlicet tre M.""' Ferrari et uno Calderaru, li
quali Cunsuii per tutta la ditta Mastranza, seu majori parti di quilla,
si eligiano à buchi comu e solilu costumato, et ove chi in lo dictu
jornu di Santo Alojsi non si putissiro mutari per alcunu legitimo im-
pedimento in tali casu li Cunsuii vecchi aggianu da perseverari in of-
fitio per fin tanto che saranno eletti li Cunsuii novi pri la dieta Ma-
stranza more solito.
(i) Giuliana di scritture dell'antico Archivio Senatorio (ms. del
sec. XVIII, pag. 18).
(2) Celebrata il 26 giugno. Il nome di questo santo, come protet-
tore dei cavalli, si riscontra negli antichi trattati di mascalcia, fra i
quali in quello di un Giordano Ruffo, il cui antico codice del 1250 si
conserva nel Museo Britannico, ed altro nella biblioteca Damiani di
Venezia, del quale il Del Prato riferisce questo passo: « Jiicipit liber
Maniscale ìc. Xui inisseri Jordante Ruffo de Calabria volinio insegnar i
achelli chi avinu a niitricari cavalli secundu chi avimn imparata mia
inanestalla de tu imperaturi Federicti chi avimn provatn e aviinu com-
piila questa opira nelu nomu di Dea e di Santo Ahi ». E' probabile
che il protettorato all'arte dei Ferrari sia pervenuto per mezzo dei
maniscalchi, affini di mestiere.
- 306 —
Item, si statuisci ordina e providi clii de lege nixuno Mastro fo-
resteri di la stissa arti di Firrari e Calderari, lu quali vinissi a iiiettiri
putiga in quista Nobili Citati, pozza o digia mettiri putiga senza lu
consensu di li Firrari, si sarà Ferraru, e di lu Cunsuli di li Caldarari,
si sarà Caldararu, ad efifecto di essiri esaminatu si sarà sufficienti e
perita ne le dicti Arti, e casu chi dittu Mastru foresteri avira statu
esaminatu et avira avuto licen/.a di dicti Cunsuli, avira da pagari e
sarà tinutu pagari Oz. una e tt. 15, ('2) videlicet à li detti Cunsuli li
quali avirannu da dispinsari ad arbitrio loro in beneficio di la Ecc.^
seu Cappella di S.*" Alojsi e tt, 15 a la M.'"'' Ecclesia di d.-^ Citta.
Item, si statuisci et ordina chi da qua irm.'^ quals.- garzuni di Ma-
stri Ferrari e Caldarari di questa Citta, lu quali vulissi mettiri putiga,
quilla non pozza mettiri per primo non sia esaminatu si sarà Ferraru
pri li Cunsuli di li Ferrari, e si sarà Caldararu pri iu Cunsulu di li
Caldarari, ad effettu di vidirisi si sarà peritu in la ditta Arti, et es-
sendu perito avuto la licenza di li Guvernaturi preditti, pozza mettiri
putiga con conditt.'"' che sia tenuto ed obbligato pagari tt 15 cioè: tt.
7.10 à la Ecc.'"^ di S.*'' Aloj, e tt. 7.10 à la Maramma di la Majuri Ec-
clesia di detta Nobili Citta e non altrimenti ne in altro modo.
Item, si statuisci et ordina chi in casu chi un Garzuni di un Ma-
stru Ferraru, seu Caldararu, sindi fuggissi o sindi andassi senza li-
cenza di lo Mastro e di poi tornasse con alcun Mastro di la stissa Ma-
stranza, in tali casu nexuuo Mastru lu pozza ricogliri senza licenza di
Io dicto primo Mastru, ipso facto incurrira e si sentirà incurso in la
pena di tt. 15, applicati, videlicet tt. 7.10 à la Ecclesia seu Cappella
di S.*" Aloj e tt 7.10 à la Maramma di la M." Ecclesia di la detta
Citta irremissibiliter.
Item, si ordina e provedi chi de cetero non sia lecito à mastru
alcuno tanto Caldarari e Ferrari quanto di Chiavitteri forastieri di pu-
tir! andari ad laurari pri la Cittadi senza licenza di dicti Cunsuli, se-
cundu la qualità di l'arti, et andando senza ditta licenza si intenda ipso
factu incurso ne la pena tt. 15 applicati per mediatati per eguale ut
supra.
Item. si statuisci et ordina chi li Cunsuli di la predicta Mastranza
videlicet di Ferrari, si sarà ferraro, o di Chiavitteri e Calderari, si
sarà Caldararo, pozzano e vogliano convemri e costringiri li Mastri
Ferrari e Calderari jn fatica di un Mastru seu lavuranti quanto per le
(2) Onza =z ]Àt. 12.7,5, tari ^. 0,42, grano =z 0,02.
*-. 307 —
cose che apparissero contro la stessa Mastrntiza ohligati et apparte-
nenti a la dieta Arti . . .
Item, si statuisci, providi et ordina, chi tutti li mastri di la ditta
Mastranza di Caldarari e Ferrari averanno di accattari carbuni per uso
di loro Forgi, tanto di questo Regno di Sicilia quantu di H parti di
Calabria, siano obligati ad requesta di detti Cunsuli di ogni cinco sac-
chi lasciarindi due sacchi per potiri li d.' Cunsuli dispensari pri l'an-
tri Mastri poviri. Item che sia lecito à li ditti Consuli, et ayno facul-
tati, autoritate propria per ogni cinco sacchi di carbuni pigliarindi li
dui per dispensari ut supra, e li renitenti s'intendanu esseri incursi in
pena di tt. 7.10, applicati prò medietate ut supra.
Item, si statuisci et ordina chi ogni M.™ di la dieta Mastranza sia
tenuto ed obligato pagari omni anno gr. dieci per lo Cereo de la fe-
stivitati di la Assunzioni di la nostra Signora di menzo Augusto (i)
quale si celebra in la M/ Ecc.^ sub pena applicata ut supra.
Item, si providi et ordina e statuisci chi in casu che infra la dieta
Mastranza, tanto di Ferrari, quanto di Caldarari, succhidissi alcuna
differenza, l'aggianu da decidiri li ditti Cunsuli, e per la differenza tra
Mastri lavoranti Ferrari l'aggianu di decidiri li Cunsuli di li Firrari,
e la differencia chi succedirà tra M.'' e lauranti Caldarari la decidira
lu Cunsulu di Caldarari, a li quali Cunsuli sarà lecitu secundo sarà
l'importancia di lo casu putiri mandari carcerati a li inobedienti, et a
quelli teniri per uri ventiquattru, e non ultra, comu e costumato.
Item, si statuisci et ordina per quando a casu alcun Mastru di li
ditti Mastranzi vinissi in estrema puvirtati et nicissitati per alcuna
infermitati, seu disastro, ex nunc et ex casu li Cunsuli siano tenuti
cogliri alcuna Elemosina pri la subvencioue di detto INIastru povaru,
seu Malato.
Item, si provvidi, ordina e statuisci che ognuno Mastru di Potiga
di li detti Arti sia tenuto pagare quolibet anno per omni putiga et
Mastru grana sedici per farisi e celebrarisi la festa di S.*° Aloj ed ar-
bitrio di detti Cunsuli.
Item si statuisci et ordina che casu alcun Mastro, tanto Ferraro
e Chiavitteri, come Caldararu, facissi alcuna opera di la supra ditta
(i) Sulla offerta del cereo delle maestranze messinesi nella so-
lenne festa del Mezz'agosto abbiamo scritto nel Gioniale di Sicilia del
14-15 agosto 1905, ed in questo Archivio lAnno VII fas. 3-4 a propo-
sito dell'arte dei Sarti.)
- 30H —
Arti, la quali avissi alcun defettu e non fusìi ben fatta, secundo li
reguli dell'arti sua, lo pozza e digia riconveniri e fari justicia di l'o-
pera malfatta.
Mastri Ferrari e Calderari li quali annu cuncurso e cuncurrino à
lu fari li supradicti Capituli e sono l'infrascritti, videlicet :
M.'" Petra di Maju Cunsulu di li Caldarari M.'" Luca Bufalo
M.'" Cola lo Cojro Consulo M.'" Salvo Ferrati
M.''^Sergio Paduano Consulo M.'''^ Antonello Musarra
M.'" Minico Bucalo Consulo M.'« Coletta Cathalano
M.™ Joanni Cavaleri M.'" Antoni Bufalo
M.'° Theodato Musarra M/o Antoni di Costa
MJ" Frane. Cavalcanti M.'-'^ Clementi Bartolino
M.'"'' Minico Lazaro M.>'" Jacopo Cerino
M.'o Thedio Garufi M^o Minico di Martino
M.™ Silvestro Procopidi M.''° Occardu Rigitano
M.'o Petru Bucalo M," Matteo Cuttuni
M.'o Ag."° Corica M.™ Palermo Vinciguerra
M.'o Salvo di Castiglia M.'"" Minico Jngarsia
M.'« Cola Antoni Foti M.i" Bartolomeo Gemillo
M.'o Jannellò- Bufalo M.>" Petrucchio Cardili
M/o Matteo Cardili M.i" Arrigo Carbuni
M/" Cola Muccari Mr" Andrea Carbnni
M.'-° Gio: Maria Chiude Mi" Andrea di Federico
M.'" Antoni Romano Mio Antoni di Gauteri.
Ex' Ac/is Officìj in.i»i Seiialus huiics
Nobilis Urbis fideliss.'>nuc et Exeinp.
Messanae ex tracia est praeseus copia.
Colls Salva,
Andrea Minatolo Reg. Mag. Not.
Lib. Diverso \j62-i']j3. fot. i6i.
Archivio della Maramma della Cattedrale di Messina, voi 52.
La morte di Mario Giurb3.
In una notizia sull'illustre giurista messinese Mario Giurba, pubblicata
in questo Archivio (Anno VI. fase. 1-2) abbiamo rilevato la inesattezza
del Mongitore fi) nello indicare la dipartita di tant'uomo nel 1648, e
(i) Bibliotheca Sicilia, voi. I. Panormi, ex, Typographia Angeli Fe-
licella, MDCCXIV. pag. 45.
— 30H —
che essa tlon è stata precisata del eh." Prof. Giacomo Macrl nella eìà-
borata sua monografia sulla vita e le pubblicazioni di questo eminen-
te giureconsulto (i) che fu di lustro alla città nostra e le cui opere
han meritato 1' onore di più edizioni in Italia, in Francia ed in Ger-
mania.
Pubblichiamo qui l'annotazione, finora inedita, della morte del
Giurba, come l'abbiano rinvenuta nel Liber Defiitictoruìii ab. an. 1636
ad 16^$. voi, II, pag. 49, num, 652 , della Parrocchia di S. Lorenzo,
oggi nella chiesa di S. Anna :
Die X Martij jó^g.
U. J. D. Jfariiis Giurba accepUs omnibus Eccs'*^ Sacraìtientis
mortnus est et sepultus in Eccfl Conrcntus PP. Capucinoruìii.
E' noto che il Giurba legò in morte la sua libreria ai Cappuccini
di Messina, nel cui convento volle esser sepolto, e dove molto pro-
babilmente il suo cadavere esisterà ancora mummificato in quelle ca-
tacombe.
Da questa annotazione abbiamo la conferma che egli morì nella
casa di sua proprietà, sita in via Forno Scoverto, oggi di proprietà
del Barone Salvatore Forzano, come ha indagato il nostro collabora-
tore Sig. La Corte Caillcr. E' da avvertire, però, che la parrocchia
detta tuttavia di 6". Lorenzo, avea in antico giurisdizione ben diversa
dell'attuale, essendo posta allora nella piazza del Duomo, dirimpetto la
fontana, dov'è ora la casa del Sig. Avv. Silvestro Pulejo.
G. Arenaprimo
La casa di Smeralda Calefati Colonna P
Dacché l'amore vivissimo delle patrie memorie mosse il nostro
chiarissimo Prof. Giacomo Macrì a pubblicare un'antica leggenda ma-
noscritta intorno ad una delle più belle figure moniali del secolo XV,
la Smeralda Calefati Colonna comunemente intesa la Beala Eustochio
da Messina (2), rinverdì tra noi l'ammirazione per questa donna eletta,
eletta per virtù somme di pietà e di carità — doti che la elevano tut-
tavia dalla cerchia comune e la collocano in una sfera che, se non è
per tutti quella della fede religiosa, è bensì quella dell'uinana ricono
scenza. Poco dopo il Macrì, il Perroni Grandi pubblicava un documento
(1) Mario Giurba giureconsulto siciliano del secolo XVII in Ar
chivio Storico Siciliano, Anno Vili. Palermo, Tip. Lo Statuto, 18S3.
(2) Archizno Storico Messinese Anno III e IV.
- 810 —
d'archivio ''l). riguardante la Calef.iti. dove son chiarite molte notizie
intorno alla famiglia ed al fidanzamento della santa, notizie che, ar-
gutamente comentate, riducono di molto la leggenda creata intorno
alla fondatrice del monastero di Monte Vergine. Però nessuno dei
nostri storiografi aveva fatto cenno del luogo dov'è nata la Smeralda,
né Suora Jacopa Pollicino, autrice pregiata della leggenda pubblicata
dal Macrì, ne fa menzione. Resta soltanto l' indicazione generica del
nostro grande storiografo cinquecentista, Maurolico, indicazione che se-
gnava il villaggio Annunziata nei pressi di Messina come luogo di na-
scita della Smeralda. Immaginate un po' la mia grande meraviglia
quando transitando or non è guari pel viottolo Caprera dell'ameno e
ridente villaggio, cosi per diporto, vidi una piccola e bassa casetta (2),
sperduta tra rustici casolari, che aveva tutti i segni di un modestissi-
mo santuario. Mi fermai e la mia sorpresa divenne maggiore leggendo
l'epigrafe latina incisa in un piccolo pezzo di marmo bianco e collo-
cata sulla porticina d'ingresso del santuario :
Ouae sii loci h hi ics re ligio vi-
ator accipe anno 143J die 2^ mar-
ta Eiistochiutn Calafato virgo vio-
nialis vitae sancthnonia insignis
hic in stabulo miro prodigio na-
ta est : loci vene ratione moti
maiores in sacellum erexe-
'
re. qiiod teinporis iniiiria dirti-
tìiin Josephiis Filocaiiio Deo
O. M. et eiusdem virginis Eust-
ochii privato cultiti restau-
rare curavit. A. D. 7755
Era quella la stalla dov'era nata Smeralda Calefati Colonna ? Ri-
cordai allora gli storiografi locali e più d'ogni altro la soave leggenda di
suora Jacopa Pollicino: « Ed intra questo tempo venne la peste nella
città di Messina, onde partirsi ed andaron fuore della città, ad una
loro possessione. E venendo l'ora del parto e non potendo partorire,
in questo stante passò di lì un uomo, il quale disse : Portate co-
te.sta donna alla mangiatoia e partorirà: così fu fatto ed immantinente
(i) Archivio Storico Messinese Anno V^II.
(2) Essa è segnata col numero civico 260.
partorì; ecì eàsondo quel giorno il giovedì santo festa della Kiinziatrl,
ali' ora di mezzogiorno nacque una belli.s.sima creatura clic tulli con-
solò ».
Cluardai dentro : un luogo umido e basso nel cui centro sorgeva
un altare con 1' immagine della santa ed altre immagini sacre. Qual-
cuno doveva aver cura del santuario perchè vi regnava una pulizia
veramente ammirevole e alcuni fiori freschi, che pescavano coi gambi
in un bicchiere, esalando il loro estremo profumo a pie' della Santa.
Volli chiedere a (]ualche vecchio del luogo notizie intorno a quel pic-
colo e dimenticato santuario, e mi venne dato di sentirmi ripetere le
parole di Jacopa Pollicino: la tradizione orale andava perfettamente di
accordo con la tradizione scritta. Siueralda Calefati Colonna era nata
in quel luogo, un tempo stalla, il 25 Marzo del 1437 o 1432 —
secondo giustamente osserva il Macri. — Sceverando la leggenda, là
dovevano essere alcune possessioni dei Calefati-Colonna , quelle
tali possessioni cui alludono i biografi della Santa, ed in quei pressi
è presumibilmente nata la piccola Smeralda. L' episodio della stalla
potrebbe essere un'invenzione de' cronisti che dall'intervento del so-
prannaturale traevano spesso le loro argomentazioni religiose fed in
questo caso vi era il riferimento alla stalla dov'era nato Gesù) e po-
trebbe essere un fatto vero dovuto o alla combinazione fortuita o alla
superstizione dei tempi che, massime nei parti difficili, metteva in
opera tutto il suo bagaglio di pratiche misteriose. Comunque è strano
che nessuno dei nostri cronisti abbia ricordato simile luogo, determi-
nandolo, e che tutto siasi fermato alla sommaria indicazione del Mau-
rolico.
Qualcuno potrebbe osservare che essendo la Smeralda nata il
giorno dell'Annunziata '25 Marzo) molto probabilinente, per una fa-
cile omonomia, il f^ioriio sia divenuto z'i/Za^q-^s^io e che quindi non vi
è alcuna importanza nel santuario di via Caprera, determinato solo da
qualche erronea tradizione orale. Fintantoché un documento d'archi-
vio non ci dirà l'ubicazione esatta delle possessioni dei Calefati o dei
Colonna (i) in altri punti che non siano l'Annunziata noi abbiamo
motivo di credere alla veridicità dell'affermazione del Maurolico, ba-
Il chiarissimo Prof Giacomo Macrì, cui ho comunicata la no-
(i)
tizia, mi avverte che nei pressi del luogo sono ruderi di un antico i
palazzo, dove par che sia uno scudo con le probabili armi dei Cale-
fati: il che è preziosa testimonianza a favore del Santuario,
-^ évi -*
s^lnciocl Anche SOpt'a liti altro periodo della sUofa Jacofi^i Pollicino i
« Ed essendo di anni quattordici, un giorno si ornò dei migliori ve-
stimenti che avesse, volendo coi suoi fratelli andare a spasmo sul luo-
go dov'era nata. Ed essendo in quel luogo una chiesa di Santo Ni-
cola, ed essendo il giorno bello e chiaro, entrando essa nella detta
chiesa per fare orazione, la vide piena di caligine e subitamente oscu-
rare come fosse mezzanotte ».
Ora è certo che nel villaggio Annunziata vi fosse a quei tempi
una chiesa di S. Nicolò, ricordata anche dal Gallo nel suo Apparato:
« Su di una collinetta non lungi dalla chiesa cattedrale dell' Archi-
mandrita, detta del Salvatore dei Greci nella spiaggia peloritana, si
erge bello ma piccolo il tempio di S. Nicolò ». Così stando le cose
è da ritenere, sino a prova contraria, autentico il piccolo santuario
che ricorda la nascita d'una delle più chiare donne siciliane del se-
colo XV, chiara per nobiltà di lignaggio e per sublime prova di ca-
rità di amore, vera ed eletta seguace di Francesco d' Assisi, di quel
Francesco — puro e grande interprete del cristianesimo nell' età di
mezzo — e verso cui oggi convergono gli sguardi di elettissimi stu-
diosi d'ogni paese e d'ogni fede.
V. Sacca.
Documenli per la Storia dali'Arciconfrdternila della Pa:3.
Di notevole contributo alla storia della città di Messina riuscirebbe
al certo una storia documentata delle varie Confraternite antiche, fon-
date non sempre allo scopo precipuo del culto, ma assai spesso a
sopperire ad un bisogno sociale dei tempi. Né mancherebbero gli ar-
chivi per fornire i documenti. — In a* tesa intanto che le confraternite
più importanti si decidano a metter fuori le proprie memorie se-
condo i criteri scientifici moderni (i), io addito agli studiosi alcuni do-
cumenti sconosciuti esistenti nell' Archivio della Arciconfraternita dei
Per la verità, esistono le storie di varie Confraternite, come
(i)
quella degli Azzurri, testé riprodotta tale quale fu scritta nel 1741 dal
Cav. Pllippo Porco; quella della Pace dovuta a Giov. Natoli Ruffo princi-
pe di Sperlinga detto il Minacciato (,1750) e quella del Rosario dei SS.
Simone e Giuda scritta dallo stesso Natoli nel 1755. Ma tutti questi
libri or sono da additare come fonti storiche appena, e da trattare
con dovuta oculatezza.
- 'olii ^--
nobili, detta Jeì/a Paie 2ì taccili, da me rinvenuti in nw primo e tìotii-
mario spoglio di pochi vohmii.
L' Arciconfratcrnita della Pace, anzitutto, venne fondata nel 1550
col titolo di Arcicjnfraieniita del SS. A'osario sodo titolo dei JJiauc/ii
e della Pace, ed iniziò l'opera sua coli' assistere gli ammalati poveri
e provvederli del necessario , col somministrare il pane ai carcerati ,
col provvedere annualmente di abiti quindici fanciulle ed altrettanti,
maschi, e finalmente coli' assegnar(! due doti annuali di maritaggio.
All' Arciconfratcrnita si ascrissero sin d'allora tutti i personaggi co-
spicui della città, i Viceré (i), gli Stratigò, gli Arcivescovi ecc. e
l'Ente potè assurgere ad alta importanza: nel 1610 istituiva la Pro-
cessione delle barelle e nel 1612 ?i aggregava alla Confraternita di
S. Maria della Consolazione di Palermo, anch'essa dei nobili, alla
quale poi si assegnava il mandato di pacificare. Ed allora questo man-
dato si estese nell' Arciconfr?ternita di Messina, la quale curò anche
essa di porre un'argine alle guerre civili; più tardi 11S06) poteva an-
che conciliare i creditori con i debitori, scarcerando pur (pielli di
ciuesti ultimi che erano dt tenuti, e tìnalmente aveva ancor facoltà di
prosciogliere dalla jx-na i ladri semplici che riusciva ad accordare coi
derubati. Nel 1623. e non nel 1622 come scrisse il Gillo, fondava il
Conservatorio di S. Caterina da Siena, detto delle Biancuzze per l'a-
bito adottato dalle ragazze ricoverate.
La Pace aveva sede nei locali del Convento di .S. Domenico,
e precisamente in uno spazioso Oratorio a primo piano, mutato po-
scia in teatrino del cessato Convitto Normale Femminile , sovra-
stante a l'Oratorio del SS. Sacramento, e che si estendeva fino alla Via
Oratorio dei Mercanti. L'oratorio era stato costruito dall'architetto
Giov. Ant. Ponzello nel 1640 , dipinto squisitamente da Letterio Pa-
ladino e da Antonino Filocam:), e decorato di ottimi stucchi da Luca
Villamaci. AH' altare maggiore conservava una tavola del Rosario di-
pinta da Vincenzo de Pavia, allievo di Raffaello.
I terremoti del 17S3 intanto abbattevano questo Oratorio, e nello
stesso tempo radevano al suolo qu2llo dell' Arciconfratcrnita del SS.
Rosario in S. Girolamo, d'un secolo piìi antica di fondazione che que-
(i) Nella Galleria delle riunioni alla Pace, si conservano tuttora due
Viceré confrati; quello del principe di Castelvetrano D. Car-
ritratti di
lo d'Aragona, duca di Terranova, viceré in Sicilia dal 1566 al 1568, e
quello di Emanuele Filiberto di .Savoia, al quale accennerò in seguito.
iìtcl , é piif òS^.-i écsiitiiita dn dementi arlstoóf.itlcl. Venne quindi
l'idea (t6 ottobre i7S3)di una fusione delle due Arciconfraternite, ed
infatti, al)hanclonati i rispettivi Oratori, si ottenevano i locali odierni di
Via Monte Vergine mercè un annuo canone da jiagare ai PP. Cro-
ciferi , e nel 17S7 le due Arciconfraternite si riunivano (11, trasferen-
do nei nuovi locali quanto potè s.ilvarsi dalla catastrofe in-.mane che
aveva colpito Messina (2).
Fin qr.a il cenno generale. Ora ecco come i documenti che con-
fermano buona parte di queste notizie.
Il 26 febbraio 1622 tornava in Messina fìmanuele Fililìcrto di Sa-
voja, il giovane principe che la Sicilia ebbe viceré per pochissimi
anni, ed al quale Messina dovette, tra l'altro, la magnifica palazzata
della marina caduta al 17S3. I Bianchi della Pace avevano istituito sin
dal 1610 la processione detta delle Bavette, pomposa processione vetta
sagra notte det Giovedì Santo (.3^ magnifica — scrive il Natoli-Rufl'o —
(i) Tornata del iS Sett. 17S7 nel Libro dette Tornate Ordina-
rie ed Estraordinarie detV Itt.'"-^'^ Arcliiconfraternità det SS. Rosario
sotto titoto detta Pace ecc. voi. V (17.S3-1828) (Arch, dei Bianchi della
Pace) —
Il Galluppi evidentemente ò in errore assegnando l'anno 1739
come data della fusione. {Nóbitiario detta Città di Messina, pag. 2S4
(Napoli, 1S7S).
(2) attuale della Pace, apparteneva al vicino Palazzo
La cappella
Grano, già dei Balsamo Principi di Roccafiorita, opera insigne dall'archi-
tetto Andrea Calamech o Calamecca (G. La Corte-Cailler, Andrea
Catamecìi scuttore ed arcìiitetto det secato XVI, pag. 52-54. Messina, 19031.
Questa cappella però fu alzata su disegno del messinese Simone Gulli,
nella prima metà del secolo XVII.
le fuse confraternite in unico locale, come ho prima
Trasferite
notato, qui raccolse quanto era scampato alla catastrofe del 17S3. Ol-
si
tre alla estesa raccolta dei ritratti degli antichi Governatori (che l'umido
sta completamente distruggendo!) nella Galleria delle riunioni esistono
il famoso quadro della ÌMadonna del Rosario, creduto di Antonello da
Messina; quello dei SS. Simone e Giuda, di Antonello Rizzo, e quello
della Madonna tra SS. Cosma e Damiano, di Vincenzo de Pavia. Tutti
i
e tre prevengono dai confrati del Rosario di S. Girolamo. La Immaco-
lata Concezione all'altare maggiore della chiesa, è dovuta ai Bianchi
della Pace, ed è opera di Mario Menniti. L' Arciconfraternita ha —
buoni arredi sacri, ed un grande Crocifisso d'avorio del secolo XVIII.
al pomeriggio de! Venerdì Santo.
^3) Nel 1801 fu trasportata
- 315 —
per il numero dei lunil e per le superbe macchine d' argento {\) e di
finissimi cristalli (21. Le processioni in origine erano due e si soUen-
nizzavano a cura delle due Arciconfraternite del SS. Rosario, quella
cioè dei SS. Simone e Giuda in S. Girolamo e quella Pace di S. Do-
menico. La notte del Giovedì Santo, i Bianchi di S. Domenico por-
tavano la reliquia della S. Croce e delia Spina del Signore in proces-
sione, ed il Sabato Santo quelli di S. Girolamo portavano invece il
SS. Sacramento, in gloria della Resurrezione. Nel 1610 le due Arci-
confraternite aggiunsero alle processioni varie statue di rilievo, ed il
5 aprile di quell' anno (Giovedì Santo) inaugurarono cinque varctte
precedute da quella dell' Addolorata e chiuse da ciuella del Cristo
morto in un monumento di cristallo : in ultimo erano le Reliquie
dei confrati di S. Domenico (3). Ad evitare poi disturbi per l'ordine
di precedenza in queste lunghe processioni (che in seguito si fusero in
ima, assurta ad alta importanza) si stabilì il posto che ad ognuno toc-
cav'a, tracciando un disegno che ancora esiste nella Sagrestia della Pace.
Queste processioni intanto affrontavano delle spese ingenti, ed allora
i Governatori delle due Arciconfraternite, per perpetuarle, avanzavano
istanza al Senato, chiedendo un assegno continuativo annuale, a fa-
vore di un'opera giudicata utilissima e di grandissima devoctione. Il
14 dicembre 1616 il .Senato si occupava della cosa, e considerato
che della funzione in tota Italia fama volai, giudicava le processioni
non solnm utilcs, scd valde ncccssarias, e deliberava di concedere
alle due Arciconfraternite Onza una ciascuna l'anno da riscuotere
su ogni gabella esistente o da istituire nella città (4; , coli' obbligo
(i) Queste machins (bare'i d'argento sono scomparse.
Storia dell'Illustrissima Archiconfratcrnità del SS. Rosario sotto
(2)
titolo dei Bianchi e della Pace, in congiuntura ... dal secondo secolo di
sua fondazione scritta dal Minacciato (cioè Giovanni Natoli-Rufio
. . .
d'Alifia, principe di Sperlinga). Messina s. d., (1750) pag. 21.
(3) Sainperi P. Iconologia della l'ergine, IV, Cap. XVI, pag, lib.
496 (Messina, 17391. — Le Barelle ora non sono pili cinque, ma otto,
e ricorda 00 La Cena : ; la Orazione nell' Orto il Cristo flagellato ; ;
l'Ecce Homo; il Cristo sotto l'Addolorata; la Croce; il Crocifisso;
il Cristo nel monumento. —
Su que.sta processione, come si vede ora
ogni anno, il Sig. Gius. VadaLà-Celona ha scritto una memoria, della
quale mi occuperò in seguito.
(4) Fino al 167S, le Gabelle riscosse direttamente dal Senato erano
in numero di venti: quindi enino Onze 40 l'anno ,L. 510) che si as-
segnavano, e che ancora il Comune p.iga alla Pace-
— 316 —
che le processioni si efìettiiissero ogni anno, venendo meno la elemo-
sina sol quando le processioni non avessero luos^o. iDocnui. N. I). Il
deliberato però, che doveva aver vigore dal i maj^gio 1617, trovò
delle opposizioni presso il Tribunale del K. Patrimonio, tanto che il
Senato vi tornò sopra il 27 marzo 1621, confermindolo e richieden-
done r approvazione. Altre opposizioni sorseso, ma allora si trasse
profitto della presenza del Viceré in Messina per trattare la quistione.
Alla funzione del 1622 aveva assistito lo slesso Emanuele Filiberto, e
la Pace ne meritò gii encomi da lui (i : il momento era propizio per
chiedere al Viceré la conferma della largizione fatta dal Senato, e
quindi i Confrati, con memoriale del 25 ottobre 1623, chiedevano la
conferma dell' atto. Emanuele Filiberto concedeva tutto due giorni
dopo [Docum. N. II). Grata di tanto, la Pace deliberava di far ri-
trarre il Principe in una tela da esporre nella galleria delle riunioni,
in posto d'onore, accanto a quelle di altri Viceré. E questo ritratto
s'è trasmesso fino a noi '2).
Il Viceré però voleva legare il suo nome anche ad un' opera di
beneficenza in Mes'^ina. I bianchi della Pace avevano già largito dei
legati di maritaggio e degli abiti alle fmciulle povere ogni anno: ora
desideravano istituire addirittura un Conservatorio per le orfane in bi-
sogno. Il Viceré era un Confrate : a lui si rivolse 1' Arciconfraternita
ed egli, con volontaria generosità, venne a tassarsi per una una somma,
ed anzi, ad effettuire il nobì\Q à'wisamento^ impiegò ancor la sua mano,
sempre instancabile nel giovare, non solo da Viceré, ma anche da amore-
vole Confrate (3). Il Conservatorio sorse nel 1623, e non nel 1622 co-
(i) Cianciolo G., Relazione della venuta e dimora in Messina...
di Ferdinando IV, pag. 17 (Messina, 1S06). Le ^(Z/yV^' riscossero pure
l'ammirazione di Re Carlo III nel i735 (Gallo C. D., Annali. .. di
Messina, voi. IV, lib. pag. 275 (Messina, 1SS2),
4,
(2) In quest'anno 1907 venne restaurato dall'artista Cav. Carlo
Ruffo della Floresta, grazie all' interessamento del Confrate Barone
Giuseppe Arenaorimo di Montechiaro. È su tela, delle misure di
m. 0.73 X0.61 e"sotto ha scritto: FILIBERTO EMANVELE DI SA-
VOIA VICIRE DI SICILIA 1622.
(3) Natoli Ruffo G. (// Minaccialo), istoria cit. pag. 25-26,
— 317 —
me scrisse replicatamcnte il Gallo ( i): il 20 dicembre 1623 la Pace di
Messina partecipava a quella di Palermo la fondazione e la inaugura-
zione di esso, e trasmetteva pure la copia degli statuti e di una epigrafe
apposta sul luogo in memoria {Docuin. N. Ili), e che ancora vi esiste (2).
Notai che sin dal 16 i2 la Pace aveva sentito il bisogno di fre-
giare le sue sante gesta con un impiego che le fusse proprio e priva-
tivo, e si rendesse non solo utile ma necessaria al pubblico (3) e che
allora si aggregava a quella di Palermo. Questa ultima, nel 1616 ot-
teneva dal Viceré d' Ossuna la facoltà di potere componere tutte le
nimicizie e discordie vertenti tanto tra Nobili quanto ira Plebei e Citta-
dini della città di Palermo, e quelli stabilire sub verbo regio; ed allora
i Bianchi di Messina chiedevano (1640) che tale facoltà si estendesse
anche a loro, confrati pur essi dall' Arciconfraternita di Palermo.
Una conferma definitiva non si otteneva però che nel 1715, quan-
do il Viceré Conte Maflei, in data 26 settembre, da Palermo conce-
deva tutto [Docum. N. IV); poi tale facoltà di conciliare veniva este-
sa, come notai, nel 1806 da Ferdinando I Borbone (4). Le paci-
ficazioni cominciavano in Messina subito, nel 1716, e venivano a cas-
sare con le riforme legali del 181S: i Bianchi istituirono un Registro,
esistente ancora, e questo registro offre documenti nuovi della vita e
degli usi della città nostra in tutto il secolo XVIII (5).
Gallo C. D. Apparato agli Annali di Messina, voi. I, pag.
(1)
no (Messina, 18771, e Annali di IlJessina, voi. Ili, lib. 3, pag. 238
. . .
(Messina, i8Sr).
(2) L'epigrafe, nel 1S57 venne rifatta sul frontone dall'organo
nella chiesa del Conservatorio. È dipinta e non scolpita, come in ori-
gine forse era stata deliberata. Venne pubblicata la prima volta, con
qualche variante, nella Storia cit., del Natoli, pag. 26.
(3) Storia cit. pag. 22.
(4) Oliva G. — Annali. . . di Messina, voi. Il, lib. I, pag. 24-
25 (Messina, 1893).
(5) Il volume, manoscritto chiaramente, é di "grande formato, e
reca per titolo: Registro delle Paci stabilite col Verbo Regio dalPIll"'"-
Archcconfralernilà del SS. Rosario intitolata delti Bianchi e della Pace,
Vii, come notai, dal 1716 al 1818,
— 318 —
Chiudo con una notizia che ha pure il suo valore, rispetto i co-
stumi dei tempi. Gli Officiali dell'Arciconfraternita della Pace avevano
il privilegio di restar coperti alla presenza del Viceré. Di tal privilegio,
tanto onorifico ed interessante allora, i confrati curavano aver prova
in un attestato rilasciato loro dai due portieri di camera del Viceré
in data 12 settembre 172S, ed il 25 febbraio dell'anno appresso lo fa-
cevano regolarmente registrare fra gli atti del Senato [Docum. N. Vj.
Mi auguro finalmente che qualcuno, spinto da questi documenti,
si muova a far lo spoglio degli Archivi di questa e d'altre Confrater-
nite, e che quindi ci dia delle memorie che potranno riuscire interes-
santi al certo per la storia del nostro paese.
E che la mia modesta voce non resti inascoltata !
G. La Coplc Cailler.
DOCUMENTI
I.
Deliberazioiio tlvì Senato oon la quale si as.sosiiaiio Oiize 2
auuue, sopra ogni Ciabclla. alla Processione «Ielle Bu-
rette.
Die decimo ciuarto Dcceinl)ris, xv Ind. 1616.
Senatus iiiiius nobiiis urbis Messanae , tamqiiam religiosus et cu-
pidiis religionis christianae, et ut religio ipsa Christiana cotidies de
bono in nielius augeatur in ipsa Urbe et augmentelur prout singulis
annis augmentat qua de causa notum est quod ipsa Religio Christiana
floret in ipsa urbe, tani in serviendo omnipotenti Deo seu Virgini
Matri Mariae Protettrice ab initio et in perpetuum urbis ipsiusque
populi que tot, et tantis Santissimis niatribus et Virginibus in honorem
quorum singulis annis per ipsum Illustrissimum Senatum celebrantur
sumptuose et particulares festivitates et processiones prout clarum est,
et in tota Italia fama volat, et quia duo venerabiles Societates divae
Mariae de Rosario existentes, una intus conventum Sancti Dominici
sub vocabulo delli Bianchi, et alia intus conventum Sancti Hieronymi,
urbis praedictae, elapsibus ab hinc annis prò excitanda magis divotio-
ne populo messanensi cum tot laboribus tantiscjue expensis dictis so-
cietatibus insupportabilibus quolibet anno et in quaiibet notte loblis
[sic) et Sabati Sancti celebrant et conduci faciunl per dictam urbem,
cum maximis luminibus accensis, varis in processionibus, una Lignum
santissime Crucis et Spinam corone domini nostri Jesu Christi in me
moriam Sanctissinie Passionis, et alia Santissimae Eucharistie Sacra-
mentum in honorem gloriose Resurrectionis ipsius domini nostri Jesu
christi, et ut debent processiones ipsi perseverent comparuerunt D."
Placitus Gisulfo et Osorio, et D. Franciscus S. Abbati et Lanza, Gu-
bernatores ipsorumment Societatum (i), et in ipsa narrando petentes
ab Illustrissimo Senatu urbis ipsius ut velit subvenire ipsas duas So-
cietates de aliqua competenti elemosina prò auxilio et subventione
ipsarum processionum celebrandarum et conducendarum singulis annis
(i) 11 Gisulfo, di antico e nobilissimo Casato messinese, è stato
il 670 governatore della Pace.
- 320 -
in cjualibet nocte Jobis et Sabati Santi; et considerans ipse Illiistrissinuis
Senatiis supradictas diias processiones non solum ntiles. sed valda ne-
cessarias, ac etiam expensas insopportabiles ipsorum Sooietatum, delibe-
ravit, prò nt vigore praesentis actus deliberat — habita et obtenta
prius dispensactione domini S. E. et Tribunalis Regis Patrimonij —
dare et concedere praedictis diiabus Societatibus Santissimi Rosarij
exìstentibus una in Conventn Santi Dominici sub vocalnilo delli Bian-
chi, et alia in Conventu Sancti Hieronymi, ipsius praedictae Urbis,
prò causa praedicla tam et prò conducendis processionibus praedictis,
tam et non aliter, uncias duas quolibet anno prò qualibet gabbella tam
ordinaria quam extraordinaria huius urbis, tam continuata quam con-
tinuanda, et tam prò precio inposita quam decet iaiponenda, et tam
prò duabus gabellis grana viginti quinque , et grana quinque prò
qualibet libra Serici , et parvulorum quatuor prò quolibet quartuc-
cio vini , videlicet unciam unam prò qualibet snpradictarum dua-
rum Societatum, et quod de assignatione facienda in capitulis su-
pradictarum gabbellarum fiat capitulum particolare etc. teneantnr gab-
belloti solvere dictis duabus Societatibus uncias daas prò qualibet
gabella superius expressata, videlicet unciam unam prò qualibet ipsa-
nnn duarum Societatum ultra pretium ipsarum gabbellarum , et eo
modo et forma prò ut soluntur aliae elemosinae assignatae domui re-
paratarum virginum et Rev. Patribus religionis clericorum Regula-
rium ministrantibus infirmis huius praedictae Urbis ;
quae concessio
efitectum habeat et currat a die primo maij 1617 p. v. in antea, et
habita et obtenta prius dispensactione ab Ecc. Sua et Trib. Reg. Pa-
trimonij. Datum prout supra dictum est, et non aliter nec alio modo
in cuius rei testimonium mihi Sebastiano de Marinis, Reg. M." Not."
oretenos mandans. Unde etc.
Ex diverso, anni 14 et 15 Ind. 1616 et 1617, fui. 176 [i).
Est sciendum qualiter Inter alias prepositiones at conclusiones con-
tentas in Consilio ordinario detenipto per Ill.'">' Senatum huius Nob. civ.
Messane sub die 27 mensis martij p. p.,4 Ind. 1621, extat infrascripta
prepositio et conclusio tenoris sequentis, videlictt :
{Preposìctio). Parimente havendo la citta nello anno 1616 concesso
alli dui compagnij delli rosarij, cioè quella nel Convento di Santo Do-
fr) I volumi dove il Comune aveva registrato que-
detti Diversi,
st'atto a folio vennero incendiati nel 1S4S, di unita ai volumi
176,
Esiraordinarii ed a tutto I' archivio comunale.
- 321 —
minioo et l'altra nel Convento di Santo Geronimo onze due ogn'anno,
cioè Oz. una per ogni una di dette compagnie che l'havessiro da con-
seguitare sopra ogni gabliella della citta tanto ordinaria quanto extraor-
dinaria per agiuto di costa della molta spesa che fanno l'una et l'altra
compagnia nelle processione et luminarie della settimana santa, è stato
similmente fatto provista per S. E. per via di detto Tribunale in dorso
del Memoriale di dette compagnie et detineant Consilio et transmittant.
{Co7iclusid). In quanto all'elemosina dei doi rosarij che si ci donano
iuxta la forma che lo domandano con obligo pero di fare le solite
due processione nella settimana santa di ogn' anno, et desistendosi
di non fare la detta processione, per quell'anno non possano bavere
detta elemosina della forma ut supra nella preposta (i).
IT.
Aiitorjzznziouc (Ioli* assonno aiiuiiale dì Oiizc 'i per la pro-
cessione delle ISarette.
Princeps Emanuel FiJibertus, Dei gratia Magnus, l'rior Sancti loan-
iiis, in Regnis Castelle et Leonis, Generalis maris Vicerex, et Gene-
ralis capitaneus in Regno Siciliae, Spett. luratis nobilis Civitatis l\Ies-
sanae consiliarijs Regis dilectis salutem.
E stato supplicato et provisto del seguente tenore :
Sirenissimo Signore,
Il Governatore et Consiglieri della Compagnia del SS. Rosario
existente nel Convento di S. Domenico di questa Nobile Città di Mes-
sina, esponino a V. A. S. che l'anno passato lo supplicaro del tenor
seguente, videlicet : « Serenissimo Signore. — Il Governatore e Con-
glieri della Compagnia del SS. Rosario, existente nel Convento di San
Domenico di questa Nobile Città di Messina, exponino a V. A. S. che
havendo per diversi anni con grandissima devoctione fatta , nella set-
timana santa di ogn'anno, sontuosissima et devotissima processione
della commemoractione della Santissima passione di nostro Signore
lesu Cristo, con rechissime vari, et copiosissime luminarij, quale è
stata et è cosa memoranda et eccitativa a devoctione et conpunctione
delli anime di tutto il populo, che perciò ha stato necessario farse
(i) Archivio della Pace-Binachi, voi. II (Bolle), fol. 37oa 372, e
voi. III (Alli diversi], fol. 311 a 313.
— 322 -
grossa spesa, quale si è stata fatta ad interesse di essa compagnia et
fratelli devoti di quella, et procurando l'esponente et loro predeces-
sori detta si santa , devota et honorata opera perpetuarla per es-
ser decoro di questa Città, et proprio di città grande procurarne dal
Senato di questa Città per agiuto et subsidio di essa processione ha-
ver qualche condecente elemosina, et conoscendo esso Senato essa
processione essire utilissima et di grandissima devoclionc andar tro-
vando modo di quella concederci senza aggravare il suo patrimonio,
et finalmente li concesse unzi dui per ogni gabella, tanto ordinaria
quanto extraordinaria di essa Città, cioè unza una ad essa Compagnia,
et unza una alla Compagnia del Santissimo Rosario di Santo Geroni-
mo, come per atto scritto nelli Atti di esso Senato a 14 di Dicembre
dell'anno 1616, quale denaro li vengano a pagare li gabbelloti oltre del
preczo per il quale verranno liberate le gabelle, di modo et maniera
tale che ne dieta Città né il suo patrimonio ne viene ad essere inte-
ressato, essendoci stata necessaria confirma di tal atto, supplicaro
r Eccellenza del Conte di Castro, olim Viceré, et fu obtenta provista
sub visione del Real Patrimonio, etc. dttineat Consilium et trasmittant
come per lettre a X di settembre 1620, Et havendosi per esso Se-
nato detento il Consiglio ordinario, infra le altre fatta in esso dieta
proposta, et concluso che si li conceda detta elemosina, con obligo di
farse detta solita processione, et disistendosi di non farse, che per
quell'anno non possano baveri quella elemosina, come per esso Con-
siglio et resposta appare a 27 di Marzo dell'anno 1621. Per il che,
havendosi domandato a V. A. S. confirma del sopradetto Consiglio
et atto di assignattione, fu da Y. A S. fatta provista a iS del mese
di aprile prossimo passato etc. perquerant alium modum, et perché.
Serenissimo Signore, il modo invento da detto Senato in conseguire
r exponente detta elemosina fu et è di ninno interesse alla Città et
suo patrimonio, per pagare detta elemosina li gabbelloti oltre di quello
che devino del preczo della gabbella, né megliore no lanno possuto
trovare in lo quale non fosse interessata essa Città, havendcci per
exequutione della provista di V. A. S. trattato oretinus con detto Se-
nato, et fattoci pili et piìx volte matura consideratione, pertanto sup-
plicano V. A. S. resti servita ordinare et comandare che non obstante
detta provista per la quale si dice et perquirant alium modum, se li
confirmi detto Consiglio et dispensa di detta elemosina, con obligo
in detto Consiglio contento, maxime che dello slesso modo et manera
è stata dispensata elemosina tanto alli Padri Cruciferi, quanto alla
Casrt dell! Verguietli dì questa Citt;i, et cs^e dlspeilfie soiirio state, per
10 predeces.sore Viceré per via del Co'.isiglio Patrimoniale confirmate.
11 che, oltre esser di giiistitia, Io riceveranno a gralia particolare da
\\ A. S. ut Altissiniiis », et per V. A. S. li fu fatta gratia della con-
firma del detto Consiglio et Jispensa di detta elemosina , come per
essa provista a 7 di augusto 1622. Quale preinserta provista et memo-
riale l'exponente con detta provista presentata nello officio del Senato
a 29 del detto, et domentre 1' cxponente credevano liaver portato a
perfectione il loro intento, hehbero notizia d'esser stata fatta certa pro-
vista nel Tribunale del Regio Patrimonio che tutte le proviste fatte
de negotij concernenti a cause patrimoniali e che fossero state ob-
tente senza la visione del Real l'atrimonio, si intendessero nulle.
Et benché . Serenissimo Signore , detta provlsta non apprehendesse
la gratia di V. A. S. fatta a delta Compagnia, trattandosi di ele-
mosina senza interesse della Città ,
perciò a maggior cautela per
levarsi qualche difficultà , se le potesse fare , supplicano V. A. S.
resti servita che non obstante la provista fatta dal detto Real Patrimo
nio o altro qualsisivoglia ordine vi fosse in contrario, etiam che con-
cernesse la revocatoria et pretensa nullità della preinserta provista, et
con che d'altro modo et forma nel presente se le dovesse far expres-
sa mentione, sia servita concederli gratia che se li confirma iterum et
de novo la gratia da V. A. S. concessali nel preinserto memoriale a
27 del mese di augusto 1622, et detto Consiglio acciò l'exponente con-
seguano effettive la elemosina del modo et forma li era stata concessa.
Il che, oltre es.^er cosa giusta, lo riceveranno a gratia ut Altissimus. —
Messanae, 25 Octobris, 7 Ind. 1Ó23.
Confirmetur per exequutione della quale provista vi ordinarne che
debbiate exeguire et far da cui spetta cxeguire et osservare il preca-
lendato Consiglio che noi in quello vi confninamo, laudamo et appro-
bamo ac nostro Vicnregio Muniture robboramo et validamo.
Dat. Messanae, die 27 Octobris 1623.
FILIBERTO.
Dominus VicereK Princeps Emanuel Filibertus, Vicerex et Capi-
taneus Generalis in Regno Sicilie, mandante mihi Vinc. Filippone
etiam confirmetur visa per 111. de et Argotta et D. Didacum
P. — Alli Giurati della Città di Missina confirma del lor Consiglio ,
che per agiuto della processione che suole fave la Compagnia del SS.
^ 324 -
Rosario d! quelita Città, se li concessìiio Óii2G à pet ógni gabella,
cioè Oiiza una alla Compagnia del Rosario di San Geronimo, et un'al-
tra alla detta Compagnia di San Domenico.
Presentetur, Rag. et exequatur.
GIOVANNI TUCCARI D. PAOIERI DI GIOVANNI
GIO. PIETRO ARENA D. FRANCESCO MERULLO
ANTONIO lACOnO SANBASILI D. lACOBUS CAMPULO
Present. in officio Illustrissimi Senatus huius Nobilis Urbis Mes-
sanae, die 6 Novembris 7 Ind. 1623, de mandato dicti Senatus. m.''^
et present."'" registratur et exequatur.
R.'" fol. 179 in extraord.''" (i).
III.
Comniiicnzioiie ai CoiilVati di Palermo dolla istituzione «lei
Conservatorio di S. l'aterina «la Siena in ^le.ssina.
I! dì XX di Dccembre 1623 si scrisse alla Compagnia de la Pace
la lettera del tenor seguente, videlicet :
Per non mancar punto di quello ch'alia nostra reciproca unione
et corrispondenza si deve, conoscendo d'esser debito nostro di dar
parte alle VV. SS. d'ogni opra di pietà che per divin volere siamo
aspirati di fare, venghiamo col mezzo di questa a dar conto alle VV.
SS. come è piaciuto finalmente alia Bontà del Signore di consolar
questa città anzi loro Compagnia, del vivo desiderio che tanti anni sono
ha havuto et tenuto in prattica, di fondare la Casa di Zitelle disperse,
poiché con la presenza del Serenissimo Prencipe Filiberto, che per
sua benignità s'offerse proteggerla et aiutarla, si come ha fatto, s'è
già questa matteria col nome del Signore et favore della B. V. del
Santissimo Rosario, sotto la protettione di esso Serenissimo Prencipe
fondata, essendoli da Noi aperta hoggi appunto la Casa col numero
di 12 Zitelle et tre Madri, che sono xv, delli vvv Mistery d'esso San-
tissimo Rosario, e per tale effetto questa mattina, fattasi una sollen-
nissima Processione con 1' intervento di questo Senato e di straordi-
nario numero di nostri Fratelli, e per di come dalle attioni et in-
stituttioni santi fatto et fondato dalle VV. SS. habbiamo imparato, è
(i) Archivio della Pace-Bianchi, Voi. II (Bo//e) fol. 372 a 376, e
Voi. Ili {A/fi diversi) fol. 305 a 309.
*
•^ 82o —
s^ató nece!5f;iiJo in qiie'^li prlncipij cle.cfgerili, óotHe liabbi-mi eleito, cin*
que fratelli per dar norma alli Capiteli et ordinattioni coi quali si ba-
vera da governar questa nova Casa, e per mettere all'ordine tutte le
cose necessarie alla fondatiione d'essa, le diamo parte come habbiamo
eletto per Deputati di tale effetto li cinque infrascritti fratelli de più
gravi et prattichi della Compagnia, e per riuscir meglio et imitare al
vivo le sante opre e prudenti altioiii delle \'V. SS. ci siamo, buon a
prò loro, valsuti d'un fratello di cotesta Veneranda Compagnia, et sono
lì seguenti : D. Tomaso lìonlìglio, Baron di Callari , Gio. Battista
Tarragò, D. Pietro Campolo, D. Pietro Spatafora baron di Mazzarrà,
D. Pietro Scovedo et Antonino Anzalone, fratello di cotesta Compa-
gnia. E perchè da loro sono stati posti posti in forma alcuni Capi che
poi s'haverranno da ridurre in forma di Capitoli, con li quali s'haverà da
governar questa Casa, tenendo noi le XV. SS. pertanto partecipi del-
l'ojre nostre et per tanto esperimentate et esseicitate nelle opre di
pietà, habbiamo voluto e prima di firli eseguire, inviar essi Capi alle
\'V. SS. acciò ci favoriscano vederli, et aggiungere quello che loro
parrà necessario per il buon progresso et perpetuattione di questa
santa opra, sperando nella bontà del Signore et nelli buoni rigordi et
avvertimenti che dalle W. SS. riceveremo, di dar compita ordinanza
a tutte quelle cose che si richiederanno per l'augmento della Casa.
Inviamo alle VV. SS. parimente copia dell'epitafio posto da Noi su la
porta della nova Casa, acciò partecipino del contento che di tal santa
opra ne riceve ogni fratello in leggerlo, che è del tenor seguente :
D. O. M. et B. M. V.
Alma S.iuclissind Rosarii Divi Doìiiinici Sociclas Virgi/ies Paren-
iibiis orbatas^ tamquam pnrissiinas Kosas in JMiuidi Cainpis non sine pu-
doris periculo dispersas in hnnc horinni conclnsiim cnsiodicndasqne
alendas transtulit et teinplnni D. Mariae Virginitaìis Reginac magna
pietate consecravit Auspice et Prolectore Serenissimo Principe Philiberio
JSIaris et Siciliae Iiìipcrinin administranle prò Philippo 4" Rege Po-
tentissimo Anno 1623.
E per fine non lasciaremo di dar parte alle VV. SS. della morti-
fìcattione in che siamo vissuti da alcuni mesi in qua per non esser
stati degni, dalle VV. SS., della solita reciproca corrispondenza, et che
s'è sempre costumata fra Noi in sin dalia fondattione della unione.
Diciamo di non essere stati avvisati della creattione dei novi loro Su-
questo mese di settembre, come hanno fatto sempre e
periori, fatta in
come habbiamo anco sempre fatto Noi, et tanto maggiormente che
questo diede aiui Mii^a di Taf una j»t'nti f.iltn col SIgnof Duca di Moti*
talto, novo Governatore di cotesta Compagnia,non havendo con la
persona sua fatto qucU' officij di servitù che doveino a quella Reve-
renda Compagnia, percliè non sapeamo ch'era stato eletto Governatore,
et lo seppimo pochi dì doppo della sua partenza da questa Città. Per
ciò preghiamo alle VV. SS. a ordinare al loro Cancelliere che ne
mandi detta nomina prontamente con quella dei fratelli viventi e
de' defonti, per complire con l'ohligo che tenemo all'anime di quelli.
E per fine preghiamo N. S. che conceda alle VV. SS. le buone feste
del Santissimo Natale.
Da ]Me?sina, 20 Xbre 1623.
// Goveniaiore et Consiglieri della Compagnia del Rosario
di S. Domenico sotto titolo de ti Bianclii.
D. Cesare Alagona Cancelliero (i).
IV.
€oiice;$i>iioiic della racoltìi di paeificnvc.
Nell'anno 1715 li Consiglieri e Governadore del SS. Rosario sotto
titolo delli Bianchi e della Pace ricorsero all'Ili. Conte Mafifei, Viceré
allora in questo Regno, et ottennero lettere osservatoriali dell' ordine
Viceregio retroscritto del seguente tenore :
VICTORIUS AMEDEUS, REX SICILIAE, HYERUSALEM & CIPRI.
Vicerex, et Generalis Capitaneus in hoc Siciliae Regno omnibus
et singulis Ofiìcialibus Regni eiusdem, et praesertim Civitatis Messa-
nae cui vel quibus ipsorum presentes presentatae fuerint fid. Reg. sai.
Siamo stati supplicati del tenor che siegue :
« Ecc.'"" Signore
11 Governatore e Consiglieri dell' Archiconfraternità e Compagnia
del SS."'° Rosario sotto titolo delli Bianchi della Città Messina, espo-
nino a V. E. come nell'anno 1616 fu dall'Ili. ^ D. Pietro Giron, Duca
d' Ossuiia, allora predecessore di V. E., a relatione della R. G. C.
Libro di unione, e lettere reciproche ira Pili.'' ConfraiM^ della
(i)
Pace Rosario con quella di Palermo sotto titolo della Consolazione,
e del
dal 1612 fino al jjSo, pag. 125 a 128. (Archivio della Pace-Bianchi).
-- È'27 -
/atto alto viceregio perpetuo^ valituro,
'
per il quale si diede facoìtà e
potestà alla Compagnia della Pace della città di Palermo di poter
coniponere tutte le nimicizie e discordie vertenti tanto tra Nobili
quanto tra Plebei e Cittadini della Città di Palermo, e quelli stabi-
lire sub verbo re^io, avendo cura però quelli far notare all'Archivio
della R. G. C. et altri Tribunali seu magistrati a chi spetta, e come
meglio per l'accluso atto si dispone, copia del quale annessa si pre-
senta (i). E perchè tra la Compagnia delia Pace di Palermo e la Com-
pagnia del SS.'"" Rosario sotto. titolo delli r>ianchi delia Città di Mes-
sina sin dall'anno 1612 vi ha stato fra loro unione, aggregazione e
correspondenza per maggiormente infervorarsi nello spirito, e augnicn-
tarii nella devotione, come in virtù de' loro Capitoli si vede, fu per-
ciò nell'anno 1640, dalli Sig.'"' D. Francesco Gravina, D. Diego Mar-
ziano e D. Mariano Leonfanti, allora Governadore e Consiglieri della
Compagnia della Pace della Città di Palermo, sapplicato l'il'.'' D. Fran-
cesco de' Melos, allora Predecessore di V. E., non solamente di confer-
mare l'atto sudelto alla Compagnia della Pace della Città di Palermo,
ma anche la medesima facoltà e potestà darla e concederla alla Compa-
gnia del SS.'"" Rosario sotto titolo delli Bianchi della Città di Messi-
na, e questo, stante l'unione et aggregazione [c/ie) tenevano, sì come
tengono tra le due sudelte Compagnie della Città di Palermo e quella
delli Bianchi di Messina, come in effetto fu dal Predecessore di V. E.
già detto, non solo confirmato il sudetto atto viceregio, ma anche
concesso la medesima facoltà e Compagnia delli Bianchi
potestà alla
della Città di Messina, ampliando maggiormente il sudetto atto con
più potestà e privilegi], come in quella si contiene, copia del quale
qui acclusa si presenta.
E perchè, Eccellentissimo Signore, dalli sudetti Signori Governa-
dore e Consiglieri dellr. Compagnia del SS."'" Rosario sotto titolo delli
Bianchi della Città di Messina si desidera l'csservatoria di tale atto di
V. E. cogli ordini opportuni per registrarli nell'archivio del Tribunale
della R. G. C. e Corte della R. U. della Città di Messina, et in qua-
lunque altra dove appartiene, per tanto supplicano la benignità di
V. E. vogli restar servita emanare lettere osservatoriali per via della
R. G. C. dirette omnibus et singulis offìcialibus Regijs, et praesertim
Urbis Messana, psr l'osservanza delli preinserti atti, e questo non
ostante qualsivoglia legge. Pragmatiche, Constitutioni, Capitoli di que-
(ij Questa copia manca, di unita all'altra più sotto menzionati,
,
•^ ÌJ28 -
sto kegno, leggìi Civili e Municipali, osservante et altro che In coli»
trarlo disponessero, et hoc de plenitudine protestati^ ut Frenceps, che
oltre essere cosa giusta, lo riceveranno a grazia particolare ut Alili»
simus ». In dorso del quale IMemoriale fu per il Tribunale della R.
G. C. il iS del corrente Settembre fatta provista Recognitoria per
r Illustre Presidente F. P. e dal medesimo Illustre Presidente Advo-
cato Fiscale di detto Tribunale fu fatto motivo Jesus discuticnduni in
Tribunali. Del quale fu il 20 dell' istesso Settembre fatta provista
stante recognitione Illustris Presidis F. P. fiant literae Observatoriales
in forma per exequutione, della quale siamo ad ordinarvi che ad istan-
za delli supplicanti dicti nomine vogliate, e per cui si deve, facciate
inviolabilmente eseguire et osservare il precitato atto Viceregio
giusta la forma e sta serie e continenza e tenore, et de verbo ad ver-
bum, et a prima linea usque ad ullimam prout iacet. come se fosse
nelle presenti inserto, e con tutte le potestà e facoltà e privilegi in
esso disposti, conforme noi in virtù delle presenti l'approviamo e con-
firmamo, e vogliamo che da tutti si osservi senza farsi in maniera
alcuna lo contrario, e registrarsi nelle parti e Uffici dove conviene,
con restituirsi doppo alli presentanti per loro cautela, sotto pena, per
ogn'uno che contraverrà, di Onze 200, d'applicarsi al R. F., e non
altrimente.
Dat. Panormi, die 26 Septembris 1715.
IL CONTE MAFFEI (i)
V.
Fede dell^esercizio del privilegio di coprirsi l'iiflìeiali della
Coufrateruith quando conferiscono col viceré.
Noi infrascritti Portieri di Camera di S. E., richiesti, per la ve-
rità facciamo piena ed indubitata fede che, ritrovandosi nel 1727 in
Messina l'Ecc.""' Sig. Baglio Portocarriero viceré, nell'occasione che
vennero a riverirlo li Sig. D. Francesco Antonio Romeo, D. France-
sco Campagna e D. Francesco Donato, Officiali dell'Archiconfraternità
sotto titolo del SS.i^'o Rosario e dei Bianchi, furono trattati da S. E.
(i) Registro delle Paci stabilite col Verbo Regio de IP J11,"^^ Arche-
confraterniià del SS. Rosario intitolata delli Bianchi e della Pace. (Ar-
chivio della Pace-Bianchi).
— 329 —
al solito con l'onorifico del Cappello. Ed in fede del vero habbiamo fir-
mato la presente di nostra propria mano.
Messina, 12 .Settembre 172S.
D. Doììicnico Franchiìia, Rcg.° Port." di Camera di S. E.
D. Giacomo 3fargayii, Reg.° Pori." di Camera di S. E.
Die 25 Pebruarii 1729. — Est sciendum qualiter fiiit collateralis
fides redacta in Actis Officij Illustrissimi Senatus huius Nobilis et
Exemplaris Urbis Messanae, de mandato 111. Dom. D. Cesaris Ciga-
In, Senatoris ,
per eius chyrographum in margine collateralis fidei
mandantis, qnod redduatiir in actis et restitnatnr. Unde etc.
D. Joanncs Cianciolo Reg. Mag. Noi. (i).
(i) Archivio e Regislro cit.
-»^a««^^=rTr~
NOTIZIE
. L'Omaggio della Società di Storia Patria al Re d'Italh.
Sin da quando si eljbe notizia della visita che S. M. il Re avrebbe
fatto alla città nostra nei primi di ottobre 1907, in occasione delle
grandi manovre navali, il Consiglio Direttivo della nostra Società di
S. P. deliberava di presentare all'Augusto Sovrano, che tiene in tanto
onore lo studio delle discipline storiche ed archeologiche, la serie com-
pleta de\VA/r/iiz'io Storico Messinese, da essa pubblicato.
Il giorno 9 ottobre S. I\I. il Re si è degnato di accordare ai rap-
presentanti della Società 1' altissimo onore d' una udienza nel Palazzo
Municipale. Il Barone Giuseppe Arenaprimo di Montechiaro, Vice Pre-
sidente, ed i Consiglieri Prof. Gioacchino Chinigò e Prof. Virgilio
Sacca, presentarono alla M. S. i volumi dell' Archivio., rilegati in per-
gamena ed oro, raccolti in elegante carpetta. L'Augusto .Sovrano, nel-
l'accogHerne l'omaggio, si trattenne con loro in conversazione assai
benevola ed elevata insieme, mostrando il suo compiacimento per i
risveglio degli .studi patri in questa città, ricca di sì belle tradizioni.
Chiese conto della Società, delle pubblicazioni fatte e se vi fossero
tra i soci dei cultori speciali di Numismatica, rilevando dottamente
tutta l'importanza della coniazione della Zecca di Messina, che era la
sola che battesse moneta in Sicilia fino al 167S.
Disse di alcune monete custodite nella preziosissima e superba
collezione da Lui posseduta, e della necessità di uno studio da farsi
specialmente su quelle coniate durente il periodo Aragonese, le quali —
come disse — costituiscono dei tipi a sé, importantissimi, per quanto
rari stante la limitata coniazione fatta. Oltre alla rarità di esse ne at-
tribuì la difficoltà di questi studi anche al difetto della documentazione,
essendo stati i registri dei viaeslri di prova della nostra Zecca sino al
secolo XVI in gran parte distrutti nei frequenti trasporti da Messina
a Palermo, e viceversa, resiedendo allora principalmente in queste due
città il Viceré e gli uffici del governo, ai quali eran annessi il funzio-
namento ed il titolo di capitale dell' Isola. Nel licenziare la Commis-
sione il Sovrano rinnovò il suo gradimento per 1' omaggio della So'
cietà Messinese di Storia. Patria.
Le lapidi commemorative.
Nella tornata dt-l 25 agosto u. s. della nostra Società di Storia Pa-
tria il Consigliere Prof. Virgilio Sacca, con animo oltremodo lieto,
partecipava la nobilissima offerta che l'illustre Prof. Avv. Ludovico
Pulci, Deputato al Parlamento, s'era proposto di fare al nostro soda-
lizio, mettendo a- disposizione di questo il mandato di L. 1833, 34
presso il Municipio -- a lui intestato per competenze come arbitro nella
questione dell'Acquedotto — perchè a cura della Società Storica fosse
adempito ad un dovere di civiltà, onorando con marmoree epigrafi
quegli eminenti concittadini, i cui nomi giacessero tuttora dimenticati,
o d'illustrare quei luoghi dove si compirono avvenimenti gloriosi della
storia di questa città. Il Sacca soggiunse che il Prof. Pulci accompa-
gnava la sua generosa e patriottica offerta anche dal desiderio che, in
ricorrenza della visita di S. M. il Re a questa città, annunziata offi-
cialmente per il 9 ottobre, la città ave.sse potuto mostrare ai cittadini
ed ai numerosi for-estieri intervenuti in quelle solenni feste, anche
quei ricordi d'onore, che son rivelazione dell'antica grandezza e delle
nobili tradizioni della patria.
Non è a dire con quanto entusiasmo siano state accolte la propo-
sta e la offerta dell'On. Pulci, al quale il Presidente indirizzava tosto
un voto <li ringraziamento, chiamandolo pure a far parte del Comitato
Esecutivo , composto dai membri del Consiglio Direttivo della So-
cietà di S. P. perchè con la massima urgenza si provvedesse alla bi-
sogna, affidandosene la parte artistica al Prof. Sacca, il quale, nono-
stante la brevità del tempo, ha corrisposto con la massima alacrità,
accuratezza ed economia.
In conformità al desiderio del proponente le lapidi furono tutte
murate a posto nei primi d' ottobre, e la cittadinanza non mancò di
accogliere con piacimento e grato animo la bella iniziativa dell'illu-
stre Prof. On. L. Pulci, compiuta con tanto zelo della nostra Socie-
tà, che è sempre lieta di render l'opera sua a vantaggio della nostra
Messina.
Per far cosa gradita ai nostri lettori diamo qui intanto le varie
epigrafi, veramente belle, e 1' ubicazione delle diverse lapidi.
Il chiarissimo Prof. Giacomo Macri, Presidente della Soc. di Sto-
ria Patria, ha dettato le due seguenti epigrafi collocate nel Palazzo
della Corte di Assisi :
I.
TORREGGIÒ SU QUESTA PIAZZA IL PALAGIO
ONDE IL SENATO NEL 1 6/4
A VISO APERTO SI LEVÒ CONTRO LA SPAGNA
CHIAMANDO LE ARMI DI LUIGI XIV
MA DOPO QUATTRO ANNI DI SCIAGURE
E DI CITTADINI EROISMI
I FRANCESI
AD OTTENER PACE IN NIMEGA
ABBANDONARONO MESSINA ALL' IRA SPAGNUOLA.
MISERI SEMPRE
QUANTI IN PRO DELLA PATRIA
ATTENDONO DA STRANIERA MERCEDE
FLORIDEZZA LIBERTÀ SALUTE !
II.
BANDITI A MILLE I CITTADINI
FRANCESCO BENAVIDES
CONTE DI S. STEFANO E VICERÉ
SOPPRESSE l' ateneo
trasferì in palermo la suprema magistratura
annientò il senato
ne atterrò il palagio spargendovi sale
convertì la campana
che adunò consessi e milizie
in equestre simulacro di carlo ii
scalpitante. sulla debellata città
non immaginò il superbo
che nei giorni gloriosi del 1s4s
il popolo
avrebbe abbattuto l' odioso monuìnikntq.
Il chlanssìmo Prof. Chinigò In dettate le Seguenti eplgrati :
Pel Palazzo del Connine :
LA l'ATRIA
CON VOCE IMMORTAI.K
DICE LA GLORIA
DI FILIPPO JUVARA
VISSE NEI FASTIGI DELL'ARTE TRA LE ONORANZE DEI SOVRANI
CREATORE DI MONUMENTALI ARCHITETTURE
ILLUSTRÒ DEL SUO GENIO LA Sl'AGNA E IL PIEMONTE
PRIMO ARCHITETTO CIVILE DI VITTORIO AMEDEO II
DISEGNÒ QUEL TEMPIO DI SUPERGA
CHE NELLE STORICHE TOMDE DEI CAVALIERI SABAUDI
CUSTODISCE I GRANDI FATI DELL' ITALIA NUOVA.
Per il Palazzo del Priorato, già residenza Reale :
UNIFICATA l' ITALIA
QUI PURE VENNE
VISITATORE AUGUSTO
VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA
PER VOLERE DI POPOLO REDENTO
SUO PRIMO RE
OSPITE IN QUESTO PALAGIO
CHE FU DEL GRAN PRIORE DI MALTA
NEI DÌ II E 12 MAGGIO 1S62
I MESSINESI
AL COSPETTO DEL GLORIOSO ASSERTORE
DAL PATTO NAZIONALE
CONSACRARONO IL PLEBESCITO POLITICO
NELLA FESTA DELLE ANIME
SALUTANTI CONCORDI
A l' AVVENIRE DELLA GRANDE PATRIA
^er la Casa l^atotl, liei Viale Principe Amedeo I
VITTORIOSO A CALATAFlMl A MILAZZO
GARIBALDI
NEI. 1860
DA QUI O MESSINKSI
NELLA NOVISSIMA ESULTANZA CONCLAMANTI
A VOI PARLÒ
LA SOLENNE PAROLA DELLA RISORGENTE LIlìERTÀ
E l' ANIMA DEL GRANDE EROE
ALLE ASPETTANTI CALABRIE ANELANDO
ERA TUTTA LUMINOSA DELLA SUA FEDE
NEI SUPREMI TRIONFI NAZIONALI
CUI CON LA GLORIA DELLA SUA SPADA E DEL SUO MARTIRIO
PREPARAVA IMMORTALE CONSACRAZIONE IN ROMA.
MESSINESI
QUESTA CASA È MONUMENTO
DI STORIA ITALIANA
Per via Università, casa Zumbo, già Naioli :
IN QUESTA CASA NACQUE
IL XXII MARZO DEL MDCCCXV
IL BARONE CxIUSEPPE xNATOLI
MAESTRO DI DIRITTO
PATRIOTA ORATORE ESULE ILLUSTRE
MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
dell' ITALIA REDENTA
ADDITÒ LA EDUCATRICE MISSIONE.
DELLA NUOVA SCUOLA
QUI ACCORSO NELLA MORÌA DEL MDCCCXLVII
EBBE DALLA MORTE EROICA
LA MAGGIOR GLORIA DELLA VITA
MCMVII
-- H35 —
Per via Garibaldi, casa Gustarelli, già Pisani:
IN QUESTA CASA VISSE
GAETANO PISANI
GIURECOXSULTO
COXSPIRÒ NELLA TIRANNIDE
PEL DIRITTO UMANO
E MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
LO AFFERMÒ NEL GOVERNO DI SICILIA AL 1848
MAESTRO INVITTO DI LIBERTÀ
A SÉ ED AI FIGLI EROICI
CARLO ,
GIOVANNI , ENRICO
LA CUI VITA
DAGLI ARDIMENTI DEL 47 AI TRIONFI DEL 60
FU TUTTA UN SACRIFICIO ALLA PATRIA
MCMVII
Pel Corso Cavour, casa Migliorino, già La Farina :
MEDITANTE NELLA FEDE NAZIONALE
IN QUESTA CASA VISSE LA GIOVINEZZA
GIUSEPPE LA FARINA
CHE PER INSEGNAMENTO DI POPOLO
NARRÒ LE ANTICHE FORTUNE d' ITALIA
E NELLE RISCOSSE E NEGLI ESILII
CON GLI SCRITTI E CON l'oPERA ANIMOSA
NE PREPARÒ LE NUOVE
DEPUTATO MINISTRO CONSIGLIERE DI STATO
COOPERATORE DI CAVOUR VIGOROSO E SICURO
HA NELLA STORIA ONORANZA
IN TORINO IN S. CROCE IN PATRIA
MONUMEN ri
t)i fronte, nellM o,isa cIpI Sig. P. Kiriiro :
Qui NACQUE
mell' agosto del 1833
GIUSEPPE SEQUENZA
NATURALISTA
]N TUTTA EUROPA FAMOSO
UOMO DI SEMPLICITÀ ANTICA
RECÒ NUOVA LUCE ALLA SCIENZA
NUOVA GLORIA ALLA VITA
Nel Corso Cnvour, Palazzo Branaccini, oggi Pugliatti.
È SECOLARE TRADIZIONE
CHE QUI SIA STATO
VOLPA NGO GOETHE
NEL SUO SOGGIORNO IN MESSINA
DAL IO AL 14 MAGGIO I787
PUR FRA GLI ORRORI DELLA CITTÀ
DAI TRKMUOTI ROVINATA
IL GRAN POETA
DAL PELORO LUMINOSO
ATTINSE UN RAGGIO
PER LA LUCE DEI SUOI CANTI IMMORTALI
In Via Rovere N. ii, casa De Meo:
SARO CUCINOTTA
ALUNNO DI ALOYSIO JUVARA
EMULÒ CON GENIO NOVO IL GRANDE MAESTRO
ARTE DELLO INCIDERE
E NELL'
ERA OVUNQUE CELEBRATO
MA GLI FU SPENTA LA VITA
TRA LE VISIONI GLORIOSE DELL' ANIMA
A PARIGI
DAI TRAGICI FURORI DEL MDCCCLXX
LA PATRIA
NON POTENDO CUSTODIRNE LE CENERI
NE SCOLPISCE IL NOME SULLA CASA
CHE GLI FU CULLA
— m1 ^.
Sul portone della oa-ìa Hisaz^a Miichell, al CofiSo Cavour (^Ui'
xetta Quattro Cavallucci, ;
NKL SECOLO DtClMONON'O
IX (^)i;esta casa fraternamente vissero
FELICE BISAZZA
SPLENDIDO IMAGINOSO CANTORE
.DI LEGGENDE DI STORIE DI FEDI
E
RICCARDO MITCHELL
POETA DI SERENA GAGLIARDA BELLEZZA
PATRIOTA NELL' ARTE E NELLA VITA
ENTRAMBI INSIGNI TRADUTTORI DI CLASSICI ANTICHI
E VENERANDI MAESTRI NEL MESSINESE ATENEO
OR VIVONO CONGIUNTI
NELLA SOLENNITÀ DELLE MEMORIE
NEL CULTO DELLA PATRIA
Il Prof. Virgilio Sacca ha dettato, infine, le seguenti epigrafi :
Pel Palazzo del Comune, di fronte alla lapide di Filippo Juvara :
MESSINA
QUI SEGNA CON ORGOGLIO IL NOME
dell' ARCHITETTO
GIACOMO MINUTOLI
CHE DOPO I TREMUOTI DEL 1783
SULLE ROVINE DELLA MAGNIFICA PALAZZATA
COMPIUTA DA SIMONE GULLÌ NEL 1625
FECE SORGERE NUOVO E MAGGIOR MONUMENTO
E PER FAMA UNICO AL MONDO
RIDANDO AGLI INCANTI DELLA RIVIERA PELORITANA
LE PURE E SOVRANE BELLEZZE DELL' ARTE
Per via Primo Settembre :
DINA E CHIARENZA
LE EROINE DELLA GUERRA DEL VESPRO
EBBERO NEL 1S4S
SU QUESTA VIA
E AL FORTE DEI PIZZILLARI
EMULA GLORIOSA
L'ARTIGLIERA del POPOLO
ROSA DONATO
-~ B3S —
Per la Vlazza. Casa Pia
ERA QUI LA POVERA CASETTA
OVE IL 5 FEI3BRAIO 1S15
SPIRÒ LA GRANDE ANTMA INFELICE
ANTONIO MARIA
lACI
MATEMATICO ED ASTRONOMO MESSINESE
Per il Colle della Capperina (Torre Vittoria).
su QUESTO COLLE DELLA CAPPERINA
SACRO ALLE EPICHE DIFESE
DEL VESPRO E DEL QUARANTOTTO
RICORDI IL POPOLO
LE PAROLE DEL GRANDE STORICO MICHELE AMARI
lia Gueri'ji del Vespro ^ìeiliniio.
I Elisione
« Fornite le Fortificazioni nel tempestar dall'Assedio: fatto un po-
« poi di soldati: ne età, né sesso provarsi imbelle nuli 'opra dura a ninno;
« vigile, interminabil disagio, penuria sostenuti senza fiatare; uno scherzo
« la morte.,... Insieme combattono, quanti sono umani nella città
« Nobili, giuristi, artigiani, infima plebe, sacerdoti, e frati, e vecchi, e
« fanciulli all'opra tutti secondo lor posse.... Donne cresciute in delica-
« tissimo vivere.... fur viste a nara sudar sotto il peso di pietre e cal-
ci cina, e li, rra il fioccar dei colpi, recarne a' lavoranti, girar dispen-
« sando pane e polenta, dissetandoli d'acqua, mescendo vini, e piìi di
« belle parole confortavanli.;.. Ci'ebbe la virti!i de' Messinesi con l'uopo
« e co' rischi, durò tutto l'assedio, e più valida ogni giorno rendea la
« difesa.... ».
V. Edizione
« Così io scrivea nel 1S42, non credendo sì vicino il novello sacri-
« fizio di Messina, più sublime di quello del 1S82. Messina combattè
« nel 1848 più valorosamente e più a lungo contro le bombe, non con-
« tro gli uomini, mentre il carnefice in capo non stava esposto alla morte
« come Carlo d'Angiò, ma si nascondea nella regia di Napoli ».
- 339 —
Altre lapidi nei locali della Società Operaia.
Con nobilis-^itno sentire la nostra benemerita Società Operaia ha
voluto anch'essa contribuire nella patriottica opera.
Per unanime deliberato dell'Assemblea due altre lapidi vennero
murate una nei locali sociali, una al celebre Antonello da INIessina,
r altra al valoroso incisore Pietro Inzoli. Ecco le epigrafi dettate
dallo scrittore concittadino Virgilio Sacca :
IN QUESTI LUOGHI
GIÀ UN TEMPO CONTRADA DEI SICOFANTI
ERA LA CASA
OVE NEL FElìliRAIO DEL 1479
MORIVA
ANTONELLO DA MESSINA
CHE IL NUOVO METODO DI COLORIRE AD OLIO
DIFFUSE PER l' ITALIA
IN DIPINTI IMMORTALI
LA SOCIETÀ OPERAIA
A PERENNE MEMORIA
NEL 1907
IN QUESTA SCUOLA DI DISEGNO
ADORATO DAI GIOVANI OPERAI
SPESE LA PAZIENTE OPERA DI MAESTRO
PIETRO INZOLI
VALENTISSIMO INCISORE
CHE LA MORTE PRECOCE
TOLSE ALLA GLORIA DELL' ARTE
NEL 1903
A IMPERITURO RICORDO
LA SOCIETÀ OPERAIA POSE
NEL 1907
Noi non abbiamo parole sufficienti per dare alle Società pronio-
trici, all'On. Pulci, ai Chiarissimi Prof. Macrì, Chinigò e Sacca —
tutta quanta l'espressione della gratitudine cittadina.
hanno acquistato la benemerenza
Essi del Paese, le millevolte di-
menticato, ma una volta almeno ricordato nelle sue glorie e nelle sue
grandezze.
— a40 —
il Numero Unico.
Della fausta ricorrenza della visita di S. M. a Messina , si volle
dal Comitato della Croce Rossa, presieduto dall'On. Nicolò Falci,
Deputato al Parlamento , lasciare il ricordo anche con un Numero
Unico , dal titolo Messina al III Re d' Italia , edito dallo Stabi-
limento Crupi. Ne furono compilatori il Prof. Chinigò, il Barone
G. Arenaprimo , il Prof. V. Sacca ed il Cav. Gaetano La Cor-
te Cailler, i quali s' intrattennero brevemente sulle antiche relazioni
della R. Casa di Savoja con Messina e del soggiorno fatto in questa
città dal Principe Emanuele Filiberto nel 1614 e 1624. di Vittorio Ame-
deo I e di Anna d'Orleans, sua consorte, nel 1713 e 14, e di altri ri-
cordi di Filippo Juvara, del Principe Alberto Amedeo di Savoja (1848)
e delle visite di Vittorio Emanuele II, (1862) e dei Principi Umberto
ed Amedeo nel 1862-64, e di Umberto 1 e Margherita di Savoja nel
iSSr. Alcune vignette illustrano l'elegante numero unico, che fu ac-
colto con compiacimento dalla cittadinanza, da esaurirsene in poche
ore la tiratura.
Per la Mostra d' Arie Antica.
Accennammo nello scorso fascicolo ad una esposizione di oggetti
d' arte, e di antichità promossa dal Sindaco della Città Comm. Avv.
Gaetano D'Arrigo , in occasione delle feste di mezz' agosto 1907 e
della susseguente visita di S. M. il Re, allora annunziata per i primi
d'ottobre.
Numerose furono le adesioni da parte della cittadinanza e della
Provincia, e tutto lasciava sperare che la mostra sarebbe riuscita nei
modo più degno, quando lo sciopero dei metallurgici impediva il com-
pimento dei locali del nuovo plesso scolastico di S. Teresa , all' uopo
prescelto dalla Commissione esecutiva. Questa, astretta dalla impossi-
bilità per il brevissimo termine, riunita sotto la presidenza del Sin-
daco, deliberava di rimandare la detta mostra a tempo e luogo da
destinarsi, pur continuando la Commissione nei suoi lavori prepara-
tori. È da augurarsi che possa efiettuirsi fra non molto, massime se
l'iniziativa della Esposizione agricola pel 1910, verrà incoraggiata dal
Governo, dai vari Enti e dai privati.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Ddtt, Giovan Crisostomo Scucca, Patii e P ainininisirazione del
Comune wl Medio Evo. Palermo 1907.
Questo pregevole lavoro forma il volume VI — serie II — fonti
del diritto siculo — dei Dociuueuli per servire alla Sloria di Sicilia,
IKiblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria. L'egregio
autore, che nell'anno 1S99 lo aveva presentato come tesi di laurea
alla Università di Palermo, 1' ha in seguito ampliato e rimesso alla
Società Siciliana per la Storia Patria.
L' opera propriamente detta, che occupa quasi metà del grosso
volume, è divisa in tre parti. Nella parte I, l'autore vuol dimostrare
che Patti non fu mai sottoposta a signoria episcopale, e tratta dei diritti
e privilegi del vescovo. Nella parte II, pubblica le Consueludini Fat-
tesi, precedute dal diploma di Re Federico del 1312, comesi trovano
nel Liber rnbeus del comune di Patti. Nella parte III, la più estesa
e la più importante, tratta del governo e diritto municipale. L' altra
metà del volume contiene molti dei documenti dei due libri « de firn-
dalionibus » conservati, tra gli altri, nell'archivio della Cattedrale, e
quelli del Liber riibeits della città di Patti, compilato nel 1561.
Crederei far torto ali" amico dottor Sciacca, limitandomi a fare
una delle solite rassegne laudative, magari non avendo letto altro che
le intestazioni dei capitoli. Qualche osservazione critica di dettaglio
non potrà menomamente intaccare l'indiscusso merito della pubblica-
zione, specialmente della parte HI, che porta il suo contingente alla
storia del diritto amministrativo siculo.
Nel capitolo I della parte I. l'autore sostiene che Patti non fu
m<ii sottoposta a signoria episcopale. Cosi sostenevano anche i giurati
di Patti del secolo XVII, affermando che la citlà fu sempre di regio
demanio. ISIa ciò non vuol dire che Patti prima di essere cillà non
dipendesse dall'abbazia, poi vescovato, di Patti e Lipari.
Siamo in faccia ad un equivoco voluto, forse, del vescovo Igna-
zio D'Amico che nell'anno 1664 fece ordinare, ed illustrare tutti do- i
cumenti del vescovato, formando i volumi dell'archivio della Catte-
drale, e specialmente i volumi « De fitndaiionibiis », ove magnificandosi
gli antichi diritti e privilegi del vescovato con false interpretazioni e
gonfiandosene le concessioni del conte Ruggero e dei siioi successori, si
- 342 —
comincia col dire che il conte Ruggero fondò il monastero di S. Sal-
vatore nella città di Patti, e che la città di Patti fu data al monastero.
Ma nel privilegio del 1094 il conte Ri:ggero disse solamente :
« mihi placuit .... edificare monasterum in Pactes ». Pactes non era
allora una città, ma una villa, ossia un borgo, un villaggio, una lo-
calità di campagna, non cinta di mura. Così, infatti, viene chiamata
nel privilegio dato in Messina il 6 marzo 1094, per consiglio del conte
Ruggero, da Roberto i" vescovo di Troina, ove, trattandosi degli uo-
mini di Patti, sta scritto : « Populo Villae ». E nello stesso anno il
conte Ruggero concesse ali* abbate Ambrogio cento villani di Patti.
Nel diploma derii33, dato dal re Ruggero in Messina nel quale —
sono riportate le antiche consuetudini date e concesse ai Fattesi da
Ambrogio primo abbate di Lipari — si legge ancora: Pactas, Pacten-
ses hoiniiies, ^c. E mai nei documenti originali della Cattedrale si
trova dato il nome di città a Patti prima dell'anno 1252. Ma nel 1644,
quando tutto era spagnuolo, fu facile il dare al nome Villa, invece
del senso latino, quello spagnuolo di Città: e così la villa di Patti di-
ventò la città di Patti fin dalla fondazione del monastero. Con ciò io
credo che si possano spiegare molte cose.
Il voler giuocare sull'equivoco nocque, anziché giovare al vesco-
vato, perchè fece nascere il dubbio dell'autenticità dei documenti. Ma
se si guardano i soli documenti originali, trascurando le interpreta-
zioni e i commenti secenteschi, se il quadro rimpicciolisce, acquista
luce. Nel privilegio del re Ruggero del 1134 — il cui originale in-
sieme ad altri diplomi furono tolti dai libri, ove erano cuciti, per po-
tersi meglio osservare e fotografare. — fu confermato al vescovo Gio-
vanni tra l'altro: « Pactas quoque et Ecclesia de Pactis cum decimis,
terris et silvis, aquis, pascuis, etc. ».
Se nel 1191 una commissione mandata ab Uiiiversitate hominum
Pactarum ad Curiam formulava un accordo col vescovo, ciò non è
in favore della tesi che Patti non avesse alcuna dipendenza dal ve-
scovato. Potrei citare centinaia di accordi tra le università delle terre
e i sigfiori delle stesse terre, se gli stessi Pattesi firmatari dell'accordo
del 1191 non chiamassero il vescovo Domiunni ac patreui nostrum.
La villa di Patti, con 1' ingrandimento della Chiesa di Patti, ac-
quistava d'importanza e, diventata un piccolo centro di affari, attirava
gente dai paesi vicini, che veniva ad abitarla. Si capisce che tra i
nuovi venuti e il vescovo non vi potevano essere le ragioni di dipen-
denza, che esistevano tra il vescovo e i discendenti degli antichi vii-
— o4o —
lani concessi dal conte Ruggero. La vil/a diventava una icrra con la
sua università^ la quale domandava le sue ragioni al vescovo, prima
di liberarsene interamente, e di diventare città. Ciò accadde dopo la
morte dell'imperatore Federico II, ai tempi del governo di Pietro
Ruffo di Calabria, conte di Catanzaro. Infatti, in un atto del 125 1 si
legge per la prima volta « cìvis Pactarum », e in un atto del 1253 si
vede la sottoscrizione di Rainaldo de Pentecurvo, civilaiis Pactarum
public! notarli ». Invano il vescovo Bartolomeo de Varellis cercò sotto
Carlo di Angiò di (ar valere i suoi diritti sulla giurisdizione tempo-
rale di Patti. Benché Patti fosse diventata cittcà libera, magari dell'anno
1251, la consacrazione ufficiale al regio demanio fu data soltanto nel 1312.
Dunque se gli abbati e vescovi di Patti e Lipari non ebbero una
vera signoria su Patti, non si può negare che i villani di Patti ne
fossero dipendenti, e che essi anticamente vi esercitassero giurisdi-
zione temporale, tenendosi banco di giustizia e molti altri diritti e
privilegi.
Col diploma del re Federico di Aragona del 1312 si viene alla
parte II del lavoro, la tinaie è brevissima, poiché l'autore — dopo la
pubblicazione del La Mantia [Consuetudini di Patti e Lipari. Palermo
1900) — non ha voluto fare opera di ripetizione; ma si é limitato ad
alcune brevi considerazioni riportando il testo delle Consuetudini della
cittèi di Patti come si trova nel Liber rubi'us, nella precisa sua dispo-
sizione.
La parte III che tratta del governo e diritto municipale è certa-
mente la più completa. In questa parte l'autore si occupa degli anti-
chi privilegi pattesi, della nomina degli ufficiali, dello scrutinio, del
sindacato, dell'amministrazione, degli usi civici, di tutto il congegno
amministrativo del Comune. Di molto interesse riescono, specialmente,
il capitolo VI, ove egli parla del Consiglio, delle Finanze, delle ga-
belle, dei dazii, dei donativi regi, delle maramme della città e rego-
lamenti civici, e il capitolo VII che tratta degli usi civici e demanii
comunali. La tirannia dello spazio non mi permette di parlarne come
si merita.
Dovrei solo osservare che, tra gli ufìHciali di nomina, se egli scrive
del capitano di giustizia o capitano della città in modo esauriente,
non mi pare che delinei bene le funzioni del capitano d'armi a guerra,
ufficiale nobile ; le cui funzioni erano ben diverse da quelle dei ca-
pitani d' armi ordinari e straordinari, addetti per lo più alla persecu-
zione dei ladri a banditi nelle campagne, e da quelle dei capitani
- 344 -
d'armi delegati, commissionati e sindacatori, che avevano speciali mis-
sioni fiscali.
L' autore conclude modestamente il suo lavoro dicendo che se
sopra i documenti da lui pubblicati altri potrà ag.L,dungere qualche pa-
gina nuova alla letteratura giuridica sarà fortunato di non aver fatto
opera del tutto inutile alla scienza nostra. E veramente egli ha fatto
opera utile e pregevole, oltre che per la sostanza del lavoro, per aver
dato alla luce molti documenti, in gran parte inediti, arricchendone la
patria Storia.
V. Ruffo.
Pas^^uale De Luca, / liberatori. La Patria degli italiani Ed. 1908
(fuori commercio).
Nella fiorita di studi intorno al patrio risorgimento questo bel
libro di Pasquale De Luca occupa un posto d'onore. Esso è pregevole
pel contenuto, per la missione cui è destinato e per la veste tipogra-
fica assunta.
Pasquale De Luca è un nome caro alle arti e alle lettere: scrit-
tore vario ed elegante, osservatore profondo, cronista brillantissimo,
ha avuto ed ha l'ammirazione di quanti in Italia amano la cultura in-
tellettuale. I suoi romanzi, le sue novelle, le sue poesie, le sue criti-
che d" arte, i suoi articoli di varietà sparsi per le più importanti rivi-
ste italiane, prima fra tutte Natura ed Arte di Milano eh' egli dirige
e predilige con sempre crescente amore e che è una tra le più belle
riviste europee, gli danno diritto a questa rinomanza artistica italiana,
che è tra le poche veramente conquistate palmo a palmo e con la
forza della propria volontà e del proprio ingegno.
Che cosa sono questi Liberatori ? È presto detto: tutti coloro che
dalle prime avvisaglie liberali surte all'alba del secolo XIX alle grandi
catastrofi tiranniche portarono l'opera del loro pensiero, del loro brac-
cio, del loro sacrifizio, della loro vita in prò di questa patria nostra,
liberandola dalla schiavitù e costituendole, per l'avvenire, il patrimo-
nio immenso della libertà.
Il De Luca, non ha fatto in questo suo lavoro opera fredda di
storiografo, ma opera calda d'artista: egli, dalle varie analisi storiche,
compiute con le ricerche d'Archivio, ha tratto una sintesi completa,
varia, efficace, movimentata degli uomini e dell'ambiente di quei gior-
ni, suscitando in noi fremiti d'amore, di passione, di angoscia, di p^-
— 3ió -
triottismo, trasportandoci nelle ore grigie, sanguinose o liete dell'Italia
nostra.
Ci sono tutti gli eroi della libertà ,
grandi e piccini : dal solitario
pensatore ed apostolo genovese all' umile giornalista liberale ; dal gran-
de eroe nizzardo al modesto ed umile eroe della camicia rossa ; dal
re guerriero al modesto e valorosissimo bersagliere ; dal principe degli
statisti all'ultimo dei deputati che con la parola e con la coscienza si
adoprò al gran fine. Tutti ! Comprese le donne: madri, spose, amanti,
sorelle, figlie — radiose nella gran luce della feminilità liberale , con
a capo Adelaide Cairoli, la grande e degna anima lombarda. Un libro
cesi fatto sarebbe stato monco se non avesse riprodotta una grande
quantità di documenti storici ed un gran numero di illustrazioni gra-
fiche storiche od originali , cosa che il De I.uca" ha fatto con molto
acume, molta ricchezza e moltissimo criterio. Il libro, anche da questo
lato, si sfoglia con immenso diletto ed è artisticamente pregevole, es-
sendo, l'edizione tutto ciò che di più elegante si possa immaginare e
contenendo delle tavole che sono dei piccoli capolavori del genere :
basterebbero per tutte le tricomie dell'incontro tra Garibaldi e Vittorio
Emanuele II a Teano e l'ingresso di Napoleone III e Vittorio Ema-
nuele II. a INIilano, tratte da due quadri ormai celebri. Poi, riprodu-
zione di ritratti, di episodi caratteristici, di monumenti, di paesi ecc.
tutto un insieme che fa davvero onore all'arte tipografica italiana e
che mostra il grande sviluppo preso tra noi dalle aiti grafiche da po-
chi anni a questa parte.
Il libro, mirabile pel contenuto, eccellente per la forma, aristocra-
tico per la veste, ha una missione nobilissima da soddisfare. Stampalo
a cura e spese della Patria degli Italiani di Buenos-Aires, come strenna
di Capodanno , verrà diffuso a migliaia di copie tra la nostra colo-
nia argentina, rievocando le grandi e radiose memorie della madre
patria lontana, suscitando ovunque sicuramente fremiti di entusiasmo,
e nell'entusiasmo educando l'anima a non dimenticare.
Così la missione cui è destinato il libro è veramente nobile ed
alta; e Pasquale De
comprendendone tutte le più minuti diffi-
Luca,
coltà, ha fatto opera degna della sua penna di scrittore italianamente
corretto, dando agli studi storici un bel contributo ed al patriottismo
una fresca corona d' italici fiori quei fiori che, fecondati dal sangue
:
di tanti martiri, riuscirono dopo il se.ssanta ad aprire la loro corolla
al caldo bacio del sole di libertà.
V. Sacca,
-. 346 —
Codices gracci JMonastcrìi Messanensis S. Salvaloris dcscripsit Augl'-
STUS Mancini. Messanae, Typis D'Amico 1907.
La collezione de' rinomati codici del S. Salvatore di Messina, che
in ogni tempo iia richiamato l'attenzione e gli studi di tanti dotti ita-
liani e stranieri, si è arricchita di un nuovo Catalogo minuzioso ed
esatto, che non lascia più nulla a desiderare.
A
un Catalogo manoscritto, che, per quanto redatto da persona
competente e dotta qual fu il P. Filippo Matranga, avea necessariamente
i difetti inerenti a un primo lavoro affrettato e fatto per conto dell'Isti-
tuto che ne aveva urgente bisogno, ne seguirono poi altri due, resi pub-
blici per via della stampa; ma, ciò malgrado, per esser troppo som-
mario quello che il prof. Salvatore Rossi pubblicò nel nostro Archì-
vio; specializzato, invece, alla sola parte agiografica quello che l'illustre
P. H. Delehaye diede alla luce nell' importante pubblicazione perio-
dica di Bruxelles, che Analcctd Bollandiana s'intitola, era tuttavia vivo
desiderio che si potesse avere un Catalogo generale de' detti codici,
minuziosamente compilato, e tale che il contenuto d' ogni foglio o di
ogni singolo argomento in essi trascritto agevolmente si rilevasse dallo
studioso ricercatore. Vi ha sopperito ora assai felicemente Augusto
Mancini, Professore di lingue classiche e di Paleografia nel nostro Attn o.
Sono 75 codici e due rotoli pergamenacei ch'egli studia e descrive
con tanta cura e diligenza che, oltre a tutte le proprietà che li distin-
guono (dimensione, scrittura, età, pregi speciali, ecc.) ; oltre alla ma-
teria di che trattano e che è varia per il maggior numero dei codici,
rileva per di più tutte le notizie che vi si rinvengono or qua or là
nascoste e disseminate perfino ne' fogli palinsesti e ne' fogli aggiunti
a sostegno delle rilegature antiche, e che possono avere un certo in-
teresse o storico o letterario.
Un' erudita prefazione correda il bel lavoro, nella quale è fugge-
volmente, ma magistralmente dato un cenno storico dell'antico carto-
filacio del S. Salvatore, non che de' codici ch'egli prende in esame;
ed oltre a ciò, completa il suo lavoro con ben 14 Indici, che basterà
accennarli per riconoscerne la importanza. Essi infatti sono : I. L' in-
dice degli autori e delle opere; II. L'indice crisostomiano, diviso in 5
parti; III. L'indice agiografico; IV. L'indice istorico; V. L'elenco degli
scrittori dei codici; VI. L' elenco dei possessori degli stessi; VII. L'in-
dice paleografico e antiquario; VIII. L'indice dei palinsesti; IX. L'in-
dice dei codici con miniature o con ornamenti; X. L'indice de' codici
con note musicali; XI. L'indice di quelli che contengono scritture si-
— 347 -
Ciltane ; ^ll. L' indice di quelli nei quali si rlnventioiio puhììlici o
pri\ati istrunieirti .<;iuiitlici; XIII. l^n prospetto dell'età dei cgdici stessi
(dal VII. al XV^II. secolo) seguito poi da un elenco di quelli che hanno
notata una data certa. (Dall'anno 961 al 16S3L
Il XIV. chiude finalmente con un copiosissimo elenco delle per-
sone erudite tanto italiane che straniere, le quali han consultato i co-
dici stessi.
Gli accenni che qui facciamo dell'opera del I\Iancini sono sufìì-
cienti a far rilevare l'importanza della medesima; e se quest'opera at-
testa così onorevolmente della dottrina e della competenza dell'illustre
Professore, che la compilò, rafferma sempre piìi il valore e la rino-
manza ben meritata dei codici già riuniti e conservati dai padri del
Monastero del S. Salvatore di Messina, e che ora costituiscono il mi-
glior pregio della nostra Biblioteca Universitaria. E nel manifestare al
Prof. Mancini la gratitudine del pubblico colto di Messina, crediamo
doveroso di estenderla eziandio al corpo de soci della nostra Accade-
mia Peloritana, a cura ed a spese de' quali ebbe luogo l'importante
pubblicazione.
Evlebnisse eines Bernùchcn Rcislàujers in Ncapei nnd SizilicH 1S46
1S50. — A'och den Aufzeichnungen von Johan zum Stein, Soldat,
Korpcral und Fonrier in IV Schiueizer-Reginient. — Heraiisgegeben
von Karl Geiser. Mit einem Porh'dt, einer Medaillen-Abhildung nnd
einer Lithographie: « Erstùrmung von Messina ». — Bern, 1907.
Col titolo sopra trascritto, dal quale tutt' altro che avvenimenti
storici di pubblico interesse parrebbe vi si trattassero, è stato pubbli-
cato nel corso di quest' anno il libro di Giovanni zum Stein, che a
noi sembra meritevole d'essere additato a' nostri lettori.
L'autore non è un letterato, ma è persona abbastanza colta, di
pronto ingegno, e retto giudizio. Desiderio di riacquistare la malan-
data salute lo costrinse in giovane età a cercare un clima più mite che
non sia quello de' monti della Svizzera, e quindi ad accettare l'arruola-
mento per un quinquennio nelle milizie borboniche. Recluta, perciò,
nella scuola reggimentale in Napoli dal 14 novembre 1846 sino al i"
gennaio 1847, vi restò soldato per soli tre mesi, dietro di che fu ca-
porale per altri nove mesi, e poi Foriere sino al 27 ottobre 1850,
epoca in cui prese congedo per far ritorno in patria. Come si vede da
ciò egli trovossi impegnato nelle milizie del re di Napoli durante gli
anni più torbidi del Regno delle due Sicilie, e in un corpo militare
destinato a pigliar parte precipua negli avvenimenti di quel tempo.
**" 348 "~*
Appai'tetiendo egli al IV. Reggimento Sviz;?ero, ebbe agio di pah
tecipare alla repressione della rivoluzione scoppiata in Napoli il 15
maggio 1S4S in sostegno dello Statuto liberale dato e misconosciuto
da Ferdinando II, non che alla campagna siciliana degli anni 1848-49.
Fu quindi attore e spettatore di fatti assai interessanti, ed egli che,
durante la sua dimora nel Reggimento, avea l'abitudine di pigliar nota
di quanto quotidianamente gli sembrava degno di ricordo, registrò più
ampiamente che potè i fatti interessantissimi che in quei giorni di
guerra si svolsero sotto i suoi occhi, e poscia, per proprio conto fog-
giò un diario, che, per quanto non fosse privo d'interesse, non pensò
mai di parteciparlo al pubblico.
Poco dopo il suo ritorno in patria, amante com'egli era d'una
vita avventurosa , trasferissi in America, dove l' onesto lavoro e la
vita modesta gli diedero agio di accumulare un capitale sufficiente
ad assicurargli il queto vivere nella vecchiezza.
Nel 1901 egli era già da otto anni nuovamente in Isvizzera, quando
in un giornale di quel paese gli fu dato leggere due o più articoli po-
lemici intorno all'opera dei Reggimenti Svizzeri di Napoli negli anni
1848 e 1849, ed essendosi in essi rievocate le pubblicazioni del Mag-
giore A. Sturler e di R. von Steiger, nelle cjuali egli ebbe ad osser-
vare parecchi errori ed inesattezze, dopo tanti anni di obblio, riprese
gli appunti ed i ricordi lontani della sua vita militare, e senza altro
scopo che quello soltanto di metter le cose a posto, foggiò il libro
che ora, a due anni di distanza dalla sua morte, vede la luce per
opera del sig. Carlo Geiger.
Dei sette capitoli che esso contiene, — capitoli tutti istruttivi e
storicamente interessanti — due acquistano per noi vera e propria
importanza, il III. ed il V., titolato l'uno « Die Revolution in Neapel
und die Strassenkàmpfe von 15 Mai 1848 », l'altro « Der Feldzug in
Sizilien » (30 Agosto 1848 — 25 Maggio 1849J.
Gli avvenimenti vi sono narrati con molta semplicità, ma con
precisione e con evidente spirito di spassionatezza. È vero che da essi
quasi solo si ha notizia di quel che operossi nel campo regio, e so-
pratutto ne' Reggimenti Svizzeri, accennandosi appena alle operazioni
militari degli altri corpi, e dicendosi anche meno degli avversari; ma
se per questa manchevolezza l' insieme de' fatti non ricavi gran prò,
è tuttavia assai importante la rivelazione di certe circostanze e di
certi incidenti, o perchè non noti o mal noti a' capi, o perchè artifi-
ziosamente vennero da loro omessi o trascurati nelle loro relazioni.
Le l'eUificazlotti poi ch'egli spesso è costretto di fare a' cine soprnfìdetti
iifificiali svizzeri, clie scrissero di qiie.i;li avvenimenti , contribuiscono
non poco a dar pregio al lavoro in esame, e tornano assai opportune
oggidì che una critica senza preconcetti cerca ogni mezzo di ritrovare
quella verità storica, cui non poco orpellò la passione di parte in cjuasi
tutte le pubblicazioni succedutesi da circa 60 anni.
Zum Steini fu uomo di onore, assai compassato ne' suoi giudizi,
e nulla disse che non ebbe egli stesso ad accertare co' propri occhi,
o che non gli venne testimoniato da persone di fiducia sue conterra-
nee. La critica, che di quando in quando muove a' comandanti de'
vari corpi borbonici, non proviene né da animosità né da spirito di
ribellioiTe; egli, infatti, ne fa, più che ad altri, ad uno de' siioi superiori,.
Von Stiirler, ch'egli amava e rispettava come alla sua volta quegli ama-
va e rispettava lui, tanto che con suo autografo attestava un giorno
« che (iiovanni zuni Stein di Brienzuyler presso Interlaken ha servito
sotto i miei ordini nel Reggimento Bernese di Napoli durante parecchi
anni in cui la sua buona condotta e la sua intelligenza gli hanno pro-
curato con l'avanzamenlo al grado di Sotto TJfiiciale la costante stima
e benevolenza di tutti i suoi Superiori ».
Amante della verità, egli la fa scaturire limpida dalia semplicità
delle sue narrazioni, e dalla testimonianza che, pur non invocata, sor-
ge spontanea ad ogni pie sospinto dal numero dei militi e degli uf-
ficiali che non tralascia di nominare in ogni circostanza degna di nota.
L' espugnazione di Messina e di Catania è assai ben descritta, e
per la prima 1' episodio dei due attacchi al Monastero della Madda-
lena, del 6 e 7 settembre, è apprezzabilissimo nella sua minuziosa
narrazione, che è pregna di nuove emozionanti revelazioni.
Dall' insieme poi del suo racconto si può facilmente venire alla
pur troppo verace conclusione, che tanto Messina quanto Catania, se
coloro che guidarono i loro difensori fossero stati più abili militari,
avrebbero resi vani tutti gli sforzi della spedizione regia in Sicilia, e
la caduta della monarchia borbonica sarebbe avvenuta 12 anni prima
del 1860, e senza che altre forze estranee ai popoli dell'isola vi aves-
sero minimamente contribuito.
La litografia di che va fregiato il libro, riproducente il panorama
di Messina durante la sua espugnazione, e che venne delineata ed incisa
in quei giorni da certo F. Lombardo, è pur degna di nota, essendosi
la stessa resa oramai assai rara e quasi irreperibile.
G. 0.
_ 350 --
GiusRF'PE Vadalà-Cei.oma, La iii'dmh' p^cacessione delle « Varette »
nella lillà di Messina (Messina, 1907).
Il Sig. Vadala, con questo breve opuscolo, dimostra ancora una
volta il suo affetto alle patrie tradizioni , ad illustrar le quali si è
dato assiduamente da tempo. Egli dà un cenno storico della proces-
sione, che questa Arciconfraternita della Pace soleva solennizzare, pri-
ma del 1801, il giovedì santo di ogni anno invece che il Venerdì, e
poi ci dà l'ordine di precedenza di questa lunga processione, come
s'è affettuito il 29 marzo di quest' anno.
Con apposite annotazioni, ricorda la storia della Arciconfraternita
e delle località dove ebbe e dove ha sede : accenna alla varetta della
Cena, compita nel 1846 dal nostro Matteo Mancuso (i), ed alla bella
figura del Cristo sotto la Croce, che si vuole — scrive il Vadala — sia
opera di 3Jalleo Rosselli, pillore, nato a Firenze nel 1578 e tuorlo nel
1650. A questo punto, faccio osservare che il Rosselli — additato dalla
tradizione come autore di quest'opera — non era un pittore fiorentino,
ma un modellatore in plastica, messinese, fiorito nella metà del set-
tecento, e che si chiamava Giovanni. Non è da confonderlo quindi con
altri. Di costui, non esiste memoria scritta, ma vari lavori in cera,
additati come suoi, sono veramente belli. A me fu dato vedere due
belle scarabattole dove erano modellate la scesa dalla Croce, con la
firma, forse aggiunta : Giovanni Rosselli, ed una Natività assai più
bella, firmata originalmente :
Jeos Rosselli mesM fecit
Congratulazioni vivissime al Vadala per il suo buon volere.
Calili della terra e del mare di Sicilia (seguendo Archiloco. F. Xietzche.
L'Origine della Tragedia, <5.) di Alberto Favara. Testo siciliano
con traduzione italiana ^G. Ricordi & C. editori-stampatori, (1907).
Alberto Favara, maestro di composizione nei Conservatorio di
Palermo, si è dato <la tempo alla raccolta dei canti popolari siciliani
(r) A proposito di questa baretta, aggiungo che dessa riuscì gra-
dita in quei tempi, tanto che 1' Arciconfraternita deliberava di gratifi-
care l'autore con onze 4 (L. 51). Nel Registro infatti dei mandati di
espenzione e d'incasso dal 1S44 al 1852, conservato nell'Archivio della
Pace, io trovo notato sotto la data 20 aprile 1846: all'Artista D. Mat-
teo Maìicuso, per l'ottima esecuzione di una Barella della cena con ap-
provazione del pubblico Oz. 4 —
L'intera baretta poi costò circa Onze 70, pari a L. 892,50.
»
•=• 351 —
in musica, e ne ha consegnato alle stampe 25, che Veniiefo raecoltl
in elegante edizione dalia antica Casa Ricordi di Milano. In tre ca-
tegorie Egli ha ripartito il suo lavoro : Canti della Terra, Canti del
]\Iare e Canti Religiosi, ma quattro gruppi essi costituiscono, cioè
canti d'amore, di lavoro, dionisiani e sacri. I canti furon raccolti in
maggior parte in Palermo, ordinaria residenza del Favata : poi se ne
vedono della Provincia di Trapani, di Caltanissetta e di Messina. Ma
di Messina non c'è che troppo poco: un canto di Barcellona ed uno
di Lipari ;
della città... nulla ! Veramente il Favata avrebbe potuto
raccogliere anche qua, dove sono abbondantissime le melodie nel po-
polo e dove i canti sacri in ispecie sono ass:ii lielli.
La musica raccolta dal Favara in complesso è importante. Essa
si presenta armonizzata con tanta cura e dottrina da renderla quas
irriconoscibile, però il canto è lasciato integro, ed i soli ricami e gì
accompagnamenti sono aggiunti con grande ricchezza di studio. I vers
sono anche tradotti in italiano ed annotati. Va data lode sincera —
al paziente e dotto raccoglitore, ma è da augurarsi che non
resti solo.
Ancora molti e molti canti dell'Isola restano sconosciuti: si riuniscano
gli studiosi: si desti la patria di Pacini e di IJellini, si desti la Messina
di Aspa, di Coop, e di Laudamo, e completino un magnifico quadro
della Sicilia a traverso le più possenti figurazioni musicali !
G. La Copte-Cailler.
BIBIJOGHAFIA MESSINESE
Pilli tatù ottava {*)
[Cont. cfr. « Ardi. », l'II , 3-4 , pp. 2^0-268)
322. Agresta Giuseppe, Scrini Ictterarii ^ Messina, Tipo-
grafia A. Rizzotti, 1906; 8'', pp. 58.
Tra altni contiene un Saggio di bibliografia leopardiana (pp. 51-8),
composto di 107 numeri, dei quali 36 indicano pubblicazioni leopar-
diane di messinesi o di non messinesi, ma uscite a Messina. Cfr. però
il mio lavoro : C. Leopardi a Messi/ia , con appendice bibliografica,
Messina, Muglia, 1S98.
323. Aprile Giuseppe, Cenni di storia di Sicilia narrati al
popolo, Palermo , Tipografia F. Barravecchia e figlio,
1905; 16°, pp. 34.
Paginette garbate, nelle quali spesso si fa menzione della storia
messinese.
324. Arenaprimo Giuseppe , Gli ambasciatori messinesi al
Parlamento di Catania del 1566. (Nuovi documenii), in
Archivio storico per la Sicilia Orientale, Catania, 1906,
a. Ili, fase. Ili, pp. 457-75.
(*) Giova richiamare la breve avvertenza premessa alla Prima pun-
tata (cfr. Arch., 1902, li, 3-4, p. 164): La « Bibliografia messinese, che
incominciamo sin da questo fascicolo, con 1' intendimento di far cosa
utile agli studiosi , si propone di registrare gli scritti già usciti nel
decennio anteriore (1890-1899) alla costituzione della Società (1900) e
quelli che via via vedranno la luce in Italia e fuori. Appena la messe
raccolta sarà copiosa, daremo un indice analitico della materia, per
rendere agevoli le ricerche ».
,
- 85H —
325. Rahrkiìldi M., Die rocuiisc/i sìciìischcii Miieiìicn nus
dei' Zeit der Rcpidìlik, Genf, 1904 ;
8° fig., pp. l'JO, con
5 tavole. (Estr. dalla Kcvite siiissc de tiìiniisiiiatiqne).
Interessa anche Messina.
326. Bartglini Agostino, Fer hìki Iradiiziouc di Dante, in
Giornale arcadico, Roma, 1904, s. V, a. I, fase. 10 11,
pp. 682-4.
A proposito della traduzione del prof. T. Cannizzaro. Fra altro
scrive: « Notiamo un articolo molto importante del prof. dott. I.udo-
vico Perroni Grande, estratto daXV Archivio storico inessitiese (a. V,
fase. 1-2), sopra una traduzione in dialetto siciliano della Divina Com-
media, fatta da Tommaso Cannizzaro. Non v'è dubbio che il lavoro sia
ottimo per ciò che riguarda la sua finalità, eh' è di rendere popolare
in Sicilia il divino poema. Il P. G. fa notare il pregio di fedeltà della
traduzione, ed è quanto si possa dire di meglio di una traduzione. 11
Cannizzaro è poeta e traduttore abilissimo da diverse lingue straniere,
e ha fatto opera di studio e d'amore, traducendo nei dialetto siculo
l'opera di Dante » (p. 6S2).
327. Bertana E.MiLto, La tragedia , Milano, Casa editrice
dottor Francesco Vallardi ; 8°, pp. [IV-]442.
Facendo con dottrina e genialità la storia del teatro tragico in
Italia il Bertana ha modo di ricordare anche il messinese Antonio Ga-
latti, autore di parecc'.'.ie tragedie di soggetto classico (p. 406).
328. Brunelli Enrico , Aìitoncllo De Saliì)a , in L' Arte
Roma-Milano, Danesi IJoepli editori, 1904, a. VU, n. 1,
voi. I, pp. 271 83.
Articolo importantissimo, arricchito di sei illustrazioni, riprodu-
centi pitture del celebre artista messinese, che fu degno nipote e con-
tinuatore di Antonello da Messina.
329. Casagrandi Orsini V. , La congiura di Randazzo.
{Autunno del 1285), in Le Grazie, Catania, 1899, n. s.,
a. II, n. 1, pp. 5 7.
Interessa molto anche Messina.
^30. Idem, / codici cartacei incesi iic^i e pcnii^iuo .'Stilla ìc!j(-
gcndci della fraiicescaiKi suor Eitslocìiid dei Messina,
in Archivio storico per la Sicilia Orientale, Catania, 1907,
a. IV, fase. II, pp. 262 75.
331. Catalano Tirrito M., Nuove notizie per la storia della
popolazione della Sicilia, in Archivio storico per la Si-
cilia Orientale, Catania, 1907, a. IV, fase. II, pp. 291-300.
È un' importante corminicazione di documenti. Riguarda anche
Messina.
332. Cazulli a., Di nna canzone del secolo deciinoicrzo, in
Gazzetta del popolo della Domenica , Torino^ 1907^ a.
XXV, n. 2, pp. 14-5.
A torto il cod. Vaticano 3214 attribuisce a Mazzeo Ricco, rimatore
messinese, la canzone Gioiosaìiiente canto, la quale invece deve rite-
nersi di Guido delle Colonne, sia pel contenuto sia per la forma.
333. Ciccaglione F., Origine e sviluppo della conuinione
dei beni fra coniugi in Sicilia, in Archivio storico per
la Sicilia Orientale, Catania, 1906, a. III^ fase. I, pp. 3 45.
Contiene frequenti richiami a Messina.
334. CoLUMBA G. M., I porti della Sicilia, nel voi.: Mono-
grafìa storica dei porti dell' antichità nelV Italia insu-
lare , Roma , officina Poligrafica Italiana , 1906 ;
4° ,
pp. 219-358. [Pubblicazione a cura del R. Ministero della
Marina].
Il cap. IV di questo importante lavoro del prof Columba riguarda
e illustra Messina ipp. 2S9-320) ; ma già anche negli altri capitoli
qualche altra cosa vi si può spigolare. Cfr. Ardi. Vili, 1-2, p. 151 (G. O.i
335. Costa Giuseppe ,
A proposito della « Natività » di
Polidoro da Caravaggio, in Gazzetta di Messina e delle
Calabrie, Messina, 1900, a. 38, n. 359.
Buone osservazioni a proposito della Natività di Polidoro da Ca-
ravaggio, esistente a Castroreale.
— 355 —
336 Grimi Lo Giudici G., /// canip(iii/ia. Dal siciliano. Canti
popolari l'accolti nel contado di Naso ,
Acireale , Tip.
Umberto 1, 1903 ; 16", pp. 43.
Cfr. Rassegna bibliografica della Ielle ralura ilaliana, Pisa, 1904, a.
XII, fase. 4-6, p. 21 1; Archivio per lo slndio delle tradizioni popolari^
Palermo, io maggio 1905, voi. XXII, fase. 3, p. 424.
337. Idem, Maglieria amore per forza. Scene popolari si-
ciliane in 2 alti, Acireale, Tip. Umberto I, 1903; 16°,
pp. 48.
Costumi nasitani.
338. Idem, Vendetta. Racconto canipagnnolo siciliano, Aci-
reale, Tip. Umberto 1, 1903; 16", pp. 29.
Costumi nasitani.
339. Del Balzo Carlo ,
Poesie di mille autori intorno a
Dante Alighieri, raccolte ed ordinate cronologicamente,
con note storiche, bibliografiche e biografiche. Volume IX,
Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, editori, 1905;
S'\ pp 608.
A p. 310 il Dil Balzo riferisce il son. Dante, dettato nel 1837 da
Michele Palazzolo di Tortorici (1806-41), che lo inserì nelle sue Poesie
liriche, Napoli, Nel Gabinetto bibliografico e tipografico, 1837, voi. II,
p. 43. Cfr. il mio scritto : Michele Palazzolo, in Dantisti e dantofili dei
secoli XVIII e XIX , Firenze, Direzione del Giornale dantesco , 1902,
fase. 4«.
340. Filiti Gaetano, // dogma della Concesione Immaco-
lata di Maria e la compagnia di Gesiì in Sicilia. Me-
morie storiche raccolte nel 50' della definizione dog-
matica : 7S5IJ904, Palermo ,
Stab. Tipografico Giov.
Bondì et C., 1904; 16", pp. 145.
Contiene frequenti richiami a Messina.
— 356 —
341. Fontana Russo L., Per i porti diiiicìitkati. (Il caso
di Messina), in Giornale di Sicilia, Palermo, 13-14 feb-
braio 1907, a. 47, n. 44.
Siiir importanza del porto di Messina.
342. Idem, Palermo, Messina e Catania nella navigazione
e nel traffico, in Giornale di Sicilia, Palermo, 25-26 apri-
le 1907, a. 47, n. 115.
343. Gabotto Ferdinando, Inventari messinesi inediti del
quattrocento, Catania, R. Tipografia Cav. N. Giannetta,
1907; 8", pp. [IV] 67 (Estr. dall'.l/T/;. storico per la Si-
cilia Orientcdc, a. Ili IV).
Con ampio corredo d'illustrazioni pubblica sei inventari tratti dai
rogiti degli antichi notari , esistenti woW Archivio Provinciale di Mes-
sina : I. Itiveniario dei beni lasciati dalla sis^nora Turia della Gelsa
(T406); II. Inventario dei beni del fu Abramo Marracha Giudeo (1406);
III. Inventario dei beni del fu prete Antonio Porcello (1463 ;
IV. In-
ventario dei beni del fu Giacomo di Gonsole , chirurgo 11464); V. In-
ventario dei beni del fu Oiovanni d'Urso, battiargento (1464) VI. In- ;
ventario dei beni della fu signora Perina vedova del fu Pino Di Console
(U63).
34^. Gagliani Carlo, Un manoscritto inedito, contenente
un diario sulla guerra , che seguì la rivoluzione di
Messina {1674-78), in Archivio storico per la Sicilia
Orientale, Catania, \\m, a. I, fascicoli II-III, pp. 334-41.
Da un grosso ms. miscellaneo, posseduto dal dott. Menna di Mi-
sterbianco, trae la Vera re lati ione delle due armati, spagna e francia,
che combatterno nello molo di Palermo con sanguinosa Battaglia
il 2 ,
giugno 1676. Promette di pubblicare tutto il Diario, di cui accenna
l'importanza.
345. Garufi C. a., Giacomo da Leutiuo notaro ,
in Archi-
vio storico italiano, Firenze, 1904, s. 5^ t. 33, pp. 401-16.
Garufi in questo importante lavoro che arricchisce di notizie
Il ,
la biografia d'un antico rimatore siciliano, ragiona a
lungo e per la .
prima volta, s'intende, sulla dimora del notaro a Messina nel 1240.
— 357 -
346. Gessi Celso, Evolusioui e rivelazioni ^ Viterbo, Tip.
Ettore Minissi, 1906; ]6«, pp. [IV]-3S8.
Tra altro, contiene : Da Quarto al Capo Faro (pp. 2S0-309), poe-
metto, ove sono accenni ad uomini e cose messinesi.
347. GiuFFRÈ F. T., Tyiidaris, in La nnasccìiza ^ Messina,
1901, a. T, n. 2.
Fantasia storica.
34S. GicxTA Antonino, Questioni manroìiciane. I. La com-
p.iginc del « Sicauicnvuni rerum cowpendinni », Licata,
Stab. Tip. De Pasquali, 1906; 8° pp. 25.
Lavoro, che si legge con profìtto. 11 prof. Giunta si propone di
dimostrare che il I libro del Compc.ndiuin dovette essere composto
dopo la Pracfatio e i libri II -VI in un momento, in cui la fretta non
permise al IMaurolico di riordinare tutta l'opera, « premettendo ad esso
libro I r introduzione che noi ora vediamo premessa al libro II , ret-
tificando lo schema della prefazione ecc. » (p. 20Ì. Cfr. Arch , VIII, i 2,
pp. 156-7 (G. AREN.A.rRnio).
349. Gr.aziadei Vittorio ,
Pasquino in Sicilia nel 600 e
nel 700, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1907, n. s.,
a. XXXII, fase. 1 2, pp. 44 262.
Contiene frequenti e notevoli richiami a Messina.
350. GuARDiONE Francesco, Saro Cncinotta, in La Boheme,
Palermo, 1899, a. HI, n. 8-9, pp. 5-8.
Alcuni brani della conferenza tenuta a Messina il 1° aprile 1899.
351. Idem. Aspromonte. {Memorie e documenti), in Archivio
storico per la Sicilia Orientale, Catania, 1905, a. II,
fase. II, pp. 135-76; fase, llf, pp. 249-64.
Contiene frequenti richiami a persone e cose messinesi.
— 358 ~
352. La Corte Cailler Gaetano, Per la morte di Alfonso
d'Aragona, in Archivio storico per la Sicilia Orientale,
Catania, 1904, a. I. fase. 1. pp. 125 7.
Dagli atti del not. Giulio De Pasquale, esistenti n&W Archivio Pro-
vinciale di Messina, sezione notai defunti , il L. C. C. trae una breve
notizia relativa alla morte del re Alfonso, che il De Pasquale registra
« come avvenuta in Messina a 17 e non a 18 novem.bre 1495 » y\^. 125).
353. Idem, // quadro di Antonello da Messina a Palaszolo
Acreide, in Archivio storico per la Sicilia Orientale, Ca-
tania, 1907, a. IV, fase. II, pp. 307-16.
354. Idem, Note storiche siciliane ,
in Archivio storico per
la Sicilia Orientale, Catania, 1906, a. Ili fase. I, pp. 85 91.
Sono notizie tratte é^W Archivio Provinciale di Messina, studiando
gli atti dei notari defunti. Riguardano: I. Impegni con frutlivendoli ;
II. Un inventario della Cappella del Litterio ; III. Un fabbricante di
carte da giuoco ; IV. Il giuramento d'un Viceré in Messina [Raimondo
de Gardena].
355. La Grassa-Patti F., Opere dei Della Robbia in Sicilia,
in L'Arte, Roma, 1903, a. VI, fase. 1-4.
Tra altro, discorre della terracotta smaltata, esistente nella chiesa
di S. Maria della Scala in Messina e rapprentante la Madonna col figlio.
Gfr. Arch. stor. siciliano, Palermo, 1904, n. s., a. XXIX, pp. 209-12
(G. L.)
356. La Mantia Giuseppe, Le pandette delle gabelle regie an-
tiche e nuove di Sicilia nel secolo XIV, raccolte e pub-
blicate. {Con un fac-simile in fototipia), Palermo, Stab.
tip. A. Giannitrapani, 1906; 8^ pp. LIIM15.
È un'utilissima pubblicazione, condotta con sicura dottrina e buon
metodo. A p. V, l'egregio autore, che è benemerito bibliotecario della
Società siciliana di storia patria, avverte : « È giusto notare che col nome
di gabelle antiche si distinguevano nel secolo XIV le gabelle , che
provenivano dall'epoca nornianna, e che furono in parte modificate ed
— 359 -
accresciute sotto Federico Svevo, e mantenute dagli Angioini. Avevano
nome invece di gabelle nuove quelle stabilite (oltre le antiche) sin
dall'inizio del regno di Federico II aragonese pei bisogni della guerra,
e definite negli anni 1317 e 131S con speciali capitoli ». Nelle pp. VI-
XI illustra l'antica Pandctta di Messina^ di cui dà il testo nelle pp. 46-
64 ; nelle pp. XL-XLVIII illustra quella delle nuove gabelle, posteriore
i^il I355i di cui dà il cesto nelle pp. 84-92. Cfr. Arc/i., Vili, 1-2, pp.
151-4 (G. Arex.vprimo).
357. L.AURicELLA ANTONINO, / Tcscovì della chiesa agrigcn-
lina. Note storiche, Girgenti, Premiata stamperia Mon-
tes, 1896; 16" pp. 81.
Tra altro, parla del beato Matteo da Girgenti , che fondò a Mes-
sina il primo convento dell'osservanza ;pp. 31-32) e dei seguenti mes-
sinesi : Cesare Marnilo (pp. 37-Sj, Francesco del Pozzo (p. 401, Andrea
Lucchesi Palli (pp. 57-60), Saverio Granata (pp. 63-66), che in vario
tempo furono tutti vescovi della chiesa agrigentina.
358. Leanti Giuseppe, Ln Sicilia Jiel secolo XVIII e la poe-
sia satirito-biirlesca. ìolume I, Noto, Tipografìa Zam-
mit, 1907; 8", pp. X-224.
Questo pregevole lavoro , dedicato all'illustre poeta prof. G. A.
Cesareo , è frutto di ricerche amorose e si legge con vero interesse.
In moltissime pagine riguarda Messina.
359. Licata Lopez G. , A Messina. Cauto, Messina, Tip.
del Progresso L. De Giorgio, 1894 ; 8 ", pp. 3.
360. Lo Parco Francesco, L' amico duce del Petrarca nel
Trionfo d' Amore, in Pass, biblicgrafìca della Ictt. itcd.
Pisa, 1905, a. XIII, n. 11-12, pp. 332-5.
h'Atìiico duce non è Tommaso Caloria da Messina , né qualche
altro degli amici del Petrarca, già addidati dagli studiosi, ma Dante
Alighieri.
361. Marletta Fedele, La costituzione e le prime vicende
delle maestranze di Catania, in Archivio storico per
— 360 -
In Sicilia Orientale, Catania, 1904, a. I, fase. 11 111, pp.
?.54-8; 1905, a. II, fase. I, pp. 88-103; fase. II, pp. 224-33.
Nelle pp. 224-33 del fase. II del 1905 sono pubblicati i Capi/o/i
-
dell'arie della scia di Dfessina. « Alla pubblicazione di que.sti capitoli
avverte l'a. in nota, a p. 224 — sono indotto sii per t^iustifìcare al-
cune osservazioni, basate appunto su questo argomento; sia perchè
essi provano come i Capitoli , accordati da Alfonso alle Maestranze
Catanesi e probabilmente anche a quelle di altre città dell' Isola, ser-
virono per lungo tempo di schema ai capitoli de le singole maestranze
anche non catanesi ; sia infine ,
perchè ci presentano i rapporti con i
capitoli dell'arte della Seta di Catania ,
entrati in vigore nel 16S1 ,
e
che non credo pubblicare qui per intero, anche per la loro mole, li-
mitandomi a riportarne alcuni capi nelle note ».
362. Idem, Fn^.elliana , in Archivio storico per la Sicilia
Orientale, Catania, 1905, a. II, fase. HI, pp. 370 75.
Tra riproduce un breve elogio del Fazello scritto da Girolamo
altro,
Renda Ragusa autore di cento Elogia sicnloruìii qui iioslra vel no-
,
slronun n/enioria lileris flornerunt. D.'i quindi notizia di questo impor-
tante ms., esistente nella R. Biblioteca Universitaria di
Catania e regi-
degli scrittori siciliani elogiati, tra cui sono molti messinesi,
stra i nomi
come Alberto Piccolo. Andrea Cirino ,
Antonio Amico ,
Bartolomeo
Castello, Francesco Maurolico, Scipione Errico, Silvestro
Maurolico ecc.
363. Martino Luigi, Riordinamento dello Archivio prov. di
stalo e ritiro degli atti notarili, Messina, Tipografia
D'Angelo, 1907 ;
4", pp. XII 64.
Il Luigi .Martino, benemerito direttore ù&WArch. Provin-
sig. not.
ciale di Messina, pubblica l'indice alfabetico dei notari della città, non-
di tutti gli atti notarili esistenti nel
suo
ché le tabelle cronologiche
ufficio. Rende a questo modo un
segnalato servizio agli studiosi, che
nelle loro ricerche avranno d'ora in avanti
una pronta e sicura guida.
Cfr. Arch., Vili, i 2, pp. 157-8 l'G. Aren.vpuimoi.
364. M.AUCERi Enrico, Taormina, Bergamo, Istituto italiano
8" iìg., pp. 118. (Nella Collezione
d'Arti grafiche, 1907;
— 361 —
di monografie illustrate^ serie I: Italia artistica, di-
retta da Corrado Ricci, n. 28).
Cfr. Ardi., Vili, 1-2, pp. 162-3 (G. La Corte Caili-eri.
365. Maurolici Franciscus^ Tractatus per epistola in ad
l'etriNìi Gilliiuii de piscibiis siciilis. Coti ice ma mi anelo-
ris exarato Aloisius Facciola nntic prinmni edidit ,
Panormi, Apud Ignatium Virzì, 1S93; 8", pp. lo.
366. T^Iazzui.lo Luigi, Michele Basile, in L Crdinc di Mes-
simi, Messina, 12 Agosto 1907, a. 75, n. 156.
Elogio biografico di Michele Basile, fecondo scrittore siciliano, nato
a Santa Lucia del Mela nel 1832 e morto a Messina il 29 Luglio 1907.
367. Merkel Carlo, L'opuscolo « De Insulis niiper inven-
tis » del messinese Avicolo Scillacio , confrontato colle
altre relazioni del secondo viaggio di Cristoforo Co-
lombo in America. Memoria letta neW adunanza del 9
luglio 1896, Milano, Ulrico Hoepli edit. (Tip. Bernar-
doni di C. Rebeschini e C), 1896; 4", pp. 86 (Nelle 717f-
morie del R. Istituto lombardo di scienze e lettere.
Classe di lettere, scienze storiche e morali, voi. XX,
fase. 4).
Contiene: i. Introduzione, 2. Biografia di Nicolò Sci/lacio, 3. La
relazione « De insulis nuper inventis » 4. L'opuscolo « De insulis nuper
inventis » ; le lettere al duca- di Milano ed al vicecancelliere del re di
Spagna, 5. Metodo seguito neW esame della relazione, 6. Conclusione.
368. M1RAGLIA Giuseppe, L'elezione del console dei Genovesi
a Messina nel 1474. N'ota con un documento inedito. Pa-
lermo, Tip. C. Sciarrino (già Puccio), 1907 ;
S", pp. 8.
Pubblica l'atto del 5 luglio 1474 presso Notar M. Pagliarino, con
che parecchi mercanti genovesi, di ciascuno dei quali è riferito il nome
e cognome, convenuti nella Chiesa di S. Pietro dei Pisani , deposero
dalla carica di console dei Genovesi a Messina il sig. Antonio .Saccano,
dimostratosi inetto, ed elessero in sua vece il cavaliere Giovanni Stayti.
— 362 —
369. Idem, Per la storia dì Sicilia nei sccoU XV, XVI e XVII.
NotÌ2:ie biblingraficlie, Palermo ,
Tip. C. Sciarriiio (già
Puccio), 1907 ; 8^ pp. L'O.
Sono quattro Njtizìe, che si Is^^^gono con piacere, contenendo os-
servazioni utili. Nella r'^ notizia : Per la storia (iella prostituzione in
Sicilia (pp. 3-6) è pubblicato un curioso documento del i462 relativo
a una prostituta di Augusta, residente però a Messina ; nella z^ sono
corrette alcune sviste del prof. Bustico Stilla scuola di C. Lascaris a
Messina 'pp. 6-9) ; nella 3=^ A proposito d' un 'opera di F. ISIaurolico
(pp. 9-13 si discorre della traduzione latina della Cronica di Simone
Leontino, eseguita dal Maurolico e malamente stampata dal sac. V.
Vinci; nella 4=^ sono presi in esame gli Studi sulla rivoluzione nies-
sinese del Jój^-S ipp. 13-20) fatti da parecchi in questi ultimi tempi ,
sopratutto dal Guardione.
370. Idem, Note di criidisione dantesca Palermo ,
Tipogra-
fia A. Vena, 1907; 16", pp. 20.
Sono due. La \^ s'intitola: Per le varie edizioni delV elogio di
Dante scritto da F. Maurolico (pp. 5-9) ; la 2'^ : Alcuni scritti dante-
schi di Giacomo Rol ipp. 10-20).
371. NuNN.ARi F'iLippo, L'emigrazione nella provincia di Mes-
sina, Messina, Tip. Giuseppe Micale, 1906; 8," pp. 19,
con una tavola.
Considerazioni opportune e diligenti. Sconfortante è la chiusa, in
cui l'egregio prof. Nunnari dice che la cifra degli emigranti della pro-
vincia di Messina è elevata sempre « perdurando il peggioramento
economico , cagionato dalla distruzione dei vigneti con la filossera ,
dalla crisi agrumaria e dallo spostamento del suo porto » (p. 19).
372. OzzoLA Leandro, La Pinacoteca del iViiseo di Piacenza,
in La Rassegna Nazionale, Firenze, 1904, a. 26, voi.
136, pp. 209-16.
Tra altro, discorre anche della tavola di Antonello, rappresentante
Gesù Cristo alla colonna (pp. 209-10), poco prima illustrata da Giulio
Ferrari, // Botlicelli e r Antonello da Jì/essina del Musco Civico di
Piacenza^ Milano, Allegretti, 1903.
3*3. pACLiARo-liORDoxrt SALVATORE, Cniì//H'iìiìio (lilla .<fonn
itììiasindìiia per uso d.'ìle scuole, Catania, Tip. di i\Hio
Siracusa^ 190.3; 8", pp. 16.
374. Paterxò Castello Gio\a\.\'i, U/ki /avola dì Aj/ììcIo
di Cliirico pittore messinese, in Archivio storico per lei
Sicilia Orientale, Catania, 1907, a. IV, fase. 2, pp. 316-8.
Esistente a Catania nella cappella gentilizia di casa Paterno nella
Chiesa di S. Maria di Gesù.
37Ó. Perkox[ Graxde Ludovico, l'oci di venditori ambu-
lanti in Messina, in Archivio per lo studio delle tra-
dizioni popolari, Palermo, IO maggio 1905, voi. XXII,
fase. 3, pp. 408 13.
376. PiPiTOXE Federico G. , Di alcuni caratteri della lette-
ratura in Sicilia nella prima metà del sec. XIX, Pa-
lermo, Remo Sandron editore (Tip. del Giornale di
Sicilia, 1895; 16" pp. IV -95.
È un opuscolo garbato, eoa buone osservazioni. Interessa molto
anche Messina.
377, PiTRÈ Giuseppe, Delle feste patronali in Sicilia, in
Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, Palermo^
1900, voi. XIX, pp. 3-17 e 145 68.
Contiene frequenti accenni a Messina.
378. Idem, Ancora altri motti dialogati siciliani, in tìrchi'
via per lo studio delle tradizioni popolari, Palei-mo,
1900, voi. XIX, pp. 453-6.
Alcuni raccolti nella provincia di Messina,
379, Idem, Il pozzo di S. Placido {Messina), in Archivio
per lo studio delle tradii: ioni popolari, Palermo, 1901,
voi. XX, pp, 265 6.
Una delle Impronte vieravigliose in Italia, che l'illustre prof. Pitrè
va raccogliendo e pubblicando con l'aiuto di parecchi volentierosi.
3S0. [L)li^t, Il Paternostro di S. Gìntiaiio/\n Arcìiivio per lo
studio dette traeli.zioììi popolari, Palermo, 1902, voi. XXI,
pp. 3 10.
Tra altro, il Pitrè riferisce due versioni della provincia di Messina.
381. PiTRÉ Maria, Z.C feste di S. Rosalia in Palermo e del-
l' Assunta in Messina, descritte dai viaggiatori italiani
e stranieri. Appendice, in Archivio per lo studio delle
tradizioni popolari, Palermo, 1902, voi. XXI, pp. 250-69.
Delle F^sfe delLi Assunta s'incomincia a parlare a p. 262.
332. PozzoLiN'i Alfredo, In ineinoria di Gio. Batt. Iinpal-
tolueni. Discorso letto il d) 5 maggio 1907 in Roma,
Pisa, Tip. F. Mai-iotti, 1907 ;
8", pp. 28.
G. B. Impallomeni, illustre penalista, fu milaz^ese.
-383. PuLEjo Ettore, Sul piii antico aboo:zzo di grammatica
siciliana. [Da uno studio in preparazione su lei vita e
le opere di Claudio Mario d' Arezzo), in Atti e rendi-
conti dcir Accademia {lafnica di sciente, lettere ed arti
in Acireale, Acireale, 1899, voi. VI, anno 1898, pp. 1-21.
Interessa moltissimo la coltura a Messina nella prima metà del
sec. XVI, perchè le Osservxntii di la /iniqua siciliana, di cui il Pulejo
discorre, furono ispirate a C. M. Arezio , nativo di Siracusa , dalle
buone intenzioni di alcuni eruditi messinesi, riunitisi verso il 1540
col proposito di costituire un'accademia letteraria.
384. PuzzoLo Sigillo Domenico, Questioni garibaldine da
Giardini a Melito, in Gazzetta di Messina e delle Ca-
labrie, Messina, 1907, a. 45, n. 219.
385. Remora Capuano Francesco , Pagine d' albo. Scritti
varii, Messina, Prem. Stab. Tip. G. Crupi, 1907 ;
16°,
pp. 63.
Tra altro vi si leggono alcune sommarie ma garbate riflessioni
sopra // carnevale a Messina (pp. 25-S).
3S6. Siracusa G. H., Le ìììiiiìdliivc. clic illìt^lraiìo il Cai'-
UIC di Pietro d(t Eholi nel cod. 120 dell/' lìihlintcca di
Berna, in BolleUino dell' [>lilìt!o slorico ilalidiio, Roma,
1004, n. 23, pp. 113-Ó3.
Si legga la p. 141. ove sono descritti due disegni illustrativi del
porto e della città di JNIessina , sui (juali già avevano richiamato l'at-
tenzione dei messinesi il prof. V. Gian {Memorie nicssìuesi del tempo
svei'O. in Eros, Messina, 1900, I, 8-9, pp. 135-8) e l'avv. A. Mari iiìle-
Diovie messinesi del tempo svevo, in questo Arch., II, 1-2, pp. 139-40).
Ecco le p;irole del Siragusa : « Carta 27-120. Vi è rappresentato il
Farniìi, dove guizzano molti pesci, che occupa i margini superiore, si-
nistro e inferiore formando una grande E, la cui sporgenza interna ,
più in basso della metà, è formata dal Porrtits JJessaue. La nave dell'im-
peratrice si vede due volte, all'entrata del Faro e nel porto , dove la
regina discende a terra sorretta da una donna e ricevuta da un'altra
donna e da un uomo, la cui figura è sciupata assai e non si distingue
bene benché si possa scorgere che porta in capo un berretto a tre spic-
chi. In questo gruppo sta la leggenda molto sbiadita : Domina mundi
dixit : reperite {?) simiam. La lezione reperite è assai incerta. Non
mi pare di poter leggere , come il Winkelmann regem, sì perchè la
frase non darebbe senso e sì perchè giudicherei mitrano che l'impera-
trice, mettendo piede a terra, dicesse semplicemente : re seimia. Pa-
leograficamente poi, è vero che sulla e finale s'intravede un segno di
abbreviatura di m o di n, che potrebbe essere la continuazione di una
linea appartenente alla parola di sopra ; vi è però tra quella che al
Winkelmann parve una g e la ^ finale un'altra clie mi pare una /. Os-
servo , inoltre , che le parole che io leggerei : reperite simiam , sono
precedute dal segno § che quasi sempre precede le iscrizioni, e questo
potrebbe indicare il principio di parole messe in bocca all'imperatrice.
Nello spazio rimasto libero dalle tortuosità del Faro, è rapi)resentato
l'interno del palazzo di Messina {Messana sta scritto in alto fra le
torri), e là Tancredi in soglio riceve Costanza , cui porge uno scettro
con tre pallottoline, simile a quello che essa teneva scendendo dal pa-
lazzo di Salerno (e. 26-119). L'imperatrice, in piedi, tiene con la sinistra
il globo con la croce , ed è seguita da una donna ;
più a destra Elia
di Gesualdo, col suo berretto caratteristico, in piedi, si appoggia ad una
gruccia mentre un servogli parla. La leggenda spiega Quando doiìiii.a :
mundi ante Tancredum imperiose loquuta respondil. Cfr. Arch. Stor. per
la Sicilia orientale. Catania, 1904, a. I, fase. 2-3, pp. 367-9. ( L. La Rocca).
3S7. SrARRAiiHA R., CoìisncliuìiìiL e pn'vileo-ì (iella Ciità cìi
Messi ìKi, sulla fede di ini codice del XV secolo posse-
duto dalla Biblioteca Coiiiuiudc di Palermo, Palermo,
Scuola tip. del « Boccone del Povero », 1901 ; 8", pp.
XXXVl-3()3.
Cfr. Ardi, per lo studio delle iradizìoiìi popolari, Palermo, 1902.
voi. XXI, pp. 562-3 (G. PlTRK).
3SS. ToMASiNi Cesare, L'insegìicuneìito agrario nel presidio
militare di Messina, Messina ,
Tip. G. Crupi, 1907 ; 8%
pp. r^.
3S9. Vadala Celoxa Giuseppe, Le feste soleiiiii del Corpus
Domini nella città di Messina , 'Messina, Tipografia
San Giuseppe, 1906; 8", pp. 15.
Diligente descrizione.
390. ViTRioLi Tommaso, Fata Morgana, in Iride mamertina, \
Messina-Reggio, 1899, a. Il, n. 4, pp. 3 4.
Terzine dedicate a Felice Bisazza. Tommaso Vitrioli fu padre del
grande latinista Diego.
L. Perponi Grande
INDICE
Elenco dei Socii pcig. i
]fIoinorio :
Fazio Allmayep V. —
La Madonna Annunziata at-
tribuita ad Antonello da Messina nel Museo
di Palermo. Nuova attribuzione e determina-
zione dell' originale » 227
Oliva G. — Sinan-Bassà [Scipione Cicala) celebre
rinnegato del secolo XVI » 267
Pitpé G. — Una parola sul soggiorno di W.
Goethe in Messina » 37
Ruffo V. — Lotte della città di Patti per la sua
libertà e per la sua giurisdizione nel se-
colo XVII » SO-240
Sacca V. — Michelangelo da Caravaggio pitto-
re. Studi e ricerche » 41
Stpazzulla V. — La Sicilia e Messana , Reggio ,
Locri nelle due spedizioni Ateniesi ... » 167
Telluccinì A. — Contributo alla biografia di Fi-
lippo Juvara , architetto messinese ...» 1
]?Iiscellaitca :
Areiiapriiiio G. — Accordo fra il Senato di Messina
ed i Gesuiti per Io Studio Pubblico » no
ìd. — Statuti dell' Arte dei Ferrari e Calderai del 1538 » 304
id. — La morte di Mario Giurba » 30S
YtVL Corte-CaiUer <. — Documenti per la storia del-
1 'Arciconfraternita della Pace » 312
— 368 —
I>iizzol<»-.Sis-ilIo I). — Una materia di contendere nel
secolo XVIII ^,^^^^ „j.
Sacci» V. — La casa di Smeralda Caiefati Colonna? . » 309
l.a <'orle C'aìUer ii. — Per Antonello da Messina . » 139
iU. — Il Mausoleo « de Acuna » in Catania .... » 140
iti. — Studi su Michelangelo da Caravaggio e su Anto-
nello da Messina
» ,4^
ili. — Una Esposizione d'Arte antica Messinese. . . » 145
ili. — Pel riordinamento deL Museo » 147
— Un'antica storia di Sicilia
i<l.
» 14S
— Onoranze al Prof. Salinas
ili.
» ,48
— Una moneta antica di Messina
ili.
» 149
— Pei Mille di xMarsala
ili.
» 149
— In Memoria del Cardinale Guarino
ili.
» 150
O. «. — Un altro lettore dell'Ateneo messinese? » . . 136
— Per la storia di Barcellona
i<l.
» i :;6
— Stretto o Faro di Messina?
i<l.
» 136
— L'antico Cenobio di S. Placido Calonerò ...»
ili.
137
— Per alcune .xilografie messinesi
irt.
» 137
.... — L' Omaggio della Società di Storia Patria al Re
d'Italia ^^
330
. • .
.
— Le lapidi commemorative » 331
. . . .— Altre lapidi nei locali della Società Operaia . » 339
Ciio.siiè Carducci ,> j^^
Rassegna bihliogralica :
Briiiielli E. —
Un quadro di Antonello da Messina nella
Pinacoteca di Palermo (G. Arenaprhuo) » 155
Brevi cenni sulla origine, scopo , vicende e stato attuale
del Pio Stabilimento Collereale in Messina (G. La Corte
Cailler) ,> ,_^
Il « Cicerone » per la Sicilia. Guida [G. La Corte-Cailler) » 163
— 869 —
Oc L.ue:i 1*. — I Liberatori {F. Sacra) pa^^. 344.
Vavara A. — Canti della Terra e del mare di Sicilia
{G. La Corte-Cailler\ » 350
l-^jnocchiaro-Sarturiu A. — La dote di paraggio nel
Diritto Siculo. \C. La Corte-Cailler) » 166
esimiti A. — Quistioiii Mauroliciane (G. A re imprimo) » 156
Cìuttarolo G. — L' Archivio Notarile distrettuale di
Messina {G. Areìiaprimo) » 15H
Ij» niaiitia G. — Le Pandette delle Gabelle Regie anti-
che e nuove di Sicilia nel secolo XIV (G. Areuapriino) » 151
9Ian«ìui A. — Codice» Graeci Monasterii Messaiiensi S.
Salvatoris descriptis (G. 0.\ » 346
3Iartiiio L,. — Riordinamento dello Archivio Provinciale
di Stato e ritiro degli atti notarili (G. Areiiaprimo) . . » 157
Mauccri E. — Sicilia Ignota. (Monumenti di Miiitelio,
Piazza Armerina ed Aidcne\ (G. La Cortc-Cailler) » 160
id. -- L'arte in onore di S. Agata in Catania (
ò*. La
Corte-Cailler' » 160
id. — Taormina 1 (7. La Corte-Cailler) » i6»
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DG Archivio storico messinese
975
M53A8
anno 7-
8
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