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LA LUCE Massimo Scaligero

Il documento tratta il tema della Luce come metafora della conoscenza e dell'esperienza spirituale. L'autore sostiene che l'uomo deve risvegliare la Luce interiore attraverso pratiche come la meditazione per accedere a livelli più profondi di comprensione del sé e del mondo.

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LA LUCE Massimo Scaligero

Il documento tratta il tema della Luce come metafora della conoscenza e dell'esperienza spirituale. L'autore sostiene che l'uomo deve risvegliare la Luce interiore attraverso pratiche come la meditazione per accedere a livelli più profondi di comprensione del sé e del mondo.

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Massimo Scaligero

LA LUCE
INTRODUZIONE
ALL'IMAGINAZIONE CREATRICE

Prefazione di Pio Filippani-Ronconi

EDILIBRI
TUTTI I DIRITTI RISERVATI

ISBN: 88-86943-31-8
© 2005 by A.C. Fondazione Massimo Scaligero- Roma
Per l'edizione:
© 2005 by Edilibri srl, via Vincenzo Monti 28- 20123 Milano

PRINTED IN ITAL Y
Finito di stampare il mese di luglio 2005
Stampa: Monotipia Cremonese, Cremona
Legatoria: Vergani, Cormano (MI)
INDICE

Prefazione di Pio Filippani Ronconi 7

LA LUCE.
INTRODUZIONE ALL'IMAGINAZIONE CREATRICE

I - Il lievito della luce: la tenebra 15


II - Il pensiero di luce della Terra 25
III - Gli Ostacolatori: la medianità 33
IV - Il calore metafisico 43
V - La vita della luce. La libertà 49
VI - Del pensiero libero dai sensi 65
VII - La meditazione come via all'imaginazione creatrice 73
VIII - Il “pensiero pensante” 83
IX - Dialettica e Scienza dello Spirito 91
X - Il volere magico. Il “vuoto” 109
XI - La Soglia 129
XII - Resurrezione della luce 141

Indice-glossario dei termini indiani 147


Alla memoria fraterna
di Andrea Rulli e Livio Patrizi,
indimenticati compagni di una
stagione piena di luce e fervore
(L'Editore)
PREFAZIONE

Quest'opera, apparentemente aforismatica, affronta il


problema cruciale dell'uomo moderno che, essenzialmente, è
un problema conoscitivo: quello dell'esperienza del mondo e,
contemporaneamente, dell'autocoscienza dell'Io. Problema che
M.S. affronta nei termini di una metafisica della Luce la quale,
se da una parte, si fa sostanza del mondo dispiegandosi nel suo
apparire, dall'altra, si attua come essenza cosciente del
pensiero, quindi della percezione, che lo afferra come oggetto.
Si tratta dei medesimi due termini che, tanto per fare un
riferimento tradizionale, il Tantrismo del Kashmir individua in
prakõsa, “luce-apparizione”, e vimarŝa, “pensiero-
consapevolezza”, che costituiscono i due poli fra i quali si tesse
la dialettica dello Spirito-verbo nelle fasi di discesa entro
l'opacità della sostanza, allorché si rapprende come materia
intrisa di Tenebra, e di risalita al mondo degli archetipi,
attraverso il pensiero dell'uomo, che essenzialmente è
coscienza auto-luminosa, perché consapevole di sé medesimo e
perché contiene il significato di tutta la Realtà. Mediante
questo processo si attua la ricreazione del mondo, di cui l'uomo
è attore e causa finale allo stesso tempo, poiché è per Lui che
sussiste la dimensione intellegibile di tutte le cose, la quale è
pura Luce. Ne consegue che la reintegrazione dell'uomo alla
propria essenza immortale o, detta all'indiana, la “liberazione”
(mokŝa o mukti), costituisce il fine ultimo dell'Universo di cui

7
La Luce

l'Uomo è sintesi e centro: l'Universo sussiste in quanto l'Uomo-


verbo se lo rappresenta, secondo i diversi gradi della
conoscenza, realizzando la propria identità con esso, mediante
un atto di intima volontà che è intuizione del proprio essere.
Non si tratta, però, di un enunciato teoretico, quanto di un
compito realizzativo che mira al riaccendersi della Luce
nell'anima dell'uomo, di là dal pensiero astratto correlato alla
percezione puramente materiale della “res extensa”, che
illusoriamente si riflette nella molteplicità degli oggetti, dinanzi
all'unicità dell'atto di pensiero. Questa lysis postulata
dall'Autore implica la realizzazione di un compito ascetico:
quello di attualizzare mediante le discipline della
concentrazione, meditazione e contemplazione pura, quella
Luce intima al pensare, indi al sentire, infine al volere, che
nell'esperienza contingente del mondo viene distrutta affinché
sorga il mondo irreale delle forme, a cui l'uomo si lega
mediante la brama. Di là dalla conoscenza sensibile, a cui
l'uomo accede mediante il pensiero privo di vita, astratto, si
pone la conoscenza immaginativa, in cui si penetra nel
percepire il tessuto etéreo di luce che nella durata, non nel
tempo cronologico fondato sull'esperienza del passato, regge i
processi di vita. Ad essa segue l'esperienza inspirativa, per cui
si sperimenta la dimensione-suono, cioè di vocalità pura, della
Realtà, trascesa, questa, da quella intuitiva, che si attua per
identità immediata, come calore, puro movimento della Luce di
là dal tempo e dalla durata, che converge verso l'uomo dai
confini dell'Universo come volere cosmico. La libertà,
pertanto, non riguarda il volere od il sentire che, in un certo
modo, investono l'uomo, bensì il solo pensiero che, proprio per
la sua astrattezza, per il suo esilio dal mondo divino-spirituale,
consente all'Io dell'uomo moderno quella libertà che gli era
negata allorché obbediva alle possenti suggestioni che
8
Prefazione

giungevano alla sua anima dal mondo spirituale.


L'uomo, pertanto, deve volere la Luce, facendola risorgere
dal limite di tenebra (il barzakh dei filosofi di Persia) in cui si
annienta, per consentire l'apparizione di un mondo
perennemente alieno rispetto allo spirito di chi lo contempla.
Questa volontà significa per l'uomo sperimentare la morte,
onde realizzare le forze di vita che, durante la esistenza terrena
conosce solo nei loro effetti sensibili; durante la vita, infatti,
vede ciò che in realtà è tenebra, grazie alle forze di luce che in
essa si estinguono. Questa morte in vita, questa esperienza
della Realtà secondo il suo negativo, secondo il vuoto, che
toglie alla coscienza gli appoggi sensibili, è la Iniziazione.
Questo compito ascetico, che è implicito nella teoria esposta
da questa opera ha, in sostanza, il fine di sperimentare la Terra,
penetrandola noeticamente, quale l'ente spirituale vivente che
Essa è, di là dal limite del “misurato-pesato-diviso” proposto
dalla Scienza, il cui valore positivo - negato accanitamente
dagli “Spiritualisti” - risiede proprio nella contemplazione
disinteressata del mondo sensibile: disinteresse che è il
prodromo della vera libertà. Nell'Opus Regale che l'uomo
nuovo è chiamato a compiere, lo stesso minerale - oggetto
finora di una Scienza che, obiettivandolo, si limita codificarne
la parvenza - si discioglie dal suo rapprendimento fisico per
ridiventare calore puro, quello medesimo che l'uomo
sperimenta, inverso, nel calore biologico e, direttamente come
moto incorporeo animante il pensare.
Lungo la via additata da M.S., l'uomo comincia a
sperimentare l'elemento di luce entro la percezione sensibile,
che prima si estingueva nel dato sensibile, liberando il pensiero
dal supporto fisico del cervello che lo provvedeva
dell'astrattezza necessaria ad avere un'immagine fisica del
mondo. Inizia così a realizzare un tipo di pensiero
9
La Luce

immaginativo, la cui sede propria è il mondo eterico, l'ambito


in cui la Luce si manifesta come Vita del Mondo e “la Vita
come Luce degli Uomini”. Il pensiero, reintegrato alla sua
natura luminosa e résosene consapevole, attua la propria
libertà, questa volta, come penetrazione del suo essere vitale
eterico entro il mondo sensibile, che viene così liberato
dall'incantamento materiale e ridiventa significato di Luce.
Così pure, sul sentiero dell'Iniziazione, il sentire si scioglie
dalla pressione delle emozioni e passioni soggettive sostanziate
di brama o repugnanza e si restituisce alla sua natura di pura
vocalità, di mantra, cui è propria la esperienza inspirativa. La
virtù eterica della Luce promanante dal pensiero puro muove,
in tal modo, incontro alla Luce che da ogni punto del Cosmo
converge verso l'uomo ricollocandosi coscientemente nello
scenario della sua presenza, che è il mondo.
Il tema fondamentale dell'opera, attorno a cui si ordinano i
suoi dodici capitoli, è quello dell'essenza intuitiva del pensare,
in cui opera il principio della Luce, che è idea. L'uomo si serve
della Luce, con cui guarda il suo riflettersi nella tenebra, che
gli appare come mondo oggettivo, ma non la possiede né si
accorge che fuori di sé è la Luce, o Lògos, a dominare la
tenebra, conferendo significato al mondo delle forme che da
questa emergono. La conoscenza, quindi, è un ritrovarsi
dell'uomo nel cuore della tenebra, ricongiungendosi alla Luce
che su di essa domina. Come il Figlio nasce dalla Vergine, così
il linguaggio - prolungamento del Verbo di qua dalla soglia
umana - nasce dall'Anima del Mondo ed anche nelle sue forme
minime è pur sempre una risonanza della Parola cosmica.
Molto importante, a tale proposito, è la parte psicologica e
cosmologica (pp. 25) in cui si stabilisce, in base a premesse
metafisiche, il rapporto fra l'uomo e l'Universo, di cui egli è la
forma contratta nel corpo, e le funzioni dei suoi organi riguardo
10
Prefazione

all'economia dell'Universo, che è teleologicamente ordinato


rispetto a lui. Così pure viene trattata la dottrina dei quattro
Eteri, del calore, della luce, del suono e della vita, forme a
priori della sostanza primordiale nel farsi materia di percezione
e di edificazione del mondo. I pensieri, le emozioni e le
volizioni dell'uomo risuonano in tutto l'Universo a cui sono
omogenei. Pertanto l'opera resurrettiva dell'uomo, che l'A.
riassume nei capitoli VII-XII, ha una funzione necessaria e
catartica su tutti i piani dell'Essere e in tutte le gerarchie della
realtà. La Iniziazione, quindi, cessa di essere un libito magico e
si rivela come necessità morale dell'uomo, che, aggiungiamo
noi, è il “Salvatore Salvato” di sé e dell'Universa Realtà.

Pio Filippani-Ronconi

11
La Luce

12
Prefazione

LA LUCE
INTRODUZIONE
ALL'IMAGINAZIONE CREATRICE

13
La Luce

14
I

IL LIEVITO DELLA LUCE: LA TENEBRA

La luce che illumina le cose è soltanto un simbolo.


Sul punto di vedere la luce, l'uomo la perde. Il suo perderla è
ciò che egli vede come luce.
La luce che egli crede vedere è la luce che per il suo vedere si
annienta.
Egli è sempre sul punto di vedere la luce: perciò vede le cose.
L'uomo non può vedere la luce, perché guarda le cose mediante
il morire della luce. Non può percepire la luce, perché crede
vedere le cose, ma le vede perché rivestite della luce, che non
vede. Vede forme e colori e crede di vedere le cose, ma vede
soltanto il loro apparire mediante la luce che in lui si annienta.
La luce è l'essere segreto delle cose e degli enti. La materia
essenziale delle cose è la luce. Ma la materia essenziale, matrice
spirituale di tutto ciò che appare, non è la materia che appare.
La materia che appare è luce caduta: il cadavere della luce. Lo
stratificarsi della luce caduta.
Perciò la materia è la tenebra: la tenebra ovunque dominata
dalla luce: fuorché nell'anima dell'uomo.
La luce incontra nella materia i gradi della sua caduta e in ogni
punto si dona e si estingue per la resurrezione di ciò che cadde.
Le cose illuminate dalla luce del sole sono le cose sul punto di
riaccendersi della originaria luce.
Ma la luce riflessa dal mondo nasce come luce per l'occhio
15
La Luce

dell'uomo. Nasce, per morire. Muore ogni volta, tuttavia, in


quanto nasce.
A questa nascita egli deve volgersi, perché avviene nell'intimo
della sua anima: nell'essenziale pensare, nel pensiero indialettico.
Nel percepire puro.

L'uomo guarda sempre la luce, guardando le cose, i minerali, le


piante, gli esseri vivi, ma non vede la luce, bensì la tenebra in cui
la luce dispare.
La tenebra che assorbe la luce, la tenebra in cui la luce
sparisce, non è più la tenebra, bensì il giuoco della luce per
l'anima. La quale nell'occhio afferra i colori e le forme del mondo,
la struttura dell'essere.
Non solo i colori, ma anche le forme del mondo sono il giuoco
della luce nella tenebra.
Ogni forma di cosa o ente è la materia che tende a risorgere
come luce e perciò si dà come idea: che non si ha la forza di
accogliere come idea, perché l'idea è avuta solo come astrazione.
Non si sa avere come sorge, vivente.
Le cose, il mondo, gli enti appaiono, perché si vestono di luce,
ma questo vestirsi è l'incontro della luce dell'anima, mediante
l'occhio, con la luce della materia: ricostituirsi della luce prima,
come fatto della coscienza, a cui manca la coscienza della
presenza del principio di luce.
Perché l'uomo non vive nell'Io, ma nell'anima: si appella di
continuo all'Io senza esserlo: ha la sua luce, ma riflessa. Mentre
egli è in sé il sorgere della luce, e nel riflesso perde la vita della
luce.

16
1 - Il Lievito della Luce: la Tenebra

Il guardare dell'uomo è sempre un guardare la luce.


Tutto ciò che dell'essere del mondo gli giunge mediante lo
sguardo è un risorgere della luce, è di continuo il momento del
risorgere della luce: onde l'uomo vede le forme e i colori. Non la
luce.
È il risorgere che l'uomo non incontra direttamente con la luce
del volere, bensì con la mediazione dei sensi in cui la luce del
volere è inversa: con il moto della natura: onde quel risorgere si
traduce in sensazione, in rappresentazione. Che è sempre il morire
della luce.
Ogni volta la luce che è sul punto di risorgere, muore. Muore
come luce del mondo.
L'Io dovrebbe essere desto come io individuale, sino a non
necessitare di tale morte per esistere: dovrebbe percepirla per
intuire la vita che perde.
Tutto ciò che muore, ha la forza di morire: non è l'annientarsi
della forza. II morire non può darsi se non per un diverso
esprimersi della forza. Per il soggetto che la sperimenta.
L'annientarsi non è morire: è soltanto il trasferirsi di ciò che
non giunge ad essere, in quanto in una data condizione non può
manifestarsi con pienezza: onde il suo essere si attua lasciando
quella condizione: sciogliendosi da quel determinato stato. Ma è
l'opera che si attua per un soggetto: un annientarsi fuori di lui non
potendo avere senso.
È la via al “vuoto” e al silenzio: all'annullamento di ciò che
impedisce il moto della luce.
Perciò il morire è sempre il fluire ulteriore della vita: per l'Io
che, dimentico di avere in sé il principio della vita, teme
illusoriamente la morte: deve conoscere la morte dell'“irreale” a
cui nell'anima si vincola, per conoscere se stesso: per conoscere
come reale ciò che non muore.

17
La Luce

Soltanto ciò che non muore può contrapporsi alla morte.


La morte è il senso reale della vita. Essa non può essere
conosciuta da ciò che non ha vita cosciente. Il principio della vita
può sperimentare se stesso soltanto mediante la morte, in quanto si
percepisca di qua da ciò che muore e perciò conosca il morire,
senza morire.
Sulla terra, soltanto l'Io dell'uomo può sperimentare la morte.
L'uomo, per sperimentare le forze della vita, per ritrovare la
vita che durante l'esistenza non percepisce, ma conosce solo nei
suoi effetti sensibili, deve sperimentare la morte. Per comprendere
che ciò che muore non è lui, ma il supporto del suo essere che non
muore.
Deve attraversare la tenebra, portarsi oltre tutta la tenebra per
conoscere la luce, di cui durante la vita ha soltanto ciò che gli è
riflesso dalla tenebra.
L'Iniziazione procede attraverso serie di momenti di morte,
oltre i quali l'iniziato risorge: sono processi di vita che si tolgono
come appoggi alla coscienza, perché questa resista al suo
precipitare nel nulla, attingendo a incorporee forze di vita:
attingendo all'Io che ogni giorno essa è e senza cui non sarebbe.

Tutto il soffrire dell'uomo è non vedere la luce, pur sapendo


che la luce illumina il mondo.
È la luce non veduta. Egli non vede la luce, ma sa che essa
illumina il mondo, altrimenti egli non vedrebbe le cose, le forme e
i colori della terra.
Crede di vedere la luce, non sa di non vederla: non sa che il suo
soffrire è appunto il non vederla, credendo vederla quando guarda
il mondo. In realtà la imagina, la pensa, la suppone.
18
1 - Il Lievito della Luce: la Tenebra

Egli vede la luce del sole solo nel suo manifestarsi luminoso e
calorico: non la vede veramente come luce.
La luce invero è idea: imagine pura. Imagine di un'essenza che
ogni volta affiora nell'anima, quando lo sguardo percepisce le cose
illuminate.
In quanto i sensi colgono il morire della luce, sorge nell'anima
l'imagine della luce, che è la luce sul punto di donarsi. Ma l'uomo
non vive la vita dell'anima, bensì ciò che egli di tale vita ha come
sensazione e coscienza dialettica: perciò non avverte l'accendersi
della luce nell'anima. Si arresta al riflesso, all'apparire del mondo
a cui dà forza di realtà.
Nel tradurre in valore di realtà il riflesso della luce nel mondo,
nel convertire in pensiero il riflesso sensibile della luce, l'uomo si
oppone alla vita della luce: opera secondo la tenebra.
Non sperimenta la luce, se non apponendole la tenebra.
La tenebra opposta alla luce è il mondo dei sensi assunto come
reale.

La luce, senza l'opposizione della tenebra, non potrebbe


suscitare i colori. Questi nascono per l'uomo la cui essenza è la
luce, da lui non veduta, perché la sua coscienza ha come supporto
la tenebra.
I colori non sono variazioni o aspetti o frazioni della luce: essi
sorgono dall'incontro della luce con le tenebre. Poiché l'uomo è
presente a tale incontro.
Il rapporto tra luce e tenebra si svolge nell'anima umana. Senza
il supporto della tenebra non si avrebbe la luce del giorno, ovvero
la serie delle cose illuminate dal chiarore del sole. Il penetrare
della luce nella tenebra terrestre, nella sfera sensibile, rende
visibile il giorno all'occhio dell'uomo, che non sa cogliere la luce
come forza invisibile. Se sapesse coglierla, percepirebbe in sé la
19
La Luce

sapienza da cui emana la luce. Una luce per la quale egli ancora
deve formarsi l'organo di percezione.
La luce che egli crede vedere è soltanto il simbolo della luce
vivente. Infatti è morente.
Luce morente nella tenebra, perché soltanto nell'ambito della
tenebra può giungere all'uomo.
L'uomo deve percepire le manifestazioni sensibili della luce, in
cui la luce si estingue, per risalire all'imagine della luce: imagine
che nel suo essere viva è il tessuto della luce.
In realtà l'uomo non percepisce la luce, ma soltanto la tenebra,
o la tenebra assorbente la luce.
In varie forme vede la tenebra grazie alle forze della luce, ma
non conosce queste forze, non vede la luce: se la vedesse,
potrebbe penetrare la tenebra, perché non v'è tenebra opposta alla
luce fuori del contingente percepire e rappresentare dell'uomo.
Ciò che s'imprime nella sua anima come sensazione è soltanto
la forma dell'elemento tenebroso del mondo: che esige da lui vari
gradi del vincolarsi e dell'estinguersi della luce, per farsi
conoscenza.
L'iniziale conoscenza che si dà grazie all'estinguersi della luce,
non è la luce, bensì soltanto l'imagine, o il riflesso: la dialettica.
Che ha la virtù di configurarsi passivamente secondo il giuoco
della tenebra, non di penetrarlo. Il riflesso appartenendo
comunque al campo di forza delle tenebre: come imitazione della
luce, operante nel mondo con la forza di necessità della luce.
Lo splendere della luce, il suo divenire vita, implica una
reversione o rovesciamento del moto ordinario dell'anima, o della
conoscenza riflessa. Il riassorbimento del riflesso: perché il
riflesso è sempre la tenebra che afferra la luce: il movimento
dialettico.
L'afferra soltanto nell'anima dell'uomo attraverso il risonare in
essa dell'ordinaria esperienza dei sensi. Mentre fuori dell'uomo la
luce incalza e domina la tenebra.
A questo movimento deve aprirsi l'uomo: il suo aprirsi essendo
20
1 - Il Lievito della Luce: la Tenebra

già il moto della luce. È il movimento intuitivo - prima delle


parole - del pensiero, in cui opera il principio della luce.
L'Io che egli è senza ancora sapere di esserlo.

La tenebra non è il nulla, o il vuoto, o l'assenza della luce,


bensì la forza opposta alla luce.
Priva della luce del sole, la materia emana la sua luce inversa,
che è la luce nera: la tenebra, presente anche durante il giorno, ma
non visibile.
Se la tenebra fosse il nulla, l'uomo non vedrebbe il buio: non
avrebbe la percezione dell'oscurità. La tenebra gli sarebbe
invisibile.
Invece egli vede l'oscurità: che è l'oscurità della sua anima
proiettata nel mondo.
La tenebra dell'anima è la dipendenza dell'anima dalla
corporeità per il suo sorgere come coscienza terrestre.
Il supporto fisico impronta l'anima. L'anima viene privata della
luce, onde vive per la vita sensibile nella quale coglie soltanto
l'estinguersi della luce.
L'anima è immersa nella tenebra. Della luce ha solo l'imagine:
il riflesso, che non ha potere di vincere la tenebra.
Onde, mancando la luce del giorno, vede soltanto la tenebre:
emanante dalle potenze della terrestrità.
Ma la vede perché ha in sé la luce. La luce che nelle ore
notturne egli può contemplare, perché l'assenza del sole fisico e
del suo sensibile irraggiare è virtualmente in lui presenza del sole
spirituale.
È la funzione della tenebra: arrestare la luce visibile, che non è
la luce, ma il suo riflesso: onde virtualmente apre il varco alla vera
luce. Che è il segreto della materia.
Ciò che trattiene la tenebra lascia passare la vera luce: per chi
21
La Luce

sia cosciente e colga in sé il movimento della luce.

L'oscurità veduta è già la tenebra illuminata: perché qualsiasi


guardare dell'uomo è un movimento della luce dall'intimo
dell'anima.
Tale luce di continuo si estingue. Ma non potrebbe estinguersi
se non ci fosse: se di continuo non fluisse.
L'irraggiare della luce nell'uomo per ora è possibile soltanto
come un morire della luce. Muore per investire la tenebra.
Ciò avviene soltanto per l'uomo.
Fuori dell'uomo la luce domina la tenebra. La tenebra è vinta. Il
Logos ha posto limiti alla tenebra.
Tuttavia la tenebra assorbe la luce, fa suo il giuoco della luce,
si veste di luce, nell'anima dell'uomo.
Soltanto per l'uomo è possibile il morire della luce nell'ambito
della tenebra.
L'uomo che guarda il buio, lo guarda con le forze della luce.
Ma non ha la possibilità di penetrare la tenebra, perché non
possiede la luce con cui guarda.
Guarda la tenebra e la vede: non sa perché la vede come
tenebra.
La tenebra gli vive dinanzi come simbolo della tenebra
dell'anima, dalla cui profondità pur gli sorge la luce con cui può
guardare la tenebra.
Onde la tenebra, indicando più realmente che la luce del giorno
la condizione dell'anima, talora può essere l'ambito della
contemplazione e del silenzio.
Non v'è contemplazione che non debba attraversare la tenebra.

22
1 - Il Lievito della Luce: la Tenebra

La tenebra guardata è già l'accendersi della luce, incon-


sapevole all'uomo. Il guardare di lui è sempre il moto della luce,
ma della luce che si accende là dove non può che morire.
Vive nel momento in cui muore: altrimenti non vivrebbe. Non
si darebbe all'uomo, se non si accendesse per spegnersi. Il suo
lampeggiare per morire è la continua ricerca del segreto vero delle
cose, che attraverso le sensazioni e il pensiero, attraverso il godere
e il soffrire, egli persegue: ininterrottamente evocando la vita,
cercando la vita, e perdendola. Perché ogni movimento è la
brama, o il giuoco della tenebra mediante luce.
Può giungere al vero segreto delle cose soltanto l'uomo capace
di accendere in sé la luce che per irraggiare non abbia bisogno di
essere riflessa: perché, comunque riflessa, è riflessa dalle tenebre,
dal supporto corporeo. È la luce che perde il suo calore: non ha
potere di vita.
La tenebra non è soltanto l'oscurità della notte: da questa
l'uomo trae l'imagine della tenebra e chiama buio ciò che
contraddice la luce.
Ma la tenebra che l'uomo imagina traendo l'imagine
dall'oscurità della notte, è condensata e solidificata nella materia
delle cose, nella materia di cui è strutturata la terra.
La materia infatti è la luce caduta: la luce arrestata nella sua
caduta dalle forze creanti della luce.
La percezione della materia è la luce del pensiero che incontra
la luce caduta: la incontra perché può guardarla illuminata dal
sole.

23
La Luce

24
II

IL PENSIERO DI LUCE DELLA TERRA

La luce originaria, mediante la potenza del sole, s'irradia nel


mondo, illumina le cose.
Nell'anima dell'uomo irraggia come pensiero. Ma egli non ha
l'elemento vivente dell'anima: riceve, non sperimenta viva la luce
del pensiero: per conoscerla deve averla riflessa: deve opporle la
tenebra corporea.
Per avere il pensiero, deve distruggere la vita: che è l'originaria
vita del pensiero divenuta struttura corporea.
L'organo corporeo del pensiero è lo schermo che riflette la luce
come pensiero, in quanto ne tiene la vita. Questa si contrappone al
pensiero: che per determinare se stesso ogni volta deve
annientarla, non recando in sé la vita che fuori del corpo è
parimenti sua e del corpo.
L'uomo accoglie in sé la luce, ma non la percepisce
direttamente, finché assume come verità il suo riflettersi: finché
per acquisire coscienza di sé deve dipendere dall'organismo fisico,
ossia dalla tenebra, in sé dominata dalla luce, ma opposta alla luce
nell'anima.
La tenebra non è l'organismo fisico, ma il proiettarsi dell'essere
sensibile come esclusivistico valore nella coscienza, mediante
l'organo cerebrale: l'assurgere spirituale della fisicità, per via
dell'organo cerebrale che afferra la vita del pensiero: che il
pensiero deve distruggere, se vuole ricrearla come suo
25
La Luce

movimento, penetrante la tenebra.


Sempre l'uomo oppone la tenebra alla luce, perché non
distingue la luce dal riflesso. È la ragione del suo soffrire, del suo
essere irretito nel giuoco dei riflessi del mondo, che acquisisce
potenza di realtà: onde tutto da lui è veduto secondo l'illusorio
riflettersi: tutto, persino lo spirito, persino Dio.
È la dualità propria al percepire sensorio, non al pensiero,
proiettata ma non ravvisata dal pensiero come un limite a se stesso
e proiettata in ogni rappresentazione e concezione. È la dualità
proiettata su ciò che è essenzialmente unito.
L'uomo tende alla luce. Un tempo questa tensione era
sufficiente a condurlo alla luce, perché egli non traeva la
coscienza di sé dal supporto corporeo, bensì dall'immediato fluire
della luce nel supporto. Nel quale essa cessò di fluire quando la
coscienza si andò identificando con l'organo cerebrale: ostruì il
fluire della luce. L'identificazione non fu soltanto il poter
conoscere la luce unicamente come riflesso (Lucifero), ma altresì
il subire il giuoco della tenebra rivestentesi della luce (Ahrimane).
Onde chi oggi cerchi nella corporeità la circolazione della luce
secondo il canone di antiche ascesi, viene afferrato dalle correnti
tenebrose fingenti la luce.
La tensione verso la luce oggi esige dall'uomo l'uso metafisico
della chiarezza di coscienza che egli trae dalla esperienza del
mondo fisico: che è l'obiettiva esperienza del riflesso della luce.
Ogni pensiero dell'uomo è la luce perduta.
L'universo pensa nell'uomo, ma l'uomo individua il pensiero.
Per averlo come proprio pensiero, lo riduce alla forma richiesta
dalla corporeità: che lo isola dall'universo. Onde l'universo è
veduto come un mero mondo fisico.

26
2 - Il Pensiero di Luce della Terra

La luce che illumina la materia non è la pura luce, bensì la luce


che cade anch'essa: cade nel sensibile perché l'uomo veda nel
sensibile.
Ogni luce che illumini gli oggetti del mondo è luce caduta:
onde essi, rappresentati e pensati, sono il riflesso del riflesso: la
serie dei simboli che vanno duplicemente penetrati perché il loro
senso si riveli.
Gli oggetti del mondo si vedono, perché la luce originaria, che
è luce di vita, estingue la sua vita nell'illuminare il mondo affinché
l'occhio dell'uomo veda.
Così la luce del pensiero perde la sua vita per riflettere gli
oggetti del mondo.
La percezione e la rappresentazione celano il segreto della luce,
che l'uomo accoglie senza avvertirlo, mediante il morire della
luce. Il mondo fisico nella sua molteplicità è una serie mistica di
simboli, che non va congelata nel suo apparire: non va
dialettizzata.
Le connessioni logiche sono necessarie all'uomo che accetta e
tende a mantenere quale è la molteplicità, che è il cadavere della
luce, dandole organicità e parvenza di vita mediante la riflessità
del pensiero: l'altra forma dell'estinguersi della luce.
Le connessioni logiche non sono la verità. La loro verità è la
coincidenza delle forme morte della luce: nell'anima dell'uomo e
nel mondo. Vera è soltanto la vita che connette ciò che nella logica
risulta connesso: la vita della luce che si estingue, respinta per la
utilizzazione del suo morire, onde non sia conosciuta la sacralità
dei simboli, ma consacrato il loro morto apparire.
Senza la vita della luce, nessuna connessione logica sarebbe
possibile: è possibile grazie all'estinzione della luce.
Ma ogni pensare nel percepire è il principio della
ricongiunzione della luce originaria con la luce caduta: il virtuale
superamento della dualità correlativa al percepire sensorio e
27
La Luce

dominante il pensiero inconsapevole della propria luce.


La dualità è il giuoco della tenebra nel pensiero.
È la dualità non superata da alcun illusorio o astratto monismo:
la dualità a cui si deve ogni realismo opposto allo spirito: fisico o
metafisico, ahrimanico o luciferico. In cui è sempre perduta la
realtà del mondo fisico e del metafisico.

L'uomo deve pensare con limpidezza. La limpidezza è l'onestà


recata nel pensare.
Il pensare limpido scopre l'unità della luce.
Una sola forza affiorante dal sole si manifesta come luce nel
mondo e come pensiero nell'anima dell'uomo.
L'uomo concepisce la luce e chiama luce il radiare dello spirito,
perché, guardando la terra rivestita dello splendore del sole, si fa
un'imagine della luce.
Ma la luce è una: incorporea nel mondo e nella forma corporea
dell'uomo.
Questa luce va ritrovata: perché solo essa è l'intima ragione
delle ragioni e delle argomentazioni dell'uomo. Solo essa, una nel
mondo e nell'uomo, può superare la tenebra che frantuma e
rifrange la luce, sempre opponendo il riflesso alla luce.
Il ritrovare la luce una, dalla sua rifrazione, è la conoscenza. La
conoscenza che può ravvisare nel moto della luce l'amore.
La conoscenza non è il risalire dalla tenebra alla luce: che non
può mai avvenire finché il supporto usato per risalire è la tenebra.
L'illusorio salire dalla tenebra alla luce è un salire della tenebra
verso la luce ed è l'ulteriore distruzione della luce.
La conoscenza è un ritrovarsi della luce nel cuore della tenebra,
perché non v'è tenebra che non possa essere guardata dall'uomo
che pensa.

28
2 - Il Pensiero di Luce della Terra

L'occhio è il veicolo terrestre della luce: l'organo che per primo


incontra nella terra la luce.
L'uomo deve divenire tutt'occhio, perché l'Io possa veramente
guardare il mondo.
Il vero occhio dell'uomo è il cuore, ma l'uomo, estraniato al
dominio del cuore, accoglie riflessamente la realtà, limitandosi
alla mediazione dell'organo cerebrale.
L'originaria luce del cuore, per penetrare nel mondo, deve
costruirsi forze di coscienza mediante l'organo della vita
razionale-sensoria: nel quale converge il percepire sensorio cui è
congeniale la frantumazione della luce. La vita razionale-sensoria
estingue la potenza della luce del sentire e del volere: l'uomo
perde la facoltà di sentire e volere secondo lo spi- rito.
Nel mondo dello spirito l'occhio è uno, essendo una la luce.
Nel mondo sensibile, ove la luce si dualizza, scadendo nella luce
incidente e in quella riflessa, l'occhio originario si scinde in due
organi di percezione della luce, perché l'Io possa svilupparsi sulla
terra come superatore della dualità solare-lunare. I due occhi
esprimono tale dualità, ma simultaneamente la superano nell'atto
visivo, incontrando la luce nella sfera sensibile.
L'atto visivo è l'incontro della luce interiore con la luce
emanata.
L'occhio del cuore è già uno: l'occhio mentale invece si attua
mediante la dualità degli occhi fisici: inconsciamente tende a
ritrovare la forza unitiva originaria nel ricongiungere la corrente
solare con quella lunare: nel riunire ciò che è diviso. Che è
ricostituire la simmetria interiore rispetto all'asse di luce che
percorre l'uomo dall'alto in basso.
L'occhio centrale, o terzo occhio, è il re-costitutore della luce:
in esso fluisce il volere profondo ridestato dalla luce del pensiero,
in cui l'Io revive per virtù del pensiero di luce.

29
La Luce

Le “onde” e le “oscillazioni” non sono la luce, ma i processi


che accompagnano il sensibile manifestarsi del suo sovra-
sensibile irraggiare.
La fenomenologia fisica della luce non è la luce che i fisici
credono considerare, bensì la mediazione sensibile di cui l' uomo
ha bisogno per accogliere ciò che della luce può sopportare, come
essere vivente in un corpo fisico.
Se l'uomo dovesse ricevere direttamente la luce, verrebbe
folgorato.
La pura vita della luce egli può cominciare ad attingerla
incorporeamente: come forza del pensiero libero dai sensi.
Ogni attività interiore che si liberi dalla corporeità è un
accendersi della luce così come il legarsi della vita interiore alla
corporeità è l'accendersi di un'impura luce e di un impuro calore,
che bruciano le forze dell'anima e i tessuti corporei. Gran parte
delle malattie dell'uomo si deve allo sconfinare di processi
fosforici del sangue dalla loro normale sede.
La luce può divenire calore soltanto dove revive come potenza
del volere.

Se guarda lo spirito, se guarda l'Io, l'uomo è portato a sentire


un centro di sé, una unità originaria. Non così se guarda il suo
essere corporeo, la vita dell'anima e il rapporto con il mondo
materiale. Egli sente allora l'essere originario diviso, frantumato:
il rifrangersi della luce da innumerevoli forme.
In lui tuttavia la frantumazione tende a ricostituire l'unità. Egli
giunge a conoscere nell'intimo di sé la forza che porterà a
compimento l'unità.
L'universo è contratto nella forma umana. La vita dei pianeti
30
2 - Il Pensiero di Luce della Terra

diviene attività ritmica del corpo eterico: le forze delle stelle fisse
dello zodiaco si traducono nella vita dei sensi e dei nervi,
mediante cui si manifesta il pensiero. La potenza del sole è recata
dal cuore e sostiene la forma dell'uomo. Tutto è il ritmo della luce,
o l'armonia delle stelle, che tende a ricostituirsi nell'uomo:
sorgendo come pensiero.
II sole è il vuoto del vuoto. È l'occhio dell'universo: in tal senso
è il centro d'irraggiamento della luce: il centro in cui converge da
remote profondità la luce creatrice: per irradiarsi. Il cuore è
nell'uomo la sua presenza: da cui la luce risorge come tessuto
delle pure idee: che l'uomo attinge e crea in quanto sia libero, sia
un Io.
In realtà l'uomo è la mèta dell'universo. Egli è offerto all'opera
dell'universo, perché l'Io si esprima, e nell'esprimersi attui la
libertà: faccia revivere del lievito della terra l'universo.

Da trascendenti zone celesti, le forze della luce si concentrano


immaterialmente nel sole per irraggiare nell'universo.
Unendosi alle correnti planetarie, esse operano nelle profondità
della terra, da cui traggono le forme archetipiche delle piante.
Ma mentre nella pianta esse si limitano alla vita della forma,
nell'uomo edificano la forma per operare mediante essa: superano
il limite di ciò che essa vale terrestramente, per esprimere il loro
principio sovra-terrestre. Perciò può risonare attraverso la laringe
la parola: come sonorità del principio originario del sole,
riaffiorante nell'anima e nella forma corporea dell'uomo.
Ogni parlare dell'uomo è l'abbozzo di un riesprimersi dello
spirito del mondo, secondo la luce originaria, o sonorità solare. In
principio, infatti, era il Logos. Ma non è il parlare in quanto
espressione di concetti o di imagini, bensì il parlare come
possibilità di suono.
31
La Luce

Ciò che vale della parola è il suono, più che il contenuto


discorsivo. Il suono della voce giunge all'anima, meglio che il
significato di ciò che viene detto.
La voce risuona etericamente secondo le forze morali del
pensiero.
Ciò che viene detto, se esprime pensiero vivente, si riaccende
nell'anima di chi ascolta, perché può vivere come luce nella
sonorità delle parole. Tale sonorità è luminosa come un modellarsi
o un musicarsi della luce estinguentesi nell'ordinario pensiero.
La parola parlata oggi non può essere ancora la forma sonora
del pensiero, essendo il pensiero riflesso: perciò il suono della
parola in realtà ha come unica vita il sentire, ossia l'attuale
contenuto del pensiero. Un giorno tale forma sarà il contenuto
stesso del pensiero, in quanto il pensiero ritorni vivente.
Il tono di ciò che viene detto vale più di ciò che viene detto.
Quando ciò sia scritto, il pensiero può ridestare la vita chiusa
nell'espressione discorsiva. Il suo còmpito non è afferrare
significati o elaborare intellettualmente contenuti, ma
congiungersi con la luce che dall'imagine e dalle parole risuona:
perché è la sua propria luce.
Tutta la logica e la discorsività, tutto ciò che può esprimere
dialetticamente il pensiero umano, la razionalità e la conoscenza,
possono essere contenuti in un solo pensiero che viva: nella
presenza di luce di un solo pensiero, acceso per virtù di
meditazione.

32
III

GLI OSTACOLATORI: LA MEDIANITÀ

Il mondo luminoso, il mondo delle luci e dei colori, quale che


sia il veicolo della luce, ha sempre come tessuto di vita, come
sottile forza alimentatrice, il mondo eterico, o elementare: mondo
sovrasensibile immediatamente manifestantesi nel sensibile e
mantenente intatta la sua trascendenza attraverso le alterazioni che
il sensibile esige.
Le alterazioni non sono mai totali: divengono totali allorché, a
causa di un'invisibile lotta cosmica, talune esecutive forze eteriche
cadono fuori dell'ordine sovrasensibile, precipitando nella forma
in cui è possibile l'arresto della loro caduta. Che è la nascita del
mondo minerale.
Le alterazioni sono l'incontro della luce con la tenebra: i colori,
le forme, i suoni del mondo giungono all'uomo da tale incontro.
Nella sua anima le alterazioni si presentano e si continuano nella
loro contingenza, in quanto s'incontrano con l'alterazione stessa
dell'anima.
L'opera dell'uomo è avvertire l'alterazione: intuire il punto in
cui la pura luce, o luce astrale ancora non alterata, penetra e
muove l'essere eterico del mondo. Ma è una conoscenza che egli
attua come moto di luce dell'elemento inalterabile dell'anima: la
possibilità di incontrare ciò che muove realmente nell'anima e di
percepire la sua identità con la luce.

33
La Luce

L'imaginare dell'uomo è il risonare del mondo nel suo corpo


eterico: le forme e i moti della vita del mondo, anche quando egli
non l'avverte, echeggiano in lui in imagini, per via del percepire.
Mediante queste imagini l'uomo può incontrare l'essere eterico
del mondo e perciò la luce del proprio essere eterico; ma
ordinariamente esse si traducono in lui immediatamente in
sensazioni e in pensieri conformi alla memoria senziente: che è la
memoria della razza e del sangue.
Questa memoria domina l'uomo, rendendolo veicolo delle forze
alteratrici che l'hanno conformata. La logica umana e le posizioni
culturali servono a dare giustificazione ideale a uno stato di fatto
mnemonico subconscio sul quale il pensiero non può più nulla, in
quanto viene sperimentato come pensiero soltanto là dove si
adegua ad esso, perdendo il suo potenziale di penetrazione.
Esprimendosi come materialista o come spiritualista,
infatuandosi per la civiltà meccanica o per il sapere dialettico.
dandosi ad esperienze extra-normali, yoghiche o mistiche o
“ultrafaniche”, perseguendo lo spirituale in forma
“tradizionalistica” o “neo-spiritualistica”, mediante allenamenti
interiori o con l'ausilio di droghe, l'uomo di questo tempo è
comunque un medium posseduto da potenze estranee al suo
essere: un medium di cui è urgente salvare la coscienza di veglia.
Ciò che fu spiritualità misterica o sapienza della identità col
Divino, o arte di aprirsi al Divino, diviene medianità nell'epoca
dell'anima cosciente, perché ha perduto la comunione diretta con
il sovrasensibile: la comunione diretta dandosi ora unicamente
nella percezione sensibile e nel pensiero.
Guarire di questa medianità, per una resurrezione cosciente
della sapienza, è il paziente còmpito della libertà dell'uomo. I
malati più gravi sono taluni presunti ricercatori dello spirito: i
quali non dovrebbero dimenticare il senso di loro eventuali
trascorsi spiritistici.

34
3 - Gli Ostacolatori: la Medianità

Il corpo eterico dell'uomo è portatore di potenze originarie che


egli non può conoscere nella loro purità se non mediante
l'indipendenza dagli influssi a cui l'eterico è sottoposto nel suo
operare terrestre: nell'operare alle strutture della terra, come alla
formazione dell'essere fisico dell'uomo.
L'anima nella vita di veglia non ha come supporto il suo
originario principio, non poggia sul fondamento, ma trae
coscienza dalla corporeità eterico-fisica per via dei sensi. Il
mondo fisico risuona così in essa, ponendosi come il limite
sensibile di cui necessita l'Io per fondare la coscienza egoica.
Veicolo del percepire sensorio è il corpo eterico in cui si riflette
l'anima. Ma i moti del corpo eterico soggiacciono ai limiti fisici
dell'esperienza che l'uomo ha del mondo.
Le forze ostacolatrici, operando sull'organismo eterico,
condizionano l'anima. Il loro operare sull'anima non è mai
un'azione diretta, ma ciò che esse possono in quanto l'anima
inerisce alla corporeità eterico-fisica. A causa di questo inerire, la
forza dell'Io diviene tenacia dell'ego.

Le potenze ostacolatrici hanno dovuto operare sul corpo eterico


dell'uomo perché egli divenisse individuo terrestre: esse hanno
avuto interesse a condurre l'uomo alla individualità, ossia a
un'esperienza del mondo terrestre. Esse tendono a esprimere se
stesse mediante l'uomo: perciò la loro opposizione vera comincia
nell'epoca che per l'uomo è della individualità e della libertà.
Necessarie un tempo alla formazione dell'uomo, esse oggi
ostacolano l'uomo in quanto continuano a operare su lui, tendendo
ad afferrare le forze autonome della coscienza nate e nascenti in
lui in conseguenza della loro azione stimolatrice.
35
La Luce

Continuano a volerlo loro pupillo quando cessa per lui la


necessità di esserlo. Tale il senso delle “tradizioni”.
L'attuale fase della storia è il momento più propizio all'azione
di tali forze conduttrici e ostacolatrici, non avendo ancora l'uomo
coscienza della sorgente e del senso della sua libertà. Esse
volgono a impossessarsi di ciò che sta nascendo in lui, ossia di ciò
che come attività razionalistico-tecnica è sostanzialmente un
prodotto dello spirito. Esse escludono ogni volta dal prodotto la
possibilità di risalire alla virtù produttrice, tagliando fuori la
responsabilità e la moralità del raziocinare, che pertanto non può
nascere separato da esse. In tal senso, le forze ostacolatrici -
nemmeno supposte dall'attuale realismo positivistico - ispirando
l'attuale cultura, hanno scatenato in questo tempo il più possente
attacco alla civiltà umana.
Esse dominano l'individuo nella misura in cui l'anima di lui
inerisca ai processi eterico-fisici. È la situazione attuale della
psiche umana, come del processo da cui nasce la scienza del
misurabile, e di ogni ricerca spirituale non illuminata dalla
conoscenza del retroscena qui alluso. Che giunge da fonte
inconfondibile.
L'errore non è in quei processi eterico-fisici, ma nel dipendere
l'anima da essi. Onde l'arte dell'uomo è conoscere dove e come si
verifichi l'influsso degli Ostacolatori, dove e come egli, credendo
di essere libero, accoglie i loro impulsi.
Così l'anima in sé dotata della sintesi delle polarità maschile-
femminile, non conosce sessualità se non grazie al suo dipendere
dalla corporeità eterico-fisica improntata a una delle due forme,
maschile o femminile.
Non v'è per l'uomo possibilità di essere libero se non nel
ravvisare la tecnica degli Avversari. Che non vanno combattuti,
anche se dapprima è necessario combatterli, bensì riconosciuti e,
in quanto riconosciuti, guardati o penetrati di sguardo interiore.
Tale sguardo divenendo limite alla loro azione.
Ogni uomo oggi è più o meno un medium, in quanto
36
3 - Gli Ostacolatori: la Medianità

inconsciamente mosso dagli Ostacolatori. Comunque la sua


azione non dipende dalla determinazione dell'Io, o dalla forza
profonda dell'Io divenuta spontaneità, dipende dagli Ostacolatori.
Medium è ogni posseduto simultaneamente da Lucifero e
Ahrimane negli istinti, nelle emozioni, o nei pensieri.
Medium pericoloso è lo “spiritualista” che non vuole l'Io, non
vuole la volontà, arretra dinanzi all'autocoscienza, perché teme
peccare di orgoglio o “titanismo”. Medium sono tutti gli ossessi da
un'idea materialistica o spiritualistica: coloro che con sbrigativa
discorsività presumono interpretare unitariamente il mondo,
secondo un loro astratto monismo: mistico o psicanalitico, o
materialistico, o matematico, o economico, che nulla ha a vedere
con l'unità del mondo. La quale, per essere conosciuta, esige
anzitutto la ardua percezione e penetrazione della pluralità delle
forze.
Gli ossessi monisti sono i dialettici portatori della socialità
astratta, della fraternità astratta, della libertà astratta, ossia del
livellamento dell'uomo secondo una demònica unità, che ignora la
distinzione delle forze; la serie dei ritmi celesti e terrestri della
vita di lui e il senso del suo essere un Io al centro di essi.
Uno sviluppo del pensiero e uno svincolamento del corpo
eterico, non accompagnati dalla coscienza della forza pensante
che colleghi all'Io l'attività del corpo eterico, conducono l'uomo
alla inconsapevole medianità: medianità a cui almeno gli spiritisti
si abbandonano consapevolmente.

La corrente luciferica tende a impedire all'uomo la pene-


trazione dell'elemento terrestre, epperò la percezione della unità
essenziale del mondo, sollecitandolo a un'evasione nel mondo
celeste, o a un'evasione mentale, o propiziando un'illusoria
intellettualistica penetrazione. Ma non c'è netta divisione tra
37
La Luce

l'influenza di Lucifero e quella di Ahrimane: si integrano


vicendevolmente. Della debolezza suscitata nell'uomo dall'uno
sempre si avvantaggia l'altro.
Così dell'uomo ahrimanizzato, o conformizzato dalla scienza
del misurabile e dalla tecnica, si giova Lucifero per distoglierlo da
una ricerca delle forze della struttura terrestre, ossia da una
penetrazione della trama eterica della terra, per attrarlo verso un
illusorio mondo extra-terrestre anch'esso misurabile.
Lucifero è la divinità che si è arrestata al periodo lunare
dell'evoluzione e tende ad attrarre l'uomo nella sua sfera,
impedendogli la sostanziale esperienza della terra.
Esso opera mediante il “corpo lunare” dell'uomo, ostacolando
la liberazione del pensiero dalla cerebralità: con ciò impedendo
che egli sperimenti con il principio cosciente le profondità della
terra, e perciò le profondità del mondo istintivo.
Queste esigono che l'uomo si ponga dinanzi al mistero della
materia con le forze suscitate nel pensiero dall'esperienza della
materia.
Il materialismo è la fede dell'uomo nella materia, che egli non
sa sperimentare mediante le forze concrete del pensiero. È il
misticismo più oscuro, perché ritiene di essere l'opposto del
misticismo, per il fatto che si alimenta di calcolo matematico o di
dialettismo astratto. Alimenta la debolezza interiore dell'uomo con
i prodotti morti del pensiero: che, non penetrando la materia, la
eleva senza saperlo a realtà mistica. Non si dà bigotto più ligio
all'oggetto della sua oppiacea fede, che il materialista.
Tuttavia il materialismo non è propriamente la dottrina che
s'intitola con tale nome, bensì la situazione realistica dell'attuale
umanità, il fondo inconsapevole e perciò inelaborato di tutte le
dottrine e di tutti gli spiritualismi, tradizionali o no, che ignorino
come si verifichi il processo dell'apparire materiale e sfuggono al
còmpito di affrontare il problema dell'oggettività fisica della
natura: ossia del percepire sensorio e del suo tradursi in
rappresentazione. Che non è problema dottrinario, ma di
38
3 - Gli Ostacolatori: la Medianità

penetrazione attiva del reale.


Accettare il mondo fisico come è, la materia quale appare, e
perciò sperimentarli e calcolarli astrattamente, oppure cercare di
trascenderli teoreticamente o misticamente, è l'identica evasione
luciferica, che lascia immutato il dominio della materia sull'uomo.
Il dominio di cui necessita l'altro Ostacolatore, preposto alla
fisicità del mondo.
Ahrimane può operare nell'uomo perché agisce sulle forze della
vita, attraverso il penetrare della vita nella struttura minerale della
terra. Ogni volta, infatti, con la morte, viene restituita allo spirito
la vita che l'uomo ritiene possedere fisicamente o corporeamente.
Ahrimane opera sull'ètere chimico, o ètere del suono, e
sull'ètere della vita: là dove è necessaria la trasformazione chimica
delle sostanze perché la vita si manifesti.

Le potenze ostacolatrici alterano e distruggono regolarmente


tutto ciò che l'uomo tenta creare senza rendere indipendente da
esse la sua azione. Il suo agire non appartiene ad esse, bensì allo
spirito. Ad esse appartiene soltanto la modalità esecutiva
dell'azione. Onde esse possono diventare aiutatrici per lui, nella
misura in cui egli le riconosca: in quanto egli le possa contemplare
esteriori a sé: operanti nell'estrinsecazione del suo agire, che è
sempre agire dello spirito.
Egli può contemplarle obiettivamente, se giunge a vederle
estranee all'essere eterico in cui si articola il suo volere: epperò
estranee alla vita dell'anima, anche se presenti in essa. Da prima
egli può costruirsene un'imagine: un giorno, estinta l'imagine, le
percepirà direttamente: potrà contemplare ciò che ormai domina.
Contemplarle esteriori a sé è la possibilità di osservare come
operino nell'anima per il fatto che essa non è fondata su sé ma
sulla corporeità: condizionanti perciò la vita dell'anima: compreso
39
La Luce

il pensiero, in quanto riflesso dalla corporeità. Ogni moto interiore


in cui egli si crede libero, manifesta l'inerire inconscio dell'anima
al loro movimento.
Egli reca in sé queste forze ostacolatrici: nel pensare, nel
sentire, nel volere: non v'è sua attività che si sottragga alla loro
azione. L'uomo s'illude di essere egli a pensare, sentire e volere: è
talmente identificato alla loro influenza in lui, che ritiene di
continuo di essere libero.
È indipendente dalla loro azione soltanto durante il sonno o
dopo la morte.

Durante la veglia, il ricercatore deve educarsi a conoscere


separatamente il pensare il sentire e il volere, così da sperimentarli
quali in realtà sono fuori dell'organismo corporeo e degli influssi
alteratori. Tale sperimentare porta le forze dell'Io nell'anima.
Soltanto l'Io può essere l'unificatore del pensare, del sentire e
del volere, perché è la loro unità originaria. Ogni colludere di
queste tre forze fuori dell'Io essendo opera degli Ostacolatori.
L'uomo crede di vivere nell'Io, in quanto di continuo dice “io”
di se stesso: in realtà egli vive nel corpo astrale dominato dalle
correnti luciferiche, ossia in un'identificazione inconscia dell'Io
con l'astrale. Tale identificazione lo rende ciecamente passivo
all'influenza realistica di Ahrimane. Onde di continuo egli è
travolto dal contrasto delle correnti spirituali del corpo astrale -
pensare, sentire, volere - con la loro forma luciferica e con la loro
tenacia ahrimanica.
L'anima può essere travolta da istinti e passioni, perché priva
del principio dell'Io, nei suoi movimenti originati dall'lo: essa
accoglie regolarmente come reale il mondo che respinge l'Io,
perché non ne è penetrato. Ma la forza che respinge l'Io è la forza
dell'Io sottratta all'uomo non desto nell'atto conoscitivo. In
40
3 - Gli Ostacolatori: la Medianità

sostanza non è il mondo che respinge l'Io, ma l'Io che non giunge
mediante il pensiero nel mondo: non avendo pensiero che
risponda alla percezione sensoria. Questa afferra il pensiero,
risuona despiritualizzata nell'anima. L'arte dell'uomo è accendere
il pensiero nella percezione.
L'arte dell'uomo è conoscere il giuoco delle forze, distinguere
l'essere dell'Io da ciò che lo fa essere: risalire dai movimenti all'Io
che di continuo lo rende autore di essi: portarsi là dove le correnti
di Lucifero e Ahrimane non lo involgono.
L'arte dell'uomo è conoscere: così da percepire dove l'Io è
indipendente e inafferrabile. Ciò che in lui giuoca o domina o
opprime egli può vederlo altro da sé. Perché, vedendolo altro da
sé, trova che la forza messa in atto è radicalmente sua: nasce
inalterabile nell'Io.
Ahrimane e Lucifero possono agire sull'anima e sul corpo, non
sull'Io.
L'uomo che oggi non ritrovi l'Io, inevitabilmente si muove nel
mondo come un medium: soprattutto in quanto ignora l'azione
degli Ostacolatori, o in quanto, conoscendola astrattamente, non
sappia afferrare il principio cosciente nel pensiero indipendente da
tale azione.

41
La Luce

42
IV

IL CALORE METAFISICO

L'azione di Lucifero si esplica mediante l'ètere del calore e


l'ètere della luce. Essa condiziona l'esperienza che l'uomo ha della
luce e del calore del sole, come della luce del pensiero e del calore
del sentire.
Prima che la luce e il calore si diano come fenomeni fisici,
Lucifero agisce nel loro tessuto sovrasensibile: così che l'uomo,
rivestendo un corpo eterico-fisico e traendo il senso di sé
dall'esperienza sensibile, ha necessariamente una esperienza del
pensare e del sentire condizionata da Lucifero. Condizionamento
che l'asceta antico non subiva, in quanto nel suo corpo eterico
fluivano direttamente potenze di luce che, aprendosi egli ad esse
per virtù mistica, gli consentivano il giusto rapporto con la
corrente di Lucifero. Era la possibilità propria ai maestri
dell'Iniziazione ed ai santi delle varie fedi.
Perciò qualsiasi esperienza mistica, oggi, reca inevitabilmente
impronta luciferica: come qualsiasi esperienza interiore che ignori
l'azione di Lucifero e di Ahrimane sull'uomo interiore.
L'errore luciferico-ahrimanico è inevitabile all'uomo che non
coltivi il conoscere quale è richiesto dalla sua presente
costituzione interiore.
È l'errore di qualsiasi misticismo, come di qualsiasi yoga o
esoterismo che, non illuminati dalla conoscenza della situazione
occulta dell'uomo di questo tempo, non possono evitare di essere
43
La Luce

forme di medianità, perché possono animare il corpo eterico, a


patto di non liberarlo là dove la sua luce è interrotta.
Il corpo eterico animato da taluni occultisti, o sedicenti seguaci
della Scienza dello Spirito, è un fantasma mosso dall'ego o dal
corpo: che dà luogo a visionarismi, non a visione.

La luce di pensiero con cui l'uomo pensa e si esprime


dialetticamente, come luce riflessa, di tipo “lunare”, è dominata da
Lucifero: il mediatore alteratore della luce, non la Luce: la Luce
essendo il Logos.
Così il calore degli istinti e delle emozioni, che può giungere
sino a essere febbre dei sensi e dei sentimenti, non è il puro calore
che si può accendere soltanto come vita creante del volere, calore
di vita dello spirito, ma la forza che Lucifero sottrae all'uomo:
onde il calore originario permane ahrimanicamente imprigionato
nell'essere minerale, nelle sostanze della rnineralità terrestre.
Perché il puro moto della luce divenga calore di vita, virtù
guaritrice, l'asceta deve sperimentare la forza del volere
indipendentemente dall'organismo eterico-fisico: deve sciogliere
la corrente del volere dall'organismo fisico, ma anche
dall'organismo eterico. Mediante l'intima vivificazione del
pensiero egli lascia agire nell'anima le forze incorporee del volere
che ordinariamente sperimenta soltanto nella corporeità fisica.
L'anima viene restituita allo spirito, grazie al volere liberato.
Viene restituita allo spirito che può infine penetrare le
profondità della terra, l'essere della materia, che cela il segreto del
calore. Li penetra perché non è afferrato né mosso dalle forze
della terra: forze che attendono essere restituite allo spirito, perché
sono il suo originario volere. Il potere di moto della luce.

44
4 - Il Calore Metafisico

Il potere di moto della luce è il calore: la cui forza è


l'incorporea sua vita.
La realtà del calore è il suo essere la vita della luce: la vita
sovrasensibile della luce.
Ma l'uomo non può conoscere il calore se non nel suo
manifestarsi sensibile: come calore degli oggetti, o calore
corporeo. Lo percepisce sempre come calore di un supporto fisico:
mai come contenuto autonomo.
Lo incontra sempre nel mondo sensibile, ma il risonare di esso
mediante i sensi tende a ritrovare in lui la dimensione
sovrasensibile.
L'uomo può ritrovare il calore puro, se sa andare incontro al
calore che sperimenta fisicamente, non arrestandosi alla
sensazione, ma aprendosi a ciò che, separato da essa, ogni volta
gli echeggia inavvertito nell'anima: un sentimento che non si
lascia afferrare in pensieri. Il senso immateriale del calore.
Se può accogliere tale sentimento, lo riconosce come forma di
un moto sovrasensibile: in cui si esprimono come vita della luce le
forze originarie del pensiero.
Può scoprire che v'è un calore del mondo, un fuoco dei sensi,
un calore degli impulsi e delle passioni, che si dà per essere da lui
risollevato al livello sovrasensibile, ossia al proprio vero essere,
per virtù del suo intento sentire.
Se, mediante calmo meditare, egli può donare imagine, e perciò
sentimento, a quel che vive come puro essere nelle varie forme del
calore - che nella loro immediatezza sono sempre calore sensibile,
anche quando vengono da moti dell'anima - può riconoscere
l'immateriale calore che comincia a liberarsi nella sua interiorità,
come vita della luce.
La luce si rianima del suo originario calore allorché il calore
viene liberato dalla sfera dei sensi. Analogamente nella natura,
ogni trapasso dallo stato solido al liquido all'aeriforme si compie
45
La Luce

come un risorgere del calore della sostanza. Ogni sostanza


essendo calore primordiale rappreso, tenuto nella mineralità
dall'incantamento ahrimanico.
L'imagine del calore, tratta dalla serie delle percezioni sensibili,
avvivata e contemplata nei processi della natura, sino a che
solleciti obiettivamente un sentimento, è, da prima, come semplice
imaginare, un fluire di luce. Ma è forma che tende
immediatamente a realizzare il suo contenuto: tende ad attuarsi
come calore. Ed è il farsi vita della luce, nel centro del cuore.
Ogni minerale è calore pietrificato, che tende a liberarsi nella
forma interiore che rattiene la sua mineralità. La materialità di una
sostanza è il suo “vuoto”, perciò la sua possibilità spirituale fissata
in un potere, o in un incantamento, che invisibilmente si desta
quando la sua base sensibile viene sollecitata, per esempio in una
combinazione chimica. Il suo calore originario allora è portato
nuovamente a manifestarsi. Ma all'uomo, fisso alla fenomenologia
fisica, sfugge il moto invisibile che l'accompagna, manca il
contatto con la liberazione saturnia della sostanza: non gli è
possibile quell'alchimia che esige nell'anima il moto di luce del
pensiero operante nella mineralità. Può della sostanza servirsi
soltanto chimicamente, o corporeamente.
Ogni pietra è una pietra preziosa perduta, o ignorata: un calore
di luce pietrificato, che pertanto risuona dove c'è lo spazio vero:
nel nulla della materialità. La verità del cristallo non è la sua
materialità, ma la sua forma: che è interiore.
La forza della materia è la barriera che protegge l'immacolato
vero delle cose.

Ogni calore terrestre tende a risorgere come amore, allorché


diviene percezione e pensiero dell'uomo.
Perciò il moto sottile della vita è questo calore: il movimento
46
4 - Il Calore Metafisico

incorporeo dei corpi: movimento che in realtà tende a riportare la


materia allo spirito. Mediante il calore i corpi tendono a ritrovare
la loro luce originaria.
Questo movimento-calore, onde la materia risale i gradini dallo
stato solido al liquido all'aeriforme al calorico, è lo stesso onde la
vita si manifesta mediante il minerale, il vegetale, l'animale,
l'umano. È un ridestarsi del calore saturnio dal buio livello
terrestre alla sfera dei sensi dell'uomo: dove il fuoco caduto si
risolleva sino a divenire pensiero. Per ritornare calore di pensiero,
il giorno in cui l'uomo possa incontrare il calore degli istinti con la
luce risorgente nel pensiero. Incontro che si verifica per virtù del
centro delle forze di vita, o forze della luce, nell'uomo: il cuore.

5
In sostanza non v'è calore che per l'uomo non sia sensazione
corporea. Ma il vero calore non è legato a nulla di corporeo: anzi
opera come movimento incorporeo di ogni evento corporeo, per il
fatto che non subisce le condizioni della materialità: essendone
l'origine e il perenne segreto sostegno.
Ciò che sorregge le sostanze fisiche, nella natura e nell'uomo,
non è fisico: è moto dello spirito. Nell'attuarsi è calore creativo:
che si volge sempre ad un oggetto, ossia ad altro che a sé.
Quando un simile movimento si compie nell'anima dell'uomo,
si può riconoscere amore. Ma l'uomo può attuarlo nella misura in
cui giunga a scioglierlo dal supporto, ossia dal limite corporeo, o
dalla corporeità che, edificata da quel movimento, non può
sottostare ad altro che ad esso: non può non opporsi a ciò che non
sia quel movimento. Perciò si oppone alla coscienza astratta, che
non lo possiede: come si oppone la materia del mondo esteriore al
guardare astratto dell'uomo.
L'opposizione della corporeità alla vita interiore è la richiesta
di una radicalità e di una realtà di tale vita. Il fatto che la
corporeità sia un prodotto dello spirito determina il proiettarsi di
47
La Luce

essa nei processi istintivi e il suo implicare la forma dell'ego, in


quanto ha potere di appropriazione delle forze interiori non rette
dal principio che dall'interno l'ha formata e dall'interno
segretamente la tiene.
Il potere di appropriazione esercitato sull'anima dalla
corporeità e suscitante gli istinti, è, nell'essenza, movimento non
cosciente dello spirito, che, per contro, affiora cosciente
nell'anima. Nella potenza degli istinti e delle passioni va ravvisata
una forza spirituale non realizzata.
Questo è il segreto del calore che si manifesta come calore
corporeo e come ardere degli istinti, nell'uomo, e come vita del
sole, nel calore delle cose create.
Sorregge sempre la natura, nel mondo e nell'uomo: ma solo
nell'uomo può sciogliersi dalla natura. Può ritornare calore dello
spirito in quanto l'uomo ricerchi l'essere sovrasensibile del
pensiero stimolato dal sensibile e perciò attui la libertà.
Solo dalla libertà, infatti, può scaturire l'amore.

48
V

LA VITA DELLA LUCE. LA LIBERTÀ

Guardando le cose, l'uomo deve comprendere che, comunque,


sta imparando a guardare la luce.
Deve comprendere che non vede le cose per vederle e per
farsene rappresentazioni e godere di queste, bensì per vedere la
luce, in virtù della quale gli sorgono dinanzi.
Deve vedere la luce traendola dal profondo di sé allorché gli
balena dal mondo esteriore: deve poterla contemplare, perché la
virtù eterica della luce in lui muova incontro alla luce che giunge
dal cosmo e investe la terra. Acciocché nella luce splenda lo
spirito, non la natura che appare perché in essa si estingue la luce.
Lo splendore della natura essendo soltanto il simbolo della luce
che va ritrovata.
Ormai non v'è più possibilità di verità e di conoscenza per
l'uomo se non a condizione che egli contempli la luce astrale: per
apprendere da essa la sua storia, la storia del mondo, la segreta
realtà dei fenomeni.
L'uomo può attingere alla saggezza recata da questa luce,
attingere conoscenza. Il mondo spirituale imprime in questa luce
la sostanza reale del suo operare nella terra e dell'operare
dell'uomo: che l'uomo potrà cogliere mediante il volere sviluppato
nel mondo dei sensi, elevandolo a coscienza di sé. È la via per
conoscere la vera storia della natura e dell'uomo, di là dalle
alterazioni del mentale e della dialettica: la storia ancora
49
La Luce

sconosciuta.
Dal pensiero che si è formato nel mondo dei sensi, come fluire
di un volere che ancora non possiede, l'uomo può trarre la forza di
contemplare la luce astrale: affiorante da prima nella forma più
bassa, come attitudine alla contemplazione disinteressata della
natura.
L'educazione al disinteressato contemplare era il senso del
pensiero matematico e dell'esperienza scientifica del mondo
fisico: doveva condurre l'uomo a guardare impersonalmente il
mondo, perché egli potesse cogliere il guardare stesso e trovare in
esso la forza della luce capace di penetrare il mondo.
In questo volere profondo scorre ciò che già l'uomo ha accolto
in sé attraverso le esperienze di vite trascorse.
È il lungo cammino verso la luce che infine incontra le forze
creanti della luce.

Il pensiero è la luce riflessa. Non è la luce. Come riflesso, è il


veicolo dell'ego che può volere soltanto secondo i limiti posti
all'anima dalla corporeità. Potendosi egoicamente sottrarre alla
luce, il pensiero ha in sé il germe della libertà: è privo della vita
spirituale che un tempo lo condizionava, rendendolo morale in
quanto si conformasse alla sua legge.
La moralità può nascere oggi dal pensiero che attui il suo
essere libero. Il pensiero è in sé potere dello spirito. In tal senso è
la moralità. Perciò, usato fuori dell'intima sua vita, esso diviene il
sapere che taglia fuori dal mondo la corrente della moralità.
Non si dovrebbe concepire un conoscere che non fosse atto
morale. Ma il conoscere attuale ignora il senso del suo essere
libero: è libero a patto di opporsi allo spirito. In vero la libertà
dell'uomo attuale è priva di vita: perciò l'elemento vitale non può
accoglierlo che dagli istinti.
50
5 - La Vita della Luce. La Libertà

La libertà l'uomo l'attinge come possibilità nel pensiero


disanimato: senza anima, tale pensiero non ha il potere dello
spirito che sempre reca la sua legge. La positività del pensiero
astratto consiste nel potersi muovere indipendentemente dalla
legge dello spirito: usa la forza dello spirito annientandola: non sa
di usarla sottraendola alla sua scaturigine; Solo se può conoscere
ciò che fa pensando e liberamente opera secondo lo spirito, ha
come impulso individuale la forza dello spirito. La forza dello
spirito diviene il potere di realizzazione della libertà.

Sapere ciò che fa pensando, è dovere - scientifico e logico -


dell'uomo che pensa. Il pensiero usato per il conoscere e per il
sapere, per la scienza e la cultura, è la forza dello spirito costretta
a pensare come reale e a rendere valido tutto fuorché se stessa:
come se essa non facesse parte del processo di realtà a cui
pertanto dà nome e forma. In tal senso l'uomo non è libero, perché
non possiede l'unica attività in cui può dire di essere libero.
L'uomo non è libero, in quanto pensa vincolando il pensiero a
contenuti e a valori del mondo, senza avere il pensiero nel suo
proprio contenuto: che è il concreto senso di quelli. Non
sperimenta il pensiero come attività libera, non riconosce in esso
l'unica attività in cui può sperimentare la libertà: la libertà che ha
solo come rappresentazione, nel pensiero non libero.
L'uomo non è libero, in quanto vive vincolata a contenuti
esteriori, l'unica attività in cui può essere libero. Senza il pensiero,
non avrebbe tali contenuti. Ma per lui il còmpito non è rinunciare
ad essi, bensì possedere ciò che subordina ad essi ed è reale in
quanto non subordinata ad essi, anzi è ciò che solo dà realtà e
valore ad essi.
L'arte dell'uomo è sperimentare mediante contemplazione pura
il pensiero che spontaneamente produce nel percepire, per
51
La Luce

intensificarne la vita sino a che sia l'elemento di luce di cui la


percezione manca allorché, oltre l'interpretazione ordinaria e
intellettualistica, essa deve acquisire senso per lo spirito, ossia per
la vita morale. L'opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni
percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l'intimo senso: che
non è il consueto pensiero mosso dalla percezione ed esaltante e
consacrante il suo valore sensibile sino a che domini la visione
della vita, l'arte, la cultura - ravvisabile come il falso realismo, la
mentita esteriorità che ha bisogno del dolore e della morte per
mostrare il suo essere fittizio - bensì il pensiero capace di trarre
l'elemento vivente dalla percezione sensoria e collegare le molte
percezioni e i vari fatti per collocarli nell'ambito in cui essi sono
dominati dal loro reale significato.
La deificazione della cronaca quotidiana, la feticizzazione
realistica della banalità fattuale in ogni campo della cultura e
dell'arte, l'esaltazione dell'analitica prosaicità delle cose, sono
tutto fuorché la realtà che esse pretendono far valere. È il
percepire, invero, privo di contenuto reale, onde la sua morta
risonanza, consacrata, costituisce l'obiettività del fittizio.

Il pensiero riflesso, che è la luce dello spirito riflessa dalla


corporeità, ha il còmpito di liberare l'attività interiore dai residui
dell'antica sua forma imaginativa: quella che un tempo, rivelando
all'uomo i valori sovrasensibili dei fenomeni terrestri e celesti, non
esigeva che egli fosse libero e responsabile nel pensiero: non
esigeva da lui determinazione egoica.
Il pensiero riflesso, o astratto, in quanto si realizza per via
dell'organismo fisico, esprime in forma disanimata ciò che era
l'antica sua forza imaginativa. Rappresentazioni e imagini ormai
riproducono soltanto la parvenza del reale: non sono forme viventi
della realtà. In esse non fluisce lo spirito, ma soltanto la sua
52
5 - La Vita della Luce. La Libertà

imagine riflessa, ossia una spiritualità che non lo obbliga. Mentre


un tempo l'imagine era veste di un contenuto sovrasensibile.
L'attuale tipo di spiritualità è in relazione con quanto egli può
realizzare mediante libera decisione: è la libertà che gli viene dal
suo non essere più condizionato da forze spirituali e da impulsi
morali nell'attività imaginativa.
Questa autonomia, mentre separa l'uomo dalla vita del cosmo,
è per lui la possibilità di far risorgere il suo potere d'imagine
mediante volontà cosciente, ricorrendo alla capacità di
determinazione egoica nata dal suo affrancamento dall'antica
coscienza imaginativa: nella quale operava un Io superiore, non
ancora divenuto umano.
Ma la resurrezione del potere imaginativo è l'arte di liberare il
pensiero nella sede in cui ha inconsciamente il suo movimento:
nel corpo eterico.

Che la coscienza del pensiero, da astratta in quanto riflessa dal


fisico, divenga vivente nell'eterico, è l'azione dell'Io che comincia
ad attuare la sua indipendenza dall'astrale, o dall'egoità. L'anima
trova il soggetto del suo sperimentare, l'essere che non conosce
impedimenti, se può risalire il movimento per cui è cosciente di
sé: se trova il supporto del suo movimento, che non è fisico, pur
divenendo cosciente mediante il fisico.
L'anima che possa riferirsi al soggetto del suo pensare o
percepire, trova la calma e la rivelazione, non può temere più
nulla: perché pone in relazione qualsiasi suo moto - pensiero, o
istinto, dolore o tensione - con il principio che realmente lo
sperimenta. Allo sperimentare dell'uomo occorre infine un
soggetto, che sappia di essere lo sperimentatore, ossia un'entità
indipendente dallo sperimentato. Solo a tale condizione l'anima
non viene sopraffatta dai suoi contenuti.
53
La Luce

L'Io dell'uomo deve sapere di esserlo. L'anima può essere


travolta dalle sue forze, non l'Io, se giunge a vivere nell'elemento
eterico che gli consente di attuare la sua indipendenza dal fisico,
epperò di operare nell'anima.
L'Io, afferrato dal mondo dei sensi per via del percepire e del
pensare, non può muoversi nelle forze dell'anima il cui elemento è
l'eterico.

L'animazione del corpo eterico è un operare a liberarlo della


visione sensibile del mondo, vera per i sensi fisici, non per l'essere
eterico in sé indipendente dal fisico.
Che il corpo eterico, nell'uomo di questo tempo, cominciando a
svincolarsi dalla corporeità fisica, non sia capace di percepire il
mondo secondo il proprio autonomo movimento, ma riproduca
come proprio movimento ciò che gli è stato impresso
dall'esperienza sensibile, è il pericolo che minaccia l'uomo.
L'arte di chi segua una via esoterica, è giungere a rendere
indipendente l'eterico dalle impressioni sensorie mediante le quali
si è attivato nel fisico: così che possa operare come organo dello
spirito nel sensibile: essendo in sé organo dello spirito, non del
prepotere della vita dei sensi.
La costituzione dell'uomo attuale e di quello immmente implica
uno svincolamento del corpo eterico dal fisico, ossia una
restituzione della mobilità dell'eterico nel fisico quale veniva
sperimentata dall'uomo antico: ora però in forma individuale e
cosciente. È importante perciò che esso si desti in quanto sia
attivo al proprio livello e in quanto l'uomo abbia la capacità di
riconoscerlo. Per poter conoscere realmente il mondo fisico, egli
deve penetrarlo etericamente, in quanto sappia distinguere la sua
attività eterica dalla forma sensibile.
Il pericolo attuale e imminente per l'uomo è che l'essere eterico
54
5 - La Vita della Luce. La Libertà

si desti e non lo sappia; e del suo potere d'imagine faccia una


veste deificatrice del sensibile e dei modi di esistere legati ad esso.
Che è un creare entità mostruose.
L'errore e il male non sono nella natura, ma nell'uomo: soltanto
dal modo di incontrarsi di forze spirituali con forze della natura
nell'anima dell'uomo, possono nascere il male e l'errore.
Finché le forze spirituali, dominando l'uomo, hanno potuto
controllare la natura in lui, non è stato possibile altro male se non
quello di cui egli non poteva essere responsabile, il male
obbedendo ai disegni divini attuantisi attraverso l'uomo.

La possibilità che l'uomo sia responsabile del male che


commette, ha inizio nell'epoca del razionalismo e dell'indivi-
dualismo: allorché egli, nella forma dell'autocoscienza, vir-
tualmente dispone della libertà.
L'uomo è già libero, ma non attua se stesso come tale, perché la
sua possibilità di essere libero nel pensiero è da lui usata contro
l'attuazione della libertà, in quanto egli lascia che il pensiero si
identifichi con la natura emotiva ed istintiva, ritenendo di pensare
veritieramente, o logicamente, e così di essere libero.
Creativo è per il mondo spirituale il pensiero libero dai sensi,
ma occorre dire che il pensiero non libero dai sensi è parimenti
creativo: ordinariamente in senso inferiore, opposto allo spirito.
Ogni pensiero, ogni sentimento, dà luogo a una creazione
obiettiva, che non è meno concreta e operante per il fatto che non
viene percepita come tale.
L'uomo, in quanto sente o pensa, assume di continuo
responsabilità di formatore di una realtà che non riguarda soltanto
lui ma la collettività umana. Egli opera nel mondo con ciò che
veramente pensa e sente, di qua dalle recitazioni dialettiche: può
creare o distruggere con il semplice darsi a determinati pensieri o
55
La Luce

sentimenti. In tal senso diviene responsabile non soltanto del


proprio destino, ma anche di quello degli esseri a lui collegati.
Non si dà evento umano che non sia stato già preparato da
determinati pensieri la cui forza ormai è ciò che realmente l'uomo
è capace di volere mediante essi.

La possibilità che l'uomo sia autore e responsabile del male, ha


avuto inizio allorché una parte delle forze spirituali edificanti e
dominanti la natura in lui ha cominciato a operare come sua
coscienza individuale, sino a esprimersi come sua libertà di
determinazione.
La libertà di determinazione in realtà è sorta in lui in quanto
l'azione della coscienza individuale è stata determinata
dall'isolamento nella sfera delle percezioni sensorie: che lo ha
contrapposto al mondo, contingentemente separandolo da esso.
Ma la contrapposizione oggi è vera solo per il pensiero che la
subisce, per via di un'auto-limitazione che, essa stessa, è suo
movimento.
Il mondo sensibile si pone come uno dei termini della dualità,
per il fatto che la dualità, vera unicamente per il momento
contingente del percepire sensorio, si proietta nel pensiero: ma
non perché il pensiero in tal modo si dualizza. Si dualizza come
imagine del mondo, come forma del rappresentare e del concepire
astratto, non come sostanza-pensiero, o luce di pensiero: che in sé
rimane una. Di una unità per ora a sé sconosciuta, ma conoscibile
perché pensabile: realizzabile dal suo auto-percepirsi.
Ciò che del pensare fluisce nel percepire è già sintesi, unità che
contiene in sé superata la dualità, in quanto fa suo il percepire
sensorio. Altrimenti non sarebbe possibile percezione. Ma alla
dialettica pensante sfugge il moto per cui è pensante e perciò non
può superare una dualità che accoglie in sé come imagine della
56
5 - La Vita della Luce. La Libertà

realtà.
Non dovrebbe peraltro superare dualità alcuna, bensì attuare il
contenuto reale del pensiero che le consente essere dialettica:
attuare come forma ciò che inconsapevolmente ha già come
contenuto. Conoscere questo contenuto come la propria realtà:
fuori del quale essa è inevitabilmente irreale.
Fuori dell'uomo non esiste male o errore nel mondo. II mondo
quale è conosciuto dall'uomo è già errore: nel processo
conoscitivo viene astretto a limiti che appartengono all'ego. Il
mondo conosciuto dall'uomo non è la presenza delle pure forze
onde esso ha il potere di apparire. Nel percepire e nel
rappresentare già l'uomo sbaglia: conosce il reale nella misura in
cui inconsapevolmente produce un elemento di alterazione del suo
contenuto. Ha come realtà non questo contenuto, ma ciò che di
esso ha già compenetrato con un suo moto interiore, che non
avverte e sopprime là dove comincia ad avere in lui forza di
rivelazione.
Ma la libertà di sbagliare è inizialmente necessaria come
possibilità di conoscere dove comincia l'errore. È la libertà di
cercare per auto-determinazione ciò che può essere cercato dove si
presenta allo stato di verità e di purità: il fondamento del
conoscere. È trovare l'incondizionato nel segreto pensare: scoprire
in esso una potenza di sintesi che già unifica il mondo in quanto è
della stessa sostanza unitiva del mondo, che l'uomo ignora, perché
pensa gli oggetti disuniti, con tale moto unitivo.
Un solo potere di luce è dell'intimo pensare, come dell'intima
vita del mondo: esso è già in atto nell'ordinario conoscere, ma non
è veduto, non è realizzato dalla coscienza, perché il mondo, diviso
in due esclusivamente per via del percepire sensorio, si proietta in
una duale visione e concezione del mondo, proprio grazie all'uso
non cosciente del potere di sintesi del pensiero. La sintesi c'è, ma
serve la dualistica visione delle cose, che appare obiettiva. E
questo è l'inganno.

57
La Luce

Avvertire l'inganno è il primo moto libero del pensiero: non è


moto dialettico, ma l'accendersi del volere nel pensare.

Il problema della libertà non riguarda il volere, bensì il pensare.


Non ha senso parlare di volontà libera. Il volere è sempre libero
e opera come se l'uomo fosse autonomo e responsabile. Si vuole
qualche cosa proprio per il fatto che non si è impediti nel volerla.
Ogni uomo in tal senso è libero: è libero di volere.
Malgrado ciò, il volere non attua la libertà, perché il pensiero
da cui muove è bensì libero, ma non è liberato. È libero entro la
sua prigione: mediante l'organo cerebrale è vincolato alla natura, e
tale vincolo esso proietta nel corpo eterico.
Il vincolo fisico del pensiero opera come una condizione del
corpo eterico: mediante il quale si esplicano il sentire e il volere:
costretti a manifestarsi secondo la soggezione del pensare al
sensibile e perciò ad alterare la propria natura.
Soltanto il pensiero che si liberi dal supporto fisico può operare
secondo lo spirito nel corpo eterico e usare giustamente l'essere
libero della volontà.
L'essere libero della volontà, che operi senza liberazione del
pensiero, è l'arbitrio: è la libertà usata dalla natura. L'opposto della
libertà.
Un pensatore deve poter comprendere come il problema della
libertà si ponga solo per il pensiero, non si ponga per il volere: è
problema del pensiero, non in quanto dialettica, ma in quanto
processo ideale mediato, nella fase cosciente ed espressiva, da
processi fisiologici. Tale mediazione viene disimpegnata bensì
dall'organismo fisico, ma per via di una distruzione della sua
sostanza vitale, relativa all'uso più o meno intenso dell'aspetto
razionale-astratto del pensiero.

58
5 - La Vita della Luce. La Libertà

La dipendenza del pensiero dalla cerebralità, epperò la


necessità della distruzione dei processi vitali, riguarda il momento
dialettico del pensiero, o momento cosciente. Il problema della
libertà riguarda il pensiero, perché la mediazione cerebrale, pur
risolvendosi in un processo distruttivo, condiziona la
manifestazione del pensiero formandola egoicamente. Il pensiero,
per essere un fatto della coscienza, necessita ogni volta di tale
mediazione, senza avvertirlo: onde il realista ingenuo scambia la
mediazione per il fondamento.
Il pensare che si liberi, in sostanza si libera dalla mediazione
cerebrale: manifesta perciò la sua vera forza. Vive nel corpo
eterico per virtù di un potere che lo trascende: attua come libertà
la sua penetrazione eterica del sensibile. Rivela il suo essere
universale nell'anima individuale.

10

Il problema della libertà può anche essere posto dialetti-


camente, come ogni problema, ma non può essere risolto per via
dialettica, per il semplice fatto che la dialettica è l'espressione
della dipendenza del pensiero dalla cerebralità, ossia della sua
non-libertà, che, per quanto teorizzi sulla libertà, non ha la
possibilità di realizzarla, né perciò di impostarne filosoficamente
il problema.
Una “filosofia della libertà” può essere costruita soltanto dal
pensiero che abbia già realizzato la libertà: non può venire da
mero pensiero filosofico. Soltanto il pensiero liberato può dare
forma filosofica al proprio contenuto posseduto pre-
dialetticamente. Perciò esso postula un'azione interiore, verso cui
la comprensione filosofica del tema è semplicemente
un'indicazione. Il mero apprendimento, per il suo riaffermare la
categoria dialettica della non-libertà, cade fuori dell'assunto della
filosofia della libertà: che è la filosofia pensabile come esperienza
59
La Luce

stessa della liberazione di cui parla.


Il problema teoreticamente. è l'indicazione di un còmpito
riguardante solo il pensiero che, in quanto astratto e dialettico, non
è libero, e non è libero perché non attua la propria natura: per ora
essendo libero soltanto di non essere libero, ossia di opporsi al
proprio inverarsi. Perciò il problema è il compimento stesso della
dialettica in quanto logicamente si svolga come dialettica,
tendendo ad essere non la forma moltiplicantesi di se stessa, come
analisi di analisi e sintesi di analisi, bensì il veicolo dello spirito
da cui scaturisce. Di solito ne scaturisce, infatti, subito
opponendosi ad esso, per il suo accettare come propri i limiti del
supporto corporeo: vincolandosi a ciò che è proprio alla sua natura
trascendere.
La forza immanente del pensiero è la possibilità di trascendere
la forma in cui dialetticamente si manifesta: la possibilità di
attuare se stesso in quanto non respinga ma rechi lo spirito da cui
sorge.
Finché il rappresentare è un ripetere le forme di ciò che esiste,
non è libero. Né è libero il pensiero conforme a tale rappresentare.
Il pensiero non esiste per subire il mondo esteriore, né per
sfuggirlo: che è la stessa cosa. Esso viene sollecitato dal mondo
esteriore, perché vi afferri il proprio movimento e riconosca la
presenza di sue forze originarie nel sensibile. E realizzi la sua
autonomia, già vera nel mondo spirituale: il còmpito
dell'autonomia ponendosi nel sensibile, dove è impedita.
Il pensiero che si limiti a ripetere le forme del sensibile, ad
astrarre su esse, non è libero, perché ignora il proprio movimento,
che non è un “ripetere” qualcosa, come risulta all'ottuso suo
momento riflesso, bensì l'inconscio inizio di una rianimazione
della vita esprimentesi in quelle forme. Il pensiero deve essere
coscienza pensante di sé, oltre che pensiero delle cose: deve
liberarsi, per essere creatore oltre i limiti postigli dal sensibile.
Solo in quanto creatore, il pensiero reca moralità: perché può
recare in sé cosciente la vita di cui la natura vive vegetando. E la
60
5 - La Vita della Luce. La Libertà

vita che esso perde limitandosi a riflettere le forme del mondo.


Il pensiero, o reca forze morali, o non è pensiero. Non c'è,
infatti, pensiero senza Io. L'Io non può che creare. Il male
dell'uomo è impedire all'Io di essere creatore: glielo impedisce
mediante la riflessità del pensiero, l'astratto sapere, la dialettica. Il
pensiero, infatti, riesce normalmente a determinarsi solo in quanto
si oppone alla vita, estraniandosi all'Io da cui emana.
Il male dell'uomo è costringere le forze sovrasensibili a servire
il sensibile, mediante il pensiero legato alla cerebralità e ai suoi
prodotti. Anche quando specula o spiritualeggia, tale pensiero
subisce il sensibile, perché ignora come dipenda da esso. Fonda su
esso valori e miti che sono l'inverso del suo reale contenuto: dà
valore spirituale a ciò che manca di spirito, in quanto, dandosi
come realmente e unicamente sensibile, è opposto allo spirito.
L'opposto allo spirito viene mitizzato o deificato da un pensiero
che, nel suo desolato positivismo o dialettismo, ritiene di aver
superato la superstizione. Mentre ciò che si oppone allo spirito in
definitiva si dà per stimolare il pensiero a riconoscere
nell'opposizione un limite che riguarda esso solo: stimolo al suo
liberarsi, perché il sovrasensibile, senza cui il sensibile non
sarebbe, si manifesti.

11

L'uomo, pur immerso nel corpo eterico-fisico, ha solo la


percezione del fisico, non dell'eterico che, come metafisica forza
di vita, rende possibile la percezione del mondo fisico: la cui
basale realtà è eterica. La contraddizione dell'uomo è appunto
questa: che mediante un tessuto sovrasensibile di cui non ha
coscienza, si rappresenta e sperimenta come sensibile il mondo
fondato sul sovrasensibile. Senza la sostanziale attività eterica, in
sé sovrasensibile, egli non potrebbe avere esperienza sensibile.

61
La Luce

Mediante il corpo eterico, l'anima e l'Io accolgono il sensibile e


lo serbano come memoria: che è il suo imprimersi nel corpo
eterico. Onde questo opera sempre come un mediatore
mnemonico, condizionante il percepire-pensare.
Mediante il corpo eterico si concretano i pensieri: quelli che
l'uomo pensa veramente, in quanto li vuole in profondità con la
tenacia o l'impeto delle forze di vita. Non sono i pensieri astratti, i
pensieri discorsivi con cui egli di solito stabilisce rapporti con le
cose e con gli esseri, o organizza la sua cultura, ma il pensare con
cui la natura radicalmente pensa in lui.
Questo pensare profondo che l'uomo riceve dalla corporeità è
ciò che egli vuole realmente e che normalmente riveste di teorie,
ideologie, pretesti dialettici.
È il pensare che egli non conosce in quanto tale, perché,
commisto al sentire e al volere, ha una vita che sfugge alla
coscienza: nella quale affiora di continuo mediante pensieri,
esprimenti non il suo originario movimento, ma la sua dipendenza
dall'essere corporeo asservente la vita del corpo eterico.
Questa vita va liberata. Ma può essere liberata soltanto nel
pensiero: che attinga alla sua sorgente, fuori dell'organismo
eterico-fisico, senza pertanto uscire fuori di se stesso.
La libertà nasce da prima, per l'uomo, come negazione dello
spirito. Questa negazione è il pensiero.
Il pensiero reca nel suo intimo forze cosmiche che non può
attuare se non connettendosi con l'esperienza sensibile, mediante
l'organismo eterico. In questo congiungimento, se si svincola da
ciò che esso gli impone come dipendenza funzionale, il pensiero
può attuare la libertà: in quanto attua nel corpo eterico
l'indipendenza che, conseguita sul piano fisico e limitata a tale
livello, è errore.
L'indipendenza, tuttavia, non è necessaria nel mondo spirituale,
ma soltanto là dove l'esperienza sensibile afferra il corpo eterico e
mediante questo il pensiero.
La libertà è il pensiero liberato. Non la libertà della corporeità
62
5 - La Vita della Luce. La Libertà

fisica, bensì delle forze con cui l'Io si articola in essa. Perciò è la
libertà dalla corporeità fisica: da cui nasce vivente il pensiero che
restituisce alla corporeità la saggezza della spontaneità.

12

Il corpo eterico, per la sua immedesimazione nell'organismo


fisico, è la sede in cui l'Io può attuare la libertà. È un corpo di
memoria che condensa il passato dell'uomo: corpo vitale
sovrasensibile, inconsapevole di sé nel sensibile. Il suo potere,
tuttavia, non ha rapporto con le forze cosmiche originarie,
essendosi adeguato alla necessità funzionale del corpo fisico-
sensibile.
Perciò il pensiero, pur vivendo nel corpo eterico, per essere
cosciente, deve estraniarsi ad esso, riflettersi e proiettarsi nel
fisico. Potrà poi, per atto di volontà, recare l'elemento della
coscienza nell'eterico, così che la libertà astratta viva e il corpo
eterico di tale vita si accenda, conosca la sua luce. Luce per il cui
accendersi si pensa: non per limitarsi alle opinioni sulle cose.
Nell'organismo eterico-fisico l'uomo compie l'esperienza
virtuale della libertà, in quanto esso gli è supporto alla coscienza:
supporto che lo isola e lo limita a un'esperienza egoica del mondo.
Perciò egli vi sperimenta una libertà centripeta, puramente
indicativa, contraddicente lo spirito: una libertà che, mancando
della possibilità di realizzarsi dal fondamento, esprime più il
mezzo mediante cui si manifesta che se stessa. In tal senso è
arbitrio, esprime una determinata natura, una irrazionalità.
Per attuarsi, la libertà necessita della vita. Il pensiero che
manchi di vita, manca del movimento che può renderlo libero. Ma
esso può attuare tale movimento là dove unicamente è possibile:
nel corpo eterico. E può attuarlo grazie al suo svincolarsi dalla
dimensione sensibile.

63
La Luce

Il pensiero che necessita della mediazione cerebrale è sempre


senza vita: perciò manca di alimento spirituale. È la ragione per
cui l'attuale cultura, costruita da simile pensiero, manca di forze
morali.
Nel suo liberarsi, il pensiero attinge alle sorgenti del potere di
vita che sorregge il corpo eterico. Non può esservi libertà astratta.
Allorché il pensiero si libera, diviene vivo: accoglie in sé forze di
vita per il sentire e forze di vita per il volere. Viene svincolato ciò
che nel corpo eterico atavicamente è avvinto.
Il senso dell'essere dell'uomo sulla terra è il suo operare a
ricevere dal mondo spirituale quel che, come pensare vivente, è
fondamento della libertà. Perciò, mentre l'Io e l'anima
s'immergono ogni notte nella loro infinità cosmica, il corpo
eterico non lascia mai, sino alla fine della vita, l'organismo fisico.
In questo collegamento con il sensibile, il corpo eterico, tagliato
fuori delle sue sorgenti cosmiche là dove è supporto della
coscienza dell'uomo, diviene base della libertà.
Ciò che viene compiuto dall'uomo ha tanta vita morale quanta
ne fluisce in lui per virtù eterica, ossia per virtù di autonomia di
pensiero.
Mediante ciò che si trae dal cosmo, viene elaborato il destino:
mediante ciò che si anima nell'ambito dell'essere eterico-fisico, si
destano le forze dell'uomo libero, che pone nuovi motivi di
destino: in quanto l'atto della libertà si compia indipendentemente
dall'organismo eterico-fisico, la cui funzione è puramente
mediatrice.

64
VI

DEL PENSIERO LIBERO DAI SENSI

Sempre la potenza dello spirito è stata la sua incorporeità: il


suo dominare la propria manifestazione.
Nell'uomo la manifestazione concreta dello Spirito è il corpo
eterico-fisico: in sé strutturalmente compiuto, incapace di errore,
perché incapace di libertà.
Ma allorché lo spirito vuole usare la propria manifestazione,
per esprimere se stesso mediante questa, non può che contraddirla
e annientarla: l'ha, infatti, non soltanto esterna a sé, ma opposta.
Dalla sua trascendenza lo spirito domina la natura: ma allorché
essa gli è dinanzi dominata dal proprio interno potere, è un mondo
che gli si contrappone. Infatti, l'uomo non possiede il proprio
corpo eterico-fisico: non attua la propria identità con lo spirito che
lo ha edificato. Sa della corporeità mediante sensazioni, ossia
avendola esteriore: il suo sentirsi corporeamente essendo il suo
vivere nell'anima senziente, anzi il suo riceverne i segni mediante
la coscienza legata al sistema neuro-sensorio.
L'opporsi della natura creata dallo spirito, allo spirito, è il
principio della libertà; perché dà modo allo spirito di incontrare se
stesso nel proprio movimento. L'opposizione stessa essendo suo
movimento: il primo e provvisorio.
È il pensiero che non può se non pensare, ma lo dimentica o lo
ignora, e crede di avere dinanzi a sé una realtà che non sia da esso
pensata, che gli si opponga: che esso non stia pensando, essendo
65
La Luce

essa, per propria virtù, sensibile. Deve liberarsi di essa per averla,
per sapere di pensarla e penetrarla: realizzare l'identità essenziale
che già gli viene incontro come forma-imagine delle cose: che
mediante lui, per lui, si manifestano.

Dalla manifestazione si risale allo spirito, non viceversa. La


direzione dello spirito nel manifestarsi è inversa a quella dello
spirito manifestato. Perciò lo spirito nell'uomo è opposto alla
natura.
Un'esposizione degli “stati multipli dell'essere” è sempre
un'ingenuità, perché la direzione dello spirito è inversa a quella in
tal modo prospettata. Una simile esposizione poteva essere giusta
per l'uomo antico che non soffriva ancora tale inversione, non
traendo lo spirito coscienza dall'opporglisi della natura. In questa
ancora esso esprimeva l'umano.
Ogni pianificazione del trascendente che rappresenti il suo
passare ai vari gradi della manifestazione, oggi non risponde al
movimento dello spirito, essendo, come rappresentazione, il suo
inverso.
Solo chi dorme nel pensiero può essere spiritualmente
consolato da simili rappresentazioni: positive unicamente come
esercizio di pensiero: di cui il pensiero deve a un dato momento
liberarsi, se vuole essere vivo.
Tutto ciò che è guardato e pensato dall'uomo moderno viene
rovesciato, in quanto riflesso. Perciò il guardare e pensare la
manifestazione è la possibilità di risalire allo spirito: perché è un
rovesciare ciò che è rovesciato. È un ritrovare il positivo
contenuto. Si tratta di averne coscienza.
È la possibilità di cui l'uomo di questo tempo deve prendere
coscienza. Possibilità sconosciuta all'uomo antico che aveva la
visione sovrasensibile indipendentemente dalla condizione
66
6 - Del pensiero Libero dai Sensi

dualistica del percepire e dell'apprendere. Soltanto nell'epoca della


dialettica, perduta l'esperienza dell'identità, poté darsi questione di
monismo o dualismo: nacquero le dottrine dell'esperienza
interiore, perché questa era perduta. Onde la dialettica oggi si
esalta di monismo teoretico - tradizionale, o materialistico: che è
la stessa cosa - impotente a realizzare una unità del mondo, che
non sia di parole.
Perché il pensiero non sia legato alle parole deve liberarsi dai
sensi e dalla loro eco. Il sentire e il volere non hanno problema di
libertà, perché sono in sé liberi, ma possono manifestarsi
nell'anima solo in quanto si sottopongono al vincolo proprio al
pensiero: perciò come emozioni e istinti. Essi subiscono il
rapporto a cui è obbligato il pensiero con la corporeità, epperò col
mondo esteriore.
L'alterato sentire, l'alterato volere divengono memoria eterica:
memoria del sangue che mediante il sistema nervoso condiziona il
pensiero. Sono i processi metabolici e ritmici che si svolgono
nella cerebralità: che afferrano il pensiero nella misura in cui non
sia autonomo, non sia libero dai sensi.
Liberare il pensiero dai contenuti sensibili, e pur averlo nella
sua più intensa presenza, significa accogliere le forze del volere,
le forze del sentire, nella loro magica purità: nella intatta
trascendenza con cui, non avvertite, sono presenti nell'anima.

Nelle forze con cui l'uomo moderno guarda e pensa, percepisce


e pensa, ha di continuo lo spirito: la luce che egli senza saperlo
estingue. Egli deve soltanto conoscere le forze con cui guarda e
pensa, per essere libero da ciò che, guardato e pensato, tende a
dominare la sua anima.
I contenuti o le apparenze del mondo tendono a dominare
l'anima, come prodotti non ravvisati dello spirito.

67
La Luce

L'uomo moderno già nel percepire e nel pensare ordinari sta


per ripercorrere il movimento dello spirito, ma non se ne avvede,
perché non ritiene reale ciò che ha già dissolto in pensiero, mentre
assume come reale la forma con la quale senza saperlo l'ha tolto
alla sua materialità.
Il suo pensiero è il primo autonomo movimento dello spirito,
ma è un movimento riflesso, che trova come suoi oggetti
immediati le forme materiali, e le ritiene vere pensandole. Esso
opera con la potenza di realtà dello spirito, rendendo reale il
sensibile, ossia ritenendo reale ciò che non è lo spirito.
Questa è pertanto la sua possibilità di essere libero: la sua
possibilità di operare con quel che ha in sé l'essenza del mondo,
negandola. Con ciò, dunque, affermandola.
Ripercorre il movimento dello spirito, ma non lo riconosce,
perché ne conosce solo il riflesso, mediante cui appare reale il
sensibile.
La sua liberazione non è perciò il rappresentarsi vie verso la
liberazione, bensì prendere atto di ciò che si verifica
ordinariamente nel rappresentare e possederne coscientemente il
movimento.
Questo operare nel rappresentare è possibile mediante le forze
pure del rappresentare o del pensare: che non possono subire gli
influssi degli Ostacolatori, perché non vincolate al sensibile.

L'azione degli Ostacolatori è intima all'uomo perché si svolge


attraverso quel “corpo vitale”, o “corpo delle forze formatrici”,
che è il fondamento del suo esistere fisico.
Per il fatto di esistere fisicamente, l'uomo accoglie in sé
l'influenza di queste forze: che lo determinano soprattutto là dove
l'anima si vincola alla cerebralità. Tutta la sua vita, tutto il suo
soffrire, è una lotta perenne dell'anima, contro esse, secondo la
68
6 - Del pensiero Libero dai Sensi

segreta direzione dello spirito, arrestantesi alla cerebralità.


L'azione pura dello spirito non avrebbe bisogno di lotta.
Fuori dell'influenza degli Ostacolatori, l'uomo è un essere
spirituale: figlio del mondo celeste, egli, per diventare un essere
terrestre e acquisire umana individualità, deve accettare di essere
condizionato da queste forze: traendo una coscienza mentale dal
vincolarsi al sistema neuro-sensorio.
Come essere celeste, non è libero: per divenire libero, deve
diventare uomo: accettare di essere condizionato da forze che lo
afferrano dove egli si illude di essere libero: non distinguendo se
stesso dal loro movimento. Così che un giorno possa attuare la
distinzione, per non fingere ma realizzare la libertà.
Crede di essere libero compiendo il loro movimento. Ma
questo è l'oscuro embrione della libertà.
Le forze di Lucifero e di Ahrimane echeggiano nell'anima
perché sono presenti nel corpo eterico, nel quale l'anima ha il suo
supporto.
Il corpo eterico è strutturalmente celeste: l'influenza dei due
Ostacolatori su esso non ne muta la sostanziale sanità, se non nella
misura in cui per suo tramite essi possono operare mediante
l'anima: contro il senso della vita originaria dell'anima.
Non è egoistica né peccaminosa la natura dell'uomo, bensì la
soggezione della coscienza egoica alle influenze che tale natura
accoglie nel suo tessuto formatore.
L'aderire dell'anima al supporto, il vivere non secondo le
proprie leggi ma secondo quelle della sua forma terrestre e perciò
secondo le impressioni che questa riceve dal mondo sensibile, è la
ragione dell'errore e del dolore.
Non v'è via spirituale che lo possa aiutare, se non gli dà modo
di attivare le forze dell'anima in un essere eterico indipendente
dalla forma eterica impegnata nella corporeità fisica.
Qualsiasi esperienza spirituale l'uomo abbia, senza conoscere
in qual modo la sua anima sia presa dal suo supporto sottile,
impedisce la sua libertà: gli impedisce di essere indipendente da

69
La Luce

influenze che suscitano in lui ciò che virtualmente è libero, ma per


sottrarglielo. Onde si può dire che ogni via spirituale che non dia
modo all'uomo di riconoscere la tecnica degli Ostacolatori è in
sostanza ispirata da essi.
Qualsiasi esercizio di autodominio, di controllo yoghico, è
destinato a fallire, in quanto privo di tale conoscenza: ingannando
il ricercatore circa conseguimenti di cui egli non è neppure capace
di ravvisare l'assenza di valore, non disponendo di un punto di
vista effettivamente sovrasensibile.

L'attitudine magica non può realizzarsi se non a condizione che


si conoscano le forze con cui già si è operanti nell'ordinario
percepire e nell'ordinario pensare. Fuori di un simile conoscere,
ogni presunzione di “salto” magico sul piano dell'auto-dominio e
della potenza, è un inganno, perché elude quel laborioso e sottile
còmpito del “liberare il pensiero dai sensi”, ossia dalla cerebralità,
che è l'unica via per trasporsi oltre il limite individuale, ed è il
segreto di tutta l'opera.
Il “pensiero libero dai sensi” infatti si può attuare solo per virtù
di una presenza dell'Io più lucida e più profonda che nella
coscienza ordinaria, perché rende indipendente dalla corporeità
l'unica attività interiore che, manifestando l'Io nella corporeità, ne
subisce le condizioni e perciò ha nella sua libertà la continua
contraddizione: irrisolubile mediante lo slancio magico, o la
presunta affermazione assoluta di sé, che rimangono
inevitabilmente una tensione corporea, o psico-corporea, finché
ignorano dove possono liberarsi dal corpo, ossia dalle velleità,
dall'istintività, dall'animalità, dalla dialettica.
Colui che segue la via della conoscenza, e non della esaltazione
magica, o della “potenza” a buon mercato, sa della che deve
attingere alla forza che già esplica nel percepire e nel pensare - le
70
6 - Del pensiero Libero dai Sensi

uniche e positive garanzie che egli è un essere esistente e


cosciente - i quali soltanto, sperimentati e posseduti in sé, possono
condurlo all'Io che egli è. Onde la sua arte è operare a essere
presente come Io nel percepire e nel pensare - che è l'arte del
“percepire puro” e del “pensiero libero dai sensi” - così da non
avere dinanzi a sé un mondo da interpretare, o da sfuggire come
maya, o da conquidere secondo una “potenza” stimolata in
definitiva dal suo apparire, venendo preposto il potere al
conoscere; bensì un mondo la cui realtà non può opporsi al
pensiero, perché simboleggia al pensiero la sua forza sul punto di
sorgergli dall'interno.

Lo si accetti o lo si respinga, la via al sovrasensibile passa


inevitabilmente per il “pensiero libero dai sensi”. Ogni altra via
non può essere che una direzione al subsensibile: è perciò
sostanzialmente medianità, con gradazioni varie: dal volgare
spiritismo, alle culminazioni magistiche e yoghiche, in cui non
può essere necessariamente che la caricatura della magia e dello
yoga, anche se ben presentati dall'armamentario delle parole.
“Pensiero libero dai sensi” significa pensiero sperimentato nel
suo potere sintetico indipendente dai supporti sensibili: perciò nel
momento della sua massima vitalità: che implica la reale presenza
dell'Io e la più alta coscienza di sé: senza le quali non potrebbe
realizzarsi. Il “vuoto” a compimento di tale pensiero non è
attuabile se non grazie a un ulteriore potenziamento di coscienza.
Qualsiasi guasto o errore in simile direzione può verificarsi
unicamente per la incapacità a realizzare veramente il “pensiero
libero dai sensi”.

71
La Luce

Il corpo eterico è puro nella sua intima tessitura, ma reca in sé


l'impronta della razza, dell'ambiente, della memoria soggettiva.
In realtà, la strutturale purità del corpo eterico non può essere
sperimentata se non da chi giunga a porsi dinanzi ad esso per virtù
di un potere eterico indipendente, in cui viva l'incondizionatezza
dell'Io: che è la vera indipendenza dalla natura. Tale indipendenza
è attuata unicamente da un'animazione del corpo eterico che nasca
là dove l'Io mediante l'eterico suscita dall'organo fisico la
coscienza pensante.
Perciò la via iniziatica dei nuovi tempi esige come strumento
della liberazione il “pensiero libero dai sensi”.
Il pensiero ordinario si muove secondo le forze eteriche
vincolate alla corporeità e si esaurisce nel riflettersi mediante
l'organo cerebrale. Il pensiero in cui l'Io comincia ad attivarsi
secondo un volere non vincolato alla corporeità, si articola in un
moto eterico che scende nelle profondità corporee, recando la
forza liberatrice dell'Io.
Il pensiero libero dai sensi, conseguendo l'indipendenza dallo
strumento fisico, non si estingue nel riflettersi, ma vive di una vita
eterica indipendente dal supporto corporeo. L'anima attua la sua
libertà, in quanto, non afferrata dall'organismo fisico, comincia a
vivere nel corpo eterico secondo la propria metafisica essenza.
È il suo accendersi della luce non riflessa dalla corporeità e
perciò capace di penetrare la tenebra del volere.
Allo stesso modo, colui che contempla la natura vegetale e
minerale, penetra la tenebra fisica nella sostanza e nella forma
degli enti, per ritrovarvi la luce occulta del sole e il suo reale
irraggiare terrestre. La forma, contemplata, suscita le forze
profonde del pensare e del sentire: la sostanza evoca le forze
profonde del volere. La sintesi è l'opera dell'Io.

72
VII

LA MEDITAZIONE COME VIA


ALL'IMAGINAZIONE CREATRICE

Il pensiero deve ritornare luce. Per ritornare luce, deve aprirsi


al proprio intuitivo imaginare. Esso può attingere la propria vita,
una nell'uomo e nel mondo, ove ritrovi il suo primigenio potere
d'imagine, scaduto in rappresentazione e concetto, o in soggettiva
fantasia.
Mediante potenza d'imagine la natura domina l'uomo e lotta
contro lo spirito per tutta la durata della vita, sino a che questa
lasci il corpo. Chi guardi un cadavere scorge in esso l'assenza
delle forze che vi edificavano la vita: può osservare nel cadavere
soltanto la presenza di forze che, nel loro escludere la vita, non
trovano più impedimento.
Queste forze tendono ad afferrare la vita mediante il decaduto
imaginare dell'uomo, proiettandovi la visione del mondo che egli
crede propria: i valori culturali, le ideologie, i miti, le fedi. II cui
còmpito è consacrare quell'apparire della terra che taglia l'uomo
fuori del segreto della vita, elevando a realtà interiore la dualità
del mondo: implicando il morire.
Il pensiero deve riconquistare la sua originaria potenza
d'imagine: perché in essa può superare la dualità del mondo, vera
soltanto per l'immediato percepire.
Per ritrovare la sua potenza d'imagine, il pensiero deve volere il
proprio ordinario imaginare, così da sottrarlo alle forze della
73
La Luce

natura.
Deve imprimere alle imagini la forza che per ora esse ricevono
soltanto dalla base corporea.
L'imaginare è l'eco del mondo dei sensi vivente come
immediato pensiero, di cui il discepolo opera a fare una veste di
luce ai contenuti dello spirito.

Da prima l'imaginare come volitiva determinazione è un lottare


contro le imagini mediante le quali la natura domina dal profondo
la coscienza.
L'anima, per vivere della sua metafisica luce, deve impegnarsi
volitivamente in imagini che non salgano dalla corporeità, ma si
sottraggano ad essa, in quanto riflettano le forme dell'operare
dello spirito sulla terra.
Le imagini dell'operare dello spirito sulla terra, l'uomo può
lasciarsele imprimere nell'anima dal suo contemplare la natura
minerale e vegetale.
L'arte di coltivare la dedizione è questo contemplare: che,
aprendosi all'occulta identità dell'essere con lo spirito, può avere
la risposta del mondo spirituale: al quale l'uomo per ora può
rivolgersi solo mediatamente. Egli infatti attinge all'identità che
già c'è ed ogni volta attua nel pensiero, ma senza avvenirla, senza
supporla, per insufficienza di coscienza dinamica del pensiero.
La dedizione non è un sentimento, né una tensione, bensì il
prodursi del volere puro, che l'uomo non può suscitare
direttamente. Un volere che si desta perché portato
coscientemente incontro alle forme visibili del cielo della terra e
dell'acqua, in cui esso esprime la potenza della sua non-egoità.
Il volere della contemplazione è puro, perché attua il
movimento che le sue originarie forze hanno impresso nella pura
sostanza dei cristalli, delle piante e delle acque. Ogni volta che il
74
7 - La Meditazione come via all'Imaginazione Creatrice

pensiero è voluto come pensiero, tale volere, in esso immanente,


diviene potenza d'imagine, o potenza di vita.

Occorrerà che un giorno l'uomo, con quieta intensità, contempli


un albero, o un ramo, o un fiore, se vuole ritrovare il potere
imaginativo del pensiero: se vuole attingere in sé il pensiero che
edifica la vita: vero soltanto in quanto edificante. Determinato,
astratto e dialettico, cessando di essere vero.
Occorrerà che egli lasci andare l'occhio sul giuoco di luce che
sorge dinanzi a lui come forma dell'albero, perché veda innanzi a
sé il moto del pensiero che gli nasce dall'intimo dell'anima, come
vita della forma che sta contemplando.
Occorrerà che egli avverta come nel guardare la pianta il suo
sostanziale pensiero è spontaneamente uno con la luce di vita che
la edifica. Per attuarsi, il suo pensiero cessa di pensare: è soltanto
presente con tutta la sua possibilità di movimento. Incontra il
mondo, perché nasce dall'essenza del mondo e può ripercorrere il
suo manifestarsi ritrovandosi nel percepire. Non pensa nulla
dialetticamente perché vuole essere solo il pensiero che opera per
virtù incorporea nel percepire, senza cui il percepire non si
darebbe.
Se allora osserva, si avvede che ripercorre il movimento per cui
ordinariamente pensa: giunge dove il non pensare dialetticamente
è il sorgere della forza d'imagine dalla forma interiore di ciò che
egli guarda.
Spontaneamente il suo sostanziale imaginare è uno con la luce
che edifica l'albero, onde gliene sorge l'imagine mediata
dall'occhio; ma il suo cogliere tale luce di pensiero è atto di
libertà.
Perché questo atto non si dia, gli Ostacolatori tendono a
incantare lo sguardo e il pensiero alla imagine sensibile e alla
75
La Luce

concretezza della sua alterità. Tendono a escludere la presenza


dell'Io nel pensiero, la presenza dell'Io nel percepire: perché
contro quest'Io nulla potrebbero, mentre esso può tutto su essi.
Così la presenza dell'Io nell'ordinario percepire è la possibilità
che la percezione sia integrata dal pensiero che viva come suo
contenuto interiore: non sia essa ad afferrare il pensiero,
escludendo l'Io, risonando priva della propria intima realtà
nell'anima, sotto forma di soggettiva sensazione o di astratta
rappresentazione.
Dall'andare incontro al percepire con il pensiero informale,
risorge in imagini di luce la struttura degli enti contemplati.
L'analogo movimento rivolto alla percezione di stati d'animo, o
istinti, o pensieri, restituisce alla vita dell'anima le correnti
creatrici dello spirito.
Ogni percepire suscita l'imaginare magico, in cui vivono le
forme di un mondo in procinto di rinascere dalle spoglie
dell'antico mondo, esteriore e dell'anima, a cui per ora
ordinariamente è vincolato il percepire.

All'imaginare suggerito alla sua anima dagli Ostacolatori


mediante l'inconscio aderire di essa alla natura eterico-fisica,
l'uomo deve sostituire l'imaginare che avviva mediante volontà,
dandogli la stessa potenza di movimento e lo stesso impeto che ha
in quanto obbedisce agli impulsi della natura.
Nell'imaginare spirituale egli deve poter riversare le forze che
in lui si esprimono come brama di vita. Deve poter sentire in esso
lo stesso potere determinante che esercitano su di lui il bisogno di
respirare, o la fame, o la sete.
La forza autentica di questo imaginare è il non richiamare moti
corporei o forme sottili di respirazione: è il suo essere
assolutamente incorporeo. La sua potenza è la sua incorporeità:
76
7 - La Meditazione come via all'Imaginazione Creatrice

perché mediante essa l'Io opera nelle profondità corporee.


Chi conosce questo segreto domina se stesso e il mondo: attua
ciò che lo spirito esige dall'uomo sulla terra.
I poteri con cui oggi l'uomo edifica la sua civiltà sulla terra,
appartengono allo spirito, ma egli può attuarli soltanto in quanto,
suscitati dalla terra, li vincola a brutali necessità fisiologiche, a
fatti economici.
L'uomo non possiede la forza con cui costruisce la sua civiltà.
Alla potenza esercitata sul senso e l'organizzazione della vita
dal fatto economico, ossia dalla valutazione fondamentalmente
economica dell'esistere, egli dovrebbe contrapporre una altrettanto
intensa visione liberata del mondo.
Si tratta di destare un moto spirituale che abbia tanta forza di
determinazione, quanta per ora ne hanno soltanto il danaro, il
sesso, la carriera, la vanità dell'apparire.
Questo volere irresistibile che l'uomo riesce a mettere in moto
per conseguire ciò a cui unicamente dà valore - sesso, danaro,
vanità - in realtà viene dallo spirito. La brama è una forza dello
spirito che, soltanto come tale, ha il potere di modellare la realtà,
sia pure in contrasto con l'ordine spirituale.
L'arte dell'asceta è attivare la stessa forza incorporeamente:
perché soltanto fuori delle categorie sensibili essa manifesta la sua
realtà.
La potenza di ciò che muove la materia è l'immaterialità. È
l'imaginare che diviene creatore, perché si fa incorporeo, ma
perciò domina la corporeità.
Il segreto della magia dei nuovi tempi è attivare con la stessa
vitalità di un movimento sensibile l'essere interiore, senza che
alcun processo sensibile intervenga: alcuna cooperazione, alcuna
assonanza, o tensione.

77
La Luce

Mediante la concentrazione l'asceta tende a separare il pensiero


dalla corporeità, così che esso si presenti quale è prima dello
spegnersi della sua luce.
Non sono le forze vitali del cervello che debbono diventare
pensiero: perché il loro còmpito è escludere il pensiero o lasciarsi
escludere dal pensiero. Infatti esse dominano il capo durante il
sonno, e vengono eliminate dal pensiero durante la veglia.
L'opposizione del corpo eterico al pensiero è l' opposizione del
cervello fisico, onde il pensiero deve rinunciare alla sua natura
spirituale: deve riflettersi. Ma tale riflessione implica in una certa
misura la distruzione dell'organo cerebrale: una determinata
eliminazione dell'opposizione eterica.
L'arte dell'asceta è condurre a intensa purità la concentrazione
non mediante le forze sottili di tale organo e perciò non tendendo
ad agire con queste sul corpo eterico, bensì mediante forze
eteriche più pure in quanto indipendenti dal sistema eterico-fisico
della testa.
Soltanto tale indipendenza può agire positivamente sul corpo
eterico. Ma v'è la tendenza, da parte di taluni che praticano erronei
esercizi, a forzare la corrente delle forze formatrici del sistema
nervoso centrale. Essi non sanno avvivare con azione interiore
l'elemento più alto di tali forze, ma inconsciamente le
distruggono, staccandole meccanicamente dal supporto nervoso,
così che questo si infiacchisce e si logora. È soprattutto l'errore di
coloro che si legano alla corporeità oltre il necessario, sentendone
troppo i processi e perciò eliminandone le energie vitali, nel
tentativo di conseguire automaticamente esperienze interiori, di
tipo pseudo-yoghico o medianico.
In sostanza, praticando la retta meditazione, si cessa di pensare
con l'organo eterico-fisico, non si ricorre al sistema nervoso, dal
cui moto vitale procede il solito pensiero, ma si tende a elevarsi al
livello delle forze che hanno costruito il sistema nervoso. Ci si
78
7 - La Meditazione come via all'Imaginazione Creatrice

comincia a muovere nelle originarie forze dell'Io, mediante il


pensiero.
Il pensare da cui si prende l'avvio esige inizialmente il
movimento delle forze sottili che, per l'ordinario rappresentare,
sono vincolate alla fisicità cerebrale. L'insistenza nella
concentrazione, che è dedizione volitiva, conduce allo
scioglimento delle forze interiori dalla necessità del supporto
cerebrale, ossia dalla necessità dialettica. Le più spirituali forze
eteriche si disimpegnano da quelle necessarie ai processi
fisiologici del cervello, cui è legata la forma discorsiva del
rappresentare. Il pensiero cessa di essere condizionato da quei
processi: comincia ad articolarsi in una vita eterica che non
estingue ma raccoglie e fa vivere in inusitate forme la sua luce. Il
pensiero ritrova la sua originaria potenza d'imagine.
L'ètere più puro e più creativo diviene veicolo dell'Io nel
pensiero: fuori dell'organo cerebrale, fuori del corpo eterico, ma
con possibilità di azione liberatrice su esso.
Il lavoro ordinario del pensiero provoca ogni giorno un logorio
dell'organo cerebrale che si avverte come stanchezza, ma in verità
le forze eteriche del pensiero, nella loro indipendenza dalla
cerebralità, sono inesauribili.

Che il pensiero nello sforzo della concentrazione non si vincoli


ancor più al sistema nervoso, non tenda il tessuto cerebrale e non
si leghi maggiormente alla fisicità, dipende dalla rettitudine della
sua ascesi. Dipende dal fatto che l'organo del conoscere non sia
stato deteriorato da esercizi o atteggiamenti suggeriti da pseudo-
maestri. Dipende dall'aver saggiamente educato l'attenzione che si
attua nell'esercizio della concentrazione, onde si è capaci di
distinguere l'attenzione rivolta all'oggetto dalla pressione
sterilmente esercitata sul sistema nervoso.
79
La Luce

Occorre accorgersi che nella concentrazione, allorché comincia


lo sforzo, già si è perduto di vista l'oggetto e inavvertitamente si
preme sull'organo eterico fisico: si fa leva sull'organismo corporeo
e ci si illude di continuare a muovere il pensiero indipendente
dalla corporeità: si crede di continuare la concentrazione. In taluni
casi si giunge per tale via ad agire sull'eterico, in quanto si
mobilita in profondità il respiro: la forza viene richiesta non allo
spirito, ma allo spirito vincolato alla corporeità. Che è il
fallimento della concentrazione, perché si lega più in profondità la
vita interiore a processi fisici, l'indipendenza dai quali è l'obiettivo
della concentrazione.
L'arte è portare nella pratica tanta dedizione, o volontà, da
accorgersi di aver smarrito il tema, o l'oggetto, e di continuare
vanamente a tendere forze corporee, o legate alla corporeità.
La riuscita della pratica è in realtà un fatto di conoscenza: un
intuire il momento conoscitivo nel conoscere. È una presenza
interiore che si esprime noeticamente, ma perciò è atto di amore.
Perché l'amore è dedizione e soltanto la dedizione può divenire
attenzione: capacità di essere desti in ogni momento della
concentrazione.
Perciò è giusto dire che si giunge allo spirito in quanto esso è
l'amore più forte: in quanto altri amori non distolgono il
ricercatore, tenendolo in profondità.
La saggezza è scoprire che non si ama veramente lo spirito:
perché dopo tale scoperta soltanto si può cominciare a fare per lo
spirito qualcosa che prima non si sapeva.
Si può infine decidere di dedicare ciò che prima ci si illudeva
di dedicare.
In realtà, perché la concentrazione e la meditazione conducano
all'obiettiva esperienza interiore, esigono che si dedichi ad esse la
vita dell'anima: non la facile tensione corporea, o psichica:
comunque sensibile.
È la vita dell'anima che di solito manifesta la sua forza in
quanto viene presa da un istinto, o da una passione, o da un'idea
80
7 - La Meditazione come via all'Imaginazione Creatrice

ossessiva.
Si tratta appunto nella concentrazione di giungere a realizzare
volitivamente una simile forza: un'ossessione cosciente.
Un'ossessione lucida e dominata.

La concentrazione e la meditazione non hanno fini intellettuali


o gnoseologici, o comunque dialettici. Non si praticano per
acquisire conoscenze o penetrare i significati dei temi: questi
debbono cessare di avere una qualche importanza intellettuale.
L'intelletto deve essersi potuto educare a discernere la propria
dialettica necessità, per esserne indipendente nei momenti voluti.
Ci si concentra, appunto, affinché l'oggetto della concen-
trazione via via perda il suo significato che è un significato solo
per la cerebralità, ossia per un determinato ambito di interessi
umani. Il senso dell'insistenza sull'oggetto è portare la cerebralità
a tale saturazione di esso, che giunga a lasciarlo andare per
disinteresse riguardo a ciò che esso significa egoicamente o
umanamente. Il puro tema diviene allora oggetto alle forze del
pensiero, o alla potenza motrice del pensiero, che sino a quel
momento ha agito limitata dalla mediazione cerebrale.
Analogamente la meditazione: non mira a interpretare
determinate imagini o a penetrarne significati reconditi. I
significati hanno importanza per l'intelletto e per l'ego, non per
l'attività interiore, che è percezione di contenuti vivi e apertura a
forze trascendenti: che solo a posteriori, in un secondo tempo,
possono dar luogo a elaborazione intellettuale. Questa riguarda la
cerebralità, che ha bisogno di conoscere l'oggetto riflessamente, o
discorsivamente, nella sua contingente appartenenza alla
molteplicità.
La concentrazione e la meditazione si praticano per suscitare la
vita reale dell'anima, a mezzo di temi od oggetti, il cui valore è
81
La Luce

solo di mediazione. Non sono essi che suscitano le forze


dell'anima: al contrario, l'anima attiva se stessa in quanto li
ricostruisce e li avviva, avendoli come temporanei supporti al
proprio ascendere.

L'anima ordinariamente non vive: è desta come riflesso


corporeo, operando solo per la corporeità e per ideali fondati in
definitiva su fatti corporei. Perché l'anima possa manifestare la
possente vita del suo mondo, deve giungere a vedere nel mondo
qualcosa di più di ciò che essa è capace di rappresentarsi.
L'anima deve portare il proprio rappresentare-pensare a
esprimere la reale vita del mondo, ossia ciò che ogni volta le
sfugge del mondo. Ma perché ciò sia possibile, deve riconoscere
nel suo normale rappresentare la forma di un limitato e
contingente rapporto con le cose, che assurge a universale modo
di vedere, grazie alla sostanza universale di cui è tessuto.
Il rappresentare e il pensare con cui l'uomo considera il mondo
è una universalità obbligata a esprimersi in forma non-universale
o anti-universale, in ciò tuttavia recando il suo potere di
universalità.
La forma del rappresentare incanta le forze di cui è tessuta: le
obbliga a una limitata visione che si oppone alla realtà del mondo,
di cui esse pertanto sono l'intima trama formatrice.
Ma perché l'uomo possa afferrare nel mondo qualcosa oltre ciò
che egli è capace di rappresentarsi, deve agire nel rappresentare
stesso: deve superare il limite che le forze del rappresentare gli
costituiscono proiettandosi in lui come apparire del mondo.
Deve essere recata volontà nel pensiero. La forza con cui nasce
qualsiasi pensiero deve essere recata nel pensiero. Tale il senso
della concentrazione e della meditazione.

82
VIII

IL “PENSIERO PENSANTE”

Il pensiero ordinario manifesta la sua forza quando ha l'impeto


della spontaneità.
Questa spontaneità non appartiene al pensiero, che si limita a
essere forma o riflesso, ma alle forze della natura, che gli
forniscono il contenuto.
Còmpito dell'asceta è riprodurre mediante volontà questo
contenuto. Richiamata nel pensiero che pensi per autodeter-
minazione, la volontà riafferra in tale contenuto la propria vita
esprimentesi come natura.
Pensiero affermativo o distruttivo, pensiero che esalta o logora
l'uomo, è il pensiero ordinario che esprime la forza di un
sentimento o di un istinto: il pensiero spontaneo, mediante cui la
natura muove l'uomo, che crede essere il pensante.
Il pensiero astratto, o dialettico, è lo stesso pensiero esprimente
in forma logica la sua inconscia dipendenza dalla natura, ma
privato dell'elemento di vita della natura, onde può anche opporsi
dialetticamente ad essa, senza cessare di dipenderne. Pensiero la
cui autonomia è illusoria, perché la vita non appartiene all'uomo.
II pensiero può impregnarsi di essa a condizione di esserne servo.
Come pensiero astratto, non ·può nulla sulla vita.
Ma neppure come “pensiero pensante”: perché ciò che è stato
così chiamato dalla più limpida filosofia idealistica, è anch'esso
inevitabilmente pensiero astratto. Infatti, il momento del pensiero
83
La Luce

pensante non è mai sperimentato se non a posteriori, quando è già


pensato, in quanto si attua non per il proprio movimento, bensì per
l'oggetto pensato. Importa l'oggetto, non il pensiero, nel momento
pensante. Del pensiero in atto si sa soltanto in quanto lo si ha
come pensato, non mentre si pensa: il pensiero essendo pensiero
di un contenuto, non possesso del pensiero che lo pensa.
Mentre per l'ascesi del pensiero, ciò che importa non è
l'oggetto, bensì il pensiero.
Si tratta di capire che v'è un autentico salto, un autentico
trapasso qualitativo dallo speculare - sia pure il più esatto ed
onesto - all'esperienza vivente del pensiero: che da una condizione
individuale ha il potere di aprire l'anima al principio sopra-
individuale: non in quanto tale principio sia il pensiero, ma perché
il pensiero è l'elemento della coscienza che, pur assumendo i
limiti della soggiacenza di questa all'essere sensibile, giunge
dall'illimitato sovrasensibile e ne reca in sé il potere.
Chi creda che dall'idealismo o da un qualsiasi filosofare si
possa passare all'esperienza interiore, sbaglia: può ritardare la
propria formazione interiore, se filosofa su essa.

Il “pensiero pensante”, che è la culminazione della filosofia


idealistica, è il pensiero di cui l'idealista intuisce ma non possiede
il movimento. L'“atto” è giustamente pensato, ma non ricondotto
al suo essere, più e prima che pensiero, pensiero in quanto atto:
viene sempre tematizzato e ricondotto al filosofare. Il più logico e
retto filosofare: che tuttavia lascia immutata l'oggettività del
mondo, ritenendo assumerla dialetticamente.
Il presunto atto pensante è di continuo l'esperienza a posteriori
per cui non si dà mai il “pensante”, bensì il “pensato”. È
inevitabile perciò che esso lasci fuori di sé la percezione sensoria:
non possedendo il proprio movimento, non può coglierlo nel
84
8 - Il “Pensiero Pensante”

percepire, ossia là dove esso è lo spirito che incontra la natura.


Malgrado la giusta attitudine teoretica, la natura rimane comunque
fuori di essa, nell'obiettività pensata: rimane nel mistero del suo
incontro con lo spirito, di cui l'Io ha soltanto ciò che può avere
come pensiero: inevitabilmente astratto, o “pensato”, mai
“pensante”.
L'atto del pensiero, o momento del pensiero pensante, non è
mai posseduto dall'idealista, ma semplicemente appreso: secondo
un moto dialettico che presuppone il pensiero pensante, ma non lo
ha come ha il contenuto per il quale è pensante.
In verità la forza di un'idea non è il suo contenuto obiettivo,
bensì il potere di vita di cui essa anima il contenuto. Ma è un
potere di vita che essa perde proprio per il fatto che l'oggetto, o il
contenuto, diviene il valore in ordine al quale essa si attua come
pensiero pensante.
Il pensiero pensante dovrebbe essere l'esperienza del pensiero,
non dell'oggetto pensato. Mentre normalmente il potere di vita di
un'idea si estingue nel suo riflettersi, ossia nel suo essere pensante
per un oggetto.
Per l'oggetto ogni volta si estingue il pensiero. E questo
estinguersi viene chiamato “pensiero pensante”. Mentre l'arte
dell'uomo è estinguere ciò per cui la vita del pensiero si estingue:
la dialettica. È l'arte della concentrazione, grazie alla quale il
potere di vita del pensiero pensa così intensamente l'oggetto, da
incontrare a un determinato momento se stesso in luogo
dell'oggetto.
Ove si coltivi l'arte del pensiero, l'oggetto cessa di essere ciò
che, apparendo, impone dualità: sorge per esso il pensiero vivente
che supera in sé la dualità, non ha di contro a sé oggetti. Tolto
l'oggetto come opposto al pensiero, è tolta la dialettica, è tolta la
superstizione: si conosce secondo realtà. Gli oggetti vengono
penetrati dal pensiero identico al movimento interiore da cui sono
o sono stati fatti.
Il pensiero idealista invece è sufficiente a se stesso solo nella
85
La Luce

sua dialettica identificazione: supera la dualità soltanto per via di


ragioni, non mediante percezione della sintesi viva. Non avendo in
sé la vita che deduce, non può immergersi nella vita: si può
celebrare soltanto in speculazioni - indubbiamente le più esatte -
ossia in serie di determinazioni del movimento dialettico di cui
intuisce il farsi, o l'attualità, ma senza sperimentarli.
La via allo spirito non potrebbe essere questa, in quanto esige il
portarsi oltre la riflessione; alla percezione del pensiero, ossia
all'esperienza della forza-pensiero: conseguibile non per via
filosofica, bensì grazie ad ascesi iniziaticamente fondata. La
conoscenza delle leggi che sorreggono la vita dell'anima e il
pensiero, non può venire dalla cultura umana, ma dal mondo
spirituale stesso, o da chi da esso è designato.
Tuttavia è una conoscenza logicamente verificabile sul piano in
cui essa necessariamente assume quella veste dialettica che
impegna il pensiero pensante.

Il pensiero va sperimentato come incorporea corrente di vita:


che non è la semplice intuizione del suo moto dialettico, essa
stessa sorgente come dialettica. Va sperimentata la luce del
pensiero, non scambiato per luce il suo riflettersi. Il pensiero
pensante dell'attualismo è in verità l'intuizione del riflesso, il suo
movimento essendo esso stesso riflesso, dalla cui riflessità non
esce.
Mentre si tratta di uscirne, perché allora soltanto il mondo dei
sensi, la natura, l'esistere sono incontrati non da un pensiero
filosofico, bensì da una corrente di luce che penetra l'apparire e vi
afferra la sua vita. Non v'è pensiero pensante che penetri il mondo
degli istinti e delle passioni, il mistero dell'uomo, il significato
ultimo dell'esperienza sensibile.
È sempre la dialettica - questa volta la più cosciente del moto
86
8 - Il “Pensiero Pensante”

dialettico, ma anch'essa ferreamente legata alla sua forma - che


lascia fuori di sé la natura e l'uomo, perché non ne ha la luce
originaria, non ha in sé il calore di vita che li sorregge dal
profondo. È il pensiero che, pensando, intuisce il proprio
momento dinamico, ma non lo possiede. Conosce il proprio
movimento, ma non lo afferra: attua il pensiero ma può solo
pensarlo e aver coscienza di pensarlo, ma non veramente avere
nell'atto ciò che attua.
Quel calore di vita deve essere ritrovato nel pensiero, perché
sia ritrovato l'uomo: per esso debbono destarsi forze del volere
che solo mediante il pensiero sono esprimibili: mediante il
pensiero capace di arrestare il suo dialettismo, non con illusori
medianismi o estatismi, ma per via di percezione della propria
luce. Che, per essere luce capace di penetrare la densità del mondo
fisico, esige il calore del volere.

Il “pensiero pensante”, che è il logico e alto coronamento


dell'idealismo, per un asceta non è troppo, ma troppo poco: è
l'esigenza positiva del filosofare, il “sattvico” filosofare: nulla di
più. Non vi può essere l'uomo, perché non vi può essere apertura
allo spirito. Nel pensiero pensante non c'è la vita del pensiero,
bensì l'estinguersi di essa, onde l'errore dell'uomo non può venir
superato.
L'atto del pensiero non è mai veramente realizzato, perché non
posseduto direttamente: non può avere la vita, ché la perde nel
farsi atto, essendo atto soltanto come riflesso: idealisticamente
avvertito. L'avvertirlo idealisticamente essendo tutto: onde non
attua l'uomo, non ha il segreto della vita a cui pur attinge, per
essere l'estinguersi di essa come “pensiero pensante”.
La realtà è che un tale filosofare non trova veramente lo spirito,
proprio perché è un filosofare nella razionalità, non un attingere
87
La Luce

alle sorgenti del pensiero: non giunge allo spirito perché non esce
dal dialettismo. Per esso è sufficiente constatare la mobilità del
pensiero; mentre suo compito sarebbe possederla: che è l'arte
dell'uomo. Altrimenti non può esservi filosofia idealistica che
salvi dai miti materialistici. Non v'è ragione per cui a un
determinato momento un idealista, sia pure attualista, non divenga
un negatore dello spirito. La dialettica non può non rivelare quello
che in definitiva è: la giustificazione di una natura personale.
Soltanto là dove si esaurisce il pensiero dialettico, sorge la
luce del pensiero: l'uomo ritorna a essere.

La coscienza del pensiero non può essere coscienza corporea,


bensì eterica. La vita della coscienza ordinaria si fonda sul
rapporto che l'uomo stabilisce con il mondo esteriore mediante gli
organi dei sensi. Una coscienza più elevata egli la sperimenta
grazie al rapporto che possa stabilire con gli organi dei sensi
mediante il corpo eterico. Allora egli consegue la conoscenza del
mondo eterico, che è la realtà della terra.
Tale conoscenza non gli si dà gratuitamente, bensì grazie a
un'ascesi del volere che penetri il proprio articolarsi eterico
indipendente dalla corporeità eterico-fisica.
Praticare simile ascesi significa per lui possibilità di penetrare i
valori eterici, o immediatamente sovrasensibili, delle cose e del
mondo: avere mediante forze di vita del pensiero ciò che prima
aveva mediante mero pensiero, o pensiero astratto, ossia non
aveva.
Il “pensiero pensante” è quello che balena unicamente per
l'esperienza che l'uomo ha del mondo mediante l'organismo
corporeo. La sua vita è effimera, perché non è l'originaria vita del
pensiero, bensì quella del suo riflesso corporeo.
È il filosofare che esprime il proprio limite: comunque
88
8 - Il “Pensiero Pensante”

vincolato alla dialettica, che allude al mistero della vita, al mistero


della morte. Senza in verità conoscerli.
La realtà è che neppure il più nobile filosofare ormai può
ritrovare l'uomo. Mentre anche come possibilità di retto filosofare,
oggi esso è perduto. È lo squallore dell'attuale filosofia, infarcita
di logica astratta, di nomi, di sottigliezze terminologiche, ma priva
di pensiero: illusa di seguire o afferrare il processo della scienza,
ma in realtà vincolantesi all'empirismo sistematico e dogmatico di
una ricerca che non conosce più il criterio del valore. Come se
nell'oggettività avesse perduto l'oggetto.
Il pensiero è morto perché non è uscito dalla dialettica: dalla
dialettica che non muta livello per il fatto che riguardi spirito
piuttosto che materia. Essendo la stessa: onde oggi chiunque può
la sera addormentarsi idealista e la mattina destarsi materialista. È
la forma del pensiero che, comunque, riceve l'unico suo contenuto
dal mondo sensibile, essendo privo e ignaro del proprio contenuto:
mentre alla forma sensibile esso dovrebbe recare il contenuto di
cui manca.
La dialettica era nata, nei tempi moderni, per condurre almeno
pochissimi, per via idealistica, a un'esperienza del pensiero puro.
Scomparsa l'ultima virtuale luce del pensiero giustificante la
dialettica idealistica, questa è divenuta l'arte del pensiero esanime,
a disposizione di tutti: di tutte le velleità discorsive. L'assunto
dell'idealismo in sostanza è fallito perché non ha avuto sufficiente
coscienza della sua condizione riflessa, epperò della impossibilità
di attuare in tale condizione il pensiero pensante: non ha
riconosciuto nella dialettica il limite della originaria luce del
pensiero che consente il prodursi stesso della dialettica.
In verità l'entusiasmo, o il contenuto poetico, dell'attualismo,
non era tanto il pensiero, quanto ciò che esso rivestiva: la mirabile
ricchezza del sentire del suo fondatore: l'ultimo filosofo europeo.

89
La Luce

90
IX

DIALETTICA E SCIENZA DELLO SPIRITO

Perché la filosofia occidentale abbia perduto in quella sua più


nobile manifestazione, che è l'idealismo, la possibilità di fondare
l'esperienza del pensiero vivente, è spiegabile soltanto alla visione
sovrasensibile, ossia allo stesso pensiero vivente. Soltanto il
Maestro dei nuovi tempi ha potuto indicare come l'aristotelismo,
afferrato da esaurite forze mistiche arabe, espressione di un “ego”
luciferico fingente l'esperienza dell'Io, perché avverso all'Io, abbia
potuto devitalizzare l'opera del pensiero in Occidente, privandola
del concreto principio dell'individualità: onde nel filosofare, l'“io”
è rimasto sempre un io astratto. Da allora, dialettica e orgoglio
intellettuale - salvo rare eccezioni - hanno costituito un'unica
attitudine, non soltanto nel campo della filosofia, ma di ogni
indagine riguardante lo spirito. Ciò tra l'altro ha impedito che
l'esperienza del mondo fisico, della tecnica e della macchina, si
compiesse sotto il segno dello spirito, come sarebbe dovuto
avvenire.
L'esperienza scientifica della materia doveva essere
l'esperienza dell'Io, ossia dello spirito, non della distruzione dello
spirito. La materia come realtà, sia pure studiata e sperimentata
scientificamente, è divenuta una trascendenza.
Il materialismo agnostico è stato possibile per il fatto che il
pensiero, giustamente impegnato nell'indagine del mondo fisico,
non ha avuto la sua controparte interiore né dal filosofare, né dalla
91
La Luce

tradizione. La materia è stata sperimentata da un pensiero


inizialmente indipendente da essa e poi via via smarrente la
propria autonomia, perché afferrato dalla fenomenologia sensibile,
sino a divenire il consacratore della materia, ignaro di sé.
Materialismo, materialismo storico, materialismo dialettico,
infatti, non sono che la metafisica della materia: della materia
sconosciuta, che si è stati incapaci di penetrare con forze
veramente metafisiche, ormai sconosciute anch'esse. È il pensiero
che, divenuto incapace di conoscere direttamente se stesso, e
tendendo a conoscersi mediante l'oggetto sensibile pensato, ha
dimenticato se stesso per consacrare il sensibile, smarrendo altresì
la possibilità di penetrarlo, così feticizzato.

La filosofia ha smarrito l'uomo. L'arte dello spirito non può


essere arte di filosofi, da quando il pensiero ha cessato di attingere
alla sua fonte sopra-individuale, in quanto il suo concepire ha
coinciso con il suo riflettersi: laddove in antico il pensiero dei
filosofi assumeva la riflessità come veste del suo potere di
penetrare i contenuti del mondo: penetrazione che per taluni rari
tra essi fu comunione con l'essenza del mondo.
Il grande nemico dello spirito è la dialettica, della quale
infiniti sono i travestimenti: compreso quello spiritualistico.
Perché l'esperienza interiore si dia, deve esaurirsi il mondo
delle parole. Segno della trasmutazione è per l'asceta giungere a
sentire nausea per ogni argomentare o speculare, che non risponda
a percezioni di realtà del mondo fisico o dello spirito.
Per chi segua la via del pensiero, la filosofia può essere oggetto
di indagine come qualsiasi altro prodotto del pensiero. Nel più alto
filosofare si può ravvisare il manifestarsi riflesso dello spirito: lo
spirito che si può contemplare nella forma dei cristalli e come luce
operante nella vita vegetale, lo si ha come luce riflessa nello
92
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

speculare umano. Anche quando questo riflesso è il più


fedelmente conforme alla luce originaria, sempre comunque è
riflesso: è la luce originaria adeguantesi al mentale terrestre.
Può animarsi della propria vita, ossia della sua originaria luce,
non il pensiero che si dedichi alla filosofia, ma il pensiero che
assuma un filosofare, o un sistema, o un'idea, come tema di
concentrazione, o di meditazione, o contemplazione: che non sono
certo un filosofare. Sono in realtà il vero filosofare: ciò per cui la
filosofia nacque.
Si può in tal senso operare in due modi: o si assume un certo
pensiero filosofico come tema di concentrazione, al cui contenuto
perciò si è indifferenti, non interessando il suo significato, ma solo
la sua possibilità di darsi come presente pensiero. Oppure, grazie
alla esercitata capacità di contemplare il pensiero, si guarda una
filosofia, o un sistema o una teoria, o tutta la storia del pensiero, al
fine di ravvisare lo spirito che si esprime attraverso esso, o si
altera o è tradito. Avviene allora che il pensare sperimenti come
attuale movimento il suo operare dialettico nel tempo.
Ma, come la filosofia, così altri temi e forme della cultura
possono essere oggetto di tale contemplare, che vede il pensiero,
in quanto lo ha innanzi a sé nel penetrarlo intimamente:
s'identifica col suo esteriore movimento, ma lo coglie in sé. Che è
arte di asceti, non di dialettici.

L'ascesi del pensiero dà modo di ritrovare le forze interiori che


possono esprimersi in pensiero, proprio in quanto non si
identificano minimamente con la sua forma dialettica; mentre il
filosofare non presuppone alcuna ascesi, non ha altro interesse che
usare il pensiero in quanto pensiero e non farlo sparire nella forza
da cui deriva. A meno che non sia un filosofare secondo originaria
saggezza: il vero ma ormai disparso filosofare.
93
La Luce

Priva della espressione dialettica, priva del pensiero in quanto


dialettica, la filosofia non avrebbe ragion d'essere: mentre l'ascesi
del pensiero proprio di questo ha bisogno, di cessare di essere
dialettica. Estinguere il pensiero che non sia vita del pensiero,
rendere il pensiero indipendente dalle forme, senza le quali
normalmente non può esprimersi.
Né l'esoterismo per essere preso sul serio ha bisogno di essere
filosoficamente dimostrato: anche se ciò sia possibile a tale livello
e in qualche modo utile a un ricercatore che, legato a concezioni
filosofiche, abbia bisogno di liberarsi dei suoi vincoli dialettici
mediante un processo dialettico inverso. Perché questo dovrebbe
essere l'assunto di un'esposizione filosofica del genere: mostrare
logicamente la reversibilità del pensiero, essa stessa essendo
espressione di tale possibilità.
Perché il pensiero più logico è sempre l'inverso di ciò che
nasce come pensiero. Onde si può riconoscere di possedere tanto
più profondamente il pensiero quanto più esso sia espressione
della dialettica estinta.
La logica veramente posseduta è il pensiero che non può
sottoporsi ad alcuna logica e che sempre è in procinto di ricreare
la logica. La quale non è normativa per il pensiero, ma solo per se
stessa, ossia per ciò che essa ha come oggetto: che non può essere
il pensiero capace di pensarla, bensì la forma astratta non
contenente pensiero alcuno: grammatica tratta dal pensiero,
necessaria a chi identifichi questa con il pensiero.
La forza-pensiero è più importante del pensiero. Perché potesse
essere conosciuta e posseduta dall'uomo, essa ha cominciato a
manifestarsi come pensiero. Ma il pensiero senza essa è nulla.
Mentre essa è tutto senza il pensiero. In sé lo ha tutto,
essendone la potenza.

94
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

La realtà è che il filosofare umano, come il conoscere


scientifico, assume il mondo compiuto, la natura quale, già fatta,
si pone. Né il più acuto filosofare, né il più solido ricercare
scientifico possono penetrare la realtà che, in forma di esteriore
imagine, si dà quale effettivamente risulta alla loro indagine.
Perché possa essere penetrato il reale, che è il millenario sforzo
della filosofia e l'attuale della scienza - non fu certo il problema
delle civiltà originarie - occorre un vero trapasso di indagine, un
cambiamento di direzione: una reversione del movimento che si
verifica nell'ordinaria esperienza razionale.
Occorre pertanto che questo movimento ci sia, perché la
reversione sia possibile: occorre che il pensiero si vincoli ai
contenuti sensibili e si determini come razionalità, perché ciò che
in esso fluisce possa essere afferrato. La più alta forza fluisce nella
forma più bassa.
L'esperienza interiore è verificabile per il fatto che lo spirito
possa essere colto nel mondo fisico, indipendentemente dalle
potenze della terra: queste in sé soggiacciono allo spirito. Ma si
tratta di realtà che l'uomo può percepire soltanto se può prendere
coscienza di ciò che in lui domina il terrestre, movendo nel suo
ordinario pensiero. Che è per lui penetrare desto in zone nelle
quali è immerso durante il sonno profondo.
In effetto, ciò che si manifesta nella sua anima come direzione
morale, è lo stesso potere che crea la realtà esteriore: non quella
della fenomenologia scientificamente determinabile o
filosoficamente interpretabile: bensì quella con cui è identico il
pensiero nell'intimo suo moto.

95
La Luce

Soltanto fuori dell'uomo la natura può essere creatrice.


Nell'uomo essa opera contro lo spirito. Lo spirito deve distruggere
la natura, per essere lo spirito che nuovamente crea come è
creatore nella natura.
La natura deificata dalla scienza e interpretata dalla filosofia è
quella che domina l'uomo, non la natura creata dallo spirito: non
la natura in cui opera lo spirito.
Perché possa sorprendere lo spirito che crea la natura, l'uomo
deve superare la natura in se stesso: portarsi oltre la propria
natura. Lasciar affiorare in sé l'elemento interiore che non si fa
afferrare dalla natura, poi che nasce opponendosi ad essa. Ma
normalmente non sa di questo suo nascere, in quanto sa di sé
soltanto essendo divenuto discorso.
Ecco perché né dalla scienza né dalla filosofia possono venire
forze morali: perché nella costituzione e nella formulazione critica
dell'attuale sapere le forze interiori possono dar luogo al processo
discorsivo per il fatto che vengono tagliate fuori dell'atto
conoscitivo, che pur nasce da esse. Subordinare il pensiero
all'essere della natura, infatti, è l'inconsapevolezza del pensiero:
significa rinunciare a trovare lo spirito nella natura, in quanto
previamente eliminato nel pensiero. Ma è l'eliminazione della
moralità nel normale processo conoscitivo.
L'inconsapevolezza del pensiero non è mai conosciuta dalla
dialettica della consapevolezza, perché tale dialettica è sempre
espressione dell'inconsapevolezza: è il pensiero identificato con le
parole, non conosciuto come ciò che non dipende da esse, non
dipendendo dalla natura.
L'elemento interiore che nell'uomo non si lascia afferrare dalla
natura è quello che non si può manifestare se non
contrapponendosi alla natura, anzi distruggendola: il pensiero.
Afferrando se stesso e percependo il proprio movimento, ossia
portando a fondo la sua contrapposizione alla natura, il pensiero
96
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

trova nel proprio intimo lo spirito che crea la natura.


Ma è il pensiero dialettico, o riflesso, negato. La sua luce non
riflessa. Còmpito difficile a intendere perché è il rovesciamento
del pensiero con cui normalmente si pensa. L'inversione del moto
grazie al quale l'ego ha la possibilità di esprimersi.
E questo è il limite dei dialettici, o dei cercatori dello spirito
legati alla dialettica mediante cui lo cercano. Ai quali piace parlare
dello spirito più che realizzarlo: sentirsi forti nella riflessa
razionalità più che nella forza da cui nasce la razionalità.
Forse lo spirito non è esprimibile mediante dialettica? È
esprimibile, ma ritrovabile soltanto da coloro che sono pronti ad
incontrarlo, in quanto già lo posseggono come sostanza interiore,
o contenuto di destino. Gli altri possono essere aiutati dalla buona
volontà di trarre da un testo o da una dottrina ciò che di essa sono
capaci di revivificare.
Perciò la concentrazione e la meditazione valgono non tanto
per i significati e i contenuti che possono rivelare, quanto per
l'attività interiore che esigono e che ciascuno vi immette a seconda
della sua forza: della volontà in unione con la libertà.

La dialettica è il nemico dello spirito, perciò l'ostacolo vero al


cammino dell'uomo. Tutto essa può dimostrare. Ciascuno sostiene
la sua verità, che è la dialettica in funzione della sua natura.
Il materialismo più distruttivo è quello dell'intellettuale o del
dialettico materialista, che impegna forze spirituali per negare lo
spirito e per fare della sua capacità di odio una dottrina della
fraternità.
Non v'è materialista che non sia a un certo grado un malato di
mente.
Ma tale verità è reversibile: ogni esaltato o fanatico dello
spirito è in realtà un materialista.
97
La Luce

Allorché i processi corporei, che servono da supporto alla


coscienza, afferrano la coscienza, questa cessa di avere la
chiarezza e l'equilibrio che le vengono dalla propria sorgente
incorporea: cessa di essere conforme alla propria natura.
Identificandosi con i processi fisiologici, dà ad essi il valore, e non
s'avvede che è un valore spirituale.
Questa spiritualità inversa è l'egoismo dell'uomo. La dialettica
la sua espressione.
La vera tenebra non è la materia, bensì il materialismo, nei suoi
travestimenti.
La tenebra terrestre, ovunque incalzata e dominata dalla luce,
soltanto nell'anima dell'uomo può afferrare la luce.
L'egoismo e la dialettica sono identici: essendo l'uno il
contenuto dell'altra.
La dialettica è il segno del materialismo, perché è l'espressione
dello spirito riflettente come propria la necessità fisiologica.
Occorre conoscere come questa necessità fisiologica domini il
pensiero, per intendere come si possa credere che il pensiero nasca
dall'organo fisico che serve soltanto a rifletterlo; e come da questa
situazione, in cui soltanto le funzioni animali della corporeità
finiscono con l'aver peso nella considerazione dell'uomo, sia
possibile trarre dottrine sociali ed economiche e orientamenti
essenziali della scienza e della cultura.

I dialettici più pericolosi sono quelli che credono che gli


incontri tra culture, gli scambi e le comprensioni, e parimenti le
unificazioni di correnti e di modi di vedere, siano fatti logico-
filosofici, e che grazie a una sorta di continuum logico sia
possibile connettere le esperienze dei pensatori e dei mistici, o dei
vari sistemi: attitudine, questa, soprattutto cara a quei grandi
meccanizzatori del discorso logico, ricco di erudizione ma privo
98
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

di vita di pensiero, che sono i materialisti dialettici, capaci persino


di ritrovare in antichi sistemi monistici - p.es. nell'Advaita
vedantico - e nella metafisica tradizionale, in quanto ordinabili
secondo una certa moderna sistematica, i precedenti per il
panlogismo materialista.
È un monoideismo il cui carattere ossessivo presenta più di un
aspetto patologico: per cui essi trovano relazioni inesistenti,
connessioni che si basano soltanto su assonanze o affinità
discorsive. Per il fatto che giungono a identificare talune relazioni
meramente analitiche tra sistemi di pensiero, pretendono in base a
queste assurgere a sintesi che sono soltanto unificazioni di analisi,
ossia miti.
Dialettici soprattutto preoccupanti sono quelli che presumono
fare ponti teoretici tra Oriente e Occidente, solo in quanto possono
esaminare testi tradizionali o dottrine di asceti contemporanei: dei
quali essi non possono che assumere le parole staccate dal
contenuto, di cui nemmeno suppongono l'esistenza. Da queste
parole traggono il costrutto critico, la correlazione, il presunto
ponte: per esempio, il giudizio mitico che lo hegelismo abbia
influenzato l'opera di un asceta indiano contemporaneo solo per il
fatto che in una parte di tale opera ricorrono espressioni nella loro
assonanza echeggianti il linguaggio di quella filosofia.
La realtà è che le assunzioni teoretiche, le correlazioni logiche,
le opinioni e le ragioni, sono necessarie alla cultura mondana e
alla vita ordinaria, ma non servono a nulla nella esperienza dello
spirito. Appena questa comincia, quelle debbono cessare, perché
non hanno nulla da dire, anzi sono un ostacolo. Come la perfetta
conoscenza dell'uso meccanico di un metallo non ha nulla a
vedere con l'origine di esso e la sua vita nel seno della terra, ossia
con quella sua obiettiva realtà valida fuori dell'uso che può farne
l'uomo, così l'argomentare teoretico su contenuti o esperienze
sovrasensibili, è ciò che meno ha a che fare con essi.
II dialettico vuole congiungere, relazionare e sistemare come si
fa con la materia bruta: tratta i contenuti interiori come cose, o
99
La Luce

numeri, e stabilisce rapporti fondati su dogmatismi discorsivi.


Crede di pensare, ma ignora il pensiero, perché è troppo preso
dall'analisi dell'analisi, ossia da correlazioni meramente
terminologiche. L'esangue astrattezza è il suo regno.

La dialettica è la morte dello spirito.


Colui che medita deve riconoscerla come tale. Ma proprio un
simile riconoscimento lo libera dall'illusione che l'opera dello
spirito si debba compiere sul piano dialettico, o che l'incontrare
espressioni accettabili su tale piano significhi che in esso sia
penetrato lo spirito e qui sia ritrovabile: perché sempre la sua
attività interiore realizza l'indialettico valore che un autore ha
saputo esprimere. Tale valore funziona per chi già lo abbia in sé.
Il meditare non ha bisogno di convertirsi in dialettica per
divenire operante: anzi, è il meditare indialettico che ha il potere
di agire nel mondo. Naturalmente il meditare che sia stato capace
di articolarsi in tutta la sua dialettica e da questa abbia poi estratto
la propria indialettica forza.
Quella che oggi si chiama cultura non è lo spirito, ma un suo
segno. Si può seguire in essa un modo di essere dello spirito, ma
attuare lo spirito è l'arte di evitare quella caduta della luce
pensante, da cui nasce tale cultura.
Perché la cultura dell'uomo vero sorga, occorre la dedizione di
esseri capaci di percepire come nasca il pensiero che
ordinariamente si converte in dialettica. Un tale percepire penetra
le profondità organiche in cui le potenze strutturanti della razza
condizionano il sorgere delle rappresentazioni.
Si tratta di giungere alle radici del pensare che, normalmente,
per via dell'ètere del suono e dell'ètere della vita, diviene il giuoco
della natura, onde la dialettica esprime sempre un determinato
temperamento.
100
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

L'opera dell'Iniziato è restaurare l'ordine dello spirito di cui la


dialettica di questo tempo è l'inversione. Se non si intende come
una simile inversione si verifichi, persino la giusta dottrina
esoterica viene falsata, soltanto in quanto appresa.
Il falso della Scienza dello Spirito può verificarsi quando le
varie “tecniche” o attività pratiche cadono nelle mani di coloro
che non hanno più lo spirito, ma solo la dottrina, ossia la “lettera”.
La più alta pedagogia può divenire un'arte demoniaca nelle mani
di coloro che non sono capaci di comunione con l'anima del
fanciullo, perché essi stessi non sanno collegare in sé i fatti
dell'anima con ciò da cui l'anima trae vita. Mai la “tecnica”, o
l'esteriore abilitazione, potrà sostituire la degnità dell'atto
interiore. Nessun istrionico pseudo-mago o pseudo-medico, in
veste di maestro spirituale, potrà ispirare o controllare
un'esperienza pedagogica esigente, prima che l'organizzazione
economica e scolastica, la capacità, da parte del maestro, di un
puro imaginativo e creativo colloquio con l'essere interiore del
fanciullo.

Sulla linea della ripetizione astratta di un insegnamento


originario e attuale, e perciò unico, la dialettica può essere anche
spiritualistica, quando, sulla base della organizzata informazione
delle dottrine, si scambia per lavoro interiore un iniziale intuire,
speculativo o visionario, che diviene persuasivo in quanto
espresso secondo ortodosso linguaggio.
La donazione dello spirito viene regolarmente alterata dai suoi
interpreti o commentatori: i quali non si avvedono abbastanza
come una via metafisica, in definitiva, essendo una via
all'annientamento della dialettica, debba anzitutto dar modo di
riconoscere in questa l'impedimento allo sperimentare
sovrasensibile. Onde còmpito del discepolo non è tradurre in
101
La Luce

nuova dialettica ciò che apprende, bensì liberarlo in sé di tale


forma. Soltanto di ciò egli è richiesto, riguardo a quel che gli
viene consegnato.
La tentazione di fare i maestri, o di fingere l'esperienza
spirituale, solo per il fatto che si possegga il linguaggio esoterico
o la filosofia, o una minima attitudine medianico-magica, è
propria di coloro che non possono parlare in nome dello spirito.
Ma perciò parlano in tale nome.
L'insegnare spirituale è un esporre non ciò che si è appreso,
bensì quel che esige essere detto ed è necessario dire, perché viene
obiettivamente sperimentato: perché la sua realtà vuole giungere
al mondo, avendo la potenza dell'impersonalità. Esige esprimere
la vita da cui nasce.
Ciò che si può insegnare o scrivere su tali argomenti, deve
essere anzitutto esperienza interiore: venendo distinta questa da
qualsiasi mucilagine psichica o dialettica del tipo che oggi si
nobilita con il nome di “esperienza interiore”.
Molti oggi credono avere esperienze interiori. E scrivono e
diffondono il proprio errore. Mentre potrebbero scrivere di altro
che di vie spirituali, in realtà non sperimentate.
Ciò che si può spiegare o insegnare non è mai vero, ove non
abbia l'occulta impronta di una vita che tende a ritornare parola
vivente, meglio che parola fossilizzata sulla carta. Si parla o si
scrive di ciò che non è vero, se il discorso non è la necessità dello
spirito.
L'insegnamento dato dal Maestro dei nuovi tempi può subire
contraffazioni ad opera di istruttori che, non sapendo attingere
all'essenza del pensiero - e perciò essendo incapaci di istruire
alcuno - suppliscono a tale deficienza con l'adozione di pratiche
occultistiche irregolari, di discipline e di orientamenti dottrinari,
psicologici e pedagogici, espressivi di un impulso contrario a
quello da cui muove l'insegnamento che essi pretendono
continuare. Il guasto di tali pseudo- istruttori è grave non tanto per
la ipnosi psichica esercitata su seguaci in definitiva legati ad essi
102
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

da affinità elettive, quanto per la barriera di equivoci e di


falsificazioni che essi erigono all'accostamento e alla
comprensione dell'insegnamento originario da parte di uomini
liberi.

10

L'equivoco di molti ricercatori è identificare l'ascesi esoterica


con lo sviluppo della facoltà imaginativa: facoltà che è una
condizione dell'esperienza sovrasensibile, non tale esperienza
nella sua concretezza.
La formazione imaginativa è preparatrice dell'azione esoterica,
non è ancora propriamente questa. D'altro canto, tale azione è
attuabile unicamente come superamento della coscienza
imaginativa, o annientamento cosciente del mondo d'imagini, in
quanto questo sia stato conseguito. Ma la coscienza imaginativa
sarà un fatto illusorio se non si sviluppa con la consapevolezza del
limite proprio alla sua funzione mediatrice.
L'azione esoterica è la realizzazione della reversibilità del
pensiero, che, liberando la coscienza dal supporto cerebrale,
suscita la vita eterica più elevata, indipendente dall'essere eterico
vincolato alla corporeità. La via imaginativa è in tal senso una
mediazione necessaria, perché deve essere sperimentata in quanto
cessi di esprimere nelle forme del sensibile contenuti meramente
sensibili.
Quello che sovente si scambia per preparazione esoterica, per
cui ci si illude di superare il mentale e la necessità della
conversione del pensiero, è semplicemente una preliminare
esperienza imaginativa che, priva della controparte noetica, ossia
della luce del pensiero liberato, degenera sempre inevitabilmente
in forme medianiche, che si scambiano per momenti di visione.
La chiave dell'operare esoterico è il pensiero puro: che sorge
come potenza d'imagine non legata ad alcuna forma.
103
La Luce

Il vero esoterismo è la possibilità di superare la barriera che


all'esperienza interiore oppone il cervello fisico: barriera che
rimane ben salda se si crede di superarla mediante esercizi che
eludono il sistema di forze della testa. Mentre la presa di contatto
con tale sistema di forze conduce al ravvisamento della barriera e
alla possibilità di superarla.
Altro è superare tale barriera, altro l'ignorarla e abbandonarsi a
serie di esercizi che, non implicando il riconoscimento di essa,
non può dar modo di superarla.
Si può eliminare il mentale solo a condizione di possederlo,
così da giungere alla sua radice. Allora l'eliminarlo è un'apparente
perdita, perché è avere il vero contenuto di quello che si aveva
prima e in più il suo fondamento. Ma non lo si ha dove si ha il
pensiero ordinario, bensì da una direzione opposta, che si
riconosce allorché si giunge a convertire o invertire il moto del
pensiero. Che è il vero esoterismo. A cui l'esercizio imaginativo
può avvicinare, ma non condurre.
La virtù originaria del pensiero è una potenza d'imagine, di cui
l'imaginazione ordinaria non è che la proiezione inferiore, in
quanto non libera dai sensi. Il pensiero, ove si realizzi fuori della
cerebralità, risorge come potenza di imagine: potere di esprimersi
creativamente come imagine, che va distinto dalla sua stessa
espressione imaginativa comunque vincolantesi alla forma.
Come puro potere d'imagine è forza sovrasensibile di
ispirazione: in cui si esprime l'originario mondo spirituale,
suscitando il conoscere come un ricordare.
Altro è l'imaginare sovrasensibile, altro il potere di tale
imaginare: che conduce alla “soglia” del mondo spirituale.

11

Gli esercizi per la visione imaginativa possono divenire positivi


unicamente in quanto rechino il grado di chiarezza sperimentabile
104
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

nel “pensiero puro”: in quanto ad essi si accompagni la capacità


dello svincolamento e della conversione del pensiero,
conseguibile solo mediante l'arte della concentrazione.
Non confortati dalla coscienza dell'attività pensante impegnata,
essi possono condurre a una veggenza inferiore, che è la medianità
più raffinata e pericolosa. Nel corpo sottile che in qualche modo,
mediante tali esercizi, si è riusciti a svincolare dall'organismo
fisico, possono incorporarsi le forze infere della corporeità,
proiettandosi in imagini e figurazioni, che si scambiano per
visioni spirituali. Il lavoro spirituale viene inconsciamente messo
a disposizione delle forze ostacolatrici. (Proprio questo è avvenuto
là dove non sarebbe mai dovuto avvenire).
Si crede di superare l'ostacolo della cerebralità e di operare
indipendentemente da essa, senza veramente aver fatto nulla per
conseguire tale indipendenza, soprattutto per il fatto che si ignora
come nel mentale si dipenda dal sub-mentale e come sia
conseguibile l'indipendenza. Si ignora il significato profondo della
dipendenza, che è un essere legati presso le radici della vita alla
cerebralità: che è dire all'egoità.
Il vero lavoro esoterico è infatti ritrovare nel superamento della
barriera della cerebralità quella “intelligenza”, o saggezza, che
non può venire da alcuna logica, o dialettica umana, ma neppure
da uno svincolamento dai sensi che non sia condotto da puro moto
di pensiero.
Il lavoro di pensiero non è per il conseguimento di un pensare
brillante e agile: che può essere utile alla vita ordinaria, ma un
impedimento al pensare di profondità. L'esoterismo vero comincia
quando il pensiero cosciente ha la forza di attivarsi lasciando il
supporto alla cui determinatezza deve il suo essersi fatto
cosciente.

105
La Luce

12

Tale supporto non viene mai lasciato ma più intimamente


subito, allorché ci si illude di operare esotericamente fuori di esso,
mediante esercizi che non implicano un rapporto diretto con i
centri superiori della coscienza.
Si giunge al mondo eterico, ma a un mondo eterico medianico,
che è un guasto più profondo del corpo eterico, il cui còmpito non
è attivarsi secondo ciò che già è in quanto congiunto alla
corporeità fisica, ma destarsi alla sua originaria funzione, per virtù
di un moto superiore: che solo l'uomo capace di possedere e
trasformare il processo della razionalità, può suscitare. Perciò è
stato insegnato che l'iniziale centro delle forze eteriche deve venir
formato nella testa: e per la stessa ragione è stata data la via del
pensiero.
Chi vuol far tacere radicalmente la propria razza, che è dire il
proprio fondo animale; chi vuoi essere qualcosa di più che il
proprio organismo fisio-psichico e aprirsi alla vera esperienza
dello spirito, deve sciogliersi dalla cerebralità in cui è sottilmente
radicata la vita della coscienza. Altrimenti introduce
nell'esperienza interiore la propria razza, il proprio essere
istintivo, la propria animalità. Che gli si può proiettare dinanzi
anche in ingannevoli visioni beatifiche.
Attraverso il cervello la corporeità risuona nella coscienza e la
condiziona. L'organismo fisico afferra il pensare e di conseguenza
la vita dell'anima: mentre il pensiero giunge ad articolarsi
attraverso lo strumento fisico non per subire il rapporto di tale
strumento con la fisicità generale del mondo, ma per esprimere se
stesso: l'espressione di sé essendo il movimento da cui sorge il
mondo fisico, all'interno del quale ogni rapporto che voglia valere
fisicamente è sempre rapporto di pensiero.
La via del pensiero libero dai sensi non è la proiezione
spirituale del proprio essere corporeo, bensì il contrario. Ciò che
106
9 - Dialettica e Scienza dello Spirito

deve essere proiettato innanzi a sé è il pensiero.


Nella concentrazione l'Io deve conseguire mediante il pensiero
tale interiore intensità, da poterlo vedere esterno a sé: vi ha
immesso tanto volere da poterlo avere come sua forza
d'indipendenza. L'Io trova se stesso mediante questo volere:
perciò può contemplare esteriore a sé il pensiero: che è la via per
poter contemplare esteriori a sé il sentire e il volere.
L'Io comincia a essere il regolatore della vita dell'anima in
quanto comincia a disidentificarsi dall'anima; che è la sua
possibilità di identificarsi con i moti della vita dell'anima e perciò
con il mondo, senza perdere la centralità della sua luce.

107
La Luce

108
X

IL VOLERE MAGICO. IL “VUOTO”

Il pensare è sempre in sé imaginare. Nel suo momento vivo,


che si sottrae alla coscienza, ogni pensiero sorge come imagine:
anche il più astratto concetto nasce da prima come imagine,
inconsapevole, per spegnersi come determinazione cosciente, ma
può essere conosciuto come viva imagine, per via di ascesi del
pensiero.
Il pensare, o imaginare, scaturisce dalla sintonia dell'Io con il
suo essere astrale, o corpo animico, epperò dal cooperare dei due
supporti ad essi rispettivamente corrispondenti: sangue e sistema
nervoso.
Ma è la sintonia che, attuandosi mediante il respiro, dà modo
alla natura di dominare il pensiero, di assumere veste di pensiero.
Che si crede pensiero: ed è il mondo delle ideologie, delle fedi
politiche, degli intellettualismi: espressioni di tipiche energie
istintive della razza.
Le forze ostacolatrici dalle profondità del sangue afferrano
l'anima attraverso il respiro. Per via di processi metabolici e
ritmici, attuantisi mediante la respirazione, esse operano sul
sistema nervoso, cui è vincolata l'attività del pensiero.
L'Io ha come supporto il sangue ed opera nelle sue profondità
come un potere trascendente alla cui relazione con l'essere
corporeo l'uomo cosciente è estraneo. II suo essere cosciente è
estraneo alla vita vasta dell'Io: viene privato di tale vita dall'inerire
109
La Luce

del corpo astrale alla corporeità fisica. È la ragione per cui il


sistema nervoso afferra il respiro e ne è afferrato e la natura
domina il pensiero: che crede di essere esso a pensare liberamente,
ma pensa secondo la limitata e alterata vita dell'Io, che è l'egoità.
La natura.

Supporto dell'Io è il sangue, del corpo astrale il sistema


nervoso, del corpo eterico il sistema ghiandolare. Occorre
chiedersi che cosa è supporto del corpo fisico. Non può essere il
fisico stesso.
Il senso dell'essere dell'uomo può aversi dalla risposta a simile
questione.
Il corpo fisico dell'uomo ha come supporto lo spirito: il
supporto più alto, quello su cui nulla possono le potenze
ostacolatrici, perché possono agire sull'uomo soltanto attraverso il
suo corpo sottile; in quanto egli vi è immedesimato.
È la questione a cui non può rispondere l'intelletto o una
qualsiasi logica, ma solo il mondo spirituale: che per donare
all'iniziato le sue verità non si serve di logica o di dimostrazioni
bensì di movimenti dell'anima.
Le risposte che un ricercatore riceve dallo spirito ai propri
problemi non hanno forma esplicativa o dialettica, ma si
manifestano come eventi dell'anima: movimenti imprevedibili che
hanno in sé tutto il potere dell'intelligenza e perciò la possibilità di
esprimersi come pensiero, ove il pensiero non sia troppo afferrato
dai fatti sensibili.
In realtà il corpo fisico ha il suo supporto nello spirito. Per
giungere al corpo occorre conoscere l'arte di svincolarsi da esso,
che è l'arte di congiungersi con lo spirito indipendente dal corpo.
Ogni azione sul corpo operata dalla coscienza poggiante sulla
corporeità, la distrugge perché sorge da una deviazione dell'azione
110
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

dello spirito.
L'asceta antico si trovava in condizioni opposte: lo spirito in lui
era identico alla corporeità, reperibile nella corporeità,
sperimentabile nelle profondità del sangue, o dell'ethnos. Era la
funzione positiva dello Yoga e in particolare del pranayama.

Il senso della conoscenza delle antiche vie iniziatiche, o delle


forme che lo spirito rivestì attraverso un tipo umano ancora per
virtù naturale aperto ad esso, può aiutare l'asceta di questo tempo,
non in quanto egli tenti di restaurare o ripetere tali vie, ma in
quanto egli ne riviva il contenuto con l'attuale suo movimento
interiore. Che, essendo in sostanza un ripercorrere a ritroso
quell'esperienza, è il positivo movimento dello spirito.
È un meditare magico, possibile a chi non si limiti a usare il
processo peculiare del pensiero di questo tempo per l'esistere
contingente.
È contemplare come lo spirito operasse in un elevato tipo
umano mediante potenze basali dell'organismo corporeo. La
struttura fisica era mediatrice delle forze dell'anima, in quanto
queste avevano una spontanea indipendenza dal sistema della
testa.
Colui che medita può contemplare e rivivere in imagini la
potenza del volere che nello yogin scaturiva immediatamente dal
suo sistema metabolico e si traduceva in vita del sistema ritmico,
per darsi come illuminazione.
Questo contemplare fa sorgere in forme imaginative ciò che
compieva l'antico yogin: diviene esperienza contemplativa, in cui
vive l'Io: che allora eliminava se stesso perché quell'esperienza si
attuasse.
L'arte dello yogin era far leva sulle potenze della corporeità per
portarsi alle altezze dello spirito: egli superava l'umano in quanto
111
La Luce

si separava da esso. Si sottraeva al dolore e alla brama


ricongiungendosi con lo spirito originario. Eludeva, non risolveva
il problema della terrestrità. Suo obiettivo era tornare allo spirito,
non essere afferrato dalla terra.
Allorché l'asceta si elevava al più alto samãdhi, le entità
direttrici del mondo gli conferivano il potere dell'impersonalità,
dominando esse l'ego in lui.
Superare l'ego oggi è l'azione del principio metafisica dell'ego,
che si esprime come autocoscienza. La purificazione degli istinti e
delle passioni non è richiesta alle forze dell'estasi, ma all'azione
immanente dell'Io che reca tale possibilità nel suo armonizzare le
forze del pensare del sentire e del volere. L'ãtman è presente
nell'uomo come Io che pensa.
La vita del sistema ritmico non è destata dalla struttura del
sistema metabolico, ma dal rapporto delle profonde forze del
pensiero con il ritmo delle stelle. Nell'Io che pensa è presente il
Logos, ma l'uomo non l'avverte.
La forza del Logos penetra la terra: la brama e il dolore
vengono incontrati e risolti dall'Io. L'Io che sappia di essere
fondato su sé, può attingere a se stesso per la propria formazione,
come ordinariamente attinge per organizzare l'esperienza sensibile
e costruirsi la cultura del sensibile.

L'arte di far sorgere d inanzi a sé in imagini il mondo spirituale


è l'arte del pensiero che si svincola dall'organismo fisico: in
quanto apprende, mediante una disciplina propria alla sua
condizione, il movimento dello svincolarsi. Non è sufficiente
ascoltare e apprendere le comunicazioni di esperienze dello
spirito: occorre in un secondo tempo essere attenti a ciò che si
verifica nell'anima come conseguenza di ciò. Quel che importa
non è tanto il risultato, quanto il suo giusto uso: che dipende
112
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

dall'essere o no liberi.
Quando si accolgono o si avvivano imagini della Scienza dello
Spirito, non si ha un'esperienza sovrasensibile, ma si vestono,
mediante il rappresentare legato al sensibile, contenuti che per la
loro qualità tendono a sollevare questo rappresentare sopra la sfera
dei sensi. Donde un sentimento di liberazione e un'iniziale
animazione del corpo sottile.
Soltanto possedendo il processo del pensiero e conoscendo il
suo tono sovrasensibile, si ha la possibilità di dare il giusto senso e
l'orientamento al suo iniziale moto eterico. Ciò significa percepire
quello che si verifica ed evitare che l'animazione del corpo eterico
divenga veicolo di una più sottile espressione della corporeità
fisica: che è il guasto dell'opera. Il pericolo è infatti un lento e
progressivo invasamento di forze demoniache, rivestentesi di
imagini scientifico-spirituali.
Allorché si medita su un simbolo o su un tema della scienza
sacra, in sostanza si riveste dell'imaginare formatosi nel
rappresentare sensibile, un contenuto che ancora non si saprebbe
accogliere quale è nella sua realtà trascendente. Si ricorre
all'imaginare che non può essere se non quello improntato ai
contenuti sensibili e se ne usa volitivamente la forma così che
rivesta contenuti sovrasensibili.
A un determinato momento la potenza del contenuto è la forma
stessa che si anima della vita di cui è tessuta. L'esperienza
contemplativa dà modo alle forze dell'imaginazione di sciogliersi
dai vincoli della natura corporea. L'imaginare risorge come potere
di vita, restituente al corpo eterico forze della sua originaria luce.
Questa restituzione si verifica in quanto ad essa sia presente l'Io
mediante pura determinazione. Esso guarda il fluire del volere
nella sfera del volere normalmente dominata dalla natura. Nelle
profondità volitivo-istintive discende l'incorporea luce dell'Io,
perché ciò che viene suscitato etericamente non venga usato dalla
natura egoica.
Non v'è possibilità di realizzare lo “stato umano”, o
113
La Luce

superumano, ossia lo stato di cui quello egoico è semplicemente il


mezzo o il pretesto, senza variazioni profonde nella struttura vitale
e istintiva ad opera di un volere che attui parimenti il contenuto
trascendente del karma e il moto dell'essere libero: che è un unico
movimento.
Questo moto puro è il volere che attinge alla sua sorgente
superindividuale, in quanto può volgersi al mondo e alla vita
mediante un guardare che non è teorizzare: mediante un percepire
che non è un sentire, ma un agire o un compiere.

Ciò di cui manca veramente l'uomo è il volere. Sa volere con


forza soltanto ciò che in realtà è richiesto dalla natura, dall'essere
istintivo, dalla corporeità.
Soltanto le sensazioni hanno potere di vita nell'uomo di questo
tempo. Nell'uomo antico lo spirito poteva operare mediante le
forze della natura: nelle sensazioni gli fluiva lo spirito.
L'uomo moderno dispone liberamente solo del pensiero, ma in
esso non vive con la forza con cui si immerge nelle sensazioni: il
pensiero è il passivo riproduttore di ciò che gli giunge dal mondo
esteriore. Le viventi forze del volere fluiscono nell'esperienza
sensoria e in tutti i movimenti dell'anima dipendenti da tale
esperienza: coincidendo minimamente con il pensiero.
Che nel pensiero fluiscano le forze creative del volere deve
essere decisione dell'uomo. II volere che crea gli è estraneo, gli
sfugge, pur essendo operante in lui, pur manifestandosi attraverso
il suo esistere e il suo agire.
Deve volersi nel pensiero. Il pensiero deve volere qualcosa,
immergersi in un tema per trarre da sé la sua sostanza profonda.
Deve volere con le sue immateriali forze, non con le forze del
corpo.

114
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

Altro è volere con le forze del corpo, altro con quelle interne al
pensiero: che sono dello spirito.
Volere con le forze del corpo è far leva sulla volontà già
costituita, legata alla corporeità, ed esprimente la corporeità. È un
inconsapevole tendere a ripetere il movimento peculiare
dell'asceta antico, che, mediante la corporeità, accoglieva e
potenziava le forze del volere fluenti dal mondo spirituale.
L'asceta di questo tempo deve compiere un movimento inverso,
perché quel fluire è stato arrestato dal fondarsi della coscienza sul
sistema nervoso. L'antico volere si è inaridito: ostruito dalla
coscienza razionalistica è decaduto in mera istintività. L'asceta di
questo tempo non usa il volere che già c'è, non si lascia
condizionare dal potere delle attitudini, non preme sulla
corporeità, ma per potenziamento di pensiero attinge a un volere
sapra-individuale, immanifesto. L'originario volere che risorge per
virtù individuale.
Il volere naturale è quello mediante il quale l'uomo ordinario è
capace di volere, ma senza essere lui veramente a volerlo, perché
esso dal profondo lo condiziona, come forza delle abitudini
ataviche, degli impulsi radicati nella corporeità: grazie al corpo
eterico, in sé indipendente dalla corporeità. Tale indipendenza può
essere restaurata dal volere suscitato da una più alta coscienza.
Il volere ordinario ormai non esprime lo spirito, ma la sua forza
inversa. Il vero volere può sorgere in quanto opposto all'antica
natura: che lotta contro esso mediante la sottile intelligenza degli
Ostacolatori. I quali tendono a riesumare - non a ridestare –
l'“uomo antico”, ispirando la rivalutazione astratta delle antiche
ascesi.
Nel ricercatore di questo tempo l'essere della natura è portato
ad accettare qualsiasi esoterismo; ma istintivamente rifiuta quello
a lui necessario implicante l'ascesi del volere che gli è
radicalmente opposto: perché tale ascesi svelle il volere dalla
115
La Luce

corporeità, coglie gli istinti nella loro formazione. E i cercatori


dello spirito non sempre sono pronti a questo impegno di
profondità.
L'ascesi del volere è il potenziamento cosciente delle forze che
si esplicano nel rappresentare. È il pensiero recato a un'intensa
continuità del suo manifestarsi incorporeo: tuttavia affermantesi a
patto di respingere processi della natura nella corporeità, ma
perciò restituente le forze dell'Io nel mondo della istintività.
Il volere è l'Io che può scendere nelle profondità corporee,
grazie alla sua incorporeità attuata nel pensiero. La sua virtù è il
suo tessere magico, che lo differenzia dal volere esplicantesi come
impulso corporeo: sul quale può far leva soltanto un'oscura magia,
o un crepuscolare occultismo. Il volere dell'Io anzi risulta
l'opposto del volere corporeo, o volere dell'ego, che, pur essendo
in sé la medesima forza, nel suo essere legata alla corporeità,
opera come forma degenerata dell'antico volere: risorgendo in
tutte le forme possibili di medianità.
Con il volere ordinario si è tesi verso l'oggetto: mediante il
volere nel pensiero si è altrettanto tesi, ma oltre il corpo, fuori di
qualsiasi tensione psico-fisica. In effetto si sperimenta il contrario
di una tensione fisica.
Lo sforzo è necessario al pensiero riflesso che, mancando di
vita, deve far leva sulla corporeità se vuole esprimersi con qualche
intensità: deve tendere lo strumento cerebrale per realizzare un
minimo di energia, ossia per far sì che lo strumento cooperi alla
manifestazione di una forza che si esprime attraverso esso.
Lo sforzo si dà quando lo strumento è inadeguato, in qualche
modo si oppone: mentre l'arte del meditante è conseguire la totale
passività o immobilità dello strumento: renderlo tanto obbediente,
che a un certo momento la sua strumentalità raggiunga la massima
capacità di mediazione: quella di eliminarsi.

116
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

7
Il non intervenire della cerebralità nel processo pensante è la
condizione che tende a conseguire chi si propone la liberazione
del pensiero. È la possibilità di chi sa avere un altro respiro che
quello fisico: lascia le basi dell'organismo corporeo, perché affiori
il fondamento non sensibile.
Il mondo spirituale ha bisogno di esseri capaci di giungere
all'immunità dal male della dialettica: che sappiano vedere la
nullità di tutto ciò che è prodotto del pensiero riflesso, non perché
la cultura di questo tempo vada condannata - ciò che nasce non
conforme allo spirituale condannandosi da sé - ma perché essi
nella propria opera possano evitare o superare l'attitudine da cui
nasce la forma di tale cultura. La dialettica infatti riguarda il
mondo della quantità assunto come reale, così che le relazioni
logiche hanno valore meramente enunciativo, non congiungono
veramente nulla, perché assumono come reali gli elementi della
molteplicità: i cui contenuti concettuali possono essere
sinteticamente penetrati e sperimentati nel loro movimento solo
dal pensiero vivente, o indialettico.
Dal punto di vista dell'ascesi, non v'è nulla da condannare: il
còmpito è riconoscere il giuoco delle forze. Nella cultura di questo
tempo possono anche essere ravvisati aspetti positivi, ma ciò non
ha senso riguardo all'opera interiore, che è agire in un puro mondo
di cause, non determinabile da produzioni dialettiche.
V'è un piano in cui l'agire è un non agire della cerebralità: la
quale viene inevitabilmente impegnata in qualsiasi manifestazione
discorsiva. Persino l'espressione discorsiva del giusto metodo a un
certo momento dell'opera meditativa può essere un impedimento.
Questo non agire è il vero agire, irrealizzabile da chi non
concepisca il senso dell'indipendenza del pensiero dal supporto
cerebrale, che vincola sempre a ciò che dialetticamente produce.
Il realizzare la nullità del dialettismo, non è un rapporto
negativo con la cultura di questo tempo, ma soltanto il
presupposto al meditare. Questo meditare può in un secondo
117
La Luce

tempo rivestirsi di dialettica, ma è un'operazione che non può


pregiudicare l'atteggiamento originario.
Chi segue la cultura di questo tempo e deve esprimersi
mediante essa, non è impedito in un positivo rapporto con essa dal
suo concepire la nullità del dialettismo: anzi, ha il vero rapporto.
La dialettica è il limite da conoscere.
Il concepire la nullità dialettica, necessario al clima del
meditare, non implica un giudizio sulle espressioni della cultura
corrente. Un simile giudizio, dal punto di vista sovrasensibile, non
ha senso. Deve essere tuttavia osservato che tali espressioni
esigono comunque un'adeguazione dialettica, che è inevitabile
apertura all'influenza di ciò che in esse è stato immesso.
Soltanto chi è desto ai retroscena invisibili, può distinguere
influenza da influenza. Quando si è attratti o persuasi da una
lettura, inconsciamente ci si apre allo spirito da cui muove il suo
contenuto: dal quale si può essere indeboliti proprio perché
dialetticamente o esteticamente persuasi.
In ciò che conquide dialetticamente, l'inerzia dello spirito cerca
l'alimento dogmatico di cui ha bisogno, per sentirsi sicura di sé ed
esplicarsi in ulteriore dialettica.
È inevitabile aprirsi all'impedimento di cui si ha bisogno. Per
chi è sincero nella ricerca, ciò che importa è conoscere quello che
veramente si verifica nel pensiero. In sostanza si accetta
inconsciamente la non-verità, per poterla un giorno riconoscere
come tale: in quanto si pensi, sino a ritrovamento del pensiero.

8
Non è sufficiente far cessare il discorso, perché cessi la
discorsività. Questa continua in zone profonde ove gli
Ostacolatori afferrano le forze con cui si forma il rappresentare:
che è l'imaginare già avente un suo contenuto, o un suo modo di
rivestire i contenuti del mondo. I quali perciò non vengono
percepiti allo stato puro.
118
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

L'ascesi essenziale porta alla capacità di eliminare non soltanto


ciò che sale nella coscienza come abitudine dialettica e come
normale attitudine a rappresentare, ma in un secondo tempo a
eliminare con pari chiarezza ciò che si è potuto far sorgere in sé
come cosciente imaginazione, o pensiero puro. È l'esperienza
della “soglia” del mondo spirituale.
La forza del meditante è appunto questa: tendere a essere
avvivato non da ciò che egli stesso produce, che è soltanto un
termine medio, ma dallo spirito da cui si trae tal produrre. Ma
perché tale contenuto si dia, occorre non soltanto un contenente,
ma altresì che questo sia liberato di qualsiasi soggettivo
contenuto.
Finché l'asceta è vincolato a effimeri contenuti, finché un
interesse mondano o culturale è capace di riempire la sua anima -
e ciò, sia ben chiaro, non vuol dire che egli debba perdere
interesse al mondo e non essere capace di sentimenti umani: anzi,
l'opposto - finché la dialettica risuona in lui sin nelle profondità in
cui nasce la sua capacità di rappresentare, egli non può offrire in
sé spazio al fluire dello spirito.

Perché sia possibile la creazione di tale spazio, o il prodursi del


“vuoto” in cui penetri il mondo spirituale, va innanzi tutto
padroneggiata la capacità di rappresentare richiesta dall'ordinaria
esperienza sensibile. Normalmente tale capacità, anche se viva e
ricca, non è posseduta. Viene usata, non dominata.
L'arte del meditante è da prima sperimentare tale capacità:
sperimentare volitivamente il rappresentare sino ad afferrarne il
tessuto formatore.
Nell'esperienza ordinaria il rappresentare è usato per dare
significato e valore alle cose: queste sono il contenuto normale del
conoscere: perciò divengono importanti. Ora cessano di essere il
119
La Luce

contenuto del conoscere: cessano di essere importanti fuori del


loro presentarsi necessarie all'immediata esistenza. Ci si esercita
ad assumere come contenuto il rappresentare stesso. Questo
diviene esperienza: mediante un volere inusitato, ci si esercita a
rivolgere un'illimitata attenzione a determinate forme del
rappresentare.
La penetrazione della rappresentazione conduce il meditante a
percepire in imagini le forze basali della natura e l'azione del
mondo spirituale nell'anima. Mediante libere imaginazioni e idee
viventi, egli comincia a veder configurarsi, come in grandi
simboli, il linguaggio dello spirito. Questo è il contenuto che ora
egli deve estinguere, se vuole sentir risonare ciò che tende ad
affiorare mediante quei simboli. La serie di imagini e segni e luci
e colori è bensì un modo di annunciarsi del mondo spirituale, ma
non è ancora lo spirito. Malgrado la sua forma sovrasensibile, esso
è ancora un prodotto soggettivo, per proiettare il quale innanzi a
sé l'uomo ricorre a più elevate forme del rappresentare egoico. È
un mondo sconfinato di visioni e radianze, ma ancora eco del
sensibile: dal quale l'uomo deve conseguire la forza di separarsi,
se vuole giungere all'esperienza sovrasensibile.
Tale grado è il segno di una iniziale percezione sovrasensibile,
ma anche di una inadeguatezza alla comunione con il
sovrasensibile: inadeguatezza che l'uomo deve riconoscere
postulante un còmpito ancora più radicale nella formazione
morale, nella visione del mondo, nella sensibilità riguardo agli
eventi umani.
La sua dedizione all'opera deve essere tale che i suoi
collegamenti con la vita quotidiana non implichino un impiego
irregolare delle forze destate. Queste non vanno impegnate nella
vita dei sensi, ma solo nel suo contenuto ideale.
Non v'è fatto sensibile che non abbia come nucleo un contenuto
tendente a sorgere nell'uomo come contenuto ideale, priva del
quale la correlazione di lui con i fatti non è possibile, è astratta ed
erronea. Ogni cosa, ente od evento, ha una forma sovrasensibile
120
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

che esige sorgere nell'uomo come idea, perché egli possa


conoscere ciò che in profondità unisce cosa a cosa. Questo
contenuto d'idee, intuito nella sua realtà non dialettica, rende
creativa l'azione. Ma esso può sorgere in lui come conseguimento
della sua capacità di fare lo spazio vuoto al pensiero: all'interna
forma degli enti.
Questo accogliere i contenuti trascendenti delle cose è possibile
in quanto le forze interiori messe in atto non vengano sottoposte a
finalità personali o mondane: che è la loro paralisi o la loro
alterazione. È la via del falso occultismo o della falsa magia,
tendenti a evocare forze spirituali in rapporto a una considerazione
realistica del mondo, ossia come poteri in relazione a una realtà
assunta come vera nella sua opposizione allo spirito.

10

Perché il mondo spirituale penetri nel discepolo come realtà,


egli deve essere capace di estinguere il mondo d'imagini che
mediante l'ascesi ha potuto far sorgere nell'anima come suo modo
di accedere a contenuti sovrasensibili.
Deve aver dato ad essi tanta vita, da poterla liberare della
forma che egli necessariamente vi ha impressa e di cui il mondo
spirituale si è contingentemente rivestito per giungere a lui.
Quanto qui si scrive a tale riguardo non vuole essere un
insegnamento dell'esperienza della “soglia”, perché tale
insegnamento è stato già dato da chi ne aveva autorità, e perché
non può essere privato di esso chi a un dato momento meriti
conoscerlo, quale che sia l'apparente impedimento. Vuole
piuttosto sottolineare il senso di tale esperienza per chi senta di
esservi portato.
Anche non giungendo a realizzare questa elevata esperienza,
colui che coltiva l'imaginare vivente e l'autonomia del pensiero,
deve conoscerne il senso, per non cadere in inganni riguardo alle
121
La Luce

iniziali percezioni interiori.


L'uomo è chiuso nella propria soggettività. Anche le sue iniziali
esperienze interiori - quando siano autentiche e non esaltazioni
psichiche o sensazioni corporee sottilizzate - sono inevitabilmente
soggettive. Egli evoca il sovrasensibile, ma vi proietta se stesso.
Con l'ascesi del rappresentare e del pensare egli consegue la
possibilità di emanare la propria attività interiore, così che venga
improntata dal mondo spirituale. Ma si tratta ancora di un ambito
interiore egoico, in cui è più che mai possibile l'inganno o il falso
ove non assista un'alta presenza dell'Io.
Per quanto le esperienze imaginative - di visioni o idee
illuminanti - abbiano un carattere obiettivo, esse sono sempre
forme di un'auto-emanazione del discepolo. La retta conoscenza lo
prepara al senso di tali esperienze e al valore da attribuire ad esse.
Solo in tal caso esse non sono ingannevoli: non sono quei
visionarismi dei quali oggi si compiace una interminabile schiera
di spiritualisti, compresi taluni tra essi che assumono il ruolo di
maestri.
Anche quando esse siano regolari, vanno ravvisate come
provvisori presupposti all'esperienza sovrasensibile. In esse affiora
il sovrasensibile, ma l'uomo non lo sperimenta in sé. Egli
sperimenta soltanto la forma che esse assumono in quanto vi
proietta se stesso: una parte di sé che egli non potrebbe altrimenti
conoscere: che deve conoscere, se vuole esserne indipendente: se
vuole attingere qualcosa di altro da sé.

11

Non è necessario che l'uomo creda a un mondo trascendente.


Come individualità definita da limiti razionali e sensoriali, egli
dispone di un'unica possibilità di autonomia; ritrovarsi nel
pensiero. Nel pensiero ritrovato, o percepito, egli può intuire o
incontrare le forze del fondamento.
122
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

Nonostante che egli sia caduto nello stato terrestre e abbia


perduto anche il ricordo della sua realtà originaria - ricordo che
almeno soccorreva l'uomo antico - tuttavia può avere nel pensiero
liberato l'intuizione della realtà sovrasensibile: non ancora
l'esperienza sovrasensibile, ma l'intuizione della sua obiettività.
Questo pensiero, senza lasciare il suo ordinario impegno nella
sfera quotidiana e senza ancora essere riportato alla luce originaria
da intervento iniziatico, può, per quanto immerso nel sensibile,
intuire la realtà sovrasensibile, rendendosi conto del proprio
normale movimento. Che è un suo più profondo movimento, in
quanto attua la forza da cui muove, così come per ora attua la
forma razionale del movimento.
Tale pensiero, intuendo la controparte ideale dei fenomeni, ne
costituisce il contenuto reale e la forza evolutiva.
Il pensiero non soltanto può attuare nel mondo l'intuizione
morale, in quanto si identifica con il proprio obiettivo contenuto,
ma apre altresì la coscienza, sia pure in forma intellettuale pura,
alle forze iniziaticamente conoscibili presso la Soglia.
Il pensare puro, come il percepire puro, realizzano in forma
immanente - secondo un'analogia magica - gli stati trascendenti
propri alla coscienza imaginativa e alla coscienza ispirata.
È realizzare l'impersonalità della coscienza iniziatica,
rimanendo nella coscienza egoica: acquisire una positiva
indipendenza dalla propria egoità, pur movendosi nella sfera
dell'ego. Un rimanere concretamente individui, pur aprendosi
all'esperienza superindividuale. Due piani che l'esperimentatore
cura di tener separati.

12

La liberazione dell'ego non è la presunzione dell'asceta, la cui


opera tende alla conoscenza delle forze profonde dell'ego e all'uso
di esse da parte dello spirito.
123
La Luce

Le forze dell'ego vanno conosciute. L'ascesi deve portare alla


loro contemplazione: che non è la loro eliminazione, bensì la
possibilità di trasferirle in un campo di azione in cui esse
esprimono la loro virtù originaria.
L'ego come forma inferiore dell'Io spirituale è necessario sul
piano sensibile, in quanto entra in contatto con le forze della terra,
da cui si lascia edificare e manovrare. Ma la sua essenza rimane lo
spirito. L'essenza dell'ego è il Logos.
L'arte dell'asceta è trasferire il potere che si esprime nella
forma impulsiva e istintiva dell'ego, modellatosi terrestramente,
sul piano sovrasensibile: qui perde il suo carattere centripeto e
agisce per l'Io spirituale, come forza trasformatrice degli istinti e
delle passioni. L'ego diviene il centro dell'azione terrestre dello
spirito.
Negli istinti e nelle passioni si manifestano oscuramente
possibilità superumane: è il potere dell'ego che l'Io può riassumere
per penetrare della sua luce la terra.
L'ego, in quanto ego, non può aprirsi allo spirito, ma può
operare egoicamente in modo che lo spirito si manifesti in lui e lo
trasformi. Il senso della concentrazione e della meditazione è la
possibilità dello spirito di operare nell'anima.
L'ego non può aprirsi se non a un mondo infero. Erra
invariabilmeme ogni volta che presuma aprirsi allo spirituale:
riguardo a un simile còmpito, gli è insufficiente la logica
sviluppata sul piano in cui organizza la propria vita. Esso può fare
appello indirettamente al proprio inegoico principio, ove tenda a
conoscer il proprio nascere, risalendo la corrente di forza che
ordinariamente si manifesta negli stati d'animo. Questi
riconducono sempre all'inegoico principio, se l'ego vuole
veramente essere colui che li sperimenta.
L'ego non sperimenta mai uno stato d'animo: lo subisce. Si
trova sempre dinanzi a qualcosa che subisce perché non conosce:
così come subisce, senza conoscere, il percepire sensorio.
Ogni sentire, in definitiva, è un percepire sensibile: percepire
124
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

che si svolge in uno stato sognante che come tale non dovrebbe
muovere il pensiero: anzi dovrebbe essere compenetrato di
pensiero, ma di pensiero libero da condizione sensoria: non
sognante.

13

Occorre togliere se stessi perché il sovrasensibile si manifesti


nella sua realtà. Occorre che sparisca l'individualità e pur ne
rimanga presente la forza. Tale forza è superindividuale.
Ma per togliere se stessi, occorre possedere se stessi. Essere
indipendenti dalla corporeità, oltre che dalla psiche. E infine dagli
ultimi impedimenti, che sono le forme più spirituali dell'ego: ciò
che si proietta nei pensieri più nobili e nelle luminose forme
imaginative.
Le tentazioni più pericolose vengono dallo spirituale stesso.
Lo spirituale in sé è sempre adamantino. Ma è inevitabile che
le prime forme in cui si sperimenta, rivestano impurità che prima
non si era capaci di vedere.
Questo è il senso positivo delle prime esperienze interiori: che
mediante esse si riesca a vedere ciò che ancora deve essere
superato in se stessi. Mentre proprio queste esperienze esaltano il
discepolo e finiscono col potenziare l'ego.
Per questo la via del pensiero è essenziale: perché conduce
dallo stato egoico allo stato inegoico, al cui livello soltanto cessa
la sua funzione. Perché la forza che lo muove è lo spirito stesso.
La forma in cui si presenta essendo sempre egoica.
Si può togliere solo un'ostruzione che si conosca. La più sottile
ostruzione all'esperienza sovrasensibile è quella a cui si aderisce
mediante le forze del corpo sottile.
Chi senta ancora l'importanza delle proprie opinioni, chi ancora
provi soddisfazione per le proprie percezioni interiori, o dia valore
a espressioni contingenti della cultura, può anche svolgere un utile
125
La Luce

lavoro di preparazione personale, ma non dispone della forza di


eliminare la propria persona: ancora non può aprirsi al mondo
spirituale. Ogni forma di compiacimento o di attaccamento
riconduce sempre alla sfera delle sensazioni e impedisce lo
sperimentare extra-sensibile.
Ove non si conosca l'arte di far sorgere nella propria anima
imagini e pensieri viventi, non si può identificare il contenuto che
va eliminato perché il vuoto sia conseguibile: il vuoto in cui
irrompe come realtà il mondo spirituale. Si crede di aprirsi, ma ci
si apre a entità ingannatrici: ci si apre a forme sottili del proprio
ego. Non ci si libera dell'ego, si crede di averlo superato.
L'ego non va superato, ma compenetrato dalla forza del suo
principio, che non patisce limitazioni egoiche. Ci si apre a entità
ingannatrici e a correnti sottili dell'ego, proprio perché, in realtà,
non ci si apre: non si sa come aprirsi. Si riduce l'aprirsi a un fatto
sensibile: si rimane entro il ferreo cerchio della propria natura, alla
mercé degli eventi e degli stati d'animo.

14

Gli stati d'animo sono meno importanti delle forze mediante le


quali si manifestano. Anzi si potrebbe dire che si manifestano
unicamente perché possano essere conosciute le forze formanti il
loro contenuto. Il contenuto è sempre soggettivo. Esso sembra
riguardare l'uomo, ma in realtà lo riguarda contingentemente: la
sostanza di cui esso è materiato assume la forma che la rende
intima all'uomo, perché egli giunga a guardare oltre la forma e
incontri ciò che essa suggella. L'uomo non potrebbe mai entrare in
rapporto con determinate forze, se queste non si manifestassero
mediante i suoi stati d'animo. H senso delle emozioni e degli
istinti è sempre un fatto finale che provvisoriamente gli sfugge.
Si tratta di un'istintività e di un'emotività che si presentano
come ciò che trascina l'Io, mentre la loro funzione ultima è
126
10 - Il Volere Magico. Il “Vuoto”

divenire oggetto dell'Io. Dal quale nuove forze discendono


nell'incontrarlo. In realtà un Io più alto tende a entrare nell'umano
sotto la forma degli istinti e delle passioni.
Perché l'Io possa compenetrare della sua luce questo tessuto di
forze deve porselo dinanzi, mediante un atto di volontà, che è la
forza del volere ordinariamente esplicantesi nel ricordo.
L'esercizio di porre dinanzi a sé stati d'animo non potrebbe essere
fatto quando questi si manifestano, se non dopo lungo e tenace
allenamento: ma proprio per questo essi via via divengono più
limpidi nel loro immediato erompere.
L'allenamento consiste nell'evocare tali stati d'animo con la
virtù del ricordo, in modo che la forza stessa messa in atto per
ripresentarli a se stessi operi come capacità di penetrarli. Il
movimento essenziale che può restituire la sostanza di queste
forze al nucleo vitale dell'Io è lo stesso che si sollecita quando si è
portati a ricordare determinati avvenimenti.
È difficile ridestare stati d'animo così che si diano nel loro puro
movimento: non può non ricorrersi a tutto il materiale drammatico
e ai riferimenti spaziali e temporali, ossia ai riferimenti fisici, o
agli eventi, da cui tali stati d'animo vennero suscitati. Occorrerà
poi prescindere da questo materiale contingente per poter avere
dinanzi a sé il sentimento o l'impulso rievocato come una forza
rispetto alla quale ora si è capaci di un'indipendenza che nella vita
normale raramente è possibile.
Quando nella vita normale si manifestano stati d'animo o
impulsi, per quanto si sia il soggetto di tale movimento, lo si è in
quanto presi da questo. Ora avviene che si possa ripetere
volitivamente il movimento, avendo un'indipendenza rispetto ad
esso, che diviene potere di penetrazione e conoscenza.
L'indipendenza dalla istintività è un cammino che via via rende
libero l'operare dell'uomo. L'azione richiesta dal mondo comincia
a recare in lui l'impronta di un'impersonalità che prima non poteva
avere, dato l'inevitabile esprimersi della natura egoica nella
spontaneità. Lo spirito trapassa nella spontaneità. È la retta azione
127
La Luce

che non richiede sforzo: l'agire che esprime, tuttavia, il risultato


della lunga e paziente opera interiore.
L'anima dell'azione muta, prima che la forma: l'anima tendendo
a essere la virtù stessa della forma. L'azione educa la conoscenza.

15

Allorché si compie un'azione, sorge per essa dal profondo


dell'anima un giudizio che non penetra nella coscienza, non
esprimendosi in pensiero. È il potere di luce dell'Io che vede il
valore reale dell'azione e tende a risonare nell'anima come un
giudizio, senza giungere a coscienza, ma affiorando nel sistema
ritmico e qui divenendo subconscio motivo della vita dell'anima
che si contesse con altri e si altera.
Ove questo giudizio, che è luce dell'Io nell'anima, giungesse a
tradursi in pensiero, diverrebbe forza d'azione trasformatrice: da
prima risonerebbe in un sentimento, la cui vitalità si tradurrebbe in
pensiero. Ma ordinariamente non giunge a risonare nel sentire e
rimane nell'anima come germe di destino.
Ove potesse tradursi in un sentimento epperò in pensiero,
opererebbe con forza di destino, orientando il discepolo verso
forme di un vivere che manifesta lo spirito. A questo pensiero che
reca il giudizio profondo dell'anima deve aprire il varco l'uomo.
Egli lo lascia giungere in sé, allorché è capace di riconoscere
donde fluisca, distinguendolo dai pensieri che gli giungono dalla
propria natura. Può giungere ad avere dal profondo di sé la
direzione morale al suo agire e l'energia interiore per l'esistere, se
riesce a spegnere i pensieri che gli giungono dalla propria natura.
La sua arte è condurre al silenzio la natura personale. Deve poterla
guardare. Ma la può guardare soltanto se si è esercitato a guardare
il pensiero.

128
XI

LA SOGLIA

Il pensiero normalmente si manifesta grazie allo spegnersi


della sua interna luce e alla distruzione delle forze vitali che
tale manifestarsi impegna nell'organo cerebrale.
Mediante il veicolo del pensiero, lo spirito entra nel mondo,
nella misura in cui il processo del pensiero gli apra il varco,
demolendo l'organismo eterico-fisico; ma questo suo “entrare”
rimane sterile, anzi perde la virtù creatrice, perché
immediatamente si lega a valori sensibili. Li fa sorgere nella
loro obiettiva alterità, con la forza che in sé ha già superato
l'alterità: altrimenti non potrebbe pensare gli oggetti. Li fa
sorgere innanzi a sé altri, con la forza che già attua l'identità.
Il pensiero reca lo spirito, per la prima volta nel mentale -
mentre in antico lo spirito poteva manifestarsi soltanto
eliminando il mentale - ma lo vincola alla rappresentazione del
sensibile. Non sa distinguere in sé il moto dello spirito dalle
forme che lo spirito per suo mezzo riveste, come forme del
mondo. Che sono dello spirito.
Lo spirito fluisce nel mondo, ma ignorato. È ignorato là
dove diviene coscienza: perché è coscienza del sensibile, non
di ciò che lo fa essere coscienza.
Le imagini nelle quali sorgono le forme della natura e del
129
La Luce

mondo sono l'imaginare in cui l'uomo può incontrare la forza


da cui sorgono. Che è la sua intima forza. Egli può
sperimentare tale forza prima che si faccia pensiero, prima che
cada nella forma necessariamente opposta alla propria luce.
La logica del pensiero - che non è l'astratta logica del
discorso - è il pensiero che non esige reclusione logica o
normatività al suo inevitabile produrre ogni norma, bensì
percezione del suo originario movimento nella natura e nel
mondo: perché tale movimento è la sua presenza nell'uomo. La
sua libertà è il riaccendersi della luce come imaginazione
creatrice.

La purità della natura e del mondo è ritrovabile nel puro


riaccendersi della luce del corpo eterico.
Questa esperienza è sovrasensibile, ma ancora non
incorporea.
L'incorporeità è la situazione antologica del mondo
spirituale: è l'ambito delle forze che manifestano pienamente se
stesse in quanto si manifestano fuori della necessità sensibile,
questa non costituendo ad esse un limite.
L'esperienza della incorporeità dominante la corporeità è
attuabile in forma iniziale nel pensiero puro. Non è lo
svincolarsi totale dell'anima dalla corporeità e il suo ritrovare
l'identità con il sovrasensibile, ma tale svincolamento attuato
nel pensiero. Il pensiero può realizzare la sua forza incorporea,
mentre la funzionale vita dell'anima rimane partecipe
dell'ordinaria vita corporea.
La vivificazione del pensiero attua il potere dell'incorporeità
più essenzialmente che un'esperienza d'imaginazione o di
11 - La Soglia

animazione del corpo eterico.


Ma perché l'esperienza del pensiero possa condurre non
soltanto all'intuizione morale del mondo, ma anche all'obiettiva
visione sovrasensibile, occorre che il suo contenuto sta
percepito come potenza indialettica d'imagine.
Il segreto è attuare l'assoluta incorporeità del pensiero. L'arte
più difficile, perché non v'è pensiero umano in cui non sia
introdotto un elemento corporeo, ossia un elemento dell'ego, o
della natura, o della razza.
Non si dà naturalmente pensiero puro. Il pensiero che
spontaneamente si dà è sempre intriso di natura, condizionato
dalla personale natura. Ma soltanto in forma impura può darsi
da prima il pensiero. Per darsi all'uomo, nella forma a lui
necessaria, il pensiero, pur essendo una potenza incorporea,
non può che seguire la via corporea. Qui è l'inizio della sua
forza come espressione individuale e qui perciò si pone
l'istanza della sua liberazione.
L'arte dell'uomo è comprendere che il pensiero si dà per via
corporea per essergli intuibile sul piano in cui egli
esclusivamente si muove: quello dei sensi. Perciò egli pensa il
sensibile: non perché il pensiero debba consacrare il sensibile ,
ma perché il pensiero pensando qualcosa manifesti se stesso: e
in quanto manifesta se stesso possa essere conosciuto. Così che
non si dia per estinguersi nelle cose, come ordinariamente
avviene, ma rechi all'uomo un elemento di forza esprimibile
soltanto mediante l'esperienza terrestre e l'iniziativa
individuale.
Il pensiero deve pensare qualcosa che non sia il suo
dialettismo, deve congiungersi con il mondo se vuole attuare la
sua reale natura, deve uscire da sé per manifestarsi. Ma si
manifesta perché l'uomo risalga dal manifesto all'imma-
nifesto.
La Luce

Infatti il pensiero è l'unica manifestazione dalla quale


l'uomo può risalire al principio immanifesto: è l'unica
manifestazione che si verifichi in lui, in quanto egli è in essa.
Non v'è manifestazione del mondo che si faccia valere
nell'uomo se non mediante pensiero.
L'uomo coglie l'immanifesto nel pensiero. Che è la forza
incorporea del pensiero.
Tale incorporeità è l'indipendenza della forza-pensiero dal
supporto eterico-fisico: che pertanto si manifesta mediante
incorporea luce eterica: mediante l'ètere più possente. La veste
del Logos.
Perciò il centro delle correnti eteriche nell'uomo deve
cominciare a formarsi là dove il pensiero può iniziare la sua
liberazione, ripercorrendo il moto con cui si esteriora dialetti-
camente.

Il pensiero vivente è un imaginare magico che ha la forza


dell'imaginazione ordinaria, ricca del suo impeto e della sua
spontaneità, ma tenuta dall'Io ed elevata sopra la natura. Ché
nell'imaginazione soggettiva si esprime sempre la potenza della
natura. Ora questa potenza c'è, ma è libera dalla corporeità: è
sciolta dalle velleità personali e perciò dal carattere d'irrealtà
che la contraddistingue.
L'imaginare magico è il vero pensare: l'ordinario pensare
essendo soltanto luce riflessa, priva di vita. Il pensiero
imaginativo è il riaccendersi della vita di questa luce, ma è la
vita che può affiorare nell'umano in quanto la si sperimenti
rimanendo fondati sull'equilibrio della coscienza corporea.
Lo sperimentare dell'anima fuori della corporeità è autentico
11 - La Soglia

soltanto se si fonda sul possesso della coscienza corporea:


altrimenti è un inconsapevole discendere al di sotto del suo
livello. Soltanto l'attiva coscienza del limite corporeo dà la
possibilità di sperimentare fuori di esso.
L'imaginare puro è la forza del pensiero sperimentata
etericamente, in quanto viene conseguita l'indipendenza dal
corpo eterico-fisico. Perciò si vive, senza direttamente
sperimentarlo, nel proprio essere astrale. Si è sulla soglia del
mondo spirituale o della Iniziazione, la cui esperienza esige
l'annientamento dello stesso imaginare sovrasensibile, perché il
mondo superiore, o il maestro iniziatore, agisca.
Da prima, perché sorgesse il pensiero vivente si è eliminato
il pensiero dialettico. Ora, perché sorga l'esperienza della
“soglia”, si deve superare lo stesso pensiero vivente: o, più
precisamente, la sua forma. Ma è chiaro che innanzi tutto
occorre possedere il pensiero dialettico, ossia il movimento
della razionalità, per poterlo eliminare. E occorre veramente
possedere il pensiero, per paterne dissolvere la forma.
In realtà non si annienta nulla, ma si eliminano via via le
forme in cui il più profondo pensare, o pensare dello spirito, si
manifesta nell'individualità, condizionandosi al grado della sua
interiore percezione.
Allorché si toglie alla corrente dell'imaginare la forma -
residua eco del mondo sensibile - continua a fluire nell'anima la
forza creatrice d'imagine, libera d'imagini, come un'essenziale
forza ispiratrice.
Si è sulla soglia del mondo spirituale, dove l'Iniziazione è
possibile, come trasmissione di un potere dallo spirituale
stesso.
La Luce

Certo, l'esperienza della “soglia” è di rari uomini. Ma forse


anche questi sono venuti meno al loro còmpito, non avendo
sufficientemente distinto la strumentalità della preparazione
noetico-ascetica dalla concreta esperienza sovrasensibile.
Taluni aspetti di tale preparazione sono stati umanamente amati
e scambiati per l'esperienza stessa: che è stata inevitabilmente
falsata.
Con ciò forse è venuta meno a taluni rari nuclei la
possibilità di offrire ritualmente il loro accordo sacrale
all'azione degli “spiriti delle genti”. Per insufficienza di ascesi
e di rito, le entità preposte al destino dei singoli popoli hanno
perduto il contatto con essi, in quelle profondità in cui
l'inattuale presenza dello spirito diviene presenza delle entità
ostacolatrici. Ciò spiega lo sfacelo etico della società attuale e
il potere ossessivo della politica come l'universale valore della
dialettica.
Perché quelle profondità venissero penetrate dalle potenze
originarie, occorrerebbe che un minimo numero di iniziati
compiesse l'esperienza della “soglia”. Lo spirito dovrebbe poter
operare, da prima mediante pochissimi, al livello in cui
l'umanità è mossa dagli Usurpatori, manovratori delle forze
radicali delle razze.
Ogni volta che esprime la propria razza e la propria famiglia
l'uomo è mosso da tali Usurpatori. Le razze e i gruppi o etnici,
in quanto tali, sono portati a odiarsi tra loro o a legarsi secondo
attrazione inferiore. Ogni costituirsi di gruppo o fazione, che
non sia in funzione dell'operare per lo spirito, obbedisce
all'attrazione che unisce nell'odio verso gli altri gruppi o le altre
fazioni.
Male di cui l'umanità non può guarire mediante
11 - La Soglia

provvedimenti etico-giuridici o etico-religiosi - questi del resto


non avendo ormai più intima forza - ma solo grazie alla discesa
di originarie forze dello spirito nelle profondità in cui
dominano le entità demoniche delle razze.

Tale discesa non è un evento fatale. Essa si può verificare


soltanto per colui che, riuscendo a riconoscere le proprie
velleità sotto i travestimenti più elevati, crei lo spazio in cui lo
spirito può penetrarle scendendo nelle profondità della razza.
Questa apertura, questo “vuoto”, o eliminazione delle
velleità, non è un conseguimento mistico, non è la conseguenza
di una rinuncia al mondo, né un superamento mentale o
emotivo dell'ego, bensì la possibilità di chi abbia conosciuto le
brame e gli attaccamenti e mediante ascesi ne abbia penetrato il
potere sotterraneo, sino a obiettivarlo innanzi a sé: sino a
tradurre in potenza d'imagine il loro giuoco e ad afferrare il
proprio egoismo nelle sottili forme spirituali - che è la
ricchezza del mondo delle luci e dei colori, in cui si dà la
transizione dalla sfera egoica a quella superindividuale -: e, una
volta convertito in puro tessuto imaginativo, in forme di
visione, i suoi residui modi di essere legato al sensibile, sia
capace di estinguere anche questi. È l'impresa più ardua
dell'asceta: non essere attaccato alla propria spiritualità.
Neanche così tuttavia ha superato l'egoismo, ma per virtù di
dedizione e d'ascesi è giunto ad estinguere il risonare di esso
nell'anima, così da aprirla alla Forza che sola può trasformare
l'egoismo. Egli non si propone l'egoistico scopo di una
perfezione che per ora solo astrattamente può concepire.
La Luce

L'uomo non deve creare lo spirito, ma solo vincere ciò che


gli impedisce di esserne riempito: perché è la realtà che egli
radicalmente è.
Il suo còmpito è eliminare ogni contenuto che sia finzione
dello spirito, in quanto tale finzione egli riesca a vedere e a
padroneggiare: sino a spegnerla.
Il Logos può creare nel mondo soltanto per virtù dell'uomo
libero.
Tutto può essere donato all'uomo, e in vero tutto a lui è stato
donato, dal corpo all'anima, ma v'è qualcosa che per lui non
può essere un dono: la libertà. Dono è stato a lui il potere di
resurrezione interiore, la vita del Logos che egli astrattizza in
pensieri, la forza dell'Io, che egli vive come forza dell'ego; ma
la liberazione non può essere che suo atto. Il giusto uso della
forza non può essere che sua decisione.
L'uomo è già libero: deve solo volere ciò che può
riconoscere come suo essere libero: ciò che già è.
La sua vera forza è il poter decidere l'uso della forza: che è
attingere alla sua sorgente.

È arduo essere liberi, non essere posseduti, in un'epoca in


cui taluni hanno potuto agire come orientatori spirituali, in
quanto fortissimi medium: hanno potuto influenzare molti
discepoli, apparendo loro come personalità eccezionali, non
sospettabili di simile medianità, soprattutto grazie alla
sistematicità del loro insegnamento e delle loro opere. Si tratta
di medium di un genere peculiare, non consapevoli della
propria condizione perché nella impossibilità di sospettarlo,
essendo privi di “io”: in tal senso dotati della inesauribilità di
11 - La Soglia

espressione delle influenze di cui sono portatori.


Occorre rendersi conto che se gli Avversari dell'uomo oggi
veramente vogliono impedire la sua nascita spirituale nella
forma cosciente, debbono diventare maestri esoterici ed esporre
le dottrine con sagacia avvincente. Ma ciò che avvince non
libera. L'arte di tali esseri non è liberare, ma sedurre, non
indicare i mezzi della conoscenza - ché non potrebbero - ma
persuadere secondo antiche dottrine revivificate, secondo
simboli già interpretati, secondo stimoli tradizionali rivolti
all'anima antica divenuta sub-coscienza dell'uomo.
Talune opere dense di dottrina e pervase di peculiare potere
di persuasione sono in realtà dettate dagli Ostacolatori. Un
giorno si scoprirà che certi pseudo-maestri in realtà non
avevano un Io, ma erano soltanto esseri mossi dall'impersonale
potenza di Lucifero o Ahrimane: perciò capaci di raro rigore
ascetico e di fascinosa sottigliezza logica.
Il discepolo di questo tempo deve aprire gli occhi, se non
vuole essere ingannato, deve essere sveglio, se non vuole
perire. Questi maestri, che non sono individualità coscienti,
bensì medium di alto rango e perciò inesistenti come “io”
giungono nelle loro opere a criticare il neo-spiritualismo
contemporaneo e le varie forme dello spiritismo, con il sottile
scopo di eliminare in partenza nel lettore il sospetto che essi
siano i portatori dello spiritismo più radicale, paralizzante le
forze dell'anima. Il loro còmpito è impedire che il discepolo
riconosca il Maestro dei nuovi tempi, ossia colui che può dargli
modo di operare dal fondamento di sé, come essere libero.
In tal senso, una misura della maturazione del discepolo sarà
scoprire quale parte morbida della propria anima sia seducibile
dalle dottrine degli Ostacolatori in veste di maestri.
In un'epoca in cui ossessioni e medianità di varie gamme
prendono la generalità degli uomini, per il fatto che ogni
La Luce

evento della coscienza è mediato dallo spento sistema nervoso,


la presenza dell'Io venendo di continuo avversata dalle
alterazioni dell'atto conoscitivo e dalle conseguenti invasioni
da parte di forze estranee, è spiegabile come l'alterazione, ossia
il valere dell'alterità, possa raggiungere gradi e crismi
metafisici, attraverso un esoterismo volto a radicare nell'uomo
la forma di invasamento più rispondente alla sua attuale
inclinazione medianica.
L'arte di tali maestri ostacolatori è fornire ai discepoli
dottrine belle e pronte, simboli e miti già interpretati, riti di
tradizioni esaurite, secondo una pianificazione convincente,
sorretta da imponente apparato filologico e critico, e in tal
senso tanto più narcotica per il debole apprendista, quanto più
egli, secondo l'aire dei tempi, sia sensibile al fascino della
dialettica e della cultura.
L'arte del discepolo è intuire lo spirito che ha dettato le
opere a cui attinge. Non è sufficiente che egli sia persuaso:
occorre che sappia che cosa in lui in realtà viene persuaso:
quale parte del suo essere.
Egli deve divenire vero mediante auto-conoscenza: non
deve rinunciare a conoscere che cosa in lui ha il potere di
conoscere: non deve limitarsi all'immediato conoscere, ossia
non può essere pago del fatto che una determinata dottrina, in
quanto conosciuta, lo tenga o lo attragga: perché può attrarlo
proprio in quanto tende a distruggerlo.
Egli può affidarsi soltanto a discipline che gli diano modo di
essere conoscente del proprio conoscere, ossia di sperimentare
le forze del conoscere là dove esprimono la loro interezza
perché indipendenti dal conosciuto. Può affidarsi soltanto a una
dottrina che gli insegni come incontrare in sé la sorgente
noetica mediante cui può apprendere questa o quella dottrina.
Le dottrine dello spirito non sono vere se non fanno appello
11 - La Soglia

all'indipendenza dell'atto conoscitivo, ossia al “pensiero libero


dai sensi”. In verità, lo spirito riflesso non è lo spirito: non
penetra il mondo dei sensi, perché non ne è indipendente. La
misura della sovra-sensibilità di un pensiero è la sua possibilità
di penetrare il sensibile.
La luce riflessa è sempre plausibile, perché può essere
percepita senza lo sforzo di trasformazione di sé che invece la
percezione della luce esige, in quanto sorgente del puro
rilucere.
La Luce
XII

RESURREZIONE DELLA LUCE

1
Si è visto dunque come l'arte di ritrovare la luce sia
inizialmente l'arte di dare vita all'imagine della luce. Occorre
da prima destare se stessi nella forza d'imagine della luce.
Questa forza si percepisce come corrente di un amore più puro
e più vasto di quello di cui si è capaci nell'esistenza ordinaria.
Quando la vita del mondo sovrasensibile comincia a
manifestarsi in imagini dell'anima, la luce di cui essa si riveste
si riconosce come la stessa che ogni giorno si vede, senza che
in realtà si veda, splendere sulla terra.
Si risale così alla presenza del sole e si può sentire in essa
l'opera delle forze di cui si alimentano le imagini di luce
dell'anima: si può riconoscere nel sole la potenza immateriale
della luce, alla quale si ricongiunge l'anima nella sua vicenda
extra-terrena, durante il sonno o dopo la morte.
Di tali forze superne della luce si reca la vitalità formatrice
nel corpo eterico. Le forze dell'Io destano la sostanza più
nobile del corpo eterico allorché si esplicano nella meditazione
e svincolano il pensiero dai processi sensibili, facendolo vivere
della sua sostanza originaria: che è il principio sovrasensibile
del sole.
Staccando il pensiero dall'apparire sensibile, si vince
l'attitudine del corpo eterico a mediare passivamente e
141
La Luce

ottusamente la natura: la corrente dell'Io desta l'essere più puro


del corpo eterico, facendo vivere in imagini la sua luce. Questa
è l'amore che affiora oltre ciò che l'ego può amare.
La luce di questo pensiero si riconosce identica a quella che
illumina le cose del giorno: ora può essere veduta. Ora essa può
ricondurre alla sorgente spirituale del sole. Ma parimenti della
luna, delle stelle mobili e delle stelle fisse: che recano, secondo
varie radianze, la stessa luce.
Diverse potenze della luce l'uomo può riconoscere nel cielo
e operanti sulla terra e nel suo essere. Vedendo sulla terra
l'ombra delle cose illuminate dal sole, l'ombra della luna e in
talune limpide notti l'ombra lieve delle stelle, egli può
presentire il coro terrestre delle entità cosmiche della luce. E
può avere un'imagine del mondo di forze da cui egli trae
origine e a cui è affidata la sua vicenda durante il sonno o dopo
la morte.

Diverse potenze stellari, in vane forme portatrici della luce,


onde essa ora è saggezza del pensare, ora è vita del sentire, ora
è calore del volere, lo conducono a intuire la luce una su cui è
fondata la struttura originaria del mondo, epperò del suo corpo.
Egli viene liberato dall'attaccamento all'apparire sensibile della
corporeità, non essendo esso la realtà del corpo. L'organismo
fisico cessa di essere una condizione illusoria, perché viene
veduto come presenza di potenze celesti.
Mediante le forze spirituali del sole, l'asceta ritrova in sé lo
spirito: lo attinge nell'autonomo imaginare e nel trasparente
pensare. Accoglie in tale atto dell'Io l'elemento morale del
cosmo. Incontra un obiettivo elemento di moralità che nessuna
142
12 - Resurrezione della Luce

dottrina o disciplina gli può insegnare sulla terra. Per la sua vita
sensibile, egli sa che nel libero imaginare attinge l'elemento
morale dal mondo sovrasensibile, dalla luce cosmica, e dalla
loro presenza nelle forme terrestri: nei cristalli, nelle piante, nei
fiori, nell'arcobaleno, nell'aurora.
Mediante le forze spirituali del sole, incontra la potenza di
luce che gli giunge dalla luna. Ma, mentre dalle virtù solari
accoglie ciò che attua come luce del pensiero in quanto
svincola il pensiero dal supporto della natura, incontrando nel
pensiero l'elemento morale del mondo; dalle forze della luna
sente giungergli la potenza magica che può dare corpo ed
azione al pensiero liberato. Questa potenza è ciò che, non
venendo usato secondo l'ordine celeste della luce, domina
l'uomo come forza di magia infera. Soltanto la luce accolta
come puro moto delle idee può trarre da tale forza il potere
della giusta azione.
L'arte del pensare puro come del percepire puro,
alimentando l'anima della luce immateriale delle cose, la rende
partecipe dell'opera del Logos sulla terra, costituendo un
modello o una iniziale esperienza di quella che sarà un giorno
la sua trasmutazione.
È l'arte di incontrare nell'ascesi quotidiana la luce del
pensare del sentire e del volere, che riconduce al principio
solare le forze tenebrose degli istinti: l'ignota potenza del corpo
lunare, che opera sempre come forza di fondo del pensare, del
sentire e del volere.
Dalla prenatale comunione con le potenze del sole l'uomo ha
formato il corpo eterico mediante cui percepisce ciò che irradia
dal sole. Ma ciò che essenzialmente scorre dal sole sulla terra,
la luce che egli non vede ma di cui vede rivestite le cose, gli
fluisce dall'intimo pensiero: dall'intimo magico imaginare che
ogni volta affiora nel pensiero, ancora non conosciuto.
143
La Luce

L'asceta deve tendere a percepire la luce così come


percepisce gli oggetti dei sensi. Questa luce fluisce dall'interno
del pensiero, ma per l'uomo ordinario si estingue nel cessare di
essere ciò che giustifica l'essere del pensiero. Il pensiero
astrattamente compie spento il suo moto: moto che tuttavia
sempre si inizia grazie al fluire della luce.
L'uomo pensa con il pensiero, mentre dovrebbe accogliere la
luce delle cose nel pensiero. È portato dai pensieri scaturenti
dalla luce a separarsi dalla luce, a spegnere la luce: ritiene di
pensare le cose e il mondo, di pensare i pensieri, mentre,
invece, perde le cose e i pensieri, perché perde la luce nel
pensiero.
Nel pensiero deve ritrovare la luce: senza la quale non
potrebbe avere pensiero: non potrebbe avere il pensiero in cui
estingue ogni volta la luce. Che non è soltanto la luce propria
all'ètere della luce, ma quella essenziale che in ogni forma
dell'ètere vive: come calore come suono come vita.
Questo ètere egli può incontrare nell'intimo della vita del
pensiero, se sa volere non le cose in quanto rivestite di
pensiero, ma il pensiero con cui le riveste: che è in sé
imaginazione creatrice. Egli mediante intenso volere fa
risorgere questo pensiero dalle cose, lo riprende là dove può
cominciare a vederlo: nel mondo sensibile: dove è caduto.
Dove è pensato e, pur disanimato, è, nel darsi come parvenza,
un segno indicativo dell'etere che risorge come ètere della luce.

144
12 - Resurrezione della Luce

Da ogni simbolo della luce caduta egli può risalire alla luce:
in quanto coglie la corrente della luce fuori della cerebralità
che la costringe al riflesso e perciò all'annientamento. Nel
pensare e nel percepire coglie il contenuto del mondo prima
che il mentale lo riduca alla finità sensibile e come tale lo con-
sacri: gli attribuisca un valore che solo può scaturire dalla luce.
Che viene ogni volta negata.
La rianimazione della luce è la liberazione del pensiero dai
processi sensibili, la redenzione del pensiero nell'ambito della
tenebra, la separazione dell'elemento imperituro dal perituro,
della luce trasformatrice della terra da ciò che della terra è già
morto o destinato alla morte.
La potenza germinale della luce che l'uomo riattinge nel
pensiero è il nucleo perenne di ciò che sopravviverà al ciclo
della terra e degli astri, alla parabola del mondo e delle forme
materiali dell'universo.
Permane come germe di un cosmo futuro, secondo che è
stato annunciato dal più grande Iniziato solare, dal Maestro dei
nuovi tempi. La terra e il cielo passeranno, ma non passerà mai
l'amore che li ha congiunti nell'anima dell'uomo, la comunione
da lui riconosciuta e attuata nell'intimo cuore.
L'uomo può ritrovare la luce, se cerca dove realmente nasce
la luce che vede splendere sulla terra. Perché la luce che egli
così può cercare è quella che già comincia ad attuare nel moto
dell'anima con cui la cerca: con cui percepisce nel mondo la
luce e la pensa: essendo tale luce il suo stesso pensiero prima
d'essere nome e forma.
Sul punto di spegnere la luce per avere la percezione del
mondo, l'uomo può incontrarla: può cominciare ad alimentare
dall'interno di sé il moto della luce. Guardandola nel mondo la
145
La Luce

ritrova in sé e mediante essa si ricongiunge con lo spirito del


mondo.
In verità, la luce che illumina le cose del giorno, non è che il
simbolo della luce.

146
INDICE-GLOSSARIO DEI TERMINI INDIANI

Advaita: sistema filosofico indiano di ispirazione monistica,


che riconduce tutta la realtà all'Assoluto (Brahman). Fu
formulato dal pensatore e sacerdote Samkara (788-820) - 91

ãtman: Io - 104

karma: lett. “azione”, destino - 106

maya: illusione - 61

pranayama: controllo delle correnti vitali - 103

samadhi: estasi contemplativa - 104

yoga: unione, integrazione - 32, 62, 103

yogin: asceta che pratica lo yoga - 103, 104

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